Czesław Miłosz, Caffè

 “Caffè ” di Czesław Miłosz (Šeteniai, 30 giugno 1911 – Cracovia, 14 agosto 2004)

Caffè

Di quel tavolino al caffè,
Dove nei pomeriggi d’inverno brillava un giardino di brina,
Sono rimasto io solo.
Potrei entrarci, se volessi,
E tamburellando con le dita nel freddo vuoto
Richiamare le ombre.

La nebbia invernale sui vetri è la stessa,
Ma non entra nessuno.
Un pugno di cenere,
Una macchia di putridume cosparsa di calce
Non si toglie il cappello, non dice allegramente:
Facciamoci una vodka.

Incredulo tocco il freddo marmo,
Incredulo tocco la mia mano:
Ciò – è e io sono nella storia in atto,
Mentre quelli sono ormai chiusi per tutti i secoli
Nella loro ultima parola, nel loro ultimo sguardo.
E lontani, come l’imperatore Valentiniano,
Come i condottieri dei Massageti, di cui non si sa nulla,
Benché sia trascorso appena un anno o due o tre.

Posso ancora fare il taglialegna nei boschi del lontano nord,
Tenere discorsi da una tribuna o girare un film
Con tecniche a loro sconosciute.
Posso provare il sapore di frutti di isole dell’oceano
E farmi fotografare in costume della seconda metà del secolo.
Mentre loro sono sempre ormai busti in jabot e frac
D’un Larousse mostruoso.

Talvolta però, quando il bagliore vespertino tinge i tetti d’una povera strada
E fisso il cielo – vedo lassù, tra le nubi,
Un tavolino vacillante. Il cameriere volteggia col vassoio,
E loro mi guardano scoppiando a ridere.
Perché ancora non so come si muore per crudele mano d’uomo.
Loro lo sanno, lo sanno bene.

*

da Poesie, a cura di Pietro Marchesani, Biblioteca Adelphi — Immagine: Caffè Greco di Renato Guttuso.

Sulla neve…

Gauguin Neve a Vaugirard

Il cielo è basso di Emily Dickinson

Il cielo è basso, le nuvole a mezz’aria,
un fiocco di neve vagabondo
fra scavalcare una tettoia o una viottola
non sa decidersi.
Un vento meschino tutto il giorno si lagna
di come qualcuno l’ha trattato;
la natura, come noi, si lascia talvolta sorprendere
senza il suo diadema.

~

Fior di neve di Umberto Saba

Dal cielo tutti gli Angeli
videro i campi brulli
senza fronde né fiori
e lessero nel cuore dei fanciulli
che amano le cose bianche.
Scossero le ali stanche di volare
e allora discese lieve lieve
la fiorita neve.

~

Sotto la neve di Rainer Maria Rilke

Sotto la neve
lo penso: e vedo (o sogno)
un piccolo villaggio, una gran pace:
dentro, un cantar di galli.
E il piccolo villaggio si smarrisce
in un fioccar di neve.
Entro il villaggio in abito da festa
una casetta bianca.

~

Era lei la neve di Evgenij Evtušenko

E un mattino
appena alzati, pieni di sonno,
ignari ancora,
d’improvviso aperta la porta,
meravigliati la calpestammo:
Posava, alta e pulita
in tutta la sua tenera semplicità.
Era
timidamente festosa
era
fittissimamente di sé sicura.
Giacque
in terra
sui tetti
e stupì tutti
con la sua bianchezza.

~

Notti bianche di Blaga Dimitrova

Fonte ignota di luce
imbeve graniti e giardini.
La Neva ha riversato in cielo rossori,
il cielo nel fiume fremiti d’azzurro.

E spalla a spalla due giovani
vanno con passo cauto e lento –
per non disperdere questa luce
che da cuore a cuore trabocca.

*

In apertura: Paul Gauguin, Neve a Vaugirard

Mario Luzi, A un compagno

Il sasso nello stagno di AnGre

Mario Luzi, Poesie sparse – I Meridiani, Mondadori

A un compagno

E la musica ansiosa che bruiva
nel biondo dell’estate
ora densa di ruggine risale
confusa col tuo nome alle colline

mentre un cielo violato dal ricordo
mesce nubi con la marea di biade
instancabile, rotta alle pendici
dei borghi di Toscana.

Voci rare feriscono il silenzio
eterno, ancora accese
qui dove indugio, anima sulla riva
del fiume inquieto ferma ad ascoltare.

Il passante ravviva
le croci di papaveri votivi
alle svolte della strada.

Ed ora che per te
morire sempre più profondamente,
per me essere è non dimenticare,

la forza di quel gesto ci conviene
usata a ritrovarci,
a difenderci l’un dall’altro quando
striscia un vento recondito di morte.

Giorgio Caproni, tre poesie

Paul Klee - strada principale e strade secondarie - 1929

Tre poesie di Giorgio Caproni (1912 – 1990), poeta, critico letterario, traduttore, scrittore e insegnante italiano.

