Omaggio al Salento: saperi e parole tra i vicoli di Matino (LE)

Domenica 11 agosto c.m. l’ass. La Scatola di Latta ha organizzato un prezioso “Mercatino dei saperi e delle parole in un vicolo d’arte” a Matino, un piccolo borgo nel cuore del Salento, in provincia di Lecce (Puglia). “Omaggio al Salento in tre atti” è il contributo, scelto tra gli inediti della mia produzione dell’ultimo anno, che leggerò in compagnia di tanti altri amici, tra i quali ringrazio Agata De Nuccio per l’invito. Se passate da quelle parti siete tutti invitati! [AnGre]

Omaggio al Salento in tre atti di Angela Greco

I atto
La sera salentina è un arco e una diagonale
tra due mete da stabilire, chianche diseguali
che pavimentano il richiamo verde dei tuoi occhi;
un gatto pigro sulle scale che giallo e nero
guarda prima di confondersi col disco notturno.
.
La sera salentina è una scala da percorrere
tra l’ombra e il bianco, poco prima del letto,
senza conoscere l’esito del vicolo che svela
una corte intagliata e una chiave lasciata
all’esterno, nella lingua dei padri.
.
L’ultima quercia guarda dall’alto del muretto
secco d’acqua e di paesani, nella controra che
affina le dita sugli strumenti per la notte appena
iniziata. Si balla nella sera salentina, si scaccia
la malattia e ci si libera prima che sia troppo tardi.
.
.
.
II atto
Ognuno offre il suo tempo e la parola diventa
il ritmo dove incontrarsi, tra l’angolo della piazza
e le sedie allineate dalla curiosità di rugosi uomini
increduli ‘ca li fimmine’ possano aver perso il velo
e sole aggirarsi oggi per tortuose stradine.
.
La sera salentina aspetta la prima alba, a pochi passi
dalle case che non dormono, dal cuscino sudato
e dal tuo volto che sente addosso queste parole
e dimentica i chilometri, appena dopo quella svolta
e il grande arco col cuore di pietra nello stemma.
.
La sera salentina ha luminarie che pazientano in piazza
in attesa del santo e dita di danzatori frementi sui telefoni,
vegliando un tempo mai andato via e mentre il caldo
e l’afa fanno azzuffare pensieri e silenzi, i piedi
sanno queste strade e la costrizione delle scarpe.
.
.
.
III atto
Dal piccolo balcone sfacciata la pianta fiorita di capperi
striscia su tre gradini lasciati al caso; il cane scodinzola
e il sole nascosto tra i pomodori matura sulle guance
sfrenate. Il tuo bacio è una fetta d’anguria che toglie
sete e sonno, qui, tra camion carichi e campi assolati.
.
L’ulivo zittisce e attende il giorno buono; la spiaggia ad est
è un atto di resistenza in questo sud che vuole cogliere vita
a piene mani, acino dopo acino, tra filari d’incomprensioni
e verderame. Poi sarà ancora festa e pietra da scavare,
per raccontare questi intagli ricavati per sottrazione.
.
La sera salentina sono queste mani, che fermano l’attimo
e faticano senza sosta; dita intrecciate ai fili di un ragno
che ride guardando dove siamo finiti. Pagina dopo pagina
finisce anche la terra, a sud, col cappello in mano, tra santi
e madonne che ingoiano acque e restituiscono stupore.
.
La sera salentina ha sguardo lucido: «Torna e abitami,
non lasciarmi solo paese d’agosto; la città, lo sai, ha
spazi grandi che perdono la misura del gesto, dell’occhio
e del respiro; c’è qualcosa che non si può spiegare, ma
solo vivere, qui, tra monaci volanti e capre segnate».
.
***
(immagini: in apertura R.Magritte, Paese dei miracoli, 1964; in chiusura, Faro di Punta Palascia, Capo d’Otranto)
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Pioggia di metà luglio…

