Alfonso Gatto, due poesie

Mare_in_inverno

Due poesie di Alfonso Gatto (Salerno, 1909 – Orbetello, 1976)

*

Poesia d’amore 

Le grandi notti d’estate
che nulla muove oltre il chiaro
filtro dei baci, il tuo volto
un sogno nelle mie mani.
Lontana come i tuoi occhi
tu sei venuta dal mare
dal vento che pare l’anima.
E baci perdutamente
sino a che l’arida bocca
come la notte è dischiusa
portata via dal suo soffio.
Tu vivi allora, tu vivi
il sogno ch’esisti è vero.
Da quanto t’ho cercata.
Ti stringo per dirti che i sogni
son belli come il tuo volto,
lontani come i tuoi occhi.
E il bacio che cerco è l’anima.

~

Le vittime 

La storia fosse scritta dalle vittime
altro sarebbe, un tempo di minuti,
di formiche incessanti che ripullulano
al nostro soffio e pure ad una ad una
vivide di tenacia, intente d’essere.

Gli inermi che si scostano al passaggio
delle divise chiedono allo sguardo
dei propri occhi la letizia ansiosa
d’essere vinti, il numero che oblia
la sua sabbia infinita nel crepuscolo.

Dei vincitori, ai ruinosi alberghi
del loro oblio, più nulla.
Rimane chi disparve nella sera
dell’opera compiuta, sua la mano
di tutti e il fare che è del fare il tenero.
È il nostro soffio che gli crede, il dubbio
di perderlo nel numero, tra noi.

Versi di Antonin Artaud

Emilio Vedova, Oltre -3 (Ciclo 1, 1985), 280x280 cm, pittura su tela, Fondazione Emilio e Annabianca Vedova, Venezia

In sogno

In fondo ai giardini dei nostri sogni
Più belli dei sogni più belli dei nostri numi,
Colti attraverso misteriose armonie
In noi esploderanno sogni divini
E poesie bugiarde
Di cui ascolteremo le strofe infinite
In sogno.
E i venti incurveranno gli alberi fino a terra,
Alberi più sontuosi del tramonto,
Recante frutti di porpora e d’oro, di diamante
Dai riflessi allettanti.
Con occhi di misteriosi smeraldi
Che scagliano misteriose fiamme…
E i venti piegheranno gli alberi e i nostri corpi
Ai legni strapperanno le loro musiche interne,
E le nostre voci lanceranno musiche sublimi
Negli androni di foreste selvatiche dalle alte cime
Fluenti d’oro.
Per meglio cogliere l’anima dei nostri domini,
L’anima notturna decadente e crepuscolare,
La grande anima tenebrosa e divina
Ci incammineremo lungo il sentiero azzurro che porta
Di fronte al tramonto
Sfavillante di sfarzo e di armonia
Come un rosone nel cuore di un tempio immenso.
E là ascolteremo la cadenza immortale
Delle linee e dei corpi ritmati
E di gotiche balaustre profumate
Dalla dolcezza dei corpi amanti
Dagli uomini con grandi anime cadenzate,
Dai poeti profumati.

~

Poeta nero

Ti assilla un seno di vergine,
poeta nero,
poeta inacidito, mentre la vita bolle
e la città arde,
e il cielo si riassorbe in pioggia,
e la tua penna graffia al cuore della vita.

Foresta, foresta brulicante d’occhi
sui pinoli disseminati;
chiome di bufera, i poeti
inforcano cavalli e cani.

Gli occhi si infuriano, le lingue girano
il cielo fluisce nelle narici
come un latte nutriente e azzurro;
io sono appeso alle vostre bocche
donne, aspri cuori di aceto.

~

Post Scriptum

Chi sono
da dove vengo?
Io sono Antonin Artaud
e lo dico
come so dirlo
immediatamente
voi vedrete il mio attuale corpo
volare via in schegge
e raccogliersi
in diecimila aspetti ben noti
un corpo nuovo
in modo che non possiate
mai
dimenticarmi

*

Antonin Artaud (Marsiglia, 4 settembre 1896 – Parigi, 4 marzo 1948) — in apertura, opera di Emilio Vedova.

Due poesie di Salvatore Quasimodo

nuvole-rosse

Alle fronde dei salici

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero

della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

~

Alla nuova luna

In principio Dio creò il cielo ..
e la terra, poi nel suo giorno
esatto mise i luminari in cielo
e al settimo giorno si riposò.
Dopo miliardi di anni l’uomo,
fatto a sua immagine e somiglianza,
senza mai riposare, con la sua
intelligenza laica,
senza timore, nel cielo sereno
d’una notte d’ottobre,
mise altri luminari uguali
a quelli che giravano
dalla creazione del mondo. Amen.

