Friedrich Hölderlin, Ricordo

RICORDO, poesia di Friedrich Hölderlin

È il vento di nord est.
Il più amato dei venti
per me, perché ai marinai promette
la rotta giusta e l’anima ardente.
Va’ e saluta
la bella Garonna
e i giardini di Bordeaux
là dove il sentiero
s’accosta alla riva aspra
e il ruscello cade profondo
nel grande fiume
ma sopra
è in vedetta la nobile coppia
delle querce e i pioppi d’argento –

io mi ricordo
ancora del bosco d’olmi
che china le larghe cime dei monti
sul mulino, ma nella corte
cresce la pianta del fico.
Nei giorni di festa
vanno le donne brune
sopra un piano di seta,
al tempo di marzo,
quando uguali son la notte e il giorno,
e sui sentieri lenti
carico di sogni d’oro
passa ondoso il respiro del vento:
ma mi si offra quella coppa inebriante
colma di luce bruna
perché possa riposare:
dolce sarebbe
sotto le ombre il sonno.
E male è se l’anima si perde
lontano da pensieri di mortali.
Bene è invece parlare,
dire i pensieri del cuore,
udir molte cose
dei giorni dell’amore,
dei fatti che avvennero.

Ma gli amici, dove sono?
Bellarmino e il suo compagno?
C’è chi ha timore
ad andar alla fonte.
Ma la ricchezza ha inizio
nel mare. Essi come pittori
raccolgono tutta la bellezza
del mondo e non spregiano
la guerra alata, avere
la casa sotto un albero senza fronde,
per anni, solitari,
dove la notte non ha luci
di città e di feste
né musiche né danze native.

Ma ora quegli uomini sono salpati
per le Indie, nel promontorio arioso
presso le erte vigne
da cui la Dordogna scende
e insieme alla Garonna sfarzosa
esce fiume ampio come mare.
Il mare dona e toglie il ricordo;
l’amore fissa i suoi occhi fedeli.
Ma il poeta fonda ciò che resta.

(Trad. di Enzo Mandruzzato)

.

Friedrich Hölderlin (Lauffen am Neckar 1770 – Tubinga 1843) è uno dei massimi autori del romanticismo tedesco. Durante la sua formazione avvertì l’influsso di Klopstock, Kant, Schiller, Rousseau, e dei greci. Da giovane, studente a Tubinga, sentì fortemente il richiamo del verbo rivoluzionario propagato dalla Francia. Cominciò a scrivere, giovanissimo, inni ed elegie schillerianamente patetiche nel tono e idealizzanti nel contenuto. Tra le traduzioni italiane delle sue poesie Alcune poesie di Hölderlintradotte da Gianfranco Contini, Firenze, Parenti, 1941 – Torino, Einaudi, 1982; Le liriche, 2 voll., trad. Enzo Mandruzzato, Milano, Adelphi, 1977; Tutte le liriche, a cura di Luigi Reitani, con uno scritto di Andrea Zanzotto, Milano, Mondadori (collana “I Meridiani”), 2001. Ricordiamo, inoltre, Iperione, o l’eremita in Grecia, saggio introduttivo di Jacques Taminiaux, Parma, Guanda, 1981 (trad. Marta Bertamini e Fulvio Ferrari); La morte di Empedocle, saggio introduttivo di Elena Polledri, Milano, Bompiani (collana “Il pensiero occidentale”), 2003 (trad. Laura Balbiani); Scritti sulla poesia e frammenti, Torino, Boringhieri, 1958 (trad. Gigliola Pasquinelli); Diotima e Hölderlin: lettere e poesie, Milano, Adelphi, 1979 (trad. Enzo Mandruzzato); Sul tragico, saggio introduttivo di Remo Bodei, Milano, Feltrinelli, 1980; Scritti di estetica, Milano, SE, 1987 (trad. Riccardo Ruschi); Edipo il tiranno, introduzione di Franco Rella, Milano, Feltrinelli, 1991 (trad. Tommaso Cavallo); Antigonae di Sofocle nella trad. di Friedrich Hölderlin, saggio di George Steiner, Torino, Einaudi, 1996.

(dal sito Nuovi Argomenti)

Mark Strand, Il tempo a venire

Mark Strand, da L’inizio di una sedia (a cura di Damiano Abeni, Donzelli Poesia)

Il tempo a venire (da “Tormenta al singolare”, Blizzard of One, 1988)

I
.
Nessuno se ne avvede, ma l’architettura del nostro tempo
diviene l’architettura del tempo a venire. E il balenìo
.
della luce sulle acque è nulla accanto ai mutamenti
forgiati nel profondo, proprio come la nostra resistenza è
.
nulla rispetto alla pulsione continua delle cose verso il baratro.
Nessuno può fermare il flusso, ma nessuno può avviarlo.
.
Il tempo ci scivola accanto; i nostri dispiaceri non si fanno poesie,
e l’invisibile rimane tale. Il desiderio è svanito, ha lasciato
.
solo una traccia di profumo sulla scia,
e così tante persone amate se ne sono andate,
.
e non c’è voce che giunga dallo spazio, dalle spire
di polvere, dai tappeti di vento a dirci che così è
.
che doveva accadere,che solo sapessimo
quanto le rovine vivranno non ci lamenteremmo mai.
.
.
II
.
Di perfezione non se ne parla proprio per gente come noi,
e allora perché dannarsi sullo stesso vecchio sé quando il paesaggio
.
ha aperto le braccia e ci ha dato santuari splendidi
verso cui dirigerci? I grandi motel del west attendono,
.
nel cortile di chissà chi il cane primigenio spera che passeremo in macchina di là,
e sulla superficie di gomma di un lago i bagnanti che ballonzolano come boe
.
faranno cenni di saluto. la strada arriva fin sulla porta, e allora andiamocene
prima che il mondo qui attorno s’incendi, la vita dovrebbe essere più
.
del peso del corpo che si trascina di stanza in stanza.
Una sgambata nella foresta ci farà bene, come pure un giro
.
fra le cascine. Pensa ai polli che si pavoneggiano, alle mucche
che fanno dondolare le mammelle, e scacciano le mosche con la coda.
.
E si immaginano prismi di luce estiva che si frantumano
nel silenzioso sonno caliginoso del contadino e sua moglie.
.
.
III
.
Sarebbe potuta essere un’altra storia, quella prevista
invece di quella verificatasi. Vivere così,
.
sperando di correggere ciò che è stato falso o reso illeggibile
non è quello che avevamo voluto. Credere che la storia progettata
.
sarebbe stata come un giorno nel west quando tutto
è instancabilmente presente – i monti che proiettano ombre lunghe
.
sulla valle dove dove il vento canta il suo motivo circolare
e gli alberi rispondono con un secco applaudire di foglie – era senz’altro
.
troppo semplice, e miope. Perché presto le foglie,
anneritesi, sarebbero cadute, e la neve che tutto annulla
.
avrebbe ovattato il cammino, e noi, pale alla mano, ci saremmo incontrati,
e piegati a raschiare il marciapiedi per pulirlo.Che altro ci sarebbe stato
.
così avanti nel giorno per noi se non il desiderio di fare ammenda
e ricominciare, la compassione del sole mentre scompare?
.
.

