Rossella Cerniglia legge Arcani di Angela Greco

ARCANI ,  di Angela Greco 

Ed. Achille e la Tartaruga (2020)

L’ultima raccolta di versi di Angela Greco, dal titolo Arcani, ha una struttura poematica articolata e complessa: una sapiente minuziosa costruzione che riceve un input creativo dalla magia di queste misteriose figurazioni, presenti nei Tarocchi, il cui significato allusivo, simbolico ed archetipico, è ben illustrato dalla stessa autrice in una nota al margine dell’intero libro. Nell’ambito complessivo dell’opera, questo legame sembra aver rivestito grande importanza nel costituirsi dell’architettura della stessa. Perché la suggestione di questo implicito riferimento, agisce, come dicevo, da input creativo, aggiungendo ulteriore fascino e nuovo significato all’intera creazione, proprio come avviene nella lettura dei Tarocchi secondo il “metodo delle tre carte”, per il quale, vicendevolmente, esse si influenzano nel definire il significato complessivo, che dà risposta ad una specifica domanda.

La sua articolata struttura, piena di rimandi e collegamenti che si interfacciano tra loro, ci dice, di per se stessa, della presenza di un pensiero di robusta sintesi che è nel suo fondamento, e che energicamente la sostiene. L’impianto appare subito straordinariamente ricco di spunti, di variabili e rimandi in cui ogni cosa che, a prima vista, poteva apparire elemento disparato, si lega poi, mirabilmente in visione organica di fruibile bellezza.

La dimensione temporale costituisce l’amalgama che tiene insieme le varie sezioni del libro: le prime tre, intitolate Claire – della solitudine e altri ritorni; I giardini del mago – del tempo e altri percorsi; ed Ein jeder engel ist schrecklich – dell’incerto e altri dettagli, si snodano secondo un concetto di tempo che è Temporalità, nel senso heideggeriano, la quale tiene in compresenza  le tre dimensioni di passato, presente e futuro che convivono, in un fitto rimando di interrelazioni, nella presenzialità dell’accadere.

Perciò, se nella prima sezione del testo, il personaggio di Claire può ricondurci ad un’idea di giovinezza e al presupposto di un albore della vita nella sua spontaneità e purezza, è da tener presente che la sua icona – che racchiude nella multiformità di aspetti, la singolarità del suo essere – permane sempre viva e presente, con l’andare di questo viaggio temporale e verticale che l’autrice compie nella propria interiorità e individualità.

A lei, infatti, come in un intimo colloquio, l’autrice si rivolge in questa prima sezione del libro. E questa rivisitata età, che vorrebbe forse essere l’anticipazione di quello che l’autrice sarà – è, in realtà, ciò che essa è nell’attualità. E la Claire, di cui si parla nel libro, è colei che vive nella dimensione del presente dell’autrice. Ci basta soffermarci su alcuni versi della p. 17 per avere riscontro di alcune delle cose dette e di altre ancora da dire: “ S’aggira Claire tra le parole non dette, tetti di vecchie/ memorie silenziate per antica abitudine; stringono,/ i vicoli del quotidiano incedere, gli occhi che anelano/ all’azzurro di quando si era fili tra i fili d’erba…” e più avanti “…Vorrebbe esserti foglio bianco a cui affidare le ombre,/ inchiostro che inciti i cavalli di fuoco, perché sia sole,/ anche tra le tue nuvole.(…) Nel pacco regalo, una clessidra/ dice che si può capovolgere questo momento.// Due rette parallele s’incontrano e s’intersecano/ in un territorio di confine, oltrepassando il noto fin qui.”

E questa dimensione interiore, che ha i tratti del personaggio Claire, è in larga misura attraversata da un’Attesa – da sempre propria della giovinezza – che ha contribuito a forgiare, con i suoi peculiari accenti, il presente e il futuro di Angela, l’autrice del libro. Sembra di indovinare in Claire, soprattutto, il viversi di questo senso dell’attesa: di essere quello che è, o meglio, quello che sente di essere nell’interiore percezione del sé: la sua vera essenza.

