Ne Le stanze di carta – Annuario 2019, una poesia di Angela Greco

E’ sempre un piacere per un autore, quando un valente luogo letterario riconosce un suo lavoro e ne promuove la lettura; è il caso de Le stanze di carta, che – come si legge nella mission – risulta “tra i principali blog e siti letterari per la diffusione di poesia classica e contemporanea. Dal 2016 si adopera a scopi culturali, senza fini di lucro, per una presenza più influente della poesia nella nostra cultura, sostenendo eventi letterari e iniziative editoriali gratuite, supportando gli scrittori e le scritture con recensioni e spazi di visibilità. […] Il sito Le stanze di carta esiste grazie al sostegno dei suoi lettori, visitatori, appassionati di arte e cultura che ne condividono il progetto letterario e la filosofia partecipativa con cui lo realizza, oltre che al filantropico contributo di Ilaria Cino e Lavinia Frati, suoi fondatori.”

In questi giorni di fine anno, Le stanze di carta ha redatto un Annuario, come dono per i suoi lettori.

“L’Annuario di poesia 2019, – si legge nella pagina di presentazione – consultabile e scaricabile gratuitamente (al link in chiusura), raccoglie le pubblicazioni più interessanti proposte da Le stanze di carta nel corso del tempo, incluso una rosa di dodici autori contemporanei: Angela Greco, Davide Morelli, Francesco Innella, Loredana Borghetto, Lorenzo Mullon, Lucia Triolo, Maria P. Mischitelli, Marina Pizzi, Michele Nigro, Serenella Menichetti, Simona Giorgi, Vittorio Orlando. 
Oltre ai numerosi contributi tra scritture critiche, interviste e recensioni che lo rendono un libro prezioso, l’eBook promuove una serie di libri di poesia contemporanea, assieme ai liberi eBook realizzati da Le stanze di carta. Per prenotazioni della copia cartacea scrivere un’email a lestanzedicarta@libero.it”

Ringrazio di cuore gli amici di queste Stanze, per aver incluso nell’Annuario un mio inedito scritto in questo 2019, ma soprattutto per la professionalità e la passione con cui lavorano, augurando loro, con stima, di raggiungere e realizzare tutti i loro traguardi e, soprattutto, i loro sogni. [AnGre]

clicca qui per scaricare Annuario 2019 pdf 

*

Si torna a casa di Angela Greco

Si torna a casa con una nuvola aggiunta,
righi d’alba alla finestra, assenze dilatate;
forse arriverà la pioggia alla fine dello sterrato e
magari, tu, in questo incipit d’autunno tanto atteso.
Desiderato. Un giro di flamenco e uno di chiave
per ritrovarsi al culmine di uno non-ce-la-faccio-più.
.
Mon ami, di questo tempo non ho notizia certa;
soltanto una sensazione di eco; contrasti tra
il buonsenso e l’egocentricità. Ma tu, tu, invece,
ci sei, stella fissa a indicare il momento preciso,
l’incanto, la meraviglia di riscoprirsi nudi, nell’atto
di uno specchio. Del resto, degli altri, nessuna parola.
.
Incalzano le dita in questa rincorsa; s’invola l’azzurro
nel verso del cielo e curva lo sguardo tra strada e imposte
non curanti di vetri rotti e ricordi di bambini. I giardini
si illuminano di ninfee e magnolie e il primo incontro
si perpetra ad ogni passo, in questo silenzio. Un rumore
d’acque lontane riedifica madre e qualcosa di precedente.
.
[…] i circoli chiusi, gli altari addobbati da erosi drappi rossi,
un ballo a corte col vestito buono; parole che reiterano 
i tempi sempre stati, gli stessi modi di fare, la conservazione
della specie peggiore. Tu, invece, mon ami, appartieni 
ad altro, sei fuori da queste umane insolvenze; in debito 
soltanto con quel cielo, che non riconosce più quel che ricopre.
.
L’umidità di questo inizio di settembre ha del difficile.
.
.