*

Salvatore Quasimodo (Modica, 1901 – Napoli, 1968) è stato un poeta e traduttore italiano, esponente di rilievo dell’ermetismo. Ha contribuito alla traduzione di vari componimenti dell’età classica, soprattutto liriche greche, ma anche di opere teatrali di Molière e William Shakespeare. Nel 1959 gli viene assegnato  il premio Nobel per la Letteratura con la seguente motivazione:  “Per la sua poetica lirica, che con ardente classicità esprime le tragiche esperienze della vita dei nostri tempi”.


			

Guillaime Apollinaire, due poesie

cuore

Guillaume Apollinaire (1880 -1918), pseudonimo di Wilhelm Albert Włodzimierz Apollinaris de Wąż-Kostrowicky, è stato un poeta, scrittore, critico d’arte e drammaturgo francese.

*

IL PONTE MIRABEAU (trad.di Vittorio Sereni)

Sotto Pont Mirabeau la Senna va
E i nostri amori potrò mai scordarlo
C’era sempre la gioia dopo gli affanni

Venga la notte suoni l’ora
I giorni vanno io non ancora

Le mani nelle mani restiamo faccia a faccia
E sotto il ponte delle nostre braccia
Stanca degli eterni sguardi l’onda passa

Venga la notte suoni l’ora
I giorni vanno io non ancora

L’amore va come quell’acqua fugge
L’amore va come la vita è lenta
E come la speranza è violenta

Venga la notte suoni l’ora
I giorni vanno io non ancora

Passano i giorni e poi le settimane
Ma non tornano amori né passato
Sotto Pont Mirabeau la Senna va

Venga la notte suoni l’ora
I giorni vanno io non ancora

~

OH LOU MIO GRAN TESORO

Oh Lou mio gran tesoro
Facciamo dunque la magia
Di vivere amandoci
Da estranei
E castamente

Faremo viaggi
Vedremo luoghi
Tutti pieni della voluttà
Dei cieli d’estate

Le mie mani resteranno pure
Il mio cuore ha le sue ferite
Che tu mi medicherai
Poi tra le mie braccia
Dormirai

Con graziose menzogne
False parvenze di sogni
Tu farai in modo che restando sveglio
Abbia dormito
Stupito

Questo cervello che offro
Alla tua grazia oh demone
Oh pura nudità
Della Limpidezza
Della pallida estate

Così evoco quella
Che ti prenderà mia bella
Con l’Arte magica
Antichissima
Che conosco bene

I filtri i pentacoli
Gli spettacoli luminosi
Ti portino ingranditi
I Paradisi
Più maledetti

Ti giuro sentiremo
Una pura voluttà
Senza tanti contatti
Che rendono dementi
Tutti gli amanti

E puri come angeli
Canteremo le lodi
Della tua gran bellezza
Nella mia Limpidezza
Di Purezza

Elsa Morante, due poesie

willy-ronis-gli-innamorati-della-bastiglia-1957

Lettera

Tutto quel che t’appartiene, o che da te proviene,
è ricco d’una grazia favolosa:
perfino i tuoi amanti, perfino le mie lagrime.
L’invidia mia riveste d’incanti straordinari
i miei rivali: essi vanno per vie negate ai mortali,
hanno cuore sapiente, cortesia d’angeli.
E le lagrime che mi fai piangere sono il mio del diadema,
se l’amara mia stagione s’adorna del tuo sorriso.

Stupisco se ripenso che avevo tanti desideri
e tanti voti da non sapere quale scegliere.
Ormai, se cade una stella a mezzo agosto,
se nel tramonto marino balena il raggio verde,
se a cena ho una primizia nella stagione nuova,
o m’inchino alla santa campana dell’Elevazione,
non ho che un voto solo: il tuo nome, il tuo nome,
o parola che m’apri la porta del paradiso.

Nel mio cuore vanesio, da che vi regni tu,
le antiche leggi del mondo son tutte rovesciate:
l’orgoglio si compiace d’umiliarsi a te,
la vanità si nasconde davanti alla tua gloria,
la voglia si tramuta in timido pudore,
la mia sconfitta esulta della tua vittoria,
la ricchezza è beata di farsi, per te, povera,
e peccato e perdono, ansia e riposo,
sbocciano in un fiore unico, una grande rosa doppia.
Ma la frase celeste, che la mia mente ascolta,
io ridirti non so, non c’è nota o parola.
Ti dirò: tu sei tutto il mio bene, ad ogni ora
questa grazia di amarti m’è dolce compagnia.
Potesse il mio affetto consolarti come mi consola,
o tu che sei la sola confidenza mia!

~

Amuleto

Quando tu passi, e mi chiami,
assente son io.
Per lunghe ore ti aspetto,
e tu, distratto, voli altrove.
Ma tanto, il mezzano serafico
del nostro amore,
il sultano dello zenit
che muove sul quadrante le sfere
con le dita infingarde e sante,
ha già segnato l’istante
del nostro convegno.
Molli si volgono i miei giorni
a quella imperiosa stagione.
Candida e glaciale essa risplende
alta salendo, come fuoco.
Ah, nostra incantevole stanza!
Che importa a me, infido spirito,
dei tuoi diversi pensieri?
Il presagio inchina già la fronte
all’annuncio. Sorte e amore
ti congiungono a me.