Claire è forse una primavera che ha espresso il suo frutto in potenza, in ciò che è ancora da venire, in un germoglio, in una promessa di vita.  Più avanti nel testo, lo stesso desiderio, più chiaramente si esprimerà in tensione di riconquista della pienezza e totalità della sua anima, e al contempo, come desiderio di essere dagli altri riconosciuta nel suo più intimo ed alto valore.

La visione di questo personaggio, alter ego primigenio della futura Angela, è perciò quella della stessa Angela del presente che vive il connubio fecondo col suo passato, che vive, e riplasma, quel che dal passato le giunge, una se stessa vicina e lontana cui rivolgersi in un colloquio intimo e pieno di abbandoni e mutevoli sentimenti ed umori.

Ma la visione presente in questa parte di testo, non rappresenta una peculiarità assoluta, – tranne forse che per un più insistito sguardo retrospettivo – né sostanzialmente si distacca da quella presente nelle altre parti del libro. Poiché la radice è sempre nel presente dell’autrice, nel presente del farsi di questa visione che riassume tutta se stessa nelle tre compresenti dimensioni temporali.

In tutto il libro ci troviamo di fronte una realtà contraddittoria e frantumata, a volte improbabile, mista di sogno e realtà insieme, di impervi voli e improvvise cadute, surrealtà che vive dentro di noi in mondi allucinati. Una visione caotica e inquieta, insoddisfatta come è l’anima che ce la mostra, poiché su tutto aleggia il sentimento di una Mancanza: di un’assenza radicale e difficilmente colmabile che sembra toglierci il respiro. E il senso della frammentazione di tale realtà non può che arrivarci per frammenti di immagini e pensieri, attraverso dirupi e scoscendimenti dell’anima, attraverso impervie atmosfere, tra ferite che stanno tra carne e spirito e nella materialità della terra. Un attraversamento, che ha, talvolta, i tratti visionari e drammatici del dantesco viaggio negli inferi.

Tuttavia, pur in seno a queste atmosfere, alcuni frammenti riescono talora a penetrare in nudi spiragli di bellezza e solarità e purezza immacolata, riferiti a una sorta di primigenia inviolabilità e sacralità, che idealmente afferisce alla giovane stagione della vita umana: “…Claire vede il verde/ di occhi echeggiare alla parete carsica;/ meraviglie nascoste dietro fessure di silenzi…” (p. 19)

“Nel percorso di strade e radici comuni Claire narra/ dei fiori rosa che s’impossessano dei ruderi, / del petalo che vince la pietra nella meraviglia/ persino del verde e della tua presenza,…” (p. 23)

Tuttavia, in questo movimentato quadro, la realtà ci appare, in genere, come un rompicapo convulso, aleatorio, i cui pezzi sembrano tornare a scomporsi e a ringarbugliarsi, componendo infinite variazioni sul tema. Un rincorrersi di scorci e visioni di sfuggita che si incuneano in altre immagini, alludono al mistero nascosto nell’essere che si cela in armonie dissonanti, in pensieri e percezioni e sensazioni che si insinuano, come fossero anch’essi cose, in quella che, nel suo primo apparire, si mostra appunto come una scombinata caotica visione.

Anche nella seconda e nella terza sezione del libro ci troviamo di fronte ad un’eguale percezione della realtà interiore e mondana, intramata ancora di disgregazione e inutilità, di mancanza di senso, e di buio: “…Il cielo ha una distanza incalcolabile. / Si consuma fiato per ciò che passa. // Nello spazio breve d’una permanenza/ si perde la cognizione del viversi …” (p. 30)

Anche in queste sezioni, ci si rivolge ad un Tu, complementare e imprecisato, che orienta il desiderio dell’autrice in questo parlare da sé a sé. Citiamo qualche verso che possa, in qualche modo, lasciarci intravedere questa lacerazione e provvisorietà del vissuto, approssimandoci all’idea della doppiezza e disgregazione, del sé e del tutto, in noi: “Da dove inizia il giorno? Dalle mie nuvole/ o dal tuo arcobaleno? Dal tuo silenzio/ o dal mio desiderio di cielo? / Dalla sera precedente, dalla tua voce/ inizia il giorno…” (p. 45).