Angela Greco, un inedito

[senza titolo]

Paesaggi senza definizione, lungo le sere scure
di nuvole legate in ricordi, s’attardano tra le dita,
che battono lettere dal respiro difficile, quasi asma,
lotte e resistenza in questa terra masticata male.
.
Piani in discesa segnano l’andamento del giorno;
sull’ultimo passo avanza un’ipotesi di gioia, un
dubbio che possa tornare un segnale minimo di luce.
S’accende così un azzurro inatteso; una sfumatura, che
risalta lineamenti lontani, – disegni di battaglie di alghe,
nastri danzanti ancorati in un solo punto – il mare.
.
Il freddo stupidisce le mani; ripenso allora al tuo volto,
di notte, contro l’intermittenza degli eventi.
Diventa difficile tacere su questo incessante tumulto
dalla magnitudo distruttiva eppure così saldo di fragilità
nascoste sotto l’intrico di radici che nel tempo ha formato
un’isola. Come posso dire quel che accade, nonostante tutto?
.
.
Angela Greco, dicembre 2019

Sotto lo stesso cielo

Venezia*

Venezia. Silenzio. Il passo
di un bimbo scalzo
sulle fondamenta
empie d’echi
il canale.
Venezia. Lentezza. Agli angoli
dei muri sbocciano
alberi e fiori:
come se durasse
un’intera stagione il viaggio,
come se maggio
ora
li sdipanasse
per me.
Al pozzo di un campiello
il tempo
trova un filo d’erba tra i sassi:
lega con quello
il suo battito all’ala
di un colombo, al tonfo
dei remi.

(1933)

*Antonia Pozzi (Milano, 1912-1938)

§

E’ fatto giorno*

È fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi
con i panni e le scarpe e le facce che avevamo.
Le lepri si sono ritirate e i galli cantano,
ritorna la faccia di mia madre al focolare.
.

.

[Ho capito fin troppo gli anni e i giorni e le ore]*

Ho capito fin troppo gli anni e i giorni e le ore
gl’intrecci degli uomini, chi ride e chi urla
giura che Cristo poteva morire a vent’anni
le gru sono passate, le rondini ritorneranno.
Sole d’oro, luna piena, le nevi dell’inverno
le mattine degli uccelli a primavera
le maledizioni e le preghiere.

*Rocco Scotellaro, (Tricarico 1923 – Portici 1953)

§

acqua*

Sotto la stessa acqua, d’ingrato cielo,
alla gola, tra le mani, dentro il vuoto,
siamo
nello specchio della tempesta
scongiuranti e benedicenti.
O malediciamoci pure per quel che sappiamo,
tra lastre d’antiche strade divelte e mosaici ammutoliti.
Nell’ora dell’invocata Bruna, nell’altrui distrazione e
prima che se ne accorga la luce piena della notte,
diventiamo lo stesso sentimento e la stessa materia,
sconcertati di segni e mancate comprensioni.
I santi e le madonne ci somigliano tutti
nei ricami di pietra o sulla roccia nuda,
nel silenzio dei millenni e nel ricordo del mare.
Non siamo poi così distanti; attimi di memoria abbandonata.
Sensazioni acquee confondono e pervadono
vie vuote di vecchi paesi e calli affollate d’estranei.
Sassi di sud che si sgretola e pietra d’Istria nello stesso fotogramma.

E in mezzo una storia, che racchiude entrambi.

*Angela Greco, inedito, novembre 2019

Compagnia Petranuradanza, Fisiognomica – lettura di Angela Greco (sassi d’arte)

L’Ass.Cult. Megakles Ballet di Lentini (SR), in arte con la Compagnia Petranuradanza, lo scorso 26 ottobre ha presentato a Molfetta (BA), nell’ambito di “ResExtensa Calling” – evento che ha visto esibirsi in due giorni cinque compagnie di danza italiane presso il teatro della Cittadella degli Artisti – la performance Fisiognomica, coreografie di Salvatore Romania e Laura Odierna, danzatori Salvatore Romania, Francesco Bax, Claudia Bertuccelli e Valeria Ferrante, produzione 2019, un omaggio a Leonardo da Vinci, inserito nelle celebrazioni per i cinquecento anni dalla morte del genio italiano, su musiche di Frédéric Chopin e Alessio Di Dio.

“In Fisiognomica – si legge sullo stampato curato dalla Compagnia stessa – il coreografo ispira la propria ricerca sulla passione di Leonardo per lo studio dei moti dell’animo umano”, ricordando che il vinciano è considerato il fondatore della fisiognomica moderna e che “nelle sue opere l’espressione dei volti, i gesti e le posizioni del corpo sono la conseguenza visibile dei moti dell’animo”.

