Zero al quoto di Fabrizio Bregoli letto da Angela Greco

Zero al quoto di Fabrizio Bregoli letto da Angela Greco

Si apprende dal vocabolario che in aritmetica, “quoto” è il quoziente esatto, senza il resto, e l’espressione utilizzata nel titolo – zero al quoto – indica una potenza con base zero elevata a zero, ossia qualcosa di impossibile da risolvere, che, al di là dei dibattiti tra addetti ai lavori numerici (a cui pure l’autore, laureato con lode in Ingegneria Elettronica, con buona probabilità è avvezzo), sconfinando in problemi di ben altra natura da quelli meramente matematici, giustifica la materia sottesa al titolo stesso, la poesia. Tralasciando le peripezie di pensiero con cui Fabrizio Bregoli dà il benvenuto al lettore della sua opera, Zero al quoto (Puntoacapo Editrice, 2018), per i profani in matematica come me, quello zero, di cui, appunto, nel titolo, attrae, affascina e, dopo aver letto l’impegnativa prefazione Vincenzo Guarracino – il quale pure tenta un dipanare la matassa inerente titolo e silloge – conduce subito alla lettura dei versi, domandandosi se, casomai, quello zero non sia fondamentalmente un punto d’inizio di un’argomentazione poetica, che fin dai primi versi l’autore intesse con testi densi, finalmente lunghi (per questo momento poetico, che preferisce la rapidità di testi fruibili come tweet) e articolati, narrativi a loro modo e che predispongono il lettore ad un ascolto meditato e per forza di cose lento, coadiuvato da esergo, che invitano all’approfondimento dell’ultima poesia italiana d’autore. Con Zero al quoto occorre stare in poesia; non si può altrimenti.

Il primo testo, “Detto? Taciuto appena” titolato in corsivo e collocato al di fuori delle sezioni che compongono la silloge, ha l’aria di una introduzione per il lettore, una presentazione a tutti gli effetti, un presentare e presentarsi in Versi. Foggia o marchio per la memoria fino a domandarsi Eterno quest’istante? / Eterno. Fragile ed eterno e a far comprendere, a mio avviso, che è dell’incontro proprio con la Poesia che si sta dicendo.

“Gli uomini (o la loro ipotesi)” è la prima sezione del libro; subito, la prima poesia (Sapere di te) commuove; un’analisi lucida della realtà, consegna quest’ultima a chi verrà, consigliando quella stessa calma e mancata fretta di cui si è detto poco prima (Non avere fretta, qui tutto scalcia / conoscerai astio, menzogne d’uomini / impietoso linciaggio d’anni, tu / fanne limo profondo di sapienza / verità, come di provvida pioggia / rettitudine e inalterato amore); nel dialogo che il poeta intraprende nei primi due componimenti con un nascituro (La tua presenza è l’eco d’una voce / smorzata nei brevissimi centimetri / sull’esile attorciglio del funicolo) si tenta una prima ricognizione del presente, iniziando proprio dagli esordi dell’essere umano, il concepimento, affermando che La vita è il nulla che le dà principio / l’assurdo che s’intrude nel possibile, per poi subito dare luogo ad una speculazione a tratti filosofica sull’esistenza, portata al lettore anche con metafore efficaci, come si legge in “Consumazione obbligatoria”: E indifferente / se fosse oste o avventore […] se banco o giocatore in quella riffa […] / O era questo suo scoprirsi nessuno / escluso ad ambo i giochi / a riassumerli entrambi?, per giungere, in “Fosse poesia”, ad una chiara esposizione di quella visione nichilista di cui ampiamente nella prefazione: Fosse poesia potrei indugiare / su qualche vezzo cromatico […] / Ma questa scena è minima, assoluta / non si concede appello, assoluzione. / Lui siede agli scalini, tra i piccioni […] / lo sguardo arrovesciato su detriti / di storie, ciò che ne resta tra le unghie / sudice, un bicchiere, stente monete. / Chiede nuda evidenza del suo esserci. // E non serve una poesia, un altro alibi. Nella poesia “Quei ragazzi”, che chiude la prima sezione, è riproposto, nell’ultimo verso, l’istante come unico momento positivo – nel fermo paradiso dell’istante –, ma, tuttavia, senza troppa convinzione.

“Iconoclastie” è l’evocativo titolo della seconda sezione, a “sfondo artistico” viene da dire, nella quale l’autore distilla versi dall’analisi metatestuale di alcune opere d’arte e che si apre con una originale poesia intitolata ad un iconoclasta dei nostri tempi, il personaggio (Làszló Tóth), che nel 1972 vandalizzò la Pietà di Michelangelo, dal cui gesto il poeta trae spunti di riflessione, che vanno davvero oltre il primo impatto con l’atto in sé: Non diverso da affrancare una lettera / o rimboccare le coperte. Fu / la più nuda delle necessità / liberare dalla materia il simbolo. Come / sgomberare una nube dalla fronte. // E quindi estrarne la vena esatta / imporvi la ferita salutare / la grazia rude d’una perdita. / E non restarne vuoto / simulacro, vitello d’oro. // Fra cruna e spazio, lì dove si ferma / l’arduo della luce: solo saperlo / incidere, per lasciarvi una firma / nel sordo martellare del minuto. In questa sezione, degna di nota è il componimento Pietà Rondanini, cesellata, prima dagli occhi e poi dalla poesia, in maniera davvero superba e chiusa con un verso (Guaiva un tram. Poco più in là il Castello) a cui fa eco il poeta stesso costretto a dover lasciare tanta alta materia. Tutta la sezione è votata a far emergere il lavorio di sottrazione, di eliminazione, di trattenimento solo dell’essenziale, detto in versi come Per questo scelsi minima / l’arte, perfetta / la sottrazione (“Concetto spaziale. Attesa”) o L’approdo d’una vita è la cesura (“Pietà Rondanini”) o, ancora, Nello sbiadire d’ombre, di colori / lo sfondo bianco è il cuore che governa / il fulcro esatto, il ganglio del restare (“In questa consuetudine la fede”), alla luce dei quali occorre mettere in evidenza che tutta la poesia di Fabrizio Bregoli ha motivo di esserci, nel senso che non vi è traccia di barocchismi o di superfluo, ma ogni termine, dal più comprensibile, al più difficile, è preciso, utile.

La sezione successiva, “Memorie (da un futuro)” prende il titolo dall’ultimo verso della prima poesia, “Cassandra”, che recita, nel finale, E già scioglie grumi di secoli, scempi / di madri al rogo del loro respiro, /    mutilazioni d’angeli, ed esodi / di moltitudini, e scie di cani. / Lacerti d’un altrove, memorie da un futuro e annovera componimenti dedicati a personaggi e tradizioni differenti, accomunati da un’aurea di sacralità e misticismo, nonché dall’ombra di una madre – maternità, che permea molti testi, e testi più vicini alla realtà del poeta, quali l’impietosa “Centro storico” o “Destinazione d’uso”, che racconta la mutata destinazione, appunto, dei territori della Brianza, nei quali sembra emergere una sorta di ‘rabbia’ contro l’attualità edile, contro la costruzione come manufatto, che poi è memoria e ricordo e, come tale, dovrebbe godere del rispetto opportuno ad opera dell’uomo, il quale non viene risparmiato nelle altre poesie di questa sezione, in un crescendo, che dal passato addiviene ad un futuro felliniano, visto come una rivista, con tanto di personaggi caratteristici, da cui non è escluso nemmeno l’attuale presidente degli USA (Per chi mai custodire questo strenuo / gemito d’alba, un diamante di fiato / che v’incida gola a gola uno spazio / inviolato, una scoria d’orizzonte? […] / E si reclina il viso, s’alza il bavero / ci si rinserra a stento tra le spalle / a un polline di voce che ci assista / in un falsetto a litania di ieri. / Cerea l’alba, di scena la rivista. / Ballerine Nani Trumpolieri, “D’una mattina d’equinozio e spoglio”).

Dopo l’onda di “Memorie (da un futuro)” è la volta di “Diversa densità degli infiniti”, a suo modo mareggiata parimenti, nel senso di carrellata dal ritmo più rapido intrisa di personaggi, rimandi e ricordi di anni vissuti dalla generazione dal poeta, che sembrano in qualche modo voler allentare la morsa di questa poesia importante, capace di calamitare su di sé l’attenzione senza sforzo. Nella sezione, anche se è difficile estrarre una poesia su tutte, attrae “Autarchie”, di cui riporto la prima strofa: Nevica. Bianco che frastorna, libera. / Spazio che la mente rigoverna, ordina. / Che sia questa l’arte: precipitare / come germi d’acqua che cristallizzano, / s’affidano al rigore, a geometrie / spezzate, omotetie frattali. / Esagonalità singolari, uniche / a ripetere la stessa norma, il canone […] Credimi nessuna  / altitudine, semmai la surroga / a quella prima, nostra falsa vita  che, di fatto, riconsegna al lettore il rigore, l’ordine che il titolo matematico presupponeva, ammettendo che tanto non derivi già da qualcosa di esterno, quanto piuttosto sia specchio di qualcosa che già si possiede (autarchia, nell’etimologia sta ad indicare “basta a se stesso”), ricentrando il cardine della poesia di Zero al quoto sull’asse uomo-nichilismo (Nulla credimi // si sconta vivendo, nulla redime. / Nemmeno la bellezza di legge in chiusura di “Leni Riefensthal”).

La sezione “Amba Alagi” propone poesie, come accaduto nei testi appena precedenti, che hanno perso il titolo e si apre con questi versi: Le cose non ci pensano. Le tedia / il nostro agire d’uomini, ridurle / ad appendice, semplice strumento. / Hanno l’antica nobiltà dell’attimo / un’araldica di gesta ovvie, minime, nei quali si conferma come unità di misura del tempo (pur leggendo in un altro testo della stessa sezione, che il tempo non ha coniugazione) l’attimo e si rimarca il concetto di minimo che, dopotutto, è quanto di più prossimo allo zero si possa intendere; Ma pure un piatto sbreccato, una spilla / un guanto liso, un pettine rivendicano / talvolta dignità a esistere, intrudono / nella geografia consueta di anni / la deriva d’un continente prossimo […] / Dopo, tornano al loro buio buono / al santo anonimato dell’oggetto / nell’assoluto garbo del silenzio, silenzio dove sembra voler approdare anche il poeta, il quale in un componimento successivo scrive: fino a giungere, tutti e ognuno, ad una / regione di mezzo, una zona franca. Ad una terra esatta, impareggiabile, in un sottotono smentito soltanto dai rimandi di cui la poesia è felicemente intrisa. La sezione sembra la meta di un lungo ragionamento dipanato per oltre cento pagine, che giunge, dopo tanto peregrinare, a dire Difficile credere / a come la più opaca consuetudine / possa diventare – ora – irripetibile, ossia ad attribuire anche alla più insignificante delle cose, un valore per cui valga la pena vivere, nonostante l’inasprirsi di una mancanza di luce, come nei versi: Nulla di nobile / – viviamo forse delle nostre perdite – / nulla di utile o appena comprensibile. / Ma comunque scriverne. / Arte del dimenticare.

