Czesław Miłosz,Trattato poetico (tavola rotonda sull’opera) – II parte

Czesław Miłosz,Trattato poetico 

Tavola rotonda: Alfonso Berardinelli, Valeria Rossella, Giovanna Tomassucci, 21 novembre 2012 – Vengono pubblicati – qui, su Il sasso nello stagno, divisi in tre parti – gli interventi di Alfonso Berardinelli, Valeria Rossella (poetessa e traduttrice del libro), Giovanna Tomassucci (docente di Letteratura Polacca, Università di Pisa) in occasione della presentazione del Trattato poetico di Czesław Miłosz (Milano, Adelphi, 2012), tenutasi presso la “Fondazione del Fiore” di Firenze il 16 ottobre 2012, con il coordinamento di Maria Giuseppina Caramella. [per questo articolo si ringrazia di cuore la rivista “L’ospite ingrato”]

*

Giovanna Tomassucci: Czesław Miłosz ha scritto il suo Trattato poetico dall’esilio, tra il dicembre ’55 e la primavera ’56. Nella difficile condizione di poeta senza pubblico, transfuga in una Francia ostile, negli anni precedenti si era soprattutto dedicato alla prosa con il saggio La mente prigioniera (1953), ritratto di vecchi amici convertiti allo Stalinismo, e il romanzo autobiografico La valle dell’Issa (1955). In quello stesso periodo si accingeva a scrivere uno dei suoi più bei libri, Europa familiare (1959, tradotto in italiano da Adelphi con il titolo La mia Europa), atto di amore verso la sua terra natale, la Lituania, crogiuolo di lingue e culture, che per l’Occidente continuava (ma oggi è forse diverso?) a essere una «regione nebulosa» su cui si «danno poche notizie e se mai errate».

Dopo la sua richiesta di asilo politico del 1951, molti compagni di un tempo lo avevano duramente bollato di tradimento. In patria il suo nome sarebbe rimasto all’indice quasi fino al conferimento del Nobel (1980). Per raggiungere i propri connazionali, a parte certe equilibristiche apparizioni (La valle dell’Issa verrà immediatamente confiscata dalle autorità ancor prima di uscire in libreria), potrà solo contare sulle edizioni dell’emigrazione di Parigi e Londra e più tardi sulle quelle samizdat’.

Ben diversa era stata la diffusione prima dell’esilio di un altro suo trattato in versi, il politico Trattato morale (1947, nel 2002 ne scriverà un terzo, il Trattato teologico) che aveva avuto grande eco tra migliaia di lettori che se lo erano trascritto a macchina dalla rivista «Twórczość» e passato di mano in mano.

Nel 1955 la Polonia si trovava in un momento di transizione cruciale: con la destalinizzazione e il tramonto definitivo del Realismo Socialista si era aperta la nuova, breve stagione del Disgelo. In agosto la rivista varsaviana «Nowa Kultura» aveva coraggiosamente stampato il manifesto antistalinista di Adam Ważyk, Poema per adulti, andato subito a ruba e presto tradotto in Occidente (in Italia da Franco Fortini su «Ragionamenti» [Dicembre 1956-Gennaio 1957], in Francia dal sartriano «Les Temps Modernes» [Février-Mars 1957]).

Nel Trattato poetico Miłosz continua a fare i conti con la conversione allo stalinismo degli intellettuali polacchi: alcuni di loro (come il poeta Gałczyński, il Delta della Mente prigioniera, che lo aveva ferocemente attaccato per la sua richiesta di asilo politico) verranno effigiati nella II parte, La capitale. Per individuare le radici della fascinazione del comunismo arretra nel tempo, indagando il mito del Progresso, tanto diffuso non solo durante la Belle Époque e gli anni Venti, ma anche tra le generazioni che attraverso varie e opposte ideologie hanno creduto nel senso e nell’opera di riscatto della Storia. Così facendo il poeta (che in seguito diverrà professore di Letterature slave a Berkeley e pubblicherà una Storia della letteratura polacca) scopre una linea che accomuna i più diversi movimenti poetici: il Simbolismo, le avanguardie e i giovani poeti martiri della Resistenza.

Il poema è infatti anche un repertorio critico della poesia polacca della prima metà del Novecento e insieme un ambizioso progetto di rivisitazione dei generi della poesia per renderne elastici i confini. Per un poeta polacco un’operazione simile è in qualche modo più naturale, perché può fare riferimento a una ricca tradizione otto-novecentesca di drammi in versi e poemi dal carattere filosofico o narrativo.

Ma Miłosz è anche un grande estimatore della poesia anglosassone. Nell’abisso della Polonia occupata da nazisti e sovietici era stato il primo a tradurre la Waste Land, e proprio Eliot aveva costituito per lui una sorta antidoto alla retorica patriottica dei giovani poeti della Resistenza. Se il Trattato si ispira alla tradizione dei Didactic poems e in particolare all’Essay on rime di Karl Shapiro (che Miłosz aveva invano cercato di pubblicare in patria), vi si potrebbe anche cogliere un’impronta eliotiana: costituisce infatti un materiale composito, frammentario, ma intellettualmente compatto, dalle molteplici voci e dalla spiccata vena satirica. I suoi ritratti dei poeti polacchi del Novecento sono fulminanti, spesso crudeli, con il retrogusto dell’aforisma. L’Ars poetica si veste qui da pastiche, alterna leggende, fiabe e aneddoti, micronarrazioni, particolari autobiografici (la guerra, l’incontro con la natura selvaggia dell’America), digressioni filosofiche e poetiche, canzoni e citazioni poetiche. La registrazione degli anni ’70 che ascolteremo fra poco, in cui lo stesso Miłosz legge un frammento della III parte del Trattato, ce lo farà parzialmente intuire. Vi si avvicendano due motivi musicali, l’uno legato alla Shoah (il canto di un gruppo di ragazze ebree condotte sul luogo di esecuzione), l’altro al folklorismo di certa poesia polacca degli anni Venti (le scoppiettanti onomatopee di un’orchestrina ambulante della poesia di Tytus Czyżewski Canto di Natale, rivisitate da Miłosz in maniera bonariamente satirica). A essi si aggiungono le citazioni di versi del romantico Adam Mickiewicz.

