Maggio in versi

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 È maggio di Giovanni Pascoli

A maggio non basta un fiore.
Ho visto una primula: è poco.
Vuoi nel prato le prataiole:
È poco: vuole nel bosco il croco.
È poco: vuole le viole; le bocche
di leone vuole e le stelline dell’odore.
Non basta il melo, il pesco, il pero.
Se manca uno, non c’è nessuno.
È quando è in fiore il muro nero
è quando è in fiore lo stagno bruno,
è quando fa le rose il pruno,
è maggio quando tutto è in fiore.

~

Maggio di Giorgio Caproni

Al bel tempo di maggio le serate
si fanno lunghe; e all’odore del fieno
che la strada, dal fondo, scalda in pieno
lume di luna, le allegre cantate
dall’osterie lontane, e le risate
dei giovani in amore, ad un sereno
spazio aprono porte e petto. Ameno
mese di maggio! E come alle folate
calde dall’erba risollevi i prati
ilari di chiarore, alle briose
tue arie, sopra i volti illuminati
a nuovo, una speranza di grandiose
notti più umane scalda i delicati
occhi, ed il sangue, alle giovani spose.

~

Rosa di maggio di Alda Merini 

L’alba si è fatta
profumo di rose.
Rosa di maggio,
abbarbicata sul muro vetusto;
affresco di vita
corroso dagli scherni del tempo.
Tappeto di petali bianchi
sul selciato di dolci primavere.
Fra gli agrumi imbiancati dai fiori,
mano nella mano di mio padre,
stretta, stretta,
al richiamo del cuore di mamma,
ansioso, protettivo.
Diventeranno frutti copiosi,
allieteranno tavole imbandite
tra gli amici dell’allegria,
svaniti nei rivoli
del più salubre inganno.
In fondo, oltre la siepe,
scorgere i ceppi temprati dagli anni;
offrono ancora nuova vegetazione,
nuove foglie, tenere e indifese,
al soffio di vento.

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Maggio di Alfonso Gatto 

Odore d’orfani odore di garofani
il fresco dei mugnai
sul carro in vetta al cielo.

D’ogni speranza la sera è vuota
nell’asino che zoccola sul selciato
grigio come la porta di bottega
che ha sui vetri il mare,
emporio dei dolci confetti di noia.

~

Godi di maggio di Attilio Bertolucci

Godi di maggio che consuma in fretta
i giorni delle rose alla luce
spettrale delle sere, la giovinezza
non aspetta…

Ma estivo è ormai questo silenzio intorno
alla tua casa e al sonno dei vivi e dei morti se il giorno va via.

~

Maggio romano di Margherita Guidacci

Ora che lingue di fuoco ci lambiscono
(purtroppo non pentecostali)
e fiocchi di lana bigia cadendo dagli alberi
ci dispongono alla febbre da fieno;
mentre puzzano in coro le immondizie abbandonate
per le strade da spazzini scontenti,
ed attendiamo rassegnati la rinascita
delle mosche, dei cattivi pensieri e delle guerre,
verrà infine qualcuno ad annunziare
che abbiam finito di decomporci?

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Iosif Brodskij, Fin de siècle

Fin de siècle di Iosif Brodskij 

Il secolo presto finirà, ma non prima di me.
E questo, temo, non c’entra con l’intuito.
Piuttosto è l’influenza della non-esistenza

sull’esistere: per dire, del cacciatore sulla selvaggina,
sia essa muscolo cardiaco o mattone.
Sentiamo la frusta sibilare,

nel tentativo di rammentare i nomi di quanti ci hanno amato,
divincolandoci tra le viscide mani del polsista.
Il mondo non è più com’era

un tempo, quando regnavano sovrani abat-jour, fox-trot, sofà
e la paura, insieme a sottovesti e ad arguzie salaci a volontà.
Chi avrebbe mai pensato

che la gomma del tempo li avrebbe cancellati
come sgorbi a matita sulla carta? Certo nessuno.
Eppure il tempo con il suo frusciare

proprio questo ha fatto. Vallo a rimproverare.
Adesso ovunque antenne, sballo di adolescenti, ceppi
anzichè alberi svettanti. Al caffè

non incontri i compagni di lotta sconfitti dalla sorte,
nè al bar l’angelo in gonna e blusa azzurra
che si è stancata del tentativo di librarsi in aria

sopra a se stessa. Ovunque una marea di gente,
ora in folla compatta, ora in coda serpeggiante.
Il tiranno più non è efferato,

ma un essere mediocre e limitato. E così l’automobile
ormai non è più un lusso, ma un modo di sbatter via
la polvere dal tappeto stradale, dove la gruccia

dell’invalido già più non si sente,
mentre il bambino crede fermamente che il lupo
faccia più spavento di un intero reggimento.

E per qualche ragione il fazzoletto si accosta
sempre più spesso agli occhi attratti dalle fronde,
attribuendo a se stesso il varco

che in esse si sta aprendo,
verbi al passato, desinenze del tempo andato,
un’aria cantata

dalla voce del cuculo. Suona più rude adesso
di quella di un Cavaradossi – tipo “Ehi, bellimbusto”
oppure “Smettila di bere” –

e dalla mano scivola a terra la caraffa vuota.
Alle porte, però, non c’è il prete o il rabbino,
ma l’era che chiamano fin de siècle.

