Gianluca Asmundo legge ARCANI di Angela Greco

Si assiste, nella silloge Arcani di Angela Greco, a una rigorosa quanto delicata ricerca di forma e, al contempo, di risposte, in merito all’effimero e alla durata, all’attesa e al ritorno, alla corporeità e allo spazio. La raccolta ha una complessa articolazione in filigrana, che tocca e sviluppa numerosi temi, con ricchezza di sfaccettature; e non procede per frammenti, bensì per compiutezze.

Una lettura critica complessiva esula dalle intenzioni di questi appunti: in questa occasione si è scelto di soffermarsi su alcuni aspetti e fili del racconto che appaiono trasversali, forse minimi o secondari, ma con il desiderio di coglierne, da punti di vista aggiuntivi, il dipanarsi sottotraccia.

L’esplorazione dello spazio interiore dell’autrice si sovrappone agli attraversamenti di quello urbano da parte del “personaggio” nominato «”Claire”», che si muove sulla singolare rivisitazione di una scena di teatro magno-greco, un «paese vecchio» reale quanto immaginario, agendo dinanzi e dietro le quinte delle cicatrici, dei desideri e della città.

Recentemente Claire è emersa non come “personaggio”, poiché sfocato, ma come “figura” felliniana e rilkiana, in una limpida, ricca e affascinante lettura di Giorgio Galli (Perìgeion, 20/12/2020 – qui –). A questa visione può essere complementare quella di una Claire personaggio, in quanto superstite di un “dramatis personae”, in un dramma incerto e su una scena incerta, ma al contempo tangibili grazie alle ricostruzione semantica del microcosmo di Claire operato dall’autrice. Un personaggio “in cerca”, all’apparenza muto, in movimento attraversando scene mute, che può rimandare al teatro d’avanguardia novecentesco o al cinema bergmaniano; una maschera che desidererebbe riconnettere personaggio e persona, espressiva senza discorso diretto, il cui linguaggio poetico nasce da quello del montaggio – tra inquadrature, raccordi e piani sequenza, per tornare alla metafora filmica – e dalla narrazione distaccata quanto partecipe dell’autrice.

In una dialettica tra personaggio e scena prendono corpo l’intimità di Claire e la città, quest’ultima a volte vista come polis comunitaria, non scevra di ironie. Una città che può divenire anche stanchezza di sedimentazione, simbolo di una veste da cui liberarsi: «Nella sera tinta dal melograno / le tue dita incrociano il mio desiderio / di liberarti dalla città. Ti spoglio / sul ciglio che sovrasta le terrazze / lasciate al caso e all’odore di resina» (§9, p. 35).

L’autrice sceglie spesso un punto di vista dall’alto, che in questa raccolta potrebbe trovare una chiave di lettura anche nella “Torre e la realtà” degli Arcani, da lei stessa citata in una nota conclusiva. Ma in questa percezione e rappresentazione spaziale si può ritrovare una forte continuità con le opere precedenti. I riferimenti allo spazio scenico emergono non casuali dalla poesia dell’autrice, nella quale gli elementi del teatro moderno divengono simboli e le azioni compiute si fanno allegorie.

La relazione tra personaggi e scenografie, tra figure e fondali, tra finzioni e disvelamenti, tra luci e ingranaggi di scena riaffiora in diverse occasioni, in una dialettica tra intimità e spazio teatrale destrutturato nel porsi domande. Se i riferimenti al teatro erano espliciti in poesie quali il secondo testo della sezione Solitudini nella silloge All’oscuro dei voyeur (2019 – qui), in Arcani esse si disciolgono e addensano in tutta la raccolta. Qui gli attraversamenti delle piazze deserte a mezzogiorno o deliranti di volti a carnevale (§9, p. 21) le rileggono colme di senso per la stratificazione del tempo personale e collettivo; analogamente, si cammina tra case bianche di calce e profumi quotidiani che richiamano metafore dell’appartenenza allo spazio anche in termini identitari, appartenenza posseduta ma instancabilmente ricercata come necessaria. Indagando le assenze, si instaura una relazione intima con ogni appiglio di elemento naturale visibile, il quale si fa simbolo di presenza e diviene partecipe delle mancanze e del fluire delle «utopiche» stagioni che si dipanano sul filo dei desideri: foglie d’ulivo intraviste oltre i muri, «palme emerse dopo il diluvio» fino a una metamorfosi: «il volto arborescente della pietra bianca» (§8, p. 20). Simili elementi riaffiorano nella seconda sezione, intitolata I giardini del mago (del tempo e altri percorsi), nella quale tornano la positiva e ironica ostinazione, contromano, dell’autrice («Si cresce spontanei / nel poco spazio a disposizione») e la fertilità della pietra (§5, p. 31). Pietra alla quale si può lasciare la profezia del tempo intergenerazionale, della «ri-conoscenza», del ritorno all’origine, della ricerca «risalendo interstizi contro gravità e abitando / nuove prospettive» (§7, p. 33).

