AA.VV. E…state in poesia!

Il sasso nello stagno di AnGre vi dà appuntamento a lunedì 19 agosto c.m.Un carissimo saluto a tutti e…state in poesia, mi raccomando! [Angela]

*

di Pablo Neruda (Cile, 1904 – 1973)

E’ oggi

E’ oggi: tutto l’ieri andò cadendo
entro dita di luce e occhi di sogno,
domani arriverà con passi verdi:
nessuno arresta il fiume dell’aurora.

Nessuno arresta il fiume delle tue mani,
gli occhi dei tuoi sogni, beneamata,
sei tremito del tempo che trascorre
tra luce verticale e sole cupo,

e il cielo chiude su te le sue ali
portandoti, traendoti alle mie braccia
con puntuale, misteriosa cortesia.

Per questo canto il giorno e la luna,
il mare, il tempo, tutti i pianeti,
la tua voce diurna e la tua pelle notturna.

*

Canti e a sole e cielo col tuo canto

Canti e a sole e cielo col tuo canto
la tua voce sgrana il cereale del giorno,
parlano i pini con la lor lingua verde:
gorgheggiano tutti Il uccelli dell’inverno.

Il mare empie le sue cantine di passi,
di campane, di catene e di gemiti,
tintinnano metalli e utensili,
suonano le ruote della carovana.

Ma solo la tua voce ascolto e sale
la tua voce con volo e precisione di freccia,
scende la tua voce con gravità di pioggia,

la tua voce sparge altissime spade,
torna la tua voce carica di viole
e quindi m’accompagna per il cielo.

di Guillaume Apollinaire (Francia, 1880 – 1918)

Crepuscolo

Sfiorata dalle ombre dei morti
Sull'erba dove muore il giorno
L'arlecchina s'è spogliata
E specchia il suo corpo nello stagno

Un ciarlatano crepuscolare
Vanta i prossimi giri
Il cielo incolore è costellato
Di astri pallidi come il latte

Sul palco il pallido arlecchino
Saluta subito gli spettatori
Stregoni venuti di Boemia
Qualche fata e gli incantatori

Staccata una stella
la maneggia con le braccia tese
Mentre coi piedi un impiccato
Suona i piatti cadenzando

La cieca culla un bel bambino
Passa la cerva con i suoi cerbiatti
Il nano guarda con un'aria triste
Ingigantire l'arlecchino trismegisto
.
*
.
Hotels
La camera è sola
Ognuno per sé
Presenza nuova
Si paga a mese

Il padrone dubita
Pagheranno
Giro per strada
Come una trottola

Il rumore delle carrozze
Il mio brutto vicino
Che fuma un acre
Tabacco inglese

O La Vallière
Che zoppica e ride
Delle mie preghiere
Tavolo da notte

E tutti insieme
In questo hotel
Sappiamo la lingua
Come a Babele

Serriamo le porte
A doppia mandata
Ognuno porta
Il suo solo amore
.

.di René Char (Francia, 1907 – 1988)
.
A occhi chiusi e nello sforzo di prendere sonno
A occhi chiusi e nello sforzo di prendere sonno,
vedo brillare, sul fondo delle mie palpebre,
una brace: è l’anima ostinata,
il relitto lampeggiante
del naufragio glorioso del mio giorno.
.
*
.
203
Oggi ho vissuto l’istante della potenza
e dell’invulnerabilità assolute.
Ero un alveare che migrava
verso le sorgenti del cielo
con tutto il suo miele e tutte le sue api. 
.

.di Ada Negri (Italia, 1870 – 1945)
.
Capriccio
Veronetta Longhèna, tu mi piaci.
Il tuo sorriso è quello delle zingare,
bianco e rosso, con linee
sinuose, con fremiti fugaci
di sarcasmo e d'orgoglio.—Tu mi piaci.—
 
Dove l'hai preso il tuo bel nome?... È un nome
di guerra, non è vero?... Qual capriccio
d'amante allegro e ironico
te l'appuntò, qual nastro fra le chiome?...
Veronetta, mi piace il tuo bel nome.
 
Raccontami la tua vita randagia.
Io m'accovaccio presso a te, sul morbido
tappetino di Persia,
frugando con le molle fra la bragia.—
Raccontami la tua vita randagia.
 
Dimmi i paesi che vedesti, i porti
donde salpasti, spensierata rondine,
e il tuo piacer di vivere
così, padrona delle varie sorti,
come lo sei de' tuoi capelli attorti.
 
Io t'assomiglio, se mi guardi bene.
Ma è come fossi chiusa dentro un fodero,
mentre snudata sfolgori
tu, fina lama che in sua punta tiene
il mondo, per gingillo.—Guarda bene.
 
Quando riparti?... e verso qual ventura?...
.... Io resterò a frugar dentro la cenere;
e mirerò lo specchio
per rivederti in me, nella tua dura
fronte d'enigma, o Donna di ventura.
.
*
.
Il segreto
Spirò stanotte, senza dir parola.
Chi su lei pianse la coprì di rose
bianche, e i capelli in fronte le compose,
poi la lasciò nel gran silenzio sola.
 
Già intorno agli occhi e a le mascelle forti
si decompone il glacïal pallore.
Odor d'ambra e di ceri: odor di fiore
sfatto—e la calma estatica dei morti.
 
Ma la bocca che tace è però chiusa
sinistramente, un po' contratta, come
pietrificata su un lamento, un nome
caro, un comando, una suprema accusa.
 
Chi sa?... Volea la moribonda, forse,
d'un pesante segreto finalmente
purificarsi l'anima, languente
da tanto tempo tra le ferree morse
 
del silenzio: volea per la sua pace
ultima, forse, chiedere perdono,
o dir, chiudendo gli occhi: «Io ti perdono....».
.... Ma in cor per sempre il suo mister le giace.
 
Sta fra i neri capelli il sigillato
volto sì dolce un giorno, e par che dorma,
e par che avvolga la marmorea forma
l'ombra del sogno che non fu svelato:
 
sta la parola che non fu mai detta
sulla bocca di spasimo e di pietra:
dura, solenne, appassionata, tetra,
tace in eterno, ed in eterno aspetta.
.

.di Anne Sexton (Massachusetts, 1928 - 1974)
.
Il bacio
.
La bocca mi fiorisce come taglio.
Maltrattata tutto l'anno in lunghe
notti fatte soltanto di gomiti callosi
e delicate scatole di Kleenex che dicono piangi,
piangi; stupida bambina!
Prima il mio corpo era inutile.
Ora si strappa ai quattro angoli.
Strappa via gli indumenti della vecchia Maria, nodo dopo nodo
e guarda - Ora è colpito in pieno da questi dardi elettrici.
Zac! Una resurrezione!
Una volta era una barca, piuttosto legnosa
e senza impegno, senza acqua salata
e bisognosa di qualche ritocco. Non era altro
che un mucchio di tavole. Ma tu l'hai attrezzata, l'hai issata.
Tu l'hai scelta.
I miei nervi sono tirati. Come strumenti musicali
li ascolto. Là dove era silenzio
i tamburi e gli archi senza tregua continuano a suonare.
  Il merito è tuo.
Genialità pura all'opera. Caro, il compositore è caduto
nel fuoco.
.
*
.
Magia nera
.
Una donna che scrive è troppo sensibile e sensuale,
quali estasi e portenti!
Come se mestrui bimbi ed isole
non fossero abbastanza, come se iettatori e pettegoli
e ortaggi non fossero abbastanza.
Crede di poter prevedere gli astri.
Nell'essenza una scrittrice è una spia.
Amore mio, così io son ragazza.
Un uomo che scrive è troppo colto e cerebrale,
quali fatture e feticci!
Come se erezioni congressi e merci
non fossero abbastanza; come se macchine galeoni
e guerre non fossero già abbastanza.
Come un mobile usato costruisce un albero.
Nell'essenza uno scrittore è un ladro.
Amore mio, tu maschio sei così.
Mai amando noi stessi,
odiando anche le nostre scarpe, i nostri cappelli,
ci amiamo preziosa, prezioso.
Le nostre mani sono azzurre e gentili,
gli occhi pieni di tremende confessioni.
Ma quando ci sposiamo
ci abbandoniamo ai figli, disgustati.
Il cibo è troppo e nessuno è restato
a mangiare l'estrosa abbondanza. 
.
(testi e immagini – dove non specificato – dal web)(
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Simone Weil, Il mare

