Fabrizio Bregoli legge Arcani, poesie di Angela Greco

Fabrizio Bregoli legge Arcani

(ed.Achille e La Tartaruga, 2020, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa).

Leggendo la nuova raccolta di versi di Angela Greco, “Arcani”, si crederebbe, fermandosi all’evidenza del titolo, di trovarsi di fronte all’ennesima prova di poesia orfica che tanti epigoni incontra nella poesia contemporanea; pochi, in verità, con una personalità effettivamente incisiva e originale. In realtà, con piacevole sorpresa, quella che si incontra è invece una poesia-pensiero, di tipo esistenziale e, a tratti, argomentativa, che porta il lettore per mano in un mondo intricato di domande non risposte, dubbi irrisolti, indugi: l’esatto opposto di una poesia visionaria e dell’inconscio, allora, ma una poesia, come si diceva, della fattualità esistenziale, del dilemma fra vivere ed essere. Il tutto viene contestualizzato in un paesaggio che, con dovizia di dettagli descrittivi che però non cadono mai nel bozzetto di maniera, è quello della sua terra – le Murge -, con i suoi olivi e i suoi borghi antichi, un paesaggio che si offre come traslato di un’inquietudine di fondo sottesa lungo tutto il percorso del libro, che si fonda sulla constatazione della “caduta” (si veda la sezione “Falling”).

Di “ac-cadere” si parla più volte nel libro, come nell’ultima sezione dove viene declinato in accordo alle tre sequenze temporali di passato, presente e futuro (ac-caduto, ac-cade, ac-cadrà), secondo l’andamento tripartito di cui l’autrice parla nella nota finale in cui si spiega che il titolo è appunto da riferirsi alla tecnica di lettura delle tre carte, che viene effettuata ricorrendo agli arcani maggiori dei tarocchi: la variante proposta nel libro è quella però delle carte nella loro posizione corretta, e mai rovesciata (il che comporterebbe il capovolgimento del loro significato), perché la logica che permea questi versi è quella di un’indagine costruttiva, volta alla identificazione di senso, anche se mai consolatoria nell’accezione scontata del termine. L’idea di fondo, certamente condivisibile, è fondativa di una poesia come domanda aperta, alla ricerca di “un plurale / dal conto perso”, ossia un confronto serrato con il mondo, rifuggendo dal solipsismo ma nel bisogno di un rispecchiamento nell’altro (“Quante persone raccogli nel tuo volto?” e, ancora, “Torneremo ancora plurali”). Domina tutta l’opera, quindi, questo senso di caduta a cui rimediare, per riavvicinare la distanza fra cielo delle possibilità e terra in cui trova spazio la realtà dei luoghi e dei fatti, degli individui sempre più barricati nella propria straniante solitudine, ma sempre con l’orizzonte che prescrive di essere “alle soglie di un’umanità da riscrivere” perché, parafrasando l’autrice, si abitano assenze: ciascuno di noi ha la responsabilità morale, prima ancora il destino (e il riferimento a Rilke non è in questa ottica casuale) di prendersene carico pur consapevole di essere, come avviene per il ricordo che non può alterare il fatto, “maestro di imperfezione”. Nessuna consolazione, dicevamo, solo consapevolezza: “E siamo soli, / nella sera falsamente illuminata, carta pesta colorata e ferri / ad arrugginire sotto quel che tutti vedono”, o, ancora, “Miete vittime la mattina di festa e forse tornerà il freddo. / Siamo canti alternati a idi di marzo. Buongiorno.” (con una chiusa allusivamente spietata, nella sua ironia composta, misurata).