Va di moda il nero: camicia, calze, biancheria.
Quando in definitiva le levi tutto questo,
è come se iluminassero

l’alloggio trenta watt o meno,
ma, invece di un gioioso “Urrà!”,
dalle labbra esce un “Eh già,

la colpa è mia”. Tempi nuovi, tempi desolati!
Gli articoli in vetrina, ciascuno con il nome
pertinente, si dividono ora

tra quelli di cui siamo in grado di servirci
e quelli che, per ignoranza,
equipariamo al sogno

dell’umanità (da cui, di fatto,
non c’è altro da aspettarsi) sullo stato
di servo, inanimato, o in genere su quello

di chi resta nell’anonimato. Questo, ahimè,
è il risultato del moltiplicarsi, la cui fonte
non sono cerniere o pantaloni, e neppure l’Oriente

ma, nel presente, l’elettricità. Il secolo è alla fine.
La corsa del tempo esige vittime, rovine.
Baalbek non fa al suo caso, l’essere umano pure.

Dàgli invece pensieri, sentimenti e un sovrappiù
di ricordi ricorrenti. Questo gradisce il tempo.
Io non ho fretta, e do.

E non sono un codardo, bensì pronto a essere
un oggetto che viene dal passato, se così,
per capriccio, vuole il tempo,

mentre dall’alto in basso – o da sopra la spalla –
guarda la preda che accenna ancora
qualche movimento ed è calda

al tatto. Sono pronto a che la sabbia
mi ricopra, preparato a che un viaggiatore
appiedato non metta a fuoco

l’obiettivo su di me, e per me non provi
forti sentimenti. Per ciò che mi riguarda,
il tempo che scorre al di fuori

non vale l’attenzione. La vale quello
che procede a ritroso, come una facciata
che assomiglia ora a un giardino,

ora a una partita a scacchi. Il secolo
in fondo non sembra tanto male. E’ vero che
di morti ne abbiamo avuti a iosa,

ma anche i vivi da meno non sono stati,
incluso l’autore qui presente,
per cui, a tempo debito, non resta

che mettere tutti sottaceto o montarli a panna
nel formaggio, versione cameristica dei buchi
neri cosmici; oppure fotografare il mondo

intero e farne fotocopie – sei per nove tuttavia,
il che esclude qualunque piaggeria – affinchè
più tardi non debbano arrampicarsi in fretta

l’uno sull’altro, come legname accatastato.
Il secolo finisce con catastrofi aeree
in sottofondo, un Prof., tenendo il dito alzato,

ripete la solita solfa sullo strato
dell’ozono, che spiega il solleone,
ma non come partire da un punto

prefissato per finire là dove a un ammasso
di nubi si mescolano i nostri “Non lasciarmi”,
“Salvami”, “Perdono”, costringendo il raggio

a cambiare l’oro del secolo in argento.
Ma il secolo, radunando la sua roba,
valuta che anche questo sia rétro.

Al Polo sventola una bandiera e un husky abbaia.
All’Ovest si guarda dentro il pugno dell’Est,
si scorgono baracche e recinzioni

in cui regna animazione. Gli uccelli, spauriti
dalla selva di mani, spiccano il volo verso meridione
dove ci sono aryk, albicocche e meloni,

palme, turbanti e tam-tam lontani.
Ma fissando lineamenti forestieri
è evidente che in qualunque luogo

la somiglianza principale tra una semplice macchia
e, poniamo, un classico dipinto
sta nel fatto che mai vi imbatterete

in un solo e unico esemplare. La natura, come ieri
il bardo con la carta carbone, come il pensiero
con l’espressione scritta, come un’ape con lo sciame,

apprezza apertamente la massificazione, le alte tirature,
temendo l’eccezione, lo spreco di energia,
il cui miglior custode

è la sregolatezza. Lo spazio è popolato fittamente.
L’attrito del tempo gli consente di potenziarsi
numericamente quanto più gli aggrada.

Ma le vostre palpebre si chiudono. Solo i mari
restano imperturbabili e turchini scandendo da lontano
una parola che ora suona “andiamo” e ora “invano”.

E nel sentire questo, non vuoi più faticare,
hai voglia di montare su un battello e navigare,
navigare, non per scoprire

isole, piante, organismi ignoti e nuove
latitudini incantate, ma l’esatto contrario;
soprattutto – restare a bocca aperta.

(1989)

*

da “E così via”, a cura di M. Campagnoli e A. Raffetto, Adelphi, 2017.

Vittorio Bodini, Dov’è l’uomo? Chi arriva

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Vittorio Bodini (Bari, 1914 – Roma, 1970) è stato un poeta e traduttore italiano, uno dei maggiori interpreti e traduttori italiani della letteratura spagnola. I suoi studi e le sue traduzioni sono ancora oggi da alcuni reputati veri e propri modelli.