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IL MARE 

Acqua docile al freno, sottomessa in silenzio,
Sparso mare dai flutti per sempre incatenati,
E massa offerta al cielo, specchio dell’obbedienza
Dove ogni notte tesse nuove pieghe
La lontana potenza senza sforzo degli astri.
.
Quando viene il mattino e di sé colma lo spazio,
Essa raccoglie e rende il dono della luce.
Si posa in superficie un brillìo lieve;
L’acqua, in attesa e senza desiderio,
Sotto il giorno che cresce risplende e si cancella.
.
Il riflesso serale darà all’ala sospesa
Fra cielo ed acqua un lucrore improvviso.
Trattiene in basso la legge sovrana
L’onde oscillanti, fisse alla distesa
Dove ogni goccia sale e scende alterna.
.
La bilancia dai bracci segreti e trasparenti
D’acqua si pesa, e pesa schiuma e ferro,
Di per sé giusta ad ogni barca errante.
Un filo azzurro traccia sulla nave un rapporto,
Esatto sulla sua linea apparente.
.
Sii propizio, ampio mare, agli infelici mortali,
Stretti ai tuoi bordi, persi nel tuo grande deserto.
A chi è per sprofondare parla, prima che muoia;
Éntraci fino all’anima, acqua, sorella nostra:
Degnati di lavarla dentro la tua giustizia.
.
.
*
.
da Le poesie di Simone Weil  (a cura di Maura Del Serra, Editrice C.R.T. by Petite Plaisance — immagine d’apertura: fotografia di Mimmo Jodice, Figure del mare -10)
.
.
 simone-weil01Simone Weil nacque a Parigi nel 1909 da una famiglia ebrea. Fu studentessa all’Ecole Normale e insegnante di filosofia in vari licei. Militante dell’estrema sinistra rivoluzionaria, nel 1934, spinta dall’inderogabile esigenza interiore di conoscere direttamente le peggiori condizioni di vita dei lavoratori, troncò la professione e gli studi puramente teorici per lavorare come operaia alla Renault di Parigi: fu un duro ma per lei entusiasmante inserimento nella vita. Ammalatasi di pleurite, fu costretta a lasciare l’officina, iniziando un periodo cruciale di intimo ripensamento. Nel 1936 partecipò come volontaria repubblicana alla guerra civile spagnola arruolandosi nelle file anarchiche della famosa Colonna Durruti, accettando anche i servizi della cucina; ma in seguito ad una grave ustione a un piede dovette rientrare in Francia. Al 1937 risale la svolta mistica, che si traduce in una fede vissuta con grandissima intensità. Esclusa dall’insegnamento in seguito alle leggi razziali durante il regime di Vichy, fece la contadina fino al 1942, quando si rifugiò con la famiglia negli Stati Uniti dove fu molto vicina ai poveri di Harlem. Poco dopo, però, richiamata dall’impegno contro il totalitarismo, tornò in Europa ma nel 1943 morì a soli 34 anni nel sanatorio di Ashford in Inghilterra. La vicenda umana e intellettuale di Simone Weil appare profondamente segnata dalla vicende dei totalitarismi della seconda guerra mondiale. Il suo pensiero è caratterizzato da un forte principio di realtà, nonché dall’esigenza di ancorarlo al contesto sociale e politico di appartenenza, del quale sperimentava, spesso in prima persona, le condizioni. Tutte le sue opere sono state pubblicate postume. Fra gli ultimi libri pubblicati in Italia ricordiamo: Oppressione e libertà 1956; Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale 1997; La prima radice 1996; Primi scritti filosofici 1999; Piccola cara, lettere alle allieve 1996; Lezioni di filosofia 1999; Attesa di Dio 1998; L’ombra e la grazia 1996; Pensieri disordinati sull’amore di Dio 1984; Quaderni I, II, III, IV (dal web).

Aldo Palazzeschi, La fiera dei morti

Aldo Palazzeschi, La fiera dei morti (da “L’Incendiario”)