 “Per una poesia possibile” è la sezione che chiude questo denso lavoro di Fabrizio Bregoli e rappresenta una sorta di dichiarazione poetica, in cui l’autore esprime il suo punto di vista sulle forme della poesia, ma anche una sorta di saluto, ancora intriso di pensiero e riflessione, questa volta su una fine ben più grande: Il tarlo dell’addio t’accompagna / così s’impara a morire / sopravvivendo alla consuetudine / dell’ora, del non detto / qui, nella disequazione di parole / e senso, se solo nella provvisorietà  / del tempo è commiato (“I limoni del Garda”), congedandosi dal lettore con questa poesia, magistrale riassunto dell’intera silloge:

         È tutto qui.
Ci s’assottiglia, il garbo d’un asintoto
dove la curva stromba nel suo ignoto
a gradiente rapido, senza antidoto. 
Nell’interstizio fra virgola e intero
punti di flesso fra altrimenti e vuoto,
ennesima potenza a base zero.
.
Sieben acht gute Nacht
Neun zehn auf Wiedersehen.

[Angela Greco]

in apertura: opera di Steven Kenny
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Degli horti romani (poesie minori) di Natalia Stepanova letto da Angela Greco

Degli horti romani (poesie minori) di Natalia Stepanova letto da Angela Greco

Degli horti romani (poesie minori) – Ensemble, Roma, luglio 2019; prefazione di Giancarlo Pontiggia – è la nuova silloge di Natalia Stepanova; una raccolta, che giunge dopo cinque anni dalla pubblicazione precedente (“Il sentimento barbaro”, La Vita Felice, 2014 – qui) e che  sin dal titolo rende manifesta la “natura”, mi verrebbe da dire, di questo libro, collocandone la genesi nella campagna romana, dove l’autrice vive ormai da qualche anno, lontana dalla città e a stretto contatto con il verde, in un luogo di produzione, raccoglimento e riflessione.

Riflessione, anzi, riflessioni, confluite nelle poesie che oggi presenta ai lettori, in quello che, di fatto, è un giardino-orto dalle molte essenze, dai molti frutti e dai molti colori e profumi; pagine, che sembrano redatte nell’atto di compiere una passeggiata, pensando ad alta voce e riportandone i frammenti sulla carta. Francamente sfugge il senso del sottotitolo riportato in copertina, poesie minori, poiché non si trova esplicitato il termine di comparazione. Forse un rimando ad una certa tradizione, un atto di modestia, un auto-giudizio dell’autrice, chissà; ma lasciamo serenamente alla Poesia anche i suoi aspetti insoluti, com’è giusto che sia.

Il primissimo verso – No, non oggi, moriremo domani. – posto quasi come un esergo, istruisce subito il lettore sull’argomento principale, che si svilupperà nei vari testi, sottolineato ancora meglio dai primi tre versi della prima poesia, così come pure Pontiggia nella prefazione mette in evidenza: A dirotto, autunno, piove. / In mezzo agli uliveti stanno / Le anime dimentiche dei morti ovvero una riflessione sul rapporto tra il vivente (rappresentato dal poeta) e i defunti, evocati in varie scene, come entità sempre e comunque presenti anche nel quotidiano e legate alla vita. La chiave, invece, dell’intero scritto, si inizia a leggere tra questi versi: «Ecco, il cuore è – dicono – / Anche per i non più vivi. / Ah, il cuore! – sospirano – / È la più importante cosa, / È il primo nome», dai quali si evince che di poesia d’amore si tratta, questa di Natalia Stepanova; una poesia che sottolinea la vita (Prima del nero assenso, / Le amorose tessere / Della vita – compongo –), nelle ricorrenti rose che pure si incontravano nella pubblicazione precedente, parlando del suo opposto.

Ha l’andamento di un’indagine svolta dal poeta, che spesso nei versi è morto anche lui, questo libro: un domandare e domandarsi sul tema dell’oltre vita, quasi un tentativo di convivenza con l’inevitabile e una lunga riflessione, che a tratti incupisce, ma che risulta utile momento di sosta nella frenesia quotidiana e utile spunto di riflessione, come nei versi che seguono (pag.26 e pag.44):

Abbiamo attraversato
Cieli e mari di morte,
Approdando alla terra.
La morte da sempre
Vi abita, senza rispettare
I desideri dei vivi.
C’è forse un altro modo
Per non temerla?
Oh, fosse dolce e quieto
Il suo volto come
Una promessa che viene
Alla sera estiva
E placa la sete.
C’è forse un altro modo?
.
——
.
Il muschio e la pietra,
La ruggine e il corallo –
L’albero del melograno
Chiama l’edera. 
Le rose e i terremoti 
Sotto il segno di Mercurio, 
La voce del corvo risponde,
Nella terra del confine –
Sola – Io canto
.

Simboli, significati, evocazioni e rimandi in versi brevi, che man mano evidenziano la figura del poeta, come essere che abita e vive il mondo, ma che fondamentalmente è solo con il suo grande fardello, quello di vedere quel che altri non vedono, di cui rende noto attraverso i propri scritti; vi è un senso panico nei versi di Natalia Stepanova, un coinvolgimento di tutti gli elementi naturali e sovrannaturali, una religiosità non indifferente e una ricerca di comprensione degli accadimenti, appellandosi a quel che è di più dell’essere umano, come si legge, ad esempio, a pag.53:

Negli occhi dei poeti i mondi morti
Rimangono vivi in eterno.
Non giratevi mai a guardare
Le fiamme di Sodoma e Gomorra –
Potreste vedervi pietrificati.
Le lanterne rosse fanno strada
Nei vicoli maleodoranti:
Il buio dei secoli non è mai andato via
E il tempo non ha corso in macchina,
Inseguendo il sogno di essere dèi –
E nemmeno un dio è fuggito
Con le proprie gambe lì, dove noi
Abbiamo fotografato Marte
E bevuto l’acqua che non ha mai
Cambiato il corso dei suoi fiumi,
La luna è sempre stata sola 
In cima alla torre di Babele –
Crocifissa, si schiude l’ultima rosa, 
Tace il giardino, dormono i suoi fiori –
E sulle rose furono dette menzogne
E sull’amore scrivemmo cose non vere.
.

A pag.54 la domanda, dopo tanto aver detto, emerge sincera e chiarissima: Si è mai pronti a morire? […] / Parole antiche: / «Non temere, / Morire è solo andarsene, / Distante da questi luoghi / E da troppe parole / Che non serviranno». Ma morire è comunque continuare ad amare e ad essere amati, con sincerità e lontani da qui meccanismi che avvelenano la vita, che la complicano e la rendono triste, sembra voler sottolineare il poeta, che, di tanto affanno terreno, salva l’atto, il gesto, il ricordo d’amore purificato dalle negatività e ormai assunto come ponte tra due mondi, svelandolo nell’Amore per eccellenza, quello di Dio (pag.59):

Mio Dio, non mi abbandonare
Su questa terra di fatica e morte,
Signore mio Dio, non allontanarmi
Dal Tuo volto, dal Tuo verbo d’essere.
La morte terrena ci è dovuta
Ma tra i vivi il Tuo nome,
In ogni istante e in tutte le creature,
Appare consolatorio e placa la furia
Dei senz’anima e dei senza corpi.
Signore, io sono qui, nel giardino
Di alberi e di fiori che hai voluto per me –
Io non credo nella eterna morte,
E nella notte l’anima mia è con Te.
.

Degli horti romani è un compendio di terra e cielo, difficoltà umane e speranze divine, una corda tesa tra due realtà solo apparentemente antitetiche; un canzoniere in cui esseri umani, culture, fiori, elementi naturali e paesaggistici, quotidianità e entità sovrannaturali convivono senza scontrarsi, lievi e liberi di dire ognuno la sua, a maggior comprensione del mistero più grande, più fitto, di cui non siamo che un momento, magnificamente e lucidamente riassunto nei versi di pag.82:

Non essere triste –
È solo poesia,
E ogni cosa passa –
Non puoi fermare il dolore,
Non puoi fermare la gioia
E non a tutti è dato di amare –
Non essere triste,
È solo vita, è solo morte.  

[Angela Greco]

(immagine d’apertura: Villa di Livia, affreschi di giardino, parete corta meridionale – dal web)

Vita trasversale e altri versi (2017-2019) di Felice Serino letto da A.Greco

Felice Serino (Pozzuoli, 1941), in questa prima metà del 2019, offre ai lettori una nuova raccolta di versi – Vita trasversale e altri versi (2017-2019) – densa, corposa e sempre degna d’attenzione, nella quale mette nero su bianco, oltre ai suoi distintivi temi, anche la grande voglia di comunicazione e condivisione, che da sempre caratterizza la sua poesia, fruibile on line in un susseguirsi di confronti in siti e riviste, luoghi telematici e persone, utili senza ombra di dubbio alla crescita dell’autore, unitamente al suo interesse fine e svariato per la lettura. Di quest’ultima opera è interessante segnalare l’apparato di note critiche e recensioni (riferito alle più recenti pubblicazioni) che chiude il testo: una raccolta di autori, che hanno letto e condiviso la poesia di Felice Serino, che hanno seguito i suoi passi, fino all’attualità, momento ancora in divenire, testimonianza della continua ed efficace formazione dell’autore. Ecco, la lettura dei versi di questa Vita trasversale dovrebbe iniziare da qui, dalla consapevolezza di essere in cammino, in transizione tra due mete e con la voglia sempre viva di procedere, di essere un ponte gettato tra un ricordo e un sogno, tra l’accaduto e la speranza, tra il vissuto e l’augurio per il domani.

Il libro è articolato in tre parti (Vita trasversale, Trasparenze, In un remoto altrove) che raccolgono ‘percorsi’ utili ad orientarsi tra le oltre cento poesie raccolte negli ultimi anni di scrittura. Una lettura impegnativa dal punto di vista fisico, ma scorrevole e interessante all’atto pratico, che conferma Felice Serino autore prolifico e disponibile a mettersi in gioco, al grande tavolo della poesia contemporanea, ad incontrare il punto di vista altrui sui suoi componimenti asciutti, concisi, dal verso breve, in assenza di punteggiatura e punto finale, confermandosi, inoltre, fonte sempre viva di input supportato in quest’ultimo lavoro dall’efficace presentazione di Donatella Pezzino, che pone l’accento – che condivido, come in altri scritti già detto – su quel che è il cardine della poetica di Serino, scrivendo: “Qualsiasi cosa saremo, siamo stati amore, ed è questo ciò che potrebbe sopravviverci. L’amore, eterno e ubiquo, ha una forza pari soltanto a quella della fede.” Dunque, poesia che vince il tempo mortale, come l’amore vince tutto e, facendo eco alle parole di Virgilio, a noi non rimane che arrenderci all’amore e alla poesia, mi permetto di aggiungere, riportando in compendio alcuni versi: una farfalla è una farfalla ma / tutto un mondo nella sua essenza // la natura / riflesso del cielo è preghiera / ogni respiro ogni sangue / vòlto verso l’alto è lode // l’anima nel suo profondo / in segreto s’inginocchia e piange (“Tutto è preghiera”) e, anche: Infinite vite infinite vite possibili / ha forse l’anima quel che è detto da taluno / l’essere moltiplicato // mai si chiude il cerchio? // è come traversare innumerevoli / porte nei meandri dei sogni / o abbandonarsi a visioni / di déjà vu // non si chiuderà il cerchio se / come si sa / è del Demiurgo un continuo creare / infiniti / mondi-entità col solo sognarsi (“Infinite vite”), che ben evidenziano il senso finale della poesia di Felice Serino, unitamente ad un senso di pluralità al quale è difficile sottrarsi.

Le poesie della prima parte, Vita trasversale, sono un inno allo spirito, alla preghiera e alla Luce, in cui si incrociano e sovrappongono dediche a questioni religiose e a persone scomparse, confermando la forte fede dell’autore, nutrita di rimandi filosofici, occidentali e orientali, supportata dalla costante presenza di entità extra corporee, angeli e sogni, in forza alla poesia stessa, che racchiude anche una bella sezione dedicata alla Musa, da cui deriva la Poesia stessa, in cui Serino ci lascia intuire il suo concetto di poeta e poesia.