🕊

Dov’è l’uomo? Chi arriva

Dov’è l’uomo? Chi arriva
fino al suo grido
dove non ha più fronte ma targhe d’ ottone?
Empio di sonno, vago nel mio sangue,
cascate azzurre piovono
sull’azzurro guanciale
e chi ho perso è il compagno mio: non è
più ai piedi del mio letto, dacché
talpa pensosa dei destini civici,
perso nei manifesti,
nella civica azione,
spio corridoi che portano
sempre più dentro, più attorti
nei visceri dei Pubblici Enti
divoratori di verbali, con lingue
penzolanti di tori squartati
e a testa in giù,
ed ogni scavo non è verso il varco,
non alla libertà la galleria
del mio sonno, di industre talpa e decoro
in cui si mura ogni gesto
d’amore del poeta ai suoi simili, e intanto
s’allontana il mio sosia, il compagno mio,
non come lo scudiero giovinetto che andava a corte
e aveva tanto sonno che dormiva a cavallo,
ma da un viottolo scuro, guardandosi
fra cocci di bottiglie e verdure selvatiche,
la punta delle scarpe nere,
una dopo l’altra.
C’è così poco sole quanto basta
perché ne brilli il manubrio della bicicletta,
ma nulla vede,
né i cardi del cielo,
né la chiocciola dura
abbarbicata agli sterpi;
oltrepassa capre, orme incise
di cavalli nelle piogge disseccate,
e il vecchio uomo seduto sul muricciolo,
con occhiali e bastone,
e il capo
sul taccuino di massime trascritte,
in compendio finale sotto un tenue
cielo di maiolica triste, ma non può vedere
nulla il compagno mio perché i suoi occhi
non gli servono a nulla senza di me.
Così valiamo poco, l’uno senza dell’altro,
e il lamento dell’uomo a cui muovemmo
s’abbarbica ai suoi fili e ci si fa nemico.

*

versi da “Dopo la luna (1952 – 1955)” in Tutte le poesie a cura di Oreste Macrì, Besa 2010 — In apertura, opera di Salvador Dalì.

Maria Luisa Spaziani, tre poesie

Maria Luisa Spaziani (Torino, 1922 – Roma, 2014) ), tre poesie

Realtà e metafora

Tu, realtà e metafora, luminoso
corpo dal doppio segno. Tu moneta
d’inscindibile faccia, bianco cigno
che ingloba il suo riflesso.

Penso all’abbraccio, e all’improvviso scende
in acque buie il mio vascello ebbro.
Confluiscono oceani. L’energia,
duraturo arabesco di fulmine.

.

E lui mi aspetterà nell’ipertempo

E lui mi aspetterà nell’ipertempo,
sorridente e puntuale, con saluti
e storie che alle poverette orecchie
dell’arrivata parranno incredibili.
Ma riconoscerà, lui, ciò che gli dico?
In poche note o versi qui raccolgo
i messaggi essenziali. Un altro raggio,
aria diversa glieli tradurrà.

.

Entro in questo amore come in una cattedrale

Entro in questo amore come in una cattedrale,
come in un ventre oscuro di balena.
Mi risucchia un’eco di mare, e dalle grandi volte
scende un corale antico che è fuso alla mia voce.

Tu, scelto a caso dalla sorte, ora sei l’unico,
il padre, il figlio, l’angelo e il demonio.
Mi immergo a fondo in te, il più essenziale abbraccio,
e le tue labbra restano evanescenti sogni.

Prima di entrare nella grande navata,
vivevo lieta, ero contenta di poco.
Ma il tuo fascio di luce, come un’immensa spada,
relega nel nulla tutto quanto non sei.

.

da Tutte le poesie (Meridiani Mondadori, 2012)

Margaret Atwood, due poesie da Esercizi di potere

carta e penna

Margaret Atwood, poetessa, scrittrice e ambientalista canadese nata ad Ottawa nel 1939; due poesie da “Esercizi di potere” (Power Politics, 1971) trad. Silvia Bre per Nottetempo Edizioni, 2020. 

*

Prima mi avevano dato secoli
di attesa nelle caverne, in tende
di pelli, sapendo che non saresti mai tornato

Poi andò più veloce: solo
vari anni tra
il giorno in cui scampanellavi
in mezzo ai monti, e il giorno (di nuovo
a primavera) in cui alzavo lo sguardo dal telaio
del ricamo all’entrata del messaggero.

Avvenne un paio di volte, o forse
più; e ce ne fu una, non tanto
tempo fa, che ti andò male,
e tornasti su una sedia a rotelle
con i baffi e bruciato dal sole
ed eri insopportabile.

Qualche tempo addietro però, ricordo
di aver avuto otto mesi buoni tra
la corsa di lato al treno, sollevando la gonna, porgendoti
violette al finestrino
e l’apertura della lettera; ho fissato
la tua istantanea sbiadire per vent’anni.

E l’ultima volta (sono corsa in auto all’aeroporto
ancora con la tuta
della fabbrica, l’arnese
che avevo scordato spuntava dalla tasca
dietro; ed eccoti lì
elmetto e cerniere chiuse, era l’ora
zero, hai detto Fatti
Coraggio) fu soltanto tre settimane prima di ricevere
il telegramma e poter dare inizio al rimpianto.

Ma di recente, le serate nere,
passano solo secondi
tra l’avviso alla radio e
l’esplosione; le mani
non ti raggiungono

e nelle notti più quiete
salti su dalla
sedia senza neanche toccare la cena
e riesco appena a salutarti con un bacio
prima che tu corra in strada e loro sparino

***

Mio bel comandante di legno
con la tua passione di medaglie
fatte di legno, che aggiusti
ogni volta cosi quasi vinci,

tu brami di farti bendare
prima di ferirti.
Il mio amore per te è l’amore
di una statua per un’altra: in tensione

e statico. Generale, arruoli
il mio corpo nella tua eroica
battaglia per diventare vero:
se pure prometti salvezze di bronzo

per la caviglia sinistra tu mi tieni
cosi che la mia testa sfiora terra,
ho gli occhi accecati,
i capelli si riempiono di nastri bianchi.