*

Versi da “Alibi” (Einaudi)

di Elsa Morante (1912 – 1985)

Vittorio Sereni, tre poesie

11-De-Chirico-

Finestra

Di colpo – osservi – è venuta,
è venuta di colpo la primavera
che si aspettava da anni.

Ti guardo offerta a quel verde
al vivo alito al vento,
ad altro che ignoro e pavento
– e sto nascosto –
e toccasse il mio cuore ne morrei.
Ma lo so troppo bene se sul grido
dei viali mi sporgo,
troppo dal verde dissimile io
che sui terrazzi un vivo alito muove,
dall’incredibile grillo che quest’anno
spunta a sera tra i tetti di città
– e chiuso sto in me, fasciato di ribrezzo.

Pure, un giorno è bastato.
In quante per una che venne
si sono mosse le nuvole
che strette corrono strette sul verde,
spengono canto e domani
e torvo vogliono il nostro cielo.
Dillo tu allora se ancora lo sai
che sempre sono il tuo canto,
il vivo alito, il tuo
verde perenne, la voce che amò e cantò –
che in gara ora, l’ascolti?
scova sui tetti quel po’ di primavera
e cerca e tenta e ancora si rassegna.

~

Via Scarlatti

Con non altri che te
è il colloquio.

Non lunga tra due golfi di clamore
va, tutta case, la via;
ma l’apre d’un tratto uno squarcio
ove irrompono sparuti
monelli e forse il sole a primavera.
Adesso dentro lei par sempre sera.
Oltre anche piú s’abbuia,
è cenere e fumo la via.
Ma i volti i volti non so dire:
ombra piú ombra di fatica e d’ira.
A quella pena irride
uno scatto di tacchi adolescenti,
l’improvviso sgolarsi d’un duetto
d’opera a un accorso capannello.

E qui t’aspetto.

~

In me il tuo ricordo

In me il tuo ricordo è un fruscìo
solo di velocipedi che vanno
quietamente là dove l’altezza
del meriggio discende
al più fiammante vespero
tra cancelli e case
e sospirosi declivi
di finestre riaperte sull’estate.
Solo, di me, distante
dura un lamento di treni,
d’anime che se ne vanno.

E là leggera te ne vai sul vento,
ti perdi nella sera.

*

Vittorio Sereni (Luino, Lago Maggiore, 1913 – Milano, 1983), poeta, prosatore e saggista italiano. Si trasferisce nel 1925 a Brescia con la famiglia e nel 1933, a Milano, dove si accosta alla cerchia di intellettuali che fanno capo al filosofo Antonio Banfi e dove si laurea in lettere con una tesi su Guido Gozzano. Lavorerà come insegnante di italiano e latino nei licei milanesi, frequentando la rivista Corrente e, nel 1941, pubblicherà – proprio con le edizioni di Corrente – il primo libro di versi, Frontiera (riedito nel 1942 con il titolo Poesie), ancora vicino alla poetica dell’Ermetismo.
Richiamato alle armi, come ufficiale di fanteria, sarà fatto prigioniero dagli inglesi in Africa settentrionale e, recluso per due anni in campo di prigionia tra Algeria e Marocco, raccoglierà questa esperienza  nelle liriche del Diario d’Algeria (stampato nel 1947).
Finita la guerra, Sereni riprenderà l’insegnamento liceale, lasciato nel 1952 per lavorare prima all’ufficio stampa della Pirelli (1952-58) e poi come dirigente editoriale alla Arnoldo Mondadori (1958-75). Dopo alcuni anni di silenzio poetico, nel 1965 uscirà Gli strumenti umani, che lascerà alle spalle le soluzioni ermetiche per un linguaggio più discorsivo, vicino al parlato, adatto ad affrontare le tematiche della disumanizzazione del mondo contemporaneo e della solitudine dell’uomo nella società delle macchine e del benessere. Nel 1981, infine, uscirà una nuova pubblicazione poetica, Stella variabile.

