Czesław Miłosz,Trattato poetico (tavola rotonda sull’opera) – III parte

Czesław Miłosz,Trattato poetico 

Tavola rotonda: Alfonso Berardinelli, Valeria Rossella, Giovanna Tomassucci, 21 novembre 2012 – Vengono pubblicati – qui, su Il sasso nello stagno, divisi in tre parti – gli interventi di Alfonso Berardinelli, Valeria Rossella (poetessa e traduttrice del libro), Giovanna Tomassucci (docente di Letteratura Polacca, Università di Pisa) in occasione della presentazione del Trattato poetico di Czesław Miłosz (Milano, Adelphi, 2012), tenutasi presso la “Fondazione del Fiore” di Firenze il 16 ottobre 2012, con il coordinamento di Maria Giuseppina Caramella. [per questo articolo si ringrazia di cuore la rivista “L’ospite ingrato”]

*

Valeria Rossella: Quando noi leggiamo, dico nella nostra stessa lingua, compiamo sempre un’opera di traduzione, leggere non è mai un atto puro. La traduzione da un’altra lingua non è che l’aspetto macroscopico di questa contaminazione, pensiamo soltanto a come esista un unico originale, e tante traduzioni, in tempi e in lingue diverse. La traduzione, e soprattutto quella poetica, è dunque un sosia, ma non una copia: un gemello, che vive di vita propria. Quando si affronta un testo scritto in una lingua molto lontana dalla propria, aumenta esponenzialmente la responsabilità del traduttore che diviene, per il lettore, l’unica voce del poeta. In questo caso si tratta di affrontare con la splendida, ma anche ingombrante armatura della sintassi italiana, la duttile e sgusciante sinuosità di una lingua slava. Miłosz qui usa l’endecasillabo, tranne che in alcuni frammenti, io ho pensato di adottare una misura elastica, che si sviluppa modulandosi dal doppio settenario all’endecasillabo. Del resto anche il verso libero non è mai libero veramente, poiché mantiene dentro una sintassi aliena, che è il respiro della poesia.

Il Trattato poetico è un grande affresco epico-storico (siamo in un’altra dimensione rispetto ai cammei perfetti della Szymborska). È un saggio-racconto-poema con ampi e potenti squarci lirici in cui i singoli destini sono sbalzati ad altorilievo su questo magma che li produce.

La poesia di Miłosz è arditamente anti-novecentesca nel tono gnomico che spesso assume, nel suo rifiutare il narcisismo, l’astrazione formale, l’estetica del dolore. Più volte Miłosz dichiara di non amare la poesia confessionale, l’espressione esclusiva di stati d’animo, individuando anzi come caratteristica fondamentale della poesia polacca il suo essere in costante connubio con la storia. Da questa radice nasce la vocazione del letterato a essere voce corale e guida, come Mickiewicz, e a proporre il modello dantesco del poeta come testimone.

Nel Trattato troviamo il ruolo del poeta come testimone e rabdomante:

Saranno i poeti i tuoi bastioni,
segno che l’unica patria è nella lingua. (p. 24)
.
In Polonia il poeta è un barometro. (p. 29)
.
Il poeta sentinella nel buio (lo steso Miłosz)
.
In via Tamka il tacchettìo di una ragazza.
Cinguetta a mezza voce, camminano in due
su piazze erbose e la sentinella (tacendo invisibile
in una macchia d’ombra) presta orecchio
al loro fievole ridere nel lenzuolo del buio.
.
Non sa come reggere a tanta compassione.
Non sa come esprimere quel comune destino.
La piccola prostituta e l’operaio di Tamka.
Davanti a loro il terrore del sole che nasce.
.
E forse penserà più di una volta
cos’è stato di loro nei giorni e negli anni. (p. 33)
.
Non ama nemmeno, Miłosz, la poesia pura, mallarmeana per intenderci, tanto che spesso parla del «difetto dell’armonia» (skaza harmonii) come una gabbia a cui sfuggire. Già in Ars poetica?, un testo del ’68, inizia a formulare la teoria di una forma spuria:
.
Sempre ho desiderato una forma più capiente,
che non fosse né troppo poesia né troppo prosa.2
.

I libri successivi infatti saranno mobilissimi zibaldoni costituiti da testi poetici propri, brani di prosa, traduzioni, stralci di epistolario e così via.La poesia è del resto per Miłosz la ricostruzione di un ordine armonico in cui ogni esistenza trova la sua casa, al di là del tempo storico. Perché l’individuo è minacciato da una parte dallo Spirito della Storia che lo fa precipitare nell’obnubilamento della mente e in un sonno di pietra, dall’altra dalla Natura il cui unico interesse è il perpetuarsi della Specie.
La storia infatti è eraclitea, tutto scorre, ma la poesia è parmenidea: un eterno presente dove tutto è.

* * *

Di seguito si riporta la traduzione del frammento della III parte del Trattato poetico e di seguito il link di un video dello stesso Miłosz in una registrazione degli anni Settanta.