*

Il carro di vetro

Il sole della mattina,
in me, che acuta spina.
Al carro tutto di vetro
perché anch’io andavo dietro?
.
Portavano via Annina
(nel sole) quella mattina.
Erano quattro cavalli
(neri) senza sonagli.
.
Annina con me a Palermo
di notte era morta, e d’inverno.
Fuori c’era il temporale.
Poi cominciò ad albeggiare.
.
Dalla caserma vicina
allora, anche quella mattina,
perché si mise a suonare
la sveglia militare?
.
Era la prima mattina
del suo non potersi destare.
.
.
.
Foglie
.
Quanti se ne sono andati…
Quanti.
Che cosa resta.
Nemmeno
il soffio.
Nemmeno
il graffio di rancore o il morso
della presenza.
Tutti
se ne sono andati senza
lasciare traccia.
Come
non lascia traccia il vento
sul marmo dove passa.
Come
non lascia orma l’ombra
sul marciapiede.
Tutti
scomparsi in un polverio
confusi d’occhi.
Un brusio
di voci afone, quasi
di foglie controfiato
dietro i vetri.
Foglie
che solo il cuore vede
e cui la mente non crede.
.
.
.
Sassate
.
Ho provato a parlare.
Forse, ignoro la lingua.
Tutte frasi sbagliate.
Le risposte: sassate

*

In apertura: Strada principale e strade secondarie di Paul Klee, 1929.

Pablo Neruda, tre poesie

poesia edita di Angela Greco AnGre

Pablo Neruda, tre poesie

Perchè tu possa ascoltarmi
le mie parole
si fanno sottili, a volte,
come impronte di gabbiani sulla spiaggia.

Collana, sonaglio ebbro
per le tue mani dolci come l’uva.

E le vedo ormai lontane le mie parole.
Più che mie sono tue.
Come edera crescono aggrappate al mio dolore antico.

Così si aggrappano alle pareti umide.
E’ tua la colpa di questo gioco cruento.
Stanno fuggendo dalla mia buia tana.
Tutto lo riempi tu, tutto lo riempi.

Prima di te hanno popolato la solitudine che occupi,
e più di te sono abituate alla mia tristezza.

Ora voglio che dicano ciò che io voglio dirti
perchè tu le ascolti come voglio essere ascoltato.

Il vento dell’angoscia può ancora travolgerle.
Tempeste di sogni possono talora abbatterle.
Puoi sentire altre voci nella mia voce dolente.
Pianto di antiche bocche, sangue di antiche suppliche.
Amami, compagna. Non mi lasciare. Seguimi.
Seguimi, compagna, su quest’onda di angoscia.

Ma del tuo amore si vanno tingendo le mie parole.
Tutto ti prendi tu, tutto.

E io le intreccio tutte in una collana infinita
per le tue mani bianche, dolci come l’uva.

*

Sonetto XLV

Non star lontana da me un solo giorno, perché,
perché, non so dirlo, è lungo il giorno,
e ti starò attendendo come nelle stazioni
quando in qualche parte si addormentano i treni.

Non andartene per un’ora perché allora
in quell’ora s’uniscono le gocce dell’insonnia
e forse tutto il fumo che va cercando casa
verrà ancora a uccidere il mio cuore perduto.

Ahi non s’infanga la tua figura nell’arena,
ahi, non volino le tue palpebre nell’assenza:
non andartene per un minuto, adorata,

perché in quel minuto sarai andata sì lungi
che attraverserò tutta la terra interrogando
se tornerai o se mi lascerai morire.

*

Se tu mi dimentichi (Si tú me olvidas)

Voglio che tu sappia
una cosa.

Tu sai com’è questa cosa:
se guardo
la luna di cristallo, il ramo rosso
del lento autunno alla mia finestra,
se tocco
vicino al fuoco
l’impalpabile cenere
o il rugoso corpo della legna,
tutto mi conduce a te,
come se tutto ciò che esiste,
aromi, luce, metalli,
fossero piccole navi che vanno
verso le tue isole che m’attendono.

Orbene,
se a poco a poco cessi di amarmi
cesserò d’amarti poco a poco.

Se d’improvviso
mi dimentichi,
non cercarmi,
ché già ti avrò dimenticata.

Se consideri lungo e pazzo
il vento di bandiere
che passa per la mia vita
e ti decidi
a lasciarmi sulla riva
del cuore in cui ho le radici,
pensa
che in quel giorno,
in quell’ora,
leverò in alto le braccia
e le mie radici usciranno
a cercare nuova terra.

Ma
se ogni giorno,
ogni ora
senti che a me sei destinata
con dolcezza implacabile.
Se ogni giorno sale
alle tue labbra un fiore a cercarmi,
ahi, amore mio, ahi mia,
in me tutto quel fuoco si ripete,
in me nulla si spegne né si dimentica,
il mio amore si nutre del tuo amore, amata,
e finché tu vivrai starà tra le tue braccia
senza uscire dalle mie.

Cesare Pavese, tre poesie

Cesare Pavese (1908 – 1950), tre poesie

*

Mattino

La finestra socchiusa contiene un volto
sopra il campo del mare. I capelli vaghi
accompagnano il tenero ritmo del mare.
Non ci sono ricordi su questo viso.
Solo un’ombra fuggevole, come di nube.
L’ombra è umida e dolce come la sabbia
di una cavità intatta, sotto il crepuscolo.
Non ci sono ricordi. Solo un sussurro
che è la voce del mare fatta ricordo.
Nel crepuscolo l’acqua molle dell’alba
che s’imbeve di luce, rischiara il viso.
Ogni giorno è un miracolo senza tempo,
sotto il sole: una luce salsa l’impregna
e un sapore di frutto marino vivo.
Non esiste ricordo su questo viso.
Non esiste parola che lo contenga
o accomuni alle cose passate. Ieri,
dalla breve finestra è svanito come
svanirà tra un istante, senza tristezza
né parole umane, sul campo del mare.

~

Anche la notte ti somiglia 

Anche la notte ti somiglia,
la notte remota che piange
muta, dentro il cuore profondo,
e le stelle passano stanche.
Una guancia tocca una guancia –
è un brivido freddo, qualcuno
si dibatte e t’implora, solo,
sperduto in te, nella tua febbre.
La notte soffre e anela l’alba,
povero cuore che sussulti.
O viso chiuso, buia angoscia,
febbre che rattristi le stelle,
c’è chi come te attende l’alba
scrutando il tuo viso in silenzio.
Sei distesa sotto la notte
come un chiuso orizzonte morto.
Povero cuore che sussulti,
un giorno lontano eri l’alba.