Nikolaj Zaboloc’kij, due poesie

ph.AnGre

Metamorfosi 

Come cambia il mondo! E come cambio anch’io!
Con un solo nome io mi chiamo,
In realtà quello che chiamano me, –
Non sono io solo. Siamo molti. Io sono vivo,
Affinché il mio sangue non arrivi a freddarsi,
Io sono morto più volte. Oh, quanti corpi morti
Ho separato dal mio corpo!
E se solo la mia ragione riuscisse a vedere
E alla terra volgesse l’occhio penetrante,
Essa vedrebbe là, tra le tombe, me
Sepolto in profondità. Essa mi mostrerebbe
Me, cullato dall’onda del mare,
Me, in volo nel vento verso un paese invisibile,
La mia povera spoglia, un tempo così amata.
Ma io sono sempre vivo! Sempre più chiaro e pieno
Lo spirito abbraccia masse di prodigiose creature.
La natura è viva. E’ viva tra le pietre
Anche l’erba viva e il mio morto erbario.
Anello nell’anello e forma nella forma. Il mondo
In tutta la sua viva architettura –
Organo che canta, mare di trombe, pianoforte
Che non muore né nella gioia né nella tempesta.
Come tutto cambia! Ciò che prima era uccello,
Adesso è una pagina scritta;
Il pensiero una volta era un semplice fiore,
Il poema procedeva come lento toro;
E ciò che era me, forse cresce di nuovo
E accresce il mondo delle piante.
E così, cercando a fatica di svolgermi
Come un gomitolo di complesso filo,
A un tratto vedrò ciò che si dovrebbe chiamare
Immortalità. Oh, miseria dei nostri pregiudizi!

~

Acquaforte 

E risonò nella sala assordante:
“Dalla casa dello zar un defunto è fuggito!”
Il defunto per le strade fiero cammina,
Gli inquilini lo tirano per le briglie,
Con voce di tromba egli canta una prece
E le sue braccia al cielo solleva.
Occhiali ramati, montati su membrana,
Pieno fino al collo di acqua sotterranea.
Su di lui uccelli di legno con fragore
Chiudono le ali sui battenti.
E intorno fulmini, cigolio di cilindri
E il cielo arricciato – e qui
La scatola della città con la porta sbottonata
E dietro una lamina di vetro – il rosmarino.

Per i testi si ringrazia il sito The Poeti

*

Nikolaj Alekseevič Zaboloc’kij (1903 – 1958) è stato un poeta, scrittore e traduttore russo. È considerato «uno dei grandi poeti russi del XX secolo», ma rimane ancora poco conosciuto in Occidente. È «l’ultimo rappresentante della tradizione russa futurista», «l’ultimo modernista russo» e «il primo poeta dell’era sovietica».

Carmelo Bene, due poesie giovanili

carmelo

“Le poesie giovanili di Carmelo Bene (Campi Salentina, 1 settembre 1937 Roma, 16 marzo 2002) rappresentano la forma più embrionale e pura del genio che in seguito si rivelerà. I manoscritti originali, rimasti inediti fino ad ora, costituiscono la parte più consistente di quest’opera e vennero donati da mio zio Carmelo a mia nonna Amelia poco dopo la loro creazione affinché li serbasse nel cuore, e li custodisse.” – Stefano De Mattia, il nipote di Carmelo Bene, nella prefazione a Ho sognato di vivere! Poesie giovanili (Bompiani, 2021), versi scritti tra il 1950 e il 1958, di cui si condividono due componimenti.

*

A te, malinconia,
piuma sospinta da ricordi dolci
nega quiete
la memoria beffarda.
Una mano febbrile,
in cerca d’abbandoni,
sfiora la carta
per consumar carezze
e pensieri scontati
invitano parole
a tingersi di nero!

~

Son salito lassù. Dove il selciato
corre il suo squilibrio di pietra,
s’addolcia asfalto, rompe
nelle pozze che sibilano, nei cesti
di soffitta pesanti di borea.
Nelle pesche sull’asse i pensieri
dai denti di tarlo. Nel tempo
che divora il davanzale,
ai fanali pazzi di vento,
ai fili che corrono di sotto
verso l’isola che non c’è mai stata.

Nei cappelli rossi fasciati di cotone,
dorme il carnevale tutti
i suoi colori. L’orologio
fermo sull’ora in cui non sei venuta.

Dalla volta ricurva che s’inarca,
cupa, dove s’acceca il firmamento,
ai vetri sporchi, telaio di luce,
alle quattro.

*

Notizie:

https://www.sapere.it/sapere/pillole-di-sapere/cultura-e-spettacolo/carmelo-bene-biografia-teatro-carriera.html

Due poesie di Pier Paolo Pasolini

Gli italiani 

L’intelligenza non avrà mai peso, mai
nel giudizio di questa pubblica opinione.
Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai

da uno dei milioni d’anime della nostra nazione,
un giudizio netto, interamente indignato:
irreale è ogni idea, irreale ogni passione,

di questo popolo ormai dissociato
da secoli, la cui soave saggezza
gli serve a vivere, non l’ha mai liberato.

Mostrare la mia faccia, la mia magrezza –
alzare la mia sola puerile voce –
non ha più senso: la viltà avvezza

a vedere morire nel modo più atroce
gli altri, nella più strana indifferenza.
Io muoio, ed anche questo mi nuoce.