Ci sono orde di me adesso, simili
e paralizzati, ti seguiamo
spargendo tributi floreali
sotto i tuoi zoccoli.

Maestoso sul cavallo di legno
indichi con la mano frangiata;
il sole tramonta, e il popolo tutto
si avvia dall’altra parte.

J.R.Wilcock, due poesie

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Due poesie di Juan Rodolfo Wilcock  [Buenos Aires, 1919 – Lubriano (VT), 1978]

*

Avviso ai saggi

Se qualcosa dovrà salvarsi
bisogna dirlo presto e chiaro:
non siamo qui per nessun fine accertabile,
il più grande poema è la Commedia,
né il sole né la luna sono finora mancati.

Presto, finché la lingua esiste:
su colonne di porfido il cielo trema,
porfido verde con vene di malachite
incrostato di fave di madreperla
e un filo d’oro che traccia d’alto in basso
corsivamente l’identica Parola.

Il mondo è pieno di figli di nessuno.
Tremano le colonne, dai cespugli emergono
bestie con tre o più teste, bestie nuove;
le stelle cadono come gocce di pioggia,
sciiti e mongoli muovono eserciti
e alla luce dei lampi fuggono facce
bianche atterrite e unte di petrolio.

Nascondete questo rotolo nelle grotte.

*

Avviso ai mediocri

Dobbiamo imitare i saggi della tribù,
gli anziani che impartiscono il segreto secolare;
e i saggi della folla non hanno alcun segreto
né da impartire né da occultare. Eppure:
ciascuno cerchi il suo modello,
quelli che non ne hanno sono schiavi,
come quelli che scelgono per modello uno schiavo.
L’uomo libero insegna libertà,
il veritiero insegna verità,
il nobile insegna nobiltà.

La terra è piena di figli di nessuno;
eppure là, sulle vette dei secoli
si ergono come statue i grandi antenati
che a tanti morti diedero volto e voce.

Non troverete nel baratro un padre
ma in ciò che ancora non è stato travolto,
cospicua eredità rimasta senza eredi.

(dal sito wilcock.it)

R.M.Rilke, due poesie

Rainer Maria Rilke, due poesie

🕊

Infanzia

Si dovrebbe riflettere a lungo per parlare
di certe cose che così si persero,
quei lunghi pomeriggi dell’infanzia
che mai tornarono uguali – e perché?

Dura il ricordo -: forse una pioggia,
ma non sappiamo ritrovarne il senso;
mai fu la nostra vita così piena
di incontri, di arrivederci, di transiti

come quando ci accadeva soltanto
ciò che accade a una cosa o a un animale:
vivevamo la loro come una sorte umana
ed eravamo fino all’orlo colmi di figure.

Eravamo come pastori immersi
in tanta solitudine e immense distanze,
e da lontano ci chiamavano e sfiorivano,
e lentamente fummo – un lungo, nuovo filo –
immessi in quella catena di immagini
in cui duriamo e ora durare ci confonde.

*

Chiedimi: nei tuoi sogni cosa c’era?

Chiedimi: nei tuoi sogni cosa c’era
prima che il mio maggio ti portassi?
C’era un bosco. Tra i rami il temporale.
E la notte scendeva su ogni passo.

C’erano roccaforti tra le vampe,
uomini con spade sguainate nel furore,
donne vestite a lutto che, nel pianto,
portavano monili fuori dalle mura.

C’erano bambini seduti alle fonti.
Venne la sera e una dolce melodia
per loro cantò, cantò così tanto
che essi scordarono la casa, la via.

23 aprile: San Giorgio, Giornata del libro e delle rose

libro e rose

23 aprile: Giornata del libro e delle rose.

La “Giornata Mondiale del Libro”, è stata voluta dall’Unesco nel 1996 con lo scopo di promuovere il “continuo progresso culturale attraverso la lettura, a protezione della pace, della cultura e dell’educazione di tutti i popoli.”

La scelta della data è legata alla coincidenza con due ricorrenze: la scomparsa, proprio il 23 aprile 1616, di nomi fondanti della letteratura mondiale, quali Shakespeare e Cervantes, e la tradizione  legata alla regione spagnola della Catalogna, dove già si festeggiava una Giornata dedicata al libro proprio il 23 aprile, nel giorno di Sant Jordi (San Giorgio), patrono, e dove è uso donare, nella stessa data, rose in ricordo di una leggenda.

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A Barcellona, secondo la leggenda, Giorgio, cavaliere, sconfisse il drago, salvando il popolo e la principessa minacciati dalla mostruosa creatura; dal sangue sgorgato dalle ferite, il santo fece fiorire immediatamente delle meravigliose rose rosse, una delle quali venne regalata proprio da Sant Jordi alla principessa.

In memoria di questo mitico accadimento, nel giorno dedicato a San Giorgio – il 23 aprile, appunto – in Catalogna si festeggia regalando un libro e una rosa alla persona amata. E anche i librai usano donare un fiore, quel giorno, ai lettori. (notizie dal web).