I poeti cantano
malinconicamente
questa fiera;
tutti alla stessa maniera,
questa giornata grigia o nera.
(Ma si può benissimo cantare
anche in un’altra maniera).
Dice che sempre piove
un’acquerugiola trita,
che tutto fiorisce nel fango
in una primavera di pillacchere.
Le solite antiche fole
della solita antica gente!
Oggi invece non piove,
splende un magnifico sole;
il tempo ci porta le sue cose nuove.
Avete dei pensieri neri?
Veniteli a svagare
dentro i cimiteri.
.
Potete entrare, avanti,
fatevi tutti avanti,
sono spalancate le porte,
anche per chi non c’à persone morte!
Tutti possono andare,
girare a proprio piacimento;
anche un poeta ci si può benissimo intruffolare
per suo divertimento.
Le solite baracche dei saltimbanchi
fuori dei cancelli;
quella classe sociale che à per mira
di far conoscere agli uomini,
meglio assai degli astronomi,
che il mondo gira.
Scimmie vestite da ballerina,
oppure alla militare;
una se ne va di braccetto
con un sergentino,
un’altra cerca di trascinare
un caporale dietro in una stanza;
una vestita da serva
è tutta affaccendata per spazzare,
un capitano dà uno schiaffo
a un’ordinanza pietrificata.
Donne che gridano a squarciagola
di alcuni miracoli scientifici,
l’ultima portata della scienza
alla portata di qualunque sapienza,
strane fisiche psicologiche deformità!
E i buoni festaioli
se ne stanno davanti in perplessità.
Trombe tamburi piatti,
tutti gridan come matti:
è la fiera dei morti!
I dolci fatti lì, immancabili dolci,
che tutti stanno ad aspettare,
le calde arroste
che non riparano a castrare.
.
Nelle osterie si suonano chitarre,
si cantano canzonette paesane,
gli ultimi stornelli popolari,
o romanze napolitane.
.
Dai beccai pendono sanguinanti,
fenomenali, i primi ottimi porci,
quelli d’ognissanti,
che àn già sentito il primo freddo dei morti.
E sui banchi, ammassata,
oppure tortuosamente attaccata,
chilometri di salsiccia,
che sembra l’ammasso degli intestini malati
di tutti i morti.
I salumai ànno appesi
i salamini nuovi, cotechini,
zamponi, mortadelle;
e viene fino sulla strada
un odore stuzzicante
di lepre e di pappardelle.
Tutti si riversano a mangiare
a crepapelle.
.
I carabinieri a cavallo
coi loro pennacchioni rossi,
si fanno posto trionfanti
nella calca stordita dei festanti.
.
Ai cimiteri ci si può andare
coi fiori, e senza i fiori,
ma anche il più insopportabile,
lontanissimo parente,
si può aspettare quel giorno un fiore
dalla sua antica gente.
.
I morti non sono uguali,
come credono tutti,
e sopratutto, non sono muti,
quelli almeno dei cimiteri
sono indecentemente ciarlieri.
Sulla pelle della loro faccia marmifica,
meglio assai che sui vivi,
si qualifica la fisionomia
caratteristica.
«Qui riposa
«l’uomo dalle rare virtù:
«Telemaco Pessuto
«d’anni cinquantatre,
«padre e marito esemplare.»
Se t’avessimo incontrato vivo,
che l’avrebbe saputo?
Tutti gironzan leggendo
più o meno speditamente,
alcuni sillabando.
Ma non sapete che quelle parole
che voi leggete con indifferenza,
sono la faccia dei morti?
Tutte quelle espressioni di dolcezze,
sono l’espressione delle loro fattezze?
.
Oh! Curiosa combinazione!
«Celestina Verità
«d’anni novantasette
e accanto:
«Peppino
«d’anni tre
«dei coniugi Del Re.»
Strana combinazione!
Quale fu, di voi due, la vostra mèta?
Dovevate ognuno campare cent’anni,
oppure, Peppino Del Re,
Celestina Verità,
faceste involontariamente
della vostra vita
una così parziale società?
Fu Peppino che ti giunse, o Celestina,
e ti trasse inaspettatamente
tre anni dalla vita?
O tu, Peppino, nascendo,
trovasti i tuoi anni
quasi tutti consumati
dalla Celestina?
Uno di voi fu il parassita
dell’altro.
.
Che poco posto occupano i morti,
meno assai del naturale.
E qualcuno di voi fu padrone
da solo d’un podere,
che sempre gli sembrò tanto piccino!
Quelle alte pareti
con tutte quelle teste fitte fitte,
nell’immobilità,
sembrano quelle di un loggione
per una straordinaria rappresentazione.
E tutti gironzano indifferenti,
sgusciando calde arroste,
succiando confetti, o i duri di menta,
leggiucchiando senza fede
le ciarle di quei poveretti.
Gli uomini accorti,
che passeggiano sempre fra i vivi,
non vedono il momento
di passeggiare fra i morti.
I vivi àn delle facce,
che per quanto espressive, sono mute,
e una faccia per bene
la possono avere anche i mascalzoni,
invece le facce dei morti
sono piene d’ottime informazioni.
Se incontrate per via un giovine pensoso,
come potete sapere se sia virtuoso?
.
In cima al camposanto,
sopra un grande palcone
improvvisato per l’occasione,
si mettono i teschî all’incanto.
Lo circondano pigiate
centinaia di persone,
fissano l’atletico allottatore
che grida fiocamente a squarciagola.
Intorno è pieno di carabinieri,
– Quattro!
– Cinque!
– Otto!
– Dieci!
– Quindici soldi!
I primi vanno a ruba!
– Si delibera signori!
I più frettolosi pagano i teschî
anche più d’una lira.
Molti aspettano che la gara cessi
e il prezzo ribassi.
– Quattro!
– Sei!
– Otto!
Una giovine sposa
si stringe al braccio del suo sposo
tutta piagnucolosa:
– Comprami quel teschio.
– Stai zitta! – Le dice il giovinotto
– Comprami quel teschio,
– Stai zitta grulla,
verso sera gli daran via per nulla.
– Dieci!
– Undici!
– Dodici!
– Si delibera signori!
– Comprami quel teschio.
– Stai zitta t’ò detto,
non vedi ch’è un teschiaccio vecchio?
– Comprami quel teschio.
– Se non stai zitta ti porto via;
– Potrebbe essere il teschio della mamma mia.
– Ma che mamma mia!
– Cosa c’è stato laggiù, lontano?
– Corrono i carabinieri!
– Dove corre tutta quella gente?
– Ànno arrestato quel nano
che vendeva i teschi di seconda mano.
E per le vie polverose,
per le serpeggianti vie campagnole,
in un bel tramonto pieno di vapori
di fiamme e di viole,
la gente se ne torna
dai camposanti allegramente.
E ogni buon diavolaccio
se ne viene col suo teschio sotto il braccio.
.
.
Aldo Palazzeschi, pseudonimo dello scrittore Aldo Giurlani (Firenze, 1885 – Roma, 1974), ha manifestato il suo estro funambolesco fin dall’esordio come poeta crepuscolare e nell’effimera adesione al futurismo (corrente alla quale appartiene “L’Incendiario”, da cui è tratto il testo sopra riportato). Ha attraversato l’esperienza dell’avanguardia di inizio secolo, quella del «ritorno all’ordine» degli anni Venti e in seguito la ripresa sperimentale delle avanguardie degli anni Sessanta con una sua inconfondibile giocondità, enigmatica e inafferabile, attraverso la quale ha tratto alla luce sproporzioni e incongruità, in un’irridente distruzione dei rapporti normali tra le cose. Si dedicò alla letteratura dopo aver frequentato una scuola di recitazione inisieme a Moretti di cui divenne grande amico e assunse lo pseudonimo di Palazzeschi dal cognome della nonna. Dopo essere stato costretto, durante la guerra, all’esperienza militare, visse nel dopoguerra una vita appartata e solitaria, rimanendo estraneo al fascismo e impegnandosi soprattutto in un’attività di narratore, che gli guadagnò i favori del pubblico. Collaborò dal 1926 al Corriere della sera. Visse a Firenze fino al 1950, anno in cui si trasferì a Roma. Nel 1957 gli fu consegnato dall’Accademia dei Lincei il premio internazionale Feltrinelli per la letteraturra; nel 1960 gli venne conferita dall’università di Padova la laurea in lettere honoris causa. (notizie da Enciclopedia Treccani on line)
immagine d’apertura: Jean Michel Basquiat, Sanstitre, 1981.

Osip Mandel’štam , A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo – traduzione di A.M.Ripellino

riproponiamo…

Il sasso nello stagno di AnGre

Osip Mandel’štam (Varsavia, 15 gennaio 1891 – Vladivostok, 27 dicembre 1938)

 A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo (trad.di A.M.Ripellino)

A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo
come se vi avessimo sepolto il sole,
e una beata insensata parola
per la prima volta pronunceremo.

Nel nero velluto della notte sovietica,
nel velluto del vuoto universale,
cantano sempre i cari occhi di donne beate,
sempre fioriscono fiori immortali.

Come una gatta selvatica s’inarca la capitale,
sul ponte sta una pattuglia,
soltanto un cattivo motore corre nella nebbia
e grida dannatamente, come un cuculo.

Io non ho bisogno del lasciapassare notturno,
non ho paura delle sentinelle:
per una beata insensata parola
io pregherò nella notte sovietica.

Sento un leggero fruscio teatrale
e un ah! di fanciulle –
e un mucchio enorme di rose immortali
sta tra le braccia di Ciprigna.

Ad un falò noi ci riscaldiamo dalla noia,
forse i secoli trascorreranno,
e le leggiadre…

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Ezra Pound, Quello che veramente ami rimane

Ezra Pound (Hailey, 30 ottobre 1885 – Venezia, 1 novembre 1972)

Quello che veramente ami rimane

Quello che veramente ami rimane,
il resto è scorie
Quello che veramente ami non ti sarà strappato
Quello che veramente ami è la tua vera eredità
Il mondo a chi appartiene, a me, a loro
o a nessuno?
Prima venne il visibile, quindi il palpabile
Elisio, sebbene fosse nelle dimore d’inferno,
Quello che veramente ami e’ la tua vera eredita’
La formica e’ un centauro nel suo mondo di draghi.
Strappa da te la vanità, non fu l’uomo
A creare il coraggio, o l’ordine, o la grazia,
Strappa da te la vanità, ti dico strappala
Impara dal mondo verde quale sia il tuo luogo
Nella misura dell’invenzione, o nella vera abilità dell’artefice,
Strappa da te la vanità,
Paquin strappala!
Il casco verde ha vinto la tua eleganza.
“Dominati, e gli altri ti sopporteranno”
Strappa da te la vanità
Sei un cane bastonato sotto la grandine,
Una pica rigonfia in uno spasimo di sole,
Metà nero metà bianco
Né distingui un’ala da una coda
Strappa da te la vanità
Come son meschini i tuoi rancori
Nutriti di falsità.
Strappa da te la vanità,
Avido di distruggere, avaro di carità,
Strappa da te la vanità,
Ti dico strappala.
Ma avere fatto in luogo di non avere fatto
questa non è vanità. Avere, con discrezione, bussato
Perché un Blunt aprisse
Aver raccolto dal vento una tradizione viva
o da un bell’occhio antico la fiamma inviolata
Questa non è vanità.
Qui l’errore è in ciò che non si è fatto, nella diffidenza che fece esitare.

(da Canti Pisani – Canto LXXXI. Testo tratto dal web)

§

What thou lovest well remains,
the rest is dross
What thou lov’st well shall not be reft from thee
What thou lov’st well is thy true heritage
Whose world, or mine or theirs
or is it of none?
First came the seen, then thus the palpable
Elysium, though it were in the halls of hell,
What thou lovest well is thy true heritage

The ant’s a centaur in his dragon world.
Pull down thy vanity, it is not man
Made courage, or made order, or made grace,
Pull down thy vanity, I say pull down.
Learn of the green world what can be thy place
In scaled invention or true artistry,
Pull down they vanity,
Paquin pull down!
The green casque has outdone your elegance.

