Giorgio Galli legge Arcani di Angela Greco

Giorgio Galli legge Arcani di Angela Greco 

Prendiamo due poesie dalla prima sezione, Claire (della solitudine e altri ritorni):

«La domenica sera anticipa le azioni della notte
e il sogno è nella sorpresa della voce, nel vento
fermo dopo giorni di burrasca. La poltrona grigia
accoglie Claire, ma sei tu, questo momento
morbido di calore; poi irrompe il freddo che non
ti aspetti e l’unica cosa da fare è abbracciarsi,
stretti, sotto un cielo di cristallo che tintinna e
azzurra questa stagione. Lampo e fuga il mattino
di andirivieni è una finestra socchiusa che geme.
Un opposto mare fuoristagione ci sovrasta “come
una sorte” dici; il cielo sorride alla tua voce.
.
La trasparenza degli eventi atmosferici somiglia
ad un buon auspicio. Forse domani diremo “ti amo”.»
.
.
.
.
«L’occhio notturno ha intravisto il tuo volto,
nel risveglio alabastrino del giorno di festa.
Da lontano passi, fori recisi e preghiere;
ogni rito ha le sue leggi che l’orologio conosce.
Da quarantatré anni e prima della campana,
Claire è soglia e attesa. Di una voce che
tarderà nei suoi desideri; due cavalli sulla rena
ostacolano il vento e s’imprimono nello sguardo
per l’assenza di muri e per il mare intorno. Poco
più in là di quest’ora, una barca aspetta il rientro;
febbraio ha brevi giorni e sempre insufficienti.
.
S’azzurra il mezzogiorno sulle case del paese vecchio;
nemmeno l’ombra ha voce davanti ai tuoi occhi.»

La prima osservazione da fare è che Angela Greco usa un sistema pavesiano -il verso ipermetro, il tono narrativo che rimandano a Lavorare stanca– per un contenuto che è estatico, rilkiano. La sua Claire ci ricorda la Gelsomina e la Cabiria di Fellini, personaggi fantastici calati in una realtà aspra. La seconda cosa che si apprezza è la tesa densità del linguaggio: un linguaggio sorvegliato e limpido, lontano da ogni soluzione mimetica. Infine la musicalità: una musicalità marina, tersa e malinconica, che ricorda certi passi lancinanti di Lavorare stanca ma anche certe apparizioni, fra l’estatico e il disilluso, del primo Fellini. Claire non è personaggio -come personaggio risulta sfuocato- ma è figura e come figura si realizza nella sua pienezza: essa “è soglia e attesa” -parole rilkiane- da una vita intera, quarantatré anni. È centro unificatore di una visione poetica coerente, fra espressionismo e realismo magico. Sono poesie che non vanno giudicate verso per verso, queste, ma nella loro costituzione complessiva, come versetti biblici, strofe, come i poemi di Whitman. È un modo di far poesia nuovo anche se lontano da ogni radicalismo novatore.

Prendiamo ora due testi dalla seconda sezione, giardini del mago (del tempo e altri percorsi):

«Si cresce spontanei
nel poco spazio a disposizione
verdi e ritti tra minzioni d’onore
e bravi padroni. Poi si fiorisce
e qualcuno non ci crede. Ci si curva
e qualcun altro rimane perplesso.
.
Numeri privi di destinazione
calpestano il tempo e il suo lavoro
e nel mentre, in un angolo
non ben visto, accade un’oasi,
un sollievo nell’inesorabile marcia,
un approdo inusuale per la logica.
.
Pensieri arruffati emergono
dalla lastra bituminosa e stanca,
seminati dal vento e testardi.
Anche la pietra ha una sua fertilità.»
.
.
.
.
«Cambia il colore alla foglia, dalle il rame
per fondere luoghi antichi dove ritrovarsi.
.
Strade e pietre raccolte all’ombra d’autunno;
la terra ci abita dal principio. Oggi mancano
sfumature d’acqua, volute di conchiglia e tu.
Dimmi, di che colore diventa quel che ci guarda,
quando ti sfioro? La mano non dimentica la carezza,
né l’assolo di silenzio, l’ago e la stella. Dopo, dici?
.
L’attesa cade dai rami incontro ai tuoi piedi,
stringati nel giorno delle carte, delle bollette
e del viaggio tanto atteso. Arriveremo a Capo Horn
con le rondini in tasca e i piedi nudi; allora dirai
del trascorso e dell’a venire, confluenze oceaniche
e risate, germogli nell’emisfero opposto.»

Radicalmente diversi questi due componimenti: pieno d’amarezza il primo e di amore il secondo. Osserviamo subito la differenza di versificazione: più breve il verso nel primo testo, più disteso, simile a quello delle poesie su Claire nel secondo. Notiamo poi la presenza di un’iperbolica ironia -“minzione d’onore” nel primo testo, “arriveremo a Capo Horn” nel secondo. Ma quello che accomuna le due poesie è un atteggiamento di resistenza, la funzione critica attribuita al sogno e all’amore nei confronti della realtà così com’è data. Sono, entrambi, componimenti di lotta e di ferita, e il titolo “magico” della sezione non deve trarci in inganno.

