Angela Greco per la rubrica Tinelli poetici – poesia e intervista

«Il gruppo FB “Tinelli Poetici” tra le sue finalità contempla quella di praticare il confronto e lo scambio con i poeti della Puglia. Per questo abbiamo deciso di ospitare autori rappresentativi della realtà poetica pugliese in maniera sistematica, per instaurare nuovi rapporti di conoscenza e di amicizia e renderci conto delle varie proposte e della varietà delle voci.» (tratto dalla presentazione del gruppo sul social network)

Angela Greco AnGre (n.45) #tinellipoetici  Poesia – Intervista – Biografia 

Poesie

da “Ora nuda, antologia 2010-2017” (Quaderni di RebStein LXVII – qui)

L’imprevedibilità dei risvegli, i mattini diversi
per condizioni atmosferiche e conseguente umore,
le calze smagliate e il caffè, amaro nella sua abitudine,
a ristabilire l’ordine del giorno. Improvvisa fotografia:
distratto dal libro che hai tra le mani sembri altrove,
sul limite di un silenzio ancora da scrivere.

Un bottone dopo l’altro avvicino quel pensiero
che ruga la fronte per quello che accade e si tace.
La poesia è insubordinazione, stazione viaria, azione,
passaggio in auto-stop verso una nuova galassia.
Seduti scomodi sul secolo breve finito per te nel 1989
intoniamo canti da raccolta di cotone per farne bende.

Sembra che a vedere la ginestra siano in pochi;
il giallo non confondibile nella macchia verde dell’orbo.
Un collage di inerti catramati al verbo sbagliato:
“sono stato” è una questione multifattoriale.

Raccolgo aghi dal fondo del bosco per forare palloncini.
L’aria sarà sempre un futuro semplice eppure irraggiungibile
quasi quanto l’aver osato libertà in regime mono teocratico.
Avremo nuovamente voce per raccontare al fuoco della notte,
quella in cui al posto del sonno si contarono acini luminosi.

da All’oscuro del voyeur (in uscita)

Claire, non ho mai finito di porre domande. O, forse,
l’unica che davvero vorrei rivolgerci non so formularla.

La stazione di servizio ci ha fermati al km 500+17
della “Road to sea”: un grandangolo sul vuoto,
una porzione non meglio definita di bordo strada
e poche luci dall’interno. Il navigatore ha perso la stella
e ha affidato al telefono la sua personale ricerca.
Guardo nella direzione sbagliata; vedo la tua schiena.
Verso il bosco una schiera di soldati a cavallo passa
nel silenzio. Mi stupisco. Volevo solo fare rifornimento.

Le spire del Laocoonte distanziano battiti; bianco e nero
si spengono le luci sul volto. Nemmeno il motivo
mi è dato conoscere. Apparteniamo a due orari d’istinti;
alle otto l’ultimo treno ci riporta in due case differenti.
Questo è uno dei momenti in cui vorrei sbagliare.

Si tratta di individuare la casa, di vivere la metafora,
di imbiancare il muro. Il grande tetto a valle rovesciata
copre la porzione di cielo a noi destinata.
Le colonne smettono sostegno e ingoiano angoli,
nella prospettiva dei giganti. Il taglio inferto
alla carne lascia penetrare una luce oscura, mai vista.

Il campo giallo fuma in più punti. Il faro
ha perso l’occhio che apriva il mare.
Roghi ai bordi, righi rossi diagonali, lungo le vie
di fuga, sulle pendici del risveglio. Vuoto di sguardo;
schiuma bianca per correggere inesattezze. Un tatuaggio
di poche parole avvia lo spettacolo, l’avambraccio recita
una sola frase: «Trovati un posto, devo fare il matto».
Il re di Danimarca ha perso lo spettro; non resisto al richiamo
di Amleto, mentre scorre un secolo bianco e nero, Lyda Borelli
m’appare veritiera, per interposta persona, nei tuoi nei.
La maschera assegna i posti; dietro le quinte si prega.

Fuori norma dalla porta aperta. Scatta l’allarme.
Il telefono non squilla; sei diventato muto anche tu,
dopo la prima. Spettri, ai lati del castello cattedrale sputano
acqua dai ghigni metallici. Dietro pesanti protezioni
il fuoco è in agguato.

da Correnti contrarie (Ed.Ensemble, 2017 – qui)

La tua voce ha bagnato le mie segrete.
Nessuna gloria e soprattutto nessun altare.
Ho posato la mano e ho visto che sei un uomo
sono stato Tommaso al pari di quanto dici.
Questa umanità dà parole alla mia carta.
Per questa natura vera come una ferita aperta
schiudo cinque petali e ti guardo. Non arrossire.

Tre giorni a primavera.
Filari fioriti bianchi e rosa dicono buona stagione;
i rami si sfiorano in un minuetto, che sospende
le attese e l’inverno. Sei a tre passi, appena
dopo il giro di boa, ad angolo retto
con il desiderio di fiorire.

da Anamòrfosi (Ed.Progetto Cultura, 2017 – qui)

«Monsieur oggi Parigi brucia.

Che senso ha quello che diciamo, oggi?»
L’uomo non risponde. La fissa solamente negli occhi.
Aspettava quella domanda.

Silenzio.

