Ivan V. Lalić, tre poesie

Ivan V. Lalić (Belgrado 1931-1996), versi da “Poesie”

collana I Poeti a cura di Roberto Mussapi, Jaka Book, traduzione di Eros Sequi

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Bisanzio VII

Qualcuno, forse, nella sapiente compagnia delle anime nostre
passeggerà sopra il filo di queste mura dove abbiamo
guardato il sole pieno di rame chino sulla misura della notte;
secernerà il mare argento e ondate sulla ghiaia
abbracciata da futura tenerezza; l’aria sarà turchina
del fumo dei nostri nomi;
ma chi ci capirà?
perché sarà spostato il centro, le immagini diverse,
– unite forse con lo stelo: forse il fiore-
e le azioni d’amore unite nel discorso, nella lingua;
ma chi allora vorrà comporre il racconto
da queste sillabe sparse, dai gridi
ritratti a caso in un vetusto specchio,
nel muoversi dell’onda? E perché?
E c’è domani posto per questa rottura
nel tranquillo ricordo degli angeli, nel liscio
ricordo di acqua giovane? Nel ricordo dell’amante?
E ci vorranno forse i quadri traditi
del nostro amore, e guardie del deserto
con sabbia nei polmoni, questa lingua scarsa di sventura,
rapida pena alla maturità, sconfitta decretata?
O sarà senza noi più preciso l’equilibrio,
e più bella senza nostre voci la lingua degli amanti
miste con la morte come il vento con la fiamma,
come la sorgente con la foce?
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Commemorazione della madre
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Mentre invecchiavo, esercitando con ogni esperienza
L’arte di avvicinarmi a te del tutto,
Sotto il tiglio diramato ti facevi più e più giovane
Nel mio ricordo e nelle feste, sempre più rade,
Quando mi vieni in sogno. Ciò che ora ci divide
Non sono gli anni, ma l’amore inteso come spazio
D’irrealizzato. I tuoi nipoti han superato,
O quasi, la mia statura di quel tempo
In cui le parole potevano ancora tremolarci
Nella stessa aria, come foglie dello stesso albero;
Adesso io ho parole, tu fronde sopra il tuo tiglio,
E conversi forse con l’altro figlio tuo,
Quello non nato, in una lingua che non so,
E così nemmeno so di chi la fedeltà ti aiuti maggiormente
A sopportare la morte : la sua o quella mia.
Ciò che ora ci divide non sono gli anni, bensì
Questa impossibilità di raschiare oro
Dalla tua icona. E quando vengo a visitarti,
Egualmente sempre più di rado, e metto un po’ di fiamma
Sotto il tuo nome, e le cifre crudelmente senza senso
1912-1946, io so di cercare inutilmente
Magari il gesto del tuo mignolo, in versione
Di mosse di formiche tra le ombre delle croci,
Visibili e invisibili, in dipendenza dalla luce :
E di luce, in realtà, è questione tutto il tempo.
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Ciò che ogni albero sa
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Impara, cuore, ciò che ogni albero sa:
Disporre la radice, infliggerla con giusto orientamento
Nel buio sparso; non dentro il sasso, bensì
Attorno al sasso; non dentro l’argilla
Bensì verso l’acqua non lontana;
Non nella ripulsa, ma nell’amore pronto
A rendere alla pressione di radice angusta ascesa
Fu per l’asse anulare, dritto, fino alla forcella,
E oltre, per l’erta obliqua delle fronde ripetente
L’ordine della sete sottostante nella luce, nel vento,
In simmetria, nell’equilibrio che accoppia
Nadir e zenit; e infine sino al frutto
Che vorrebbe arrotondare col suo peso
Movimento in misura appassionata. Così non agendo
Vantaggio del suo danno, rachitica sarà la chioma
Gibboso lo sforzo di rizzarsi, brutta la corteccia,
Partito il frutto e rado. Ogni albero lo sa.
Non imparare, cuore, dal folle albero di olivo
Che ricorda gli dei ellenici, innamorato della pietra
E del serpe che custodisce alla radice.

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Ivan V. Lalić nato a Belgrado nel 1931 è uno dei massimi esponenti della grande fioritura della poesia serbo croata che si rivela tra il 1951 e 1955, con il risveglio della cultura iugoslava e in coincidenza della caduta, a livello di politica culturale, del dogmatismo stalinista e del realismo socialista. In questa antologia, (da cui sono tratte le poesie sopra presentate) suggerita dallo stesso autore, il lettore italiano può attraversare le tappe di un percorso poetico tra i più alti del nostro tempo: un lirismo epico potente e corale, il senso della memoria come patrimonio aureo dell’uomo, capace di resistere al divenire e alla morte, visioni di soldati in veglia nella notte, di alberi che custodiscono segreti, voci che irrompono all’improvviso dall’interno portando nel presente la continuità della specie: definita «protogiovane» questa poesia celebra l’eterna vitalità e la rivelazione antica dell’istante. (Roberto Mussapi, quarta di copertina)

 

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