Paolo Caliari detto il Veronese, un affresco di Villa Barbaro

Paolo Veronese (Verona 1528 – Venezia 1588), parete della stanza del cane di Villa Barbaro — Maser (Treviso), 1561-1562 c.a. 

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La decorazione pittorica di Veronese riguarda il corpo centrale della villa palladiana ed è incentrata su una tematica allegorico-mitologica forse concepita da Daniele Barbaro, il committente dell’opera insieme al fratello Marcantonio, erudito umanista e studioso di architettura (tradusse e commentò il De Architectura di Vitruvio che pubblicò nel 1556 con le illustrazioni realizzate da Palladio). In questi ambienti Veronese dialoga con l’architettura di Palladio attraverso una ricca raffigurazione di elementi architettonici resi a trompe l’oeil, che paiono amplificare in chiave colta ed eclettica il classicismo architettonico di Palladio. (dal sito venetocultura.org)

Veronese, che con Tiziano e Tintoretto costituiva la punta di diamante della pittura veneziana del tardo Cinquecento, decorò – con l’ausilio del suo atelier – gli interni della villa della cittadina trevigiana, dove, al di sotto della tematica religiosa del matrimonio mistico di santa Caterina, sulla parete difronte alle finestre, realizzò una veduta sullo spazio illusorio di un paesaggio; gli elementi architettonici di sostegno, anch’essi realizzati con la tecnica del trompe-l’oleil, comprendono due statue allegoriche di finto marmo, mentre al di sotto della “finestra” aperta sul paesaggio siede un cagnolino, che sembra in carne e ossa, ma in realtà è dipinto.

I giardini da sogno esistono da sempre, non soltanto al di fuori degli edifici, ma anche al loro interno, sulle pareti. Plinio il Vecchio menziona, nella sua monumentale opera conclusa nel 77 d.C., Naturalis Historia, il pittore Spurius Tadius attivo all’epoca di Augusto, “che per primo eseguì graziosissime pitture murarie: case di campagna e porticati e giardini, boschetti, colline, laghetti pieni di pesci, canali, fiumi, spiagge, e tutto ciò che si desiderava;  e ogni sorta di figura umana: persone che passeggiano, che vanno in barca, che si recano alle residenze estive in groppa a un asino o su un carro; e poi ancora pescatori, uccellatori, cacciatori, o anche viticoltori”. L’architetto e trattatista romano Vitruvio parla, nel VII Libro del suo De Architecttura libri decem, del 25 a.C. circa, della pittura realistica e di come gli artisti avessero preso a ornare le pareti dei lunghi deambulatori “di vari paesini, copiati da certe da naturali situazioni di luoghi: e di vero vi si dipingono orti, promontori, lidi, fiumi, fonti, fari, templi, boschi, monti, bestiame, pastori…o altre cose simili a queste”. Nel XV secolo, Leon Battista Alberti e successivi artisti e teorici del Rinascimento trassero ispirazioni da queste parole. Nel XVI secolo, poi, Paolo Veronese avrebbe tradotto in realtà le idee dell’Alberti riguardo la pittura di paesaggio, realizzando quei soggetti non sulle pareti dei portici, bensì su quelle delle ville palladiane.

La pace augustea descritta da Virgilio costituiva di certo il principale punto di riferimento intellettuale per gli affreschi raffiguranti giardini e paesaggi negli interni degli antichi edifici romani e analoghi sistemi di pensiero si possono ricondurre alle opere del Trecento (oggi perdute), che sorsero nella cerchia di Francesco Petrarca e del neoplatonismo italiano. Il XVI secolo coltivò con entusiasmo questa possibilità espressiva nella decorazione di interni. Nel frattempo, con la crescente “estraniazione” dalla natura, il sogno della campagna andava contrapponendosi alla vita cittadina. E, quando sulla Terra Ferma veneziana, questo sogno arcadico cominciò a cozzare contro la pratica concreta dell’agricoltura, il tanto agognato paesaggio paradisiaco si trasformò nella veduta da una finestra dipinta su una parete.

Gli affreschi realizzati dal Veronese per Daniele Barbaro rappresentano uno dei più riusciti adattamenti del paesaggio ideale arcadico. Con queste opere assistiamo alla nascita di una tradizione, che si sarebbe continuata fino agli idilli pastorali del Settecento messi in scena da Maria Antonietta nel parco di Versailles. L’incontaminato mondo del paesaggio divenne il simbolo di una vita agreste, il cui ordine apparentemente costituito da Dio, aspirava a resistere a qualunque tentativo di sovvertimento sociale. (tratto e adattato da Norbert Wolf, “Paesaggi”, Taschen.)

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