Trasparenze, conferma i temi della prima parte, con versi più concreti, ma sempre qualche passo più in alto del suolo calpestabile, adornati di ricordi ed esperienze, in una deriva verso i tempi moderni: anneghi / nell’effimero d’una vita marginale // tenti nell’indaco prove di volo / -fino a che dura il sogno // da quale parte è la verità ti chiedi / nei momenti lucidi (“Prove di volo”); oppure: combatti contro i mulini / a vento delle ipotesi / ti vedi quel filo d’aquilone / tenuto da un bambino e / toccare il suo cuore e il cielo // o quel bimbo ti vedi / tenuto dal genitore per mano // o ancora -tra fremiti d’ombre- / quel figlio prodigo / che ti torna in sogno: che anni / scavalca a ritroso // per chiedere perdono / al padre sul letto di morte (“Ipotesi dell’impossibile”); in “Se avranno voce” si legge: ed è pleonastico il tuo dire /  i tempi son cambiati e / alle piante seccano / i timidi germogli // i pesci son gonfi di plastica e / i cieli di cenere / e i mari piangono coi miei occhi // lasciare parlino i fatti / se voce avranno / in una -lesta?- inversione di tendenza .

L’ultima parte del libro, intitolata In un remoto altrove, sembra riassumersi nei versi di “Indivisa sostanza”, che recitano: sono indivisa sostanza / dimora delle origini / porto il respiro di voci / tra ramate ombre // nelle trame del vento / lascio si dilegui la morte / mi vivono nella carne / illimitati cieli // mi ustiono di rosacea luce, in una ricognizione del proprio operato e del proprio sentire, spaziando dall’arte ai fremiti di un cuore che non smette di scrivere ed essere poesia, una via di riflessione e un punto d’appoggio, forte del suo percorso anagrafico ed esperienziale, che concede al poeta di poter dire, in chiusura, che “Tutto è ancora possibile”. [Angela Greco]

.

Tutto è ancora possibile
.
ti senti altrove e il più
delle volte fuori dal coro
.
ti chiedi se -nell’ordito della vita dove
si spezza la parola- ti sei perso
qualcosa – vorresti allora
rovesciarti come un guanto
.
riconoscerti come il
fuori del tuo dentro
.
aprirti a un’ alba che
diradi questa
corolla di tenebre
.
e sai che tutto
è ancora possibile
.
.

Frange di interferenza di Teresa Valentina Caiati letto da Angela Greco

Nota di lettura redatta per Versante Ripido – Blog

Frange di interferenza di Teresa Valentina Caiati letto da Angela Greco

Edito nel 2018 da Eretica Edizioni, Frange di interferenza di Teresa Valentina Caiati è una silloge in cui il carattere dominante è l’eterogeneità per sovrapposizione di molti piani argomentativi e stilistici. L’autrice, nata a Bari e occupata come insegnante di educazione musicale a Milano, “ricrea attraverso la musica, il connubio con la poesia, sua profonda passione” (quarta di copertina) e di tale fusione di caratteri si ha ampia visione nei testi di questo libro, in cui, tra versi brevi e metrica libera accompagnata spesso da rime baciate, si spazia da componimenti brevissimi (Distanza \ o \ forse solo \ il ritmo \ dell’\   Assenza) in cui pare esserci un azzardo di verso, un input, un flash (E’ \\ pur sempre \ Silenzio \ l’ \ impeto \ d’ \ un \ Impulso intitolata non a caso “Input”) a componimenti più compiuti, in cui il verso dà soddisfazione al lettore (Regalerei un sonaglio \ al gatto di Schrödinger \ ché m’avvisi del suo ultimo istante, \ e poi gli regalerei istanti \ per costringerlo ancora a suonare.), affiancati dalla scelta ardita dei tanti arcaismi (spesso giustificati dal titolo, ad esempio, del componimento, come accade ne “La Vecchia Signora Quercia”) presenti nella silloge, frutto della vocazione alla sperimentazione dei poeti che guardano alle avanguardie tra cui, come si legge sempre nella quarta di copertina, si annovera il lavoro di scrittura e musicale di questa autrice (“sue composizioni sono state incise ed utilizzate in video e performance artistiche d’avanguardia”). Avanguardia, che viene alla luce anche in due testi riportati in pagine affiancate, (pag.38 e 39, ‘La Storia’ e ‘Big Bang’), dove l’uso crescente e decrescente della grandezza del carattere tipografico – di la ta zio ne a pag.38 e dissoluzione a pag.39 – richiama senza troppo sforzo le poesie visive della seconda metà del secolo scorso, attuando una scelta interessante, oggi, dal punto di vista meramente grafico, ma più interessante, se riferita alle competenze musicali dell’autrice (diplomata in pianoforte e organo), che in tal modo rende visivamente al lettore un aumento progressivo d’intensità, che ricollega, come detto in apertura in riferimento al lavoro e alla passione di T.V. Caiati, musica e poesia.

La silloge, fruibile e non difficoltosa, che consegna al lettore un forte senso di incompiutezza, quasi fossero raccolti momenti da approfondire in altro tempo e altro luogo, è un quid scritto con ricercata cura intorno a temi esistenziali, con richiami e rimandi filosofici (ad esempio, ‘Numero elevato a potenza’, in cui si legge: Ognuno cela, \  dentro di sé, \ un numero elevato a potenza \ a cagione dell’errore \ che perenne si reitera. \ Quel numero elevato a potenza \ racconta delle mie false partenze, \ le infinite rincorse \ tra la cecità di un mondo indifferente. \ È uno specchio in cui si riflette, prepotente, \ la mia immagine del Niente.), in cui vengono ripercorse esperienze personali in controluce, filtrate dall’analisi e dal senno del poi, spaziando da campi vicini a orizzonti lontanissimi, dove non sembra esserci volontà di consegnare al lettore messaggi precisi, quanto piuttosto voglia di interferire con il lettore stesso, lasciando incespicare quest’ultimo tra gli elementi di questa scrittura.  [Angela Greco AnGre]

***

Alcuni testi estratti da Frange di interferenza (Eretica Ed.,2018) di T.V. Caiati.

Energia rinnovabile (pag.14)

Faccio breccia nel cuore della poesia
e, spavalda,
insegno al vento a soffiare,
alle nuvole a navigare,
all’acqua a sgorgare,
e, mentre tutto scorre,
pianto i miei piedi nell’arsura della terra
perché lì, immobile,
possa nutrirmi di linfa vitale.

*

La Vecchia Signora Quercia (pag.25)

Dal letto del fiume
in su pe’ i pendii
correvan, lesti,
suadenti richiami al tempo che fu,
arcani bisbiglii di ridente giovinezza
che render volea la sua virtù.
Ombreggia ancor
maestosa,
la vecchia signora Quercia,
e, all’udir del frastuono
danza in su pe’ i pendii
a mostrar che leggiadria
è simil nomen di saggezza.
A lor che vagano d’una riva all’altra del fiume,
cantando giovinezza,
sollecito a mirar l’agevole arbusto
che, silente, movesi pe’ i pendii.
Non mi par fatichi a raggiunger la vetta,
loro credono ancor di vincere una mente sì sa-
piente?
Le lor soavi membra, ignare,
narran la genesi del tempo che fu,
ma non s’inebriano
all’udir l’eco della loro essenza.

*

L’Utopista (pag.31)

Dell’effimero
si nutre
colui che possiede
il cielo
in terra.

*

S_Legami (pag.47)

Codesta è un’ode
a quel che resta indietro
e avrà vita autonoma.
A quel che mai più sarà mio
e non tesse legami con i miei pensieri.
Si sceglie di vivere
e si vive scegliendo,
lasciando indietro tutto,
e il tutto vive,
scelto e disciolto
da me, e partorisce
idee nuove e autonome,
dimenticando ogni legame,
e quel che scelgo vive, invece,
solo e pregnante del tutto
che, immemore, vive autonomo.

Rondò di Franco Pappalardo La Rosa letto da A.Greco

Uscito per i tipi Mimesis Edizioni nel 2012, collana narrativa / meledoro, Rondò di Franco Pappalardo La Rosa è una raccolta di tre racconti lunghi, frutto di una selezione di opere precedenti rivedute e riaffidate al pubblico dopo anni in cui si è resa difficoltosa o impossibile la reperibilità dei testi originari. Una scelta audace e “segno di un’incontentabilità onestà e dunque rara”, come scrive Giovanni Tesio nella nota di chiusura al testo, apprezzabilissima per quel ritorno sul proprio lavoro, capacità non comune in effetti, per meglio affinarlo e consegnarlo a nuovi lettori, come rappresentanza di un tempo passato da non abbandonare e, quindi, interpretando al meglio il concetto di ricordo quale testimonianza di un momento vissuto da tramandare.

I tre racconti, legati dal tema della musica caro all’autore, in sequenza percorrono un lasso di tempo di un paio di secoli; terminando un racconto e leggendo il successivo, la maestria dell’autore permette al lettore di non distaccarsi completamente, ma piuttosto di continuare, attraverso il tempo dettagliatamente partecipe con le sue vicende sociali e storiche, a vivere le vicende dei protagonisti, accomunati dal coinvolgimento con l’elemento fantastico costituito dall’introduzione di presenze irreali, che fungono da trait d’union tra i diversi piani temporali e sensoriali.

Nel primo racconto si incontra una persona reale con personaggi famosi (mai esplicitamente citati, ma captabili dai nomi e dalle opere musicali narrate nella narrazione) di altre epoche; nel secondo racconto, invece, l’adulto incontra il fanciullo che è stato – insieme con i compagni di giochi ormai lontani – per risolvere accadimenti portati addosso per una intera esistenza; accade, poi, nel terzo racconto, che si incontrino un uomo e una donna contemporanei e che solo allo svelamento dei sentimenti si rendano conto di non essere fatti della stessa “materia”…Personaggi reali e fittizi, o, meglio, uno reale sempre e gli altri anche non tali, che vivono accadimenti reali sorretti sempre da un piano onirico, una proiezione della mente, reso al lettore dalla disseminazione di dettagli finissimi, che a poco a poco conducono alla realtà dell’irrealtà narrativa, in un turbine di sorprese, che rimangono tali fino al periodo finale della stesura, senza deludere il lettore.

Franco Pappalardo La Rosa intesse precisi micro-universi in ognuno dei tre racconti, nei quali non lesina nulla dell’arte e della tecnica della prosa, elevando a giusto rango un genere letterario, quello del racconto, spesso sottovalutato e ritenuto “semplice” dai più, se confrontato con l’espressione per antonomasia della prosa, il romanzo, narrando senza orpelli la realtà storica e contemporanea attraverso l’uso sapiente dei dettagli ed una profonda conoscenza delle materie trattate, grazie alla quale persino il racconto ambientato alla fine dell’Ottocento sembra essere stato vissuto dall’autore, come quello ambientato negli Anni di Piombo.

Tutto il libro – raramente unitario, quando gli autori raccolgono più racconti per farne un’opera edita – è un solo unico palcoscenico dove far incontrare e incontrare personaggi e lettori, i quali, fin dalle prime pagine, sono la folla di avventori della locanda, il paese o la gente di strada dove accade il fatto di cronaca, partecipi delle vicende dei protagonisti, vivendo in prima persona la narrazione e, per questo, spiazzati a fine racconto esattamente come gli attori principali, facendo di Franco Pappalardo La Rosa un autore da tornare a leggere l’attimo stesso in cui si è chiusa l’ultima pagina del libro. Senza aspettare un momento di più. [Angela Greco AnGre]

*

da “Appuntamento d’estate”, estratto da Rondò. Tre racconti (Mimesis, 2012) di Franco Pappalardo La Rosa

Il dottor Macherione non aveva più alcun dubbio. Tuttavia, provava uno strano sentimento: un misto struggente-disperato di tenerezza e d’angoscia che gli stringeva il cuore.