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William Shakespeare

Sonetto n.3

Guardati allo specchio e di’ al volto che vedi
che è ormai tempo per quel viso di crearne un altro,
se non rinnovi ora la sua giovane freschezza
inganni il mondo e rinneghi la gioia d’ogni madre.
Vi è forse donna tanto pura il cui illibato grembo
disdegni il seme della tua virilità?
O forse uomo tanto folle da voler essere la tomba
del suo proprio amore per non aver progenie?
Tu sei lo specchio di tua madre e come lei in te
ricorda il leggiadro Aprile della sua primavera,
così dai vetri del tuo crepuscolo tu rivedrai
a dispetto delle rughe, questo tuo tempo d’oro.
Ma se invece vuoi vivere senza esser ricordato,
muori celibe e la tua immagine morirà con te.

🌹

Sonetto n.46

I miei occhi e il cuore sono in conflitto estremo
per contendersi l’immagine della tua persona:
gli occhi al cuor vorrebbero celare la tua effigie,
agli occhi il cuor contesta la libertà di tal diritto.
Il cuore a difesa adduce che tu dimori in lui
– un tempio mai violato da sguardi penetranti –
ma gli accusati negano tal dissertazione,
dicendo che in loro giace il tuo bel sembiante.
Per attribuir questo diritto si convoca in giuria
un esame dei pensieri che al cuore son fedeli,
e per verdetto loro viene aggiudicata
la parte dei puri occhi e quella del caro cuore:
così: agli occhi spetta la tua esteriorità,
e diritto del mio cuore è il tuo profondo amore.

(Versi dal sito shakespeareitalia.com)

🌹

Cesare Pavese, due poesie

Cesare Pavese, due poesie da Lavorare stanca 

🕊

Lavorare stanca

Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.

Ci sono d’estate
pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese
sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge
per un viale d’inutili piante, si ferma.
Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?
Solamente girarle, le piazze e le strade
sono vuote. Bisogna fermare una donna
e parlarle e deciderla a vivere insieme.
Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte
c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi
e racconta i progetti di tutta la vita.

Non è certo attendendo nella piazza deserta
che s’incontra qualcuno, ma chi gira le strade
si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,
anche andando per strada, la casa sarebbe
dove c’è quella donna e varrebbe la pena.
Nella notte la piazza ritorna deserta
e quest’uomo, che passa, non vede le case
tra le inutili luci, non leva più gli occhi:
sente solo il selciato, che han fatto altri uomini
dalle mani indurite, come sono le sue.
Non è giusto restare sulla piazza deserta.
Ci sarà certamente quella donna per strada
che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.

*

Mito

Verrà il giorno che il giovane dio sarà un uomo,
senza pena, col morto sorriso dell’uomo
che ha compreso. Anche il sole trascorre remoto
arrossando le spiagge. Verrà il giorno che il dio
non saprà piú dov’erano le spiagge d’un tempo.

Ci si sveglia un mattino che è morta l’estate,
e negli occhi tumultuano ancora splendori
come ieri, e all’orecchio i fragori del sole
fatto sangue. È mutato il colore del mondo.
La montagna non tocca più il cielo; le nubi
non s’ammassano più come frutti; nell’acqua
non traspare più un ciottolo. Il corpo di un uomo
pensieroso si piega, dove un dio respirava.

Il gran sole è finito, e l’odore di terra,
e la libera strada, colorata di gente
che ignorava la morte. Non si muore d’estate.
Se qualcuno spariva, c’era il giovane dio
che viveva per tutti e ignorava la morte.
Su di lui la tristezza era un’ombra di nube.
Il suo passo stupiva la terra.

Ora pesa la stanchezza su tutte le membra dell’uomo,
senza pena: la calma stanchezza dell’alba
che apre un giorno di pioggia. Le spiagge oscurate
non conoscono il giovane, che un tempo bastava
le guardasse. Né il mare dell’aria rivive
al respiro. Si piegano le labbra dell’uomo
rassegnate, a sorridere davanti alla terra.

Jorge Luis Borges, Elogio dell’ombra

Elogio dell’ombra

La vecchiaia (è questo il nome che gli altri gli danno)
può essere per noi il tempo più felice.
È morto l’animale o quasi è morto.
Restano l’uomo e l’anima.
Vivo tra forme luminose e vaghe
che ancora non son tenebra.
Buenos Aires,
che un tempo si lacerava in sobborghi
verso la pianura incessante,
è di nuovo la Recoleta, il Retiro,
le confuse strade dell’Once
e le precarie case vecchie
che seguitiamo a chiamare il Sud.
Nella mia vita son sempre state troppe le cose;
Democrito di Abdera si strappò gli occhi per pensare;
il tempo è stato il mio Democrito.
Questa penombra è lenta e non fa male;
scorre per un mite pendio
e somiglia all’eterno.
Gli amici miei non hanno volto,
le donne son quello che furono in anni lontani,
i cantoni sono gli stessi ed altri,
non hanno lettere i fogli dei libri.
Dovrebbe impaurirmi tutto questo
e invece è una dolcezza, un ritornare.
Delle generazioni di testi che ha la terra
non ne avrò letti che alcuni,
quelli che leggo ancora nel ricordo,
che rileggo e trasformo.
Dal Sud, dall’Est, dal Nord e dall’Ovest
convergono le vie che han condotto
al mio centro segreto.
Vie che furono già echi e passi,
donne, uomini, agonie e risorgere,
giorni con notti,
sogni e immagini del dormiveglia,
ogni minimo istante dello ieri
e degli ieri del mondo,
la salda spada del danese e la luna del persiano,
gli atti dei morti,
l’amore condiviso, le parole,
ed Emerson, la neve, e quanto ancora.
Posso infine scordare. Giugno al centro,
alla mia chiave, all’algebra,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono.
.
.
da J.L.Borges, Elogio dell’ombra (Einaudi, nuova edizione a cura di Glauco Felici)