~

Lo scandalo del contraddirmi

Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere
con te e contro te; con te nel cuore,
in luce, contro te nelle buie viscere;

del mio paterno stato traditore
– nel pensiero, in un’ombra di azione –
mi so ad esso attaccato nel calore

degli istinti, dell’estetica passione;
attratto da una vita proletaria
a te anteriore, è per me religione

la sua allegria, non la millenaria
sua lotta: la sua natura, non la sua
coscienza; è la forza originaria

dell’uomo, che nell’atto s’è perduta,
a darle l’ebbrezza della nostalgia,
una luce poetica: ed altro più

io non so dirne, che non sia
giusto ma non sincero, astratto
amore, non accorante simpatia…

Come i poveri povero, mi attacco
come loro a umilianti speranze,
come loro per vivere mi batto.

ogni giorno. Ma nella desolante
mia condizione di diseredato,
io possiedo: ed è il più esaltante

dei possessi borghesi, lo stato
più assoluto. Ma come io possiedo la storia,
essa mi possiede; ne sono illuminato:

ma a che serve la luce?

Pier Paolo Pasolini 

Tre poesie sulla notte

luna sul filo

Lunga è la notte (Peppino Impastato)

Lunga è la notte
e senza tempo.
Il cielo gonfio di pioggia
non consente agli occhi
di vedere le stelle.
Non sarà il gelido vento
a riportare la luce,
né il canto del gallo,
né il pianto di un bimbo.
Troppo lunga è la notte,
senza tempo,
infinita.

~

Anche la notte ti somiglia (Cesare Pavese)

Anche la notte ti somiglia,
la notte remota che piange
muta, dentro il cuore profondo,
e le stelle passano stanche.
Una guancia tocca una guancia
è un brivido freddo, qualcuno
si dibatte e t’implora, solo,
sperduto in te, nella tua febbre.
La notte soffre e anela l’alba,
povero cuore che sussulti.
O viso chiuso, buia angoscia,
febbre che rattristi le stelle,
c’è chi come te attende l’alba
scrutando il tuo viso in silenzio.
Sei distesa sotto la notte
come un chiuso orizzonte morto.
Povero cuore che sussulti,
un giorno lontano eri l’alba.

~

Tu la notte io il giorno (Antonia Pozzi)

Tu la notte io il giorno
così distanti e immutevoli
nel tempo
così vicini come due alberi
posti uno di fronte all`altro
a creare lo stesso giardino
ma senza possibilità di
toccarsi
se non con i pensieri
Tu la notte io il giorno
tu con le tue stelle e la luna
silenziosa
io con le mie nuvole ed il
sole abbagliante
tu che conosci la brezza
della sera
ed io che rincorro il vento
caldo
fino a quando giunge il
tramonto
I rami divengono mani
tiepide
che si intrecciano
appassionate
le foglie sono sospiri
nascosti
le stelle diventano occhi di
brace
e le nuvole un lenzuolo che
scopre la nudità
La luna e il sole sono due
amanti rapidi e fugaci
e non siamo più io e te
siamo noi fusi insieme
nella completezza della luce
fioca
ondeggiante come la marea
in eterna corsa…
So cosa significa amore
quando il giorno muore.

Silenzio e poesia

20060502124651_rosa bianca

Il silenzio di Ada Negri 

Tu che sussulti a un batter d’ali, ed hai
il nodo del silenzio sulle labbra
color di cenere!…
Perchè taci, e tremando te ne stai
rinchiusa in una torre di tristezza?…
E pure sei così giovine ancora,
così soave è ancor la tua bellezza!…
Non so il tuo male. – Tu mi sembri oppressa
da un cilicio nascosto, che flagelli
la carne fragile,
perdutamente al suo poter sommessa;
e un’ebbrezza indicibile ti è data
forse dal tuo soffrir senza parola,
se al lamento la bocca è sigillata;
se le mani s’aggrappan con terrore
a un mobile, ad un muro, a un davanzale,
per trattenerti
di scagliare il tuo corpo e il tuo dolore
dalla finestra!… – Ma perché patire
senza rivolta?… Io non lo so, il tuo male;
ma t’insegnerei, forse, a non morire. –
Senti come garriscono le rondini
bianche e nere, nell’ora del tramonto.
Pel ciel s’inseguono
stridendo, in cerchi rapidi e giocondi.
Non hai pensato mai che forse un giorno
fosti la rondin che a Novembre fugge
verso il sole, e nel Marzo fa ritorno?…
Non ti senti quelle ali dentro il cuore
batter, folli d’azzurro?… non lo senti
che tu sei libera
come la rondinella del Signore,
e che sol per gioirne Iddio ti diede
l’anima tua piena di raggi, ardente
di sogni, aperta ad ogni pura fede?…
Vuoi ch’io ti regga al volo?… Oh, non tremare
forte così. – Non ti dirò più nulla. –
Lagrime e lagrime
io verserò su te senza parlare:
su te, che in una torre di tristezza
ti chiudi, e in fondo l’ami, il tuo martirio,
e vi sfiorisci con la tua bellezza.