“master thyself, then others shall thee beare”
Pull down thy vanity
Thou art a beaten dog beneath the hail,
A swollen magpie in a fitful sun,
Half black half white
Nor knowst’ou wing from tail
Pull down thy vanity
Fostered in falsity,
Pull down thy vanity,
Rathe to destroy, niggard in charity,
Pull down thy vanity,
I say pull down.

But to have done instead of not doing
this is not vanity
To have, with decency, knocked
That a Blunt should open
To have gathered from the air a live tradition
or from a fine old eye the unconquered flame
This is not vanity.
Here error is all in the not done,
all in the diffidence that faltered . . .

Wisława Szymborska, Il cielo

Wisława Szymborska, Il cielo (da Vista con granello di sabbia, Adelphi)

Da qui si doveva cominciare: il cielo.
Finestra senza davanzale, telaio, vetri.
Un’apertura e nulla più,
ma spalancata.

Non devo attendere una notte serena,
né alzare la testa,
per osservare il cielo.
L’ho dietro a me, sottomano e sulle palpebre.
Il cielo mi avvolge ermeticamente
e mi solleva dal basso.

Perfino le montagne più alte
non sono più vicine al cielo
delle valli più profonde.
In nessun luogo ce n’è più
che in un altro.
La nuvola è schiacciata dal cielo
inesorabilmente come la tomba.
La talpa è al settimo cielo
come il gufo che scuote le ali.
La cosa che cade in un abisso
cade da cielo a cielo.

Friabili, fluenti, rocciosi,
infuocati e aerei,
distese di cielo, briciole di cielo,
folate e cumuli di cielo.
Il cielo è onnipresente
perfino nel buio sotto la pelle.

Mangio cielo, evacuo cielo.
Sono una trappola in trappola,
un abitante abitato,
un abbraccio abbracciato,
una domanda in risposta a una domanda.

La divisione in cielo e terra
non è il modo appropriato
di pensare a questa totalità.
Permette solo di sopravvivere
a un indirizzo più esatto,
più facile da trovare,
se dovessero cercarmi.
Miei segni particolari:
incanto e disperazione.

Ivan V. Lalić, tre poesie

Ivan V. Lalić (Belgrado 1931-1996), versi da “Poesie”

collana I Poeti a cura di Roberto Mussapi, Jaka Book, traduzione di Eros Sequi

.

Bisanzio VII

Qualcuno, forse, nella sapiente compagnia delle anime nostre
passeggerà sopra il filo di queste mura dove abbiamo
guardato il sole pieno di rame chino sulla misura della notte;
secernerà il mare argento e ondate sulla ghiaia
abbracciata da futura tenerezza; l’aria sarà turchina
del fumo dei nostri nomi;
ma chi ci capirà?
perché sarà spostato il centro, le immagini diverse,
– unite forse con lo stelo: forse il fiore-
e le azioni d’amore unite nel discorso, nella lingua;
ma chi allora vorrà comporre il racconto
da queste sillabe sparse, dai gridi
ritratti a caso in un vetusto specchio,
nel muoversi dell’onda? E perché?
E c’è domani posto per questa rottura
nel tranquillo ricordo degli angeli, nel liscio
ricordo di acqua giovane? Nel ricordo dell’amante?
E ci vorranno forse i quadri traditi
del nostro amore, e guardie del deserto
con sabbia nei polmoni, questa lingua scarsa di sventura,
rapida pena alla maturità, sconfitta decretata?
O sarà senza noi più preciso l’equilibrio,
e più bella senza nostre voci la lingua degli amanti
miste con la morte come il vento con la fiamma,
come la sorgente con la foce?
.
.
.
.
Commemorazione della madre
.
Mentre invecchiavo, esercitando con ogni esperienza
L’arte di avvicinarmi a te del tutto,
Sotto il tiglio diramato ti facevi più e più giovane
Nel mio ricordo e nelle feste, sempre più rade,
Quando mi vieni in sogno. Ciò che ora ci divide
Non sono gli anni, ma l’amore inteso come spazio
D’irrealizzato. I tuoi nipoti han superato,
O quasi, la mia statura di quel tempo
In cui le parole potevano ancora tremolarci
Nella stessa aria, come foglie dello stesso albero;
Adesso io ho parole, tu fronde sopra il tuo tiglio,
E conversi forse con l’altro figlio tuo,
Quello non nato, in una lingua che non so,
E così nemmeno so di chi la fedeltà ti aiuti maggiormente
A sopportare la morte : la sua o quella mia.
Ciò che ora ci divide non sono gli anni, bensì
Questa impossibilità di raschiare oro
Dalla tua icona. E quando vengo a visitarti,
Egualmente sempre più di rado, e metto un po’ di fiamma
Sotto il tuo nome, e le cifre crudelmente senza senso
1912-1946, io so di cercare inutilmente
Magari il gesto del tuo mignolo, in versione
Di mosse di formiche tra le ombre delle croci,
Visibili e invisibili, in dipendenza dalla luce :
E di luce, in realtà, è questione tutto il tempo.
.
.
.
.
Ciò che ogni albero sa
.

Impara, cuore, ciò che ogni albero sa:
Disporre la radice, infliggerla con giusto orientamento
Nel buio sparso; non dentro il sasso, bensì
Attorno al sasso; non dentro l’argilla
Bensì verso l’acqua non lontana;
Non nella ripulsa, ma nell’amore pronto
A rendere alla pressione di radice angusta ascesa
Fu per l’asse anulare, dritto, fino alla forcella,
E oltre, per l’erta obliqua delle fronde ripetente
L’ordine della sete sottostante nella luce, nel vento,
In simmetria, nell’equilibrio che accoppia
Nadir e zenit; e infine sino al frutto
Che vorrebbe arrotondare col suo peso
Movimento in misura appassionata. Così non agendo
Vantaggio del suo danno, rachitica sarà la chioma
Gibboso lo sforzo di rizzarsi, brutta la corteccia,
Partito il frutto e rado. Ogni albero lo sa.
Non imparare, cuore, dal folle albero di olivo
Che ricorda gli dei ellenici, innamorato della pietra
E del serpe che custodisce alla radice.

.

.

Ivan V. Lalić nato a Belgrado nel 1931 è uno dei massimi esponenti della grande fioritura della poesia serbo croata che si rivela tra il 1951 e 1955, con il risveglio della cultura iugoslava e in coincidenza della caduta, a livello di politica culturale, del dogmatismo stalinista e del realismo socialista. In questa antologia, (da cui sono tratte le poesie sopra presentate) suggerita dallo stesso autore, il lettore italiano può attraversare le tappe di un percorso poetico tra i più alti del nostro tempo: un lirismo epico potente e corale, il senso della memoria come patrimonio aureo dell’uomo, capace di resistere al divenire e alla morte, visioni di soldati in veglia nella notte, di alberi che custodiscono segreti, voci che irrompono all’improvviso dall’interno portando nel presente la continuità della specie: definita «protogiovane» questa poesia celebra l’eterna vitalità e la rivelazione antica dell’istante. (Roberto Mussapi, quarta di copertina)

 

AA.VV. Estate in versi, breve antologia

Estate di Herman Hesse

Improvvisamente fu piena estate.
I campi verdi di grano, cresciuti e
riempiti nelle lunghe settimane di piogge,
cominciavano a imbiancarsi,
in ogni campo il papavero lampeggiava
col suo rosso smagliante.

La bianca e polverosa strada maestra era arroventata,
dai boschi diventati più scuri risuonava più spossato,
più greve e penetrante il richiamo del cuculo,
nei prati delle alture, sui loro flessibili steli,
si cullavano le margherite e le lupinelle,
la sabbia e le scabbiose, già tutte in pieno rigoglio
e nel febbrile, folle anelito della dissipazione
dell’approssimarsi della morte
perché a sera si sentiva qua e là nei villaggi il chiaro,
inesorabile avvertimento delle falci in azione.

