Trasparenze 2019 2020 di Felice Serino letto da Angela Greco

Felice Serino Trasparenze 2019 2020La poesia di Felice Serino, in questo tempo difficile e non ordinario, appare al lettore come una epifania; una luminosa presenza utile a prendere consapevolezza di taluni dettagli, che non sfuggono al poeta, attraverso i quali sperare in qualcosa di più, oltre quello che si vede. Serino attraversa le occasioni che gli vengono offerte quotidianamente dal vivere con i sensi disposti a percepire e a codificare quello che accade, anche tra le righe, attento a circoscrivere con perizia l’evento, per fornire una eventuale chiave di accesso, senza imporsi o alzare la voce, quanto piuttosto con la pacata ragionevolezza di chi affronta le situazioni forte del proprio bagaglio spirituale ed esperienziale.

“Trasparenze 2019 2020” (pubblicato in formato elettronico dal sito “Poesieinversi”, con prefazione di Donatella Pezzino) è un altro tassello degno di nota nel lavoro poetico dell’autore; lavoro, che va sempre più affinandosi col procedere delle condivisioni dei versi con i suoi lettori, ponendo in tal modo l’accento sull’importanza, anche in Poesia, del confronto e dello scambio, elementi assolutamente necessari alla crescita.

La raccolta si apre con una emblematica poesia, che funge, a parer mio, anche da incipit: Giobbe, antonomasia della pazienza, nella quale, elaborando la tradizione classica di affidarsi, in incipio, alla divinità, il poeta per mezzo del protagonista invoca l’atto essenziale per il quale, con buona ragione, sembra addirittura scrivere, in due versi dalla forza non indifferente, che tolgono ogni dubbio al fatto che per Serino il vivere è affidarsi a qualcosa di più grande di lui (sacro e poesia, d’altro canto, si possono senza dubbio mettere sullo stesso piano):

Signore liberami
da questa gravezza della carne
-ora mi pesano gli anni
come macigni-

ascoltami - quando
il sangue grida le ferite della luce

ed io come giunco mi piego
in arida aria

Si ritrovano, sempre con piacere, gli elementi caratterizzanti dell’autore; ed ecco che l’occhio non manca di osservare tutto quello che c’è intorno, con riferimenti ad altre materie, oltre quelle letterarie ed artistiche, evidenziando il tutto tondo della poesia di Felice Serino, la sua innata curiosità e la sua volontà di rendere partecipe la poesia di ogni momento della sua esperienza di vita. La trascendenza, tuttavia, sembra avere il posto d’onore in questi versi brevi, incisivi e pregni di terminologie specifiche, trai quali, con una sola parola, spesso si può leggere la tendenza del poeta al ragionamento filosofico, all’interrogazione di se stesso in rapporto al mondo, sempre con la pacata tensione dell’attesa di una risposta di chi sa, però, che non arriverà, perché i quesiti posti sono di un ordine ben oltre questo umano che attraversiamo, come ad esempio si legge in Rinascere negli occhi o in A prescindere, a seguire:

all'inizio nel tempo
primigenio
il primo stupore in un volo

ai piedi dell'angelo
sarà poi precipizio della luce

ma si resta
nella memoria della rosa
che vuole rinascere negli occhi


*

questo uscire rientrare nell’alveo celeste
è racchiuso in un tempo
rallentato
un lampo nel cuore dell’ universo

t’ è stato messo nel cuore il senso
dell’eterno - a prescindere

ogni giorno ti riscopri vivo
come il seme

Una poesia, quella contenuta in “Trasparenze 2019 2020”, che non manca di riferimenti anche ad episodi più concreti, vissuti dall’autore o dedicati a persone reali, che hanno il grande pregio di avvicinare il poeta al lettore, in un rapporto di reciproca stima, indubbiamente lodevole; Serino non spiazza con trovate lessicali ad effetto o termini ineleganti, tutt’altro; la sua è una poesia che continua a carezzare il fruitore anche quando tratta temi scottanti o difficili, con una delicatezza che non può non essere propria della persona che scrive, perché sarebbe difficile creare ad arte quel sentimento che si stabilisce durante la lettura di un’opera. [Angela Greco AnGre]

Cieli capovolti

nel cavo del grido
deflagra rombo di tuono e
scalpitano nella testa
destrieri impazziti

egli non vede
più il corpo della madre
solo cieli capovolti e

accovacciato in un angolo
della parete che separa
vita da vita

trascorre le ore vuote suonando
l’ocarina

Qualcuno si ricorderà di noi di Alessia Pizzi letto da Angela Greco

Qualcuno si ricorderà di noi di Alessia Pizzi (FusibiliaLibri, collana “palco” (teatro di poesia), ottobre 2020; corto teatrale sulle figure storiche di Saffo, Erinna, Anite e Nosside, poetesse dell’antica Grecia in colloquio con Google, motore di ricerca dell’era digitale, come si legge nel sito dell’editore insieme ad un estratto della Introduzione di Antonella Rizzo) prende le mosse da un verso di Saffo, come la stessa autrice rammenta nella sua premessa, nella quale si presenta – romana, classe 1988 – e presenta il lavoro, che ha portato alla stesura di questo piacevole, originale e godibilissimo testo. Alessia Pizzi è laureata in Filologia classica, ma è ben lontana dall’aggiungere polvere all’idea che in tanti hanno di un mestiere come il suo; tutt’altro. L’autrice, con una verve non indifferente ed un entusiasmo notevole, presta la sua penna e la sua creatività alla realizzazione di un’opera meritevole non solo di essere ricordata, come auspica il titolo, ma anche diffusa.

Il pretesto è un incontro paradossale tra quattro poetesse classiche greche e il nostro beneamato Google, voce fuoricampo, che subito si vanta di essere il motore di ricerca più usato al mondo, gettando subito le protagoniste in un momento di confusione. L’impianto scenico è gradevolissimo: un crescendo a ritroso, che parte dalla presenza di lapidi in campo, per giungere alla personificazione carnale delle poetesse, mentre il caro interlocutore cibernetico man mano scompare dall’attenzione del lettore, che viene preso, a metà dell’opera, dal messaggio forte e chiaro che l’autrice dà: le donne, da sempre messe da parte, hanno oggi la possibilità di riscattarsi da ogni forma di violenza subita – dalla censura dell’intelligenza e della scrittura, alla violenza fisica – mettendo fuori la voce.