(la piazza adesso è un florilegio buio come la notte appena trascorsa.
Myosotis neri piovono da un cielo non diverso e volano bassi identici uccelli.
Vorrei parlare con mio fratello della terra che ha generato nostra madre,
ma questo non è più il tempo delle finestre con le tendine fiorite.)

Il lutto stringe gola e sonaglio alla caviglia
e nonostante la ferita l’uomo tende la mano alla dama:
«Danziamo. Non abbiamo altra salvezza».

IV stanza

Nel muro del paese vecchio ci sono una crepa ed un nido,
dov’è nato un fiore giallo in poco spazio, in nessuna terra.

La ristrutturazione ha un suo costo attento a tutto quanto impiegato.
Non mi meraviglio del dispendio d’anni e d’energia per questo
essere arrivata fin qui, a piedi scalzi e pietre attente ad ogni passo:
possedere le chiavi di casa. Un portafogli per ricordarmi,
nome cognome e indirizzo insieme alla fotografia.
Un rettangolo di carta avoriata incapace di contenere tutto il resto,
dove non si dirà mai che la cucina è la stessa di quando eravamo casa

***

Intervista

1) Quando hai avvertito l’urgenza della poesia?

La poesia è stata urgenza agli inizi, quando ancora non la conoscevo e credevo che tutto quello che passava da pancia e cuore dovesse per forza essere dettato ad un foglio, di carta o elettronico che fosse. Poi, l’urgenza è mutata in attesa, sedimentazione, scarto, sottrazione, quando mi sono resa conto che la Poesia non è raccontare i fatti propri, gli accadimenti quotidiani, i drammi vissuti o le disgrazie da cui nessuno è immune, ma qualcosa che esula finanche dal saperlo dire, quindi ci provi, tenti di scriverla, e che, ancora oggi, a distanza di più di dieci anni, non sai definire. Forse con la domanda si voleva chiedere quando ho iniziato a scrivere… Intorno ai trent’anni, quando per forza di cose mi sono ritrovata a vivere da sola con il mio cane. Ricordo soltanto che non mi piaceva parlare e sia il cane che la penna non mi facevano domande.

2) La terra in cui sei nata è presente nei tuoi versi?

La mia Puglia è il suolo dove germina e mette radici la mia poesia. Questa terra è in me e qui accade la mia scrittura: raccolgo i suoi colori e i suoi mancati confini, il mio Jonio, le mie gravine e la mia Murgia, questa sete perenne, le pietre a secco, la sopravvivenza in un sud del mondo, la vita di paese, il ricordo dei miei genitori, il centro storico dove ancora abito…e tutto, insieme con l’azzurro indicibile delle giornate di Maestrale, diventa fondale a cui affidare le mie parole ancora da scrivere.

3) Ci sono temi particolari intorno ai quali si incardina la tua poesia?

Con il passare del tempo mi sono resa conto che, senza che io li abbia scelti, temi ricorrenti sono diventati l’attesa e l’assenza.

4) Ci sono autori nei confronti dei quali ti senti in debito? Autori che sono tuoi punti di riferimento?

Devo qualcosa, quindi sono in debito con loro, a tutti quegli Autori che non ho ancora letto. Pertanto approfitterei dello spazio soprattutto per invitare alla lettura. Autori che continuo a leggere, ad esempio, sono Czesław Miłosz e R.M.Rilke, ma qui accanto a me, mentre scrivo, ci sono Mark Strand e Wallace Stevens in compagnia del ritrovato Mario Luzi, ripreso dopo tanto tempo grazie ai suggerimenti di Cesare Viviani e del suo ultimo saggio (“La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che…”). Diciamo che il mio punto di riferimento è una rete intessuta di autori vari ai quali vanno ad aggiungersi artisti, tra i quali spiccano Hopper e Gauguin, Goya in questo momento, ma anche esponenti dell’arte contemporanea, che ‘frequento’ moltissimo per la mia poesia.

5) C’è una tua raccolta cui sei particolarmente legata? e perché?

Domanda che equivale a chiedere se vuoi più bene a mamma o a papà…sorrido…Raccolte di poesia ne ho scritta soltanto una; per il resto, scrivo poemetti e sono legata ad ognuna delle mie creature senza distinzioni e soprattutto senza gerarchie (non le amo).

6) Chi è Angela Greco e di cosa si occupa nella vita?

Angela Greco è una madre, una moglie, una persona che si incontra raramente agli eventi pubblici, che detesta lo shopping e le domande, che sta volentieri a casa sua, seduta al suo tavolo tra finestre ad oriente e occidente, all’ultimo piano di un vecchio palazzo nel centro storico di Massafra, che ama la cucina, i lavori manuali, la campagna, i cavalli neri e le abitazioni rurali della sua terra e che, appena può, chiude la valigia sempre pronta e viaggia per la nostra splendida Italia. Nella vita Angela Greco ha studiato per diventare un perito agrario e ha gettato alle ortiche quattro anni di Medicina Veterinaria.

***

Biografia

Angela Greco è nata il primo maggio a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, 2008); in poesia: A sensi congiunti (2012); Arabeschi incisi dal sole (2013); Personale Eden (2015); Attraversandomi (2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (2017); Correnti contrarie (2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII, 2017); Ancora Barabba (Collezione Bocche Naufraghe n.1, YCP, 2018).

Un particolare ringraziamento per tutto ciò va a Paolo Polvani e a Francesco Paolo Dellaquila (AnGre)
in apertura: “Jonio di luce”, fotografia di AnGre

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