*

Estate di Cesare Pavese

È riapparsa la donna dagli occhi socchiusi
e dal corpo raccolto, camminando per strada.
Ha guardato diritto tendendo la mano,
nell’immobile strada. Ogni cosa è riemersa.

Nell’immobile luce dei giorno lontano
s’è spezzato il ricordo. La donna ha rialzato
la sua semplice fronte, e lo sguardo d’allora
è riapparso. La mano si è tesa alla mano
e la stretta angosciosa era quella d’allora.
Ogni cosa ha ripreso i colori e la vita
allo sguardo raccolto, alla bocca socchiusa.

È tornata l’angoscia dei giorni lontani
quando tutta un’immobile estate improvvisa
di colori e tepori emergeva, agli sguardi
di quegli occhi sommessi. È tornata l’angoscia
che nessuna dolcezza di labbra dischiuse
può lenire. Un immobile cielo s’accoglie
freddamente, in quegli occhi.
Fra calmo il ricordo
alla luce sommessa dei tempo, era un docile
moribondo cui già la finestra s’annebbia e scompare.
Si è spezzato il ricordo. La stretta angosciosa
della mano leggera ha riacceso i colori
e l’estate e i tepori sotto il viviclo cielo.
Ma la bocca socchiusa e gli sguardi sommessi
non dan vita che a un duro inumano silenzio.

*

Sarà estate di Emily Dickinson

Sarà Estate – finalmente.
Signore – con ombrellini –
Signori a zonzo – con Bastoni da passeggio –
E Bambine – con Bambole –
Coloreranno il pallido paesaggio –
Come fossero uno splendente Mazzo di fiori –
Sebbene sommerso, nel Pario –
Il Villaggio giaccia – oggi –

I Lillà – curvati dai molti anni –
Si piegheranno sotto il purpureo peso –
Le Api – non disdegneranno la melodia –
Che i loro Antenati – ronzarono –

La Rosa Selvatica – diventerà rossa nella Terra palustre –
L’Aster – sulla Collina
Il suo perenne aspetto – fisserà –
E si Assicureranno le Genziane – collari di pizzo –

Finché l’Estate ripiegherà il suo miracolo –
Come le Donne – ripiegano – le loro Gonne –
O i Preti – ripongono i Simboli –
Quando il Sacramento – è terminato –

*

Estiva di Vincenzo Cardarelli

Distesa estate,
stagione dei densi climi
dei grandi mattini
dell’albe senza rumore –
ci si risveglia come in un acquario –
dei giorni identici, astrali,
stagione la meno dolente
d’oscuramenti e di crisi,
felicità degli spazi,
nessuna promessa terrena
può dare pace al mio cuore
quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca,
stagione estrema, che cadi
prostrata in riposi enormi,
dai oro ai più vasti sogni,
stagione che porti la luce
a distendere il tempo
di là dai confini del giorno,
e sembri mettere a volte
nell’ordine che procede
qualche cadenza dell’indugio eterno.

*

Madrigale d’estate di Federico García Lorca

Unisci la rossa tua bocca alla mia,
o Estrella gitana!
Sotto l’ora solare del mezzogiorno
morderò la mela.

Fra i verdi ulivi della collina
c’è una torre moresca,
colore della tua carne campagnola
che sa di miele e d’aurora.

Mi offri nel tuo corpo ardente
il divino nutrimento
che dà fiori al ruscello quieto
e stelle al vento.

Come ti sei data a me, luce bruna?
perché mi desti pieni
d’amore il sesso di giglio
e i seni sonori?
Fu per la mia tristezza?
(Oh, miei goffi passi!)
Forse destò pietà in te
la mia vita spenta di canti?

Perché non hai preferito ai miei lamenti
le cosce sudate
di un San Cristoforo contadino
pesanti in amore e belle?

Danaide del piacere sei con me.
Femminile Silvano.
I tuoi baci odorano come il grano
secco dell’estate.

Oscurami la vista col tuo canto.
Sciogli la tua chioma
dispiegata e solenne come un manto
d’ombra sopra i prati.

Dipingimi con la bocca insanguinata
un cielo d’amore,
su un fondo di carne, la stella
violetta del dolore.

Prigioniero è il mio pegaso andaluso
dei tuoi occhi aperti,
e volerà desolato e assorto
quando li vedrà morti.

Anche se tu non m’amassi, t’amerei
per il tuo sguardo cupo
come l’allodola ama il giorno nuovo
per la rugiada.

Unisci la rossa tua bocca alla mia,
o Estrella gitana!
Lasciami sotto il giorno chiaro
consumare la mela.

*

Cielo di giugno di Ada Negri

Cielo di giugno, azzurra giovinezza
dell’anno; ed allegrezza
di rondini sfreccianti in folli giri
nell’aria. Ombre, ombre d’ali
vedo guizzar sul bianco arroventato
del muro in fronte: ombre a saetta, nere,
vive al mio sguardo più dell’ali vere.
Traggon dal nulla, scrivendo con nulla
parole d’un linguaggio
perduto; e le cancellano
ratte, fuggendo via fra raggio e raggio.

*

Conchiglie di Katherine Mansfield

Eternamente giace e splende piano
sotto l’enormi tempestose ondate
e sotto le minute onde beate
che il Greco antico un tempo ha nominato
crespe di risa.
Ascolta: la conchiglia iridescente
canta nel mare, al più profondo.
Eternamente giace e canta silenziosa.

*

Conchiglie di Margherita Guidacci

Non a te appartengo sebbene nel cavo della tua mano
ora riposi, viandante;
né alla sabbia da cui mi raccogliesti
e dove giacqui lungamente,
prima che al tuo sguardo
si offrisse la mia forma mirabile.
Io compagna d’agili pesci e d’alghe
ebbi la vita dal grembo delle libere onde.
E non odio né oblio ma l’amara tempesta me ne divise.
Perciò si duole in me l’antica patria e rimormora
assiduamente e ne sospira la mia anima marina,
mentre tu reggi il mio segreto sulla tua palma
e stupito vi pieghi il tuo orecchio straniero.

(fonti varie dal web)

Czesław Miłosz, due poesie

Czesław Miłosz, due estratti da Poesie (Adelphi, 1983), a cura di Pietro Marchesani

Dovrebbe, non dovrebbe

L’uomo non dovrebbe amare la luna.
L’ascia nelle sue mani non perdere il peso.
I suoi frutteti dovrebbero odorare di mele in putrefazione.
.
E coprirsi di ortiche quanto basta.
L’uomo parlando non dovrebbe usare parole a lui care,
Né sprecare il granello per vedere cosa c’è dentro.
Non dovrebbe gettare una briciola di pane né sputare sul fuoco.
.
(Così almeno mi hanno insegnato in Lituania).
Se sale su una scala di marmo
Il cafone, cerchi di incidervi una tacca con la scarpa
Per ricordare che le scale non dureranno.
Berkeley, 1961
.
.
.
.
Taccuino: Europa
.
Minato è il tunnel del Gottardo.
Là dove dorme la lana
e il respiro dei bambini agita le farfalle di carta,
dove i cavalli bagnati sul bordo delle fontane
saltano nell’aria di maggio
corre un cavo sotterraneo.
.
Minata è la terra natìa
non grande, dolce per noi, europea.
Su di essa cresce l’olivo e la segala,
il vento corre per il campo di lino e si acquieta tra le foglie nere
sotto le lampade ardenti degli aranci.
.
Minato è il mare celeste
nell’ora in cui la motobarca esce per la pesca
dalla cittadina dove i gatti dormono fra le reti.
.
Minato è il cuore dell’uomo.
Il tempo datogli da vivere  e il tempo ulteriore
sono nella sua coscienza come due linee
invece di comporre un’unità armonica.
Paris, 1952

Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi tradotte da Chiara Adezati

Elegie duinesi di Rainer Maria Rilke tradotte da Chiara Adezati

da La dimora del tempo sospeso  (che si ringrazia):

Quaderni di Traduzioni“, XLV (clicca QUI e, quindi, su Duineser Elegien, 1923)