“Che cosa vuoi da me? Perché m’hai chiamato?”, gli chiese a bruciapelo, la voce fievole, come parlasse a se stesso. Ma il ragazzo non aprì bocca: continuò a sbirciarlo fra le ciglia socchiuse. Però, tremava.

“E’ inutile che mi guardi così”, lo incalzò l’uomo. “Tanto lo sai che conosco tutti i tuoi pensieri. La notte avevi paura del vento: di là del cortile vedevi il mare. Un mare d’oro, dicevi. E la luna era un grande uccello biondo che in qualche angolo del boschetto doveva avere il nido. Si poteva essere più stupidi?”.

Il ragazzo tacque ancora. Anche se, a poco a poco, gli occhi gli si riempirono di lacrime.

“E smettila di piangere!”, lo rimproverò l’uomo con voce dura. Bastava un nonnulla e scoppiavi a piangere: frignavi ore intere…”.

Fece una pausa e lo guadò sopra i capelli arruffati, nerissimi. Gli venne voglia di carezzarglieli, quei capelli: di consolarlo, ma si trattenne. Disse, invece: “Vuoi capirlo che indietro non si torna? Se non ti avessi rivisto, per me saresti morto per sempre: non saresti neppure un’ombra della memoria”.

“Perché tu sei vivo?”, si decise finalmente il ragazzo con un filo di voce, sgranandogli gli occhi addosso.

Tirò su con il naso e si asciugò le guance col dorso d’una mano.

Il dottor Macherione si sentì perduto: era quello che temeva. Finse di non capire: “Che vuoi dire? Per favore, spiegati”, rise malamente.

“Lo sai già sei un medico, no?”

“Quando?”.

“Fra qualche minuto. Per questo t’ho chiamato”.

“E perché scappavi, allora?”.

“Cosa credi? Da quel momento non potrò più giocare…”.

“Non capisco”.

“Loro non mi vogliono, ma io avevo un destino”.

“Loro, chi?”.

“I compagni, Ora il capo è Gigi, il nipote del massaro di Pocamara. Te lo ricordi? E, ricordi quella volta dei cani? Non me l’hanno mai perdonata: dicono che sono un vigliacco”.

Ebbe un gemito doloroso. Le gote gli si gonfiarono e ricaddero, tre-quattro volte. Come se sbuffasse. O respirasse a fatica.

“No, non è vero! Ti avevano lasciato solo, c’era buio: avevi appena sette anni!… E poi è stato Mimmo a gridare, non tu. Fu lui a scappare per primo: ad arrampicarsi sul…”, ribatté prontamente il dottor Macherione.

“Sì, però Mimmo è venuto dopo nemmeno una settimana: nella Cava dell’Orbo l’ha schiacciato un lastrone di lava”.

“Nessuno di loro, dunque…?”.

“Nessuno. Gli altri — Nardo della Mariannina, Peppino Potiàro, Angelo Pelorosso, Saretto Malanòvo, Nuccio Miccitella, Tanino Zuccarello — sono venuti tutt’insieme sul finire della guerra. Giocavano a smontare una mina trovata nel prato della Zammara e “Bum!”. Solo tu mancavi. Tu te ne sei andato via. Per questo non mi vogliono. Lo capisci adesso?” […]

(pp.82-83)

Il caso Mozart di Franco Pappalardo La Rosa letto da A.Greco

“Tutti i personaggi del romanzo sono realmente esistiti, ma le vicende e le situazioni narrate (e il loro intreccio), pur trovando appigli in fonti storiche, costituiscono frutto della fantasia dell’autore.” Per Il caso Mozart (Ed.Gremese, 2009) di Franco Pappalardo La Rosa è doveroso specificare la nota sopra riportata, poiché è romanzo talmente realistico da poter essere, senza dubbi, inteso come romanzo storico propriamente detto. Invece, pur essendo a sfondo storico, Il caso Mozart è un poliziesco atipico, in cui la Storia presta soggetti e contenuti senza pentirsene, alla conoscenza dettagliata dell’autore in materia di leggi, società, stile di vita, musica, arte e finanche bon ton ed economia domestica, per il confezionamento di un libro godibilissimo e dalla rara eleganza, aspetto ormai inusuale nella narrativa contemporanea.

Romanzo poliziesco atipico presto spiegato: fin dal primo capitolo si viene a conoscenza del movente e del colpevole, ma la narrazione non si vota a indagare, secondo i canali propri di questo genere letterario, accanendosi su un quid giallo, ingenerando nel lettore la morbosità di scoprire e quella strana sete di giustizia che non si trova più fuori dai libri. Piuttosto, il romanzo è un grande affresco, coadiuvato dall’aspetto poliziesco incluso nella storia, su temi sociali e morali, dalla lettura dei quali, oltre a conoscere la società viennese della fine del XVIII secolo, si possono trarre spunti di riflessione evergreen, prestando attenzione ad alcuni aspetti, che sembrano non essere ancora mutati nell’attuale società.

Di fatto, lo sfondo storico e la vicenda poliziesca sono la cornice (e mai termine fu più appropriato per un romanzo che somiglia moltissimo ad una grande tela dipinta nei dettagli) per trattare il problema della ragion di stato, cardine attorno a cui ruota l’intera vicenda de Il caso Mozart, che praticamente tratta degli ultimi giorni di vita del grande maestro austriaco a cui è accaduto qualcosa di scandaloso a seguito del suo modo di vivere, come si legge nell’estratto della quarta di copertina: «Se le sarà andate a cercare: avrà scatenato l’ira di qualche padre o di qualche marito geloso», commentò sua maestà. «Egli vorrebbe possedere tutte le donne, come il suo Don Giovanni. E’ un joueur che sempre si è fatto beffa di tutti…». La capacità narrativa di Franco Pappalardo La Rosa diluisce un solo evento, quello accaduto al musicista, in ventisei brevi capitoli sapientemente equilibrati tra parti descrittive e dialoghi che raccontano in tutto pochi giorni densi di azioni e personaggi, acquisendo, verso la fine e in un solo preciso punto, l’atteggiamento del melodramma nato in quel periodo, nell’unica scena cruenta – eppure incapace di disturbare il lettore – presente nel libro, vertice del dramma, che ha determinato il movente dell’intera vicenda. Una storia di gelosie e passioni scritta senza scivolare nel morboso; tradimenti, narrati nel rispetto della mentalità dell’epoca in cui è ambientato il romanzo, esposti con giusto peso e senza sfruttare l’argomento per fare presa sul lettore; usi e costumi di un tempo passato – che nel fare del clan, sia esso la famiglia imperiale, la chiesa o la Massoneria, sono ancora attualissimi – in cui si vive accanto ai protagonisti, come fossero vicini e, infine, l’accento, amaro, sulla “costruzione” di quel che si è deciso di tramandare ai posteri, atto affidato ad una nobiltà impaurita e già decadente, magistralmente descritta nei difetti, ma anche nella virtù di aver saputo dare spazio e attenzione alla grande Musica e di aver creato un fiore all’occhiello per tutta l’Europa e non solo.

I minuziosi particolari di cui ci fa dono l’autore, dai dettagli dell’abbigliamento, come delle case e delle opere dello stesso Mozart, ai caratteri propri di ciascun personaggio della storia (insieme ad una interessante e bella postfazione di Giorgio Bárberi Squarotti), sono il valore aggiunto ad una lettura mai noiosa e capace di sorprendere fino all’ultima decisione presa e descritta nell’ultima pagina, che mette in evidenza quanto, a fronte di tutto l’idealismo e la nobiltà d’intenti di cui si può essere capaci, a prevalere sarà sempre la praticità che conduce a dire: Non voleva più soffrire né immalinconirsi: soltanto un po’ di pace agognava. Con tutto il cuore.

[Angela Greco]

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Vienna, una notte di fine Settecento: gravemente ferito in seguito a un’aggressione, un uomo si lamenta riverso sulla strada e viene riportato a casa da un suo servitore che passava di là per caso. Responsabile, apprenderemo, è un marito geloso che ha esagerato nella bastonatura. Quell’uomo è Wolfgang Amadeus Mozart, che Franco Pappalardo La Rosa segue passo passo in questo tragico frangente della sua vita, basandosi su fonti documentarie poco note, ma anche liberamente inventando ambienti e situazioni. Ne deriva un romanzo storico di straordinaria evidenza visiva, con le strade, le case, i palazzi del potere, la vita quotidiana di quella Vienna d’epoca, che ti balzano incontro con la vivezza e l’attualità di un ‘reportage’. Tuttavia, come dice Giorgio Barberi Squarotti nella postfazione, è ugualmente un romanzo su un “mistero” al quale certo non sono estranei intrighi, depistaggi e menzogne che hanno coinvolto ai massimi livelli la Corte imperiale. E, nel ricostruire questi intrighi, la narrazione si carica di una ‘suspence’ perfettamente dosata, in un crescendo di drammaticità che rivela infine senza ambagi il volto oscuro della storia e della convivenza umana, un inferno senza fiamme da cui non si salva nessuno, e in cui nessuno può dirsi davvero innocente”. [Risvolto di copertina di Stefano Giovanardi]

stanze d’isola di Giovanni Luca Asmundo letto da Angela Greco

Stanze d’isola di Giovanni Luca Asmundo letto da Angela Greco

E’ occorsa una notte di sonno pieno, utile e necessario ristoro, e un mattino limpido di sole nascente, a priori di qualsiasi altra incombenza, per riuscire a dire della lettura di questo libro di poesie. Anzi, di poesia, per quel legame tra i testi, che ne fanno un unicum, un poema, una narrazione in versi. Chiunque pensi di potersi accostare a stanze d’isole (Oèdipus Ed.2017) di Giovanni Luca Asmundo (Palermo, 1987; architetto che vive e lavora a Venezia), “opera vincitrice del Premio Letterario Felix, III edizione, sul tema Paesi-Radici. Abbandoni e ritorni nell’epoca 2.0” con superficialità e il sempre poco tempo sottratto ad altro da fare ritenuto più importante, commette una ingiustizia, una dissacralità, verso se stesso e verso la poesia.