Del giorno rimane un sentire di
finito, un aroma stinto, una
lontananza senza soluzione e
una incombenza da assolvere.
.
Sfrenate corse colmano i pochi
spazi rimasti a disposizione;
al canto del gallo si ricomincia
in memoria di altro tradimento.
.
Mattini si reiterano sbiaditi,
mentre nell’angolo un silenzio ci
osserva senza essere compreso.
Piove da non lavare nulla di più.
.
.
Angela Greco (inedito e foto, luglio ’19)

per certi versi…

*
Nell’ora vuota solo la cicala parla;
il riverbero acceca un pomeriggio
di zolle assetate in attesa di un ritorno.
Poi è odore di resina e più in basso,
il mare, visione rarefatta, è afa confusa.
Pensieri, tra il verde e me, i tuoi occhi.
.
Il tempo è una roverella, meridiana
tra spighe prudenti; noce e mandorlo
si spartiscono virtù e sacrilegio
al trascorrere del giorno.
.
Case disabitate guardano fuori;
passiamo, sbuffando chilometri,
senza vedere.
.
.
.
*
Ma dove abbiamo sbagliato?
Un errore non si fa mai per errore.
Allora, dove abbiamo lasciato le ali,
i libri, gli ombrelli e le chiavi di casa?
Mani estranee, che non abbiamo fermato,
ci stanno spartendo, mentre siamo
persi dietro corse che crediamo irrefrenabili.
.
Dov’è quella veste così grande da non riuscire
a essere contenuta nella stanza mentre ti parlo?
E dove sei, tu?
.
Occorre ancora una volta ricominciare;
alla tua voce mi alzerò da questo letto
e volterò pagina. Torneremo ancora plurali.
.
.
.
Angela Greco (foto compresa)
inediti, luglio 2019

migrando tra cieli e campi di grano – fotografia e testo di Angela Greco

migrando tra cieli e campi di grano

(all’angelo)

E, allora, a chi assomigli tu?
Del salto hai il sangue del distacco,
della terra e del volo nulla manca;
alla caduta non sei caduto e persino
le ombre e le stelle t’appartengono
senza mutare il tuo piede nel cammino.

Cielo d’estate ti estenui tra azzurro e
grano, a guardia di una linea d’orizzonte,
che netta richiama occhi e fiato, mentre
la mano tenta inchiostro per non dubitare
della realtà. E sei pietra di ben altra natura;
al crocevia del viandante la tua voce indica
ancora ritorno.

*

Angela Greco [inedito, luglio 2019
in foto: “migrando tra cieli e campi di grano”, Altamura, 1\7\19]

Quel che abbiamo perso – fotografia e testo di Angela Greco

*
Abbiamo perso
ancora un’occasione
per tornare a vivere.
Abbiamo perso l’azzurro
in quotidiani tormenti, che
ci allontanano non soltanto tra noi,
ma da noi stessi. Non siamo riusciti
a dar voce alla gioia e siamo finiti
schiacciati esattamente sul centro petto
da questo silenzio improficuo.
.
Potevamo splendere di infiniti raggi
e bruciare ogni indesiderata lacrima
dal primo momento e fino a questa linea
spezzata tra fiato e foglio rigato d’inchiostro.
Abbiamo perso un’occasione – essere noi
per sorridere e per parlare ancora
con la luna.
.
.
Angela Greco [inedito, giugno 2019
in foto: “Rivelazioni di luce”, Martina Franca, 16\6\19]

Cartoline di Puglia: saluti dalle Murge by AnGre

Saluti dalle Murge!

(Le Murge sono una subregione pugliese-lucana molto estesa, corrispondente ad un altopiano carsico di origine tettonica e di forma quadrangolare situato tra la Puglia centrale e la Basilicata orientale. In foto (scatti di AnGre): Murgia brindisina, agro di Fasano Selva e Murgia tarantina, agro di Castellaneta-Laterza, Puglia)