*

Elegie Duinesi. I

Chi, se pur gridassi, mi udrebbe dalle gerarchie
degli angeli? E se uno mi stringesse d’improvviso
al cuore, soccomberei per la sua più forte presenza.
Ché nulla è il bello, se non l’emergenza
del tremendo: che possiamo appena reggerlo ancora,
e lo ammiriamo tanto, perché rilasciato
non degna distruggerci. Ognuno degli angeli è tremendo.
E mi trattengo così, e inghiotto l’appello d’oscuri
singulti. Ah! Chi possiamo allora chiamare in aiuto?
Gli angeli no, gli uomini no, e i sagaci
animali già lo notano che non siamo troppo
affidabili a casa nel mondo già interpretato.
Ci resta forse un albero sul pendio, che ogni giorno
possiamo rivedere; ci resta la strada di ieri
e l’adusato fidarsi di una abitudine, cui piacque
stare in noi, così rimase, e non se ne andò.
Oh, e la notte, la notte, quando il vento colmo
di cosmici spazi ci corrompe il volto – a chi mai
potrebbe mancare l’agognata, che sì dolcemente delude,
lei che di fronte al cuore solingo con fatica
si dispone? È più lieve agli amanti? Ah!
si nascondono soltanto l’un l’altro il destino.
Non lo sai ancora? Getta dalle tue braccia il vuoto
verso gli spazi che respiriamo; forse là gli uccelli
sentono l’aria dilatata con volo più intimo.

Sì, le primavere ebbero bene bisogno di te. Osò
qualche stella, che tu la sentissi sfiorare. S’alzò
un’onda nel passato, o là mentre passasti,
a una finestra aperta, venne a offrirsi un violino.
Tutto questo era un compito. Ma tu,
lo potresti reggere ? Non eri là ancora
disperso dall’attesa, come se tutto ti annunciasse
un’amata? (dove vorresti custodirla,
da te i grandi pensieri estranei tuttavia
vanno e vengono e indugiano spesso la notte.)
Se ti senti, canta allora gli amanti; ancora lungi
dall’essere immortale il loro sentimento famoso.
Quelle, tu quasi le invidi, abbandonate, che tu
tanto più amorose trovasti delle appagate. Dai inizio
sempre di nuovo all’inarrivabile lode;
pensa: l’eroe rimane; anche il trapassare fu per lui
solo un pretesto, per essere: la sua ultima nascita.
Ma gli amanti l’esausta natura in sé li riprende
come non ci fosse più una seconda forza
per questo operare. Hai poi pensato abbastanza
a Gaspara Stampa, così che una qualche fanciulla,
cui sfuggì l’amato, ne senta l’influsso
esaltato esempio: e se io come lei diventassi?
Non devono forse infine questi antichissimi dolori
diventare più fecondi per noi? Non è tempo che con amore
ci liberiamo noi dall’amato e tremanti resistiamo:
come la freccia resiste la corda, raccolta nello scatto,
per essere da più di se stessa. Ché il rimanere non ha un luogo.

Voci, voci. Ascolta mio cuore, come altrimenti solo
i santi seppero udire: che loro l’immane richiamo
sollevò dal suolo; ma loro in ginocchio,
oltre il possibile, e ancora, e senza badarci:
così stavano in ascolto. Non che tu possa lontanamente
sopportare la voce di Dio. Ma quel che spira ascolta,
l’ininterrotta notizia che da silenzio si forma.
Freme ora, per te, di quei giovani morti.
Ogni volta che entrasti, nelle chiese a Roma
o Napoli, non ti parlava pacato del loro destino?
O ti si presentò sublime una scritta, come la lapide,
di recente, a Santa Maria Formosa.
Cosa vogliono da me? Piano devo rimuovere
l’apparenza dell’ingiustizia, che del loro spirito
il movimento puro talvolta un poco impedisce.

Certo, è curioso non abitare più la terra,
non esercitare più usi solo ora appresi,
alle rose, e ad altre cose piene di promesse
non dare senso di umano futuro;
quanto eravamo in mani infinitamente ansiose
non essere più, e persino dal proprio nome
prescindere come giocattolo infranto.
Curioso non desiderare più i desideri. Curioso
tutto quel che si atteneva, vedere sì dissolto
fluttuare nello spazio. E stanca essere morti
e di continuo ripetere, per sfiorare man mano
un poco d’eternità. – Ma i viventi commettono
tutti l’errore di tracciare confini troppo netti.
Gli angeli (si dice) spesso non saprebbero se
procedono fra vivi o fra morti. L’eterna corrente
lacera attraverso entrambi i regni ogni età,
sempre porta via, e sovrasta con il suono entrambi.

Infine non hanno più bisogno di noi i morti precoci,
ci si svezza da quanto terreno con facilità, come dal seno
materno si cresce miti. Ma noi, che di così grandi segreti
abbiamo bisogno, noi cui dal lutto, sì sovente un beato progresso
si sprigiona -: potremmo essere noi senza di loro?
Vana la saga, che un tempo nel compianto per Lino
una prima audace musica pervadesse l’impietrito deserto;
che solo nello spazio sgomento, cui sfuggì quasi divino un fanciullo
improvviso e per sempre, il vuoto riuscisse
a entrare in tale vibrazione, che ora ci trascina, consola e aiuta.

(immagine d’apertura: Paul Klee, Luogo eletto, 1927)

Corrado Govoni, quattro poesie

Corrado Govoni, poesie

Naufragio

Sul mio capo di naufrago
galleggiante sul mare nero della vita
afferrato a una tavola sfasciata
materna culla
vedo ancora ondeggiare le stelle
come un tenero ramo di mandorlo.
Luce di fuori mondo
o vertigine
degli abissi incantevoli del nulla?

.

Le cose che fanno la domenica

L’odore caldo del pane che si cuoce dentro il forno.
Il canto del gallo nel pollaio.
Il gorgheggio dei canarini alle finestre.
L’urto dei secchi contro il pozzo e il cigolìo della puleggia.
La biancheria distesa nel prato.
Il sole sulle soglie.
La tovaglia nuova nella tavola.
Gli specchi nelle camere.
I fiori nei bicchieri.
Il girovago che fa piangere la sua armonica.
Il grido dello spazzacamino.
L’elemosina.
La neve.
Il canale gelato.
Il suono delle campane.
Le donne vestite di nero.
Le comunicanti.
Il suono bianco e nero del pianoforte.
Le suore bianche bendate come ferite.
I preti neri.
I ricoverati grigi.
L’azzurro del cielo sereno.
Le passeggiate degli amanti.
Le passeggiate dei malati.
Lo stormire degli alberi.
I gatti bianchi contro i vetri.
Il prillare delle rosse ventarole.
Lo sbattere delle finestre e delle porte.
Le bucce d’oro degli aranci sul selciato.
I bambini che giuocano nei viali al cerchio.
Le fontane aperte nei giardini.
Gli aquiloni librati sulle case.
I soldati che fanno la manovra azzurra.
I cavalli che scalpitano sulle pietre.
Le fanciulle che vendono le viole.
Il pavone che apre la ruota sopra la scalèa rossa.
Le colombe che tubano sul tetto.
I mandorli fioriti nel convento.
Gli oleandri rosei nei vestibuli.
Le tendine bianche che si muovono al vento.

