Corrado Alvaro, tre poesie

Corrado Alvaro (San Luca, Reggio Calabria, 1895 – Roma 1956), tre poesie

*

Pastorale

Ad inseguire il lupo per le terre,
a ricondurre i bovi alla pianura,
a snidare aquilotti per le forre,
non ce n’è, come me, senza paura;
a scuotere dagli alberi le pere
e a fare una crudele potatura,
e a veder pianger sulla terra scura
tutte le viti ci vuole il mio cuore.

Se non potrò cantare sotto i cieli
perché dovrò vegliare nell’agguato,
questa canzone prima di partire
io dico ad ogni monte addormentato,
a mamme che non possono dormire,
all’armento odoroso che ho lasciato,
e prego Dio che mi faccia tornare
con un abito verde di soldato.

Ora i lupi saranno un’altra gente
cristiana e come lor dovrò scuoiarla.
Snidare gli aquilotti non è niente.
Io conosco il mio braccio che non falla.
Se la mia vita ha qualche pretendente
venga se ha tanto sangue da comprarla.
Per ogni sciabolata ne vo’ cento
e cento tutti in fila ad ogni palla.

Chi vuole? La mia vita costa cara.
Per me vivon tre figli e la mia casa.
Quante pietre ci vollero a fabbricarla,
quante tegole stanno a ripararla,
quanti sospiri vuole il focolare
a cuocer la minestra alla mia casa,
tanti uomini non bastano a pagare
questa mia vita tanto lavorata.

Dico questa canzone alla montagna
che questa notte mi vede partire,
alla nube che passa e che la bagna,
agli alberi che vogliono fiorire,
alla mia agnella chiusa che si lagna,
che, se perduta, non potrò inseguire.
Questa canzone è detta a chi la sente.
Chi non la vuole la venga a zittire.

~

Consolazione

Non lo piangete: buono era e più bello
d’un olivo, ma voi non lo piangete.
Ci sono, come lui, tanti felici
che non sanno altro ch’esser buoni e santi.
Se invecchiano son nuvole a levante
che vaporano quando nasce il sole.

E costoro non san nulla creare
perché non sanno ch’esser belli e buoni,
e stanno ad aspettare
il giorno che dovrà, forse, venire,
per far vedere che sanno morire
come soltanto san fare i leoni.
Non lo piangete; non era egli forte
ed ha scelto per suo capolavoro
la morte.

~

Febbre

Venne ad affacciarsi nel sonno
come s’affaccia la luna
le sere d’estate sul mondo,
e crescono ad una ad una
smisuratamente le cose
diafane, fatte d’ombra.
Così s’affacciò, ma vicina
coi suoi grandi occhi d’opale
respirando come la cima
degli alberi al vento serale.

Vicina, ma pure assai
lontana e intangibile come
la faccia della luna,
quando sorge a contemplare
gli uomini e gli animali,
e il calmo respiro dei fiumi.
Sopra di me ch’ero la terra
si chiudevano le case oscure
col loro parlottare umano
e il soffio delle stalle sicure.

Saltavano le volpi, i monti
scuotevano i loro alberi
come criniere impetuose.
Come la terra ridevo
di questo immenso trascorrere
sopra il mio corpo in riposo.
Scoppiavano in quel riso i semi
delle piante, s’ aprivano i fiori,
e a un tratto sentii zampillare
il canto notturno dei miei pastori.

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