Lo spirito della Storia
.
La goffa lingua dei contadini slavi
a lungo rime fruscianti ha elaborato
per intonare alfine un canto anonimo
che si sente oggi ancora nell’aria tremolante,
là dove fra le palme sibilano spume bianche,
là dove l’aquila pescatrice tra le fredde
correnti del Labrador si tuffa, aratro
di splendore fra gli abeti del Maine.
Semplice era quel canto. Un madrigale, un tempo
cantato alle donzelle,
con l’accompagnamento di una viola,
suonava nella bella stagione
per la prima volta a ritroso. E questo è tutto.
.
L’inverno passerà
.

Ragazze ebree marciando esprimevano
l’unica gioia, la vendetta.
Sì, nottettempo le gru saran scacciate,
la neve secca non più ferirà la mano.
Sì, un ciottolo, roseo come labbra, scricchiolerà
sotto i piedi nel letto di un torrente.

Arriverà la primavera

Sì, gonfierà i tulipani un succo verde,
il maggiolino ronzando picchietterà sui vetri,
sì, il fidanzato intreccerà alla promessa sposa,
una corona di giovani foglie di quercia.

Su di noi la colpa

Su di noi. Perché adesso siam un corpo solo.
Non mie, ma nostre ossa e carne, nervi.
I nomi di Miriam, Sonia e Rachele
si spengono piano e gelano nell’aria.

Cresceva l’erba

Erba sconfitta dall’ironia del canto.

Cetrioli in salamoia nel barattolo
appannato con un gambo di aneto.
Sono eterni. E al mattino
schioccano nel focolare rami secchi.
Nella scodella zuppa e cucchiai di legno.
Zappe e canestri all’ingresso, sotto il muro,
là dove sta appollaiata la gallina.
E campi, ancora campi, interminabili.
Fino a Skierniewice distese piatte e nebbia.
E ancora nebbia e piatte distese giù fino agli Urali.
Su, non fermarti, lontano è il mezzogiorno.

Convoco infine in cerchio la gioventù alla moda
che indossa una stoffa di leggero nanchino
in abiti eleganti trascorriamo il mattino
e ci dilettiamo in conversazioni argute.

Sui campi di patate, sulla terra autunnale
scintilla, fiocco di neve, un aeroplano.
Volteggia, fa capriole in alto, sulle nubi.

Dite, parlate, su, cosa vi manca,
chi di voi ha fame, chi ha sete.

Non servono più grani amari di senape.
La poesia esige porcellane calde,
di una cerchia di Grazie affascinanti.
Un succo distillato da erbe greche e latine.
Fumando la pipa, vestendo stoffe di nanchino
lasciate che il poeta sogni ancora.
Casa di legno, ma con le fondamenta.

Là c’erano il Fedone, la Vita di Catone.
O se il venerdì in casa si accendevano
le candele sui candelabri che brillavano,
dai versetti di Daniele e di Isaia
il giovane per sempre serbava la lezione
su quando tacere o comporre versi.

Sulle alture di Nowogródek, un castello.

Servono acque chiara e colline boscose.
Un uomo qui mai dovrà difendersi.
Giacché circondato da un orizzonte vuoto
mai crederà di abitarne il centro. Sua sola
consigliera, l’ombra che con lui si muove.

Chi non è nato tra queste pianure
solcherà il mare, viaggerà via terra
sotto i meli lungo le rive del Weser
sotto i pini del Maine inseguendo il riflesso
dei fiumi neroverdi della patria,
come in una folla di visi stranieri
si insegue quell’unico volto, un tempo amato.

Mickiewicz è troppo difficile per noi,
Non è nostra la scienza dei signori o degli ebrei.
Abbiamo solo spinto un erpice o un aratro.
Era altra la musica ei giorni di festa.

O là là
i pastori per i campi
o là lì
i pastori sono qui
venite venite alla capanna
a vedere la Madonna
e Bartolo contadino
dirà un raccontino

I contrabbassi bussano, dal grosso ventre vibrano:

du du du
a maggio un omaggio
per il Signore Gesù
suoniamo orsù

Violini di tiglio pigolano flebili:

frin frin frin frin
suoniamo così
lallera lallera
da mane a sera

Il vecchio Bartolo soffia e comprime la zampogna:

Lirum la, lirum li,
per il piccino suoniamo così

A gara risponde il clarinetto:

dlin dlin dlin dle
per mamma e bebè

E dei contrabbassi l’accompagnamento:

Per Cristo Signore
a tutte le ore
suoniamo suoniamo

Sono passate tante cose, tante.
E se nessuna opera ci aiuta
verrà Czyżewski coi canti di Natale.
E i contrabbassi che han già vibrato, vibreranno.

Arrotolai il tabacco, leccando la cartina,
feci schermo al cerino col palmo della mano.
Perché non un’esca? Perché non l’acciarino?
Soffiava il vento. Sedevo a bordo campo,
pensando e ripensando. Accanto a me, patate. (pp. 45-49)

.
.
.

Tutte le citazioni, se non altrimenti indicato, sono tratte da Czesław Miłosz, Trattato poetico, Milano, Adelphi, 2012

*

Note:
1 C. Miłosz, Poesie, trad. it. di P. Marchesani, Milano, Adelphi, 1983, p. 118.
2 Ivi.

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