Paul Celan, tre poesie

nuvole-rosse

Tre poesie di Paul Celan 

***

Già sono posati i cavi
per collegare la felicità
dietro di te
e le sue ben munite
linee d’emergenza,

nelle città ausiliari,
rivolte a te,
dove a spruzzo diffondono
generatori di salute,
delle melodiche antitossine
annunciano
lo sprint finale
attraverso la tua coscienza.

*

Da Luce coatta e altre poesie postume, trad. Giuseppe Bevilacqua.

~

Corona

L’autunno mi bruca dalla mano la sua foglia: siamo amici.
Noi sgusciamo il tempo dalle noci e gli apprendiamo a camminare:
lui ritorna nel guscio.

Nello specchio è domenica,
nel sogno si dorme,
la bocca fa profezia.

Il mio occhio scende al sesso dell’amata:
noi ci guardiamo,
noi ci diciamo cose oscure,
noi ci amiamo come papavero e memoria,
noi dormiamo come vino nelle conchiglie,
come il mare nel raggio sanguigno della luna.

Noi stiamo allacciati alla finestra, dalla strada ci guardano:
è tempo che si sappia!
È tempo che la pietra accetti di fiorire,
che l’affanno abbia un cuore che batte.
È tempo che sia tempo.

È tempo.

*

da Papavero e memoria, 1952, trad. di Giuseppe Bevilacqua.

~

Espembaum (Pioppo)

Dente di leone, così verde è l’Ucraina.
La mia bionda madre non tornò a casa.

Nube di pioggia, tu ti trattieni ai bordi delle fonti?
La mia sommessa madre piange per tutti.

Stella rotonda, tu stringi il nodo al nastro dorato.
Di mia madre il cuore si piagò di piombo.

Porta di quercia, chi ti scardinò?
La mia mansueta madre non può giungere.

*
da Mohn und Gedächtnis, trad. di Anna Maria Curci (dal web)

***

Paul Celan (Czernowitz, Bucovina, 1920 – Parigi 1970) poeta rumeno di origine ebraica, ha scritto in lingua tedesca; scampato allo sterminio nazista, visse dal 1948 a Parigi, dove morì suicida. La sua poesia, influenzata da Mallarmé, dall’espressionismo e dal surrealismo, esprime le sofferenze del poeta, della sua famiglia e del suo popolo e la tragedia dei sopravvissuti (Papavero e memoriaMohn und Gedächtnis, 1952) e col passare del tempo il linguaggio diventa sempre più metaforico ed evocativo: la lingua realistica diventa, così, inutilizzabile in quanto lingua di quel potere che ha reso possibili crimini atroci. La parola poetica si fa quasi evanescente e le poesie si compongono di spazi vuoti e delle parole che sono state strappate al silenzio. L’apertura al Dio ebraico in La rosa di Nessuno (Die Niemandsrose, 1963) non cancella la solitudine e l’abbandono, che nemmeno la speranza di libertà, rinata dopo il viaggio a Gerusalemme (Dimora del tempoZeitgehöft, postumo 1976), ha potuto colmare.

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