due poesie da Anánkē di Angela Greco

due poesie da Anánkē di Angela Greco (Ladolfi Editore, 2021)

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E, dopo questo momento e questa incertezza,
sarà ancora una voce a riedificare il sole,
a ridestare il giorno, a ricordare il cielo e
a rileggere i passi stanchi che sono stati.

Una voce, che al mattino prolunga il sogno,
che rende grazie a mezzogiorno e benedice,
a sera, per quel che ha vissuto e per il domani;
certezza di luce, d’infanzia indomata
e di notti di sperate stelle, di sonno perduto e 
di respiro affaticato; di persone, che a malincuore
hai salutato e di cancelli da varcare, di terrazze 
sull’ignoto da attraversare. Una torre di amarezze
da scalare per rivedere l’orizzonte color pesca, che
desta l’occhio disabituato all’incanto dimenticato.

Poi raccoglieremo mandorle
per le promesse nascoste nel legno, 
segno che dopodinoi saranno ancora 
terra e attesa, pianto e sale,
delusione e nuova speranza di ricordare
il nome dell’unica cosa per cui sia valsa 
tutta la pena di vivere.



*


Non inizia niente di nuovo;
31 o 1, 2020 o 2021 sono solo numeri
e da qualche parte siamo già stati scritti
anche noi. Tra le stelle o sul marmo, 
cambia solo lo spazio che ci ha contenuti. 

Nel mentre, 
riprendiamoci quel che abbiamo perso,
scaliamo la montagna per vedere ancora
quel che questo silenzio non dice.

[…]

Inizio da te, ricomincio dalla tua umanità,
sospesa al fiato che man mano si fa corto
alla vista dei tuoi profetici occhi silvani,
di perdute acque e sconfinate prospettive.

Nasco qui, alla tua domanda sul giorno,
al percorso troppo breve tra due arrivi
marcati a fuoco; nel vegliare una finestra
sulla rovina affacciata al domani,
ai piedi d’un cielo, che fai più vicino.

[…]



Ananke di Angela Greco: quando la poesia codifica il mondo tra libertà e necessità

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Articolo di Davide Morelli per ‘900 LETTERARIO  

*

Di sicuro, oggi come oggi, nella poesia contemporanea italiana “le mappe non sono più possibili”, come ha scritto Giulio Ferroni. Inoltre forse oggi è improbabile il rapporto tra impegno e poesia, tra religione e poesia. Tuttavia si può affermare che è saldo il legame tra filosofia e poesia.

Sanguineti sosteneva comunque che la poesia fosse uno sguardo vergine sul mondo. Quindi sarebbe l’animo umano a fare poetico il mondo. Potremmo però anche pensare che la poesia si trovi sia nella mente che nella realtà, oppure che nasca da una interazione tra le due. Se consideriamo la poesia come mimesi allora il poetico sta nel mondo. Se consideriamo la poesia come rivelazione allora il merito sta tutto nell’artista o in Dio. Se consideriamo la poesia come trasfigurazione o come insieme di “corrispondenze” (come le intendeva Baudelaire, che creavano perciò “una foresta di simboli) allora il poetico sta sia nel mondo che nell’io.

Angela Greco: la poesia codifica il mondo

In tal senso la poetessa Angela Greco non solo sa cercare la poesia in ogni angolo di mondo, ma sa anche codificare poeticamente il mondo. Sa riflettere profondamente sul mondo oltre a filtrare le voci e le suggestioni dei grandi poeti. Questo è ciò che conta e non è affatto poco. Essere poeti deve quindi intendersi se non come un lavoro (visto che pochissimi riescono a guadagnare qualcosa con i versi. Un tempo si diceva “ut pictura poesis”, ma oggi la pittura, a differenza della poesia, riesce ad essere ancora remunerativa) quantomeno come un continuo ed ininterrotto lavorio: essere sempre in ascolto, scegliere parole, revisionare tutto, accordare il tempo della vita a quello della poesia.

La nuova raccolta di Angela Greco si intitola Ananke, che significa in greco “forza del destino”, ma toglietevi dalla testa che sia fatalista: piuttosto pone continuamente l’accento sull’eterna lotta tra libertà e necessità. Questo libro è edito da Giuliano Ladolfi editore (qui il libro), che, come sanno addetti ai lavori ed appassionati di poesia, è selettivo e premia la qualità.

Come mette ben in evidenza nella bella prefazione il poeta Fabrizio Bregoli, la poesia della Greco deve intendersi come testimonianza del nostro tempo, della nostra epoca, che però non cade mai nel “cronachismo”, che non indica mai col dito e né si volge al tragico o addirittura all’apocalittico, dato che l’atmosfera dell’opera è sempre rarefatta.

Il pensiero poetante

Angela Greco si dimostra una poetessa significativa nel panorama letterario e che questa opera è segno inequivocabile della maturità raggiunta. L’autrice ha la disposizione d’animo, l’educazione al gusto e la tecnica per tradurre le occasioni, che la vita le dà, in poesia autentica.

È una poesia, contrassegnata in parte dallo stile colloquiale, che al contempo è espressione del proprio vissuto (interrogandosi su mutamento ed identità) senza cadere nell’egocentrismo (i componimenti non sono confessionali, in essi non prevale il dato egoico) ed è “pensiero poetante”: una poesia che quindi affronta i rovelli esistenziali e metafisici e cerca sempre il codice di accesso all’essere, senza mai essere consolatoria. Poesia in questo senso deve intendersi anche come psichismo tra la poetessa e gli affetti più cari.