Tecnicamente il libro è una piece teatrale, un atto unico scritto tra serio e faceto, senza mai venir meno all’attendibilità storica dei fatti narrati, frutto serissimo degli studi dell’autrice, scritta in dialoghi teatrali inframezzati da componimenti poetici atti a sottolineare ora il pensiero ora la poetica delle protagoniste, sulle quali, spicca la figura di Saffo non tanto per grandezza tra pari – mi si passi l’espressione; Saffo non è più brava, né Erinna, Anite e Nosside sono meno brave – quanto piuttosto, per la sua posizione di saggezza nei confronti delle altre e per il suo ruolo di motrice, che invita e sprona le sue “colleghe” a mettere fuori la voce, in virtù di quella sorta di “fortuna”, che le è toccata, quella di non essere dimenticata del tutto, che meno benevola è stata con tante altre.

Un’opera, questa di Alessia Pizzi, che sicuramente ha il grande merito di aver riportato alla luce figure femminili – con tutte le difficoltà del caso, oggigiorno non ancora risolte – dell’età classica obliate per diverse ragioni e meritevoli, invece, di un posto d’onore per l’audacia, la passione e la creatività in un’epoca – non ancora terminata – di assoluto dominio maschile, ma che ha anche il merito, non da poco, di aver innestato antico e nuovo senza togliere meriti, né esaltandole fuori luogo, a nessuna delle due parti, ma creando un ponte utile per la costruzione di un domani più accettabile. L’autrice si pone, quindi, come trade d’union, come collegamento, che non manca di esprimere il suo fermo punto di vista, iniziando il lettore alla visione non stereotipata di alcune realtà letterarie. La poesia è una componente non in primissimo piano; il protagonista del libro è il pensiero dell’autrice sulle scritture e sulle protagoniste femminili dimenticate, come recita la dedica in apertura libro. Ma, d’altronde, come la stessa Saffo afferma, nel suo verso che dà il titolo al libro, la Poesia sa a priori che sarà materia futura, oltre il trascorrere del tempo e la dimenticanza, mentre è giustissimo che si ricordi che per troppo tempo le donne sono state volutamente dimenticate e azzerate (e volutamente non apro la discussione a riguardo, ma ci sarebbe davvero tanto da dire e da scrivere).

Il linguaggio di Alessia Pizzi, laddove non riporta i versi delle poetesse, è assolutamente aderente alla sua generazione, con espressioni appositamente usate per meglio evidenziare il divario temporale tra le parti; un’operazione che non poteva sfuggire ad una filologa, che ha ben rappresentato l’evoluzione della lingua in poche e centratissime pagine, regalando al lettore un libro e al contempo un manifesto sulla difesa della femminilità e dei suoi sacrosanti diritti, supportata da una validissima introduzione e da una editrice conosciuta per il suo impegno in questo campo.

Angela Greco

[immagini  per gentile concessione dell’autrice e dell’editore]

Parole raccolte di Giampaolo Giampaoli letto da Angela Greco

Edito da Sillabe di Sale nel novembre 2020, Parole raccolte è l’ultima silloge del lucchese Giampaolo Giampaoli. Opera, che – come si legge nell’estratto della prefazione di Caterina Trombetti in quarta di copertina – cerca di ricostruire “il processo di formazione della poesia” e “quali sono le condizioni da cui emerge la scrittura come messaggio che ha origine dall’animo umano”; opera, nella quale – si legge ancora nella prefazione –  “I versi devono, quindi, nascere dal cuore del poeta, indomabili afflati, condurlo per mano alla conoscenza di se stesso e, per valore comunicativo, essere rivolti all’altro”. Un lavoro che colloca immediatamente la silloge in una certa recente classicità, fortemente radicata nella contemporaneità italiana inerente questo genere letterario, dove poesia è pari a lirica e il poeta è impegnato in una gratuita opera didascalica, in una creazione, che, bisogna dirlo, appaga i più.

Leggo suoni di poesia
e profondi penetrano,
nascosti nelle membra
consunte dal volgere
dei giorni;
la voce grida
il male della mente,
distoglie voluttuosa
i miei sensi nascosti.
La rabbia vaga
in un cuore fuso
al dolore senza origine,
perso nell’esistere.
Vibrerei le nostre emozioni
all’unisono liberamente,
ti trasmetterei spontanee
immagini delle parole,
ti guiderei lontano nel tempo
per restituirti alla materia
pacata.
.
(“Condurti”)
.

Giampaolo Giampaoli vuole essere poeta. Non si riescono ad avere dubbi su questo nemmeno leggendo alcuni componimenti dove ad hoc, l’autore si dimena tra difficoltà del vivere, del sentire e non meglio identificati dolori della mente, in una danza derviscica per la massima parte solo intorno a se stesso. Giampaoli è poeta di quelli fieri del proprio operato (la prima sezione della silloge è proprio dedicata alla riflessione sulla poesia dove, nonostante anche una certa vaghissima ironia, prevale il mestiere di insegnante che l’autore svolge), orgogliosi di trovare un posto nella libreria principale e nei favori dei lettori; condizione che, per tanti scrittori attuali di versi, non è qualcosa di negativo, anzi. Fin dal linguaggio, volutamente in un registro tutt’altro che basso, vicino, contemporaneo, questo autore s’impegna acché il lettore riconosca il poeta ben distinto da sé e anche abbastanza lontano dal quel suo povero quotidiano messo a dura prova nell’ultimo anno e finito in una incertezza totale. E si può solo essere contenti per lui, se riesce in questo intento di essere riconosciuto.

Cedo un foglio bianco,
pagina dello schermo afona,
scrivete una vostra sentenza
sulla materia dolce o aspra
della poesia, emersa
dall’oscuro antro dell’essere.
.
(“A voi”)
.

