Il mistero da quattro soldi di Lou Reed: riflessioni su una proposta musicale tratta da amArgine

…….Prendo in prestito proprio il titolo di questa canzone, proposta da Flavio Almerighi sul suo blog amArgine (clicca qui per ascoltare) il giorno di San Lorenzo, per chiedermi (e lo sto facendo fin dall’assegnazione dell’ultimo Nobel 2017 per la Letteratura) dove un testo finisca di essere canzone e diventi poesia; se un confine esiste, in questo mondo che proclama la caduta di ogni limite e poi alza barriere invalicabili, e se una canzone può o meno essere una poesia. Così, in una torrida e straziante mattinata di una mai ricordata rovente estate simile, apro il computer e mi ritrovo a leggere la traduzione di un testo senza l’audio associato. Per me è poesia, per la cronaca è una canzone di Lou Reed, che io conosco dal blog di Almerighi. Leggo un paio di volte il testo e mi piace sempre di più. Ascolto l’audio associato e non ho proprio la stessa sensazione (scusate la franchezza)…Sicuramente, mi dico, è un limite mio, ma questa distopia mi fa riflettere su un fatto non da poco: che con buona pace delle diatribe tra le parti, un testo è poesia quando si “mantiene in piedi” da solo, retto da una musica tutta sua, interna, che giunge comunque al lettore e alla quale dopo si può anche aggiungere una colonna sonora. E qui vi invito a sperimentare quanto detto, leggendo testi di canzoni tra i più svariati e a notare che non tutti, senza audio, nel medesimo lettore sortiranno lo stesso effetto, giungendo alla conclusione che una canzone è il frutto dell’associazione sapiente di testo e musica e che la poesia è…cosa differente (e sorrido, pensando ad altri luoghi dove ci si accapiglia a riguardo). E intanto grazie a Flavio e al suo blog per le belle proposte che permettono anche belle discussioni. (AnGre)

…….Lou Reed proveniva dai Velvet Underground, una band che gravitava attorno alla Factory di Andy Wahrol che lui e John Cale, altro membro della band, chiamavano affettuosamente “drella” storpiatura di cinderella, Cenerentola. L’ambiente era ricco, quindi, di fermenti artistici, musicali, plastici, figurativi, cinematografici. Lou Reed, oltre all’insana passione per l’eroina, fu sempre molto attratto dalla parola e dalla poesia. Esiste, credo, da qualche parte, una raccolta di sue poesie su libro. Lou Reed era anche poeta tutto sommato, ma soprattutto un musicista urbano, violento a tratti e oscuro. La sua grandezza è indiscutibile, la traduzione del brano, come si può vedere, ottima. (Flavio Almerighi)

…….La differenza tra un’opera di poesia e il testo di una canzone sta in due aspetti decisivi: uno è la dimensione dello spazio in cui si trovano a muoversi, l’altro è la forma della musica a cui fanno riferimento. […] Quello che manca a troppa letteratura oggi è il senso del rischio interiore, il profumo dell’autentico, del tentativo di fare un passo oltre rischiando di perdere tutto: la poesia moderna corre, in questo senso, il rischio di spegnersi nell’auto-referenzialità, dovendosi continuamente citare per auto-giustificarsi. […] L’altro elemento distintivo tra poesia e canzone, a cui sopra si faceva riferimento, è la musica. Un testo di canzone vive solo in simbiosi con la musica, quindi non ha senso scorporarlo da un tutto organico di cui è uno dei componenti: è un po’ come togliere un organo da un organismo vivente e pretendere che abbia vita autonoma…(tratto da Poesia e canzone – una riflessione di Claudio Borghi – clicca sul link per scaricare l’intero contributo)

*

Lou Reed, Il mistero da quattro soldi 

Giaceva pesto e ferito, trafitto
e sanguinante, mutilato che parlava dalla croce
con la mente che mulinava e ansimava
allucinava fuggiva, che perdita
Le cose che non aveva toccato o baciato
i sensi lentamente lo abbandonarono
non come Buddha, non come Vishnu
in lui la vita non sarebbe tornata

Trovo facile credere
che abbia potuto mettere in discussione le sue convinzioni
l’inizio dell’ultima tentazione
mistero da quattro soldi

La dualità della natura divina
della natura umana divide l’anima
completamente umano, completamente divino e diviso
la grande anima immortale

Frantumata in pezzi, pezzi vorticanti, gli opposti si attraggono
dal di fronte, dai lati, dal dietro
la mente attacca se stessa

Conosco la sensazione, l’ho già provata
da Cartesio a Hegel la fede non è mai sicura
Mistero da quattro soldi
ultima tentazione

Ero seduto che tamburellavo pensavo martellavo meditavo
sui misteri della vita
fuori la città gridava urlava sussurrava
dei misteri della vita

C’è un funerale domani a St. Patrick’s
le campane suoneranno per te
Ah, cosa devi aver pensato
quando hai capito che era giunto il tuo tempo?