AA.VV. paesaggio, paesaggi

Federico Garcia Lorca, Paesaggio (Paisaje).

Il campo
di ulivi
si apre e si chiude
come un ventaglio.
Sopra l’uliveto
c’è un cielo inabissato
e una pioggia scura
di stelle fredde.
Tremano giunco e penombra
sulla riva del fiume.
Si arriccia il vento grigio.
Gli ulivi
sono carichi
di grida.
Uno stormo
di uccelli prigionieri,
che muovono le loro lunghissime
code nell’ombra.

*

Umberto Saba, Città vecchia

Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
.
Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.
.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.
.
Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.

*

Giuseppe Ungaretti, Porto sepolto

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

È il mio cuore
il paese più straziato

*

Vittorio Sereni, La spiaggia

Sono andati via tutti –
blaterava la voce dentro il ricevitore.
E poi, saputa: – Non torneranno più -.

Ma oggi
su questo tratto di spiaggia mai prima visitato
quelle toppe solari… Segnali
di loro che partiti non erano affatto?
E zitti quelli al tuo voltarti, come niente fosse.

I morti non è quel che di giorno
in giorno va sprecato, ma quelle
toppe di inesistenza, calce o cenere
pronte a farsi movimento e luce.
Non
dubitare, – m’investe della sua forza il mare-
parleranno.

*

Vittorio Bodini, [Viviamo in un incantesimo]

Viviamo in un incantesimo,
tra palazzi di tufo,
in una grande pianura.
Sulle rive del nulla
mostriamo le caverne di noi stessi
– qualche palmizio, un santo
lordo di sangue nei tramonti, un libro
lento, di pochi fatti, che rileggiamo
più volte, nell’attesa che ci dia
tutte assieme la vita
le cose che crediamo di meritare.

(testi tratti dal web – immagine d’apertura: affresco della romana Villa di Livia)

Paul Éluard, La prima infanzia di Dominique

Il sasso nello stagno di AnGre

 La prima infanzia di Dominique di Paul Éluard (1895-1952)

In quel tempo diviso tra l’uragano e la speranza
Cattivo tempo e primavera
Scrissi questo poemetto per conciliarmi
Con l’amore e con la vita.

I

La notte e la paura della notte tutti gli incendi della notte
Gli interdetti le zanne mostrate e le unghie sfoderate
I colori vaghi lo specchio che traspira il raso logoro
Lei non era nata

Il paesaggio si chiudeva come un sasso
Gli uomini si svegliavano stanchi smemorati
La nebbia dei loro sogni appestava l’aurora
Lei non era nata
Nessuno la conosceva

Pudore era ubriaco insozzato
La ricchezza adorava la stupidità
La bellezza la pietà abbeveravano sontuosi carnai
Lei non era nata
Nessuno la conosceva
I suoi occhi erano chiusi

La carne rauca tremava nel freddo silenzioso
E per prolungarsi il dolore ragionava
Dalle vene della notte si alzava un’onta insolubile
Lei non era nata
Nessuno la…

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John Donne, Lezione sull’ombra e Divinità d’amore

Due poesie di John Donne (Londra, 1572 – 1631)

Lezione sull’ombra

Ferma, ti voglio fare, amore,
una lezione di filosofia d’amore.
Tre ore abbiamo passeggiato
e per l’intero tratto due ombre,
che da noi stessi si fanno,
ci hanno accompagnato.
Ma ora che il sole è a perpendicolo sul capo
su quelle ombre teniamo i nostri passi,
e le cose risultano in strenua chiarità.
Così mentre cresceva il nostro amore infante,
da noi, dai nostri affanni, le ombre fluivano
e gli inganni; ma non è più ora così.
.
Non ha raggiunto il grado supremo
un amore tutto attento a non essere veduto.
.
Fermiamo il nostro amore a questo mezzogiorno,
o altre ombre opposte noi faremo;
e se le prime furono per accecare gli altri,
queste che si faranno, agendo su di noi,
i nostri stessi occhi renderanno ciechi.
Se il nostro amore declina, se a ovest
trova tramonto, io a te, tu a me,
ingannevoli, il nostro agire occulteremo.
Si dissolvono le ombre del mattino,
ma queste si allungano per il giorno intero.
L’amore che svanisce, oh è un breve giorno!
.
È luce stabile, ferma l’amore, o luce che cresce.
È notte il primo attimo dopo mezzogiorno.
.
.
.
Divinità d’amore
.
Vorrei parlare con lo spirito di un antico amante
morto prima che il dio d’amore fosse nato.
Non posso credere che chi allora ha più amato
sia caduto tanto da amare
una donna che lo sprezzava.
Ma il dio un destino ha prefissato
e il costume, seconda natura, lo sancisce:
io devo amare lei che non mi ama.
.
Certo chi lo assurse a dio non immaginava tanto,
e lui, giovane dio, se ne asteneva,
ma quando identica fiamma due cuori prendeva
suo compito compiacente era accordare
alla passività l’attivo:
solo delle corrispondenze si curava.
Non può essere Amore fino a quando
non amerò lei che anche mi ama.
.
Ma oggi ogni dio alla moda vuole
estendere, almeno quanto Giove,
le sue vaste prerogative.
ira lussuria, lettere commende,
tutto è dominio del dio dell’amore.
Oh se almeno da questa tirannia
fossimo ridestati, ma per spogliare
della divinità il fanciullo,
allora non sarebbe più
che io ami lei che non mi ama.
.
Ribelle e ateo perché vado mormorando
come sentissi tutto il male che sa fare amore?
Amore potrebbe togliermi il dono d’amare,
escogitare un tormento peggiore,
far sì che lei ricambi il mio amore.
Ma lei già ama, e questo non lo voglio vedere.
L’infedeltà è peggio del non amore.
E sarebbe così, se lei che amo
ricambiasse il mio amore.
.
.
da John Donne, Poesie sacre e profane (Feltrinelli)
.
.

José Martí, due poesie

Per queste poesie di José Martí si ringrazia  CUBAnews  – rivista telematica mensile a cura di Gioia Minuti, che ha tradotto anche i testi (Qui).