Si legge tutto d’un fiato appena giunge a casa, versi liberi con strutture sonore distese sulla pagina chiaramente, senza fingimenti o effetti speciali, accogliendolo, per la suggestione del titolo, come un piccolo (realmente è un formato A5) naufrago giunto chissà da quali altri lidi; subito catturati dall’atmosfera di teatro antico, dalle scene cesellate con mano d’artista, dallo scorrere del proprio tempo insieme con quello della storia narrata, incuranti d’essere in altra epoca e altro luogo, ci si trova lì, con la poesia, che raramente parla di un io singolare, volto soprattutto a sottolineare l’uno narrante, ma che si volge tutta completamente al plurale, fin dalla divisione delle sezioni (Prologo, Parodo, Epiparodo, Esodo) e che invita a questo plurale, alla partecipazione e all’azione. Quella di non perdere la memoria, le radici, l’appartenenza, elementi ormai labili in quel mondo 2.0 o forse più di cui nel titolo del Premio che ha dato vita a questa pubblicazione.

stanze d’isola (scritto proprio con la prima lettera minuscola) è una evocazione del mito senza essere poesia del mito e senza abusare dell’argomento per creare interesse, offrendo personaggi e situazioni mitologiche come sfoggio di argomentazioni colte per apparire;  Gianluca (come lo chiamano a casa) ha altissima conoscenza e competenza di mitologia (il viaggio senza molto stare a pensarci su fa pendant con Odisseo e la sua sequela in ogni mente che ne legga), topografia, storia, geografia, architettura, letteratura e ben conosce per vissuto diretto un’altra storia, spesso figlia di un dio minore, quella del popolo, delle tradizioni, degli antenati non lontani, della tradizione delle città vecchie, fascinose di oralità e colori anche in senso metaforico e ne usa velatamente, evocandone senza mai l’arma impropria dell’essere diretto e sfacciato: “non basta un occhio sulla prora a far da casa” o “le dita che stendono i bordi / dei pomodori accartocciati” o, ancora, “sembra quasi di vederli / quei fili invisibili alle braccia”. Siamo a Sud fin dalla Grecia che emerge dal primo componimento, dove il “coreuta / lontano / dagli ulivi / dai teatri” dolcemente e docilmente avvisa, in una metafora usata, molto bene in questo caso, ma capace di essere retta con competenza e indiscutibile bravura fino alla fine del libro, “Dovevamo recitare uno spettacolo / ma abbiamo dimenticato di imparare la parte”. Subito ci assale, passando in rassegna in due soli versi, secoli di poesia, il dubbio sul nostro ruolo e sulla scena a cui non abbiamo partecipato e da Amleto a Pirandello l’interrogatorio che rivolgiamo contro noi stessi non smette di avere fine. Ma stanze d’isola è un canto intriso di nostalgia e ricordo, amore e lucidità, che si pone una meta nobile d’intenti – mettendo seriamene le distanze dalla consuetudine di violenza, con cui verrebbe da chiedere a gran voce reazione al popolo e a questa realtà in cui stiamo lentamente soccombendo come genere umano – irradiando un messaggio, coerente con tutto l’operato artistico e divulgativo dell’autore, di resistenza non violenta attraverso la conoscenza di quella famosa sequela di domande che hanno originato anche la filosofia, chi siamo? da dove veniamo? dove andiamo? ancorando le origini della nostra civiltà nell’Ellade e nei suoi insegnamenti.

Rileggendo senza soluzione di continuità i trentacinque componimenti (titolati con numeri romani in progressione) si partecipa a un arrivo, a una ricognizione dello stato dei luoghi, a un ritorno e ritrovo non identificabili esplicitamente in luoghi e tempi noti, per poi essere catapultati, con un cortocircuito degno di chi sembra del “mestiere” (ricordo che questo è, dopo Trittico d’esordio, antologia edita di tre autori del 2017, il primo libro di poesie di questo autore) nel presente e in un’area ben definita della Sicilia occidentale (Belice), affidando il cambio di tempo tra le pag.24 e 25 ad un verso in siciliano (“unne sunnu, unne fineru” ossia “dove sono, che fine fecero”) e a una esplicita citazione del luogo (“Al riaffacciarsi sul Belice”). Questo momento tra i componimenti XVI e XVII è anche lo spartiacque tra la Storia, con la maiuscola fin qui evocata anche nelle presenze mai nominate di personaggi omerici incastonati nei dettagli di una terra mediterranea antica e ancora attualissima, e la propria storia, fatta di ricordi d’infanzia rappresentati da un’abitazione, che, magistralmente, l’architetto dosa nei versi senza smancerie, né retorica, fornendo anche in questo caso una metafora, che permette la partecipazione del lettore, che si ritrova pienamente con l’autore (“Continuiamo a puntellare, dunque / fasciando con bende amorose / facciate d’infanzia.”), riflettendo sull’attualità di questo nostro patrimonio materiale e immateriale soggetto all’azione del tempo e dell’incuria fisica e spirituale, che necessita di essere puntellato per non crollare definitivamente.

Nei componimenti XVIII e XXV compare la prima persona, di cui accennato all’inizio di questa pur sempre insufficiente nota di lettura, ad accarezzare ricordi, nella consapevolezza della lontananza attuale e del fascino che i luoghi ricordati ancora esercitano, novello Odisseo, che resiste al canto fatale delle sirene, qui identificate nell’insetto effimero simbolo dell’estate (“Magari potessi riudire / il canto docile delle cicale. / Con queste mani mi lego / a un tronco d’ulivo”); prima persona che torna “a una casa di luce e di cotto / alle rughe legnose del mio tavolo / ai pensieri disegnati” alla realtà innestata nel ricordo dove quella stessa realtà nacque, che tenta l’uscita dall’ambito dello stabilito, del finto, per vivere nella natura la sua primaria essenza di abitante di queste terre meridionali (“E certe sere disertare il teatro / per cavea di grotte sull’orlo del Plemmirio / distendermi a braccia aperte sul calcare / misure di tempo da gomito a polso”). La prima persona, quasi a difendersi da sentimenti troppo grandi per non soccombere a essi, dura poco, pochissimo; subito torna ad essere un noi, il plurale e il coro che animano lo stesso libro (composizione XXVI: “Tornati, non sapevamo nulla / […] / Abbiamo guardato il gioco delle ombre / senza capirlo. // Il mare parlava da solo / fragore continuo. / La sera, stavamo alla finestra vuota / mangiando pane e olive.”) e che parla della terra senza nascondere nulla, dalle figure che la animano, a quelle che l’hanno animata nel passato e / o nel mito, sovrapposizione che non consente più distinzioni, di nessuna sorta, in un tutt’uno che culmina nell’Esodo, l’uscita definitiva dalla scena nel teatro greco antico, dove si dice, con il petto ampliato nella sua capacità respiratoria, “Quando i Ciclopi lasciarono l’isola / […] / senza voltarsi, piansero lacrime cispose.”

Un libro di cui si ringrazia l’autore e che dispiace finisca, stanze d’isola di Giovanni Luca Asmundo, al quale si promette e si mantiene la promessa di rileggerlo, scoprendo sempre nuovi spunti di riflessione nella densità di elementi, rarissima per un poeta così giovane – di termini-microuniversi usati con parsimoniosa esattezza senza scadere mai nell’ermeticità, di argomenti antichi e moderni sapientemente dosati, suggestioni investenti tutti i sensi, colori decisi e definiti come quella Sicilia che abita l’autore senza nascondimenti, sapori caratteristici e spesso dimenticati in questa globalizzazione forzata, profumi del mare figli del vento e della memoria e visioni ampissime e reali – che offre con tanta generosità e di cui risulta davvero difficile racchiudere tutto il sentire che ne scaturisce, in una nota di lettura, pur lunga come questa, ma sempre non esaustiva. [Angela Greco]

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Estratti da stanze d’isola di Giovanni Luca Asmundo

(Oèdipus Ed.2017 – in copertina: Salina (2016), fotografia di Daniele D’antoni)
V.
Nutriamo la cenere anche noi
piangendo nerità variopinte
cerchiamo consistenza
fiatando vapori vani
che non si miscelano
in fredde striature di luce.
Sfumano aloni d’intenzione
mentre sboccia d’indaco la notte.
.
.
.
XXI
Eccoli, i campi di grano sovraesposti
all’indistinto, le spighe distese
sulle anche, sui fianchi ritratti
le chiare polle d’acqua traspaiono
umidità affioranti, umori risplendenti
dalla profonda, femminea terra. Chi cova
indisturbato, indifferente al millennio
forse le serpi.
.
.
.
XXXIV.
Se un giorno, chiusa la conta del sale
salperemo con vele triangolari
sfuggiti al logorarsi delle carni
smembrato il coro per vie laterali
.
rinati all’affacciarsi sul sole
darà la gioia del mandorlo in fiore
l’aver vibrato fino al compimento
.
indossata la giusta voce e lasciato
nel tepore anche di una sola mente
un pane appena avvolto a lievitare.
.

FARANDOLETTA – un sogno in Sicilia di Franco Pappalardo La Rosa letto da Angela Greco

FARANDOLETTA – un sogno in Sicilia di Franco Pappalardo La Rosa letto da A.Greco

Un cronista sportivo d’origine siciliana, che lavora presso un giornale del Nord, viene inviato dal suo direttore a Taormina, per scrivere un servizio sul ritrovamento d’un dipinto di Antonello da Messina esposto al pubblico per la prima volta. Egli, in tal modo, si trova catapultato in un universo che, per ragioni di lavoro, s’era lasciato alle spalle, ma del quale conserva un’inconscia nostalgia (tant’è vero che, sì, parla e scrive i suoi articoli in italiano, ma, quando riflette o racconta, lo fa nel dialetto materno). L’impatto col paesaggio, la luce, i colori, i profumi dell’Isola, uniti all’incontro con strani personaggi e col vecchio pittore di carretti (che sembra conoscere vita, morte e miracoli del Maestro messinese) nella cui soffitta il dipinto è stato rinvenuto, lo irretiscono, via via, in una trama di sensazioni, di memorie, d’emozioni, che credeva ormai non gli appartenessero, e che, al contrario, come un fuoco nascosto dalla cenere, continuano a covargli dentro. Eccolo, allora, ritrovarsi coinvolto in una controversa vicenda di dote, la cui destinataria è una giovane signora ispano-veneziana, che l’attrae sentimentalmente e gli lascia intendere d’essere l’incarnazione d’una dama uccisa secoli prima dal marito. Ed ecco che la verità si sfaccetta, nella narrazione, e ciò che appare evidente lascia sempre trapelare un suo lato oscuro che lo stravolge. Fino ad indurre lo stesso cronista a dubitare che tutto – viaggio, accadimenti, incontri, personaggi… – non sia che il frutto della sua immaginazione o, meglio, di quella labile sostanza di cui (per dirla col grande Bardo) siamo fatti noi e i nostri sogni.

(Ed. Achille e la Tartaruga, Torino 2018 – risvolto di copertina)

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Più che una lettura è un’esperienza di lettura, questo romanzo di Franco Pappalardo La Rosa, critico letterario, giornalista, scrittore, saggista e poeta nato a Giarre, che ha studiato e vive a Torino dal 1963. Esperienza di lettura multisensoriale, che fa toccare con mano e con tutti gli altri sensi, una storia sospesa tra realtà reale e realtà onirica, perché tra le pagine di Farandoletta, si vive senza soluzione di continuità il sogno e il vero con la stessa intensità.

Tra gelsomini-stelle arabi e ricordi d’infanzia, la Sicilia jonica settentrionale – dall’aeroporto di Catania fino ai confini della provincia di Messina – è il vertice di un particolare triangolo, che nel suo disegnarsi nitido ad opera dei protagonisti, praticamente tange la periferia del territorio italiano, narrandone in un meta testo le vicissitudini dal Rinascimento ai giorni nostri, rimanendo immune dal divenire romanzo storico (seppur d’arte), ma usando echi e rimandi della Storia a supporto del nucleo incandescente di questa narrazione, ovvero la terra di Sicilia e il suo patrimonio.

Uno dei due protagonisti maschili è un siciliano trapiantato a Torino, evento che dall’Unità d’Italia ancora accade; l’altro, un uomo antico come la sua terra, della provincia di Messina, strano esperto d’arte; la protagonista è veneziana di nascita, ma cresciuta e coniugata in Spagna, con un anziano marito-padrone spagnolo sempre e solo citato, che al meglio è metafora della situazione vissuta dal Meridione d’Italia sotto i dominii spagnoli, appunto, nonché cronaca della realtà dello stesso luogo fino a non molti anni fa, sullo sfondo della libertina Venezia all’epoca del suo massimo splendore; l’ultimo o forse il primo personaggio è un dipinto di Antonello da Messina, un pretesto – usato con indubbia competenza, delicatezza e gentilezza, nel contesto di una storia d’amore vissuta tra persone in epoche differenti e tra le persone e gli stessi territori – che apre una porta sulla conoscenza, tutela e valorizzazione del patrimonio artistico italiano, reale agente di unione tra persone abitanti territori diversi.