~

Ho bisogno di silenzio di Alda Merini

Ho bisogno di silenzio
come te che leggi col pensiero
non ad alta voce
il suono della mia stessa voce
adesso sarebbe rumore
non parole ma solo rumore fastidioso
che mi distrae dal pensare.
Ho bisogno di silenzio
esco e per strada le solite persone
che conoscono la mia parlantina
disorietate dal mio rapido buongiorno
chissà, forse pensano che ho fretta.
Invece ho solo bisogno di silenzio
tanto ho parlato, troppo
è arrivato il tempo di tacere
di raccogliere i pensieri
allegri, tristi, dolci, amari,
ce ne sono tanti dentro ognuno di noi.
Gli amici veri, pochi, uno?
sanno ascoltare anche il silenzio,
sanno aspettare, capire.
Chi di parole da me ne ha avute tante
e non ne vuole più,
ha bisogno, come me, di silenzio.

~

Il silenzio di Delmira Agustini

Tra le tue dita indolenti
Si sciolgono i miei capelli;
Sento vertigini ardenti
Nelle due tazze di caffè nero
Delle tue calde pupille;
Folle, più che folle,
Sono per i tuoi denti di crema
Tra le fragole delle tue labbra;
In fiamme mi frantumo
Per incastonarmi nel tuo abbraccio,
E cenere sono, delirio,
Quando m’ergo nella tua vita,
Tutta vestita d bianco,
Tutta profumo di giglio!

Federico García Lorca, tre poesie

778px-El_Tres_de_Mayo,_by_Francisco_de_Goya, (1814)

Il 19 agosto 1936 viene assassinato il poeta Federico García Lorca. Scoppiata la guerra civile spagnola e schieratosi apertamente a favore delle forze repubblicane, lo scrittore viene ucciso dai falangisti seguaci di Francisco Franco. Artista impegnato nelle avanguardie del suo tempo, Garcia Lorca – che fa parte della cosiddetta “generazione del ’27” – aderisce al gruppo degli scrittori  della “Edad de la Plata”, l’età d’argento della letteratura spagnola. La sua capacità di ascoltare le voci interiori lo ha reso cantore di ogni cosa: la vita, la morte, l’amore, la natura, la sua chitarra, la sua tristezza. (notizie dal sito di RAI Cultura — in apertura: Francisco Goya, “Le  fucilazioni del 3 maggio 1808”)

*

Luna

La luna venne alla fucina
col suo sellino di nardi.
Il bambino la guarda, guarda.
Il bambino la sta guardando.

Nell’aria commossa
la luna muove le sue braccia
e mostra, lubrica e pura,
i suoi seni di stagno duro.

Fuggi luna, luna, luna.
Se venissero i gitani
farebbero col tuo cuore
collane e bianchi anelli.

Bambino, lasciami ballare.
Quando verranno i gitani,
ti troveranno nell’incudine
con gli occhietti chiusi.
Fuggi, luna, luna, luna
che già sento i loro cavalli.

Bambino lasciami, non calpestare
il mio biancore inamidato.
Il cavaliere s’avvicina
suonando il tamburo del piano.
nella fucina il bambino
ha gli occhi chiusi.

Per l’uliveto venivano,
bronzo e sogno, i gitani.
le teste alzate
e gli occhi socchiusi.

Come canta il gufo,
ah, come canta sull’albero!
Nel cielo va luna
con un bimbo per mano.

Nella fucina piangono,
gridano, i gitani.
Il vento la veglia, veglia.
Il vento la sta vegliando.

~

Nostalgia

Divina notte in cui Amore mi baciò.
I sentieri erano di garofano.
Campo di luna era in tono minore.
lo ero una timida pecorella del Signore
per un bianco cammino degli Allori.
Arrivò l’Amore col suo biondo respiro
e il giardino della mia anima fiorì
delle rose del bacio e dell’incanto,
tristi maghe del paese eburneo
che il mio pianoforte stregato snocciolò.

Arrivò l’Assenza con la sua amarezza.
L’Anima penetrò nel cuore.
Di passionarie fu il mio sentiero
seminato con le frecce dell’arciere
che possiede la dolcezza e l’illusione.
Nei crepuscoli senza colori,
nei quali verso il mio pensiero,
sorge la tenue figura che amai
e il mio dolore ormai senza forma la vede..
Soffro talmente che non la percepisco.

~

Crepuscolo del cuore

Solitario il parco.
Aria mite e dolce,
grigia e azzurra soavità.
Quei giorni!
Che triste sonata!
I tuoi boccoli erano il mio sangue
i tuoi occhi erano, oh ingrata!,
l’anima delle mie melodie.

