Rileggendo il 2019: Rondò di Franco Pappalardo La Rosa – nota di Angela Greco

Uscito per i tipi Mimesis Edizioni nel 2012, collana narrativa / meledoro, Rondò di Franco Pappalardo La Rosa è una raccolta di tre racconti lunghi, frutto di una selezione di opere precedenti rivedute e riaffidate al pubblico dopo anni in cui si è resa difficoltosa o impossibile la reperibilità dei testi originari. Una scelta audace e “segno di un’incontentabilità onestà e dunque rara”, come scrive Giovanni Tesio nella nota di chiusura al testo, apprezzabilissima per quel ritorno sul proprio lavoro, capacità non comune in effetti, per meglio affinarlo e consegnarlo a nuovi lettori, come rappresentanza di un tempo passato da non abbandonare e, quindi, interpretando al meglio il concetto di ricordo quale testimonianza di un momento vissuto da tramandare.

I tre racconti, legati dal tema della musica caro all’autore, in sequenza percorrono un lasso di tempo di un paio di secoli; terminando un racconto e leggendo il successivo, la maestria dell’autore permette al lettore di non distaccarsi completamente, ma piuttosto di continuare, attraverso il tempo dettagliatamente partecipe con le sue vicende sociali e storiche, a vivere le vicende dei protagonisti, accomunati dal coinvolgimento con l’elemento fantastico costituito dall’introduzione di presenze irreali, che fungono da trait d’union tra i diversi piani temporali e sensoriali.

Nel primo racconto si incontra una persona reale con personaggi famosi (mai esplicitamente citati, ma captabili dai nomi e dalle opere musicali narrate nella narrazione) di altre epoche; nel secondo racconto, invece, l’adulto incontra il fanciullo che è stato – insieme con i compagni di giochi ormai lontani – per risolvere accadimenti portati addosso per una intera esistenza; accade, poi, nel terzo racconto, che si incontrino un uomo e una donna contemporanei e che solo allo svelamento dei sentimenti si rendano conto di non essere fatti della stessa “materia”…Personaggi reali e fittizi, o, meglio, uno reale sempre e gli altri anche non tali, che vivono accadimenti reali sorretti sempre da un piano onirico, una proiezione della mente, reso al lettore dalla disseminazione di dettagli finissimi, che a poco a poco conducono alla realtà dell’irrealtà narrativa, in un turbine di sorprese, che rimangono tali fino al periodo finale della stesura, senza deludere il lettore.

Franco Pappalardo La Rosa intesse precisi micro-universi in ognuno dei tre racconti, nei quali non lesina nulla dell’arte e della tecnica della prosa, elevando a giusto rango un genere letterario, quello del racconto, spesso sottovalutato e ritenuto “semplice” dai più, se confrontato con l’espressione per antonomasia della prosa, il romanzo, narrando senza orpelli la realtà storica e contemporanea attraverso l’uso sapiente dei dettagli ed una profonda conoscenza delle materie trattate, grazie alla quale persino il racconto ambientato alla fine dell’Ottocento sembra essere stato vissuto dall’autore, come quello ambientato negli Anni di Piombo.

Tutto il libro – raramente unitario, quando gli autori raccolgono più racconti per farne un’opera edita – è un solo unico palcoscenico dove far incontrare e incontrare personaggi e lettori, i quali, fin dalle prime pagine, sono la folla di avventori della locanda, il paese o la gente di strada dove accade il fatto di cronaca, partecipi delle vicende dei protagonisti, vivendo in prima persona la narrazione e, per questo, spiazzati a fine racconto esattamente come gli attori principali, facendo di Franco Pappalardo La Rosa un autore da tornare a leggere l’attimo stesso in cui si è chiusa l’ultima pagina del libro. Senza aspettare un momento di più. [Angela Greco AnGre]

*

da “Appuntamento d’estate”, estratto da Rondò. Tre racconti (Mimesis, 2012) di Franco Pappalardo La Rosa

Il dottor Macherione non aveva più alcun dubbio. Tuttavia, provava uno strano sentimento: un misto struggente-disperato di tenerezza e d’angoscia che gli stringeva il cuore.

“Che cosa vuoi da me? Perché m’hai chiamato?”, gli chiese a bruciapelo, la voce fievole, come parlasse a se stesso. Ma il ragazzo non aprì bocca: continuò a sbirciarlo fra le ciglia socchiuse. Però, tremava.

“E’ inutile che mi guardi così”, lo incalzò l’uomo. “Tanto lo sai che conosco tutti i tuoi pensieri. La notte avevi paura del vento: di là del cortile vedevi il mare. Un mare d’oro, dicevi. E la luna era un grande uccello biondo che in qualche angolo del boschetto doveva avere il nido. Si poteva essere più stupidi?”.

Il ragazzo tacque ancora. Anche se, a poco a poco, gli occhi gli si riempirono di lacrime.

“E smettila di piangere!”, lo rimproverò l’uomo con voce dura. Bastava un nonnulla e scoppiavi a piangere: frignavi ore intere…”.

Fece una pausa e lo guadò sopra i capelli arruffati, nerissimi. Gli venne voglia di carezzarglieli, quei capelli: di consolarlo, ma si trattenne. Disse, invece: “Vuoi capirlo che indietro non si torna? Se non ti avessi rivisto, per me saresti morto per sempre: non saresti neppure un’ombra della memoria”.

“Perché tu sei vivo?”, si decise finalmente il ragazzo con un filo di voce, sgranandogli gli occhi addosso.

Tirò su con il naso e si asciugò le guance col dorso d’una mano.

Il dottor Macherione si sentì perduto: era quello che temeva. Finse di non capire: “Che vuoi dire? Per favore, spiegati”, rise malamente.

“Lo sai già sei un medico, no?”

“Quando?”.

“Fra qualche minuto. Per questo t’ho chiamato”.

“E perché scappavi, allora?”.

“Cosa credi? Da quel momento non potrò più giocare…”.

“Non capisco”.

“Loro non mi vogliono, ma io avevo un destino”.

“Loro, chi?”.

“I compagni, Ora il capo è Gigi, il nipote del massaro di Pocamara. Te lo ricordi? E, ricordi quella volta dei cani? Non me l’hanno mai perdonata: dicono che sono un vigliacco”.

Ebbe un gemito doloroso. Le gote gli si gonfiarono e ricaddero, tre-quattro volte. Come se sbuffasse. O respirasse a fatica.

“No, non è vero! Ti avevano lasciato solo, c’era buio: avevi appena sette anni!… E poi è stato Mimmo a gridare, non tu. Fu lui a scappare per primo: ad arrampicarsi sul…”, ribatté prontamente il dottor Macherione.

“Sì, però Mimmo è venuto dopo nemmeno una settimana: nella Cava dell’Orbo l’ha schiacciato un lastrone di lava”.

“Nessuno di loro, dunque…?”.

“Nessuno. Gli altri — Nardo della Mariannina, Peppino Potiàro, Angelo Pelorosso, Saretto Malanòvo, Nuccio Miccitella, Tanino Zuccarello — sono venuti tutt’insieme sul finire della guerra. Giocavano a smontare una mina trovata nel prato della Zammara e “Bum!”. Solo tu mancavi. Tu te ne sei andato via. Per questo non mi vogliono. Lo capisci adesso?” […]

(pp.82-83)

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