Daniel Varujan, Il Canto del Pane

riproponiamo…

Il Canto del Pane di Daniel Varujan (1885-1915)

Raccolta rimasta incompiuta e uscita postuma nel 1921 ed edita, a cura di A. Arslan, da Guerini e Associati editore. Dall’introduzione (V edizione, 2004) si legge: “Nel panorama dei grandi poeti del simbolismo europeo, Daniel Varujan riveste un’importanza particolare. Armeno di Perknik (Anatolia) educato a Costantinopoli, e successivamente a Venezia e a Gand, egli riesce a fondere i diversi orizzonti poetici che lo formarono in una sintesi poetica originalissima, che su tonalità e timbri schiettamente orientali innesta una conoscenza diretta e feconda della grande poesia contemporanea occidentale” […] “Ma Varujan è sempre concreto, e la sua originalità di poeta sta anche nell’uso improvviso – e inaspettato dal lettore – di vocaboli ’forti’ là dove nella poesia occidentale si tende all’eufemismo o all’attenuazione semantica (’utero’, non ’ventre’, ’mammelle’ e non ’seni’ della madre terra): per renderlo in italiano è stato necessario prendere meticolosamente le distanze dal linguaggio poetico della nostra tradizione ’rusticale’, anche di quella novecentesca.”

*

Aia

Mi siedo sull’aia sognando
        all’ombra del mio asino
che legato vicino a me sfrega
	la sua dolce mascella sulla mia spalla.
.
Sulla pianura, calma, dilaga
	l’onda bianca del sole
i covoni vi nuotano, e la tartaruga
	la cerca per riscaldarsi.
.
L’ala del vento, carica di tiepidi profumi,
	si muove appena, pigramente.
L’ombra della vacca sulla luce gloriosa
	è un largo rattoppo nero. 
.
Trasportate le sue cose, il contadino
	ha fondato là un nuovo villaggio...
lontano giace sulla soglia muschiosa
        e fa la guarda solitario il mastino.
.
Nell’aia il covone stuccato dal sole
	sembra una casetta dorata.
L’ombra fresca dell’albero dal folto fogliamo diventa
	il velo di una sposa novella.
.
Ed io seduto all’ombra del mio asino
	canto i valorosi della terra
che appena appesa la falce al muro
	addestrano il toro all’aratro.
.
Canto il pastore che spiana l’aia
	col rullo di pietra attaccato alle spalle,
la camicia inondata di sudore
	aperta sul petto. 
.
Canto le spose che, con le dita colorate di henné,
	setacciano l’orzo vigorosamente;
si disperdono dai fori del loro setaccio,
	diresti, gocce di perle. 
.
Canto i contadini che in cima ai carri
	eretti come dèi
col forcone ferocemente distruggono
	l’enorme catasta dei covoni.
.
La trebbiatrice canto, che naviga intorno al raccolto
	come su un lago color di fuoco, 
e anche il grano turbinante che già 
	nuota in mezzo alla paglia. 
.
Oh, quanto è dolce confondersi con l’essere
	in questo lavoro sacro;
dai sandali fino ai capelli immergersi
	nelle polveri gialle dorate.
.
In cerca della scintilla del forno, del pane del campo
	essere il Pan delle aia,
restituire al cuore dei mulini
	i loro canti infiniti. 

Raccolgo la messe…

Raccolgo la messe con la falce, 
	- La luna è la mia amata - 
cammino di solco in solco. 
	- La mia amata è sposa di un altro -.
.
A testa nuda, scalzo,
	- I venti sono dolci -
io vago fra i campi.
	- I suoi capelli sono oceani -.
.
Grano e papaveri, piangendo di nostalgia,
	- La pernice si lamenta -
ho legato con un nastro.
	- Le sue mani sono tinte di henné -.
.
Dal cielo, sulle spighe, 
	- La stella filante è passata -
gocciolano le stelle l’olio consacrato.
 	- Il suo viso si è illuminato -.
.
Quanti covoni bagnati di rugiada, 
	- Il roseto è umido -
ho legato come giocando.
	- Il suo seno è scoperto -.
.
Nel mio campo sono rimaste le stoppie, 
	- La luna se ne va -
con i covoni ho fatto una catasta.
	- Il mio cuore è di fuoco -.
.
La mia falce ha colpito una pietra:
	- La mia amata ha un amante - 
dalla pietra è schizzata la quaglia.
	- Il mio fegato sanguina -

Il giogo

I miei buoi sono biondi, hanno le fronti di luce
che ho adornato con un amuleto blu.
Sono ebbri dell’aria primaverile del mattino - 
guardano pacifici la campagna tranquilla.
.
Durante l’inverno li ho nutriti di fieno - 
sembrano i grassi idoli del tempio. 
La loro coda pelosa e pettinata
scivola sui fianchi come un serpente. 
.
Amo il loro dorso dalle mille pieghe,
le loro narici umide, le grandi pupille
dove si riconosce il sogno immutabile della campagna.
.
Amo di loro i corpi dondolanti, e il possente muggito
dagli orizzonti - quando avanzano senza fermarsi
con le corna immerse nell’Alba. 