Parole raccolte, il cui titolo può indicare al contempo la raccolta (di un frutto del lavoro) e la condizione intima, è articolata in tre sezioni più un Epilogo, quest’ultimo interessante soprattutto per la chiarezza, che in altri momenti sfugge, nel quale l’autore sembra compendiare il suo concetto di poesia, presentando schematicamente la sua ricerca, come si legge nella seconda parte di “Perenne moto”:

Perenne moto nel procedere
alla ricerca dell’ingenuità,
anelo a un desiderio
incalzante, inconcludente, distruttivo.
Non trovo la linfa mai concepita,
la vado ancora cercando
ma in silenzio, senza delinearla,
eppure esistente.
.

e il suo forte pensiero su che cosa sia per lui la Poesia (“Il vento / da dentro consuma, / un dolore indistinto / che non si attenua”) messo in evidenza nel componimento in chiusura dedicato presumibilmente ad un bambino, che chiude la silloge, i cui due ultimissimi versi dichiarano apertamente la sua visione del mondo:

È un vento che penetra,
che non si disperde,
dormi sereno stasera,
calma è la musica che
pervade l’atmosfera,
ci pervade in un abbraccio
caldo, colma l’animo,
il tuo animo non vorrei
averlo leso. Il vento
da dentro consuma,
un dolore indistinto
che non si attenua;
dormi sereno stasera
almeno tu che sei
l’amore inviolato.
.
(“Dormi sereno”)
.

Un lavoro, questo di Giampaolo Giampaoli, che va a consolidare la strada intrapresa negli ultimi anni dalla poesia italiana, dove l’eco di un glorioso passato apporta quella sicurezza, che conduce autore e lettore al porto sicuro, nonostante una certa difficoltà di coerenza tra le liriche, dove non è semplice trovare il legante, se non nella più ampia lettura di cosa sia Poesia per una certa fascia di lettori e di mercato.

Ringrazio l’autore, che ha voluto sottoporre alla mia lettura la sua opera, alla quale, comunque, auguro buon cammino.

Angela Greco

Ricordando Alfredo de Palchi

Il giardino dell'Eden di Marc Chagall

“Genesi della mia morte”, da Estetica dell’equilibrio di Alfredo de Palchi, letto da Angela Greco 

Riproponiamo, con immutata stima, questa pagina di qualche anno fa (quando i versi erano ancora  inediti) in memoria del poeta Alfredo de Palchi scomparso in questi primi giorni di agosto 2020.

*

Genesi della mia morte, tratta da Estetica dell’equilibrio, di Alfredo de Palchi, è un susseguirsi in prosa poetica di avvenimenti che in sedici giorni (in apertura è riportata la data 1-16 novembre 2015, presumibilmente riferibile ai giorni in cui il poeta ha segnato su carta quanto oggi si legge) ripercorre, ma sarebbe meglio dire ripropone in una veste differente da quella conosciuta ed accettata, la genesi del genere umano e la stessa esperienza di vita di Alfredo de Palchi, classe 1926, veneto emigrato a Parigi e da qui, negli Stati Uniti nella metà del secolo scorso, dopo essere stato prosciolto dalle accuse che lo avevano portato in carcere ai tempi del secondo conflitto mondiale; “e ancora EUROPEO abito qui (negli States) come italiano residente in America e non come italo-americano” sono parole dello stesso de Palchi. Dell’intera vicenda poetica depalchiana, sempre in simbiosi con la biografia del poeta stesso, si sono occupati Luigi Fontanlla, Roberto Bertoldo, che ha curato il volume delle opere complete del poeta, e Giorgio Linguaglossa (rintracciabile tramite motore di ricerca).

un Uomo in Vetri Rotti

La prosa poetica dei sedici “quadri” di Genesi della mia morte, si apre con una definizione priva di diplomazia e buonismo nei confronti dell’Uomo – chiamato dal poeta “antropoide” con un non celato rimando all’automatismo, alla meccanica, alla robotica, tutti elementi che mirano alla sottrazione di umanità – e snocciola paragrafo per paragrafo la vicenda umana dell’autore e del tempo che ha attraversato e lo ha attraversato, creando un meta-ambiente che non è più né l’uno (la vicenda umana) né l’altro (il tempo in cui accadono gli avvenimenti anche storici), ma è un nuovo mondo-luogo dove via via l’antropoide prende consapevolezza della sua natura, altamente dissimile e decisamente lontana dal destino religioso-utopistico-positivo in cui si finisce per credere, forse per retaggio o forse per apatia, e a cui è avviato l’uomo fin dalla nascita.

Genesi della mia morte è la partita a scacchi de “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman, un bianco e nero dato non già dall’assenza di mezzi cinematografici che contemplino il colore, ma come scelta estrema di assenza totale di orpelli, di blandizie, in favore di un momento privilegiato – il dialogo con la Morte – in cui non conta più tutto il superfluo di cui si è stati capaci fino a quel momento ultimo.

il_settimo_sigillo

In queste sedici brevi prose la narrazione procede dal luogo più vicino verso il più lontano, includendo in questa genesi se stesso e il genere umano tutto, la natura e lo stesso pianeta che l’uomo abita, e in esse l’autore si mantiene sempre all’esterno, sopra le parti, pur partecipando con passione del destino suo e non solo suo, e al contempo dicendo esattamente quello che pensa e prova dinnanzi alla realtà e al suo deterioramento. In un capovolgimento degno di chi ha fatto i conti anche col momento più duro e difficile della propria vita, il poeta dice che in fin dei conti il suo permanere ancora tra i viventi è stato solo una scelta della Morte stessa e, giunto ad un punto di non ritorno, addirittura suggerisce a questa signora mai nominata, ma riconoscibilissima, alcuni accorgimenti “per migliorare” la situazione ormai disperata in cui verte ancora anche egli stesso (forse pensando al futuro, partendo dalle condizioni attuali), come si legge nel “quadro”n.11: “Gentile Signora liberali tutti dal male della poesia liberandoli dal male di essere antropoidi. . .gestiscili (gli esseri umani) nella vanitas vanitatum omnia vanitas. . .”alfredo-de-palchi-legge