(poesie tratte dal sito Italian Poetry che si ringrazia — immagini dal web: in alto, Requiem, poesia crepuscolare; in basso, Autoritratto, poesia futurista)

*

Corrado Govoni, poeta italiano (Tamara, Ferrara, 1884 – Lido dei Pini, Roma, 1965). Poeta dai toni accesi e dall’ostentazione verbale, ma al tempo stesso di una tristezza disincarnata ed elusiva, percorse con originalità il complesso universo che si andava muovendo intorno alla “nuova poesia”, sorta nella prima quindicina del XX secolo, attraversando Pascoli e D’Annunzio, ma soprattutto partecipando direttamente al movimento futurista (collaborò ai Quaderni di poesia diretti da F.T. Marinetti) e facendo tesoro delle esperienze simboliste e tardo-simboliste in chiave impressionistica e crepuscolare. Un’ampia antologia delle sue Poesie (1903-59) ha curato G. Ravegnani (1961). Fece, da giovane, l’agricoltore e anche il commerciante; costretto, per rovesci di fortuna, a un modesto impiego, a Roma, visse lontano dal mondo letterario, pur appartenendovi in pieno per la copiosità di una produzione che, nella costante fedeltà ai propri motivi ispiratori, seppe trovarsi in sintonia con le correnti più vive del tempo. Pascolismo e dannunzianesimo confluiscono in misura egualmente larga nel suo originario crepuscolarismo (Le fiale1903Armonia in grigio et in silenzio1903; ecc.): il primo ravvisabile soprattutto nel suo amore per la natura, per la vita agreste, e nell’impressionismo nomenclatorio; l’altro, in quella sua sensualità visiva, che gli fa godere le immagini una per una, per accenderle poi e irraggiarle come fuochi d’artificio. Donde una certa affinità del G. col futurismo (Poesie elettriche1911L’inaugurazione della primavera1915; ecc.), e l’aspetto di filastrocche o “litanie liriche” che hanno i suoi versi (Il quaderno dei sogni e delle stelle1924Brindisi alla notte1924; ecc.). Migliori tuttavia i momenti in cui egli riesce a contenere tanta esuberanza e prolissità entro forme di canzonetta popolareggiante o vagamente epigrammatiche (Il flauto magico1932Canzoni a bocca chiusa1938Pellegrino d’amore1941Preghiera al trifoglio1953Patria d’alto volo1953Manoscritto nella bottiglia1954Stradario della primavera1958). Un’intonazione nobilmente elegiaca presiede invece ad Aladino (1946), compianto di un suo figlio trucidato alle Fosse Ardeatine. Il G. scrisse anche prose liriche (La santa verde1919), novelle e romanzi, sempre di un autobiografismo riversantesi in immagini e colori. Postuma (1966) è apparsa una nuova raccolta di versi, La ronda di notte. (Enciclopedia Treccani)

 

Osip Mandel’štam , A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo – traduzione di A.M.Ripellino

Osip Mandel’štam (Varsavia, 15 gennaio 1891 – Vladivostok, 27 dicembre 1938)

 A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo (trad.di A.M.Ripellino)

A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo
come se vi avessimo sepolto il sole,
e una beata insensata parola
per la prima volta pronunceremo.

Nel nero velluto della notte sovietica,
nel velluto del vuoto universale,
cantano sempre i cari occhi di donne beate,
sempre fioriscono fiori immortali.

Come una gatta selvatica s’inarca la capitale,
sul ponte sta una pattuglia,
soltanto un cattivo motore corre nella nebbia
e grida dannatamente, come un cuculo.

Io non ho bisogno del lasciapassare notturno,
non ho paura delle sentinelle:
per una beata insensata parola
io pregherò nella notte sovietica.

Sento un leggero fruscio teatrale
e un ah! di fanciulle –
e un mucchio enorme di rose immortali
sta tra le braccia di Ciprigna.

Ad un falò noi ci riscaldiamo dalla noia,
forse i secoli trascorreranno,
e le leggiadre braccia di donne beate
raccoglieranno la leggera cenere.

Chissà dove, le aiuole rosse della platea,
fastosamente rigonfi gli stipi dei palchi,
la bambola a molla di un ufficiale;
non per le anime nere e per i vili santoni…

Ebbene, spegni, ti prego, le nostre candele
nel nero velluto del vuoto universale,
cantano sempre le sode spalle di donne beate,
ma non ti accorgerai del sole notturno.

 25 novembre 1920

.

В Петербурге мы сойдёмся снова

В Петербурге мы сойдёмся снова,
Словно солнце мы похоронили в нём,
И блаженное, безсмысленное слово
В первый раз произнесём.
В чёрном бархате советской ночи,
В бархате всемирной пустоты,
Всё поют блаженных жён родные очи,
Всё цветут безсмертные цветы.

Дикой кошкой горбится столица,
На мосту патруль стоит,
Только злой мотор во мгле промчится
И кукушкой прокричит.
Мне не надо пропуска ночного,
Часовых я не боюсь:
За блаженное, безсмысленное слово
Я в ночи́ советской помолюсь.

Слышу лёгкий театральный шорох
И девическое «ах» —
И безсмертных роз огромный ворох
У Киприды на руках.
У костра мы греемся от скуки,
Может быть, века́ пройдут,
И блаженных жён родные руки
Лёгкий пепел соберут.

Где-то грядки красные партера,
Пышно взбиты шифоньерки лож,
Заводная кукла офицера —
Не для чёрных душ и низменных святош…
Что ж, гаси, пожалуй, наши свечи
В чёрном бархате всемирной пустоты.
Всё поют блаженных жён крутые плечи,
А ночного солнца не заметишь ты.

25 ноября 1920
immagine d’apertura: foto di Pavel Borisovich

.

Mark Strand, due poesie da L’inizio di una sedia

Mark Strand, due poesie da L’inizio di una sedia (Donzelli Poesia)

XVI*

È vero, come ha detto qualcuno, che
in un mondo senza paradiso tutto è addio.
Sia che tu saluti con la mano o no,

è addio, e se non ti salgono lacrime agli occhi
è addio lo stesso, e se fingi di non accorgerti,
odiando ciò che passa, è addio lo stesso.

Addio e basta. E le palme nel piegarsi
sulla laguna verde e splendente, e i pellicani
in picchiata, e i corpi lustri dei bagnanti che riposano,

sono stadi di un’immobilità estrema, e il movimento
della sabbia, e del vento, e le movenze segrete del corpo
sono parte dello stesso insieme, una semplicità che trasforma l’essere

in occasione di lutto, o in un’occasione
per cui valga far festa, perché che altro si fa,
nel sentire il peso delle ali dei pellicani,

la densità delle ombre delle palme, le cellule che scuriscono
le schiene dei bagnanti? Sono al di là delle distorsioni
del caso, oltre le evasioni della musica. La fine

è messa in atto senza tregua. E la sentiamo
nelle lusinghe del sonno, nella luna che matura,
nel vino mentre attende nel bicchiere.

*È per Brooke Hopkins. Il qualcuno cui si allude è Wallace Stevens.

.

Narrativa

Penso alle vite innocenti
delle persone nei romanzi: sanno che morranno
ma non che il romanzo finirà. Come sono diverse
da noi. Qui, la luna osserva ammutolita
tra nubi sparse la città assopita,
e il vento ammonticchia le foglie cadute,
e qualcuno – cioè io – sprofondato in poltrona,
sfoglia le pagine che mancano, sapendo che non c’è
molto tempo per l’uomo e la donna nella camera a ore,
per la luce rossa sopra la porta, per l’iris
che proietta la propria ombra sul muro; non molto tempo
per i soldati sotto gli alberi sul fiume,
per i feriti che vengono trasferiti
in città di retrovia dove resteranno;
la guerra che ha infuriato per anni finirà,
come pure qualsiasi altra cosa, tranne una presenza
difficile da definire, una traccia, come l’odore dell’erba
dopo una notte di pioggia o ciò che resta di una voce
che ci fa sapere senza sillabarlo
di non disperare: se la fine è prossima, anch’essa passerà.

(Traduzione di Damiano Abeni – in apertura: Mark Rothko, Four season mural)

.

