La chiesa Santa Maria Maggiore in Tuscania e il Giudizio finale a cura di Giorgio Chiantini – sassi d’arte

La chiesa Santa Maria Maggiore in Tuscania e il Giudizio finale

Situata ai piedi del colle di S. Pietro e costruita nel secolo XII, Santa Maria Maggiore in Tuscania (siamo nella Tuscia, l’antica Etruria meridionale, in provincia di Viterbo) è una delle architetture romaniche più belle d’Italia, per la ricchezza di affreschi e bassorilievi. Entrando in chiesa lo sguardo viene catturato subito dalla zona absidale e dal grandioso Giudizio Universale (XIV secolo), opera di Gregorio e Donato d’Arezzo. L’iconografia è quella classica, che separa da una parte gli eletti, dall’altra i dannati, ponendo al centro, su tutti, l’immagine di Cristo Giudice; ma c’è una figura, che più di tutti attrae la curiosità del visitatore, e si nota sulla destra guardando la scena: un grande diavolo, che divora i dannati per poi defecarli nelle fauci spalancate di un drago e per questo chiamata senza giri di parole dall’arguzia popolare “Cacanime”.

Il giudizio finale è un affresco che si sviluppa sull’arco trionfale e le diverse scene che compongono l’ultimo evento umano sono chiaramente distinte e individuabili: la resurrezione dei morti occupa lo spazio a sinistra e al centro dell’arco e si identificano figurine nude di uomini e donne, che emergono dalle loro sepolture in terra e dai sepolcri scoperchiati e numerosi corpi hanno in testa la tonsura tipica degli ecclesiastici e dei religiosi. In alto, nella mandorla sorretta dagli angeli, appare il Cristo nimbato (con l’aureola), che chiama con la mano stimmatizzata gli eletti in paradiso; ai suoi lati gli apostoli, guidati da Pietro con le chiavi, siedono sui troni, componendo così un’efficace e armonica corte di giustizia.

Compaiono tutti i segni dal significato salvifico della passione-morte-risurrezione di Gesù, le arma Christi: due angeli trombettieri, il sole oscurato, la croce del sacrificio, la colonna con i flagelli, la canna con la spugna imbevuta d’aceto, la lancia usata per il colpo al costato, mentre Maria introduce al cospetto del Figlio cinque lunghe schiere di beati, ciascuno identificato da un attributo del suo rango; spiccano, così, tiare, corone, tonsure, barbe, copricapi di tutte le fogge, veli, mantelli, tuniche e si riconoscono il diacono Stefano, primo martire e i santi fondatori di Ordini, come Benedetto e Francesco. Ai piedi del giudice sgorga un fiume di fuoco che investe l’intero inferno e delle rocce aperte e fiammeggianti suggeriscono la collocazione sotterranea dei loca poenarum, ovvero i posti in cui scontare le specifiche pene infernali. Assai caratteristici sono i cinque angeli che con lunghi forconi spingono i dannati al supplizio, aiutando così la corrente del fiume infernale. Si riconosce la punizione dei peccatori appesi allo spinoso albero del male. L’ambiente è affollato. Alcuni diavoli-camerieri afferrano i peccatori spinti da altri volenterosi diavoli butta-dentro e li porgono servizievolmente al loro capo affamato e la figura del Lucifero divoratore è, in verità, più grottesca che spaventosa. La scena dell’inferno si chiude con la bocca dentata del drago, imboccato dai forconi di due diavoli, che azzanna alcune donne velate.

L’intero affresco, opera di Gregorio e Donato d’Arezzo, databile al secondo decennio del secolo XIV, contiene numerosi elementi del giudizio che Giotto affrescò a Padova nella cappella degli Scrovegni. Il terremoto che ha colpito Tuscania nel 1971 ha provocato danni anche a quest’opera e per tale ragione l’Istituto centrale del restauro ha provveduto a staccare il dipinto, a consolidarlo e a ricollocarlo sul frontone, ma nulla ha potuto di fronte ad alcune perdite irrimediabili come ad esempio la figurina del notaio Secondiano, committente dell’opera, raffigurato in ginocchio ai piedi della croce. Secondo la tradizione la figura di donna priva di aureola che la Madonna presenta al Giudice sarebbe la moglie proprio di Secondiano. La chiesa è tuttora coperta completamente da ponteggi, che, riferiscono in loco, servono a sorreggere il tetto, che altrimenti imploderebbe al suolo.

Oggi, per visitare questo ed altri splendidi piccoli luoghi di grande arte, bisogna affidarsi, ringraziando, al buon cuore di alcuni abitanti del posto che, con pazienza e affetto, a fronte di una minima somma annua stanziata dallo Stato per il mantenimento e la salvaguardia di questo patrimonio comune (circa seicento euro annui per il sito oggetto dell’articolo), accompagnano i visitatori, affinché tanta bellezza non venga abbandonata e, quindi, dimenticata. (realizzazione e fotografie di Giorgio Chiantini)

Fonti: dal web e dal sito camminarenellastoria.it
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4 thoughts on “La chiesa Santa Maria Maggiore in Tuscania e il Giudizio finale a cura di Giorgio Chiantini – sassi d’arte

      1. Fosse per me cara Angela leggerei di continuo tutti i tuoi post , soprattutto quelli con delle poesie bellissime, ma il tempo m’impedisce di stare al pc quanto vorrei. Grazie comunque sempre. Un abbraccio. Isabella

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