*

Da VERSOS SENCILLOS
.
Io sono un uomo sincero
di dove cresce la palma
e prima di morire vorrei
trarre i miei versi dall’anima.
.
Io vengo da ogni parte
e in ogni luogo vado,
sono arte tra le arti
e monte tra le montagne.
.
Io conosco i nomi strani
delle erbe e dei fiori
e gli inganni dei mortali
e i sublimi dolori.
.
Ho visto nella notte scura
piovere sopra il mio capo
raggi di luce pura
di divina bellezza
.
Le ali ho visto nascere
sulle spalle di donne belle
e salire dalle macerie
volando le farfalle.
.
Ho visto vivere un uomo
con un pugnale al costato
che non ha mai detto il nome
di colei che lo ha ammazzato.
.
Rapida come un riflesso
due volte ho visto l’anima, due:
quando è morto mio padre
e quando lei mi ha detto addio.
.
Ho tremato una volta al cancello
all’entrata della vigna
quando una perfida ape
punse la fronte di mia figlia
.
Ho gioito una volta della sorte
che mi fece felice, vedendo
che la sentenza della mia morte
il sindaco la leggeva piangendo.
.
Odo un sospiro che attraversa
la terra il mare, ma
non è un sospiro, è che
mio figlio si sta per svegliare.
.
Se mi dicono “Dal gioielliere
scegli il miglior gioiello”
io scelgo un amico sincero
e metto a lato l’amore.
.
Ho visto un’aquila ferita
volare nell’azzurro sereno
e morire nella sua tana
la vipera col suo veleno
.
So bene che quando il mondo
cede livido al riposo
sopra il silenzio profondo
mormora il ruscello sinuoso.
.
Ho messo la mano audace,
dall’orrore e dal giubilo vinta,
su quella stella già spenta
che cadde davanti alla porta.
.
Nel mio petto coraggioso occulto
la pena che mi ferisce,
figlio di un popolo schiavo
vive per lui e zitto perisce.
.
Tutto è bello e costante
tutto è musica e ragione
e tutto è come il diamante:
prima che luce è carbone.
.
Io so che lo sciocco si interra
con gran lusso e gran pianto.
che non c’è frutta sulla terra
come quella del camposanto.
.
Taccio e capisco e mi tolgo
la pompa del rimatore
e appendo all’albero marcio
il mio camice da dottore.
.
.
.
XXXII
.
In quell’oscuro stradone
con la nebbia dove passeggio
alzo gli occhi e occhieggio
la chiesa eretta al cantone.
.
Sarà un mistero? Sarà
rivelazione e potere?
Sarà, ginocchio, un dovere
il prostrarsi? Che sarà?
.
Trema la sera: nella vigna
il verme morde il germoglio
stride chiamando l’autunno
la cicala sciocca e vana.
.
I due stridono: attento ai due
alzo gli occhi e vedo che
la chiesa dello stradone
ha l’immagine d’un gufo.
.
.
.
Versos sencillos (in italiano: “Versi semplici”), da cui sono tratte le due poesie sotto riportate, è l’ultima raccolta di poesie del poeta ed attivista politico cubano José Martí (L’Avana, 28 gennaio 1853 – Rio Cauto, 19 maggio 1895) pubblicate nell’ottobre del 1891, prima della sua morte avvenuta nel 1895. Alcune delle poesie contenute in questa raccolta sono divenute delle notissime canzoni popolari di fama internazionale, fra queste: “Guantanamera” e “La rosa bianca”, quest’ultima musicata e tradotta in italiano da Sergio Endrigo.
.

Sotto lo stesso cielo

Venezia*

Venezia. Silenzio. Il passo
di un bimbo scalzo
sulle fondamenta
empie d’echi
il canale.
Venezia. Lentezza. Agli angoli
dei muri sbocciano
alberi e fiori:
come se durasse
un’intera stagione il viaggio,
come se maggio
ora
li sdipanasse
per me.
Al pozzo di un campiello
il tempo
trova un filo d’erba tra i sassi:
lega con quello
il suo battito all’ala
di un colombo, al tonfo
dei remi.

(1933)

*Antonia Pozzi (Milano, 1912-1938)

§

E’ fatto giorno*

È fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi
con i panni e le scarpe e le facce che avevamo.
Le lepri si sono ritirate e i galli cantano,
ritorna la faccia di mia madre al focolare.
.

.

[Ho capito fin troppo gli anni e i giorni e le ore]*

Ho capito fin troppo gli anni e i giorni e le ore
gl’intrecci degli uomini, chi ride e chi urla
giura che Cristo poteva morire a vent’anni
le gru sono passate, le rondini ritorneranno.
Sole d’oro, luna piena, le nevi dell’inverno
le mattine degli uccelli a primavera
le maledizioni e le preghiere.

*Rocco Scotellaro, (Tricarico 1923 – Portici 1953)

§

acqua*

Sotto la stessa acqua, d’ingrato cielo,
alla gola, tra le mani, dentro il vuoto,
siamo
nello specchio della tempesta
scongiuranti e benedicenti.
O malediciamoci pure per quel che sappiamo,
tra lastre d’antiche strade divelte e mosaici ammutoliti.
Nell’ora dell’invocata Bruna, nell’altrui distrazione e
prima che se ne accorga la luce piena della notte,
diventiamo lo stesso sentimento e la stessa materia,
sconcertati di segni e mancate comprensioni.
I santi e le madonne ci somigliano tutti
nei ricami di pietra o sulla roccia nuda,
nel silenzio dei millenni e nel ricordo del mare.
Non siamo poi così distanti; attimi di memoria abbandonata.
Sensazioni acquee confondono e pervadono
vie vuote di vecchi paesi e calli affollate d’estranei.
Sassi di sud che si sgretola e pietra d’Istria nello stesso fotogramma.

E in mezzo una storia, che racchiude entrambi.

*Angela Greco, inedito, novembre 2019

Franco Pappalardo La Rosa, due poesie dalla seconda edizione de L’orma di Sisifo (in uscita)

Franco Pappalardo La Rosa, due poesie giovanili, appartenenti al tempo della prima giovinezza, che faranno parte (assieme ad altre quattro) della sezione intitolata “Protostoria (1958-1963)” della seconda edizione de L’orma di Sisifo, in uscita per i tipi Achille e La Tartaruga di Paolo Ivaldi (Torino).

*

PASSAGGIO NOTTURNO
.
Sull’orizzonte lenta declina la sera.
La città si staglia nel crepuscolo;
anche i campi riposeranno.
Guardando la crescente luna,
pace mi dà questo parabrezza di nubi,
quest’alito di vento che fruga tra cimase
altre quiete primavere del Sud.
Se ascolto, persino la tua voce
mi giunge: scendo arse colline di bimbi
e greggi appisolati, sospesi sul ciglio
del silenzio, e il mare a scaglie culla
lontane lanterne di sogni e nasse e canti
al fresco smeraldino della notte.
.
Mia, dolce nel dolore ti distendi
a vincere lo stupore delle stelle
e mi sboccia nel sangue il tuo maggio,
adesso che la vita è una fuga assurda
e corro tanto ma non so dove andare.
(Maggio 1963)

.

