Cesare Pavese, da Le febbri di decadenza

Cesare Pavese, da [Le febbri di decadenza]
.
.
Mi dicono che queste mie parole
che scrivo per te,
non sono un sogno bello
di arte divina;
ch’esse sono soltanto
urli lanciati al cielo
difformi come gli urli del vento
delle piante, di tutta la natura,
come i colori dell’ aurora
dei fiori e delle nuvole.
Ma questa è la mia gioia,
cantare come tu vivi la vita
forse soffrendo
e ti senti pulsare nel sangue
il ritmo della danza
gioioso e doloroso
nel tuo grido di giovinezza.
Vorrei solo poterti sussurrare
queste stesse parole
stretto all’orecchio in un brivido solo,
e fare di questo sogno
un’unica vita
libera e palpitante
come la grande natura.
Ma mi debbo piegare
nella mia rinunzia lancinante
in un gelido buio
e sussurrare al nulla
questi spasimi stanchi
come tu doni al mondo più volgare
la tua vita di sogno.
.
[11 gennaio 1928]
.

*

da Prima di lavorare stanca (1923 – 1930), tratto da Cesare Pavese, Le poesie – Giulio Einaudi editore, 1998

2 pensieri su “Cesare Pavese, da Le febbri di decadenza

  1. Avevo poco più di quindici anni, quando, su suggerimento di un amico più grande di me, acquistai “Lavorare Stanca”.
    Da allora, la poesia di questo grande, come la musica di Mozart, viene spesso ad allietare le mie giornate.

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