Inevitabilmente giunge il momento finale: il poeta ammette che la “razza sleale elettasi superiore al pianeta per imporsi ed esplodere terrore” non terminerà nonostante gli eventi traumatici naturali e non che di quando in quando decimano la specie, e, dopo una vita intensamente vissuta e dopo essere sopravvissuto a tutti i tranelli che la stessa gli ha teso, serenamente chiude questi inediti immaginando una “fine suggestiva”, come da lui stesso definita, consistente nell’ “assistere allo svuotarsi del pianeta” e nel fatto che la Morte stessa smetta di proteggerlo, liberandolo una volta per tutte da quello che lui definisce “male globale”. Ed una volta liberata la terra dall’uomo, ormai identificato nel male di grado più elevato, il pianeta potrà tornare, chiudendo quasi il mitico serpente che si morde la coda, ad essere quel Giardino dell’Eden da cui ebbe inizio la stessa vicenda umana.

(Angela Greco)

 *

Alfredo de Palchi, da ESTETICA DELL’EQUILIBRIO, estratti da Genesi della mia morte 

1-16 novembre 2015

1

È animale quantitativo autoqualitativo autorevole prepotente razzista astuto violento e da unico vile appartenente alla fauna spadroneggia su ogni specie. . . nell‘antico Latium l’antropoide legionario conquista e costruisce civiltà a ovest sud est nord. . .

pregiudizialmente assume che tu, fine di tutto, sia femmina perenne temibile di nome Mors Moarte Mort Muerte Morte. . .

 

9

con felicità intatta non temo l‘assidua protezione che mi sfiora a sbuffi lievissimi d’aria. . . che tu segua la mia positiva certezza indica che non dubiti del mio rispetto. . . mi accorgo che ti avvicini e io non fuggo poi che la mia esistenza si prolunga e la tua maniera protettiva si gratifica della mia gratitudine. . . chi ti teme e scongiura vive da defunto. . . non intuisce che sai che terrorizzato aspetta la convenienza polare. . .

 

11

Il pianeta sta affondandosi nell’abisso infinito per abbondanza di destinati a smorzare poesia della loro insufficienza. . .  superfluamente megalomani antropoidi masse di indistinti li onorano effigiati di eccelsa vanità. . . i rari eletti anch’essi brutali in sciame di vespe svolazza punzecchiando senza sgocciare miele. . . ognuno adatto alla fatica nei campi si convince a inventarsi barattiere bancario commesso al monte di pietà e di essere di troppo e mercenario partecipante all’inevitabile. . . Gentile Signora liberali tutti dal male della poesia liberandoli dal male di essere antropoidi. . . gestiscili nella vanitas vanitatum omnia vanitas. . .

 

16

periodi lunghi di pestilenze puliscono il globo di antropoidi inceneriti dalla fiamma che ti illumina sul pianeta. . . ma la fiamma non fa abortire la femmina del mostriciattolo che le gonfia a calci la pancia. . . moltitudini affamate e prepotenti non smettono di devastare inquinare e inaridire la terra. . . razza sleale elettasi superiore al pianeta per imporsi ed esplodere terrore. . . io non mi esimo benché manchi d’innati componenti terroristici. . . la mia fine suggestiva sarebbe di assistere allo svuotarsi del pianeta e sapere che tu smetti di proteggermi liberandomi per ultimo dal male globale. . .  e che il pianeta libero dal superno male della mia razza sia finalmente Giardino dell’Eden.

.

immagini, dall’alto verso il basso: Il giardino dell’Eden di Marc Chagall ; Uomo e finestra rotta dal web; Il settimo sigillo di Ingmar Bergman;  Alfredo de Palchi; Adamo ed Eva, Lucas Cranach, dettaglio.

Francesco il ribelle di Enzo Fortunato letto da Angela Greco

Edito da Mondadori nel 2018 e giunto alla settima ristampa in pochi mesi, “Francesco il ribelle – Il linguaggio, i gesti e i luoghi di un uomo che ha segnato il corso della storia” è la recente pubblicazione di Enzo Fortunato, padre Enzo, giornalista e direttore della sala stampa del sacro Convento di Assisi e direttore della rivista “San Francesco patrono d’Italia” (per ricevere il primo numero clicca qui). Da direttore di sala stampa, quindi da giornalista e capace comunicatore, Enzo Fortunato ha redatto pagine che pongono l’accento sul linguaggio del santo assisiate, sulla parte potremmo dire artigiana, pratica, dell’uomo prima che santo, sul suo nuovo modo di parlare alle genti, che poi è specchio del nuovo modo di pensare e di agire, rispetto al proprio tempo, nei confronti del quale, in accordo con le parole di Albert Camus poste in esergo, che cos’è un ribelle? Un uomo che dice no!, pur vivendo appieno il Medioevo, si distacca, credendo in un sogno e mantenendo viva la testardaggine per concretizzarlo.

In estrema sintesi, nel libro di padre Enzo si viene in contatto diretto, attraverso i luoghi e le testimonianze tramandate dalle Fonti, con il sogno di un giovane che ha creduto – riuscendoci – di poter cambiare il mondo, non già per realizzare qualcosa per il proprio tornaconto, quanto piuttosto per il tornaconto, mi si passi l’espressione, dell’intero genere umano. Sì, perché a Francesco di Assisi stava e sta a cuore l’Uomo e con esso tutto il creato, in quanto manifestazione, presenza, del Creatore, visibile a noi comuni mortali solo attraverso le sue opere.

Il libro ripercorre con un linguaggio agile e discorsivo, intercalato da citazioni poetiche ed estratti dagli scritti del santo e sul santo, le principali tappe che hanno condotto un ragazzo, che voleva diventare cavaliere alla maniera di Re Artù, a diventare una delle figure più care a credenti e non credenti, proprio in virtù di quella semplicità sulla quale ha fondato tutta la sua realtà, in un momento storico nel quale quel suo modo di agire e di pensare significava essere considerati quantomeno folli.