COME IN UN PLENILUNIO
.
Ancora come per incanto
ritorni nel mio silenzio.
Mi sono fermato in un bar
per non sentire la tua voce,
mi sono affratellato a questa gente
per non restare solo nel dolore.
.
E sono lungo le acque chiare
d’Alcàntara forte di gelsi,
nel verde infinito dei campi
e cattedrali d’arance dorate.
Al suono delle nostre chitarre
fanciulle danzano a cerchio sull’erba
sorprese al plenilunio.
.
Adesso si scende sull’altalena
del tuo canto fino alla musica dei canneti:
qui griderò il mio rimorso
d’averti lasciata senza un sorriso
e forse una volta sola
saprò dirti parole d’amore,
terra.
(Ottobre 1963)

.

Franco Pappalardo La Rosa, giornalista, critico letterario, narratore, è nato a Giarre. Completato il liceo classico, si è laureato in Giurispudenza all’Università di Torino, città dove vive da molti anni. Ha collaborato alle pagine culturali di quotidiani e riviste; ha redatto “voci” di letteratura italiana per il Dizionario della Letteratura Italiana (Milano, Tea, 1989), per il Grande Dizionario Enciclopedico – Appendice 1991 (Torino, Utet, 1991) e per il Dizionario dei Capolavori (Milano, Garzanti, 1994). Ha pubblicato alcuni libri di critica letteraria, fra i quali: Cesare Pavese e il mito dell’adolescenza (Edizioni dell’Orso, Alessandria, 20032); Lo specchio oscuro: Piccolo, Cattafi, Ripellino (ibidem, 20042); Viaggio alla frontiera del Non-Essere. La poesia di Giorgio Caproni (ibidem, 20062); Il poeta nel “labirinto”: Luciano Erba (ibidem, 20062); Alfonso Gatto. Dal surrealismo d’idillio alla poetica delle “vittime” (ibidem. 2007); Il fuoco e la falena. Sei poeti del Novecento (Caproni, Cattafi, De Palchi, Erba. Piccolo, Ripellino), ibidem, 2009; Cinque studi. Esemplari di narrativa italiana del Novecento (su Associazione indigenti di M. Collura, Caro Michele di N. Ginzburg, L’amore è niente di M. Lattes, Il compagno di C. Pavese, Fratelli Il custode di C. Samonà), ivi, Achille e La Tartaruga, 2015; e Le storie altrui. Narrativa italiana del penultimo Novecento (77 recensioni e interviste), ibidem, 2016. Oltre a L’orma di Sisifo – Poesie (1962- 2012), Prefazione di Giovanni Tesio, ibidem, 2018, ha pubblicato alcune opere di narrativa, fra le quali: Il vero Antonello e altri racconti, Acireale, Lunarionuovo, 1985; Angelo, Torino, Ananke, 1999; Il caso Mozart, romanzo, Postfazione di Giorgio Bárberi Squarotti, Roma, Gremese, 2009; Rondò. Tre racconti, Nota critica di Giovanni Tesio, Milano, Mimesis, 2012; Farandoletta. Un sogno in Sicilia, romanzo, Torino, Achille e La Tartaruga, 2018.

(in apertura: Paul Klee, In the Style of Kairouan, 1914)

AA.VV. Ha messo chiome il bosco d’autunno

Versi d’Autunno by Il sasso nello stagno di AnGre

(clicca Qui per scaricare gratuitamente la raccolta)

◊◊◊

Bosco d’autunno di Boris Pasternak (Mosca, 1890 – Peredelkino, 1960)
.
Ha messo chiome il bosco d’autunno.
Vi dominano buio, sogno e quiete.
Né scoiattoli, né civette o picchi
lo destano dal sogno.
E il sole pei sentieri dell’autunno
Entrando dentro quando cala il giorno
Si guarda intorno bieco con timore
Cercando in esso trappole nascoste.
.
.
Autunno di Emily Dickinson (Amherst, 1830 – Amherst, 1886) 
.
Sono più miti le mattine
E più scure diventano le noci
E le bacche hanno un viso più rotondo,
La rosa non è più nella città.L’acero indossa una sciarpa più gaia,
E la campagna una gonna scarlatta.
Ed anch’io, per non essere antiquata,
Mi metterò un gioiello.
.
Autunno di Kinmochi Saionji (Kyoto, 1849 – Tokyo, 1940)
.
Dove vanno le foglie arrossate
che il vento stacca dagli alberi?
Volano e passano: il brusio del vento
è tutto ciò che rimane dell’autunno.
.
.
[Vorrei, pioggia d’autunno, essere foglia] di Ada Negri
(Lodi – MI, 1870 – Milano, 1945)
.
Vorrei, pioggia d’autunno, essere foglia
che s’imbeve di te sin nelle fibre
che l’uniscono al ramo, e il ramo al tronco,
e il tronco al suolo; e tu dentro le vene
passi, e ti spandi, e si gran sete plachi.
So che annunci l’inverno: che fra breve
quella foglia cadrà, fatta colore
della ruggine, e al fango andrà commista,
ma le radici nutrirà del tronco
per rispuntar dai rami a primavera.
Vorrei, pioggia d’autunno, esser foglia,
abbandonarmi al tuo scrosciare, certa
che non morrò, che non morrò, che solo
muterò volto sin che avrà la terra
le sue stagioni, e un albero avrà fronde.
.
.
Foglia appassita di Hermann Hesse (Calw, 1877 – Montagnola, 1962)
.
Ogni fiore vuol diventare frutto,
ogni mattino sera,
di eterno sulla terra non vi è
che il mutamento, che il transitorio.
.
Anche l’estate più bella vuole
sentire l’autunno e la sfioritura.
Foglia, fermati paziente,
quando il vento ti vuole rapire.
.
Fai la tua parte e non difenderti,
lascia che avvenga in silenzio.
Lascia che il vento che ti spezza
ti sospinga verso casa.
.
.
.Autunno di Carlo Emilio Gadda (Milano, 1893 – Roma, 1973)
.

Tàcite imagini della tristezza
Dal plàtano al prato!
Quando la bruma si dissolve nel monte
E un pensiero carezza
E poi lascia desolato – la marmorea fronte;
Quando la torre, e il rattoppato maniero,
Non chiede, al vecchio architetto, più nulla:
Allora il feudo intero – fruttifica una susina
Bisestile, alla collina
Dolce e brulla.
Tace, dal canto, il prato.
Il pianoforte della marchesina
Al tocco magico delle sue dita
S’è addormentato:
E dopo sua dipartita – l’autunno
S’è scelto un nuovo alunno:
Il passero!, lingua di portinaia
Dal gelso all’aia:
E il cancello e lo stemma sormonta
La nenia del campanile – e racconta
I ritorni, all’aurata foresta:
Garibaldeggia per festa
Sopra il travaglio gentile
Perché alla bella il ragazzo piaccia,
Quello che lassù canta, quello che lassù pesta.
Il vecchio marchese ha inscenato una caccia
Con quindici veltri, e galoppa,
Diplomatico sconsolato
Sul suo nove anni reumatizzato.
Della volpe nessuna notizia, nessuna traccia!
Il cavallo ha un nome inglese: e il corno sfiatato
Assorda nella tana il ghiro
Che una nocciòla impingua!
Al docicesimo giro
La muta s’è messa un palmo di lingua
E, mòbile macchia, cicloneggia bianca
Nella deserta brughiera
Là, verso il passaggio a livello,
Dove arriva stanca,
Salendo, la vaporiera.
Passa il merci e il frenatore – più bello,
Lungo fragore! – vana bandiera!
Ha incantato la cantoniera.
Ecco il diretto galoppa – verso città lontane
E il cavallo inglese intoppa
Negli sterpi dannati e calpesta
I formicai vuoti e le tane.
Ma dal campanile canta l’ora di festa – canta
Tristezze vane!