Vorrei non aver buttato via il mio tempo
su cose tanto umane e su così poco di divino
la fine dell’ultima tentazione
la fine del mistero da quattro soldi

§

Dime store mystery

He was lying banged and battered, skewered
and bleeding talking crippled on the cross
Was his mind reeling and heaving
hallucinating fleeing what a loss
The things he hadn’t touched or kissed
his senses slowly stripped away
Not like Buddha, not like Vishnu
life wouldn’t rise through him again

I find it easy to believe that he might
question his beliefs
The beginning of the last temptation
dime story mystery

The duality of nature, godly nature
human nature splits the soul
Fully human, fully divine and divided
the great immortal soul

Split into pieces, whirling pieces, opposites attract
From the front, the side, the back
the mind itself attacks

I know the feeling, I know it from before
descartes through Hegel belief is never sure
Dime store mystery
last temptation

I was sitting drumming, thinking thumping, pondering
the mysteries of life
Outside the city, shrieking, screaming, whispering
the mysteries of life

There’s a funeral tomorrow
at St. Patrick’s the bells will ring for you
Ah, what must you have been thinking
when you realized the time had come for you

I wish I hadn’t thrown away my time
on so much human and so much less divine
The end of the last temptation
the end of a dime store mystery

dall’album NEW YORK, 1989

15 pensieri su “Il mistero da quattro soldi di Lou Reed: riflessioni su una proposta musicale tratta da amArgine

  1. ancora, da amArgine, la traduzione di un altro notevole testo (musicale):

    R.E.M. – We All Go Back to Where We Belong –
    *
    “Ho sognato quello che mi stavi offrendo
    Immaginato di averti vicina al mio fianco
    Potresti, la tua reputazione parla da sola
    Scriverò la nostra storia a mente
    Scriverò dei nostri sogni e dei nostri trionfi
    Questa potrebbe essere la mia “Innocenza perduta”
    Riesco a sentire il sapore dell’oceano sulla tua pelle
    È qui che tutto ha avuto inizio
    Ho sognato che eravamo elefanti
    Fuori dalla vista, nuvole di polvere
    E mi sono svegliato pensando che fossimo liberi
    Riesco a sentire il sapore dell’oceano sulla tua pelle
    È qui che tutto ha avuto inizio
    Tutti torniamo al nostro luogo di appartenenza
    Questo è veramente quello che vogliamo”

  2. Alberto Rizzi, commento riportato da FB:

    E’ una bella riflessione, Angela. Da molti secoli si è assistito a una sempre maggior frammentazione della società e quindi della cultura, con le varie arti e le loro categorie viste come tanti compartimenti stagni. Il picco si ebbe con la Rivoluzione Industriale, che diede un colpo tale al tessuto sociale occidentale, dal quale – come si vede – non ci siamo ancora risollevati. Gli artisti presero atto di ciò, frammentando sempre di più le loro produzioni e hanno continuato a farlo fino ad oggi: vedi per esempio in campo musicale, nel quale – stando alle riviste specializzate – ormai quasi ogni gruppo fa un suo genere… Però sappiamo bene che ogni situazione ha, al suo interno, anche il germe del suo opposto; perciò fin dalle Avanguardie del secolo scorso si assisté a un tentativo di “ricomposizione” dei generi artistici: è da allora, infatti che si iniziò a parlare di multimedialità; situazione che è poi quella delle arti nei tempi antichi, come dimostrano per esempio il teatro greco, o anche l’ordinamento sociale dei Celti: che metteva nella stessa “corporazione” medici, sacerdoti e artisti. Così è normale che finalmente ci si accorga che senza musicalità (anche cacofonica…) la Poesia non esiste; e che quindi anche certi testi di brani musicali sono Poesia. Naturalmente, chi ha bisogno di tenere i paraocchi, per vivere felicemente, dinanzi ad affermazioni come queste (e al Nobel a Dylan, pur se “fuori tempo massimo”), sclera un pochino…

    1. Sinceramente, caro Alberto, io rimango dell’unico avviso che l’importante sia fare bene quello che si è deciso di fare, senza improvvisarsi tuttologi. Sul Nobel a Dylan anche io ho storto il naso, perché a me proprio non piace e, soprattutto, fossi stata io l’Accademia di Svezia avrei istituito un più preciso Nobel per le Arti. La Poesia, poi, dovrebbe avere di suo musica e musicalità, ma – a mio avviso e contro ultime scuole di pensiero in auge – armonia in senso ampio, anche senza sottofondi sonori. La Musica, insomma, per me è quella che suona dentro ciascuna Persona anche nell’assoluto silenzio esterno.
      Grazie per l’attenzione!