~

Ascolteremo nella calma stanca

Ascolteremo nella calma stanca
la musica remota
della nostra tremenda giovinezza
che in un giorno lontano
si curvò su se stessa
e sorrideva come inebriata
dalla troppa dolcezza e dal tremore.
Sarà come ascoltare in una strada
nella divinità della sera
quelle note che salgono slegate
lente come il crepuscolo
dal cuore di una casa solitaria.
Battiti della vita,
spunti senz’armonia,
ma che nell’ansia tesa del tuo amore
ci crearono, o anima,
le tempeste di tutte le armonie.
Ché da tutte le cose
siamo sempre fuggiti
irrequieti e insaziati
sempre portando nel cuore
l’amore disperato
verso tutte le cose.

Filippo Tommaso Marinetti, La canzone del mendicante d’amore

Filippo Tommaso Marinetti (1876 – 1944) è stato un poeta, scrittore, drammaturgo e militare italiano. È conosciuto soprattutto come il fondatore del movimento futurista, la prima avanguardia storica italiana del Novecento.

*

La canzone del mendicante d’amore

Ti avevo vista una sera, tempo fa, non so dove,
e da allora ansioso aspettavo
La Notte, gonfia di stelle e di profumi azzurrini,
su di me illanguidiva la sua nudità
abbagliante e convulsa d’amore!
Perdutamente, la Notte
apriva le sue costellazioni
come vene palpitanti di porpora e d’oro,
e tutta la illuminante voluttà del suo sangue
colava pel vasto cielo
Io stavo, ebbro, in attesa, sotto le tue finestre accese,
che fiammeggiavano, sole, nello spazio
Immobile, aspettavo il prodigio supremo
del tuo amore e l’ineffabile
elemosina del tuo sguardo!
Poiché sono il mendicante affamato d’Ideale
che va lungo le spiagge
implorando baci e amore, per nutrirne il suo sogno!
Con cupidigia astiosa bramavo i gioielli del cielo
per abbellirne la tua nudità di regina
e verso di te protendevo
i miei sguardi folli, insanguinati nell’ombra
come braccia scarnite di moribondo!
Tutto parvemi ingigantito dall’ampiezza del sogno!
Campane rantolavano nel cielo
come bocche mostruose:
le bocche, forse, del Destino! Campane
invisibili e selvagge
sembravano aprirsi su me, nel silenzio,
come abissi capovolti!
Un gran muro s’ergea davanti a me,
implacabile e altero come la disperazione!
Aspettavo solo, e migliaia di stelle,
di stelle pazze sembravano sprizzare
dalle tue finestre,
come un vol di faville da una fornace d’oro!
L’ombra tua dolce apparve nel cavo dei vetri,
simile a un’anima terrorizzata che s’agiti
entro pupille agonizzanti,
e tu per me divenisti una preda
delirante lassù, su la cima estrema
delle torri fastose del mio Sogno!
L’Amore mio denti lucenti e occhi adunchi brandì
con un gran gesto le sue rosse spade
e barbaramente salì
verso il tuo tragico splendore.

Poiché sono il mendicante insaziato che cammina
verso il tepore dei seni,
verso il languor delle labbra,
l’implacabil mendicante
che va lungo le spiagge,
rubando amore e baci
per nutrirne il suo Sogno!

S’aprì la notte cupa appié del muro,
e tu apparisti, soavemente sbocciata
vicino a me, bianca e pura in mezzo alle tenebre,
vacillando quasi ai consigli della brezza notturna!
E tutto fu abolito intorno a me,
e il mio sogno infranse il mondo
con un sol colpo d’ala!

Certo pensai nei favolosi giardini
ove s’esilia l’anima mia
chimerici peschi foggiarono
la tua carne flessuosa, con la neve
odorante dei loro fiori
che le sonore dita del vento plasmavano!
Io venni a te, tremante e religioso,
come in un tempio avanzandomi incerto
come in un’umida grotta!
A te venni, inciampando a ogni mio timido passo,
trattenendo il respiro
per non destare il dolor nel passare!
Si schiuse il tuo sorriso
nella serena acqua del tuo viso,
come al cadere placido d’un fiore
S’aprì a ventaglio il tuo sorriso
fluttuando nel cielo, e fece impallidire
il viso impetuoso degli Astri, nel silenzio!
Io ti parlavo volubilmente di strane cose,
bagnata l’anima di una sgorgante angoscia,
e mi pareva di sentirmi avvolto
dalla corrente d’un fiume voluttuoso.
Avidamente, spiavi tu sul mio labbro
l’Anima mia, come un miele dorato!
Sentii che il volto mi s’infocava
come un castello incendiato, che il nemico saccheggia.
Ti parlavo, e i miei pensieri stravolti
si riflettevan lontani e vaporosi
nella tranquilla acqua del tuo viso!—

Tu volesti rispondermi, ma non sapesti che dire.
Mi domandasti le mie angosce, i miei timori,
poiché mi vedevi tremar sulla soglia
come trema un colpevole
Ed io simile ero ai vagabondi feriti
che vanno rantolando
di porta in porta, in cerca di rifugio,
tra i pugni alzati delle folle implacabili!
Mi parlasti di cose indifferenti! Domandasti
della mia vita passata, della mia patria lontana—
Volesti sapere il mio nome
e tutto ciò che si suol domandare
ai viaggiatori stanchi, beventi alle fontane,
la sera,
quando tutto si fa nero
Poiché sono il mendicante affamato d’Ideale
che vien non si sa d’onde,
e va lungo le spiagge
implorando amore e baci, per nutrirne il suo Sogno!
Ti seguii fino in fondo alla tua casa;
fummo soli, lontani dalle folle umane,
sulla soglia dell’Infinito, e sentii
la soavità dei crepuscoli sul mare,
quando si ripara in un golfo violetto
umido di silenzio!
Fummo soli, e il mio Sogno
al suo Sogno canto:

Oh! abbassa languidamente le palpebre
sull’errante follia del tuo sguardo.
Abbassa le tue palpebre mistiche e lente
come ali d’angelo che si chiudano
Abbassa le tue palpebre rosee,
perché l’agile fiamma dei tuoi occhi vi scivoli
come sospiro di luna tra persiane socchiuse.
Abbassa le tue palpebre e poi alzale ancora,
e potrò smarrirmi alfine nei tuoi occhi,
nei tuoi occhi, per sempre,
come su laghi assopiti, la sera,
tra fogliami placidi e neri!

«Sii dolce, poiché il mio cuore
trema fra le tue dita— Sii dolce!
L’Ombra è attenta a spiare le nostre ebbrezze, e il Silenzio
si china e ci accarezza
come una madre intenerita Sii dolce!
Per la prima volta adoro
l’anima mia perdutamente e l‘ammiro
perché t’ama così, come una povera pazza!
Adoro le mie labbra, poiché le mie labbra ti desiderano
La mia anima è tua, la mia anima
è sì lontana ed azzurra da sembrarmi straniera!

Davanti a te si umilia, la mia anima,
qual pecora morente, e s’addormenta,
abbrividendo sotto i tuoi fragili piedi
come un prato che tutto s’inargenta
sotto i passi furtivi della luna

«Vieni!— le mie labbra folli attireranno
il tuo volto pensoso e i tuoi grandi occhi dolenti
verso le spiagge abbagliate del Sogno
verso divini arcipelaghi di nuvole!
Le mie labbra saranno instancabili
come i bardotti che lentamente traggono,
nella rosea frescura dei mattini,
le grandi barche dalle vele solenni
verso lo scintillìo perlato
del mar lontano. Ed io
non sarò più che il tuo soffio E il mio sangue
travolgerà nel suo corso il profumo delle tue labbra,
come un fiume a primavera, inebbriato di fiori!

Allora la tua bocca rosea s’aprì,
fragile conchiglia rombante,
per mormorare sinuosamente
il delirio dello spazio e il canto febbrile dei mari!
Al ritmo della tua voce, il mio cuore
si preparò lentamente a salpare
verso porti esaltati di sole
e verso sfolgoranti isole d’oro
Tu mi dicevi ingenuamente
che mai nessuno avea così cantato
alle porte del tuo cuore
che mai nessuno aveva pianto
il suo sogno e il suo dolore
profumandoti il seno di lagrime!

Poiché sono il mendicante che piange e si lamenta,
il mendicante affamato d’Ideale
che vien non si sa d’onde, e va lungo le spiagge
implorando amore e baci
per nutrirne il suo Sogno!

I tuoi gesti assopenti e vellutati
ebbero il carezzevole languore
che hanno i remi sopra l’acque brune, a sera
L’ora liquida e gemebonda s’increspò abbrividendo.
Le nostre voci caddero
Ma la Lussuria, ahimè, ci spiava
frugando insidiosa nell’ombra
la Lussuria ansimante lungo i muri strisciava!

Dalla finestra aperta, a quando a quando
il vento della notte
si rovesciava su di noi,
avvolgendo la sua groppa oscena
nella porpora delle tende
Noi vedemmo la lampada d’oro svenire
come una bimba malata tra vaporosi lini,
e dolcemente morire!
Vedemmo i casti bagliori della lampada
inginocchiarsi, venendo meno, lungo i muri,
come gli angeli preganti
e i nostri sogni s’inchinarono, malinconici
e rassegnati, nel silenzio
Allora il mio folle desiderio t’apparve
sguainato come una spada,
e, brancolando sul tuo corpo puro,
con un gesto selvaggio violentemente cercai
il tepore assorbente della tua bocca.
Fuori di noi, in una nera ebrietà,
sinistramente ci prendemmo le labbra,
come se commettessimo un delitto!
Le labbra mie s’accanirono
sulle tue, pesantemente,
e le nostre bocche ne furono insanguinate
come due lance!

Con un gesto sublime,
tu m’offristi, in delirio, la tua nudità soave
come una fiasca di pellegrino, ed io
abbeverai la mia sete immensa
sul tuo corpo ignudo, fino al delirio,
cercandovi l’immenso Oblio
Tremante e come pazza di vertigine
si chinò la mia Anima
sulla tua bellezza radiosa,
perdutamente, come sopra un abisso
vertiginoso di profumi e di calde luci!
I tuoi occhi s’illanguidirono dolcissimamente
sotto le rosee palpebre
lampante velate di vaporosa seta
e, chinato fra i tuoi svolazzanti capelli,
io presi alfine la tua Anima, tutta
la tua Anima, religiosamente,
protese le labbra,
come si prende l’ostia consacrata.

Quando ripresi il cammino
verso la profondità delle livide notti
il cuore mio, fattosi nero, ebbe sete,
e avidamente io bevvi la nera
acqua delle fontane
Indi fuggii, precipitando i miei passi,
verso l’Ignoto
Poiché sono il mendicante
che va lungo le spiagge
implorando amore e baci, per nutrirne il suo Sogno,
con in cuore il terrore di affondare per sempre
i suoi piedi sanguinanti
nella freschezza carnale delle sabbie, in riva ai mari,
in una qualche Sera
di stanchezza mortale e di Vuoto infinito!