Enzo Fortunato, al di là dell’attività di cronista, grazie alla quale conosciamo o ricordiamo la vita del santo poverello, compie una ricognizione del giullare di Dio – supportata da un apparato bibliografico degno di nota – a suon di storia, filosofia, arte, addirittura folklore, ma soprattutto, affida le sue pagine alla poesia, da Dante, un verso del quale, tratto dal Paradiso, titola il primo capitolo, a Rilke, con i cui versi dedicati al trapasso dell’assisiate si chiude l’ultimo capitolo, passando per Emily Dickinson e Alda Merini, omaggiando, con percepibile emozione, colui che ha scritto il testo poetico più antico della letteratura italiana di cui si conosca l’autore, Francesco d’Assisi. “Francesco il ribelle” si lascia leggere con facilità, aderendo compiutamente al fatto che “il francescano non ama le prediche lunghe e noiose – come lo stesso autore afferma nelle pagine – poiché brevi discorsi fece il Signore sulla terra” così come si legge nella regola Bollata, in un crescendo di affetto per il protagonista, per il ragazzo, prima, e per l’uomo, poi, che culmina nella commozione, quando nell’ultimo capitolo si legge dei momenti precedenti la morte del santo e si vorrebbe subito ritornare alla prima pagina per cogliere altre sfumature, sentire ancora la voce dell’autore che con fraterna gioia racconta questa storia così viva e vera ancora dopo otto secoli.

La libertà e l’abbraccio sono il cardine-culmine – o, come ha scritto l’autore, “i due orizzonti che colpiscono in Francesco” tra le tante suggestioni che si profilano – della Conclusione, nella quale, alla fine di questo tratto di strada percorso, qual è un libro, si mette in evidenza il passaggio da una dimensione ego-centrica ad una nuova dimensione comunitaria o, più semplicemente, dall’io al noi, epicentro (ho scelto volutamente questo termine tratto dalla Sismologia, per indicare il profondo sconvolgimento della superficie generato da un moto interno) della vita non solo di un cristiano, ma di ogni società religiosa o laica, che si dica civile. Il libro si conclude con una sezione dedicata alle preghiere composte da san Francesco e per san Francesco, Dalla Philautía alla Philocalía, di cui riporto a compendio il primo periodo: “Questo percorso vissuto con Francesco ha uno scopo: di accompagnarci per mano dall’amore smodato per noi stessi, la philautía, fino all’amore per il bello, la philocalía, fine ultimo di ogni nostro gesto, di ogni nostra «ribellione» quotidiana.”

L’autore, Enzo Fortunato, frate minore conventuale, è gentile presenza quotidiana per chi segue la sua omonima pagina social, autore – oltre che di numerosi testi e di idee per radio e televisione – di brevi dirette mattutine dalla cittadina umbra, durante le quali, dopo aver letto il vangelo del giorno e averne condiviso brevi meditazioni, si fa portatore di speranze e preghiere, problemi e paure, che le persone gli affidano, confidando in una sua parola di conforto – che puntualmente e sempre arriva – e in quel suo sorriso carismatico, capace di parlare direttamente al cuore di tutti, senza distinzioni. Padre Enzo è stato un dono portato da questo periodo legato all’emergenza sanitaria, sin da quando, impossibilitati ad uscire di casa, impauriti e increduli di quanto si stesse verificando nelle nostre esistenze, abbiamo potuto contare sui suoi video, sui suoi incoraggiamenti, sulle sue letture e sulle sue riflessioni sempre alla luce dell’assisiate per eccellenza, sulle sue “finestre” aperte dal e sul sacro Convento di Assisi, luogo del cuore per tantissime persone, stabilendo, nonostante le distanze imposte, un contatto vero, sentito, che alla lunga ha costituito un tenace supporto per l’inevitabile “crollo” indotto dalla circostanza, che abbiamo accusato. E, così, operando con l’esempio, mettendo da parte tutto il superfluo persino nelle parole da dire, con pazienza e perseveranza, oggi questo frate – insieme con la sua realtà – è il riferimento anche di chi è in difficoltà non solo spirituale, ma addirittura materiale (per contribuire, inviando fino al 15 luglio al numero 45515 un SMS solidale sia da telefono fisso che mobile, e conoscere dove arrivano gli aiuti inviati si può visitare il sito www.conilcuore.info); riferimento concreto di persone, che non sanno nemmeno come arrivare a fine giornata e che, grazie all’intervento francescano, possono tornare a sperare in qualcosa di positivo. [Angela Greco AnGre]

In un remoto altrove di Felice Serino letto da Angela Greco

Felice Serino, In un remoto altrove – poesie, 2018 presentazione di Donatella Pezzino, autoproduzione da richiedere gratuitamente all’autore (tramite il profilo social), oppure – da aprile 2020 – scaricabile dalla piattaforma ISSUU, è la nuova raccolta di questo poeta campano (Pozzuoli, 1941) residente a Torino.

Immediatamente risulta particolarmente degno di nota il fatto di aver messo a disposizione dei lettori la propria opera senza remunerazione; indice di una certa idea di poesia che trova compimento nello scrivere per donare all’altro il proprio sentire, il proprio vissuto e il proprio vedere. Poesia come dono, quindi; concetto che altre volte ho attribuito a Felice Serino, anche legandolo alla sua prolificità.

I testi presentanti nella silloge In un remoto altrove fanno riferimento all’anno 2018 e hanno la delicata bellezza – mi si conceda la metafora – di un cielo trapunto di stelle, ognuna con la sua luce particolare e tutte insieme pronte a rischiarare notti tutte uguali per buio, silenzio e solitudini. Vengono confermati i temi propri di questo autore, il rapporto con il sacro, la trascendenza, la passione artistica e l’attenzione verso gli accadimenti dell’esistenza, sottolineando un percorso autodidatta che nel tempo ha condotto Felice Serino, senza dubbio, ad un certo livello e ad un valore confermato dai lettori, che in questi versi ritrovano attenzione e dettagli degni di nota. Tra queste pagine si avverte nitido e si legge con ricchezza di linguaggio l’amore del poeta per la sua materia, la Poesia, alla quale vengono dedicati versi colmi di rispetto e speranza, ma anche di meraviglia, come se tutto il tempo già trascorso a scrivere fosse un tempo mai passato, ma ancora nuovo e tutto ancora da vivere; un tempo, quello della poesia, che rende vivo e appassionato il poeta, che felicemente ne trasmette al lettore.