– clicca sulle foto per ingrandirle –

Una serata con…Rita da Cascia, di Angela Greco

Ha avuto luogo, nelle date del 21 e 22 maggio 2019, nella splendida cornice del Villaggio di Sant’Agostino, nel cuore di viuzze del centro storico della città di Martina Franca (TA), la rappresentazione “artistica” – è il caso di definirla in questi termini – di “Rita…figlia…Madre…Santa”, realizzata in occasione della festa di Santa Rita, dalla Compagnia “Le Quinte”, con la regia di Pasquale Nessa. Una rappresentazione teatrale, che ha coinvolto attori, narratori e due ballerini, che ha riproposto, a un pubblico numeroso e partecipe, nonostante la temperatura autunnale, alcuni episodi della vita di Margherita Lotti, per tutti santa Rita, religiosa italiana definita “santa delle cose impossibili”, dalla sua comparsa sulla scena pubblica nella medievale Roccaporena, fino alla sua morte in odore di santità, avvenuta agli inizi del Rinascimento, a Cascia.

Un percorso particolare e dettagliato, quello scelto dal regista, incentrato parallelamente sulla umanità e sulla santità di questa volitiva donna, figlia del suo tempo in ogni atto e incrollabile nella fiducia in Dio, ambientato nel chiostro dell’antico ex convento delle suore Agostiniane (ordine a cui appartenne anche la santa), dove – come scrive la Priora della Comunità di S. Rita in Cascia a mezzo lettera – “oltre a far conoscere S. Rita e il suo messaggio con il vostro spettacolo, desiderate far rivivere la spiritualità agostiniana in un Monastero dove per tre secoli hanno abitato le nostre Consorelle di vita contemplativa, in Valle d’Itria.”

Il Convento delle Monache Romite Agostiniane sorse nel XVII secolo per volontà dell’arcivescovo Tommaso Caracciolo. Il convento, che si ispirava alla regola di Sant’Agostino, accoglieva le figlie dei ceti più abbienti di Martina Franca. La possente struttura ruota attorno a un chiostro con due pozzi di forma ottagonale ed è ingentilita sul terrazzo da una balaustra traforata decorata con statue di angeli e fiaccoloni (dal sito villaggiodisantagostino.it); in questa location, sfruttando la naturale fisionomia del luogo, abbellito solo da piccoli fuochi, oggetti posati sullo sfondo per dare vita ad una quotidianità che ha sottolineato ogni atto, un crocifisso “sospeso” e un tavolo-altare-catafalco funebre, Pasquale Nessa con sensibile occhio ha ambientato uno spettacolo originale, soprattutto nell’uso di tutti e  tre i livelli disponibili del fabbricato principale (piano di calpestio e due piani di edificio) per la messa in scena della vita della santa umbra, adoperando le finestre poste sotto gli archi, come nicchie berniniane per l’uscita ad oc di alcuni personaggi, come ad esempio la figura di Dio, muta e ieratica dalla sua posizione sopraelevata o, della morte stessa, nello specifico quella del marito di Rita, accaduta al secondo piano dell’edificio e che ha costretto gli astanti, guardando verso l’alto, a comprendere che vi è un destino superiore rispetto alla volontà umana. Dettagli, perfettamente incastonati nella naturale scenografia, che hanno segnato la professionalità e la passione del regista, il quale ha evitato costruzioni ad arte, evidenziando in tal modo l’armonia coi luoghi vissuti nella recita.

La compagnia “Le Quinte”, composta da elementi di età differente, lavorando con coesione e rispetto reciproco, ha reso al pubblico una drammatizzazione onesta e professionale, nella quale è risultato quasi indistinguibile estrarre la parte di punta rispetto a tutto il gruppo; tutti, dalla giovane interprete di una santa Rita all’inizio del suo cammino, fino a colei che ha interpretato Rita sul letto di morte, passando dai genitori, al marito, alle consorelle della santa e persino dalla figura originale e caratteristica del sacrestano-giardiniere, interpretato da un riccioluto giovane che si esprimeva con un credibilissimo accento umbro-marchigiano, hanno offerto al pubblico un’ora e mezza intensa, intrisa di misticismo e realismo, sacralità e forza, nel rispetto dell’agiografia ufficiale della santa di Cascia e del contesto sacro in cui ha avuto luogo la rappresentazione, senza mai forzare la mano in favore di episodi di facile presa sul pubblico, ma, semplicemente, lasciandosi docilmente guidare dagli episodi tramandati dalla storia e dalla Chiesa, in un crescendo drammatico, funzionale alla più grande gioia a cui Dio predispone l’uomo fin dai primi atti della vita a cui lo relega.

