Jacopo Robusti detto Jacopo Tintoretto, Caino e Abele – sassi d’arte

Tintoretto (Venezia, 1519 – 1594), Caino e Abele (1550-1553)

olio su tela, cm 149 x 196 – Venezia, Gallerie dell’Accademia

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La storia raffigurata è quella di Caino e Abele, la coppia dei figli dei progenitori, Adamo ed Eva, nel momento in cui Caino, invidioso del favore che Dio concede ad Abele, lo uccide, rovesciato sull’altare di pietra dei sacrifici. Una stampa settecentesca di Antonio Zucchi mostra che la tela fu leggermente rifilata sul margine destro, tagliando la figura del Padre Eterno in volo che scaccia Caino, il quale oggi sembra vagare da solo nel paesaggio, in un secondo tempo della storia. La tela entrò alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, dalla Scuola della santissima Trinità, già nel 1812 e fu tra le poche di Tintoretto sempre permanentemente esposte in quanto doveva rappresentare un modello di studio del nudo per gli allievi della nuova istituzione.  

La composizione si ispira al soffitto di Tiziano, dello stesso soggetto, per la chiesa veneziana di Santo Spirito in Isola, dipinto nel 1542 circa, trasferito poi nel Seicento a Santa Maria della Salute. Tintoretto riporta la dinamica del soffitto su una tela in parete, togliendola dallo sfondo trasfigurante del cielo e calandola in un paesaggio edenico, della creazione del mondo. Le due figure costituiscono una girandola di chiaroscuro e di luce, travolte dal loro stesso dinamismo, che lascia percepire poco o nulla dei volti.

Il paesaggio è monocromo, cupo e immerso al tempo stesso, con stacchi di piani, in una luce dorata. Il tronco d’albero separa la scena di lotta da quella in cui sta in basso la testa mozzata di un animale, con occhi ancora languidi da vittima, che rappresenta il sacrificio di Caino, e più in alto (sulla destra guardando il dipinto, a metà altezza, in piccolo) lo stesso Caino in fuga, col bastone da viandante in spalla, figura allusiva all’inizio del cammino dell’umanità, che si perde sempre più lontano dal paradiso terrestre. 

Contro la densa massa di fronde si stagliano due corpi nudi: Caino, il fratricida, brandisce in aria un coltello per uccidere l’inerme Abele che si divincola nel disperato tentativo di sfuggirgli. La tela faceva parte di un ciclo dedicato alle Storie della Genesi dipinte da Tintoretto per la sala dell’Albergo della Scuola della Santissima Trinità a Venezia, demolita nel Seicento per far posto a Santa Maria della Salute. In questo dipinto la funzione del paesaggio non è solo di quinta teatrale, ma è di sottofondo emotivo e sentimentale, in cui si proietta lo stato d’animo che muove dall’evento tragico rappresentato. Per questo la vegetazione appare fitta e misteriosa, resa con toni cupi e luci baluginanti, e solo sulla destra lascia intravedere uno sprazzo di sereno.

L’intreccio dei corpi è congegnato in modo molto ardito: le pose sono contorte e audaci, i muscoli acquistano risalto plastico grazie alla forza del colore che vibra sotto la luce e l’instabilità delle figure, di chiara ispirazione manieristica, è riecheggiata all’intorno da quel senso di moto ventoso che anima misteriosamente le fronde degli alberi. La testa di capretto sgozzato, allusiva al sacrificio dell’innocente Abele, sottolinea il significato drammatico dell’opera.

(fonti: sito Gallerie dell’Accademia, Venezia; monografia “I capolavori dell’Arte” per Corriere della sera)

2 pensieri su “Jacopo Robusti detto Jacopo Tintoretto, Caino e Abele – sassi d’arte

  1. Bellissimo articolo che ha richiamato alla mia memoria il bellissimo libro di Melania Mazzucco “La Lunga Attesa dell’Angelo”.
    Grazie, Angela!.

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