Una presenza che si lascia osservare da vicino, e che mi piace evidenziare in questa sede, in un remoto altrove, dove per remoto si intendere non già un luogo lontanissimo nel tempo, quanto piuttosto un punto lontano dall’occhio per il quale, però, è ancora possibile la visione distinta, è quella dell’angelo, presente in un nucleo centrale di componimenti, i cui versi spesso definiscono anche la poesia stessa e finanche il pensiero dell’autore: è ubiquità ed ali l’angelo / o essere-pensiero; asimmetriche tracce / lascia la poesia ch’ esprime / l’angelo-farfalla; poesia / è dove l’angelo perde una piuma; nella camera della mente / non è detto non t’appaia l’angelo / dell’ affresco / che ti rapì quand’ eri bambino; memoria di volo / dell’ antenascita – quando l’ angelo / benigno si piegò / nel vestire la carne. Un messaggero reale, l’angelo di Felice Serino, che avvicina l’Uomo alla parte meno tangibile, alla sfera celeste, all’oltre-umano, che appare nelle poesie, al posto della divinità e in nome del sacro, completando quel dualismo carne-spirito molto forte nel pensiero dell’autore, nella speranza di avvicinarsi sempre un po’ di più al secondo, attraverso la riflessione e l’esperienza del primo.

Le altre poesie di questa silloge levano liriche a svariati argomenti, momenti che hanno suggestionato l’autore e attimi che hanno mosso penna e sentimento e che si configurano come luoghi di riflessione per il lettore, che mai esce deluso dalle pagine di Felice Serino (in chiusura si riporta una breve selezione di testi), il quale, con maestria, conclude questo nuovo lavoro con una poesia intitolata “Alba”, che già di per sé è un programma ed un invito alla prossima pubblicazione. [Angela Greco]

*

Alba
.
nella luce che sale
generosa sei
come musa che l’abbrivio dà
col primo verso
.
-aria
di vetro – parola sospesa
.
come andare in mare aperto
.
sogno o stato di grazia
.
.
.
Quella che appare
.
quella che
appare – che luccica o getta
ombre – non è la realtà
che credi
.
se ci pensi: perfino
quest’essere-soma non è
reale ma in divenire – carne
e proiezione del cielo
.
reale è ciò che non
vedi – e che ti fa dire
Amore
.
quando ti genufletti nella luce
.
.
.
Tu madre del mio silenzio
.
tu madre del mio silenzio
tu cattedrale del sangue
indiato
.
-poesia- apri lunghe sospensioni
e varchi
e archi di luce ricrei
tra ciglia d’amanti
.
tu fai spuntare fiori tra le pietre
preservi un raggio di sole
.
per gli occhi persi
del povero cristo
nei giorni anodini
.
.
.
Ai margini del foglio bianco
.
occupi il bianco ai margini
dove apporre note
varianti
.
restano obliqui segni
come di ferite
su aborti di pensieri
.
è il vasto mare del possibile
.
vi si estenua
nelle sue immersioni il sub
per una parola-perla
.

Rileggendo l’anno appena concluso: Disattese – Coro di donne mediterranee di Giovanni Luca Asmundo,nota di Angela Greco

Pubblicato, come riconoscimento di merito all’autore, quale primo classificato al “Premio Versante ripido” – prima edizione 2019 per poesia edita e inedita, con postfazione di Cinzia Demi, nella collana omonima (creata per scopi di autofinanziamento e reperibile unicamente tramite i marketplace Amazon) della stessa Associazione di promozione sociale Versante Ripido, Disattese – coro di donne mediterranee è la nuova brillante prova poetica di Giovanni Luca Asmundo, classe 1987, architetto e ricercatore universitario nato a Palermo e residente per lavoro e studi a Venezia, autore già di un’altra opera vincitrice di concorso Stanze d’isola (Premio Felix 2016, Oèdipus Ed.) e coautore di Trittico d’esordio (Ed. Cofine, 2016), che segna il suo esordio nella poesia edita.

Disattese è suddiviso in due sezioni di medesima lunghezza, ventuno componimenti per parte numerati con numeri romani – non si consideri superfluo, in un poeta votato alla sottrazione, il fornire dettagli sulle caratteristiche dell’opera – che racchiudono un decennio di poesie: I. Permanenza 2009-2017 e II. Migranza 2017-2019, sezioni, che possono essere considerate poemetti a giusta ragione, per continuità d’argomento e soggetti (anche se non si tratta propriamente di eroi in senso classico), presentate in maniera da costituire nella totalità una narrazione in versi vera e propria, distribuita con la già provata bravura costruttiva letta nell’opera precedente (Stanze d’isola), mirante alla realizzazione di una solida struttura entro cui muoversi con personaggi, azioni e, nel caso di Gianluca Asmundo, anche speranze e silenzi, ovvero tutti gli elementi di quel senso corale di cui è pregna la sua opera. Ciascuna sezione, narrante un tempo passato ed uno attuale, è introdotta dall’esergo di un poeta greco: Ghiannis Ritsos (un verso da Le vecchie e il mare), greco moderno, introduce la sezione in cui la poesia parla di un tempo antico, mentre Sofocle, con una citazione dall’Antigone, apre la sezione che si può considerare più vicina. Fermo restando che la suddivisone temporale non è indicativa, poiché tutto Disattese – nonostante l’elegante presenza di arcaismi funzionali all’eco classicista della poesia di Gianluca Asmundo e “coro” nel sottotitolo dice bene a riguardo -, come la buona poesia ben sa, è a-temporale, parlando con cognizione di causa di accadimenti e sentimenti comunque attuali.