Un momento di grande suggestione e di particolare interesse è stato quello della notte scura dell’anima di Rita, inevitabile prova a cui è sottoposto il genere umano, rappresentato in danza: la lotta tra la giovane donna e il Tentatore, resa in scena da due danzatori professionisti (Francesco Bax e Francesca Sibilio), che non si sono risparmiati nell’espressione potentemente fisica del contrasto acerrimo tra Bene e Male, con movimenti tecnici dal forte impatto sul pubblico e la bellezza etera di un’arte, che al meglio è riuscita ad esprimere l’estenuante morsa fisica a cui è stata sottoposta anche questa santa, sottolineati da musiche scelte con cura, ausiliarie di un coinvolgimento emotivo che non ha risparmiato qualche lacrima nel pubblico, mettendo in luce la capacità empatica del lavoro di Pasquale Nessa.

La serata si è conclusa con la rappresentazione degli ultimi istanti di vita terrena di santa Rita, la “santa delle cose impossibili”, che, in un monologo diluito in più riprese, ha riassunto una lunga e densa esistenza per mezzo della spiccata capacità attoriale dell’interprete, la quale, in scena su un letto di morte, ha commosso un pubblico già provato da susseguenti emozioni fin dai primi momenti narrati da una voce esterna interpretata da un “messere”, che sempre ha tenuto fra le mani una rosa rossa, simbolo per antonomasia e ricordo della santa provata da Dio nella perdita di ogni suo affetto e ricompensata nell’eternità. [Angela Greco]

(dall’alto in basso foto di: Erminia Greco, Martino Mastrovito, Erminia Greco – elaborazione by AnGre)

Appunti mattutini, scritti e foto*

Il buongiorno, al pari della buonanotte, è uno stato permanente di dubbio, esperimento di contatto con la lontananza, formula magica, nel tentativo di ritrovarsi; con chi? D’attesa ancora un giorno si veste.

Prima che il vento ci disperda,
siamo nell’angolo un graffio all’assenza.
Alla svolta scompare l’azzurro città;
pochi passi e ci ritroviamo tra le pietre,
scavati, dalla benevolenza del tempo,
per farci coppa da cui bere.
.

Poi, quel qualcosa di azzurro accade, in fondo al cuore, al culmine della pietra grigia del giorno, certezza di primavera e risposta silenziosa al dubbio, alla pioggia e all’assenza, tutt’oggi difficile pranzo a cui prendere parte nelle date rosse di un calendario che non smette di rinnovarsi. Tu, ogni petalo di queste dita che – nontiscordardime – scrivono, per abbracciarti, di un sorriso che radica nell’impervio e ostinato procedere nonostante tutto.

Non ricordo l’amaro, ma la tua mano,
ferita e nascosta, e la tua camicia di sabbia.
Si perdono riferimenti e dune tra occhi
arrossati. L’ombra s’allunga alle spalle.
Verrà la notte, forse il mattino, e tu,
.

un bacio al volo, questo sfiorare di labbra come ai santi, un suono vicinissimo, una finestra aperta per l’occasione, l’attimo di sguardi, che si incrociano nella difficoltà quotidiana e che, pure, non smettono di credere che la primavera non potrà tardare ancora a lungo. In fondo, anche il grigio è un colore.

[*appunti e foto di Angela Greco AnGre, 2019]

Ancora Barabba di A.Greco letto da Ginevra Grisi

Recensione di Ginevra Grisi pubblicata sul nr. 4/2019 di Literary che si ringrazia.

Un poemetto, quasi una drammaturgia in versi di vaga reminiscenza luziana, non fosse altro per la scelta del tema evangelico. Si potrebbe immaginare una voce recitante e un coro, Barabba e la folla.