Il romanzo è caratterizzato dall’uso di differenti lingue, dal siciliano, allo spagnolo, al dialetto veneziano, al latino, con prevalenza del primo, non di difficile comprensione per chi abbia, negli ultimi vent’anni, seguito le indagini di un famoso commissario “di Vigata”; linguaggio, che, finanche nella scelta degli aggettivi, fa innamorare il lettore dei luoghi della narrazione, immergendolo totalmente negli scenari, nei dialoghi e persino nei pensieri dei protagonisti, come si fosse sempre in un angolino della scena, nascosti agli occhi di tutti, a vivere personalmente gli accadimenti.

La materia, oltre al sogno così ben racchiuso nel rimando shakesperiano della chiusa dell’aletta interna di copertina (quella labile sostanza di cui (per dirla col grande Bardo) siamo fatti), è senza dubbio l’amore in un ampio senso del termine. Tra uomini e donne, per l’arte, per la famiglia che si è lasciata e ritrovata, ma soprattutto, tra le pagine di Farandoletta, non sfugge l’amore per la Trinacria, centro del Mediterraneo e del cuore dell’autore, terra di colori e contrasti forti, viva e tremante di natura vulcanica, che non si può dimenticare nemmeno col tempo e con i chilometri di distanza. Dieci capitoli, centosessanta pagine capaci di trattenere il lettore senza mai annoiarlo (dote rarissima e preziosa in narrativa), creando un piacere nell’attesa di voler conoscere e partecipare del seguito, rischiarati da sottili lampi di poesia in alcune esternazioni descrittive, precisi nella logica narrativa, chiarissimi nella conseguenza delle azioni e delle situazioni, in una struttura che si chiude esattamente come un cerchio magico, “un sogno in Sicilia”, come meglio non poteva dire il sottotitolo. [Angela Greco]

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Un estratto da FARANDOLETTA – un sogno in Sicilia di Franco Pappalardo La Rosa (Achille e La Tartaruga, 2018), pag.126

“Doppo, mentre cchiù ‘ntenso traseva dai vitri abbasciati l’adure del mare, di botto s’astutaro tutte ‘nsìmula le luci dell’alluminazione pubblica e, nta lo scuro spunnato dai fari della 127, lui si dicì mentalimente “Alcàntara!”. E arrirì per quella palora mavarusa che riassumata gli era dalla prufunnità della propria carusanza.
“Alcàntara!”. ‘nfatti, ‘mprecava sua matre — ne sinteva quasi la vuci asprigna — ogni vota che mancava la currente elettrica nta la via del Teatro (unn’era nasciuto), a Giarre, e ‘l quartere scinneva nta lo scuro assuluto. “Alcàntara!”, si sinteva ciuciuliare dal barcuneddho di supra e da quello di rimpetto, prima che accumparissero arrèri ai vitri e supra i pisòli le vampitte trantuluse delle lumere e delle cannile. E quella palora, che astutava la luce e la riaddhrumava, ‘n lui ‘l putere magico aveva sarbàto pure quanno, caruseddhro, aveva scupruto che ‘l nome era del sciumiciattulo ch’alimentava ‘n’anticuata centrale ‘droelettrica, cui era culligata l’alluminazione pubblica e dumestica della zona: pure quanno aveva saputo che i “guasti”, friquentissimi d’estate, dipinnevano dai “travagghi” notturni con i quali i mitatèri riviraschi diviavano abusivamente, a munte della centralina, le acque del sciumiciattulo per ‘rrigare i lumieti e gli aranceti di Valdèmone e i Jardìni d’Allah…”.

 

Isole di Flavio Almerighi letto da Angela Greco

Il sasso nello stagno di AnGre

“A me porta un abbraccio.” Con questo verso si chiude la silloge Isole di Flavio Almerighi, edita da Ensemble (Roma, 2018); divisa in tre sezioni, ognuna denominata con il nome di un’isola, rispettivamente con la peculiarità di essere la più piccola isola del mondo divisa tra due stati, l’isola più piccola del mondo e l’isola con la minor densità di popolazione per chilometro quadrato (si legge al termine dell’indice), ed un titolo-riassunto della sezione stessa: Södra Boksjön – secolo breve; Bishop Rock – Nomi e Persone; Ellesmere Island – Qualcuno c’è. Una struttura, quella di questo libro di Almerighi, articolata, come forse mai accaduto nei precedenti editi dello stesso autore, che vuole identificare nettamente le tematiche trattate e che si chiude con il verso che ho posto in incipit, una chiave di lettura precisa messa a conclusione di una ascesa discesa snocciolata partendo da lontano…

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Isole di Flavio Almerighi letto da Angela Greco

“A me porta un abbraccio.” Con questo verso si chiude la silloge Isole di Flavio Almerighi, edita da Ensemble (Roma, 2018); divisa in tre sezioni, ognuna denominata con il nome di un’isola, rispettivamente con la peculiarità di essere la più piccola isola del mondo divisa tra due stati, l’isola più piccola del mondo e l’isola con la minor densità di popolazione per chilometro quadrato (si legge al termine dell’indice), ed un titolo-riassunto della sezione stessa: Södra Boksjön – secolo breve; Bishop Rock – Nomi e Persone; Ellesmere Island – Qualcuno c’è. Una struttura, quella di questo libro di Almerighi, articolata, come forse mai accaduto nei precedenti editi dello stesso autore, che vuole identificare nettamente le tematiche trattate e che si chiude con il verso che ho posto in incipit, una chiave di lettura precisa messa a conclusione di una ascesa \ discesa snocciolata partendo da lontano per arrivare al vicino, anzi al vicinissimo, con l’ultima sezione nella quale l’autore dissemina elementi personali (fatti e persone) senza più il distacco che, ad esempio, caratterizza la prime sezioni e le sue poesie di soggetto storico.

Il titolo, Isole, potrebbe far pensare ad elementi singoli e separati dal resto, ad una individualità com’è spesso nella metafora del termine; invece, la silloge è un arcipelago, un insieme di unità legate da un elemento comune che è l’osservazione e l’annotazione del vissuto, caratteristici di questo autore; il ‘mare’, in cui trovano posto queste poesie-isole è il quotidiano, anche quando si tratta di accadimenti retrodatati, Almerighi non concede spazio alla retorica, né al sentimentalismo, pur lasciando nitido il sentimento e il battito del suo cuore. Il consolidato e riconoscibile taglio asciutto, come il suo verso breve e d’impatto, collocano questi versi nella poesia di questo tempo, contratta ed immediata, subito fruibile anche nei passaggi più articolati (pochi in questo libro), che sono propri della produzione ultima (inedita, ma riscontrabile sul suo blog on line) e che stanno emergendo nella maturità.

Isole ha il pregio di catturare senza difficoltà l’attenzione del lettore e di commuoverlo, per una sorta di sincerità ormai rara e riscontrabile soltanto in alcuni libri, i quali sembrano svelare, quasi per mistero allo stesso autore, quello che per pudore o per condizionamento si ammaestra a non far venire fuori. In alcuni versi Flavio Almerighi allenta la morsa della difesa (e anche dell’attacco a situazioni, fatti e accadimenti) e si fa addirittura volere bene, anche da chi non lo consce, tanto da indurre il lettore a rispondere positivamente a quel suo ultimo verso: “A me porta un abbraccio.” (Angela Greco)

*

Tre poesie da ISOLE di Flavio Almerighi (Ensemble, 2018)

ISOLE (pag.76)

Fughe appassionate
dalla calura estiva
isole
le braccia aperte galleggiano
sulla luce pomeridiana.

Saranno pazienti e in attesa
segreti murati nell’armadio
le onde vorrebbero lambirle.

Ho voglia di andare via
fuggendo oltre
gli sminuzzi di cattivo tempo
rimasti sul parabrezza
o ancora fermi in gola.

Quale destino d’artista
per chi saprà tirare somme
ma non stridere i denti
aprire glicini e arance,
nemmeno disegnare?

I numeri non hanno futuro,
infinito soltanto lo zero,
lasciali ostinare
nell’ozio della logica
a me porta un abbraccio.

§

MALVINAS (pag.33)

Alternanza di schiarite
il cielo è sempre secco,
madre denutrita di iene
che non ne può più dei figli,
vorrebbe ripudiarli tutti
se non fossero così poveri,
coscritti di tutte le guerre.

Nei mercatini di Gomorra
eretici in saldo senza impostura
più o meno vinti.
Oggi è il loro turno
bastardi irriconoscibili
oltre i finestrini fumé.

Voglia il cielo non si sappia
di Raqqa, liberata più volte
nessuno riconosce fucili
un tempo argentini
e le loro vecchie ruggini.

§

LUOGHI IN OMBRA (pag.20)

luoghi in ombra, silenzi,
lampi, nient’altro,
il cuore esce dal petto
va a viversi in pace
su bocche di pesca
trova riparo, distrazione
.
il desiderio più che tiepido
ondeggia in mare
non a caso a Sud,
dove il mondo si apre
in due come una melagrana
e la luna è dello stesso colore

.

Felice Serino, Lo sguardo velato – 2016-2017 letto da Angela Greco

Felice Serino, Lo sguardo velato – 2016-2017 letto da Angela Greco

La poesia di Felice Serino è un incontro atteso, un momento di conforto, una superficie solida a cui poggiarsi nella inevitabile stanchezza del giorno dopo giorno. Serino tratta la poesia con la quotidianità di chi è a lui familiare e i suoi versi mettono in luce l’affetto per la poesia stessa, la costanza che lo ha condotto fino ad oggi e l’estraneità a quei fenomeni sempre più diffusi di personaggi in cerca di facile notorietà, che manipolano poesia in favore del proprio ego o dell’ego del proprio editore. Felice Serino, scrive come dono di sé all’altro, i suoi versi non chiedono nulla in cambio, ma, semmai, sono gratificati dal fatto che le sue esperienze possano essere in qualche modo utili ad altri.

Realizzato nel giugno 2018 per il sito poesieinversi.it, Lo sguardo velato raccoglie questo ultimo anno di versi e si apre con un esergo – in seno a cieli di cui non è memoria / dove nessun grido resta / inascoltato / lì è la vita nascosta – che è fin da subito un’immersione nei temi cardini della silloge e della poetica stessa di Serino: il cielo, quindi l’aspetto oltre il visibile degli accadimenti; la ricerca-conoscenza di Sé attraverso la frequentazione-studio del sacro e l’analisi del rapporto tra umano e divino.

C’è in questi versi la calma di chi osserva tutto quanto ha intorno e di chi ha attraversato tanto delle cose del mondo; una quiete, che giunge al lettore con dolcezza e fermezza nelle convinzioni, come nella costante e decisiva presenza di Dio, una presenza che nello scorrere di queste pagine e delle varie opere dello stesso autore, si fa man mano più viva e vicina e alla quale non è rivolta nessun rimprovero, nessuna parola negativa, quanto piuttosto un sommesso ringraziamento per com’è andata (perché non è andata peggio).  La poesia e l’anima-spirito divino fanno parte per Felice Serino dello stesso comparto, a tratti della stessa dimensione, e la prima sembra l’abito che veste i secondi, la forma grazie alla quale si manifestano e Serino ci presenta così la poesia: dici poesia intendi finestra / affaccio dell’anima bagnata da alfabeti di lune / è finestra su un mare aperto / poesia  /per l’orecchio del cuore-conchiglia (“Poesia-finestra”), come un tramite tra l’esterno e l’interno che in questo caso è anima e anima è, per questo poeta, il divino che ci abita, come nei toccanti versi di “Il tuo volare alto” dove la traccia del tempo che trascorre è di una bellezza particolare.