Autunno di Salvatore Quasimodo (Modica- RG, 1901 – Napoli, 1968)

Autunno mansueto, io mi posseggo
e piego alle tue acque a bermi il cielo,
fuga soave d’alberi e d’abissi.
.
Aspra pena del nascere
mi trova a te congiunto;
e in te mi schianto e risano:
.
povera cosa caduta
che la terra raccoglie.
.
.
In questa notte d’autunno di Nazim Hikmet (Salonicco, 1901 – Mosca, 1963)
.
In questa notte d’autunno
sono pieno delle tue parole
parole eterne come il tempo
come la materia
parole pesanti come la mano
scintillanti come le stelle.
dalla tua testa dalla tua carne
dal tuo cuore
mi sono giunte le tue parole
le tue parole cariche di te
le tue parole, madre
le tue parole, amore
le tue parole, amica.
Erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini.
.
.
Mi ricorderò di questo autunno di Leonardo Sinisgalli
(Montemurro-PZ, 1908 – Roma, 1981)
.

Mi ricorderò di questo autunno
splendido e fuggitivo dalla luce migrante,
curva al vento sul dorso delle canne.
La piena dei canali è salita alla cintura
e mi ci sono immerso disseccato dalla siccità.
Quando sarò con gli amici nelle notti di città
farò la storia di questi giorni di ventura,
di mio padre che a pestar l’uva
s’era fatti i piedi rossi,
di mia madre timorosa
che porta un uovo caldo nella mano
ed è più felice d’una sposa.
Mio padre parlava di quel ciliegio
piantato il giorno delle nozze, mi diceva,
quest’anno non ha avuto fioritura,
e sognava di farne il letto nuziale a me primogenito.
Il vento di tramontana apriva il cielo
al quarto di luna. La luna coi corni
rosei, appena spuntati, di una vitella!
Domani si potrà seminare, diceva mio padre.
Sul palmo aperto della mano guardavo
i solchi chiari contro il fuoco, io sentivo
scoppiare il seme nel suo cuore,
io vedevo nei suoi occhi fiammeggiare
la conca spigata.

Autunno di Octavio Paz (Città del Messico, 1914 – Città del Messico, 1998)
.
In fiamme, nell’incendio degli autunni
arde a volte il mio cuore,
puro e solo. Il vento che lo desta
tocca il suo centro e lo sospende
nella luce che sorride per nessuno:
quanta bellezza liberata!Anelo mani,
una presenza, un corpo,
quel che frantuma i muri
e fa nascere le forme inebriate,
un tocco, un suono, un giro, solo un’ala,
celesti frutti della luce nuda.Nel mio intimo cerco
ossa, violini intatti,
vertebre oscure e delicate,
labbra che sognano labbra,
mani sognanti uccelli…Qualcosa che non si conosce e dice: “mai”
cade dal Cielo,
da te, mio Dio e mio avversario.
(testi tratti dal web)

Pedro Salinas, Ieri ti ho baciato sulle labbra (con un approfondimento sull’autore)

Rodin, Il bacio (part.)

Ieri ti ho baciato sulle labbra

Ieri ti ho baciato sulle labbra.
Ti ho baciato sulle labbra. Intense,
rosse. Un bacio così corto
durato più di un lampo,
di un miracolo, più ancora.
—————————-Il tempo
dopo averti baciato
non valeva più a nulla
ormai, a nulla
era valso prima.
Nel bacio il suo inizio e la sua fine.

Oggi sto baciando un bacio;
sono solo con le mie labbra.
Le poso
non sulla bocca, no, non più
– dov’è fuggita? –
Le poso
sul bacio che ieri ti ho dato,
sulle bocche unite
dal bacio che hanno baciato.
E dura, questo bacio
più del silenzio, della luce.
Perché io non bacio ora
né una carne né una bocca,
che scappa, che mi sfugge.
No.
Ti sto baciando più lontano.

.

Pedro Salinas, da La voce a te dovuta, XXXVI, a cura di Emma Scoles, Einaudi

immagine: Rodin, Il bacio (part.)

.