Barabba, salvato e liberato dalla folla, vive i giorni e le notti prima la sua (scongiurata) morte. La sua identità fluida confonde la sua passione con quella di Gesù, la sua estraneità a quella del suo giudice, Pilato, ed infine la sua intervenuta salvezza a quella della folla che lo ha salvato.

Sia pure con facile approssimazione verrebbe da dire: Barabba siamo tutti noi. La folla decide sempre e per sempre e volta contro l’altro da sé, pre-giudicando nell’ombra dell’ignoranza: “Qui non importa essere figlio di dio. / Il cielo è così distante da confondere idee / e la sera è uno stato permanente.”. Non sembri blasfemo ritenere che è assente, da questa scrittura, una verticalità. L’esistenza di Dio, la fede, sono elementi fondanti da cui sgorga questa poesia, ma è nel solco del puro cristianesimo che si dipana il filo delle riflessioni.

Ma ciascuno è straniero in terra straniera, ciascuno può rimanere vittima e “Barabba non è più sicuro / che sia morto un altro al suo posto.”. Poiché la morte terrena è toccata al Cristo, ma la croce era stata alzata per entrambi ed è comunque una forma di espiazione morire ogni giorno nel senso di colpa della sopravvivenza: “Stanno issando una croce, che guarda me.”. La croce continua ad osservarci, attraverso la storia, e continua a sollecitare la nostra responsabilità di uomini. Non può non riconoscersi a quest’opera anche una vocazione precettiva: “Affidarsi a qualcuno / è un’idea di salvezza.”. La miglior poesia sa essere icastica, non pare doversi aggiungere altro.

A.Greco, ritorno a Cape Storm (ovvero dell’assenza e di altri demoni)

La mia speranza è che non soccomba il genere umano e che prima o poi si torni nuovamente a leggere tutto, in ogni senso, poesia compresa, fino in fondo e senza omettere i dettagli.
Buon primo maggio. (AnGre)

ritorno a Cape Storm (ovvero dell’assenza e di altri demoni)

tratta da ALL’OSCURO DEI VOYEUR di Angela Greco (clicca qui)

Mattone per mattone sbiadisce la strada;
il vento scopre l’anello al piede. Fronte mare
si spargono veleni su luccichii ancora estivi.
Sandali consumati non lontano dall’ombra
delle undici dicono che il deserto accade
tra sabbia e parcheggio incustodito. Ci si incontra
appena prima della pioggia, nel riflesso
che taglia la strada. La stagione di Hopper si è chiusa
non lontano da qui: azzurro il gelsomino s’arrampica
sullo Jonio e noi a guardia di sfioriti oleandri
aspettiamo fiduciosi donatori di sangue.
.
La campana porta in piazza il santo di turno;
la festa è fuori: nei mattoni cotti al forno
al posto del pane, nella salita senza ascensore,
nel sapone per le mani, forse nella crema
per il viso e nelle ginocchia di mia madre,
nella sua preghiera e nel mio caffè amaro.
Non c’è ombra – siamo a Mezzogiorno, dici –
è vero; manca il passo, ma non l’orma.
Aspettiamo di toccarci per poi dire del palmo
e di quel che contiene. Arrivi dopo pranzo,
col tamburo in petto, sotto l’albero giallo.
La mancanza non dichiarata e il vuoto,
la dispensa beffata dall’inverno e la porta,
che ha deciso di non aprirsi ad altri, e noi.
.
La signora di sabato è vestita elegante
tracima perfetta di buste della spesa.
Due traverse prima strilla il mercato;
incurante del poco prezzo d’ordinanza
convinto d’essere ancora un buon affare.
A bordo strada cinquant’anni di matrimonio
separano frutta e verdura
con filosofia che diventa pietra.
Di che sesso era tua madre
quando ti ha partorito maschio?
L’odore del pane ricolloca il giorno
nella pienezza della sua retorica.
.
Nella cornice gialla campeggia un solo albero.
Chioma di notti insonni succhiate dalle radici
e un uccello che domanda l’indirizzo di casa.
Attraverso il vetro s’intravedono pavimento e
caduta. Mi offri bocca e lingua per i miei lividi
e un ritorno in bianco e nero sfalsa l’obiettivo,
lo scatto e la prospettiva che curva schiene.
Conto foglie sfuggite al vento per farne autunno:
dal parrucchiere di fiducia tra il biondo e la cenere
sfugge una risata nervosa d’un incipiente altro giallo.
(in apertura: M. Rothko, New forms – in chiusura, disegno di A.Bruno)

 

Angela Greco, All’oscuro dei voyeur – prefazione e alcune poesie

“Le opere d’arte sono sempre il frutto dell’essere stati in pericolo,
dell’essersi spinti, in un’esperienza, fino al limite estremo
oltre il quale nessuno può andare.”
 