Giovanni Raboni, tre poesie

Giovanni Raboni (Milano, 1932 – Fontanellato, 2004), tre poesie

Dopo la vita cosa? ma altra vita,
si capisce, insperata, fioca, uguale,
tremito che non s’arresta, ferita
che non si chiude eppure non fa male

– non piú, non tanto. Lentamente come
risucchiati all’indietro da un’immensa
moviola ogni cosa riavrà il suo nome,
ogni cibo apparirà sulla mensa

dov’era, sbiadito, senza profumo…
Bella scoperta. È un pezzo che la mente
sa che dove c’è arrosto non c’è fumo
e viceversa, che fra tutto e niente

c’è un pietoso armistizio. Solo il cuore
resiste, s’ostina, povero untore.

~

Non di questo presente ora bisogna
vivere – ma in esso sì: non c’è modo,
pare, d’averne un altro, non c’è chiodo
che scacci questo chiodo. Nè a chi sogna

va meglio, che le più volte si infogna
a figuararlo, e fa più groppi al nodo
se cerca di disfarlo (sta nel todo
che si crede nel nada, sempre) o agogna,

ma con che lama? troncarlo. La mente
infortunata non ha altra fortuna,
dunque, che nel pensiero? Certo a niente

più la mia si consola che se in una
deposizione o un offertorio gente
dispersa solennemente s’aduna.

~

Tanto difficile da immaginare,
davvero, il paradiso? Ma se basta
chiudere gli occhi per vederlo, sta
lí dietro, dietro le palpebre, pare

che aspetti noi, noi e nessun altro, festa
mattutina, gloria crepuscolare
sulla città invulnerata, sul mare
di prima della diaspora – e si desta

allora, non la senti? una lontana
voce, lontana e piú vicina come
se non l’orecchio ne vibrasse ma

un altro labirinto, una membrana
segreta, tesa nel buio a metà
fra il niente e il cuore, fra il silenzio e il nome…

Sergio Corazzini, due poesie

Per organo di Barberia

I.
Elemosina triste
di vecchie arie sperdute,
vanità di un’offerta
che nessuno raccoglie!
Primavera di foglie
in una via diserta!
Poveri ritornelli
che passano e ripassano
e sono come uccelli
di un cielo musicale!
Ariette d’ospedale
che ci sembra domandino
un’eco in elemosina!
.
II.
Vedi: nessuno ascolta.
Sfogli la tua tristezza
monotona davanti
alla piccola casa
provinciale che dorme;
singhiozzi quel tuo brindisi
folle di agonizzanti
una seconda volta,
ritorni su’ tuoi pianti
ostinati di povero
fanciullo incontentato,
e nessuno ti ascolta.

~

La morte di Tantalo

Noi sedemmo sull’orlo
della fontana nella vigna d’oro.
Sedemmo lacrimosi in silenzio.
Le palpebre della mia dolce amica
si gonfiavano dietro le lagrime
come due vele
dietro una leggera brezza marina.
Il nostro dolore non era dolore d’amore
né dolore di nostalgia
né dolore carnale.
Noi morivamo tutti i giorni
cercando una causa divina
il mio dolce bene ed io.

Ma quel giorno già vanía
e la causa della nostra morte
non era stata rivenuta.

E calò la sera su la vigna d’oro
e tanto essa era oscura
che alle nostre anime apparve
una nevicata di stelle.

Assaporammo tutta la notte
i meravigliosi grappoli.
Bevemmo l’acqua d’oro,
e l’alba ci trovò seduti
sull’orlo della fontana
nella vigna non piú d’oro.

O dolce mio amore,
confessa al viandante
che non abbiamo saputo morire
negandoci il frutto saporoso
e l’acqua d’oro, come la luna.

E aggiungi che non morremo piú
e che andremo per la vita
errando per sempre.

*

 Sergio Corazzini (Roma, 1886 – 1907) è stato un poeta italiano appartenente al Crepuscolarismo romano del primo decennio del Novecento; morì di tisi ventunenne. Ebbe solo cinque anni di tempo, a un’età in cui non si è ancora smesso di giocare, per fare della sua breve vita un’opera d’arte, un cammeo di amore, sofferenza e poesia. Parla alla fantasia e al cuore delle persone il “piccolo fanciullo che piange” il poeta “che non sognerà più / fino alla morte”, ma che esprime con immagini di lucidità folgorante il proprio misero mondo poetico, nella certezza, davvero moderna, che non esista alcuna parola salvifica. (“Sergio Corazzini – Poesie”, BUR, estratto)

Osip Mandel’štam, due poesie

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Osip Mandel’štam (Varsavia, 1891 – Vladivostok, 1938), due poesie

*

[Mi lavavo all’aperto che era notte]

Mi lavavo all’aperto ch’era notte;
di grezze stelle ardeva il firmamento.
Il loro raggio è sale a fior d’ascia; la botte
colma, orli rasi, ghiaccia e si rapprende.

La porta del cortile è ben sprangata;
dura è la terra, secondo coscienza.
Rintraccerai a stento piú puro ordito della
verità d’una tela di bucato.

Si disfa come sale, nella botte, una stella;
piú buia è l’acqua gelida, piú pura
la morte, piú salata la sventura,
ed è piú onesta e paurosa la terra.

da “Ottanta Poesie”, Einaudi, 2009, trad. di Remo Faccani.

~

Notre Dame

Dove il giudice di Roma giudicava gente straniera, –
Si erge un duomo, e gioioso e primo,
Come un tempo Adamo, tendendo i nervi,
Gioca con i muscoli la volta a crociera.