L’autrice riesce sempre a non essere né prolissa, né troppo lineare, a rientrare a pieno diritto nei crismi della letterarietà. Riesce sempre a limare, a non perdersi in intellettualismi e ad evitare le semplificazioni. Il suo linguaggio è sempre diretto. Le sue cadenze sono intellegibili. Non gioca mai con i termini, non usa circonlocuzioni, che finirebbero per mistificare la realtà. Le sue parole sono essenziali come in “Satura”, ma a differenza dell’ultimoMontale la sua epigrammicità non è mai totalmente negativa, pessimista.

Come ha scritto Andrea Afribo da “Ora serrata retinae” di Magrelli in poesia “non è più vietato farsi capire”. È vero che come il poeta Lello Voce recentemente ha dichiarato la poesia debba essere considerata uno stato di eccezione della lingua.

Una raccolta che procede per sottrazione

La poesia della Greco non è poesia dell’inconscio, né iperletteraria. Non scarnifica, non spolpa la parola fino a giungere all’afasia, come fanno alcuni, né ne rovescia il senso come un guanto, come fanno altri. La poetessa talvolta procede per sottrazione, ma non eccede mai. Non solo ma – questo vale per tutti – è sempre difficile stabilire un discrimine tra accumulo e sottrazione, tra battere e levare.

A questo proposito va ricordato il paradosso del sortite, che è un paradosso generalmente attribuito al filosofo Eubilide, secondo cui non sappiamo mai definire un mucchio di sabbia, visto che togliendo o aggiungendo un granello alla volta abbiamo sempre un mucchio di sabbia.

Secondo questo paradosso anche un granello di sabbia è un mucchio di sabbia. Allo stesso modo a forza di sottrarre o aggiungere non sapremo mai esattamente che cosa sia poesia. Potremmo paradossalmente pensare che la Divina Commedia equivalga ad una poesia di tre parole. L’autrice ad ogni modo entra sempre in medias res, non si perde in preamboli.

Sa essere espressiva senza cadere nell’eloquenza o nella contro-eloquenza. Sa che le parole hanno un peso ed un preciso significato: può sembrare scontato, ma non lo è perché molti oggi perdono il rapporto autentico tra le parole e le cose. Dosa sempre le forze, non si mette a strafare, parte talvolta in sordina per poi assestare il colpo finale con le sue clausole, per  dare la stoccata finale al lettore, elargendo le sue epifanie, che non sono mai evasioni ma rivelazioni gnomiche.

La mosca di Wittgenstein è  intrappolata nella bottiglia, ma potrebbe rimanere impigliata anche nella tela di ragno. Forse nessuno sa come indicarle la via di uscita. Importante è tentarci, come fa la Greco. Il linguaggio serve anche a questo. Rimbaud cercò per tutta la vita invano il luogo e la formula. La poetessa il luogo l’ha trovato: è Massafra, in provincia di Taranto.

Tra frammenti di dialogo e sentenze, espresse in una certa compostezza formale (senza far parte della corrente neometrica) il suo incedere, la sua dizione si dimostrano autonomi e la sua cifra stilistica risulta originale:

“… Quando la fame/ ha un significato differente e/ la notte è uno stomaco che/ ricorda ogni dettaglio”, “…si procede/ per sottrazioni, operazioni lontane/ dei quaderni di quando eravamo piccole mani, / fiocchi colorati per distinguersi nella ressa, / inciampi di parole e ginocchia ferite”, “Il freddo stupidisce le mani; ripenso allora al tuo petto,/ di notte, poggiato contro l’intermittenza degli eventi”, “Bisogna tornare a innamorarsi/ con gli occhi. Qui dove l’inverno/ profuma di resine bruciate nei camini, turiboli domestici / per le quotidiane sacralità, angeli vegliano/ sul crocevia di giorni di pietra”, “Rimane questo giorno sospeso/ tra ananke e indicibile; una via/ sconosciuta a penna e ragione,/ dove camminare prima dell’ultimo buio,/ senza stelle, se non i pensieri nascosti./ Ci sovrastano il tuo cielo, la sorte e le cesoie/ pronti a recidere l’ultima parola. Continua a bussare a questa bocca l’attesa”.

Angela Greco riesce a bilanciarsi sapientemente tra il dentro ed il fuori, tra interno ed esterno, tra il soggetto e il mondo. Non si perde in stratificazioni, né in rizomi. Il suo dettato non è mai straniante, né eccessivo, pur mostrando le contraddizioni dell’amore, l’incomunicabilità, l’alienazione di noi contemporanei. Il trascendente in questa sua raccolta è un denominatore comune implicito,  una caratteristica sottotraccia, così come è sottintesa la presenza del male e la presenza probabilmente di un deus absconditus: tre aspetti pervasivi in chi ha una vera  fede cristiana oggi.

La poesia può salvare?

La poesia forse non salverà l’anima, ma come ha scritto la poetessa Donatella Bisutti può salvare la vita. Abbiamo bisogno di una poesia come questa in una epoca, in cui siamo tutti  cittadini del web e il virtuale ci distacca dalla realtà; siamo in un’epoca in cui il Grande Fratello è diventato realtà e viviamo in un panottico tecnologico; siamo in un’epoca in cui siamo passati velocemente dalla metafora del cervello come computer ai braccialetti neurali, che leggono nel cervello, e ad alcuni geni dell’informatica, che vogliono impiantare un microchip nel cervello.

Ai giorni nostri, in cui con i social sta sempre più dominando un immaginario artefatto, è giusto e sacrosanto farsi stimolare dall’immaginario poetico, che è autentico. Abbiamo bisogno di poesia in questa massificazione imperante, con questo spirito dei tempi che nega la soggettività. L’UNESCO celebra ogni anno il 21 marzo come giornata della poesia perché essa ha «un ruolo privilegiato nella promozione del dialogo e della comprensione interculturali, della diversità linguistica e culturale, della comunicazione e della pace». Bisognerebbe ricordarsele spesso queste parole. Infine bisogna ricordarsi che secondo Junger il nichilismo non ha accesso ai giardini  dell’arte.