Rainer Maria Rilke
.
.

     “La poesia di questo All’oscuro dei voyeur di Angela Greco presenta un forte nominalismo, che s’intrama (naturaliter si direbbe) nella mossa, a volte colloquiale, ma più spesso franta (come sospesa e subito dopo ripresa), tessitura dei versi.

Si tratta di un nominalismo, in cui i nomina delle cose si dispongono, nei segmenti versici, a grappoli, a catene pressoché continue di immagini, di metafore, di semina e “lampi” simbolici del pensiero e, costantemente esposti allo specchio concavo delle svariate forme dell’ironia – dalla giocosa all’irridente, dalla paradossale alla grottesca, alla sublime – sfocianti, talora, in zone di confine fra l’espressionistico e il surreale («Sotto il cappello sfuggono l’ansia dell’attesa e la finestra»; «Le diagonali tirate dalla luce affettano il sabato»), si organizzano a rappresentare un personalissimo microuniverso poetico.

Nel quale s’attesta la cognizione della solitudine, della distanza interpersonale («Sciolti i nodi / siamo tempeste in formazione in attesa della pioggia»), dell’inappartenenza («Non m’incontro più nemmeno allo specchio»), dell’assenza («Avrò notizie di me / tra qualche giorno. Oggi non mi riconosco»), dell’invano («si raccattano parole per imbrogliare l’attimo»): della prevalenza disperante, insomma, del Nulla che ci attanaglia e ci ottunde («Dietro le quinte è pieno di aghi spuntati dal Nulla»). Il tutto sorretto da un linguaggio poetico all’apparenza dimesso, sì, ma al contempo assai mobile, intriso di colori, di sfumature e di variationes ritmiche, musicali e figurali («è appena fiorita l’immagine della sera»): un linguaggio che, fra il visivo e il visionario, inanella immagini, figure, oggetti e  istanze della mente, incastonandoli in un verso ipermetrico, a suo modo narrativo, e proiettandoli in una dimensione che pare collocarsi nello spazio atemporale del sogno (dove «Seduti scomodi sul secolo breve finito forse nel 1989 / intoniamo canti da raccolta di cotone per farne bende»).

Il ritmo e i tagli delle sequenze versiche, oltre tutto, immettono il lettore ex abrupto nel continuo flusso di testi poetici spesso non titolati (quasi frantumi di disintegrati poemetti), come a voler dimostrare che la poesia cerca e rinviene nella parola la coscienza della forma, la sorgente del desiderio e dell’ebbrezza inventiva, in una transizione di senso verso le radicali unità di pensiero e stupore, di testo e immagine, di presenza e confronto tragico con la frontiera dell’assoluto. Senza trascurare la sua precipua funzione di creare, proporre e rappresentare universi non solo paralleli, ma pure alternativi all’universo reale in cui ci troviamo inesorabilmente confitti («La poesia è insubordinazione, stazione viaria, azione, / passaggio in auto-stop verso una nuova galassia»).

