Degli horti romani (poesie minori) di Natalia Stepanova letto da Angela Greco

Degli horti romani (poesie minori) di Natalia Stepanova letto da Angela Greco

Degli horti romani (poesie minori) – Ensemble, Roma, luglio 2019; prefazione di Giancarlo Pontiggia – è la nuova silloge di Natalia Stepanova; una raccolta, che giunge dopo cinque anni dalla pubblicazione precedente (“Il sentimento barbaro”, La Vita Felice, 2014 – qui) e che  sin dal titolo rende manifesta la “natura”, mi verrebbe da dire, di questo libro, collocandone la genesi nella campagna romana, dove l’autrice vive ormai da qualche anno, lontana dalla città e a stretto contatto con il verde, in un luogo di produzione, raccoglimento e riflessione.

Riflessione, anzi, riflessioni, confluite nelle poesie che oggi presenta ai lettori, in quello che, di fatto, è un giardino-orto dalle molte essenze, dai molti frutti e dai molti colori e profumi; pagine, che sembrano redatte nell’atto di compiere una passeggiata, pensando ad alta voce e riportandone i frammenti sulla carta. Francamente sfugge il senso del sottotitolo riportato in copertina, poesie minori, poiché non si trova esplicitato il termine di comparazione. Forse un rimando ad una certa tradizione, un atto di modestia, un auto-giudizio dell’autrice, chissà; ma lasciamo serenamente alla Poesia anche i suoi aspetti insoluti, com’è giusto che sia.

Il primissimo verso – No, non oggi, moriremo domani. – posto quasi come un esergo, istruisce subito il lettore sull’argomento principale, che si svilupperà nei vari testi, sottolineato ancora meglio dai primi tre versi della prima poesia, così come pure Pontiggia nella prefazione mette in evidenza: A dirotto, autunno, piove. / In mezzo agli uliveti stanno / Le anime dimentiche dei morti ovvero una riflessione sul rapporto tra il vivente (rappresentato dal poeta) e i defunti, evocati in varie scene, come entità sempre e comunque presenti anche nel quotidiano e legate alla vita. La chiave, invece, dell’intero scritto, si inizia a leggere tra questi versi: «Ecco, il cuore è – dicono – / Anche per i non più vivi. / Ah, il cuore! – sospirano – / È la più importante cosa, / È il primo nome», dai quali si evince che di poesia d’amore si tratta, questa di Natalia Stepanova; una poesia che sottolinea la vita (Prima del nero assenso, / Le amorose tessere / Della vita – compongo –), nelle ricorrenti rose che pure si incontravano nella pubblicazione precedente, parlando del suo opposto.

Ha l’andamento di un’indagine svolta dal poeta, che spesso nei versi è morto anche lui, questo libro: un domandare e domandarsi sul tema dell’oltre vita, quasi un tentativo di convivenza con l’inevitabile e una lunga riflessione, che a tratti incupisce, ma che risulta utile momento di sosta nella frenesia quotidiana e utile spunto di riflessione, come nei versi che seguono (pag.26 e pag.44):

Abbiamo attraversato
Cieli e mari di morte,
Approdando alla terra.
La morte da sempre
Vi abita, senza rispettare
I desideri dei vivi.
C’è forse un altro modo
Per non temerla?
Oh, fosse dolce e quieto
Il suo volto come
Una promessa che viene
Alla sera estiva
E placa la sete.
C’è forse un altro modo?
.
——
.
Il muschio e la pietra,
La ruggine e il corallo –
L’albero del melograno
Chiama l’edera. 
Le rose e i terremoti 
Sotto il segno di Mercurio, 
La voce del corvo risponde,
Nella terra del confine –
Sola – Io canto
.