L’evocativa nominazione della Compagnia, petranura, che in dialetto siciliano significa “pietra nuda”, con riferimento all’attività vulcanica etnea, creatrice e rigeneratrice di nuova materia e, quindi, metaforicamente di nuovo suolo su cui edificare-riedificare persona e arte, centra perfettamente anche questo lavoro dedicato a Leonardo, maestro ineguagliato della rappresentazione anatomica derivata da studio approfondito e meticoloso di ogni singolo dettaglio; parimenti, il coreografo e i danzatori di Fisiognomica, hanno scavato ‘fino all’osso’, proprio come avrebbe fatto il genio toscano nella realtà, le possibilità del proprio corpo-volto per dare al pubblico la precisa espressione dell’interiorità, del nascosto alla vista, del lato oscuro celato dalle convenzioni-convinzioni, ma che pure l’essere umano, nonostante l’addomesticamento operato dalla convivenza sociale e civile, possiede ancora nascosto nel magma della sua origine. E dalla performance è emerso un ritratto dell’uomo contemporaneo realistico e accurato, spoglio di eufemismi e edulcorazioni, vero nella difficile condizione di dolore-cattiveria che lo ha caratterizzato nell’ultimo secolo.

Fisiognomica ha tratteggiato sul volto dei danzatori le maschere anatomiche di Leonardo con precisone d’immagine e consapevolezza che l’espressione esteriore altro non è che specchio di quella interiore. Ed ecco, allora, muoversi sul palco quattro figure vaganti apparentemente senza meta, rincorrendosi, addossandosi, scontrandosi, fondendosi in movimenti sincopati, in proiezioni informi illuminate da momenti caravaggeschi, dove luce e ombra, sullo stesso piano, delimitavano fermo-immagini chiari, dove il buio rimanente sulla scena non era esclusione, ma ampliamento nell’evocazione. Perché l’Uomo è sì, quel che si vede, ma anche e si potrebbe osare affermare soprattutto, la sua ombra, il sui doppio nell’oscurità.

Sulle note di Chopin e di Di Dio, la compagnia Petranuradanza ha coinvolto gli spettatori soprattutto, ma non solo, nei silenzi figurativi della scena, dove ogni danzatore, fermando il proprio corpo nella luce, ha concentrato tutta l’espressività fisica nella plasticità di pose culminanti nei tratti del viso, straziati da una interiorità che non ha lasciato scampo nella sua crudeltà.

La tensione emotiva sottolineata dalla staticità di alcuni momenti ha chiamato in causa oltre a Leonardo e alle sue tavole anatomiche, oltre a Caravaggio e alle sue identificative luci, anche un altro genio dell’arte italiana, Michelangelo Buonarroti, evocando la forza dei suoi Prigioni non finiti, figure di schiavi estratte solo in parte dalla pietra e che conservano inalterato il dramma della genesi, nell’atto del distacco dalla fonte originaria, esaltando in maniera superba l’etimologia del nome stesso della Compagnia e oltrepassando il concetto profano che i più hanno di danza per approdare a quello più esatto di performance artistica, qual è stata quella presentata in questo ottobre 2019.

Fisiognomica ha, di fatto, preso le mosse dall’omaggio al genio di Vinci per poi procedere in autonomia verso la definizione contemporanea dell’arte tersicorea, che non è meramente nei movimenti dissimili dalla danza dei decenni scorsi, quanto piuttosto nel trattare il concetto di contemporaneità con riferimento al tempo che viviamo: ecco, allora, che contemporanea è la rappresentazione della condizione dell’uomo odierno alle prese con l’atroce e sempre vivo contrasto tra bene e male, tra luci ed ombre di se stesso, tra emotività istintiva e aggressività necessaria alla sopravvivenza in un mondo che offre sempre meno spazi al bello. Così, anche la Danza come tutta l’Arte, si fa testimone e voce della realtà, con la speranza, mai vana, che si possa dare un’alternativa alla nuova decadenza che si sta vivendo più o meno consapevolmente.

Riallacciando legami con i grandi del passato, monito ed insegnamento, nel silenzio soave di quelle ricadute lievi di piedi sulle tavole del palcoscenico che, con immensa grazia, hanno celato allo spettatore tutto il duro lavoro da cui sono derivate, Fisiognomica consegna nella sua utile originalità un importante spaccato societario e umano su cui riflettere. [Angela Greco AnGre]

dal blog PERIPLI: 291 // PORTOFRANCO 24 // Angela Greco. Il mio turno

Grazie di cuore a Gianluca Asmundo!!!