.

– un grazie di cuore a Davide Morelli e alla rivista che ha pubblicato questo lodevole lavoro!! [AnGre] –

Ananke di Angela Greco AnGre su IRIS NEWS Rivista di poesia

Iris News - Rivista di poesia“Iris di Kolibris” è un progetto internazionale dedicato alla traduzione poetica, alla letteratura della migrazione e agli autori che scrivono in una lingua diversa dalla propria madre lingua.
Il nostro obiettivo è quello di:
– far conoscere in Italia tanti poeti dal mondo;
– portare la poesia italiana nel mondo;
– discutere di lingua e traduzione poetica;
– diffondere notizie, materiali, risorse utili al lavoro del traduttore letterario;
– accrescere la consapevolezza della centralità del ruolo del traduttore letterario nel processo di intermediazione culturale e di interscambio di idee, contenuti, esperienze tra civiltà diverse.
 
 
Su IRIS NEWS – RIVISTA DI POESIA (qui) è ospitata anche una bella selezione di poesie tratte da Ananke di Angela Greco AnGre (Ladolfi Editore, introduzione di Fabrizio Bregoli, aprile 2021) per la quale ringrazio Chiara De Luca, sensibile mente e cuore della Kolibris, per aver apprezzato la mia opera. Vi invito con gioia a frequentare questa rivista dall’ampio respiro umano e culturale. Io, intanto, mi regalo la condivisione qui sul Sasso, nel giorno del mio 45esimo compleanno. Felice lettura!
 
 

da Del presente che non resterà

1.
Tra morsi e ostie
si aggiungono ore;
lentamente sulla lingua
vanno scomparendo affanni
e profili, case, persone e nuvole
in attesa del maestrale, mentre a pezzi
si arriva a sera, quando la fame
ha un significato differente e
la notte è uno stomaco che
ricorda ogni dettaglio.
.
.
.
2.
Non lontano da questa mattina
calcinacci bianchissimi a bordo strada,
tra scarti di caramelle e germogli
ostinati, hanno risvegliato il giorno
incuranti dell’asfalto; si procede
per sottrazioni, operazioni lontane
dai quaderni di quando eravamo piccole mani,
fiocchi colorati per distinguersi nella ressa,
inciampi di parole e ginocchia ferite.
.
.
*
.
.
da Di quel che forse siamo stati
.
1.
Raccogliere frammenti sparsi
tra carte a fine giorno per farne
ancora firmamento che segni
notti di luna nuova sull’onda antica,
che fa vibrare il fiume; sommerse radici
muovono fili verdi in danze di speranza
verso il mare.
.
Il risveglio macchia l’occhio,
dilatando la visuale oltre il muro
nero di anni e mancate manutenzioni.
Antenne ritte a trafiggere il cielo
sbarrano l’aria agli storditi spettatori
e diviene sempre più impellente il largo,
la deriva del messaggio a cui è stato affidato
il vetro di quel che siamo a sera, oltre la coltre
che ci separa dal resto, nella fioca luce notturna
ancora per poco azzurra.
.
Un desiderio rincorre quel che resta;
abbiamo abitato un giardino ad oriente
oggi racchiuso in una piccola sfera incerta,
nel dondolio di città plastificate per il ricordo.
Resine colorate in forme più opportune, ricordiamo
l’acqua, soltanto per forma del recipiente che ci ospita.
.
.
.
2.
Paesaggi senza definizione, lungo le sere scure
di nuvole legate in ricordi, s’attardano tra le dita,
che battono parole dal respiro difficile, quasi asma,
lotte e resistenza in questa terra masticata male.
.
Piani in discesa segnano l’andamento del giorno;
sull’ultimo passo avanza un’ipotesi di gioia, un
dubbio che possa tornare un segnale minimo di luce.
S’accende così un azzurro inatteso; una sfumatura, che
risalta lineamenti lontani, – disegni di battaglie e di alghe,
nastri danzanti ancorati in un punto preciso – il mare.
.
Il freddo stupidisce le mani; ripenso allora al tuo petto,
di notte, poggiato contro l’intermittenza degli eventi.
Diventa difficile tacere su questo incessante tumulto
dalla magnitudo distruttiva eppure così saldo per fragilità
nascoste sotto l’intrico di radici, che nel tempo ha formato
un’isola. Come posso dire quel che accade, nonostante tutto?
.
.
*
.
.
da Siamo fatti della stessa sostanza 
.
Vetro soffiato
.
Avvolti in questa evocazione d’oriente,
blu, stelle e oro al bordo d’una ritrovata sera,
tra il tuo respiro e la mano a carezzare
la frattura tra il giorno e il sogno. Prendiamoci
in questo momento, non più tardi di adesso,
sospesi tra il grecale e l’arrivo della neve,
al caldo buono della tua voce, che ridimensiona
distanze e dilata luoghi, luci e desiderio.
Di ogni parola ne faccio una sfera di vetro soffiato
per leggere in trasparenza destino e risposte
a questi segni scomposti dalla gioia d’averti ritrovato
dopo i giorni forzati della festa, degli addobbi
e dell’assenza.
.
.
*
.
.
da Ineluttabilità
.
1.
Inevitabile.
Non il destino, tu.
Necessità, bisogno: a n a n k e,
ma delle tre Moire nessuna notizia.
.
Siamo nel tempo precedente.
In formazione.
Prima del tempo che (forse) conosciamo.
No, nessuna speculazione filosofica (sorridi).
.
Parliamo. Di poesia, magari. Di te, che
della poesia sei la parte più bella e difficile.
Arriverà un giorno in cui non scriverò più,
perché avrà avuto la meglio questo dolore
che oggi mi tormenta le dita a pezzi, la mano destra,
in una nuova difficoltà.
.
Fino a quel temuto momento lascia che dica di te.
Scorrono pensieri nascosti, nuovi, forse ritrovati
nei cassetti che scalano i corpi di Dalì, molli
orologi, che si sciolgono in un cambio di cielo.
.
a n a n k e risuona in questi giorni.
Qualcosa vorrà significare.
Aspetto
di sentire ancora la tua voce di iris e Murge,
tra opposti versanti di cuore.
.
.
*
.
.
da Mise en abyme – “collocazione nell’abisso” (2020)
.
3.
Il primo giorno dopo la domenica
nemmeno l’angelo ha voglia di partecipare;
la primavera si fa giorno già lontano.
.
In quale stagione siamo?
.
Voli d’uccelli confusi dicono che
ieri abbiamo lasciato qualcosa,
in un luogo che non è più lo stesso.
.
Oltre il vetro di questa finestra,
il sole accenna un momento di luce;
o, forse, è l’illusione di quel che eravamo.
.
Il risveglio è stato una croce e
una falce di luna, una C, che
ci accomuna tutti: come stai?
è la prima domanda del giorno,
nell’attesa di un’altra alba;
.
è atto di sopravvivenza,
in questo tempo senza tempo, dove
manca quel che si credeva di conoscere.
Ti porta per mano verso un nuovo luogo;
la penna segna passi nell’assenza.
.
.
*
.
.
Da Ad altri noi (in divenire)
.
1.
Si vive senza punto di domanda
abbarbicati ad una falesia
di cui non si conosce la fragilità;
l’assenza del dubbio
è riferita all’aver sbagliato qualcosa.
.
Eppure, al di là di questo momento,
«Dove posi lo sguardo diventa poesia», dici.
.
Non credere sia bello, questo continuo
fronteggiarsi di antitesi, che stancano l’occhio.
Manca il sole stamattina e i capelli
non hanno persola piega
nonostante la notte agitata.
.
.
*
.
.
Da Attese (nel mentre)
.
5.
E, dopo questo momento e questa incertezza,
sarà ancora una voce a riedificare il sole,
a ridestare il giorno, a ricordare il cielo e
a rileggere i passi stanchi che sono stati.
.
Una voce, che al mattino prolunga il sogno,
che rende grazie a mezzogiorno e benedice,
a sera, per quel che ha vissuto e per il domani;
certezza di luce, d’infanzia indomata
e di notti di sperate stelle, di sonno perduto e
di respiro affaticato; di persone, che a malincuore
hai salutato e di cancelli da varcare, di terrazze
sull’ignoto da attraversare. Una torre di amarezze
da scalare per rivedere l’orizzonte color pesca, che
desta l’occhio disabituato all’incanto dimenticato.
.
Poi raccoglieremo mandorle
per le promesse nascoste nel legno,
segno che dopodinoi saranno ancora
terra e attesa, pianto e sale,
delusione e nuova speranza di ricordare
il nome dell’unica cosa per cui sia valsa
tutta la pena di vivere.
 