La percezione e la riscrittura dello spazio si intrecciano con lo scorrere del tempo, talvolta avviluppato nel sonno o costretto in clessidre, talaltra libero di termini o definizioni e dunque dell’anelata compiutezza, nei momenti in cui le vedute panoramiche dello spazio urbano o del paesaggio marino si intuiscono, mentre i personaggi o l’autrice si ritrovano affacciati da balconi e terrazze o di fronte al mare, con visioni che prendono corpo controluce, in assenza metaforica di limiti visuali. O ancora, emergendo dal fertile buio di una notte ravvivata dalla grazia di un plenilunio o da fuochi lontani sui molti tetti e pietre, in cui il sorgere del sole scorto dalla cima della cavea urbana si sovrappone a un «incipit di mattini da comporre, sole / sul rigo più basso» e al ritorno/risalita/risveglio (§3, p. 29) dei due personaggi che si sostanziano nella raccolta in prima e in seconda persona. Una simile relazione tra visioni in soggettiva e in oggettiva dello spazio era già presente in opere precedenti, come emergeva ad esempio dall’incipit della silloge Ancora Barabba (2018 – qui).

Lo sguardo dell’autrice spazia sia attraversando la solidità delle cose presenti e assenti, sia traguardando orizzonti lontani e tempi estesi al fluire delle stagioni (§11, p. 37); ma al contempo concentrandosi sui dettagli, che divengono di volta in volta simboli di incertezze o appigli di certezze, nell’ora del demone meridiano o nel profondo notturno e nella costruzione delle riflessioni. Accade così che, tra le molte domande della terza sezione, si possano delineare i contorni dell’afa marina, delle ore vuote, dei chilometri, in cui «noce e mandorlo si spartiscono / virtù e sacrilegio al trascorrere del giorno» (§3, 43), ma dialogando intimamente con errori e gioie, ripensamenti, stanze, fino a mettere a fuoco con estrema lucidità – al centro della raccolta – una condizione quotidiana e universale del tempo pienamente vissuto, tra certezza e incertezza di sé e dell’altro, cercando risposte al suo fluire proprio nella relazione tra singolarità e pluralità, tra identità individuale e inclusiva: «Occorre ancora una volta ricominciare; / alla tua voce mi alzerò da questo letto / e volterò pagina. Torneremo ancora plurali» (§4, p. 44).

Nel corso dell’intera raccolta, l’autrice sceglie con perseveranza la costruzione di un’anatomia lessicale in bilico tra presenza e assenza, fondata su binomi dalla sempre sottesa forma dialogica con determinate alterità. Un’analisi del sapore del tempo e una declinazione dell’accadere “per caduta” i quali divengono sia scena sia cavea per figure tanto inafferrabili, quanto permeate di umanità e positività. Nel dipanarsi dei versi ipermetrici si annidano affinati chiasmi di ottonari e senari, le strofe nascoste alla vista ma non all’orecchio. L’autrice descrive una partitura, un lavoro musicalmente complesso, in grado di coniugare in uno stile personale una ricerca sul suono, di matrice europea e novecentesca, con un sillabare dal ritmo innato, che affonda le proprie radici nella Magna Grecia. La silloge disegna una danza, in punta di piedi, su pietra bianca, «al primo buio»; e al contempo appare orientata dal desiderio di serbare e trasmettere positività come custodite in arche, in una fresca penombra. [Giovanni Luca Asmundo]

https://achilleelatartaruga.net/prodotto/angela-greco-angre-arcani/

6 pensieri su “Gianluca Asmundo legge ARCANI di Angela Greco

  1. Una lettura critica e comparata scritta con competenza e generosità. Esempio rarissimo “in questo mondo di ladri” persino della parola. Auguro a Gianluca, con stima e sincera amicizia, una lunga e luminosa strada. Perché meritata. Grazie di cuore.

  2. Non ho potuto ieri fare commenti, perché non avevo ancora letto il testo.
    Oggi, dopo una attenta lettura mi devo congratulare con Gianluca Asmundo, per la illuminante critica, e con te per la eleganza della scrittura e la ricchezza e profondità del contenuto.
    Sei da ammirare ed amare!.

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