Uroš Zupan, due poesie da Autori e testi della poesia slovena contemporanea

Tratto da AUTORI E TESTI DELLA POESIA SLOVENA CONTEMPORANEA – RebStein, Quaderni di Traduzioni XXVIII, che si ringrazia.

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Uroš Zupan, due poesie

Il giardino, Bach / Vrt, Bach

Qui non vi è morte. Tutte le forme fluiscono una
nell’altra. Tutto galleggia ed aleggia. Quando chiudo gli occhi
vedo il macadam che vola in cielo. Le acacie
si prodigano con le proprie ombre, spargono il bianco
profumo. Rispondono i ciliegi dall’altro lato
del giardino, dal margine esterno del giorno. La loro voce
tra poco sarà rossa. Le facciate delle case grigio ruggine
dalle finestre ardenti come giganti a più bocche divorano
il sole del pomeriggio. Le gialle escavatrici hanno corroso
i monti. Mi sento piccolo. Carezzo la gattina, più bassa
dell’erba di maggio. Sento voci di persone che entrano
ed escono dalla casa alle mie spalle. Quando vanno dentro
le lambisce il buio ed il freddo, quando tornano fuori su di loro
si sparge la polvere di stelle. Una pianta di lillà divide
il nostro giardino dalla strada, il nostro giardino dal mondo. Solo
tormentate voci ed ombre tagliate giungono
al suo interno. Tutti mi chiamano per nome e
appoggiano le mani sul mio capo. Non conosco ancora le parole –
Rabbia, Paura, Odio, Dolore, Partenza. Non conosco
i Luoghi che stanno dietro il loro suono. Nulla conosco,
solo questo giardino, infinito sguardo di occhi a misurare il mondo.
Se mi sdraio di schiena, vedo le nuvole. Se respiro
con prudenza, le nuvole cambiano forma. Ora sono: un aereo,
la testa di un cane, un cavallo, una pecora, delle mani colme di neve.
Ora navighiamo assieme. Sette mari e nove
colli sino al primo fiume ed all’ultima valle. Mai
la fine del giardino. Mai la fin del mondo. Nella stanza di tutte le ore,
nell’incrocio di tutti i giorni, arde la luce eterna o solo
una candela. Fa lo stesso. Nell’oro, nei suoi limiti interiori,
si rivoltano le pagine del futuro. Poiché sono piccolo
non so leggere. Poiché sono piccolo mi muovo
lentamente sotto la palpebra del tempo. Stanno spalancate le porte
che danno alla luce, rivestite e morbide. Non colpiscono nessuno,
nessuno fanno tornare indietro. Sdraiato, osservo e impercettibilmente
respiro. Questo giardino in qualsiasi momento diventerà una nuvola. Così
più a lungo potrà durare nell’archivio del cielo.
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 I trattoristi sono i più grandi filosofi / Traktoristi so največji filozofi
.
Ogni casa ha il proprio scoiattolo.
Le case luminose hanno scoiattoli scuri
con dei bianchi pancini. Le case scure
scoiattoli marroni come volpi. Quando
gli scoiattoli scuri s’arrabbiano, scacciano
gli scoiattoli marroni, che guaendo saltano
tombolando. Ogni auto ha il proprio
scoiattolo. A volte persino ogni sedile.
Su certi sedili possono starci
anche due scoiattoli che si tengono
per le zampette, perché hanno paura. Ad ogni
tenda corrisponde l’orma di uno scoiattolo
che ha annusato la crêpe,
ad ogni sogno almeno l’impronta di una zampetta
di scoiattolo sulla stella più lontana.
Ho conosciuto uno scoiattolo che ha
attraversato a nuoto lo stretto della Manica.
Ha detto: «È stata dura. Le riserve
di noccioline e le bevande isotoniche
mi sono mancate già a metà strada.
Le onde m’inzuppavano la coda.
Di continuo venivo tirato sotto.»
Ho visto uno scoiattolo più grande
della torre Eiffel. Stava causando problemi al traffico.
Non aveva una casa. Non andava
a scuola. Doveva dormire nel mare.
Con il cielo, si ricopriva.
Ho letto di uno scoiattolo che si stava facendo
un’operazione plastica. Più di ogni altra cosa
desiderava che lo chiamassero – baby.
Ho sentito di una scoiattola che si
comportava come una ragazza madre.
Il suo ex uomo era un un trattorista.
Mangiava cibi macrobiotici, si bagnava
nel pozzo della giovinezza ed ascoltava le fughe di Bach.
I trattoristi sono i più grandi filosofi, per questo
gli toccano più scoiattoli. Non si perdono
mai nei viali penetranti
e nella musica inaccessibile. D’estate stan seduti
sulle pietre dei druidi, all’ombra
bevono birra e si pongono delle domande
come: «Qual è la natura dello scoiattolo?».
Quando si librano in aria, si vedono
come angeli neri a cui piacerebbe
diventare scoiattoli. Le nuvole di spuma zuccherosa
allora con più intensità cadono
sulle loro fragili esistenze.
.

*

Il mio primo libro di un poeta sloveno, regalo di un’amica, s’intitolava ‘Reka’, che vuole dire ‘fiume’. Nella quarta di copertina una foto dell’autore, lo sguardo più sofferente che altro, i capelli radi ma lunghi. Ho conosciuto, poi, Uroš Zupan (Trbovlje, 1963), traendone dagli incontri – rari ma intensi – la sensazione di una persona ironica e pacata, amante della vita tranquilla e delle contraddizioni che la tranquillità (apparente) comporta. La poesia di Zupan è stata accolta in Slovenia, agli inizi degli anni Novanta, come un punto di svolta soprattutto per il suo legame con la poesia statunitense (l’esempio-guida è William Carlos Williams) e per una certa ‘de-ermetizzazione’ del poetare, l’uso di un linguaggio non metaforico, semplice, e di versi particolarmente lunghi. Tra neorealismo, postsimbolismo, intimismo (spesso ritorna il tema della nostalgia per il paese natale), Zupan non manca di usare ironia ed elementi grotteschi, una strategia con la quale il soggetto poetico stringe una sorta di alleanza con il lettore. Un esempio? Occhio agli scoiattoli che avete attorno.

(Traduzione e nota di Michele Obit – immagine d’apertura: Wassily Kandinskij, Primo acquerello astratto, 1910)

*

Per leggere altri testi di Autori sloveni contemporanei selezionati da Flavio Almerighi, che ringrazio per la segnalazione di questo quaderno di RebStein, clicca QUI 

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