Simboli, significati, evocazioni e rimandi in versi brevi, che man mano evidenziano la figura del poeta, come essere che abita e vive il mondo, ma che fondamentalmente è solo con il suo grande fardello, quello di vedere quel che altri non vedono, di cui rende noto attraverso i propri scritti; vi è un senso panico nei versi di Natalia Stepanova, un coinvolgimento di tutti gli elementi naturali e sovrannaturali, una religiosità non indifferente e una ricerca di comprensione degli accadimenti, appellandosi a quel che è di più dell’essere umano, come si legge, ad esempio, a pag.53:

Negli occhi dei poeti i mondi morti
Rimangono vivi in eterno.
Non giratevi mai a guardare
Le fiamme di Sodoma e Gomorra –
Potreste vedervi pietrificati.
Le lanterne rosse fanno strada
Nei vicoli maleodoranti:
Il buio dei secoli non è mai andato via
E il tempo non ha corso in macchina,
Inseguendo il sogno di essere dèi –
E nemmeno un dio è fuggito
Con le proprie gambe lì, dove noi
Abbiamo fotografato Marte
E bevuto l’acqua che non ha mai
Cambiato il corso dei suoi fiumi,
La luna è sempre stata sola 
In cima alla torre di Babele –
Crocifissa, si schiude l’ultima rosa, 
Tace il giardino, dormono i suoi fiori –
E sulle rose furono dette menzogne
E sull’amore scrivemmo cose non vere.
.

A pag.54 la domanda, dopo tanto aver detto, emerge sincera e chiarissima: Si è mai pronti a morire? […] / Parole antiche: / «Non temere, / Morire è solo andarsene, / Distante da questi luoghi / E da troppe parole / Che non serviranno». Ma morire è comunque continuare ad amare e ad essere amati, con sincerità e lontani da qui meccanismi che avvelenano la vita, che la complicano e la rendono triste, sembra voler sottolineare il poeta, che, di tanto affanno terreno, salva l’atto, il gesto, il ricordo d’amore purificato dalle negatività e ormai assunto come ponte tra due mondi, svelandolo nell’Amore per eccellenza, quello di Dio (pag.59):

Mio Dio, non mi abbandonare
Su questa terra di fatica e morte,
Signore mio Dio, non allontanarmi
Dal Tuo volto, dal Tuo verbo d’essere.
La morte terrena ci è dovuta
Ma tra i vivi il Tuo nome,
In ogni istante e in tutte le creature,
Appare consolatorio e placa la furia
Dei senz’anima e dei senza corpi.
Signore, io sono qui, nel giardino
Di alberi e di fiori che hai voluto per me –
Io non credo nella eterna morte,
E nella notte l’anima mia è con Te.
.

Degli horti romani è un compendio di terra e cielo, difficoltà umane e speranze divine, una corda tesa tra due realtà solo apparentemente antitetiche; un canzoniere in cui esseri umani, culture, fiori, elementi naturali e paesaggistici, quotidianità e entità sovrannaturali convivono senza scontrarsi, lievi e liberi di dire ognuno la sua, a maggior comprensione del mistero più grande, più fitto, di cui non siamo che un momento, magnificamente e lucidamente riassunto nei versi di pag.82:

Non essere triste –
È solo poesia,
E ogni cosa passa –
Non puoi fermare il dolore,
Non puoi fermare la gioia
E non a tutti è dato di amare –
Non essere triste,
È solo vita, è solo morte.  

[Angela Greco]

(immagine d’apertura: Villa di Livia, affreschi di giardino, parete corta meridionale – dal web)
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3 risposte a "Degli horti romani (poesie minori) di Natalia Stepanova letto da Angela Greco"

  1. Ciao Angela, grazie per la condivisione. È magia pura questo sito, con gli articoli che vi inserisci.
    Ti lascio un sorriso (e non una poesia, a meno che tu la richieda, che ironia la mia).
    A presto.
    I.

    1. Grazie, Irene! É la gentilezza di chi in questo luogo (e in me) ci crede, a farne la bellezza! In questo periodo la lettura diviene attività privilegiata e mi ritengo fortunata di poter leggere le opere inviatemi da Amici che stimo e che mi stimano.

      Puoi condividere tutto quello che vuoi; ho solo inconvenienti con i link…personali; avendoli sempre eliminati dai commenti, preferirei non creare precedenti (tanto cliccando sul tuo nome, il collegamento al blog é assicurato 😇 😘)

      1. Okay, non inserirò più link nei commenti. Ti copio una poesia, ma in commento al post su Ezra Pound, perché l’ho scritta pensando a lui, e ai pesci. Io ti stimo, e ti leggo ogni volta che posso. Un attimo…

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