  3. Ho sviluppato questo tema in modo approfondito all’epoca dello sciagurato Nobel a Dylan. La canzone è una sintesi, che può essere di grande espressività, tra testo e musica, ma ha senso solo in quanto sintesi, scorporarla in parti con la pretesa che ciascuna abbia valenza autonoma è un’operazione culturalmente e metodologicamente scorretta. I testi di Lou Reed sono spesso di notevole valenza letteraria, ma sono in pratica recitati, come faceva, ad esempio, Léo Ferré quando costruiva accompagnamenti musicali su testi di Rimbaud o Baudelaire: li recitava, non li cantava. In sostanza la letteratura deve avere una sua autonomia, il che non significa che non ci possano essere interscambi e reciproci influssi o nutrimenti, ma inevitabilmente poesia e canzone hanno una struttura espressiva diversa. Più una canzone è fusione alchemica di testo e musica meno il testo e la musica possono stare in piedi da soli. E’ un fatto credo poco opinabile.

    1. Non è un caso, caro Claudio, che ti abbia invitato a leggere la proposta odierna, perché immaginavo il tuo punto di vista e ti ringrazio, quindi, del prezioso contributo.
      Scorporare testo e canzone è di fatto quello che avviene nella genesi della canzone stessa (escludendo i cantautori, le cui opere praticamente sono difficili da separare in musica e parole, perché nascono contestualmente e, in effetti pensando a questa tradizione italiana, non mi verrebbe mai da definire poesia una canzone di costoro); in alcuni casi alla stesura del testo, appunto, hanno partecipato anche poeti…quindi, i testi di costoro (sotto, un breve testo di Piero Ciampi condiviso dal suo sito) alla fine come li identifichiamo? Pongo domanda a me e ai lettori, perché da tempo ci penso…
      Concordo, invece, sul fatto che una canzone ben riuscita sia inscindibile nelle sue componenti sonora e scritta (testo) e sul recitato, come dici, e sul fatto che la musica, per me, rimane qualcosa di personale che si sente con la testa e non con gli organi preposti e che anche uno affetto da ipoacusia può benissimo ascoltare…

      SPORCA ESTATE (Ciampi – Marchetti)

      Figli, come mi mancate.
      Sporca estate.
      E tu che dici
      che ho distrutto la tua vita,
      capirai mai
      che il tuo dolore
      si è aggiunto al mio?
      Nella mia vita non ho fatto
      che rimorchiare,
      sporca estate,
      a mia volta rimorchiato,
      quindi definitivamente scaricato.
      Figli, vi porterei a cena
      sulle stelle,
      ma non ci siete.

  4. In questa sede, a proposito di commistioni tra le arti e musica, riporto due brevi estratti dalla monografia “Kandinsky, Composizionr VI” con introduzione di Philippe Daverio e testi critici di Giulia Marrucchi, Massimiliano Muraro, Maria Elena Versari (collana I capolavori dell’arte, Corriere della Sera) utili, secondo me, anche se riferiti ad un discorso poetico.

    “Ogni opera è figlia del suo tempo, spesso è madre della nostra sensibilità. E così ogni periodo culturale elabora una propria arte, che non può più essere replicata” (V.Kandinsky, incipit de Lo spirituale nell’arte, pubblicato nel 1910-1911, mentre realizza il suo primo acquarello totalmente privo di figurazione)

    Impressioni, Improvvisazioni, Composizioni. Questi titoli, che ritornano più volte con numeri progressivi nei quadri di Kandinsky, testimoniano il legame della sua arte con la musica, come lo stesso artista ricorda: ‘Salvo poche eccezioni, la musica è già da alcuni secoli l’arte che non usa i suoi mezzi per imitare i fenomeni naturali, ma per esprimere la vita psichica dell’artista e creare la vita dei suoni’. Secondo Kandinsky, infatti, la pittura deve farsi astratta come la musica, per liberarsi dal soggetto fisico della rappresentazione e poter dare voce alla spiritualità dell’artista, e i colori devono assimilarsi ai suoni”…

  5. In un brano musicale non operistico le due componenti de quo, non si pareggiano pur potendo rilasciare un risultato armonico eccellente. Solitamente quando il testo è potente la musica accompagna. Così dai Canti Gregoriani alle canzoni che hanno marcato il tempo.
    Un saluto ad Angela, lucidamente tempestiva.

  6. … solo per ricordare sommessamente a tutto l’uditorio che la poesia è parola che brilla di musica propria, la canzone invece è fatta di parole che assecondano il ritmo di una musica. Il resto è accademia.

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