Dotata, nel caso di specie, d’una robusta e perentoria vis assertiva («L’intonaco aspetta l’ultima mano; ritrovare la via / di casa nel dedalo degli accadimenti non è facile. / Ogni ritorno è un caso limite di sopravvivenza»), non chiusa, peraltro, ad attimi di delicato incanto («L’ultima anatra si rifaceva il trucco specchiandosi sul ghiaccio / appena formato: al di sotto della lastra, salutava per l’ultima volta / un pesce rosso dagli occhi languidi. Non mi ha detto dove / fosse diretta; ci siamo ritrovate, poco dopo, all’ufficio spaesamenti…»), essa sembra ingaggiare una specie di permanente sfida con la parola e con le infinite possibilità che la stessa offre di rappresentare le cose, l’esistenza, i rovelli  del pensiero, il mondo, nel loro cangiante cromatismo d’immagini, nella plasticità dei movimenti e nella immobile fissità dall’abbandono, non trascurando di cercare, comunque, una plausibile via d’uscita dalla insensatezza della realtà e dell’essere.” (Prefazione di Franco Pappalardo La Rosa)

QUI il libro

Versi estratti da All’oscuro dei voyeur di Angela Greco (YCP, marzo 2019)

§
Il vecchio studio è un dipinto famoso:
l’archivio metallico rintocca a ogni ricerca
e il tarlo spezza le gambe. Il tavolo non regge più
la poltrona è orlata di buchi, la lampada intermittente.
Edward costruisce fondali e lame di luce nell’attesa.
Colori svenduti in questi giorni distopici.
.
«Non m’incontro più nemmeno allo specchio.
Sfuggo nel punto d’ombra dietro la solarità
e in pochi conoscono l’assenza che mi abita.
Il riflesso appanna i bicchieri buoni.
Appartengo ad altri luoghi, altre modalità,
all’estenuante ricerca, alla parola non ascoltata.»
.
«Continua a guardare nella direzione del vento,
forse è da lì che torneranno gli occhi lucidi
e i venditori di occhiali non potranno opporsi.»
C’è tempo per ritrovarsi. Adesso è un altro tempo;
lascia che incomba un silenzio di risurrezione.
.
.
.
.
§
Nel deserto aree di servizio lasciate alla polvere
fanno rifornimenti inutili di umanità fuori servizio.
Scivolano sui tetti le ambiguità della sera: non mi fido
di troppi sguardi, del rifugio del peccatore, della sedia
lasciata a guardia dell’ingresso principale alla controra.
Il vento di ponente intasa le tasche di sabbia.
Preme la voglia di arrendersi sempre più spesso,
di anestetizzare il gesto, di zittire il proseguimento
di questa impresa fallimentare, del disequilibrio tra
uscite ed entrate, del debito con l’insicurezza.
Luglio non ha colpe del silenzio che disanima il torace.
.
Una pioggia ìmpari di sete e controsensi annacqua quest’ora;
il canadair superstite sorvola disattenzioni premeditate,
mentre al largo combatte il mare. Dimenticati gli esiti
si raccattano parole per imbrogliare l’attimo.
Tornerò ad abitare agli esordi della pietra, graffiando
pareti future d’uomini e animali che si negano a vicenda.
Vagisce il distacco dall’appartenermi: metà agosto
ha infiammato tutto quello che rimane.
.
.
.
Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo Editore, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Ed.Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017); Correnti contrarie (Ed.Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII. Settembre 2017); Ancora Barabba (Collezione Bocche Naufraghe, YCP, 2018). È ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

Barabba, un altrove – di Giovanni Luca Asmundo

buona ri-lettura!

Il sasso nello stagno di AnGre

Giovanni Luca Asmundo legge Ancora Barabba (YCP, 2018) di Angela Greco.

*

Barabba, un altrove (qui il libro)

La plaquette “Ancora Barabba” di Angela Greco è parte di un progetto più ampio in corso, attraverso il quale modulare il tema dei naufragi. Lo sfondo della narrazione è una Palestina metaforica, un paesaggio interiore a tratti mistico ma non necessariamente evangelico.

Non appare casuale che l’incipit della silloge, “La città vista da qui sembra smisurata”, si apra sul corpo della città, riflettendo sul limite dell’orizzonte, immediatamente negato e “misurato” dal verso successivo, “Il drappo protegge il sinedrio dalla luce”.