Papaveri

Cogli, sorella, questi papaveri nel recinto - 
sanguinanti come cuori innamorati.
Nelle loro coppe di cristallo
berremo l’onda del sole. 
.
Tanto divampano di fiamme
che il loro incendio brucia i campi sterminati. 
Nelle loro coppe di fuoco
berremo le scintille delle stelle.
.
Cogli, sorella, come la quaglia nascosta
tra i grani che dolcemente vezzeggiano.
Nelle loro coppe scarlatte
berremo il sangue dei solchi. 
.
Chini sui nidi delle allodole
fluttuano come grappoli di raggi rossi. 
Nelle loro coppe rubino
berremo la promessa della Primavera.
.
Cogli, sorella, non i papaveri, ma la fiamma;
avvogli del loro incendio il tuo grembiule verginale.
Nelle loro coppe delicate
berremo i fuochi di giugno. 
.
Fiori sbocciati come le tue tenere labbra, 
conversano con il grano vibrante.
Nelle loro coppe purpuree
berremo il mistero delle spighe. 
.
Coglili, sorella, perché di essi c’incoroneremo
per la gioiosa festa di domani, al villaggio.
E in queste coppe, danzando, 
berremo il vino dell’amore. 

Ritorno

Questa sera veniamo da voi, cantando un canto, 
	per il sentiero della luna,
	o villaggi, villaggi;
	nei vostri cortili
	lasciate che ogni mastino si svegli,
	e che le fonti di nuovo
	nei secchi irrompano a ridere - 
Per le vostre feste dai campi, vagliando
	vi abbiamo portato con canti la rosa.
.
Questa sera veniamo da voi, cantando l’amore,
	per il sentiero della montagna,
	o capanne, capanne;
	di fronte alle corna del bue
	lasciate che infine si aprano le vostre porte,
	che il forno fumi, che si incoronino
	di un fumo azzurro i tetti - 
Ecco a voi le spose con i nuovi germogli
	hanno portato il latte con le brocche.
.
Questa sera veniamo da voi, cantando la speranza, 
	per il sentiero del campo,
	o fienili, fienili;
	tra le vostre buie pareti
	lasciate che risplenda il nuovo sole,
	sui tetti verdeggianti
	lasciate che la luna setacci la farina - 
Ecco vi abbiamo portato il fieno raccolto in covoni
	la paglia con il dolce timo. 
.
Questa sera veniamo da voi, cantando il pane, 
	per il sentiero dell’aia,
	o granai, granai;
	nell’oscurità del vostro seno immenso
	lasciate che sorga il raggio della gioia;
	la ragnatela sopra di voi
	lasciate che sia come un velo d’argento;
poiché carri, file di carri vi hanno portato
	il grano in mille sacchi. 

I fienili

Fienile di trifoglio, colmo di odori
	di incenso, di hashish;
quando apro la tua porta 
	i tori dall’ampia fronte
muggiscono, infuriati,
	spezzando il collare di cuoio.
.
Fienile di piselli, colmo di mille fiori
	dall’odore di montagna;
quando porto i tuoi covoni nelle mangiatoie
	cesta dopo cesta
il mio petto e il mio grembiule s’impregnano delle tue spezie
	per giorni e giorni.
.
Fienile di paglia, colmo di sole
	che guarda sul focolare;
dove distesa sul tuo tenero ammasso
	partorisce la gatta,
tu che rendi d’argento il muso dei miei agnelli, 
	sii benedetto. 

La semina

E’ il seminatore. - Si erge possente
tra i raggi dorati del tramonto. 
I campi della patria ai suoi passi
estendono scarna la propria nudità.
.
Il suo grembiule è pieno del grano
colto dalle stelle. Le spighe di un anno, assetate, 
attendono il suo palmo gigante, 
che spunta sui campi come l’aurora. 
.
Semina, contadino - in nome del pane della tua casa,
non conosca limiti il tuo braccio;
questi grani che spargi, si verseranno
domani sulle teste dei tuoi nipoti. 
.
Semina, contadino - in nome del misero affamato
non esca dimezzato il tuo palmo dal grembiule;
un povero oggi nella lampada del tempio
versò il suo ultimo olio per il raccolto di domani.
.
Semina, contadino - in nome dell’ostia del Signore
germi di luce straripino dalle tue dita;
in ciascuna delle spighe bianche di latte
maturerà domani una parte del corpo di Gesù.
.
Semina, semina - sia pure lontano dai confini,
come le stelle, come le onde, semina.
Che importa se i passeri devastano i tuoi chicchi - 
Dio al loro posto seminerà delle perle. 
.
Colma i solchi, fendi le fertili pianure, 
luci d’oro zampillano dal grembo della terra.
Ecco, il giorno imbruna - e l’ombra del tuo braccio
si allunga sugli orizzonti di stelle.

*

– Le traduzioni di “La semina” e “Papaveri” sono di B. L. Zekiyan, le traduzioni di tutti gli altri testi sono di Antonia Arslan e Chiara Haiganush Megighian — Tratto dall’articolo di Lorenzo Carlucci per AbsoluteVille che si ringrazia (leggi qui) –

“solo nel rosso del suolo della mia patria”

*

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