La pluralità di temi e livelli (fisico e metafisico, onirico e reale) emerge in testi come “Stanze” e “Epifanie”, che al meglio rendono il percorso di Felice Serino, sempre in equilibrio tra umanità e visone alta, attento ai dettagli di quanto lo circonda e consapevole del fattore tempo, utilizzato al meglio nel donare al lettore un vademecum per meglio procedere nei suoi giorni; quasi un consiglio da parte di chi non si è perso in sciocchezze, ma ha perseguito con fiducia e tenacia il dono della Poesia. [Angela Greco]

Poesie tratte da Lo sguardo velato – 2016-2017

Nel paese interiore
.
nel paese interiore
eiaculo i miei sogni –
vivo una stagione
rubata al tempo -mimesi
icariana sul vetro del cielo-
.
nel paese interiore
brucia il mio daimon
di febbre e di luce
.
.
§
.
.
Dell’ indicibile essenza
.
dell’ indicibile essenza
noi sostanza e pienezza
.
solleva l’angelo un lembo
di cielo:
.
in questa vastità soli
non siamo: miriadi
di mondi-entità ognuno
in una goccia
di luce
.
.
§
.
.
Stanze
.
le notti inzuppate di sogni
quando
nonsense veleggiano
sulle ondivaghe acque dell’inconscio
.
o ti vedi seguire
una successione di stanze
e ti perdi e ti ritrovi
in un’altra realtà-sogno o dimensione
.
.
§
.
.
Epifanie
.
vita che si guarda
vivere e ci guarda
vita che si pensa ed è
.
-riflessa vita che
apre la fronte del mattino
.
ed è esistere
nel suo ricrearsi
.
epifanie
.
§
.
.
Il tuo volare alto
.
l’anima spando sulla terra
a ricambiarmi una solitudine
ampia come il cielo
.
mi appresto a gran passi agli ottanta
e ancor più poesia ti canto
-del mio sangue azzurra ala
.
ai confini della sera in quel
farneticare che richiama la morte
.
il tuo volare alto
come preghiera
.
.

Felice Serino è nato a Pozzuoli nel 1941. Autodidatta. Vive a Torino.  Copiosa la sua produzione letteraria (raccolte di poesia: da “Il dio-boomerang” del 1978 a “Dove palpita il mio sogno” del 2018); ha ottenuto importanti riconoscimenti e di lui si sono interessati autorevoli critici. E’ stato tradotto in otto lingue.  Intensa anche la sua attività redazionale.  Gestisce vari blog e siti.

“Lo sguardo velato” è disponibile cliccando sul seguente indirizzo: https://sestosensopoesia.files.wordpress.com/2018/06/felice-serino-lo-sguardo-velato-2016-17.pdf

Come puoi dirti poeta o essere umano, se taci?

A seguito delle dichiarazioni del sig. Matteo Salvini (su questo blog si riportano solo titoli di libri n.d.r.) e della scellerata scelta di “chiudere” i porti italiani e di impedire in tal modo l’attracco della nave Aquarius (che ricordiamo essere una nave da ricerca e soccorso della organizzazione non governativa internazionale italo-franco-tedesca SOS Méditerranée, precedentemente appartenuta alla Guardia costiera tedesca) con a bordo 600 migranti, tra cui 120 minori e 7 donne in stato di gravidanza, questo blog ha urgenza di chiarire che NON FA PARTE DELL’ITALIA DI CUI SI E’ FATTO PORTAVOCE tale SALVINI. 

Io personalmente sono nata in provincia di Taranto – che è pronta ad accogliere ogni vita in pericolo, come si legge nel sottostante link –  fondata a suo tempo da “immigrati” spartani e, come persona e come scrittore di versi e come madre, NON CONDIVIDO LE SCELTE DISUMANE di un signore che parla soprattutto per se stesso, non accogliendo ancora una volta la volontà del Paese, i cui Sindaci, da Napoli a Palermo, si sono dichiarati pronti ad accogliere quelle Persone, ribadisco PERSONE, che non è umanamente ammissibile lasciare nel Mediterraneo solo per un braccio di ferro con altri Stati, che andrebbe risolto solo dopo aver tratto in salvo chi sta chiedendo aiuto.

Il residuo di umanità, la conoscenza dei corsi e risorsi storici e la sbandierata sensibilità, che dovrebbe ancora esistere nei miei “””colleghi””” scrittori e poeti, dovrebbe farci urlare all’unisono di RESTARE UMANI prima di ogni qualsivoglia idea politica e \ o intolleranza sopraggiunta e fomentata da piccoli uomini ormai incapaci di gestire il proprio odio verso altri da sé. Invece, senza sorpresa, stamattina ascolto un comodo silenzio da parte di tanti, di troppi. E’ inutile scrivere poesie, se non si tiene più conto dell’Essere Umano.

Angela Greco AnGre

*

http://bari.repubblica.it/cronaca/2018/06/11/news/_taranto_pronta_ad_accogliere_aquarius_il_sindaco_melucci_apre_all_rrivo_dei_600_migranti-198687845/

“Il porto di Taranto è pronto ad abbracciare ogni vita in pericolo, senza se e senza ma”, dice l’amministritore di centrosinistra che replica l’iniziativa già assunta da De Magistris

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/06/10/aquarius-da-napoli-palermo-sindaci-contro-salvini-nostri-porti-sono-aperti-e-senza-cuore-e-viola-le-norme/4417316/

“E’ un Sud che resta umano e non ci sta. Si disegna una nuova resistenza del mezzogiorno.” 

https://www.identitainsorgenti.com/il-sud-che-resta-umano-i-sindaci-di-napoli-palermo-reggio-calabria-messina-taranto-si-ribellano-a-salvini-i-nostri-porti-restano-aperti/

.

p.s. a chi mi ha scritto che queste sono idee “di sinistra” vorrei ricordare che alcune cose non hanno e non devono avere bandiere politiche. 

*

foto di apertura: Leuca, Faro di Punta Palascia
“Come puoi dirti poeta” è un verso mutuato da Flavio Almerighi

Le ore del terrore di Simone Consorti letto da Angela Greco

Edito da L’arcolaio (novembre 2017) con prefazione di Anna Maria Curci, Le ore del terrore di Simone Consorti è un imponente custode di versi, suddiviso in tre sezioni, che impegna il lettore fin dal titolo. La silloge si apre con un significativo e non credo casuale testo intitolato Alla frontiera, i cui primi due versi recitano: “La guardia di frontiera / ha detto che non sono io” dove, se potessimo applicare quanto accade in una narrazione, ovvero che l’incipit ha in sé l’intera opera, saremmo – il condizionale è d’obbligo – di fronte ad una netta presa di distanza del creatore dalla sua creatura, ad una visione esterna della materia trattata e il che già farebbe dire che siamo in presenza di un autore di un certo calibro, capace di rendersi estraneo ai più comuni moti che muovono alla poesia i più.

La medesima poesia, quella d’apertura, per me la più emblematica, nel prosieguo richiama altre figure “e che neppure mi assomiglio / tantomeno mi potrei spacciare / per mio padre o per mio figlio / Mi intima [la guardia] di restare fermo / e per convincermi mi mostra uno schermo / che qui chiamano specchio” utili al poeta per mettere in chiaro una sorta di obiettività a garanzia di quanto verrà offerto al lettore (qui lo specchio è mezzo di visione di se stesso, una semplice lastra riflettente), in cui sembra che il protagonista si faccia semplice strumento di espressione (“restare fermo”) e dove quella frontiera di cui nel titolo del componimento, sembra diventare un diaframma che raffredda la temperatura emozionale, poiché appare riferito al poeta stesso che, alla frontiera con il mondo fuori da sé, cerca, per mezzo della poesia, un dialogo storico-contemporaneo con quel che ha appreso e che lo ha coinvolto.

Alla fine, però, con una certa maestria e con una rotazione netta, che affonda la vite nel materiale da assemblare, Consorti mette in chiaro, fin dalla prima poesia, il suo ruolo di regista e di attore che vive quanto offre al lettore, dall’interno e dall’esterno, allo specchio (che non diventa mai lente ustoria, però), come si apprende dagli ultimi versi del medesimo testo d’apertura: “Gli altri passano e mi guardano / facendo di no con la testa / Devo essere una brutta persona / se sono l’unico che resta / Mi studio di nuovo sul mio documento / ma la guardia mi spiega che è vecchio / e lo straccia / fissandomi con la mia faccia”  rivelando che la poesia è sì un mezzo per “guardare” gli altri, la Storia e le storie che possono generarla, ma che essa è anche (e soprattutto mi verrebbe da dire in questo caso) un potente mezzo per “studiare” – come dice il poeta – la propria faccia, il proprio essere in divenire (“è vecchio”, il documento, quindi differente dal momento attuale) e il proprio ruolo, evidenziato nella prima sezione da un ‘io’ che domina i vari testi e che offre al lettore le sue molteplici facce.

Alla frontiera
.
La guardia di frontiera
ha detto che non sono io
e che neppure mi assomiglio
tantomeno mi potrei spacciare
per mio padre o per mio figlio
Mi intima di restare fermo
e per convincermi
mi mostra uno schermo
che qui chiamano specchio
Gli altri passano e mi guardano
facendo di no con la testa
Devo essere una brutta persona
se sono l’unico che resta
Mi studio di nuovo sul mio documento
ma la guardia mi spiega che è vecchio
e lo straccia
fissandomi con la mia faccia
.

La prima sezione “Le ore del terrore” mette in scena il rincorrersi degli eventi che hanno imbruttito il Novecento (tranne 22 dicembre 1849): l’autore si rende partecipe per mezzo dell’io, che diviene quasi per abitudine quello di ciascuno ed anche del lettore, della cronaca dell’ultimo secolo, evidenziando una solitudine che a me, però, non giunge mai come quella dell’intellettuale consapevole del suo differente – dall’opinione comune s’intenda – sentire, quanto piuttosto mi giunge esattamente come voce dell’opinione comune su temi che attualmente calamitano l’attenzione della stessa, come si legge, ad esempio (ma non solo), nei versi proposti di seguito. Tanto, ci può stare, beninteso, ma a tanto, forse il lettore più esigente avrebbe voluto che si fosse aggiunto un punto di rottura, una crisi, un varco.