Peripli // Post Scriptum

Pubblichiamo oggi un contributo per Portofranco, la rubrica in cui ospitiamo le vostre voci in tema di ospitalità, democrazia, dialogo. Anche questa poesia di Angela Greco è stata ascoltata da noi e dal mare durante la lettura corale per “riaprire il porto”, presso la bocca del Lido di Venezia, il 2 giugno 2019.

Il mio turno, il tuo turno. L’alterità e la prossimità. L’esercizio del potere sociale. Quale identità persiste nel gioco del reciproco arresto del passo? “Chi altri siamo diventati”, si domanda l’autrice in una splendida terzina, sofferta quanto aperta alla più profonda forma di umanità che sempre ci rimarrà incollata tra le dita e le corde vocali: il dubbio. Se e quando si dovesse perdere “quel che fu affidato alle mani / e prima ancora alla volontà”, voglio credere fermamente, insieme all’autrice, in questo ossimoro: la capacità salda di dubitare.

G. Asmundo

*

(Senza titolo)

Non ricordo dove…

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Angela Greco, Vanitas

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Caravaggio, San Girolamo scrivente (dipinto a olio su tela realizzato tra il 1605 ed il 1606 e conservato nella Galleria Borghese di Roma)

*

…riproponiamo…

Vanitas

Secco il fiore alla tramontana degli anni
ha perso colore. Intatto il numero dei petali.
Una corolla di domande alterne
e la medesima risposta.
 
Il ragno nel silenzio dell’angolo
intesse un lavorìo delicato
tra lo sguardo e il marmo.
.

*

Angela Greco

.

nota: La vanitas, in pittura, è una natura morta con elementi simbolici allusivi al tema della caducità della vita. Il nome deriva dalla frase biblica vanitas vanitatum et omnia vanitas e, come il “memento mori”, è un ammonimento all’effimera condizione dell’esistenza (dal web).

 

Angela Greco, § tre attimi di solitudine

Tre attimi di solitudine

Quel che portiamo dentro è noto
soltanto all’ultimo passo, al piede
sulla strada del ritorno, alla via di fuga.
Lontani da broccati e carte da parata,
dopo la nudità, sarà la pelle testimone
del resto. Il bagaglio di stracci racconta
il tempo e le inutilità necessarie.
I muri, alla fine, diranno
che siamo stati. Quelli. Non altri.
.
[nessuno parla]
.
All’edera l’ingrato compito della fedeltà;
alla finestra, ormai chiusa, il ricordo.
Immobili tra bianco e nero, opposti,
siamo metà dimentiche
dell’origine e della meta.
Una sola via rimane d’uscita
tra legni stanchi di serrature;
uno spiraglio d’esterno può
ancora salvare.
.
[nessuno parla]
.
Il davanzale e l’ombra rimangono
senza parola. Dopo la festa, dopo le luci,
dopo il dopo, il pavimento raccoglie polvere
per farne memorie per una porta chiusa e
una sedia d’assenze.
La scena sembra curvare nella tua direzione,
dove il silenzio declina senza repliche.
Dai vetri, le pagine di un libro
svelano solitudini.
.
.
*
Angela Greco (ottobre 2019)