Ananke di Angela Greco AnGre letto da Nazario Pardini

ananke-di-angela-greco-angre-ladolfi-ed-2021Angela Greco, ANANKE (Giuliano Ladolfi Editore, prefazione di Fabrizio Bregoli)

letto da Nazario Pardini – da “Alla volta di Leucade”


A noi non interessava quel che
l’orologio indicava nel preciso momento;
quanto piuttosto, quel che
non era mai stato capace di dire

Una silloge intensa, plurale, morfosintatticamente nuova e polivalente, dove il verso con tutta la sua costruzione espansa tende a reificare sentimenti e pensieri di rara fattura  umana. Tutto è nel gioco della forma che l’autrice dirige con personalità come un buon maestro la sua orchestra. E qui la Greco si dimostra eccellente maestro per accentuazioni aggettivali, assemblaggi lessicali, intensificazioni verbali, per vis creativa, per toni epico-lirici.

Angela Greco si affaccia alla scena letteraria con una nuova pubblicazione che, con passi felpati, snocciola sul foglio tutti i suoi stati emotivi, ogni suo ontologico abbrivo, concretizzando nel verso pathos e logos, sentimento e azione verbale dando come frutto un’opera di grande resa epistemologica. In questa plaquette di potente costruzione formale, di armonico diagramma musicale,  sunt omnia: il fatto di esistere: “Tra morsi e ostie/si aggiungono ore;/lentamente sulla lingua/ vanno scomparendo affanni/ e profili, case, persone e nuvole/ in attesa del maestrale, mentre a pezzi/ si arriva a sera, quando la fame/ ha un significato differente e/la notte è uno stomaco che/ricorda ogni dettaglio.”, dove tanti elementi concreti, di ampia simbologia, tendono a reificare un tempo che tutto ingoia, magari mantenendo i ricordi di una digestione breve e concisa; la coscienza della clessidra che ci condiziona; la natura, il prezioso ricamo versificatorio, il pensiero che urge e comanda il sentire, la spinta en haut, verso l’alto per ovviare alle aporie del quotidiano, fughe e ritorni, leva e batti.