Altri versi ci lasciano intuire l’idea della quotidiana ricerca di un  approdo comune,  su cui si tenta di radicare un senso: ” infiniti ostacoli infiniti/ (…) reiterazioni di affanni,/ trottole senza dimora;/ eppure dove non ti aspetti,/ (…) nuovi orizzonti radicano. // Non  è  un caso / la parola che  ci accomuna, / il silenzio che  avvicina…” (p. 50)

Ma, in effetti, una logica ferrea è sottesa all’insieme, e una ben orchestrata visione sorregge il tutto, pur nell’elemento di discontinuità, di costante antitesi e cozzo di visioni e sentimenti e passioni. Basta riflettere sull’alternanza di stati d’animo che si associano o si combinano agli elementi di quella che chiamiamo “la realtà concreta”, l’andare ad ogni passo incespicando in noi stessi e nelle cose che sembrano fronteggiarci, il doloroso scontro tra desiderio e realtà, la mancanza di linearità, di limpidezza e di senso che proiettiamo sulle cose, tutto ciò che non si attaglia al nostro sentire e ci rende mortalmente inquieti ed angosciati…Basta questa sintomatica nauseante percezione per darci l’idea chiara della nostra Caduta.

Su questo concetto – concetto biblico per eccellenza – è costruita la quarta sezione del libro intitolata Falling, a sua volta divisa in tre sottosezioni, intitolate Ac-caduto, Ac-cade e Ac-cadrà.

Falling, cioè Caduta, mantiene saldi legami con l’intero testo, ne costituisce anzi il nucleo radicale, e direi normativo, nella logica e nell’economia di tutta l’opera. È introdotto da un Prologo e concluso da un Epilogo, e l’ultima parte di esso – la sottosezione Ac-cadrà – è costituita da sei brevi prose poetiche, per cui, l’intero testo, nel suo insieme, potrebbe definirsi un prosimetro. Anche qui viene a riproporsi il senso della temporalità di questo accadere, rienucleando la condizione di quel che siamo oggi – del mondo dentro e fuori di noi – alla luce di questo fondamentale assunto che è la Caduta, simbolo della nostra terrestrità e imperfezione, simbolo dell’Ombra che ci abita, e che con noi abita il mondo.

La Caduta che si colloca in un ancestrale tempo della memoria, in un remotissimo passato che è radice della condizione attuale, è un continuum esistenziale simile alla condizione della nostra infanzia e giovinezza, che portiamo sempre con noi anche nell’età adulta, vale a dire per la durata dell’intera vita. È la radice di quel che oggi siamo – del nostro male tuttavia confinante col bene – poiché anche di bene si compone, in potenza, la nostra anima che, pur nella caduta, ha conservato la fiammella sopita del divino.

Oltre che da un solido impianto strutturale, la preziosità del testo è dovuta alla sua originale tramatura di immagini e di sensi; ad una verbalità misurata, calibrata su parole che hanno carattere radicale, fondativo, apodittico, talvolta epigrammatico, che è parte dell’impianto e dell’intera visione. L’ambiguità e il senso del mistero pervadono ampiamente il testo e costituiscono la matrice più vitale e profonda della poesia, e la sua più autentica fascinazione.

Rossella Cerniglia

*

Per altri approfondimenti sul libro e per leggere altri versi,  clicca QUI

Angela Greco (AnGre) — Arcani

2 pensieri su “Rossella Cerniglia legge Arcani di Angela Greco

  1. Ringrazio di cuore Rossella Cerniglia, filosofa e poetessa, per questa lettura partecipata e approfondita, per la gentilezza che mai manca e per la sua cortese amicizia. Un affettuoso saluto 🌹

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