Angela Greco, § dopo una notte come questa

Tra ostie e morsi si aggiungono ore;
lentamente sulla lingua
vanno scomparendo
affanni e profili, case, persone
e nuvole in attesa del maestrale, mentre
a pezzi si arriva a sera, quando la fame
ha un significato differente
e la notte è uno stomaco che
ricorda ogni dettaglio.
.
Non lontano da questa mattina
i calcinacci di un momento, bianchissimo,
a bordo strada, tra scarti di caramelle e
ostinati germogli incuranti dell’asfalto,
hanno risvegliato la suola del giorno;
si procede per sottrazioni, operazioni lontane
dai quaderni di quando eravamo piccole mani,
fiocchi colorati per distinguersi nella ressa,
inciampi di parole e ginocchia sfogliate.
.
____________________
.
Lo specchio non cambia idea,
fissa senza esitazioni il volto e
in silenzio, non visto, deride.
C’è da qualche parte una obiezione
persino in questo attimo di sollievo,
frangente ignaro del tempo, ignaro
persino del nome che ha di fronte.
Quale argomento dovremmo trattare?
E’ l’ora dei morti. Meglio avviarsi.
.
La difficoltà sta tutta nella posa dei piedi,
nel loro passo fermo sulla superficie che
trattiene dalla caduta, nel tentennamento.
Da quassù non è semplice come dicono,
tutt’altro; la visuale, quella sì, ha un valore
e forse la metafora rimarrà oscura, ma
occorre tentare, senza ripensamenti.
mon dieu nemmeno tu comprendi più
questo spazio che va restringendosi.
.
____________________
.
Cielo viola di fulmini; mare impaurito.
Strappi di luce violano un silenzio nero.
Cosa rimane, dopo una notte come questa?
.
Poesia che nessuno leggerà al mattino
e un volto lontanissimo, oltre l’ultimo rigo,
appeso al limite di una esasperante speranza.
.
.
Angela Greco (inedito, ottobre 2019)
in apertura: opera di Josephine Sacabo

Angela Greco, forse una poesia

[…]

dal non detto appena dopo l’ultimo
giro di conchiglia, dalla mia schiena e
dalle tue mani. Riprendiamo da qui,
da questa differente utilità d’inchiostro e tempo,
dal dolore alle dita e dall’affanno; da un cielo, che
arrossisce a uno sguardo. Senza motivo,
qualcosa, torna a occuparsi di noi.
Inizia un nuovo giorno, dopo il buio,
eludendo nuvole e silenzi obbligati.
Forse ci riuscirà di chiamarci per nome,
di incrociare pietre e strade e
svelare, dopo tanti compromessi,
di che sostanza siamo fatti.

Troppe pretese, dici? Allora mi basta che
ricordi il mio nome nella battaglia,
mentre mi accorgo che tutto è una pausa
tra due momenti di te.

[AnGre, foto compresa – settembre 2019]

Angela Greco, estratti da All’oscuro dei voyeur

Angela Greco, estratti da All’oscuro dei voyeur

[…]
Più che l’arredo è l’imprecisione
a fornire appigli solidi. Fuori concorso
che meravigliano per lealtà
grani di polvere sul rosario appeso
al ricordo di quando eravamo santi.
Tolta l’aureola allo sguardo rimane
la nudità che non può essere travisata.
Nel circo l’apparenza s’improvvisa neve
per chi è in cerca di souvenir; intanto,
rimaniamo non addomesticabili cercatori
di ciò che si è perso prima del giorno.
(da “chilometri a ritroso”)

*

[…]
Vorrei rimanesse di me una puntina da disegno,
sotto la pianta del piede, di quelle che ricordano
i diciassette anni e un cattivo voto costato un sabato
sera; qualcosa che non accade più, di cui resta la cicatrice
in memorie di carta in disuso; vorrei fabbricanti di veleni
che si convertano all’arte, un filo argentato a legare
una mano piccola e una grande, un disegno da bimbi
di prima elementare per ricominciare e imparare il resto.
(da “notte e terra”)

*

[…]
Il vicolo nasconde la vena e la smagliatura antica di tufo giallo
a rigare di continuità questo ribaltato ventre di colori. Tra
il cobalto e il rosso raggiungiamo Napoli a maggio.
Rovine da scalare per dire mattino nello zucchero del risveglio,
lo stesso film di quella sera d’inverno. Il cielo ha geometrie
sensibili tra le pietre innalzate a casa e la strada; tagli precisi,
che slacciano percorsi a scendere sotto madonne dai raggi bui.
In restauro, davanti al rigattiere dei leoni, siamo numeri a caso
estratti tra fortuna e destino dal tempo che sorprende.
Una disfatta, prima della parola, ci raggiunge al collo.
(da “Dissimiglianze”)

*

Tutte le cose imperfette hanno un battito in più,
un moto di ricerca, una stella che si colloca dove
meno la si vede e che pure brilla prima.
Qualcuno nel giardino sta suonando un richiamo;
seduto sul fondo della scena osserva lo scompiglio
del mattino di buoni propositi e discese all’inferno.
E diventi tu stesso l’edificio altissimo,
la successione dei piani, la fuga dello sguardo
e le camere che incalzano, gli specchi rotti e i tavoli
su cui poggiare la mano, quando a schiena curva
non basta il ricordo per darsi sollievo.
[…]
(da “je te veux”)

.