Ma che cosa alfine siamo stati? “sommerse radici/ muovono fili verdi in danze di speranza/ verso il mare”, verso quell’immensità che ci attende paziente e che ci annulla nella sua dimensione.  Ananke, il titolo della silloge: il destino, la forza del visionario tempo che non esiste, l’incoscienza dell’uomo di fronte al suo magro esistere. L’opera si divide in quattro sezioni: Ananke (Del presente che non resterà, Di quel che forse siamo stati, Siamo fatti della  stessa sostanza, Ineluttabilità), Collocazione nell’abisso, Ad altri noi, Attese, Dedica. In ogni verso dell’opera scorre rapido e epigrammatico il pensiero della vita. Già il titolo iniziale (Del presente che non resterà) ci dà l’idea netta della filosofia della Greco. Panta rei, tutto passa rapidamente e senza sosta, tutto in mano di un destino che pilota i nostri movimenti, come se l’uomo non esistesse. Nessuno è capace di afferrare il presente, di farlo suo per leggerne propositi e intenzioni, dato che si vive in mezzo a fatti che sfuggono di mano, e su cui non si può intervenire, per il fatto che siamo soggetti ad un fato che ci pilota. Ma forse il patema esistenziale della Greco viene espresso più compiutamente in una  pericope alla pag. 77: “Un intrico di vie segnate dall’acqua,/ qualcosa torna, qualcuno non più;/una foglia abita ogni cielo d’inverno./ Sono una lunga notte senza riposo,/le idi di dicembre.”, dove il tema del tempus fugit continua implacabile il suo tormentoso cammino e dove forse anche un memoriale si affaccia alla scena tra immagini fuggiasche, tra elementi che la vita ha lasciate inesorabilmente alla dimenticanza, nonostante gli affetti e gli amori che ad essa ci legarono.

I versi si rincorrono ampi e distesi, ora di effetto contrattivo ora estensivo per accompagnare  il significante che si snocciola sul percorso. Ma la poesia della Greco sembra che si avvicini ad una forma di positura prosastica, più vicina ad un indirizzo di moderna andatura che a quello di memoria tradizionale, pur evidenziandosi per limpidezza formale e disciplinare, sempre confermando la tesi di Eraclito: “Nel mutamento le cose si riposano”; né si smarrisce nella palude dello psicologismo e dello sfogo intimistico, nell’ipertrofia di un verso che, spesso, si allunga troppo verso il limite: “Il giorno insiste sempre alla stessa  maniera;/ un cammino di Santiago con speranza di salvezza…”

Nazario Pardini

Novità editoriale: Ananke, poesie di Angela Greco AnGre (Ladolfi Ed. aprile 2021)

In questi giorni, per i tipi Giuliano Ladolfi Editore, che ringrazio per la fiducia, per la professionalità e per la ricerca operata nel campo della poesia contemporanea, è uscito ANANKE, il mio nuovo libro di poesie, introdotto dalle parole di Fabrizio Bregoli, al quale va il mio ringraziamento per la stima e l’amicizia, e presentato dalla superba copertina creata da Angelo Bruno, che, parimenti, ringrazio. Il libro, che vede la luce in un momento comune difficile e drammatico – del quale porta impressi i segni nella visione della realtà, aggiungendo, com’è nel mio carattere, sempre un punto luce – vuole essere un augurio di ripartenza e un invito alla tenacia, a non arrendersi e a perseguire, nonostante tutto, i propri sogni e quello in cui si crede fermamente. Tra qualche giorno sarà disponibile presso tutti gli store on line; intanto, sono felice di condividere con gli Amici e i Lettori, la mia gioia. Grazie.

*

ANANKE di Angela Greco AnGre,

Giuliano Ladolfi Editore, aprile 2021; Introduzione di Fabrizio Bregoli

.

Non lontano da questa mattina
calcinacci bianchissimi a bordo strada,
tra scarti di caramelle e germogli
ostinati, hanno risvegliato il giorno
incuranti dell’asfalto; si procede
per sottrazioni, operazioni lontane
dai quaderni di quando eravamo piccole mani,
fiocchi colorati per distinguersi nella ressa,
inciampi di parole e ginocchia ferite.

.

La difficoltà sta tutta nella posa dei piedi,
nel loro passo fermo sulla superficie che
trattiene dalla caduta, nel tentennamento.
Da quassù non è semplice come dicono,
tutt’altro; la visuale, quella sì, ha un valore
e forse la metafora rimarrà oscura, ma
occorre tentare, senza ripensamenti.
Mon dieu, nemmeno tu comprendi più
questo spazio che va restringendosi.

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“Angela Greco sceglie di intitolare la sua nuova raccolta di poesie, con un chiaro riferimento mitologico alla tradizione classica, a Ananke, ossia la forza del destino, l’ineluttabilità del fato a cui l’uomo deve necessariamente obbedire, o soggiacere. Questo potrebbe lasciar pensare che l’autrice, rifacendosi a una scuola di pensiero dalla tradizione consolidata che attraversa i secoli, aderisca a un’idea dell’uomo come di soggetto che è sottomesso a una volontà imperscrutabile e superiore che gli impone le proprie scelte, lo relega a un insieme di accadimenti predeterminati per i quali viene privato di ogni potere decisionale. In realtà questa percezione di un destino che si impone e fa valere le proprie ragioni sulla vita dei singoli, questa constatazione di uno “spazio che va restringendosi” vanno circostanziate e riferite alla serie di eventi a cui la raccolta si rivolge e ai quali, con intelligenza, Angela Greco non fa mai cenno esplicito, ma li lascia intuire dalla inequivocabilità delle date che circoscrivono questi versi a quell’anno 2020, a tutti ben noto. Evitare il cronachismo, procedere per allusioni: questo dà consistenza al messaggio poetico, evita di cadere nella retorica.

Quindi Angela Greco ci propone una poesia, che non si può ridurre a un diario in versi tout court, ma che è una riflessione profonda e partecipe di una condizione storica che, certo, la riguarda individualmente e che la porta a parlare di sé, ma nasce dal bisogno dell’incontro, perché occorre “rendersi conto che una parte di sé stessi è / l’Altro”. Fin dall’incipit dell’opera è chiara questa responsabilità di fondo che porta l’autrice a una definizione della poesia come di “questa sostanza che unisce / respiri e calci a gamba tesa”, agone aperto e problematico in cui avviene la scrittura, in una consapevolezza a livello di poetica che è essenziale per evitare di cadere nel tranello del già detto e dell’ovvio: “bisogna tornare a scrivere con la penna tutto l’alfabeto”.

