Giorgio Manganelli – da Centuria, numero otto

Da CENTURIA di Giorgio Manganelli, numero otto

Il signore vestito di chiaro si accorge improvvisamente dell’assenza. Vive in quella casa da molti anni, ma solo ora, quando verosimilmente il suo soggiorno volge al termine, si avvede che in una stanza semivuota vi è una zona di assenza. La stanza semivuota è, dopotutto, una stanza come le altre; e, se non fosse per l’assenza, nessuno la noterebbe. L’assenza, va da sé, non ha nulla a che fare con il vuoto. Una stanza totalmente vuota può essere priva di assenza, e nemmeno spostando rapidamente un mobile si crea una vera e propria assenza. Non si crea nulla. Ora il signore non più giovane, che è vissuto molti anni in quella casa, che ha attraversato innumerevoli volte quella stanza, ha scoperto che in quell’angolo non c’è un vuoto, ma un’assenza. Sa anche di averla percorsa numerose volte, e di essere egli stesso implicato, non sa come, in quell’assenza. Egli scruta quell’assenza, e naturalmente non ne capisce molto. Tuttavia, qualcosa della sua vita in quella casa gli pare meno chiaro. Si sa che le assenze non traslocano facilmente; e può essere che il bisogno di aver vicino quell’assenza lo abbia indotto a protrarre di anno in anno un soggiorno in una casa che non ama, tra i mobili che gli sono estranei. Tutto gli è estraneo in quella casa, eccetto l’assenza. L’assenza è talmente importante, che potrebbe rinunciare a tutto ciò che rende la sua vita tollerabile – sebbene tollerabile non sia – pur di non assentarsi dell’assenza. È tentato, naturalmente, a porsi molte e contrastanti domande su quell’assenza. Un uomo ha sempre sulle labbra un “Che cosa è?”. Ma l’uomo non è invecchiato invano. Metodicamente elimina in sé ogni desiderio di interrogare, di sapere, di indagare. Tenebre o luce gli sono indifferenti, come amore o abbandono. Sa che l’assenza è indifferente, e tuttavia sa anche che codesta indifferenza è talmente importante, che senza di essa egli sarebbe del tutto disperato. Solo di questo si stupisce: di avere scoperto così tardi, a giochi fatti, di non essere mai stato abbandonato, come credeva, ma di avere coabitato da sempre con una indifferenza che, ora, considera la spiegazione della sua sopravvivenza.

immagine: La chambre de Van Gogh à Arles

2 pensieri su “Giorgio Manganelli – da Centuria, numero otto

  1. Mi colpisce nel profondo. Mi fa riflettere con un senso di amarezza e di allarme se l’assenza/indifferenza, oltre a essere un motivo di sopravvivenza non si intrecci anche con l’abbandono. In fondo quest’uomo credeva di essere stato abbandonato prima di scoprire l’assenza e forse scopre che con essa ha lui abbandonato per garantirsi una sorta di sopravvivenza.

  2. “L’assenza è talmente importante, che potrebbe rinunciare a tutto ciò che rende la sua vita tollerabile – sebbene tollerabile non sia – pur di non assentarsi dell’assenza.”
    L’assenza è l’unica certezza di quella che è stata una presenza.
    Alla fine del proprio percorso, in cui per atto di sopravvivenza abbiamo volutamente ignorato (indifferenza) l’assenza, ma anche le presenze dico io, ci si rende conto che non sono gli altri ad averci abbandonato, ma siamo noi che non abbiamo notato il mutamento presenza \ assenza, di chi ci scorreva intorno.
    “Solo di questo si stupisce: di avere scoperto così tardi, a giochi fatti, di non essere mai stato abbandonato, come credeva, ma di avere coabitato da sempre con una indifferenza che, ora, considera la spiegazione della sua sopravvivenza.”
    Questo romanzo breve di Manganelli, caro Tommaso, io lo leggo come un invito ad aprire gli occhi nel senso migliore della metafora.
    Grazie per essere stato qui 😀

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