Salinas-2Pedro Salinas y Serrano (Madrid, 27 novembre 1891 – Boston, 4 dicembre 1951) è stato un poeta spagnolo appartenente alla generazione del 1927.
Durante gli anni venti collaborò con il “Centro de estudios historicos”, scrisse alcuni saggi di letteratura contemporanea e allo stesso tempo curò alcune edizioni di classici. Nel 1926 pubblicò la sua prima opera narrativa Vispera del gozo e nel 1928 si trasferì a Madrid.
Gli anni che vanno dal 1929 al 1936 sono anni di fervida attività poetica. Verranno dati alle stampe Seguro azar (1929), Fábula y signo (1931), Amor en vilo (1933) che anticipa La voz a ti debida che verrà pubblicato alla fine di quello stesso anno. Risale al 1936 la raccolta intitolata Razon de amor.
Nel 1935, alla vigilia della guerra civile venne invitato dal Wellesley College negli Stati Uniti per un breve periodo di insegnamento, ma egli partì per non ritornare mai più.
Il poeta rimase, come esule volontario, negli Stati Uniti dove insegnò presso diverse Università. Nel ’37 gli venne conferito l’incarico per l’insegnamento presso il “Wellesley College” nel Massachussetts e in seguito a Baltimora. Durante questi anni fece anche diversi viaggi in Messico per tenere alcune conferenze su “il poeta e la realtà nella letteratura spagnola” che verranno pubblicate in volume nel 1940 con il titolo Literatura española siglo XX’.
Nel 1943 gli venne concesso un temporaneo trasferimento presso l’Università di Porto Rico dove rimarrà fino al 1946, facendo nuove amicizie e scrivendo i versi El Contemplado (mar, poema); compirà ancora alcuni viaggi per conferenze a Santo Domingo e a Cuba e nel 1946 farà ritorno a Baltimora dove riprenderà il suo posto di docente.
A Baltimora intensa e varia sarà l’attività letteraria degli ultimi anni della sua vita. Salinas infatti si dedicherà, oltre che alla poesia, agli studi critici, ai saggi, al romanzo e al teatro.
Il suo ultimo libro di versi, Confianza, verrà pubblicato nel 1955 dopo la morte dell’autore che avverrà a Boston nel 1951. Secondo il desiderio del poeta venne seppellito nel cimitero di Santa Magdalena a Puerto Rico.
L’opera poetica di Salinas, divisa in nove libri, si distingue in tre fasi distinte ma allo stesso tempo complementari.
La prima produzione poetica, che va dal 1923 al 1931, comprende tre raccolte: Presagios, scritta nel 1923, Seguro azar (Sicuro azzardo) composta nel 1929 e Fábula y Signo (Favola e segno) del 1931 con la quale si conclude la prima fase. In Presagios si avvertono gli influssi di Bécquer, di Antonio Machado e soprattutto di Juan Ramón Jiménez che scrisse il Prologo e curò la redazione del libro e l’anticipazione dei grandi temi che saranno della poesia successiva come quello della dialettica amorosa, del nulla che sovrasta l’uomo, del mistero, della irrealtà.
Il verso, breve e conciso, è ricco di ripetizioni e antitesi che il ritmo delle cesure e degli enjambements tende a separare.
« Io non ti vedo. So bene
che sei qui, dietro
una parete fragile
di mattoni e di calce, alla portata
della mia voce, se io ti chiamassi.
Ma io non chiamerò. »
In Seguro azar si coglie già, dall’antitesi tra i due termini del titolo, perfetto ossimoro, il desiderio di riempire l’astratto con figure e aspetti tratti dallo spettacolo della vita moderna, soprattutto da un tipo di letteratura sportiva e cinematografica che ha il suo centro attrattivo maggiore nel Far West (titolo di una lirica dell’opera). Salinas trae pertanto le immagini della sua poesia dalla realtà urbana o dalla finzione cinematografica e in modo graduato le priva della loro concretezza. Gli oggetti e le cose, osservate e poi negate, diventano il pretesto per denunciare l’assenza della persona amata che può essere raggiunta solamente attraverso il sogno.
In Fábula y signo, superando la realtà del quotidiano, Salinas si rivolge alla vita moderna e al mondo della macchina utilizzando il lessico dei movimenti avanguardieristici, come dimostrano i titoli e i temi del libro da Radiator y fogata (Radiatore e fuoco) a El teléfono, aggiungendo le emozioni che vengono vissute all’insegna della poesia e della fabula.
La seconda fase, che comprende il periodo tra gli anni 1933 e 1938, può considerarsi quella della maturità e vede la produzione delle principali opere dell’autore come La voz a ti debida La voce a te dovuta, Razòn de amor, Largo lamento (Lungo lamento) dove il poeta raggiunge la pienezza del sentimento e dell’abbandono dando l’esempio più alto di tutto il canzoniere spagnolo del Novecento.
Il tema principale delle opere di questo periodo è quello dell’amore che era già stato annunciato in Presagos. La realtà amorosa viene però ora trasfigurata da una intensa visione idealistica di carattere platonico che ha gli elementi della quotidiana relazione umana ma che va oltre la presenza fisica.
« Perdonami se vo così cercandoti,
così maldestramente dentro
di te.
Perdonami il dolore, qualche volta. »
La terza e ultima fase corrisponde agli anni quaranta e può considerarsi la stagione finale del poeta dove egli scrive varie opere appartenenti a generi letterari differenti.
Oltre le opere di poesia, si aggiungono quelle di teatro (quattordici drammi in tutto) nelle quali l’autore affronta gli aspetti della vita del tempo, i romanzi nei quali condanna il materialismo moderno e infine alcuni importanti saggi nei quali Salinas dimostra le sue vaste conoscenze culturali oltre una grande capacità critica. [dal web]

 

César Vallejo, tre poesie

E se dopo tante parole…

E se dopo tante parole,
non sopravvive la parola!
E se dopo le ali degli uccelli,
l’uccello fermo non sopravvive!
Sarebbe meglio, in verità,
che si mangino tutto e si finisca!

Esser nati per vivere della nostra morte!
Alzarsi dal cielo verso terra
sui propri disastri
e spiare il momento di spegnere la tenebra con l’ombra!
Sarebbe meglio, francamente,
che si mangino tutto e… cosa importa!

E se dopo tanta storia soccombiamo
non già d’eternità,
ma di cose così semplici come stare
in casa o mettersi a pensare!
E se scopriamo poi,
tutt’a un tratto, di vivere,
a giudicare dall’altezza degli astri,
dal pettine e dalle macchie sul fazzoletto!
Sarebbe meglio, in verità,
che si mangino tutto, non c’è dubbio!

Si dirà che abbiamo
in uno dei nostri occhi molta pena
come anche nell’altro, molta pena,
e in tutt’e due, nello sguardo, molta pena…
Allora… Certo!… Allora… tutti zitti!

 da Se sopravvive la parola, inUn secolo di poesia a cura di Nicola Crocetti per Corriere della Sera.

:

Pietra nera su una pietra bianca (da Poemas humanos (Nómina de huesos), 1939)

Morirò a Parigi nello scroscio
di un giorno che ho già vivo nel ricordo.
Morirò a Parigi – non m’inganno –
come oggi forse un giovedì d’autunno.
.
Di giovedì sarà. Oggi che proso
questi versi e gli omeri ho malmesso,
è giovedì e mai come oggi giunsi,
con tanta strada a rivedermi solo.
.
César Vallejo è morto, lo picchiavano
tutti senza che lui facesse nulla;
lo legnavano sodo e duramente
.
lo cinghiavano: sono testimoni
i giorni giovedì, l’ossa degli omeri,
la vita sola, la pioggia, le strade…
da POESIE, traduz., studi introduttivi e bibliografia di Roberto Paoli; Lerici Editori, 1964. (via Caponnetto-Poesiaperta)    .
.

LXV

Madre, domani vengo a Santiago,
a bagnarmi nella tua benedizione e il tuo pianto.
Sto sistemando i miei disinganni ed il rosato
di piaga dei miei falsi viavai.

M’aspetterà il tuo arco di stupore,
le tonsurate colonne delle tue ansie
che stroncano la vita. M’aspetterà il cortile,
il corridoio al pianoterra con le ghirlande e i nastri
da festa. M’aspetterà il mio aio scranno,
quel buon vecchio aggeggio sfasciato di dinastico
cuoio, che cinge scricchiolando le natiche
pronipoti, da cinghia a cinghietta.

Sto setacciando i miei affetti più puri,
Sto trivellando, non senti ansimare la sonda?
……………………………..E smaniare il bersaglio?
Sto plasmando la tua formula d’amore
per tutte queste cavità del suolo.
Oh, se si disponessero i taciti svolazzi
per tutti i nastrini più distanti,
e per tutti gli incontri più distinti.

Così, morta immortale. Così.
Sotto le doppie arcate del tuo sangue, là dove
devi andare così in punta di piedi, che perfino mio padre,
per passare di lì,
si è inchinato per più della metà dell’uomo,
fino ad essere il primo piccolo che hai avuto.