Ma si tradisce all’esterno il segreto piano:
Qui la forza si prende cura degli archi,
Perché non si frantumi la massiccia parete,
E della proterva volta resta inattivo l’ariete.

Labirinto irruente, bosco impenetrabile,
Dell’anima gotica ragionevole abisso,
Potenza egizia e cristiana timidezza,
Un giunco e una quercia, e ovunque il re e il piombino.

Ma quanto più attento, rocca di Notre Dame,
Io studiavo le tue costole mostruose, –
Tanto più spesso pensavo: da una cattiva gravezza
Anch’io un giorno creerò belle cose.

da “30 poesie scelte“, CFR, 2014, trad. di Paolo Statuti

*

In apertura: René Magritte, Il modello rosso, 1935 – Olio su tela, cm 56×46 – Paris, Musée National d’Art Moderne

Juan Ramón Jiménez, quattro poesie

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Juan Ramón Jiménez Mantecón è stato un poeta spagnolo. Premio Nobel per la letteratura nel 1956, è stato uno dei più importanti intellettuali della generazione del ’14

*

Quando mi chino

Quando mi chino sulla tua anima, mentre dormi,
e ascolto, col mio orecchio
sul tuo petto nudo,
il tuo cuore tranquillo, mi sembra
di cogliere, nel suo battito profondo,
il segreto del centro del mondo.

.

Risveglio

Vorrei essere sempre per te, vita,
come il fiore, che durante la notte
dal sogno infinito di tesori
delle sue foglie chiuse,
dona, in un momento, aprendosi col giorno,
tutta l'essenza del suo sogno!

.

Petalo per terra

Piccolo candor senz'ombra,
più lucente del mondo,
limpida luce tranquilla!

Il puro, tu lo dici - gelsomino sorto
dalla nostra cupa malvagità,
che tra noi e te apre
più distanza
che tra noi il mondo e le stelle -,
per piccolo che sia, è infinito.
.
.

Quando le tue mani erano luna
Quando le tue mani erano luna,
colsero dal giardino del cielo
i tuoi occhi, violette divine.

Che nostalgia, quando i tuoi occhi
ricordano, di notte, il loro cespo
alla luce morta delle tue mani!

Tutta la mia anima, col suo mondo,
metto nei miei occhi della terra,
per ammirarti, moglie splendida!

Non incontreranno le tue due violette
il leggiadro luogo a cui elevo
cogliendo nella mia anima l'increato?
.
.

Novembre

Carl Gustav Carus, Monumento a Goethe, 1832

Novembre
di Giovanni Pascoli
.
Gémmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore.
Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.
Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile.
E’ l’estate, fredda, dei morti.
.
.
.
Nel cimitero di Corbetta 
di Corrado Govoni 
.
Povera creatura inutile!
io ti conosco, forse.
Eri una delle tante bambine
ch’io vidi nei cortili delle cascine;
scalza, seduta sul limitare
con la tazza di latte sui ginocchi
e un gran pane di frumentone ai denti
e con le compagne intenta a giocare.
Eri anche bella ed accarezzata
da tutti: quando il male
ti spense in un istante.
Ora t’hanno sepolta e più nessuno
stasera si ricorderà di te.
Tranne tua madre che non dormirà,
sospirerà guardando il tuo lettino
vuoto, accanto alla finestra nera
aperta sulla notte di primavera
pensando ch’eri così piccola …
(…sì, ma il becchino
ha sudato scavandoti la fossa
profonda come la sua vanga!
sì, ma non tanto
che tua madre per te non pianga!)
e che sei qui sotto, sola nella tomba oscura,
e che forse hai paura,
tu ch’eri così piccola
che bastava una lucciola
pendula ad uno stelo a farti lume
lungo la via,
così piccola e leggera
nella tua culla, che bastava a muoverla
l’onda dell’avemaria!
O povera innocente, dormi in pace!
Ché anche tu avrai, come ogni misero,
la tua fresca coroncina
di vetro, che il ragno,
che tesse tesse e non sa nulla,
ti rinnoverà ogni mattina;
e invece del tuo lettino bianco
nella camera nera
sei adagiata in una culla
d’odori di primavera,
e se non senti più la voce della tua mamma
hai l’usignolo che ti canta la ninna nanna.
.
.
.
Messa al campo
di Gabriele D’Annunzio
. 

L’altare è innalzato in mezzo ai pioppi
ingialliti, coperto di lana rozza, senza ornamenti.
I soldati sono schierati dall’una all’altra banda,
col fucile e la baionetta inastata. Hanno un aspetto
vigoroso e fiero. Comincia la messa, officiata
da un prete dalla barba fulva, robusto, possente.
«In ginocchio!» grida il generale. I soldati
si inginocchiano, poggiandosi al fucile. Come
nei templi la preghiera è sostenuta dalle guglie
e dai pinnacoli, oggi è sostenuta dalle punte delle
baionette. Una preghiera irta e aguzza. Volti
reclinati di giovani imberbi, di uomini maturi,
teste toccate dalla Morte, segnate dall’Operaia
terribile. Una massa di carne da macello.

