Aprile in poesia

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Estate in aprile di Evgenij Rejn

Aprile, precoce estate.
Su, ripieghiamo il paraorecchie nel cassetto.
Tiriamo fuori camicie, cotton wear e altre minuzie
vestiarie.
Al rombo delle auto fragorose, apriamo le finestre.
Ventiquattro gradi Celsius. Dunque, che fare?

È sempre una sorpresa. Forse che, staccando
dal gancetto
il pellicciotto, t’ aspettavi questo volgere del sole?
Sapevi, forse, che saresti vissuto fino a questo
strepito e chiasso? E comunque si ha lo stesso voglia,

di mattina, di uscire vestiti leggeri e di azzurro,
e camminare fino al metrò: solo là c’è protezione.
Chi ha visto il cambio di stagione, dirà: “Sia pure.
Fuori è estate: Pasqua e Risurrezione”.

🕊

Sera d’aprile di Antonia Pozzi

Batte la luna soavemente
di là dei vetri,
sul mio vaso di primule:
senza vederla la penso
come una grande primula anch’essa,
stupita,
sola,
nel prato azzurro del cielo.

🕊

Sotto il cielo di aprile la mia pace di Sandro Penna

Sotto il cielo di aprile la mia pace
è incerta. I verdi chiari ora si muovono
sotto il vento a capriccio. Ancora dormono
l’acque ma, sembra, come ad occhi aperti.

Ragazzi corrono sull’erba, e pare
che li disperda il vento. Ma disperso
è solo il mio cuore cui rimane un lampo
vivido (oh giovinezza) delle loro
bianche camicie stampate sul verde.

🕊

Aprile di Gabriele D’Annunzio

Socchiusa è la finestra, sul giardino.
Un’ora passa lenta, sonnolenza
Ed ella, ch’era attenta, s’addormenta
a quella voce che già si lamenta,
che si lamenta in fondo a quel giardino.
Socchiusa è la finestra, sul giardino.
Un’ora passa lenta, sonnolenta
Ed ella, ch’era attenta, s’addormenta
a quella voce che già si lamenta,
che si lamenta in fondo a quel giardino.

Non è che voce d’acque su la pietra:
e quante volte, quante volte udita!
Quell’amore e quell’ora in quella vita
s’affondan come ne l’onda infinita
stretti insieme il cadavere e la pietra.

Ella stende l’angoscia sua nel sonno.
L’angoscia è forte, e il sonno è così lieve!
Par la luce d’april quasi una neve
che sia tiepida. Ed ella certo deve
soffrire, vagamente, anche nel sonno.

Tutto nel sonno si rivela il male
che la corrompe. Il volto impallidisce
lentamente: la bocca s’appassisce
nel suo respiro; su le guance lisce
s’incava un’ombra.. O rose, è il vostro male:
rose del sole nuovo, pur di ieri,
ch’ella recise ad una ad una e intanto
ella era affaticata un poco, e intanto
l’acque avean su la stessa pietra il pianto
d’oggi, oggi quasi sfatte, e pur di ieri!

Ella non è più giovine. I suoi tardi
fiori effuse nel primo ultimo amore.
Fu di voluttà ebra e di dolore.
Un grido era nel suo segreto cuore,
assiduo: Troppo tardi! Troppo tardi!

Ella non è più giovine. Son quasi
bianchi i capelli su la tempia; sono
su la fronte un po’ radi. L’abbandono
ella è supina e immota, l’abbandono
fa sembrar morte le sue mani, quasi.

Né pure il gesto fa scendere mai
sangue all’estremità de le sue dita!
La tragga il sogno lungi da la vita.
Veda nel sogno almen ringiovanita
l’Amato ch’ella non vedrà più mai.

Socchiusa è la finestra, sul giardino.
Un’ora passa lenta, sonnolenta.
Non altro s’ode, ne la luce spenta,
che quella voce che giù si lamenta,
che si lamenta in fondo a quel giardino.

*

In apertura: “Ramo di mandorlo in fiore” o “Ramo di mandorlo fiorito” (cm. 74×92, Van Gogh Museum, Amsterdam), dipinto a olio su tela realizzato dal pittore Vincent van Gogh a Saint Rémy nel 1890. La tela fu un regalo che lo stesso pittore fece al fratello Theo Van Gogh e alla moglie Johanna Bonger per la nascita del loro figlioletto, di nome Vincent.

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