Sulla poesia: contributi di Claudio Borghi e Flavio Almerighi e due testi di Nanni Cagnone e Marina Pizzi

      Non crediate
l’opera d’un poeta
esaudita promessa
lieto fine – non è
che l’ultima rivalsa
d’una lingua,
la derisoria vacanza
di chi, perduto il lavoro,
con certezza del vuoto
riguarda vanamente
si torce le mani.
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Nanni Cagnone,
da Penombra della lingua, La Camera Verde – Roma, 2012.
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Controcorrente, una riflessione di Claudio Borghi

Tutto è nel moto, nel farsi senza quiete, nel moltiplicarsi necessario in cui le creature si innescano l’un l’altra e la mente, onda nel mare, non può trovare il punto da cui la pluralità nascendo si innesca.
Cosa ci resta, giunti all’estremo del frastagliarsi molteplice? Poesia, musica, frammenti, colori, il rifrangersi dell’essenza in miriadi di dettagli, senza più coglierne il centro o la legge che ne esprima la sintesi: quanto più la mente plana sul creato tanto più ne perde l’origine, il battito emozionato che il cuore innumerevole dei viventi irrora.
Il tormento si scandisce nell’arte e nella scienza, sospese tra la varietà inafferrabile agli occhi della mente, che cerca di classificarla raccogliendola in sterminati archivi, e l’unità che a quel molteplice soggiace e la mente ispira ed alimenta intera.
Se l’io è un raggio tra tanti in cui un solo cuore di luce si rifrange, e lo straniamento della scrittura nasce dal contemplare sé e il mondo come una danza che sulla scena dell’essere accade, il movimento contrario, la corrente che risale la colata a valle dell’emanazione, è l’accensione volontaria potente della coscienza, che repentina restituisce a quel danzare inquieto la possibilità del ritorno all’origine.
Le visioni poetiche, pittoriche, sinfoniche, nascono da questa necessità, la cui radice è inevitabilmente dolore, in quanto la creatura è un nulla nella dinamica della creazione, non esiste in sé, e la poesia si dona solo quando si apre la possibilità dell’altrove. Non si tratta di scoprire l’essere altro, ma di lasciar diffondere il mondo dopo aver rotto l’argine dell’io: il pensiero e l’estensione si rifondono nell’unica sostanza e la corrente si agita turbata, e nella disintegrazione della coscienza, piccola candela con un nome, si impone la visione anonima, in cui il poeta si priva dell’identità e della presunzione di essere creatore di quello che scrive o dipinge o armonizza sul pentagramma delle idee.
La frammentazione è dinamica interna ad ogni moto di pensiero rivolto al fenomeno, ad ogni sistema ideale che si costruisce intorno a un principio unificante, nasce da un movimento da sempre presente nella storia del pensiero: la riverberazione, la dissoluzione, il pullulare agitato delle forme che pulsano vibrano scodinzolano in traiettorie casuali nell’oceano dell’essere. Le epifanie del molteplice, animato in strutture polifoniche o in polittici affrescati in cui corpi e azioni e fluttuazioni timbricamente colorano il quadro, sono sempre sinfonie, per quanto volontariamente si compongano di disarmonie galleggianti nell’aria. Dicono la pluralità dal punto di vista dell’eterno, non della coscienza disintegrata, e in quanto tali contengono la possibilità dell’inversione della corrente, dell’epifania che da un momento all’altro può donarsi. Si isolano nell’assenza del dolore, privano l’arte della sua radice, diventano molteplicità disarmonica scissa dall’emozione, si liberano dal dramma dell’io e del respiro e della fuga spaventata registrando l’accadimento plurale, il movimento interno alla sfera, la domanda che risuona ellittica o insensata.
La coscienza contempla i corpi, atomi di un nucleo originario, l’io si sottrae alla lotta e al dolore e ne descrive l’accadere, si illude di poter rappresentare poeticamente la lacerazione, laddove la può solo malamente astrattamente replicare.
Quel che scatta e genera forma è, nel dramma individuale, la reazione della volontà, che prende il sopravvento sulla luce atonale della coscienza e tenta un movimento controcorrente, dal molteplice scisso impaurito cerca la strada tremenda della luce dell’Uno.
L’ascesi, come nei mistici, è tremore e tragedia, mai beatitudine. Ogni visione, incluse le madonne rinascimentali scolpite o dipinte nella pace empirea, è impregnata della fatica del ritorno, del volere Dio quando l’evidenza dice che lui sempre si nega, mai si dona al singolo, lontanamente trama e genera all’oscuro della coscienza che nel tempo, vivendo, si dispera. (24 gennaio 2017)