Così, morta immortale.
Fra il colonnato dei tuoi ossi
che non cadrà neanche a forza di piangere,
accanto a cui neanche il Destino riuscì a mettere
neanche un solo dito.

Così, morta immortale!
Così.

traduz. di Alessio Casalini; via leparolelelecose.

.

César Abraham Vallejo Mendoza (Santiago de Chuco, 16 marzo 1892 – Parigi, 15 aprile 1938) è stato un poeta peruviano nacque a Santiago de Chuco, un villaggio andino del Perù. Fu il minore di undici figli e studiò all’Università Nazionale di Trujillo. Il poeta interruppe varie volte gli studi per lavorare in una piantagione di canna da zucchero, dove si rese conto di come venivano sfruttati i contadini; fu un’esperienza che influì sulla sua visione sia politica che estetica. Vallejo si laureò in lettere nel 1915. Più tardi si trasferì a Lima, dove lavorò come insegnante e si avvicinò ai membri della sinistra intellettuale. Dopo una serie di difficoltà riuscì a pubblicare il suo primo libro di poesie Los heraldos negros: sua madre morì nel 1920 e dopo essere tornato a Santiago de Chuco fu imprigionato per 105 giorni con l’accusa di essere un incendiario, prima di aver dimostrata la propria innocenza. Dopo aver pubblicato Trilce nel 1923 e perso il posto di insegnante a Lima, il poeta emigrò in Europa, dove visse fino alla sua morte avvenuta a Parigi nel 1938. Fu sepolto nel Cimitero di Montparnasse. Durante la sua vita conobbe e divenne amico di alcuni noti pensatori peruviani suoi coetanei, come Antenor Orrego, Abraham Valdelomar, Víctor Raúl Haya de la Torre e José Carlos Mariátegui. Thomas Merton lo chiamava “il più grande poeta universale, dopo Dante”, e il poeta, critico e biografo Martin Seymour-Smith, una delle principali autorità della letteratura mondiale, ha detto di lui: “… il più grande poeta del XX secolo, in qualsiasi lingua”.(dal web)

Franco Fortini, due poesie

Franco Fortini, da Tutte le poesie (Mondadori, 2014)

FOGLIO DI VIA

Dunque nulla di nuovo da questa altezza
Dove ancora un poco senza guardare si parla
E nei capelli il vento cala la sera.

Dunque nessun cammino per discendere
Se non questo del nord dove il sole non tocca
E sono d’acqua i rami degli alberi.

Dunque fra poco senza parole la bocca.
E questa sera saremo in fondo alla valle
Dove le feste han spento tutte le lampade.

Dove una folla tace e gli amici non riconoscono.

da Foglio di via, 1946

*

IL MULINO DELLA FORESTA NERA

Verso dove? Tutto trema
e del bosco la gola verde
sulla casipola acquattata
e l’acqua che lega i macigni.

L’asse del traino si spezzò là.
L’industria lasciò questi luoghi.
Aceri, edere, sambuco…
Verso dove? A fonte e foce.

Vecchiaia caduta in infanzia,
vita che torna a miniera,
la ruota morta non sa
che è verità necessaria

qui dove i cuori fermi nell’aria
secolare domandano pietà
e senso a schegge di crani di servi,
a capi molli di fantolini;

e, rovina, nonnulla, speranza
in fondo a un bosco, come esistere
nei figli senza la tua miseria?
Mulino di niente, certezza…

La sera sale in cima agli aceri
e gli animali custodiranno
per questa notte a noi lontani
una casa nostra vuota.

da Una volta per sempre, 1963

.

dello stesso autore in questo blog leggi qui.

immagine: Piet Mondrian, Albero grigio.

Vittorio Sereni, versi da Frontiera

Vittorio Sereni, tre poesie da Frontiera

Nebbia

Qui il traffico oscilla
sospeso alla luce
dei semafori quieti.
Io vengo in parte
ove s’infolta la città
e un fiato d’alti forni la trafuga.
Chiedo al cuore una voce, mi sovrasta
un assiduo rumore
di fabbriche fonde, di magli.

E il tempo piega all’inverno.
Io batto le strade
che ai giorni delle volpi gentili
autunno di feltri verdi fioriva,
i viali celesti al dopopioggia.
Al segno di luce si libera il passo
e indugia l’anno, su queste contrade.
S’illumina a uno svolto un effimero sole,
un cespo di mimose
nella bianchissima nebbia.

*

Immagine

La finestra ti reggeva nella sera
alta sulle canzoni della strada.
Così nel buio degli anni indecisi
resterai… – frequente
il tuono ti fingeva gli orrori
d’una guerra lontana.

Ancora a volte ti ritrovo a un suono
d’ore oltre la pioggia, curvo,
sul primo tizzo autunnale
O fu il lampo d’un viso
tra campi arsi e mietuti
a Garessio, d’estate, in Val d’Inferno

Siamo usciti sui colli a mezzanotte
al vago appello remota
d’una veranda occulta -Santa,
Santa mia.
C’è chi sorride placido, distante
e cammina sul gorgo degli anni
gridati dal fiume,
stanotte, nel più chiaro plenilunio

*

Le mani

Queste tue mani a difesa di te:
mi fanno sera sul viso.
Quando lente le schiudi, là davanti
la città è quell’arco di fuoco.
Sul sonno futuro
saranno persiane rigate di sole
e avrò perso per sempre
quel sapore di terra e di vento
quando le riprenderai.

.

Frontiera, la prima raccolta di Vittorio Sereni (Luino, 27 luglio 1913 – Milano, 10 febbraio 1983), fu pubblicata nel 1941. La frontiera del titolo ha un valore reale e, insieme, un valore simbolico. Da una parte, infatti, si riferisce alla frontiera tra Italia e Svizzera presso cui è situata Luino, il suo paese natale, che domina, con il suo paesaggio lacustre, le liriche della raccolta. Dall’altra parte, la frontiera porta in sé anche l’idea simbolica del confine, del limite, che segna la realtà intera e la condizione umana. Il lago di Luino rappresenta in tale contesto l’al di qua, la realtà nota, la giovinezza, mentre al di là della frontiera c’è lo spazio dell’ignoto. Scaturisce da qui il senso di sospensione e di apprensione che si coglie nelle poesie della raccolta. Lo stile si ispira alle contemporanee ricerche degli ermetici; ma già in Frontiera (e poi, più chiaramente, nelle successive raccolte) lo sforzo di Sereni è quello di coniugare l’essenzialità e l’oscurità della parola ermetica con l’obiettivo di restare fedele alle circostanze concrete della vita, per cui si arricchisce anche di elementi e modalità narrative. Per questa ragione il linguaggio di Sereni appare fin da qui più sciolto e aperto, più comprensibile, rispetto a quello di Luzi e degli altri poeti dell’Ermetismo fiorentino. (dal sito scuolissima.com)