La terza sezione si intitola rilkianamente Ein jeder Engel ist schrecklich (dell’incerto e altri dettagli). Da essa stralciamo:

«Del giorno rimane un sentire di
finito, un aroma stinto, una
lontananza senza soluzione e
una incombenza da assolvere.
.
Sfrenate corse colmano i pochi
spazi rimasti a disposizione;
al canto del gallo si ricomincia
in memoria di altro tradimento.
.
Mattini si reiterano sbiaditi,
mentre nell’angolo un silenzio
ci osserva senza essere compreso.
Piove da non lavare nulla di più.»
.
.
.
.
«No, i palmi non te li mostro;
quelli segnati da troppe vie e
ustionati dall’incedere giornaliero.
Lascio che tu intuisca, ferite e cammini.
.
Il pomeriggio ha lasciato un segno
anche sui polsi; una stria rossa di
memoria e sortilegio e voce lontana.
.
S’affolla poi la sera verso il mare e
il sole, rigato dalla domestica canna,
s’affaccia alle nuvole. Alla sera
s’accorda una nota malinconica.
.
Un’assenza.»

Poesie di rabbiosa amarezza queste, come suggerito da quel bellissimo verso, “Piove da non lavare nulla più”. Sembrano scritte da una persona moto più in là con gli anni di quanto non sia l’autrice, sembrano riferirsi a un tramonto della vita vissuto fra rughe e righe di dispiacere. E tuttavia c’è una vitalità protestatoria ancora giovanile -“No, i palmi non te li mostro”. Notiamo ancora una volta la manipolazione di modi di dire comuni -“altro tradimento”. Il verso si fa più ridotto, più compatto, ma non lo fa secondo un percorso stilistico lineare: piuttosto, sembra seguire una curva capricciosa, una linea di tendenza verso la maggiore compattezza che non esclude però ritorni in direzione di una scrittura più narrativa e di un ritmo più dilatato come nelle prime poesie. Forte la chiusa del secondo componimento: “un’assenza”, principio di solitudine senza scampo.

Arriva poi la quarta e ultima sezione, Falling:

«Profetico van Gogh, il suo campo graffato,
i corvi troppo loquaci e le sue strade
senza punto di fuga. Accade, così,
di diventare fiume tra due sponde
nella croce da montare pezzo a pezzo.
.
Ho una sola salvezza, ora tra le dita,
nonostante l’artrosi circostante, l’en passe,
il giro di tango. Marzo porta sempre con sé
una follia e il mal di stomaco acconsente.
Qui, nonostante la terra copra le salme,
luce e fioritura si sperano comunque.»
.

.

«La casa al piano inferiore è vuota;
nessuno accende più luci alla Madonna e
persino il sempreverde, ormai, ha
difficoltà di relazione con il vicinato.
.
La signora d’innumerevoli anni aspetta
un passo, un suono, un ricordo, che le riporti
la via del ritorno, familiari persi, il suo cane.
Un silenzio in meno e una timida domanda;
anche la mia casa è vuota. Abito assenze.»

Nell’ultima sezione assistiamo a un movimento di ritorno verso le forme metriche più distese, movimento che conduce da ultimo alla prosa poetica. La disperazione cresce. Caustico è lo sguardo verso la nostra epoca, vista come errore integrale -“Un merito, tutto sommato, potranno attribuircelo: / quello di aver favorito il declino”- e anche la Parola sembra incapace di fronteggiare un reale sempre più ostile. Nell’apertura finale verso la prosa l’unica soluzione è offerta da una compassione leopardiana e da quella condivisione che solo l’amore può offrire:

«Mi arrendo a questo silenzio, a questa attesa di pane oltre i tre giorni, alla mano che ti cerca incessante sullo schermo delle riletture, tra questi fogli virtuali che continuo a riempire per confondermi sul tuo viso bello di ritrovata casa dopo la sabbia sahariana che ha nascosto persino i pensieri e vedo il mare, dalla finestra, tra lettere cancellate sulla tastiera, che razionalmente non sarei capace di trovare e che, invece, appena sanno di te corrono e dicono e sorridono della mia fanciullaggine di ascoltarti, quando dici che devo scrivere senza farti leggere nulla, quasi fosse mai possibile togliere alla corolla il centro e il nettare per l’incauto impollinatore.»

Angela Greco, Arcani (Achille E La Tartaruga, 2020, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa)

*

Condiviso da https://perigeion.wordpress.com/2020/12/20/angela-greco-arcani/

5 pensieri su “Giorgio Galli legge Arcani di Angela Greco

  1. Questa lettura di Giorgio Galli mi piace molto. Sembra centrare tutti gli argomenti sciolti nei versi e spogliarli della loro, a volte, ermeticità, mostrandoci “la donna” vera e tangibile dentro e fuori la poesia. I versi di questo ultimo tuo lavoro fanno innamorare e l’evoluzione che stai realizzando ha dell’incredibile!!! Ti leggo sempre molto molto volentieri….

  2. Non ho parole!
    Posso solo esprimere ammirazione per i tuoi versi bellissimi e per il colto ed intelligente commento.
    Ti ammiro.

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