Pasqua, Pace e Poesia

Buona Pasqua da Il sasso nello stagno di AnGre--jpg

Pasqua di Ada Negri

E con un ramo di mandorlo in fiore,
a le finestre batto e dico: «Aprite!
Cristo è risorto e germinan le vite
nuove e ritorna con l’april  l’amore
Amatevi tra voi pei dolci e belli
sogni ch’oggi fioriscon sulla terra,
uomini della penna e della guerra,
uomini della vanga e dei martelli.
Aprite i cuori. In essi irrompa intera
di questo dì l’eterna giovinezza ».
lo passo e canto che la vita è bellezza.
Passa e canta con me la primavera.

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Pasqua di Guido Gozzano

A festoni la grigia parietaria
come una bimba gracile s’affaccia
ai muri della casa centenaria.

Il ciel di pioggia è tutto una minaccia
sul bosco triste, ché lo intrica il rovo
spietatamente, con tenaci braccia.

Quand’ecco dai pollai sereno e nuovo
il richiamo di Pasqua empie la terra
con l’antica pia favola dell’ovo.

Murgia in giugno ph.AnGre

Verrà un giorno di Jorge Carrera Andrade

Verrà un giorno più puro degli altri:
scoppierà la pace sulla terra
come un sole di cristallo.
Una luce nuova
avvolgerà le cose.
Gli uomini canteranno per le strade
ormai liberi dalla morte menzognera.
Il frumento crescerà sui resti
delle armi distrutte
e nessuno verserà
il sangue del fratello.
Il mondo apparterrà alle fonti
e alle spighe che imporranno il loro impero
di abbondanza e freschezza senza frontiere.

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Dopo la pioggia di Gianni Rodari 

Dopo la pioggia viene il sereno
brilla in cielo l’arcobaleno:
è come un ponte imbandierato
e il sole vi passa, festeggiato.
E’ bello guardare a naso in su
le sue bandiere rosse e blu.
Però lo si vede – questo è il male –
soltanto dopo il temporale.
Non sarebbe più conveniente
il temporale non farlo per niente ?
Un arcobaleno senza tempesta
questa sì che sarebbe festa.
Sarebbe una festa per tutta la terra
fare la pace prima della guerra.

3-Pablo-Picasso-La-Colomba-della-Pace-con-i-Fiori-1962

Boris Pasternak, Nella Settimana Santa

 Riproponiamo una poesia di Boris Pasternak (Mosca, 1890 – 1960)

Nella settimana santa (trad.di Paolo Statuti)

Intorno ancora la nebbia notturna.
Ancora nel mondo è così presto,
Che il cielo pullula di stelle
E ognuna, come il giorno, è luminosa,
E se solo la terra potesse,
Dormirebbe il giorno di Pasqua
Alla lettura del Salterio.
.
Ancora intorno la nebbia notturna.
Ancora è così presto nel mondo,
Che la piazza giace coricata
Come in eterno da tutti i lati,
E mille anni ancora la separano
Dall’alba e dal calore.
.
Ancora la terra è completamente nuda,
E di notte essa non ha niente
Per far oscillare le campane
E fare eco ai coristi dall’esterno.
.
E dal Giovedì Santo
Fino al Sabato Santo
L’acqua perfora le rive
E intesse mulinelli.
.
E il bosco è spoglio e scoperto,
E sulla Passione di Cristo,
Come folla in preghiera,
Veglia la turba dei tronchi di pino.
.
Ma in città, in un piccolo
Spazio, come a una riunione,
Gli alberi guardano muti
Le grate della chiesa.
E il loro sguardo è preso dal terrore.
E’ comprensibile il loro sgomento.
I giardini escono dai recinti,
Vacilla il sistema terrestre:
Seppelliscono Dio.
.
E c’è la luce nella porta regia,
E il nero manto, e la fila di candele,
Volti rigati dalle lacrime –
E a un tratto la processione viene
Incontro col lenzuolo tombale,
E due betulle presso la porta
Devono tirarsi da parte.
.
E il corteo gira intorno alla chiesa,
Riempie il marciapiede fino al bordo,
E porta dalla strada sul sagrato
La primavera, le ciarle primaverili
E l’aria che sa di prosfora
E di ebbrezza di primavera.
.
E marzo sparge la neve
Nell’atrio sulla folla degli storpi,
Come se qualcuno fosse uscito
Portando l’arca e l’avesse aperta
Distribuendola a tutti.
.
E il canto dura fino all’alba,
E, dopo aver tanto singhiozzato,
Giungono sommessi dall’interno
Nel luogo vuoto sotto i fanali
Il Salterio e l’Apostolo.
.
A mezzanotte taceranno la creatura e la carne,
Avendo udito la voce primaverile,
Che appena tornerà il sereno –
La morte si potrà sconfiggere
Con lo sforzo della resurrezione.
.
1946
(tratta da Un’anima e tre ali – il blog di Paolo Statuti che si ringrazia)