Per un approfondimento clicca sul link: Frontiera: l’esordio di Vittorio Sereni, di Luca Di Lello
immagine d’apertura: Camille Pissarro, Boulevard Montmartre de noche, 1897

 

André Breton, due poesie

André Breton (1896, Tinchebray – 1966, Parigi), due poesie

*

Sulla strada di San Romano

La poesia si fa in un letto come l’amore
Le sue lenzuola sfatte sono l’aurora delle cose
La poesia si fa nei boschi

Ha lo spazio che le occorre
Non questo ma quello che condizionano

L’occhio del nibbio
La rugiada sull’equiseto
Il ricordo di una bottiglia di Traminer appannata su un
[vassoio d’argento
Un’alta colonna di tormalina sul mare
E la strada dell’avventura mentale
Che sale a picco
Si ferma e subito s’ingarbuglia

Non è cosa da gridare dai tetti
È sconveniente lasciare la porta aperta
O chiamare dei testimoni

I banchi di pesci le siepi di cinciallegre
I binari all’entrata di una grande stazione
I riflessi delle due rive
I solchi del pane
Le bolle del ruscello
I giorni del calendario
L’iperico

L’atto d’amore e l’atto poetico
Sono incompatibili
Con la lettura del giornale ad alta voce

Il senso del raggio di sole
Il luccichio azzurro che lega i colpi d’ascia del taglialegna
Il filo dell’aquilone a forma di cuore o di nassa
Il battito ritmico della coda dei castori
La diligenza del lampo
Il lancio di confetti dall’alto di vecchie scalininate
La valanga

La camera degli incantesimi
No signori non si tratta dell’ottava Camera
Né dei vapori della camerata la domenica sera

Le figure di danza eseguite in trasparenza sopra gli stagni
La delimitazione di un corpo di donna contro il muro al
[lancio dei coltelli
Le volute chiare del fumo
La curva della spugna delle Filippine
Le gemme del serpente corallo
Il varco dell’edera attraverso le rovine
Lei ha tutto il tempo davanti a sé

La stretta poetica come la stretta carnale
Finché dura
Impedisce le prospettive di miseria del mondo

(Traduzione di Giordano Falzoni)

*

Nella bella penombra del 1934
L’aria era una splendida rosa color triglia
E la foresta quando mi preparavo ad entrarci
Cominciava con un albero dalle foglie fatte di cartine di sigarette
Perché ti attendevo
E perché se te ne vieni con me
Da qualsiasi parte
La tua bocca è volentieri il niello
Dal quale riparte continuamente la ruota azzurra diffusa e spezzata che sale
A impallidire nella rotaia
Tutti i prodigi s’affrettavano a venirmi incontro
Uno scoiattolo era venuto ad applicare il suo ventre bianco sul mio cuore
Non so come ci stava
Ma la terra era piena di riflessi più profondi di quelli dell’acqua
Come se il metallo avesse finalmente scosso il suo guscio
E tu coricata sullo spaventoso mare di pietre dure
Roteavi
Nuda
In un gran sole di fuoco d’artificio
Ti vedevo far discendere lentamente dai radiolari
Le conchiglie stesse del riccio di mare c’ero
Chiedo scusa non c’ero già più
Avevo alzato la testa perché lo scrigno vivente di velluto bianco m’aveva lasciato
Ed ero triste
Il cielo tra le foglie riluceva feroce e duro come una libellula
Stavo per chiudere gli occhi
Quando le due pareti del bosco che s’erano bruscamente divaricate si sono abbattute
Senza rumore
Come le due foglie centrali d’un mughetto immenso
D’un fiore capace di contenere tutta la notte
Ero dove mi vedi
Nel profumo suonato a tutto spiano
Prima che quelle foglie tornassero come ogni giorno alla vita cangiante
Ho avuto il tempo di posare le labbra
Sulle tue cosce di vetro

(traduzione di  Giordano Falzoni)
– in apertura: Man Ray (1890-1976), fotografia, Noire et blanche, 1926 –

Francesco d’Assisi, Cantico delle Creature

Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,
spetialmente messor lo frate sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le tue creature dài sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.
Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore
et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace,
ka da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a·cquelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male.
Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.
 .
.
*  *  *
 .
“Altissimo, Onnipotente Buon Signore, tue sono la lode, la gloria, l’onore ed ogni benedizione.
A te solo Altissimo, si addicono e nessun uomo è degno di pronunciare il tuo nome.
Tu sia lodato, mio Signore, insieme a tutte le creature specialmente il fratello sole, il quale è la luce del giorno, e tu attraverso di lui ci illumini.
Ed esso è bello e raggiante con un grande splendore: simboleggia te, Altissimo.
Tu sia lodato, o mio Signore, per sorella luna e le stelle: in cielo le hai formate, chiare preziose e belle.
Tu sia lodato, mio Signore, per fratello vento,e per l’aria e per il cielo; quello nuvoloso e quello sereno e ogni tempo
tramite il quale dai sostentamento alle creature.
Tu sia lodato, mio Signore, per sorella acqua, la quale è molto utile e umile, preziosa e pura.
Tu sia lodato, mio Signore, per fratello fuoco, attraverso il quale illumini la notte. E’ bello, giocondo, robusto e forte.
Tu sia lodato, mio Signore, per nostra sorella madre terra, la quale ci dà nutrimento, ci mantiene e produce diversi frutti con fiori colorati ed erba.
Tu sia lodato, mio Signore, per quelli che perdonano in nome del tuo amore e sopportano malattie e sofferenze.
Beati quelli che le sopporteranno in pace, perché saranno incoronati.
Tu sia lodato, mio Signore, per la nostra morte corporale, dalla quale nessun uomo vivente può scappare:
guai a quelli che moriranno mentre sono in situazione di peccato mortale.
Beati quelli che la troveranno mentre stanno rispettando le tue volontà,
perché la seconda morte, non farà loro male.
Lodate e benedite il mio Signore, ringraziatelo e servitelo con grande umiltà.”
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Il Cantico delle Creature (Canticus o Laudes Creaturarum), anche noto come Cantico di Frate Sole, è il testo poetico più antico della letteratura italiana che si conosca. Ne è autore Francesco d’Assisi e, secondo una tradizione, la sua stesura risalirebbe a due anni prima della morte del Santo, avvenuta nel 1226.Il Cantico è una lode a Dio che si snoda con intensità e vigore attraverso le sue opere, divenendo così anche un inno alla vita. E’ una preghiera permeata da una visione positiva della natura, poiché nel creato è riflessa l’immagine del Creatore: da ciò deriva il senso di fratellanza fra l’uomo e tutto il creato, che molto si distanzia dal contemptus mundi, dal distacco e disprezzo per il mondo terreno, segnato dal peccato e dalla sofferenza, tipico di altre tendenze religiose medioevali. La creazione diventa così un grandioso mezzo di lode al Creatore. (da Wikipedia – immagini: Giotto, affreschi)
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