Questa fiducia di Angela Greco nella poesia, del resto, oltre che nella pratica di quest’arte in prima persona, trova conferma da molti anni nel suo lavoro di divulgazione della poesia grazie al suo blog “Il sasso nello stagno”, dove trovano accoglienza i versi dei maestri classici e contemporanei: questa frequentazione assidua e approfondita la porta a una poesia matura, consapevole dei suoi strumenti, debitrice alla tradizione ma anche molto personale, con una fisionomia ben riconoscibile.” [dall’Introduzione di Fabrizio Bregoli]

Tra qualche giorno disponibile su tutti gli store on line.

*

Ringrazio Fabrizio Bregoli anche per la presentazione fatta sul suo pregevole sito, dov’è possibile leggere l’Introduzione integralmente:

https://fabriziobregoli.com/2021/04/12/ananke-di-angela-greco

Ancora Barabba

La città vista da qui sembra smisurata.
Il drappo protegge il sinedrio dalla luce.
Stanno decidendo il mio futuro.
Chi? Una commistione di popolo e leggi.
Ma quello che dovrà scegliere tra me e l’altro
è anche il mio popolo. Ho le mani legate.

In alcuni giorni la sopravvivenza è un dono altrui
(come nelle notti in mare
quando l’approdo è solo un caso).

Oggi, vista da quassù la città sembra più bella
eppure decreterà chi deve morire.

 

*

Il governatore della regione scruta il cielo fosco:
una sequenza di grigi è presagio di maltempo.

Dalle torri per svariati ettari si estende fumo
(inno ad un futuro scambiato per denaro).
Forse verrà la pioggia,
ma non sarà sufficiente.

Dalla finestra Pilato confonde le nuvole:
alcune porteranno acqua; altre,
somigliano a presagi
(ma lo sapremo soltanto tra cinquant’anni).

Obliquo un raggio
dallo specchio colpisce l’occhio.
Non basta la mano a schermarsi.

Il processo sta per iniziare:
si indossi pure l’abito migliore.

 

*

Impronte nel Getsemani dicono che
non era uno solo
a calpestare terra e preghiere.

Sotto il riverbero del sole di mezzogiorno
c’è chi non distingue l’innocente
tra le pagine e i nodi dell’ulivo.

La città ha già reso note le sue intenzioni:
issano altre croci prima del tramonto;
viene il giorno di festa.
La morte per questo può aspettare.

 

Il vento gonfia le tende rosse.
Il tribunale dà segno d’inizio.

Metà mattina. La piazza aspetta
in silenzio le sorti capovolte: oggi
trenta Giuda tradiranno per un denaro
chiunque stia loro seduto accanto.

Nel vuoto tra muro e strada
aspetta la sorte.

 

 

da ANCORA BARABBA di Angela Greco AnGre

(YCP, Collezione Bocche Naufraghe – QUI)

in apertura, immagine da Vangelo secondo Matteo di P.P.Pasolini

Angela Greco, due inediti

*
Siamo così vicini da sentire
gli stessi passi sopra la terra,
alla prima luce, che rivela le pietre.
Intorno, radici e poca altra vita,
lontani dal sole, in questo approssimarsi.
A separarci, un sottile lembo di pelle,
quello da cui ci sostentavamo prima
che tutto fosse chiaro. Abbiamo proceduto
per battiti successivi. Cuore o piedi,
ormai, non fa molta differenza. Il tempo
ci ha lasciato, se non altro, il nome. Lo stesso,
che, reciprocamente, continuiamo a chiamare.
Per tornare.
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*
E che dire di questo rapporto con la notte?
Un’amnesia volontaria, al risveglio;
nel sacro gesto di un lavacro si dissolvono
le ore di buio e i sogni e i silenzi.
Alla menta e alla lavanda di Murgia e Provenza
un profumo riporta a casa, tra lini e fiandre
ricamati a giorno. Chiaroscuri non lontani
dalle tue dita di gesti quotidiani a dire buongiorno,
ci sono.
Ricomincia così la litania e l’invocazione,
il rito quotidiano di sopravvivere nonostante tutto.
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inediti, marzo 2021

AA.VV giorno x giorno amore

Infinità d’amore

Se ancor non ho tutto l’amore tuo,
cara, giammai tutto l’avrò;
non posso esalare un altro sospiro per intenerirti,
né posso implorare un’altra lacrima a che sgorghi;
ormai tutto il tesoro che avevo per acquistarti
– sospiri, lacrime, e voti e lettere – l’ho consumato.
Eppure non può essermi dovuto
più di quanto fu inteso alla stipulazione del contratto;
se allora il tuo dono d’amore fu parziale,
si che parte a me toccasse, parte ad altri,
cara giammai tutta ti avrò
Ma se allora tu mi cedesti tutto,
quel tutto non fu che il tutto di cui allora tu disponevi;
ma se nel cuore tuo, in seguito, sia stato o sarà
generato amor nuovo, ad opera di altri,
che ancor possiedono intatte le lor sostanze, e possono di lacrime,
di sospiri, di voti, di lettere, fare offerte maggiori,
codesto amore nuovo può produrre nuove ansie,
poiché codesto amore non fu da te impegnato.
Eppur lo fu, dacché la tua donazione fu totale:
il terreno, cioè il tuo cuore, è mio; quanto ivi cresca,
cara, dovrebbe tutto spettare a me.
Tuttavia ancor non vorrei avere tutto;
chi tutto ha non può aver altro,
e dacché il mio amore ammette quotidianamente
nuovo accrescimento, tu dovresti avere in serbo nuove ricompense;
tu non puoi darmi ogni giorno il tuo cuore:
se puoi darlo, vuol dire che non l’hai mai dato.
il paradosso d’amore consiste nel fatto che, sebbene il tuo cuore si diparta,
tuttavia rimane, e tu col perderlo lo conservi.
Ma noi terremo un modo più liberale
di quello di scambiar cuori: li uniremo; così saremo
un solo essere, e il Tutto l’un dell’altro.

di John Donne (dal web)

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in quanti modi ti amo?