Le ultime due citazioni, in particolare, sono tratte dalla prima sezione della raccolta, giustamente segnalata, ancora inedita, al Premio Lorenzo Montano, forse la parte più interessante del lavoro: qui l’autrice cerca la strada di una versificazione più ampia, dall’impronta narrativa con inserti gnomici e sapienziali, in una forma stilistica più asciutta rispetto alle altre sezioni, in cui invece è più marcata l’impronta lirica. Questa sezione che porta il titolo della sua protagonista, “Claire”, è una sorta di romanzo di formazione non scritto, senza accadimenti circostanziati, sospeso fra desiderio e volontà, nel dubbio che si “insinua che forse non siamo mai stati” e che “sopravviviamo negli occhi / e dentro cumuli: di libri o di terra non fa differenza” (splendido undestatement che definisce con evidenza il linguaggio adottato dall’autrice). Si ha la sensazione di un destino che cerca di compiersi, senza però che riesca a prendere una forma consapevole e decifrabile, uno stato di perenne attesa, un accadere che sfiora e non delimita, che va trattenuto (e forse la poesia è una delle strade possibili): “Claire ripensa / alla giustizia della neve appena trascorsa, la stessa intenzione / a coprire tutto, alla generosità del silenzio” […]. Altrove si afferma anche, a evidente conferma, che ci si ritrova “frammenti del discorso / in codici ad intermittenza”; la nominazione delle cose e del mondo è sempre imperfetta, le parole sfuggono e confondono, occorre ricondurle alla misura dell’essenziale, fino alla scabrosità sul precipizio dell’afasia: “Anche la pietra ha una sua fertilità”.

La poesia, allora, diventa una difesa strenua, il non volersi arrendere al dato di fatto, alla circostanza contingente dell’ac-cadere: “la mano tenta inchiostro per non dubitare / della realtà”, quella realtà che attraversata con la circospezione debita “vorrebbe esserti foglio bianco a cui affidare le ombre, / inchiostro che inciti i cavalli di fuoco, perché sia sole, / anche tra le tue nuvole”. Il percorso non può avvenire se non spezzando questo cerchio di solitudine; ogni scrittura, per essere tale, pretende un’interlocuzione, la légge del confronto: “quando dici che devo scrivere senza farti leggere nulla, quasi fosse mai possibile togliere alla corolla il centro e il nettare per l’incauto impollinatore”. Solo in questo interscambio, che è osmosi fra parola e mondo, si può colmare la distanza della divisione, denudando, impudicamente se serve, “il vetro che urge nel petto” come strumento perché “l’ombra permett[a] di vedere quel che la luce non mostrava”.

E Angela Greco procede con sicurezza nella sua scrittura, con un linguaggio sobrio ma non scontato, con la lucidità dell’argomentazione, ma sempre strettamente intrecciata alla sua declinazione nella sfera emotiva (di frequente, dicevamo, mediante il rispecchiamento o il trasfert del paesaggio e della natura). Se si può credere ancora nell’utopia, come l’autrice ci avvisa nella sua nota, può avvenire solo a patto di non cedere alla letterarietà, partendo dal vissuto ma senza tentazioni di un facile autobiografismo; la strada dell’interiorità non è mai la retta che congiunge due punti con il percorso più breve, spesso è un movimento complesso di omotetie e convoluzioni, come appunto avviene per questi versi, all’apparenza diretti e di per sé evidenti, ma in realtà proiettati in uno spazio molto più ampio, che si offre a successivi e progressivi scandagli e interpretazioni. [Fabrizio Bregoli]

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Angela Greco (AnGre) — Arcani

12 pensieri su “Fabrizio Bregoli legge Arcani, poesie di Angela Greco

  1. Ho letto e riletto la nota-dono che Fabrizio ha voluto condividere qui sul Sasso, meravigliandomi felicemente per la luce che aggiunge alla mia poesia. Destano l’attenzione la professionalità, la conoscenza della materia e la cura che Fabrizio Bregoli dedica ai libri che legge; rarità, che ormai scarseggiano, di cui sono molto riconoscente all’autore di questa recensione.

    In un virtuale abbraccio, rinnovo a Fabrizio la mia stima, con l’amicizia che la Poesia stessa ha tessuto in questi mesi di felice conoscenza letteraria, ringraziando, con tutto il cuore, per le parole e il tempo spesi per me, per il potente raggio di sole della sua scrittura giunto a fare strada tra le nuvole di questo nostro periodo non proprio sereno. Grazie 🧡

    1. Molto altro si sarebbe potuto scrivere; ogni nota di lettura è inevitabilmente incompleta non potendosi fare analisi strutturata di ogni singolo testo. Spero comunque che le molte mancanze e le imperfezioni siano compensate dall’impegno e dalla cura dedicate.

  2. Condivido in pieno la splendida lettura di Fabrizio punto per punto, è un libro solido, robusto nella propria capacità di mettersi e mettere in dubbio molte acquisizioni, di scandagliare crisi e gioie nelle loro sfaccettature individuali e collettive, ancorandosi saldamente alla realtà, o meglio alle realtà.

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