Quei baci!
Con soavità di specchi.
Cadenze di una musica di nardi.
Anima di un colore molto remoto.
Quei baci!
Quelle mani!
Bianche magnolie incarnate
che conoscono i misteri delle anime.
Colombe capaci di consolarmi.
Quelle mani!
lo accesi la mia lampada.
Ti ricordi?
Era di raso e avorio il mio bene
come la casta luce dell’alba.
Tu eri la fiaccola del mio Essere.
Ti ricordi?
Ma te ne andasti…
Non svanisce mai la mia illusione.
Ahi, come esprimere ciò che provo!
Appassito è il mio cuore.
Passione illusione.
Luna laguna.

AA.VV. Versi arsi d’estate

356379

Estate di Cesare Pavese 

È riapparsa la donna dagli occhi socchiusi
e dal corpo raccolto, camminando per strada.
Ha guardato diritto tendendo la mano,
nell’immobile strada. Ogni cosa è riemersa.

Nell’ímmobile luce dei giorno lontano
s’è spezzato il ricordo. La donna ha rialzato
la sua semplice fronte, e lo sguardo d’allora
è riapparso. La mano si è tesa alla mano
e la stretta angosciosa era quella d’allora.
Ogni cosa ha ripreso i colori e la vita
allo sguardo raccolto, alla bocca socchiusa.

È tornata l’angoscia dei giorni lontani
quando tutta un’immobile estate improvvisa
di colori e tepori emergeva, agli sguardi
di quegli occhi sommessi. È tornata l’angoscia
che nessuna dolcezza di labbra dischiuse
può lenire. Un immobile cielo s’accoglie
freddamente, in quegli occhi.
Fra calmo il ricordo
alla luce sommessa dei tempo, era un docile
moribondo cui già la finestra s’annebbia e scompare.
Si è spezzato il ricordo. La stretta angosciosa
della mano leggera ha riacceso i colori
e l’estate e i tepori sotto il viviclo cielo.
Ma la bocca socchiusa e gli sguardi sommessi
non dan vita che a un duro inumano silenzio.

🌻

Ode all’estate di Pablo Neruda

Oh estate
abbondante,
carro
di mele
mature,
bocca
di fragola
in mezzo al verde,
labbra
di susina selvatica.

Strade
di morbida polvere
sopra
la polvere,
mezzogiorno,
tamburo
di rame rosso,
e a sera
riposa
il fuoco,
la brezza
fa ballare
il trifoglio, entra
nell’officina deserta.

Sale
una stella
fresca
verso il cielo
cupo,
crepita
senza bruciare
la notte
dell’estate.

🌻

Di luglio di Giuseppe Ungaretti 

Quando su ci si butta lei,
Si fa d’un triste colore di rosa
Il bel fogliame.

Strugge forre, beve fiumi,
Macina scogli, splende,
È furia che s’ostina, è l’implacabile,
Sparge strazio, acceca mete,
È l’estate e nei secoli
Con i suoi occhi calcinanti
Va della terra spogliando lo scheletro.

🌻

Tutto il giorno di J.Rodolfo Wilcock

Tutto il giorno ho rincorso dentro di me
una corrente chiara come le sere d’estate;
l’acqua è verde e trasparente,
tutto il giorno ti ho ricordato.

Vieni, siamo giovani, e qui passa l’amore
fluttuando tra la luna e il vento,
vieni, l’aria concede le tue labbra alle mie;
oh i salici, i salici pensosi!

🌻

Estiva di Vincenzo Cardarelli

Distesa estate,
stagione dei densi climi
dei grandi mattini
dell’albe senza rumore –
ci si risveglia come in un acquario –
dei giorni identici, astrali,
stagione la meno dolente
d’oscuramenti e di crisi,
felicità degli spazi,
nessuna promessa terrena
può dare pace al mio cuore
quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca,
stagione estrema, che cadi
prostrata in riposi enormi,
dai oro ai più vasti sogni,
stagione che porti la luce
a distendere il tempo
di là dai confini del giorno,
e sembri mettere a volte
nell’ordine che procede
qualche cadenza dell’indugio eterno.

🌻

Improvvisamente fu piena estate di Hermann Hesse

Improvvisamente fu piena estate.
I campi verdi di grano, cresciuti e
riempiti nelle lunghe settimane di piogge,
cominciavano a imbiancarsi,
in ogni campo il papavero lampeggiava
col suo rosso smagliante.

La bianca e polverosa strada maestra era arroventata,
dai boschi diventati più scuri risuonava più spossato,
più greve e penetrante il richiamo del cuculo,
nei prati delle alture, sui loro flessibili steli,
si cullavano le margherite e le lupinelle,
la sabbia e le scabbiose, già tutte in pieno rigoglio
e nel febbrile, folle anelito della dissipazione
dell’approssimarsi della morte
perché a sera si sentiva qua e là nei villaggi il chiaro,
inesorabile avvertimento delle falci in azione.