Il tempo naturale sembra rivestire anch’esso un ruolo centrale nella narrazione, ad esempio nella V poesia, in cui si rappresenta un’alternanza del giorno e della notte di volta in volta teatrale (“Il giorno nasce con la piega greve / della maschera che ti accompagna / al posto numerato comprato”), spirituale (L’attesa si…

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Dedicato: tre poesie di Angela Greco

Questa condivisione è un omaggio ai miei lettori, dove “miei”, per chi mi conosce bene, sta per “persone a cui sono legata”, giunti nella gentilissima voce di M., la quale, in un commento, mi chiedeva se per caso non condividessi più mie poesie sul Sasso… Dopo aver letto il commento vi dico soltanto che è tornato, dopo una settimana di piogge e cielo grigio, il sole. Anche in senso metaforico. Grazie, di cuore, per l’attenzione. (AnGre)
§
Summer evening. La luce penetra la notte intorno.
Siamo notte e luce.
Animali ringhianti a guardia dell’umanità.
Il chiarore sulla veranda rivela un desiderio insoluto;
nell’attesa liquidi ci interessiamo delle prossime stelle,
impegnate a illudere romantici. Un fruscio dall’interno
scioglie incertezze. Ululiamo posati alla ringhiera. Accade.
.
Lo stiletto conficcato ossida il mattino. Al terzo intercostale
si risolve il dubbio e possiamo continuare. Lo strappo
rivela un volto sorridente sotto il primo velo di carta.
Si sovrappongono rappresentazioni e tempi e Mimmo lo sa.
Fuggiamo a Casablanca, a piedi, finché siamo in tempo.
Prenderò il porto d’armi soltanto per puntarti addosso
le canne del mio sovrapposto, oggi, che non sei più lo stesso.
da All’oscuro dei voyeur (YCP, 2019; prefazione di Franco Pappalardo La Rosa)

§
Nell’oscurità della propria insonnia
il turno, la chiusura dei conti, il ritorno;
in un silenzio asfissiante
si assottiglia il coraggio
e feroce svanisce l’illusione di riuscirci.
.
Qui non importa essere figlio di dio.
Il cielo è così distante da confondere idee
e la sera è uno stato permanente.
.
Il rumore della sopravvivenza
fuori da questo perimetro
ha qualcosa di conosciuto che
non si può più ignorare.
da Ancora Barabba (plaquette; YCP, 2018)

§
Il sole pendola a un’ora ferma sulla grave
a sud di primavera anticipata; una sequenza
di rotti vetri colorati e legni e un ciondolo
appeso alla cipria del cielo, sul collo di un
pomeriggio casuale. Claire vede il verde
di occhi echeggiare alla parete carsica;
meraviglie nascoste dietro fessure di silenzio
e gatti in bilico tra troppe vite. Un falco sorvola
il luogo del prossimo nido incurante della sera
incipiente e dei suoi colori. Giochiamo a dare un senso
alle parole, che ci fraintendono prima della buonanotte.
.
Si sfuoca in lontananza la visione e per oggi siamo
fermi in questo cerchio, affacciati a un balcone.
(inedito)

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Giorni iblei

dal libro All’oscuro dei voyeur (QUI), prefazione di Franco Pappalardo La Rosa

Il sasso nello stagno di AnGre

Tratto da “amArgine”, 13 settembre 2017

Poemetto, micro poema poco importa incasellare. La scrittura di Angela Greco qui è ricca, esaustiva, evita però un’eccessiva ricchezza/lunghezza nel verso, assume fascino e musica. Giorni Iblei è resoconto di un viaggio estivo in Sicilia, una breve vacanza. Il caldo, i fuochi, le bellezze asperrime della zona iblea della Sicilia, filtrati dallo sguardo dell’autrice, sempre attento e minuzioso nel registrare e renderli poesia. D’altronde se la creatività non passasse per lo sguardo, per la persona che c’è dietro quello sguardo, avremmo prodotti e non opere d’arte. Invito alla lettura di questo pezzo, alle sue assonanze ai suoi versi forti, bello da leggere perché privo di rami secchi e binari morti. Angela Greco ha scelto versi molto forti e suggestivi a ogni apertura di strofa, sì che la lettura ne sia affascinata ma anche consapevole. Penso che la poesia tragga ristoro, perché a suo modo…

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