La sensazione ricorrente e positivamente coinvolgente nella lettura del libro, sia che si incontrino donne di una certa età, sia che si abbia a che fare con le protagoniste della seconda sezione, è quella della sospensione, dell’attesa di un evento, di un qualcosa che smuova le acque del così è, che muti lo stato dei fatti dinnanzi al quale si rimane in ascolto, del proprio passato, delle proprie esperienze, dei propri silenzi, divenendo tasselli di un disegno più grande, che accomuna ieri e oggi, in una sacralità che prescinde dal credo religioso, nonostante il destino disatteso, nello spazio circoscritto solo geograficamente del Mediterraneo: “Storia di donne escluse / riunite dal mare essiccato / la madre, la figlia, la Vergine / Nigra sum sed formosa”.   Le donne di Asmundo, intese comunque quali il femminile di un binomio (si accetti ad esempio per tutte, come pure citata nella motivazione della giuria al premio, Penelope, che aspetta, lavora e agisce in prospettiva di Odisseo e di Telemaco), in questa opera non sono eroine che tendono al protagonismo personale (l’autore, in maniera mirabile non scade mai nella retorica, né nell’uso strumentale degli argomenti trattati), ma sono fili differenti di uno stesso ordito lavorato al telaio del tempo e della storia, che solo insieme, coralmente, potranno riscattare non solo se stesse, ma anche la loro progenie, guadagnando con la sopportazione e mai sottomissione, il futuro che sperano nonostante tutto: “L’irriducibilità delle stelle / era pari alle braccia delle madri. // Non più vasi in testa, mutati i fardelli / ma sempre un arcaico sorriso giocondo / e il gomito ad anfora greca”.

Un ruolo particolare nello scorrere dei versi è svolto dal silenzio e dalla solitudine (ogni componimento reca in sé un rimando a questi temi: “una volta rimasta sola”, “specchiarsi in una sorda ossidiana”, “restavano fredde le pietre del forno”, “le rive delle ultime sponde ammutite”, “tacquero i pesi pendenti dai fili”, ad esempio) intesi non già come mancanza di voce e di compagnia, ma come momenti privilegiati per la riflessione, per il pensiero su quel che è stato o sul da farsi; un silenzio costruttivo, in cui nulla si perde della forza e della speranza tratteggiate altrove, ma che è compendio, ampliamento del progetto (di costruzione di una umanità migliore) che il poeta affida (anche) a questa sua opera. Silenzio, che si pone come contrappeso alla parola divenuta oggi inevitabile, equilibrando pieni e vuoti della narrazione e lasciando spesso nel lettore la sensazione che l’autore propenda maggiormente per il non detto affidato ad un sentire che bene emerge dal lavorio di cesellatura del blocco-scrittura, nel quale ogni elemento è stato scelto con cura e lodevole attenzione.

L’autore di Disattese – coro di donne mediterranee, tra ricordi di viaggio, andate e ritorni e visoni lucide attraverso occhi capaci di traguardare la bruttura di cui siamo partecipi in questi tempi, raccoglie scene e pensieri di un cammino che compie da anni e che trova ampio spazio nei suoi luoghi telematici e nei suoi differenti lavori, con la promozione – si legge nella sua nota biografica – di “progetti di scrittura e fotografia su diversi temi quali migrazioni e dialogo, cura dei luoghi, riflessioni sulla città e il paesaggio contemporanei”: alcuni componimenti di quest’ultima opera mantengono il tono diaristico di chi si sposta per ragioni diverse e prende appunti; appunti che, in una fase successiva, prendono forma di poesia, mantenendo salde le sensazioni della prima stesura, della meraviglia con cui sono stati captati tra tanti segnali differenti: “La piccola A. vive tra il sole e la terra / olio e miele il suo dono nel deserto / […] Sopra la porta della su stanza / è disegnata una stella marina / ma non sa cosa ci sia oltre il blu./ In mezzo al mare c’è un’isola grande / dove io sono nato”. Viaggi, dell’autore attraverso i suoi protagonisti poetici, che rimandano sempre echi del luogo d’appartenenza, quasi a voler sottolineare con la dolcezza che è cifra di questo poeta, che qualsiasi distanza, fisica o metaforica,  non può mai recidere o far dimenticare quel legame con la radice per antonomasia, ossia l’essere persone, viventi di un sistema plurale, che può funzionare solo se ciascuno e tutti svolgono al meglio il proprio ruolo, la propria parte, come splendidamente si legge in chiusura: “Se coglieremo con dita gentili / i frutti maturi della decadenza / per ripiantarli al riparo dal salso / in salvo dietro le dune sabbiose / d’infanzia d’altri, non più distinti // se accosteremo le gemme trovate / e quelle recate fin dagli scogli / schiuse le mani non più protettive / coltiveremo giardini d’approdo // se volgeremo la nuca in profilo / esso disegnerà un’unica costa / per il medesimo viso / un mare fiorito.” [Angela Greco]

*

Alcuni estratti:

XIX.
Teneramente arriverai ai tuoi cent’anni
di sorrisi asciugati e pacifici
dimenticate storie e filastrocche
ma l’aspetto sempre curato e nell’armadio
le grucce con i sogni appesi
e nell’angolo il sacchetto di lavanda
.
.
.
.
II.
Non un limone, siamo giardino
dai verdi getti slanciati nel sole
gemmiamo l’aria, se ascolti il lucore
corale di un unico manto di zagara
non c’è confine, se non la plurale
pace esultante dei muri essiccati
meraviglia di mille sterpaglie.
…………………………………a Salma Zidane
.
.
.
XVI.
Nutriamo la lingua d’erranze
di approdi e partenze, di soglie
del mutuo baciarsi dei venti
del pianto di sale diviso, sorelle
bianca solarità in bocche addolcite
.
grani e parole in terreni
di nuovo linguaggio
lo spazio ricresce spontaneo
tra le erbe pestate.

 .