Angela Greco (AnGre) è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Ed.Lupo, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Ed.Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017); Correnti contrarie (Ed.Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII, 2017); Ancora Barabba (Collezione Bocche Naufraghe, YCP, 2018); All’oscuro dei voyeur (YCP, 2019, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa).

È ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

QUI IL LIBRO

[senza titolo] di Angela Greco

Si torna a casa con una nuvola aggiunta,
righi d’alba alla finestra, assenze dilatate;
forse arriverà la pioggia alla fine dello sterrato e
magari, tu, in questo incipit d’autunno tanto atteso.
Desiderato. Un giro di flamenco e uno di chiave
per ritrovarsi al culmine di un non-ce-la-faccio-più.
.
Mon ami, di questo tempo non ho notizia certa;
soltanto una sensazione di eco; contrasti tra
il buonsenso e l’egocentricità. Ma tu, tu, invece,
ci sei, stella fissa a indicare il momento preciso,
l’incanto, la meraviglia di riscoprirsi nudi, nell’atto
di uno specchio. Del resto, degli altri, nessuna parola.
.
Incalzano le dita in questa rincorsa; s’invola l’azzurro
nel verso del cielo e curva lo sguardo tra strada e imposte
non curanti di vetri rotti e ricordi di bambini. I giardini
si illuminano di ninfee e magnolie e il primo incontro
si perpetra ad ogni passo, in questo silenzio. Un rumore
d’acque lontane riedifica madre e qualcosa di precedente.
.
[…] i circoli chiusi, gli altari addobbati da erosi drappi rossi,
un ballo a corte col vestito buono; parole che reiterano
i tempi sempre stati, gli stessi modi di fare, la conservazione
della specie peggiore. Tu, invece, mon ami, appartieni
ad altro, sei fuori da queste umane insolvenze; in debito
soltanto con quel cielo, che non riconosce più quel che ricopre.
.
L’umidità di questo inizio di settembre ha del difficile.
.
.
*
Angela Greco, 2 settembre ’19.
(immagine d’apertura: El arbolito by Josephine Sacabo)

Omaggio al Salento: saperi e parole tra i vicoli di Matino (LE)

Domenica 11 agosto c.m. l’ass. La Scatola di Latta ha organizzato un prezioso “Mercatino dei saperi e delle parole in un vicolo d’arte” a Matino, un piccolo borgo nel cuore del Salento, in provincia di Lecce (Puglia). “Omaggio al Salento in tre atti” è il contributo, scelto tra gli inediti della mia produzione dell’ultimo anno, che leggerò in compagnia di tanti altri amici, tra i quali ringrazio Agata De Nuccio per l’invito. Se passate da quelle parti siete tutti invitati! [AnGre]

