una lettura d’acqua e d’erbe

La pervicacia della pervinca,
della vite avvinta alle ederose pietre,
l’improvviso profumo d’elicriso,
la fioritura della tradescanzia,
nel mio patio interiore,
un giardino selvatico e
una fresca fonte al centro,
tra jèrve du vjènte e azziccàt a mé,
vasapjéte, ardicule e
vuómmeke d’ škržón.(*)
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(*) tra paretaria e setaria,/ tribolo, ortiche e / bacche di gigaro.
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Per questa condivisione si ringrazia Angelo Bruno, autore della fotografia e dei versi.
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Una partecipata pluralità cattura subito il lettore, tra suoni e immagini brillanti, completata da una fotografia armonica nei volumi rappresentati, che al meglio mette in evidenzia quanto affermato nei versi, in un continuo rimbalzo tra le due rappresentazioni (scritta e fotografica). Le differenti essenze erbacee catturate in foto rimandano una visone d’acqua e luce, nella quale l’interazione di elementi differenti dà voce a quel patio interiore, cardine dell’intero componimento, in cui l’acqua-archetipo diviene elemento centrale che rafforza il concetto di non addomesticato (“selvatico”) e, quindi, istintivo. Come istintive e selvatiche sono pure le erbe riportate al lettore negli ultimi tre versi nella lingua madre, nelle dizioni tramandate dalla tradizione popolare di Massafra (e che in un certo senso protraggono il gioco linguistico realizzato nei primi tre versi), che vanno a creare, in tal modo, un legame unico con le origini, dove terra e acqua – che subito risaltano all’occhio nella fotografia, in un angolo retto che dà quasi la sensazione di una pietra angolare su cui successivamente costruire (e cosa, se non l’a venire?) – mirabilmente vengono associati in un unicum che dal bucolico passa all’introspettivo senza soluzione di continuità.

Il taglio trasversale che si impone all’occhio nella metà superiore della fotografia bene si accorda con i primi due versi, che richiedono una lettura trasversale, appunto, tra significati e assonanze, che avvolgono il lettore quasi in una danza surreale dalla quale si riemerge per quell’improvviso profumo, elemento che nel testo svolge al meglio la funzione di riapprodo alla realtà, da cui successivamente si svilupperà, con un tono realistico e chiaro, il resto del componimento.

La sonorità di quel ‘patio’ – posto come cerniera tra due simmetriche sequenze di pari peso nell’economia del testo – che all’orecchio attento suona anche come ‘patire’, ovvero quel sentire un disagio fisico e spirituale in accordo con quel che si ha intorno, decreta un sentimento panico della natura, rappresentato dalla specifica delle varie piante nel testo e dall’elemento fluviale naturale e dalla sua flora incontaminata in foto, che si fondono con l’elemento ‘umano’, ovvero non naturale, rappresentato dal tufo tagliato in blocco, nella fotografia, e dal sentimento tratteggiato nei versi, in una percezione molto profonda del mondo esterno di dannunziana memoria.

Un lavoro, questo, in cui in maniera armoniosa e proficua, fotografia e testo – singolarmente equilibrati nella loro elaborazione – si completano, amplificandosi a vicenda, per offrire al lettore un momento di stacco dalla quotidianità e di attenzione alle piccole cose; uno spunto di riflessione, in una riuscita rappresentazione a tratti finanche allegorica. [Angela Greco, febbraio 2020]

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