*

Immagine d’apertura (dal web): Settimana Santa a Taranto, rito tra i più suggestivi d’Italia (part. processione che attraversa il Ponte girevole – approfondisci QUI  –

*

I RITI DELLA SETTIMANA SANTA DI TARANTO, un libro de La Gazzetta del Mezzogiorno, pdf scaricabile

Bertolt Brecht, due poesie

nuvole-rosse

Due poesie di di Bertolt Brecht

Primavera 1938 

Oggi, domenica di Pasqua, presto
Un’improvvisa tempesta di neve
si è abbattuta sull’isola.
Tra i cespugli verdeggianti c’era neve. Il mio ragazzo
mi ha portato verso un piccolo albicocco attaccato alla casa
strappandomi ad un verso in cui puntavo il dito contro coloro
che stanno preparando una guerra che
può cancellare
il continente, quest’isola, il mio popolo,
la mia famiglia e me stesso. In silenzio
abbiamo messo un sacco
sopra all’albero tremante di freddo.

🕊

A quelli nati dopo di noi

Veramente, vivo in tempi bui!
La parola disinvolta è folle. Una fronte liscia
indica insensibilità. Colui che ride
probabilmente non ha ancora ricevuto
la terribile notizia

Che tempi sono questi in cui
un discorso sugli alberi è quasi un reato
perché comprende il tacere su così tanti crimini!
Quello lì che sta tranquillamente attraversando la strada
forse non è più raggiungibile per i suoi amici
che soffrono?

È vero: mi guadagno ancora da vivere
ma credetemi: è un puro caso. Niente
di ciò che faccio mi da il diritto di saziarmi.
Per caso sono stato risparmiato. (Quando cessa la mia fortuna sono perso)

Mi dicono: mangia e bevi! Accontentati perché hai!
Ma come posso mangiare e bere se
ciò che mangio lo strappo a chi ha fame, e
il mio bicchiere di acqua manca a chi muore di sete?
Eppure mangio e bevo.

Mi piacerebbe anche essere saggio.
Nei vecchi libri scrivono cosa vuol dire saggio:
tenersi fuori dai guai del mondo e passare
il breve periodo senza paura.

Anche fare a meno della violenza
ripagare il male con il bene
non esaudire i propri desideri, ma dimenticare
questo è ritenuto saggio.
Tutto questo non mi riesce:
veramente, vivo in tempi bui!

Voi, che emergerete dalla marea
nella quale noi siamo annegati
ricordate
quando parlate delle nostre debolezze
anche i tempi bui
ai quali voi siete scampati.

Camminavamo, cambiando più spesso i paesi delle scarpe,
attraverso le guerre delle classi, disperati
quando c’era solo ingiustizia e nessuna rivolta.

Eppure sappiamo:
anche l’odio verso la bassezza
distorce i tratti del viso.
Anche l’ira per le ingiustizie
rende la voce rauca. Ah, noi
che volevamo preparare il terreno per la gentilezza
noi non potevamo essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuto il momento
in cui l’uomo è amico dell’uomo
ricordate noi
Con indulgenza.

Lo sforzo umano di Jacques Prévert

diego rivera the-world-of-today-and-tomorrow-1935

Lo sforzo umano di Jacques Prévert (1945)

Lo sforzo umano 
non è quel bel giovane sorridente 
ritto sulla sua gamba di gesso 
o di pietra 
e che mostra grazie ai puerili artifici dello scultore 
la stupida illusione 
della gioia della danza e del giubilo 
evocante con l’altra gamba in aria 
la dolcezza del ritorno a casa 
No 
Lo sforzo umano non porta un fanciullo sulla spalla destra 
un altro sulla testa 
e un terzo sulla spalla sinistra 
con gli attrezzi a tracolla 
e la giovane moglie felice aggrappata al suo braccio 
Lo sforzo umano porta un cinto erniario 
e le cicatrici delle lotte 
intraprese dalla classe operaia 
contro un mondo assurdo e senza leggi 
Lo sforzo umano non possiede una vera casa 
esso ha l’odore del proprio lavoro 
ed è intaccato ai polmoni 
il suo salario è magro 
e così i suoi figli 
lavora come un negro 
e il negro lavora come lui 
Lo sforzo umano non ha il savoir-vivre 
Lo sforzo umano non ha l’età della ragione 
lo sforzo umano ha l’età delle caserme 
l’età dei bagni penali e delle prigioni 
l’età delle chiese e delle officine 
l’età dei cannoni 
e lui che ha piantato dappertutto i vigneti 
e accordato tutti i violini 
si nutre di cattivi sogni 
si ubriaca con il cattivo vino della rassegnazione 
e come un grande scoiattolo ebbro 
vorticosamente gira senza posa 
in un universo ostile 
polveroso e dal soffitto basso 
e forgia senza fermarsi la catena 
la terrificante catena in cui tutto s’incatena 
la miseria il profitto il lavoro la carneficina 
la tristezza la sventura l’insonnia la noia 
la terrificante catena d’oro 
di carbone di ferro e d’acciaio 
di scoria e polvere di ferro 
passata intorno al collo 
di un mondo abbandonato 
la miserabile catena 
sulla quale vengono ad aggrapparsi 
i ciondoli divini 
le reliquie sacre 
le croci al merito le croci uncinate 
le scimmiette portafortuna 
le medaglie dei vecchi servitori 
i ninnoli della sfortuna 
e il gran pezzo da museo 
il gran ritratto equestre 
il gran ritratto in piedi 
il gran ritratto di faccia di profilo su un sol piede 
il gran ritratto dorato 
il gran ritratto del grande indovino 
il gran ritratto del grande imperatore 
il gran ritratto del grande pensatore 
del gran camaleonte 
del grande moralizzatore 
del dignitoso e triste buffone 
la testa del grande scocciatore 
la testa dell’aggressivo pacificatore 
la testa da sbirro del grande liberatore 
la testa di Adolf Hitler 
la testa del signor Thiers 
la testa del dittatore 
la testa del fucilatore 
di non importa qual paese 
di non importa qual colore 
la testa odiosa 
la testa disgraziata 
la faccia da schiaffi 
la faccia da massacrare 
la faccia della paura