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Questioni di Io, una riflessione di Flavio Almerighi

L’io è talmente infatuato di sé che non si accorge nemmeno di essere parte di qualche miliardo di altri Io, molto spesso nemmeno nella parte centrale della galassia. In fin dei conti colora di bianco una parte infinitesimale di un pezzettino di galassia periferica, tanto e solo da far pensare a qualche astronomo/sciamano che da quelle parti al garzone del latte è scivolata una bottiglia di mano.
Se è vero che “tutta la vita è lasciare tracce” è altrettanto vero che più è potente l’Io e più cercherà di lasciarne, in forma d’arte, in forma di ideologia sanguinaria, in forma di qualsiasi altra cosa, a un punto tale che, dopo tempo, si ricorda la traccia e non più chi l’ha lasciata. Deve essere uno smacco terribile per quell’Io.
Dove c’è luce, succede sempre qualcosa. L’uomo è un animale terragnolo terrorizzato dal buio, anzi, dalla scoperta del fuoco in poi il suo destino tecnologico è stato scoperto e tracciato nella ricerca di una notte che sia sempre più giorno. Perché il buio fa paura, e senza luce l’Io non si può pavoneggiare, non si può manifestare.
Lascio alle psico sette la responsabilità di decidere cosa sia arte, letteratura, musica, religione o meno. Del loro giudizio e delle loro esternazioni non mi frega un cazzo, perché non hanno autorevolezza e nemmeno senso del bello. Come è giusto che sia, il mio Io è smisurato altrettanto quanto il tuo, rivendico il mio gusto alle cose e alla bellezza e il mio gusto non sarà mai un culto da chiesa costantiniana.
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      Vertigine sparutella attimo di buio
l’io convulso figlio del plurale
naturale ingorgo di caligine.
Appena sotto l’arco finimondo
i falò dei fogli dei poeti
illuminanti le vedette.
Guarderemo l’andarcene
dentro il baule dell’ultimo brevetto.
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Marina Pizzi,
da Dissesti per il tramonto, dal web
Immagini: opere di Mark Rothko

 

3 pensieri su “Sulla poesia: contributi di Claudio Borghi e Flavio Almerighi e due testi di Nanni Cagnone e Marina Pizzi

  1. Due brevi note e un tocco finale sul senso di Controcorrente, il cui riferimento implicito è chiaro.

    Sul nichilismo e Leopardi. Il nichilismo di Giacomo è un approdo interiore nato da riflessioni filosofiche ed esistenziali, non un riflesso fenomenologico della cultura o del degrado dei costumi o di una crisi di valori del suo tempo.

    Sullo stile, la linearità, la musica, ecc. Leopardi, a inizio Ottocento, riprende praticamente intatto, in forma e sensibilità, Petrarca: non è certo un’operazione anacronistica, ma una sintesi stilistica di alto profilo, l’attualizzazione di una ricerca senza tempo nella forma-poesia.

    Vivere e scrivere è tentare lo scarto del volo verso il volto senza nome: luce cristallina di rivolta e risalita della corrente, in senso plotiniano, da solo a Solo, non alla ricerca di una vuota beatitudine, ma di un senso, di bene o male non importa, che la polvere frammentaria dell’intelletto non ci potrà mai concedere.

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