📚👋

Il sasso nello stagno di AnGre va in vacanza per qualche giorno. Augurando agli Amici e ai Lettori serenità e cieli limpidi, torniamo in poesia venerdì 19 agosto 2022.

Un caro saluto a tutti!! 💋

Lorenzo Calogero, tre poesie

nuvole-rosse

Tre poesie di Lorenzo Calogero ( (Melicuccà, Reggio di Calabria, 1910 – ivi 1961)

*

I baci, le persiane verdi,
verdi alberi modesti, verdi mobili intorno
sulle piagge dell’orto.
Trepido è un disegno sui tetti.
Una corolla scivola su persone morte.
Sapevi quanto intatto, leggiadro un desiderio,
era colpo di un sogno dischiuso,
sogno chiuso leggero di una morte.

~

Gelide parvenze, la vita acre dei segni
conosco. Non è finito lo spazio.
Io mi corrompo. Non so l’aurora quale il ladro
del tempo rapido senza scampo. È murmure
il suo sonno a una risposta a sommo
di una tomba nascosta che ti trasporta,
e, di trasporto in trasporto, è il suono
dell’essere felice, gioia non tersa
calma nel suo fondo. E se nel suo velo
un corpo dietro un passo senza peso
vede, triste io ti domando. I cieli
sono sciupati, emersi dentro un raggio.
Nell’isola che li contiene
è una rondine felice.

~

Panorami grandissimi
a perdita d’occhio si stendono,
s’aprono nuovi orizzonti,
si squarciano gole.
Noi non sappiamo parlare.
Dove siamo andati a cadere?
Nel centro alluvionale della terra?
L’occhio vacua da orizzonte a orizzonte
e si spaura.
Per questo siamo nati:
per vedere nuovo profondissimo orizzonte,
perché la nostra generazione
non vada dispersa
fra acini, fondi nebulosi,
mostri furiosi, i cavalloni
del mare.
Lottiamo sottoterra
e percepiamo.

Sole e poesia

Mario Schifano - O sole mio, 1963

La nostra Terra di Langston Hughes

Dovremmo avere una terra di sole,
di sole sgargiante,
e una terra d’acqua fragrante
dove il tramonto è un morbido fazzoletto di seta
rosa e d’oro,
e non questa terra
dove la vita è fredda.
Dovremmo avere una terra d’alberi,
alti alberi folti,
piegati al peso di pappagalli ciarlieri
lucenti come il giorno,
e non questa terra dove gli’ uccelli son grigi.
Oh, dovremmo avere una terra di gioia,
d’amore e gioia e vino e canto,
e non questa terra dove la gioia è un errore.

~

Ti guardo e il sole cresce di Paul Eluard

Ti guardo e il sole cresce
Presto ricoprirà la nostra giornata
Svegliati cuore e colori in mente
Per dissipare le pene della notte
Ti guardo tutto è spoglio
Fuori le barche hanno poca acqua
Bisogna dire tutto con poche parole
Il mare è freddo senza amore
È l’inizio del mondo
Le onde culleranno il cielo
E tu vieni cullata dalle tue lenzuola
Tiri il sonno verso di te
Svegliati che io segua le tue tracce
Ho un corpo per attenderti per seguirti
Dalle porte dell’alba alle porte dell’ombra
Un corpo per passare la mia vita ad amarti
Un corpo per sognare al di fuori del tuo sonno.

~

Se non avessi visto il sole di Emily Dickinson

Se non avessi visto il sole
avrei potuto sopportare l’ombra,
ma la luce ha reso il mio deserto
ancora più selvaggio.

~

Gloria del disteso mezzogiorno di Eugenio Montale

Gloria del disteso mezzogiorno
quand’ombra non rendono gli alberi,
e più e più si mostrano d’attorno
per troppa luce, le parvenze, falbe.

il sole, in alto, – e un secco greto.
Il mio giorno non è dunque passato:
l’ora piú bella è di là dal muretto
che rinchiude in un occaso scialbato.

L’arsura, in giro; un martin pescatore
volteggia s’una reliquia di vita.
La buona pioggia è di là dallo squallore,
ma in attendere è gioia più compita.

~

Il sole e l’ombra di Ada Negri

Sole di mezzogiorno, nel luglio felice, sulla piazza deserta:
la piazza lontana di città lontana, tu ed il tuo uomo,
e quello era il mondo.
Bianca nella tua veste, bianca vibratile fiamma tu pure,
nell’abbaglio d’incendio dell’aria.
Bianco il tuo riso perduto nel riso di lui, fresco di polla il
tuo riso d’amore tra il vasto fulgere ed ardere.
Non sarebbe discesa la notte, non sarebbe venuto il domani,
tua la luce, tuo l’uomo, tuo il tempo.
Fermasti il tempo in pieno sull’ora solare per cui in terra
tu fosti divina:
il resto è ombra e polvere d’ombra.

In apertura: Mario Schifano, O sole mio, 1963