In questa personale galleria omissioni e silenzi non sono meno importanti dei richiami. Lo stesso Miłosz – la cui opera aveva pur costituito una svolta importante fin dai primi anni Trenta – è qui presente non come poeta, ma come “sentinella” (II parte), testimone o anonimo osservatore della Storia (III parte, Lo spirito della Storia) e della Natura (IV parte, La natura). Nel Trattato è assente anche la poesia del secondo dopoguerra, quasi che l’avvento dello Stalinismo e del Realismo socialista, movimento antipoetico per eccellenza, abbia costituito un’insormontabile cesura. Manca lo stesso recentissimo Poema per adulti di A. Ważyk, che pur allora andava destando scalpore in Polonia e in Europa. Miłosz manifesta così il suo scetticismo nei confronti del Disgelo (Ważyk stesso era stato fino a poco prima uno dei più accaniti sostenitori dello stalinismo in Polonia) e dichiara necessaria una profonda riflessione critica.

Lo scopo del Trattato è infatti la ricerca di una nuova collocazione identitaria della poesia, non solo di quella polacca… E anche quella, più ardita, di nuove forme e generi poetici, che non siano «né troppo poesia né troppo prosa» – come scriverà anni dopo nella sua splendida poesia Ars poetica?

Con la fine dello stalinismo, dopo compromissioni ed evasioni – si chiede – la poesia può forse rivendicare un ruolo etico? Denunciare (o addirittura contrastare) i demoni della Storia?

La risposta non può che essere affermativa. Figlio di una cultura che da tempo aveva riservato ai poeti la guida spirituale della nazione, Miłosz delega la poesia a intrattenere un legame profondo (e ambivalente) con Storia e Natura, rappresentate nel Trattato come figure demoniache. Lo Spirito della Storia, che affascinerà Brodskij, viene qui raffigurato in maniera surrealisticamente orrifica: in frac, simbolo della sua appartenenza alla civiltà, ma con al collo una collana di teste rinsecchite, da idolo primitivo.

Legata strettamente ai demoni della Storia, la poesia si rivela così prossima allo spiritismo, all’esorcismo e alla magia, come verrà dichiarato qualche anno dopo nella già citata Ars poetica?:

Nell’essenza stessa della poesia c’è qualcosa di indecente:
sorge da noi qualcosa che non sapevamo ci fosse,
sbattiamo quindi gli occhi come se fosse sbalzata fuori una tigre,
ferma nella luce, sferzando la coda sui fianchi.
.
Perciò giustamente si dice che la poesia è dettata da un daimon,
benché sia esagerato sostenere che debba trattarsi di un angelo.
È difficile comprendere da dove venga quest’orgoglio dei poeti,
se sovente si vergognano che appaia la loro debolezza.
.
Quale uomo ragionevole vuole essere dominio dei demoni
che si comportano in lui come in casa propria, parlano molte lingue,
e quasi non contenti di rubargli le labbra e la mano
cercano per proprio comodo di cambiarne il destino?
.
[…]L’utilità della poesia sta nel ricordarci
quanto sia difficile rimanere la stessa persona,
perché la nostra casa è aperta, la porta senza chiave
e ospiti invisibili entrano ed escono.Ciò di cui parlo non è, d’accordo, poesia,
perché è lecito scrivere versi di rado e controvoglia,
spinti da una costrizione insopportabile e solo con la speranza
che spiriti buoni, non maligni, facciano di noi il loro strumento.1

.

Il rapporto della poesia, “dominio dei demoni”, con la demoniaca Storia non può quindi dirsi di tipo astratto o intellettuale. Tra le due si instaura un rapporto doloroso, ma produttivo. Nell’Ode finale esso si manifesta nella fantasmagorica «bufera che ha soffocato la strofe di Orazio» (p. 66), nella I e II parte invece sotto le forme di un incessante dialogo con i poeti del passato, in una sorta di rito di evocazione dei morti, simile a quello già messo in scena in due basilari drammi in versi polacchi: la IV parte degli Avi (1822) di Mickiewicz e Le nozze (1901) del simbolista Wyspiański, entrambi apertamente citati nel Trattato.Cercando di aprire vie nuove alla poesia, Miłosz dialoga con i suoi maestri, con gli amici e oppositori della giovinezza, lasciando aperta l’ancora incerta questione della poesia del proprio tempo…

Mi piace infine ricordare che in quello stesso 1957, anno in cui apparve il Trattato poetico, in Polonia usciranno le opere di due grandi protagonisti della poesia polacca: Ermes, il cane e la stella di Zbigniew Herbert e Appello allo Yeti di Wisława Szymborska.

*

Tutte le citazioni, se non altrimenti indicato, sono tratte da Czesław Miłosz, Trattato poetico, Milano, Adelphi, 2012

.

Note:
1 C. Miłosz, Poesie, trad. it. di P. Marchesani, Milano, Adelphi, 1983, p. 118.
2 Ivi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.