Nazario Pardini legge Arcani, poesie di Angela Greco

Già ho letto ed ho scritto sulla poesia di Angela Greco. E la sua inondazione emotiva, il suo afflato lirico, la sua ampia elasticità verbale non mi hanno lasciato indifferente, ma sempre mi hanno preso e accompagnato in un mondo di alte suggestioni ontologiche.

Questo scrive la poetessa nella sua postfazione a proposito di “Arcani”: “Gli Arcani fanno parte dei Tarocchi, carte, che rappresentano icone,  archetipi, che parlano la lingua dei simboli; distinti in  Maggiori e Minori, il temine “arcano” contiene in sé la parola “arca”, ossia il contenitore in cui si trova qualcosa riposta e nascosta – forse anche dimenticata – all’interno di uno scrigno sicuro…” e conclude: “L’opera, in estrema sintesi, è un’analisi temporale ancorata da un lato all’utopia della poesia come necessità di sopravvivenza e, dall’altro, al realismo della inevitabile “caduta” dell’Uomo ad opera della sua stessa natura.”. Indicazioni di grande impatto umano ed esistenziale che ci fanno da prodromico avvio, da antiporta ad una analisi partendo dal presupposto di una visione futile e provvisoria di una storia e, al contempo, di una poesia che non potrà mai assumere, realisticamente, il ruolo di salvavita.

Credo sia opportuno iniziare da un lacerto di un mio scritto per entrare nel mare magnum della sua poetica: “Un poemetto di ampia suggestione, anche se l’autrice si lascia andare ad uno stile di positura minimalista, con poca intrusione di personale apporto. Tutto scorre  libero e frammentato sotto gli sguardi occasionali; gli ammicchi a perone ed oggetti che sembra non siano legati da un filo conduttore. Cosa non vera, dacché la poetessa, anche se fuori scena, fa sentire le sue emozioni sulla vita e la sua inesorabile piega. La casa vuota, Mina, il fiore ostinato, il gatto, Ignacio, il toro, il Bolero di Ravel, Giovanna, il portafotografie, Antonio, santo di metà gennaio… tante  immagini che si alternano in una visione realistica tipo stesura Anceschiana, o correlativo di stampo eliotiano. Ma non si può sfuggire, camminando, alle nostre impronte; e sono esse che parlano e dicono  di tante figure nella morsa di un tempo che scorre fregandosene di tutto e di tutti. Una cosa è certa. Angela Greco è alla ricerca di indirizzi nuovi che si distacchino dalla solita poesia convenzionale, basata su sinestesie e strutture dalla classica positura; e si concede ad ampie misure che richiedono quasi di stesura narrativa per raccontare la vita, mirandola, a sprazzi, dalla sua postazione, in disparte, senza ficcare il naso nel suo inesorabile consumarsi…  Ed è essa, la vita stessa, che ci tiene  imbrigliati nella sua rete-tramaglio lasciandoci poco spazio  d’intervento durante il prosieguo della vicenda. Forse è proprio da questo porsi in alto, sopra i fatti, che l’autrice ricava il leitmotiv che dà compattezza alla trama….” (daTaurominomachia di Angela Greco).

Questo è il breve scritto che riporto per iniziare una esegesi su Angela, scrittrice versatile, eclettica, che non teme di affrontare vie nuove, di nuova e epigrammatica veemenza scritturale, un po’ fuori dai canoni tradizionali, dove fa legge la solita prosodia immersa in un romanticismo di fiorellini e prati verdi. Angela prende il toro per le corna e si lascia trasportare da una forza interiore  verso orizzonti di ampia levatura; azzarda spazi e  cime che richiedono scarponi chiodati per inerpicarsi. Non le è sufficiente lo spazio dei mortali, deve guardare in alto, deve estendere l’occhio oltre la siepe, dacché è la sua natura di poetessa di razza proiettarsi oltre. Anche se è di ogni mortale ambire a qualcosa che svincoli, sleghi, Ella lo fa affidandosi alla sua verbalità profonda e espansa, come dimostra questo bel libro che mi è giunto  stamani 28 febbraio per sua  bontà. Un testo ben fatto, alla vecchia maniera, quando pubblicare era un’arte; e qui c’è tutta l’arte di Achille e la Tartaruga, casa Editrice di grande spessore, che fa dei suoi interessi artistici prodotti  belli a vedersi e a sfogliarsi. Arcani, il titolo del nuovo libro. Come abbiamo detto pubblicato per i caratteri di questa interessante casa editrice. Forse la poetessa ci vuole mettere da subito di fronte al mistero della poesia. Al mistero di questa nobile arte che ci cerca e ci trova, dacché è essa che vuole insediarsi dentro noi, per farsi padrona della nostra vita, dei nostri sentimenti, dal momento che, una volta catturatici, non molla la preda e pretende di farci girare per mondi e piane in cerca di nature vive e  morte, che si traducano in linguaggio, in reificazione dei nostri intendimenti.

E qui il linguaggio si fa ampio, ipertrofico, voluminoso, dove le parole si uniscono in iuncturae di grande contaminazione emotiva. Ci sembra difficile a  volte differenziare la sua poesia dalla prosa, tanto è esteso il suo dire. Ma il tutto deriva dal fatto che la  Nostra è piena, mai sazia, di meditazioni e riflessioni sulla vita e il suo processo infaticabile: solitudine, ritorni, memorie, affetti, realismo lirico, lirismo smussato, e tanta epigrammatica intrusione affidata a pomeriggi-talismani, a cicatrici che tagliano in  due la città; ma Claire va impassibile, attraversa la città vecchia dove profumi di tortine alla ricotta gironzolano nell’aria: “S’aggira Claire tra le parole non dette, tetti di vecchie memorie silenziate per antica abitudine”. Il “ti amo” è un progetto per l’indomani: creatività, invenzione, voli en haut, falchi che sorvolano il luogo del prossimo nido incuranti della sera incipiente. E’ dalla natura che Angela prende la ire per fare i ritratti di un animo  inquieto, gironzolone; e non  è detto che in questi ritratti non ci si trovi con tutta la voglia di uscire dal cerchio ristretto della vita. Segue Claire. Nei posti più impensati, anche presso i ruderi  dove crescono  petali che vincono la pietra, mentre la ruggine si attorciglia a un’eco del balcone, dell’isolato da dove giunge profumo di pane. Questa è la storia di un messaggio antropomorfo, abituale, comune, ma che nelle mani di Angela si fa diverso, oggetto di vera e rara creatività, dacché tutto viene detto e descritto en passant, senza posare troppo lo sguardo sulle cose. Comunque è da esse che la poetessa parte, dalle cose comuni, di ogni giorno, da quelle che si possono incontrare per strada ad ogni nostra uscita, poi da quelle si distacca  verso pianeti di epifanica rinascita. Possiamo anche seguirla nell’alcova dei suoi riposi, ma ci sfugge, perché si rifugia nella poesia che vibra e palpita ormai posseduta dalla sua incursione. Le invenzioni verbali si fanno sempre più fitte, per cui l’attesa cade dai rami incontro ai tuoi piedi, o arriveremo a Capo Horn con le rondini in tasca, o la  notte  ricomincia con le dita sugli strumenti. Insomma è tutto un lievitare di immagini che aiutano la poetessa a volare oltre la parola, perché anche lì, nel verbo, si sente prigioniera e fa di tutto per non lasciarsi imbrigliare. Ma noi seguiamola fino in fondo, mai stanchi delle sue magiche creazioni. Fino a quando anche la poesia: “ha smesso di credere in questo genere che di umano ha ormai ben poco”

di Nazario Pardini, Alla volta di Leucade

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