Attila József, due poesie

Tramonto da Castel Sant'Angelo di Domenico Forte

Mia madre

Una domenica verso sera
ha preso con due mani la tazza,
sorrise e stava là, seduta
nel crepuscolo, tranquilla.
Dai signori portava a casa
in un pentolino la nostra cena;
siamo andati a letto, e pensai
che loro mangiano assai.
Era mia madre, piccola, morì presto,
perchè le lavandaie muoiono presto,
i loro piedi tremano dalla fatica,
e la stiratura fa male alla testa.
Per montagna e nuvole
c’è il bucato e il vapore,
e per cambiare aria
puoi salire in soffitta!
Si ferma mentre stira,
la sua esile figura
venne infranta dal Capitale,
pensateci proletari!
Si è incurvata dal lavare,
non sapevo che fosse giovane;
nei sogni portava grembiule pulito
e la salutò il postino.

~

Come nel campo 

Come nel campo il bambino
raggiunto dal temporale,
e non c’è casa o madre
dove potesse andare,
il cielo pesante e furioso romba,
sul campo svolazza la paglia,
e lui come animale mugola,
piangerebbe, ma ha paura,
sospirerebbe, ma d’improvviso
arriva un soffio gelido dal cielo,
e solo quando un brivido leggero
corre sul suo magro corpo e viso,
come un lampo improvviso
e la pioggia nera diluvia tutto
come se fosse suo pianto gigantesco,
che si accumula nei campi,
inonda l’erba, colma le fosse,
ne scava altre, ondeggia nel prato,
nel ruscello, anzi nel cielo,
e il bambino si avvia nel campo;
così mi sorprese il desiderio
selvaggio e improvviso
e cominciai a piangere,
sebbene fossi già uomo.
E su questa terra
bagnata di pianto
dove è difficile
alzare i piedi,
quando c’è fretta,
mi fermo ora.
Il suo desiderio
ignorerei se mi amasse.

*

Attila József: poeta ungherese, nato a Budapest l’11 aprile1905, morto a Szárszó nel 1937. Il padre, operaio, emigrò in America nel 1907 e la Lega per l’infanzia lo affidò a genitori adottivi finché (1912) la madre lo riprese con sé. Dopo aver fatto i più diversi mestieri, divenne contabile in una banca. Si iscrisse alla facoltà di filosofia dell’univ. di Szeged, indi a Vienna, poi, sovvenzionato da alcuni amici, alla Sorbona (1926). Rientrò a Budapest senza aver terminato gli studî. Per un certo tempo diresse la rivista letteraria Szép Szó, quindi si impiegò presso l’Istituto del Commercio Estero ma dovette lasciare il posto per una grave forma di neurastenia che lo condusse al suicidio. A Vienna aveva aderito al partito comunista clandestino, ma ne era stato espulso come deviazionista (1932).

Nel contenuto della poesia józsefiana prevalgono motivi sociali; tutta la sua poesia è permeata di tragicità, sia che inciti i proletari alla lotta di classe o che si ripieghi in se stesso e gravi su di lui l’ombra dello sconforto. Impressionanti sono la sua continua tensione emotiva, il vigore e l’immediatezza del suo realismo cui si affiancano, in una compenetrazione tipicamente ungherese, metafore e similitudini di grande efficacia. Tra le molte edizioni delle sue poesie: J.Aösszes versei (“Tutte le poesie di A. J. “, Budapest 1955), Külvárosi Éjválogatott versek (“Notte di sobborgo”, poesie scelte, ivi 1958).

Biografia tratta da Treccani, Guglielmo Capacchi – Enciclopedia Italiana – III Appendice (1961) — in apertura, fotografia di Domenico Forte, Tramonto da Castel Sant’Angelo.

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