Omaggio al Salento in tre atti di Angela Greco

I atto
La sera salentina è un arco e una diagonale
tra due mete da stabilire, chianche diseguali
che pavimentano il richiamo verde dei tuoi occhi;
un gatto pigro sulle scale che giallo e nero
guarda prima di confondersi col disco notturno.
.
La sera salentina è una scala da percorrere
tra l’ombra e il bianco, poco prima del letto,
senza conoscere l’esito del vicolo che svela
una corte intagliata e una chiave lasciata
all’esterno, nella lingua dei padri.
.
L’ultima quercia guarda dall’alto del muretto
secco d’acqua e di paesani, nella controra che
affina le dita sugli strumenti per la notte appena
iniziata. Si balla nella sera salentina, si scaccia
la malattia e ci si libera prima che sia troppo tardi.
.
.
.
II atto
Ognuno offre il suo tempo e la parola diventa
il ritmo dove incontrarsi, tra l’angolo della piazza
e le sedie allineate dalla curiosità di rugosi uomini
increduli ‘ca li fimmine’ possano aver perso il velo
e sole aggirarsi oggi per tortuose stradine.
.
La sera salentina aspetta la prima alba, a pochi passi
dalle case che non dormono, dal cuscino sudato
e dal tuo volto che sente addosso queste parole
e dimentica i chilometri, appena dopo quella svolta
e il grande arco col cuore di pietra nello stemma.
.
La sera salentina ha luminarie che pazientano in piazza
in attesa del santo e dita di danzatori frementi sui telefoni,
vegliando un tempo mai andato via e mentre il caldo
e l’afa fanno azzuffare pensieri e silenzi, i piedi
sanno queste strade e la costrizione delle scarpe.
.
.
.
III atto
Dal piccolo balcone sfacciata la pianta fiorita di capperi
striscia su tre gradini lasciati al caso; il cane scodinzola
e il sole nascosto tra i pomodori matura sulle guance
sfrenate. Il tuo bacio è una fetta d’anguria che toglie
sete e sonno, qui, tra camion carichi e campi assolati.
.
L’ulivo zittisce e attende il giorno buono; la spiaggia ad est
è un atto di resistenza in questo sud che vuole cogliere vita
a piene mani, acino dopo acino, tra filari d’incomprensioni
e verderame. Poi sarà ancora festa e pietra da scavare,
per raccontare questi intagli ricavati per sottrazione.
.
La sera salentina sono queste mani, che fermano l’attimo
e faticano senza sosta; dita intrecciate ai fili di un ragno
che ride guardando dove siamo finiti. Pagina dopo pagina
finisce anche la terra, a sud, col cappello in mano, tra santi
e madonne che ingoiano acque e restituiscono stupore.
.
La sera salentina ha sguardo lucido: «Torna e abitami,
non lasciarmi solo paese d’agosto; la città, lo sai, ha
spazi grandi che perdono la misura del gesto, dell’occhio
e del respiro; c’è qualcosa che non si può spiegare, ma
solo vivere, qui, tra monaci volanti e capre segnate».
.
***
(immagini: in apertura R.Magritte, Paese dei miracoli, 1964; in chiusura, Faro di Punta Palascia, Capo d’Otranto)

Pioggia di metà luglio…

Del giorno rimane un sentire di
finito, un aroma stinto, una
lontananza senza soluzione e
una incombenza da assolvere.
.
Sfrenate corse colmano i pochi
spazi rimasti a disposizione;
al canto del gallo si ricomincia
in memoria di altro tradimento.
.
Mattini si reiterano sbiaditi,
mentre nell’angolo un silenzio ci
osserva senza essere compreso.
Piove da non lavare nulla di più.
.
.
Angela Greco (inedito e foto, luglio ’19)

per certi versi…

*
Nell’ora vuota solo la cicala parla;
il riverbero acceca un pomeriggio
di zolle assetate in attesa di un ritorno.
Poi è odore di resina e più in basso,
il mare, visione rarefatta, è afa confusa.
Pensieri, tra il verde e me, i tuoi occhi.
.
Il tempo è una roverella, meridiana
tra spighe prudenti; noce e mandorlo
si spartiscono virtù e sacrilegio
al trascorrere del giorno.
.
Case disabitate guardano fuori;
passiamo, sbuffando chilometri,
senza vedere.
.
.
.
*
Ma dove abbiamo sbagliato?
Un errore non si fa mai per errore.
Allora, dove abbiamo lasciato le ali,
i libri, gli ombrelli e le chiavi di casa?
Mani estranee, che non abbiamo fermato,
ci stanno spartendo, mentre siamo
persi dietro corse che crediamo irrefrenabili.
.
Dov’è quella veste così grande da non riuscire
a essere contenuta nella stanza mentre ti parlo?
E dove sei, tu?
.
Occorre ancora una volta ricominciare;
alla tua voce mi alzerò da questo letto
e volterò pagina. Torneremo ancora plurali.
.
.
.
Angela Greco (foto compresa)
inediti, luglio 2019

migrando tra cieli e campi di grano – fotografia e testo di Angela Greco

migrando tra cieli e campi di grano

(all’angelo)

E, allora, a chi assomigli tu?
Del salto hai il sangue del distacco,
della terra e del volo nulla manca;
alla caduta non sei caduto e persino
le ombre e le stelle t’appartengono
senza mutare il tuo piede nel cammino.

Cielo d’estate ti estenui tra azzurro e
grano, a guardia di una linea d’orizzonte,
che netta richiama occhi e fiato, mentre
la mano tenta inchiostro per non dubitare
della realtà. E sei pietra di ben altra natura;
al crocevia del viandante la tua voce indica
ancora ritorno.

*

Angela Greco [inedito, luglio 2019
in foto: “migrando tra cieli e campi di grano”, Altamura, 1\7\19]