In quanti modi ti amo? Fammeli contare.
Ti amo fino alla profondità, alla larghezza e all’altezza
che la mia anima può raggiungere, quando partecipa invisibile
agli scopi dell’Esistenza e della Grazia ideale.
Ti amo al pari della più modesta necessità
Di ogni giorno, al sole e al lume di candela.
Ti amo generosamente, come chi si batte per la Giustizia;
ti amo con purezza, come chi si volge dalla Preghiera.
Ti amo con la passione che gettavo
nei miei trascorsi dolori, e con la fiducia della mia infanzia.
Ti amo di un amore che credevo perduto
insieme ai miei perduti santi, – ti amo col respiro,
i sorrisi, le lacrime, di tutta la mia vita! – e, se Dio vorrà,
ti amerò ancora di più dopo la morte.

di Elizabeth Barrett Browning (dal web)

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*

Preludio

Mentre transita l’ombra d’un santo amore, io voglio
sul mio vecchio leggio porre un salmo gentile.
Accorderò le note dell’organo severo
al fragrante sospiro del piffero d’Aprile.

Maturerà l’aroma delle mele autunnali,
salmodierà l’incenso con la mirra il suo odore;
esalando le rose il loro fresco aroma
sotto la pace in ombra del tiepido orto in fiore.

Al grave e lento accordo di musica e d’aroma,
il solo e vecchio e nobile tema del mio pregare
innalzerà il suo volo soave di colomba,
e la parola bianca si leverà all’altare.

di Antonio Machado (Poesie Scelte, Mondadori, 1987. A cura di Oreste Macrí)

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*

Con questo nome

Amore, cosa chiamo con questo nome
io non sono più certo di sapere.
Se ricerco nel fondo ove s’immerse
il tuo quieto naufragio,
fra i denti degli squali, di quelle sabbie gelosi,
presto riemerge il mio pensiero nudo
al visibile giorno,
con le braccia ferite e qualche filo
d’alga sul corpo, o i ciechi segni d’una medusa.

Ma a sera, se col passo delle fiere
che convengono caute presso lo stagno,
fra gli azzurri veleni che mesce il cielo,
in me come a tremante vetro s’affacciano
le antiche colpe, o errori, o la presente
solitudine, oh allora, come sei
tu stranamente viva sulle mie labbra,
e che stupiti altari la mia voce
odono che si scolpa nelle tenebre
a mia insaputa: O amore, tu sapessi…

di Vittorio Bodini (da La luna dei Borboni, 1952)

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Le mani di Elsa

Dammi le tue mani per l’inquietudine
Dammi le tue mani di cui tanto ho sognato
Di cui tanto ho sognato nella mia solitudine
Dammi le tue mani perch’io venga salvato

Quando le prendo nella mia povera stretta
Di palmo e di paura di turbamento e fretta
Quando le prendo come neve disfatta
Che mi sfugge dappertutto attraverso le dita

Potrai mai sapere ciò che mi trapassa
Ciò che mi sconvolge e che m’invade
Potrai mai sapere ciò che mi trafigge
E che ho tradito col mio trasalire

Ciò che in tal modo dice il linguaggio profondo
Questo muto parlare dei sensi animali
Senza bocca e senz’occhi specchio senza immagine
Questo fremito d’amore che non dice parole

Potrai mai sapere ciò che le dita pensano
D’una preda tra esse per un istante tenuta
Potrai mai sapere ciò che il loro silenzio
Un lampo avrà d’insaputo saputo

Dammi le tue mani ché il mio cuore vi si conformi
Taccia il mondo per un attimo almeno
Dammi le tue mani ché la mia anima vi s’addormenti
Ché la mia anima vi s’addormenti per l’eternità.

di Louis Aragon [Poesie d’amore (Crocetti, 1984), trad. it. F. Bruno]

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*

“È un amore impossibile” – mi dici.
“È un amore impossibile” – ti dico.
Ma scopri che sorridi se mi guardi,
e scopro che sorrido se ti vedo.
“Di notte” – tu confessi – “io ti penso… Ti penso giorno e notte, e mi domando se stai pensando a me, mentre ti penso.
… La società, le regole, i doveri… ma tremi quando stringo le tue mani.”
“Meglio felici o meglio allineati?”
– Ti chiedo. –
E il tuo sorriso accende il giorno, cambiando veste ad ogni mio pensiero.
“Questo amore è possibile” – ti dico.
“Questo amore è possibile” – mi dici.
.
di Sesto Aurelio Properzio (dal web)

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*

§
Per le tue mani belle
non bastano preghiere.
E nemmeno tutto il cielo
da sospirare a ogni carezza.
.
A distanza da tutti,
ma non da questo desiderio,
un abbraccio sul baratro
accende questa sera di luce.
.
.
.
§
Tra giorni altissimi e diffidenti vie
ti dico delle nuvole di mezzanotte,
della bocca disegnata sul cuscino
e baciata di nascosto dalle parole,
del risveglio nel buio e del prato
calpestato. Ti dico.
.
Apparteniamo a stagioni diverse
accomunate dallo stesso vento.
Guarda: un soffione e un anemone blu.
Sei un silenzio che ha suoni tutti miei e
ogni tuo battito di ciglia è burrasca.
Per il cuore.
.
di Angela Greco 
.
.
immagine d’apertura: Giorgio De Chirico, Pianto d’amore. 