Postfezia
.
Il Millennio si aprirà con due aerei
che faranno strike di grattacieli
e figlieranno guerre in Medio Oriente
Vedo persone scoppiare dal niente
e piazze lavate col sangue
Vedo statue di tiranni abbattute
e in giro tanta voglia di vendetta
Vedo papi buoni intonare canzoni
circondati da un concistoro
di cardinali assassini che gli fanno il coro
Vedo primavere trasformarsi in inverni
e folle speranzose
assiderate da nuove paure
rimpiangere pochi anni dopo
le care vecchie dittature
.
.
Un altro naufragio
.
È così lontana l’altra costa
quando la salvezza
è in direzione opposta
.
Non conosceremo la sua faccia
né le nostre braccia
riusciranno mai a stringerlo
Noi che lo aspettavamo
per respingerlo
.
 “Preghiere e bestemmie sincere”, seconda sezione della silloge, vede una maggiore partecipazione emotiva dello scrivente ai fatti e agli accadimenti narrati. Personaggi biblici si alternano alla presenza di Dio, figure con le quali Consorti sembra quasi giocare, tra rime e assonanze e consapevoli giochi di parole, in cui emerge un lato irriverente e piacevole e in cui si avvertono lo sciogliersi della tensione accumulata nella prima sezione ed il piacere di ‘mischiarsi’ con gli argomenti trattati. Chiesa depokemonizzata, in una riuscita assonanza, rende bene la contemporaneità e il rapporto dell’uomo di oggi con il sacro e, insieme con Abramo e Giuda, consegna al lettore testi originali, dove l’abilità formale (rime) di Consorti appare al meglio.
.
Chiesa depokemonizzata
.
Chiesa depokemonizzata
spegnere il cellulare
togliere la suoneria
e non messaggiare
Durante le preghiere
ci vuole concentrazione
ci vuole pazienza
ci vuole cuore
ci vuole speranza
ci vuole fantasia
ci vuole fede
Visto che sei entrato
perché per qualche minuto non credere?
.
.
Abramo
.
Come se fosse un favore
o una cosa da poco
giusto una formalità
o una specie di gioco
.
me lo chiede con un’aria indifferente
come se non fosse niente
.
Tipo due amici ad un tavolo
che fanno battute a caso
.
un solo gesto un atto unico
e guadagnerei mille punti con lui
.
In nome del nostro legame
senza starci troppo a pensare
.
Un figlicidio veloce
mica come mettere
il proprio erede in croce
.
.
Giuda
.
Trenta denari
se li converti
son solo un pugno di dollari
o qualche yen
.
Non bastano a pagarci un’analista
che allevi la tua pena
Massimo puoi invitarci gli amici
a un’ultima cena
.
Sempre che non ordini vino di marca
più o meno consacrato
e purché ti scordi
il caviale raffinato
.
Trenta denari
se fai la conversione
massimo ci compri le persone
.

“Spoon River Italia” è una silloge nella silloge, che chiude Le ore del terrore con ventotto componimenti incentrati sul tema della morte, in cui ricompaiono temi di attualità, in una serie di quadri in cui molti versi potrebbero essere estratti come aforismi, aderenti all’originale di cui nel titolo della sezione, ma che nell’opera di Consorti perdono l’immediatezza dell’epitaffio, per dilungarsi in veri e propri testi poetici dai quali estraggo “un epitaffio nuovo di zecca e mai usato” (XXVII), come lo stesso poeta dice, che a mio parere ben chiudono questa lettura. [Angela Greco]

Non sempre concordo con quello che penso
Non sempre la vita o la morte hanno un senso
.
.
.

Simone Consorti è nato nel 1973 a Roma, dove insegna in un liceo. Ha esordito con “L’uomo che scrive sull’acqua ‘aiuto’(Baldini e Castoldi 1999, Premio Linus). Ha pubblicato “Sterile come il tuo amore”(Besa, 2008, adattato per il teatro nel 2009), “In fuga dalla scuola e verso il mondo”(Hacca, 2009), “A tempo di sesso”(Besa, 2012) e “Da questa parte della morte”(Besa, 2015), oltre che diverse raccolte di poesia, tra cui “Nell’antro del misantropo”(L’arcolaio, 2014) e “Le ore del terrore”(L’arcolaio, 2017). La sua piéce “Berlino kaputt mundi” è andata in scena al teatro Agorà di Roma nel marzo del 2018. Il suo libro di racconti “Otello ti presento Ofelia” è in uscita per L’erudita. E’ presente on line con il sito simoneconsorti.com

Angela Greco, nota al volume AA.VV. Come una mezzaluna nel sole di maggio

.

“Qui non vorrei morire dove vivere
mi tocca, mio paese,
così sgradito da doverti amare;
lento piano dove la luce pare
di carne cruda
e il nespolo va e viene fra noi e l’inverno.
.
Pigro
come una mezzaluna nel sole di maggio,
la tazza di caffè, le parole perdute,
vivo ormai nelle cose che i miei occhi guardano:
divento ulivo e ruota d’un lento carro,
siepe di fichi d’India, terra amara
dove cresce il tabacco.
Ma tu, mortale e torbida, così mia,
così sola,
dici che non è vero, che non è tutto.
Triste invidia di vivere,
in tutta questa pianura
non c’è un ramo su cui tu voglia posarti.”
.
.

Si presenta al lettore intitolata con un verso “Come una mezzaluna nel sole di maggio” del barese di nascita e salentino per sempre, Vittorio Bodini, l’antologia creata e curata dalla nascente realtà editoriale Fallone Editore di Taranto sul finire dell’anno appena trascorso e che in questo 2018 sarà presentata in diverse località. Un verso d’apertura, che subito identifica appartenenza e fine dell’opera, che riporta come sottotitolo “ricognizione della poesia pugliese 1975 – 1994” dove le cifre sono indicative degli anni di nascita (del più grande anagraficamente e del più piccolo) delle voci poetiche rappresentate all’interno.

Un’opera, questa antologia, che, nelle due accezioni fornite dal vocabolario del termine ‘ricognizione’ – che, ricordiamo, etimologicamente significa riconoscere, osservare attentamente – intende riferirsi sia all’accertamento dell’esistenza del fatto poesia, sia al fatto di raccogliere, mediante la constatazione diretta, le informazioni necessarie per impostare un’azione, in questo caso poetica, per il divenire. In ciò, l’editrice ha voluto più che fornire una mappa, dare delle chiavi di accesso, dei punti di riferimento per l’orientamento del lettore in un campo vasto e molto frammentato, qual è quello della poesia in un territorio diversificato e complesso dal punto di vista morfologico e letterario, la Puglia, una terra, che si allunga per oltre quattrocento chilometri da nord a sud e che ha subito e subisce costantemente influssi esterni, per motivi storici, di localizzazione geografica e vocazione d’accoglienza, oggi accentuati più che mai in poesia grazie ai nuovi mezzi di socializzazione di massa, nei quali ci si ritrova a confrontarsi, quanto non meno a scontrarsi.

Così, in tempi come questi, di nuova, forte e utile crisi di identità, un’antologia che riunisce differenti voci e differenti esperienze, si pone come mezzo di unione nella diversità, centrando, oltre l’obiettivo propriamente letterario, anche un motivo che dovrebbe essere proprio dell’uomo contemporaneo, ovvero, secondo Giorgio Agàmben, di “colui che riceve in pieno viso il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo[1]”. Da qui, mettendo in comunione le proprie dissimiglianze, si deve tentare d’impostare e sperare di realizzare quell’azione di cambiamento invocata da tanti, capace di condurre ad una maggiore valorizzazione della Persona, piuttosto che a tutto l’insieme di cose che ad essa si sono sostituite.

Anche la copertina realizzata da Fausto Maxia, che ritrae un’opera intitolata “Fragmenta Tav.XX” ben dice della condizione in cui vertiamo oggi, dove forse il venti a numero romano sta ad indicare proprio il Ventesimo secolo, quello in cui più che mai ci si è ritrovati scissi e lontani dall’unione, perché se è vero che il lavoro del poeta nasce come qualcosa di singolo, nel suo incontro intimo con l’esperienza del mondo, è vero anche che una volta data alle stampe la poesia diventa un fatto pubblico, comune, plurale e che ogni singolo frammento serve a ricomporre l’unità. Un’antologia di autori vari, nel ricomporre i differenti pezzi proposti da ogni singolo autore, è, quindi, un mezzo utile a ritrovare l’unità, che in questo caso è il valore dello stare in Poesia e del ritrovarsi grazie alla Poesia, senza troppo discettare su che cosa sia la poesia o a che cosa serva oggi, sulla sua utilità o sulla sua assoluta inutilità, se pensiamo in termini monetari, ma cogliendone gli effetti di comunione e consapevolezza del mondo da sé.

La poesia è un mezzo, alla fine, per incontrarsi, come Giorgio Caproni ha ben detto nel suo involontario discorso sulla poesia il 6 febbraio 1982 al Teatro Flaiano di Roma, dove avrebbe dovuto commentare alcuni suoi versi e dei quali, invece, non dirà nulla. “[…] riuscire, – dice Caproni – attraverso la poesia, a scoprire, cercando la mia, la verità degli altri, la verità di tutti, o, per essere più modesti e più precisi, una verità, una delle tante verità possibili che possa valere non soltanto per me, ma anche per tutti quegli altri me stessi, che formano il mio prossimo del quale io non sono che una delle tante cellule viventi[2]”

“L’esercizio della poesia – continua Caproni – rimane puro narcisismo finché il poeta si ferma ai singoli fatti esterni della propria persona o biografia. Ma ogni narcisismo cessa non appena il poeta riesce a chiudersi e inabissarsi totalmente in se stesso da scoprirvi e portare al giorno quei nodi di luce che non sono soltanto dell’io ma di tutta la tribù. Quei nodi di luce che tutti i membri della tribù possiedono, ma che non tutti i membri della tribù sanno di possedere o riescono ad individuare[3]” ed è in tal modo che una compagine di autori vari, qual è un’antologia, implementa anche il lettore tra le sue pagine, coinvolgendolo suo malgrado in un progetto comune. (Angela Greco AnGre)

.

La presente nota di lettura ha volutamente omesso i riferimenti alle poesie degli Autori riuniti nell’antologia data la presenza, tra essi, della stessa scrivente  Il volume antologico “Come una mezzaluna nel sole di maggio. Ricognizione della poesia pugliese 1975-1994” (Fallone Editore, 2017) contiene i testi di diciotto poeti pugliesi nati tra il 1975 e il 1994, alcuni dei quali già consolidati a livello nazionale e altri ancora inediti, censiti per generazioni.

Di seguito si riportano gli Autori ospitati nell’antologia:

Anni Settanta: Simone Giorgino, Ilaria Seclì, Angela Greco, Vanni Schiavoni, Salvatore Tafuro, Gianpaolo G. Mastropasqua, Francesco Mola

Anni Ottanta: Carla Saracino, Lidia Fraccari, Vito Russo, Gianpaolo Altamura, Francesco Cagnetta, Gianluca Maria Lacerenza, Michele de Virgilio, Andrea Donaera

Anni Novanta: Antonella Chionna, Attilio Cantore, Giacomo Cucugliato

 https://falloneeditore.com/ 

.–

__________________________________________

[1] Giorgio Agamben, Che cos’è il contemporaneo? (I sassi nottetempo ed.)
[2] Giorgio Caproni, Sulla poesia (Italosvevo Ed.)
[3] ibidem

 

 

Rileggendo il 2017: Flavio Almerighi, tre poesie da Storm Petrel con una nota di lettura di Angela Greco

Il sasso nello stagno di AnGre

procellaria_aequinoctialis_1_-_se_tasmania

Flavio Almerighi, tre poesie da Storm Petrel

Edizione bilingue italiano-inglese di Procellaria (2013, Fermenti, Roma) – English translation 2016 by Xenos Books, in collaborazione con Chelsea Editions, New York;  traduzione di Steven Grieco-Rathgeb

*

da Procellaria / Storm Petrel 

Rosso d’uva
.
Questa notte un uomo
col ghigno
di un’acquasantiera
mi ha gettato
un giornale in faccia
poi mi ha accoltellato,
.
rosso d’uva
il sangue corre
dove non è mai stato
mi porta dietro,
quanto silenzio – penso
mentre muoio
.
e mi sveglio.
 .
.
       Red Grape Juice
.
Last night a man
with the snigger
of a holy water font
threw a newspaper
in my face
and then knifed me –
.
red grape juice
the blood gushes
where it never was,
takes me with it,
what silence – I think
as I’m dying –
.
then I wake up.
.
.
.
Poco…

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