— altri testi di questo Autore nel blog, QUI —

Juan Gelman, Usignoli di nuovo

Usignoli di nuovo, di Juan Gelman

nel grande cielo della poesia
o per meglio dire
nella terra o mondo della poesia che include cieli
astri
dei
mortali
canta l’usignolo di keats
sempre
passa rimbaud impugnando i suoi 17 anni come la fiamma di amore viva di san giovanni

a teresa si raddoppia il dolore e il suo cavallo sbriciola
la polvere innamorata di francisco de quevedo e villegas
il dolce garcilaso arde negli inferni di john donne
da césar vallejo cadono cammini lungo i quali camminano i piedi della poesia

piedi che calpestano silenziosi come un asinello andino
baudelaire tira giù un albatros dal suo regno celeste
con il frac dell’albatros mallarmé va alla festa del nulla possibile
suona il violino di verlaine nella festa del nulla possibile
ricorda

che il sangue è possibile nel mezzo del nulla
che girondo liublimará perrinunca lamora
e gireranno le barchette di tunòn
contro il metallo spaventoso che violò apollinaire

oh lou che disamasti l’eternità del viaggio
il palazzo dell’eccesso in cui entrò la saggezza di blake
il paco urondo che foderava di lamé la felicità
per evitarle il freddo dell’epoca

roque dalton che si arrampicava sull’albero più alto della sua anima e gridava “Rivoluzione”
e vedeva la Rivoluzione e la Rivoluzione era la sola terra ferma che vedeva
e javier heraud che se ne andò tenerissimo nella selva
e aprì la selva della bocca col suo torrente chiaro

e il padre darío che disse no agli yankye
come sandino disse no
e il fronte ampio della poesia e della guerra tornò a dir loro no
e nicaragua brilla nel suo esercizio di amare

martí che va e viene nell’aria con i cari morti
che vide volare come una rosa bianca
non vedi i miei compagni volare nell’aria ottanta anni dopo?
sei sveglio per poter continuare a dire no?

i morti si imbiancano come Maddalena quando
impastava il suo pane con più lacrime che farina?
fino a che venga il giorno?
il giorno in cui tutta l’america latina si solleverà lentamente?
amorosamente?
navigando come fanno i miei pianeti del sud?

ora canta l’usignolo del greco alla fine dei secoli
passa walt whitman con l’usignolo sulla spalla cantando in paumanok
passa il comandante guevara sulle spalle dell’usignolo
passa l’usignolo che si allontanò dalla vita silenzioso come un asinello andino

in rappresentanza di quelli che cadono per la vita
passa la luna dalle dita di rosa
passa saffo che protegge l’usignolo
che canta
canta
canta

(traduzione di Raffaella Marzano – per questo articolo si ringrazia il sito potlatch.it dov’è possibile leggere la versione in lingua originale.)

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Juan Gelman (Buenos Aires, 3 maggio 1930 – Città del Messico, 14 gennaio 2014) è stato un poeta, scrittore e giornalista argentino. Tra i maggiori poeti contemporanei di lingua spagnola, vincitore nel 2007 del Premio Cervantes, è una delle voci poetiche più amate del Latinoamerica, oltre che una figura di riferimento per intere generazioni nella resistenza alla dittatura. Nato a Buenos Aires da una coppia di immigrati ebrei ucraini, lascia gli studi universitari (chimica) e si dedica completamente alla poesia. Nel 1955 fonda il gruppo letterario El pan duro, costituito da giovani militanti comunisti, collettivo che nel 1956 pubblica il suo primo libro Violín y otras cuestiones. Nel 1963, durante la dittatura di José María Guido, è incarcerato insieme ad altri scrittori comunisti. Liberato, in seguito alle vibranti proteste del mondo politico e intellettuale, abbandona il Partito Comunista argentino e si avvicina ai movimenti peronisti-guevaristi (Fuerzas Armadas Revolucionarias).
A partire dal 1967 inizia la sua attività di giornalista per varie riviste nazionali e internazionali. Nel 1975 per decisione del suo stesso gruppo politico abbandona l’Argentina, per poter proseguire dall’estero l’attività di opposizione alle politiche repressive già in atto nel paese, rifugiandosi prima a Roma e poi spostandosi tra Ginevra, Madrid, Managua, Parigi, New York, per stabilirsi infine in Messico. Nel frattempo, in seguito al colpo di Stato militare del 1976, che andava sotto il sinistro nome di Proceso de Reorganización Nacional il regime militare argentino sequestra e uccide suo figlio Marcelo Ariel e sua nuora Maria Claudia García Iruretagoyena, genitori di una bimba nata in carcere e della quale si perde ogni traccia. Grazie all’intervento di vari capi di Stato, la cui protesta è pubblicata su Le Monde, nel 1988 Gelman viene sollevato da ogni pendenza giudiziaria per la sua militanza di sinistra. Tuttavia Gelman respinge l’indulto promulgato dall’allora presidente argentino Carlos Menem, atto “di grazia” che contemporaneamente lasciava impuniti numerosi responsabili delle torture di quegli anni.
Nel 1990 vengono identificati i resti del figlio Marcelo, ucciso con un colpo alla nuca e sepolto in un bidone riempito di sabbia e cemento. Nel 1999 Gelman ritrova la nipote scomparsa, data in adozione a una famiglia di Montevideo. Insieme alla nipote, che ha poi ripreso il nome dei suoi veri genitori (Macarena Gelman), ha portato avanti una battaglia civile per il riconoscimento dei diritti giuridici delle famiglie dei desaparecidos. Per oltre vent’anni, e fino alla sua morte (avvenuta all’età di 83 anni per una mielodisplasia), visse a Città del Messico con la seconda moglie, la psicologa argentina Mara La Madrid. Nel 2007 gli è stato attribuito il prestigioso Premio Cervantes. Le sue opere sono state tradotte in numerose lingue e pubblicate in tutto il mondo. Alla sua morte il governo argentino ha decretato tre giorni di lutto nazionale, a onorare nella sua figura quella di chi seppe mantenere limpida la richiesta di giustizia e alta la dignità e la memoria di un’intera generazione spazzata via dalla brutalità della dittatura. Per queste ragioni in Argentina la sua persona è molto amata e riconosciuta, la sua opera, anche quella giornalistica, è diffusa e studiata, messa in scena e musicata.

Remo Pagnanelli, sei poesie da Quasi un consuntivo

Remo Pagnanelli, Quasi un consuntivo (1975-1987)

[2017, Donzelli Poesia, a cura di Daniela Marcheschi]
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Il vento che a notte sbatte
e mi ricede distanti sillabe e voci
del dopofesta non è più
quel fresco alitare del mare
nella stagione dove s’indora lontano
un cammeo adesso canuto: s’intiepidisce
e smotta un altro ciuffo verderame di fiato e di calore.
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Io posseggo stasera
ogni ricchezza e le gesta
degli eroi carnevalizi
riannodo al mio capo,
ghirlande vive d’un trionfo,
perché amo, amo fino all’estenuazione
almeno questo non effimero fulgore di morte.
da Canti privati, in Epigrammi dell’inconsistenza (1975-1977)
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ascolto questa voce in me
che pure addormentata
non vuol morire
e s’apre
come la gibigianna in fuga
al fuoco bianco dell’alba
irridente su tutto quel grigiore
mentre teneramente collutta col tramonto
e si lamenta l’astro esangue
che rossastramente indica
i ponti e le porte d’acqua
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l’ultimo bagliore della mente
(che d’altronde mente), configura
gli assalti d’un unico dio.
Possiamo perderci nelle foschie
di un duello risolutore,
(con quale accanimento ci misuriamo,
con una tenacia che mai possedemmo).
L’abisso solo esalta il godimento,
esulta e insulta nel tradimento.
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Nell’opacità che segue,
credo all’organatura retorica
del sano animismo, alla finzione
di un non sublimato onanismo.
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chiedo all’Angelo dello Sterminio,
la cui bellezza è offuscata,
di finirmi presto, scegliendo
lui il fondale, quello idillico-ironico
di un soffitto dalle lunette rosa e blu,
rifiatato al mattino da un fascio di pulviscolo
dove riflettono gli archetti grassocci
di pittori dimenticati
da Preparativi per la villeggiatura (1985-1987); sotto, quarta di copertina.

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Remo Pagnanelli, poeta e critico letterario tra i più complessi della sua generazione, nasce a Macerata il 6 maggio 1955, dove muore il 22 novembre 1987. Nel 1978 si laurea cum laude in Lettere moderne con una tesi su Vittorio Sereni. Nello stesso anno esordisce come poeta con la plaquette Dopo, cui fanno seguito nel 1984 Musica da Viaggio, nel 1985 Atelier d’inverno e il poemetto L’orto botanico, per il quale è tra i sei giovani poeti vincitori del premio di poesia internazionale “Montale 1985”. Vengono pubblicati postumi l’ultima raccolta di versi Preparativi per la villeggiatura ed Epigrammi dell’inconsistenza. L’opera poetica di Pagnanelli è stata raccolta nel volume complessivo a cura di Daniela Marcheschi, Le poesie. On line si segnala il sito http://www.remopagnanelli.it/biografia.htm.