.
Quando verrà 
di Rabindranath Tagore
.
Il giorno
che la Morte picchierà alla tua porta,
cosa gli offrirai?
Presenterò alla mia ospite
la coppa piena della mia vita,
non lascerò che se ne vada a mani vuote.
Giunto al termine dei miei giorni,
quando la morte verrà alla mia porta,
presenterò a lei
la soave vendemmia dei miei giorni d’autunno
e delle mie notti estive
e tutto ciò che ho guadagnato
o raccolto durante la mia vita.
In questa poesia si trova racchiusa la grande saggezza indiana che indica quanto sia importante non presentarsi alla morte,
quando essa giungerà, con le mani vuote di meriti guadagnati con il lavoro e lo sforzo.
.
.
.
Giorno di novembre 
di Rainer Maria Rilke
.
Il freddo autunno ha imbavagliato il giorno.
Taccion le mille sue voci festanti.
Giù dalla torre della cattedrale,
campane a morto nella nebbia gemono.
Sovra gli umidi tetti si distende
candido in sonno, un fulgido vapore.
Con le gelide dita il vento batte
entro la gola del camino, a stormo,
gli ultimi accordi d’una marcia funebre.
.
.
(in apertura: Carl Gustav Carus, Monumento a Goethe, 1832)
.

Edgar Allan Poe, tre poesie

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Coloro che sognano di giorno sono consapevoli di molte cose che sfuggono a coloro che sognano solo di notte.
Nelle loro visioni grigie captano sprazzi d’eternità e tremano, svegliandosi, nello scoprire di essere giunti al limite del grande segreto.
In un attimo, apprendono qualcosa del discernimento del bene e qualcosa più che la pura e semplice conoscenza del male. 

*

I miei incantesimi sono infranti

I miei incantesimi sono infranti.
La penna mi cade, impotente, dalla mano tremante.
Se il mio libro è il tuo caro nome, per quanto mi preghi,
non posso più scrivere. Non posso pensare, né parlare,
ahimè non posso sentire più nulla,
poiché non è nemmeno un’emozione,
questo immobile arrestarsi sulla dorata
soglia del cancello spalancato dei sogni,
fissando in estasi lo splendido scorcio,
e fremendo nel vedere, a destra
e a sinistra, e per tutto il viale,
fra purpurei vapori, lontano
dove termina il panorama nient’altro che Te.

~

Il lago

Nel fior di giovinezza, ebbi in sorte
d’abitar del vasto mondo un luogo
che non poteva ch’essermi caro e diletto –
tanto m’era dolce d’un ermo lago
la selvaggia bellezza, cinto di nere rocce,
con alti pini torreggianti intorno.
.
Ma poi che Notte, come su tutto,
aveva lì disteso il suo manto,
e il mistico vento e melodioso
passava sussurrando – oh, allora,
con un sussulto io mi destavo
al terrore di quel solitario lago.
.
Pure, non mi dava spavento quel terrore,
ma anzi un tiepido diletto –
un diletto che nè miniere di gemme
nè lusinghe o donativi mai potrebbero
indurmi a definir qual era –
e neanche Amore – fosse anche l’Amor tuo.
.
Morte abitava in quelle acque attossicate,
e una tomba nel profondo gorgo
era disposta per chi sapesse ricavarne
un sollievo al suo immaginare:
il solingo spirito sapesse fare
un Eden di quell’oscuro lago.

~

A…

Non m’importa che la mia sorte terrena
Abbia assai poco di terreno in sé,
che anni d’amore si siano perduti
in un solo minuto di rancore.
Né mi addolora che altri disperati
Di me, mia cara, siano più felici,
ma che tu soffra per questo mio destino,
che mi porta a fuggire sempre via.

*
Edgar Allan Poe
.
.

