Specchio o della riflessione (pensieri ad alta voce)

§ “Mala tempora currunt sed peiora parantur”. Caspita, è ancora così. Più passa il tempo, questa umana entità che dovrebbe avere soprattutto funzione d’insegnamento, e più mi rendo conto che la gente è strana assai…che tutto sia una parabola, non biblica, ne sono convinta e, di conseguenza, credo che anche il genere umano, dopo una bella parte in ascesa, si stia inevitabilmente adagiando nella parte opposta, mostrando chiarissimi segni di una decadenza improficua (magari fosse un ritorno del più alto Decadentismo letterario di cui abbiamo memoria). Quando persino i poeti e la poesia vengono ridotti a merce di scambio, a prodotto creato ad arte per le esigenze di un consumatore sempre meno critico, non so davvero a chi resti l’ingrato compito di controbattere, di ostacolare il pensiero e il fare dominante, di mettere in luce questa contemporaneità che ci sta portando a livelli davvero bassi sopratutto di onestà…e per che cosa, poi? Per un attimo di visibilità in più? E abbiamo tecnologie che ci proiettano in mondovisione, ormai, che senso ha mettere in atto comportamenti così meschini? La sera, da soli nella propria stanza, non dobbiamo come e comunque fare i conti con noi stessi? E che ci raccontiamo, a noi stessi, storie?

§ Tra le tante, non verrà mai ‘perdonato’ alla “gente di poesia” di questi anni l’aver catalogato, distinto, classificato (compito postumo dei critici), piegato alle tendenze e creato “recinti” in cui chiudere e marchiare quelli che a tutti gli effetti possono considerarsi “adepti” di scuole, gruppi, case editrici, associazioni e persino blog e l’aver escluso tutti coloro che non rientravano nei loro standard. E a tanti “poeti” non verrà ‘perdonato’ l’ essersi prestati a tale gioco, senza controbattere, in nome di un momento in più di visibilità. Signori e signore, la poesia è altro ed è soprattutto onestà e lealtà e non mi stancherò mai di dirlo.

§ Quando si scrivono poesie e si impagina un libro, cosa si consegna al lettore? Qualcosa da leggere in un’ora, un insieme di incipit non sviluppati, tre righi su una pagina per fare numero, una scrittura che ne imiti altre, un pensiero, una riflessione, un’emozione, un suono, un’assonanza, quel che l’altro si aspetta, un prodotto da mercato, un po’ di inchiostro, una ferita, un ricordo, assolutamente niente? Cosa scriviamo e poi chiamiamo “poesia”? Chi più ne ha, più ne metta, a seconda della propria scuola di pensiero e delle proprie frequentazioni, ma non inganniamo il lettore con il vuoto, con l’artificio, con gli effetti speciali, con le ridondanze da assenza di meta, con l’assenza di un punto preciso a cui tendere; non brancoliamo nel buio, arraffando mode e momenti, cari poeti e cari editori di questi poeti. Poesia è, se non altro, chiarezza con se stessi prima di tutto. [AnGre]

(foto: in apertura, “Sopravvivenza” di AnGre; in chiusura, “Red Door” di Steven Michael)

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