Fotografia & poesia

[fine pena mai]

L’inizio è una fotografia, un vetro rotto
sulla norma da cui far passare il giorno.
Graffi sulla notte appena conclusa
(quale notte? tutte le notti la stessa).
Aggrappata alla penna naufrago
in quest’altra mattina di tante altre.
Un respiro più lungo, rivelatore
e a tratti giungono righi e ricordi.
Sono giorni di cospetti sincopati
sempre con la stessa opaca visione.
Questo IO che ho scandagliato
fino all’estrema pazienza di conviverci.
E rendermi conto che
una parte di noi stessi è l’altro.
In attesa di ritrovarci fuori da qui.

*

fotografia di Giorgio Chiantini (per gentile concessione)

versi di Angela Greco AnGre

Angela Greco, due giorni di dicembre

Due giorni di dicembre 

Un intrico di vie segnate dall’acqua,
qualcosa torna, qualcuno non più;
una foglia abita ogni cielo d’inverno.
Sono una lunga notte senza riposo,
le idi di dicembre.

*

Due volte oggi il sole è sorto,
tra le ombre di un giorno di spine;
dimenticati petali abbiamo riso
del vento giocoso di nostre chiome
innestate a pensieri sbilenchi. Eppure,
è accaduto. Di smemorato azzurro
riempite tasche di sassi pazienti e
un abbraccio improvviso; colombe,
in volo su briciole secche, a raccontare
questo quasi inverno. Ancora una volta
ritorni tra disabitate strade, che curvano
tra precipizi e peripezie, punto di fuga
in cui converge l’atto estremo
della mia sopravvivenza.

*

Angela Greco, inediti, dicembre 2020

Angela Greco, inediti

.

Dietro l’ultima casa,
appena poco che perfetta,
manca un momento.
Una finestra quasi accesa,
tra mani buie di vicina notte,
s’addormenta nell’ombra d’un silenzio.
Lei attende, così, di salire a vedere
quel che quaggiù chiamiamo giorno.

*

Di questa poesia rimane un’eco
di trascorsi, un sospiro e un sentiero
tra sterrati e sorrisi lucidi di sole,
quando era più facile avvicinarsi e
rischiare anche di innamorarsi
della piega stanca del giorno.
[…]
Aspetteremo di ritrovarci《noi》
senza parole di troppo e con le mani
giunte a pietre che edificano,
in tarde sere senza luna, dove basta
un silenzio per chiamarsi ancora
con il nome più caro.

*

Il giorno è un ex voto lucidissimo;
per grazia ricevuta siamo qui,
a raccontarci i ritagli di un cielo
che ad ogni pensiero cambia stagione.
Un giro di cesellature intorno al cuore,
una fiamma a raccontare quel che saremo
prima che sia inverno anche il ricordo.

Tutto è passato. Persino questa paura,
ancora senza voce e che pure c’è,
ma non noi, attimo di pausa tra due baratri,
tessere di un sole a sbalzi da ricomporre,
fugature gettate su verticali di cielo a venire.

*

Angela Greco, inediti, novembre 2020  (in apertura, opera di Robert Delaunay)

Angela Greco, versi sparsi

In questo tempo ricomincio
dal tuo volto di fanciullo in corsa,
in affanno per i troppi giorni.
Gradino dopo gradino
un sorriso che dona cielo.
Alle tue mani consegno ogni parola:
consacrala e fanne paradiso
per ogni piuma che abbiamo perso.
.
.
*
.
.
Respiro da uno spiraglio
di indelebile ricordo; un profumo
di volti senza limiti ad ogni passo.
La costrizione a rallentare ritempra
l’occhio diventato troppo veloce
per i dettagli e persino per un fiore.
Occorre fermarsi a prendere fiato,
a mettere a fuoco quel che ora
non è concesso di vedere e che
da troppo tempo abbiamo dimenticato.
Esco di casa senza occhiali
per non appannare la realtà.
Eppure, non è mai stato nitido
così tanto quello che si vede.
.
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Angela Greco AnGre, ottobre 2020

due poesie da Arcani di Angela Greco

versi da ARCANI di Angela Greco AnGre,

prefazione di Franco Pappalardo La Rosa (ed.Achille e La Tartaruga, 2020)

.

§

Assenza, la più atroce delle poesie,
costante che scrive anche senza voce;
nell’illusione d’essere abituati ad essa,
al fiorire di sette Hyppeastrum rossi,
torna inesorabile il primo momento,
sassosa arsura contraria alla ragione.
Funamboli sulla soglia del dire, in ascolto
di poche lettere incapaci di mutare
pur nel cambio pelle che comportano.

.

§

«Sei nata nella stagione dei soffioni; col cuore
in contromano | dissemini» (così mi de-scrivi)
Il sole da occidente coglie di sorpresa
i tetti il campanile le erbe
abbandonate alla finestra rotta, che
conosce l’ombra e l’oriente di quando era casa.
Poco più in là, alla periferia di un pensiero,
i tuoi occhi di giada dicono bella stagione.
La pioggia odora l’aria; poi, lo scroscio
del tuo nome fra sera e sogno.
S’aspetta tra le mani che trascorra
il buio.
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clicca sul link per la nota bio-bibliografica e per il libro:
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Sembianze

*

Ci sono giornate affollate
di domande che s’inseguono;
cumuli di punti e interrogativi
sotto spente lapidi in attesa,
abbelliti dall’apparenza dei fiori.

Il mattino dice che sei sveglio, ma
continui a sperare che il giorno sia
per qualcun altro, che il gallo canti
altrove da quelle parole dette.

▪︎
Sembianze, di Angela Greco (foto compresa), 2/8/2020