Aldo Palazzeschi, I fiori

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I fiori di Aldo Palazzeschi 

Non so perchè quella sera,
fossero i troppi profumi del banchetto…
irrequietezza della primavera…
un’ indefinita pesantezza
mi gravava sul petto,
un vuoto infinito mi sentivo nel cuore…
ero stanco, avvilito, di malumore.
Non so perchè, io non avea mangiato,
e pure sentendomi sazio come un re
digiuno ero come un mendico,
chi sa perchè?
Non avvevo preso parte
alle allegre risate,
ai parlar consueti
degli amici gai o lieti,
tutto m’ era sembrato sconcio,
tutto m’ era parso osceno,
non per un senso vano di moralità,
che in me non c’ è,
e nessuno s’ era curato di me,
chi sa…
O la sconcezza era in me…
o c’era l’ ultimo avanzo della purità.
M’ era, chi sa perchè,
sembrata quella sera
terribilmente pesa
la gamba
che la buona vicina di destra
teneva sulla mia
fino dalla minestra.
E in fondo…
non era che una vecchia usanza,
vecchia quanto il mondo.
La vicina di sinistra,
chi sa perchè,
non mi aveva assestato che un colpetto
alla fine del pranzo, al caffè;
e ficcatomi in bocca mezzo confetto
s’era voltata in là,
quasi volendo dire:
“ah!, ci sei anche te”.
.
Quando tutti si furno alzati,
e si furono sparpagliati
negli angoli, pei vani delle finestre,
sui divani
di qualche romito salottino,
io, non visto, scivolai nel giardino
per prendere un po’ d’ aria.
E subito mi parve d’ essere liberato,
la freschezza dell’ aria
irruppe nel mio petto
risolutamente,
e il mio petto si sentì sollevato
dalla vaga e ignota pena
dopo i molti profumi della cena.
Bella sera luminosa!
Fresca, di primavera.
Pura e serena.
Milioni di stelle
sembravano sorridere amorose
dal firmamento
quasi un’ immane cupola d’ argento.
Come mi sentivo contento!
Ampie, robuste piante
dall’ ombre generose,
sotto voi passeggiare,
sotto la vostra sana protezione
obliare,
ritrovare i nostri pensieri più cari,
sognare casti ideali,
sperare, sperare,
dimenticare tutti i mali del mondo,
degli uomini,
peccati e debolezze, miserie, viltà,
tutte le nefandezze;
tra voi fiori sorridere,
tra i vostri profumi soavi,
angelica carezza di frescura,
esseri pura della natura.
Oh! com’ è bello
sentirsi libero cittadino
solo,
nel cuore di un giardino.
-Zz… Zz
-Che c’ è?
-Zz… Zz…
-Chi è?
M’ avvicinai donde veniva il segnale,
all’ angolo del viale
una rosa voluminosa
si spampanava sulle spalle
in maniera scandalosa il décolleté.
-Non dico mica a te.
Fo cenno a quel gruppo di bocciuoli
che son sulla spalliera,
ma non vale la pena.
Magri affari stasera,
questi bravi figliuoli
non sono in vena.
-Ma tu chi sei? Che fai?
-Bella, sono una rosa,
non m’ hai ancora veduta?
Sono una rosa e faccio la prostituta.
-Te?
-Io, sì, che male c’ è?
-Una rosa!
-Una rosa, perchè?
All’ angolo del viale
aspetto per guadagnarmi il pane,
fo qualcosa di male?
-Oh!
-Che diavolo ti piglia?
Credi che sien migliori,
i fiori,
in seno alla famiglia?
Voltati, dietro a te,
lo vedi quel cespuglio
di quattro personcine,
due grandi e due bambine?
Due rose e due bocciuoli?
Sono il padre, la madre, coi figlioli.
Se la intendono… e bene,
tra fratello e sorella,
il padre se la fa colla figliola,
la madre col figliolo…
Che cara famigliola!
È ancor miglior partito
farsi pagar l’ amore
a ore,
che farsi maltrattare
da un porco di marito.
Quell’ oca dell’ ortensia,
senza nessun costrutto,
fa sì finir tutto
da quel coglione del girasole.
Vedi quei due garofani
al canto della strada?
Come sono eleganti!
Campano alle spalle delle loro amanti
che fanno la puttana
come me.
-Oh! Oh!
– Oh! ciel che casi strani,
due garofani ruffiani.
E lo vedi quel giglio,
lì, al ceppo di quel tiglio?
Che arietta ingenua e casta!
Ah! Ah! Lo vedi? È un pederasta.
-No! No! Non più! Basta
-Mio caro, e ci posso far qualcosa
io,
se il giglio è pederasta,
se puttana è la rosa?
-Anche voi!
-Che maraviglia!
Lesbica è la vaniglia.
E il narciso, quello specchio di candore,
si masturba quando è in petto alle signore.
-Anche voi!
Candidi, azzurri, rosei,
vellutati, profumati fiori…
-E la violaciocca,
fa certi lavoretti con la bocca…
-Nell’ ora sì fugace che v’ è data…
-E la medesima violetta,
beghina d’ ogni fiore?
fa lunghe processioni di devozione
al Signore,
poi… all’ ombra dell’ erbetta,
vedessi cosa mostra al ciclamino…
povero lilli,
è la più gran vergogna
corrompere un bambino
-misero pasto delle passioni.
Levai la testa al cielo
per trovare un respiro,
mi sembrò dalle stelle pungermi
malefici bisbigli,
e il firmamento mi cadesse addosso
come coltre di spilli.
Prono mi gettai sulla terra
bussando con tutto il corpo affranto:
-Basta! Basta!
Ho paura.
Dio,
abbi pietà dell’ ultimo tuo figlio.
Aprimi un nascondiglio
fuori della natura!

*

http://www.teche.rai.it/2015/05/i-fiori-di-paolo-poli/

Lalla Romano, tre poesie

Lalla Romano, tre poesie

*

Amore

Se negli occhi mi guardi, non ascolto
le tue parole;
altre parole dicono i tuoi occhi,
anzi una sola:
la più dolce, la sola che intendo.
Ma pur la temo:
ché se poi taci, ancor chieggo parole.

~

Il richiamo

Nasce dalla mia pena questo canto
che sale nel meriggio sonnolento
più accorato di un pianto?

Io tenevo segreto il mio pianto,
e ritorna più vasto e più lento.

S’è mutata in aperto lamento
la gelosa amarezza del pianto:

e il richiamo profondo vi sento,
che risponde nel muto mio pianto.

~

Distacco

Soffre il fiore strappato dal cespo?
Forse dolgono i gambi recisi,
più non guarda beata nel sole,
stanca piega la bella corona.

Ed a me non è ignoto quel male;
anch’io so come duole ogni vena,
quando i polsi tremanti ho staccato
che il tuo collo cingevano, amato.

*

Lalla Romano (Graziella detta Lalla, 1906-2001), è stata una poetessa, scrittrice, giornalista, aforista e una delle figure più significative del Novecento letterario italiano. L’autrice, nota soprattutto per i suoi lavori in prosa, esordì tuttavia con una raccolta poetica, e lei stessa definì il suo intero lavoro letterario «un cammino dalla poesia alla prosa»: l’esperienza poetica lasciò un’impronta chiaramente ravvisabile nei suoi libri di narrativa a causa del prevalere in essi, o nella maggior parte di essi, di alcuni elementi tipicamente lirici. Montale diceva che esistono libri in prosa che sono di poesia, e libri scritti in versi che sono prosa. Questo pensiero è significativo per comprendere l’intero lavoro letterario della scrittrice, che anche nella narrativa non smise mai di essere poetessa. La scrittura poetica non deve essere necessariamente in versi, e lei utilizzò il linguaggio della poesia anche per scrivere le sue opere in prosa. Affermò ella stessa severamente: «Se uno non è dotato di sensibilità – intellettuale e sensuale – per la poesia, è meglio che non legga i miei libri. Lo deluderebbero.»

*

Per queste condivisioni si ringrazia il sito “L’altrove appunti di poesia”.