🕊

In apertura: Diego Rivera, The World of Today and Tomorrow (Clicca QUI per leggere dell’opera in questo blog).

Aprile in poesia

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Estate in aprile di Evgenij Rejn

Aprile, precoce estate.
Su, ripieghiamo il paraorecchie nel cassetto.
Tiriamo fuori camicie, cotton wear e altre minuzie
vestiarie.
Al rombo delle auto fragorose, apriamo le finestre.
Ventiquattro gradi Celsius. Dunque, che fare?

È sempre una sorpresa. Forse che, staccando
dal gancetto
il pellicciotto, t’ aspettavi questo volgere del sole?
Sapevi, forse, che saresti vissuto fino a questo
strepito e chiasso? E comunque si ha lo stesso voglia,

di mattina, di uscire vestiti leggeri e di azzurro,
e camminare fino al metrò: solo là c’è protezione.
Chi ha visto il cambio di stagione, dirà: “Sia pure.
Fuori è estate: Pasqua e Risurrezione”.

🕊

Sera d’aprile di Antonia Pozzi

Batte la luna soavemente
di là dei vetri,
sul mio vaso di primule:
senza vederla la penso
come una grande primula anch’essa,
stupita,
sola,
nel prato azzurro del cielo.

🕊

Sotto il cielo di aprile la mia pace di Sandro Penna

Sotto il cielo di aprile la mia pace
è incerta. I verdi chiari ora si muovono
sotto il vento a capriccio. Ancora dormono
l’acque ma, sembra, come ad occhi aperti.

Ragazzi corrono sull’erba, e pare
che li disperda il vento. Ma disperso
è solo il mio cuore cui rimane un lampo
vivido (oh giovinezza) delle loro
bianche camicie stampate sul verde.

🕊

Aprile di Gabriele D’Annunzio

Socchiusa è la finestra, sul giardino.
Un’ora passa lenta, sonnolenza
Ed ella, ch’era attenta, s’addormenta
a quella voce che già si lamenta,
che si lamenta in fondo a quel giardino.
Socchiusa è la finestra, sul giardino.
Un’ora passa lenta, sonnolenta
Ed ella, ch’era attenta, s’addormenta
a quella voce che già si lamenta,
che si lamenta in fondo a quel giardino.

Non è che voce d’acque su la pietra:
e quante volte, quante volte udita!
Quell’amore e quell’ora in quella vita
s’affondan come ne l’onda infinita
stretti insieme il cadavere e la pietra.

Ella stende l’angoscia sua nel sonno.
L’angoscia è forte, e il sonno è così lieve!
Par la luce d’april quasi una neve
che sia tiepida. Ed ella certo deve
soffrire, vagamente, anche nel sonno.

Tutto nel sonno si rivela il male
che la corrompe. Il volto impallidisce
lentamente: la bocca s’appassisce
nel suo respiro; su le guance lisce
s’incava un’ombra.. O rose, è il vostro male:
rose del sole nuovo, pur di ieri,
ch’ella recise ad una ad una e intanto
ella era affaticata un poco, e intanto
l’acque avean su la stessa pietra il pianto
d’oggi, oggi quasi sfatte, e pur di ieri!

Ella non è più giovine. I suoi tardi
fiori effuse nel primo ultimo amore.
Fu di voluttà ebra e di dolore.
Un grido era nel suo segreto cuore,
assiduo: Troppo tardi! Troppo tardi!

Ella non è più giovine. Son quasi
bianchi i capelli su la tempia; sono
su la fronte un po’ radi. L’abbandono
ella è supina e immota, l’abbandono
fa sembrar morte le sue mani, quasi.

Né pure il gesto fa scendere mai
sangue all’estremità de le sue dita!
La tragga il sogno lungi da la vita.
Veda nel sogno almen ringiovanita
l’Amato ch’ella non vedrà più mai.

Socchiusa è la finestra, sul giardino.
Un’ora passa lenta, sonnolenta.
Non altro s’ode, ne la luce spenta,
che quella voce che giù si lamenta,
che si lamenta in fondo a quel giardino.

*

In apertura: “Ramo di mandorlo in fiore” o “Ramo di mandorlo fiorito” (cm. 74×92, Van Gogh Museum, Amsterdam), dipinto a olio su tela realizzato dal pittore Vincent van Gogh a Saint Rémy nel 1890. La tela fu un regalo che lo stesso pittore fece al fratello Theo Van Gogh e alla moglie Johanna Bonger per la nascita del loro figlioletto, di nome Vincent.