Rileggendo l’anno appena concluso: Zero al quoto di Fabrizio Bregoli – nota di Angela Greco

Zero al quoto di Fabrizio Bregoli letto da Angela Greco

Si apprende dal vocabolario che in aritmetica, “quoto” è il quoziente esatto, senza il resto, e l’espressione utilizzata nel titolo – zero al quoto – indica una potenza con base zero elevata a zero, ossia qualcosa di impossibile da risolvere, che, al di là dei dibattiti tra addetti ai lavori numerici (a cui pure l’autore, laureato con lode in Ingegneria Elettronica, con buona probabilità è avvezzo), sconfinando in problemi di ben altra natura da quelli meramente matematici, giustifica la materia sottesa al titolo stesso, la poesia. Tralasciando le peripezie di pensiero con cui Fabrizio Bregoli dà il benvenuto al lettore della sua opera, Zero al quoto (Puntoacapo Editrice, 2018), per i profani in matematica come me, quello zero, di cui, appunto, nel titolo, attrae, affascina e, dopo aver letto l’impegnativa prefazione Vincenzo Guarracino – il quale pure tenta un dipanare la matassa inerente titolo e silloge – conduce subito alla lettura dei versi, domandandosi se, casomai, quello zero non sia fondamentalmente un punto d’inizio di un’argomentazione poetica, che fin dai primi versi l’autore intesse con testi densi, finalmente lunghi (per questo momento poetico, che preferisce la rapidità di testi fruibili come tweet) e articolati, narrativi a loro modo e che predispongono il lettore ad un ascolto meditato e per forza di cose lento, coadiuvato da esergo, che invitano all’approfondimento dell’ultima poesia italiana d’autore. Con Zero al quoto occorre stare in poesia; non si può altrimenti.

Il primo testo, “Detto? Taciuto appena” titolato in corsivo e collocato al di fuori delle sezioni che compongono la silloge, ha l’aria di una introduzione per il lettore, una presentazione a tutti gli effetti, un presentare e presentarsi in Versi. Foggia o marchio per la memoria fino a domandarsi Eterno quest’istante? / Eterno. Fragile ed eterno e a far comprendere, a mio avviso, che è dell’incontro proprio con la Poesia che si sta dicendo.

“Gli uomini (o la loro ipotesi)” è la prima sezione del libro; subito, la prima poesia (Sapere di te) commuove; un’analisi lucida della realtà, consegna quest’ultima a chi verrà, consigliando quella stessa calma e mancata fretta di cui si è detto poco prima (Non avere fretta, qui tutto scalcia / conoscerai astio, menzogne d’uomini / impietoso linciaggio d’anni, tu / fanne limo profondo di sapienza / verità, come di provvida pioggia / rettitudine e inalterato amore); nel dialogo che il poeta intraprende nei primi due componimenti con un nascituro (La tua presenza è l’eco d’una voce / smorzata nei brevissimi centimetri / sull’esile attorciglio del funicolo) si tenta una prima ricognizione del presente, iniziando proprio dagli esordi dell’essere umano, il concepimento, affermando che La vita è il nulla che le dà principio / l’assurdo che s’intrude nel possibile, per poi subito dare luogo ad una speculazione a tratti filosofica sull’esistenza, portata al lettore anche con metafore efficaci, come si legge in “Consumazione obbligatoria”: E indifferente / se fosse oste o avventore […] se banco o giocatore in quella riffa […] / O era questo suo scoprirsi nessuno / escluso ad ambo i giochi / a riassumerli entrambi?, per giungere, in “Fosse poesia”, ad una chiara esposizione di quella visione nichilista di cui ampiamente nella prefazione: Fosse poesia potrei indugiare / su qualche vezzo cromatico […] / Ma questa scena è minima, assoluta / non si concede appello, assoluzione. / Lui siede agli scalini, tra i piccioni […] / lo sguardo arrovesciato su detriti / di storie, ciò che ne resta tra le unghie / sudice, un bicchiere, stente monete. / Chiede nuda evidenza del suo esserci. // E non serve una poesia, un altro alibi. Nella poesia “Quei ragazzi”, che chiude la prima sezione, è riproposto, nell’ultimo verso, l’istante come unico momento positivo – nel fermo paradiso dell’istante –, ma, tuttavia, senza troppa convinzione.

“Iconoclastie” è l’evocativo titolo della seconda sezione, a “sfondo artistico” viene da dire, nella quale l’autore distilla versi dall’analisi metatestuale di alcune opere d’arte e che si apre con una originale poesia intitolata ad un iconoclasta dei nostri tempi, il personaggio (Làszló Tóth), che nel 1972 vandalizzò la Pietà di Michelangelo, dal cui gesto il poeta trae spunti di riflessione, che vanno davvero oltre il primo impatto con l’atto in sé: Non diverso da affrancare una lettera / o rimboccare le coperte. Fu / la più nuda delle necessità / liberare dalla materia il simbolo. Come / sgomberare una nube dalla fronte. // E quindi estrarne la vena esatta / imporvi la ferita salutare / la grazia rude d’una perdita. / E non restarne vuoto / simulacro, vitello d’oro. // Fra cruna e spazio, lì dove si ferma / l’arduo della luce: solo saperlo / incidere, per lasciarvi una firma / nel sordo martellare del minuto. In questa sezione, degna di nota è il componimento Pietà Rondanini, cesellata, prima dagli occhi e poi dalla poesia, in maniera davvero superba e chiusa con un verso (Guaiva un tram. Poco più in là il Castello) a cui fa eco il poeta stesso costretto a dover lasciare tanta alta materia. Tutta la sezione è votata a far emergere il lavorio di sottrazione, di eliminazione, di trattenimento solo dell’essenziale, detto in versi come Per questo scelsi minima / l’arte, perfetta / la sottrazione (“Concetto spaziale. Attesa”) o L’approdo d’una vita è la cesura (“Pietà Rondanini”) o, ancora, Nello sbiadire d’ombre, di colori / lo sfondo bianco è il cuore che governa / il fulcro esatto, il ganglio del restare (“In questa consuetudine la fede”), alla luce dei quali occorre mettere in evidenza che tutta la poesia di Fabrizio Bregoli ha motivo di esserci, nel senso che non vi è traccia di barocchismi o di superfluo, ma ogni termine, dal più comprensibile, al più difficile, è preciso, utile.

La sezione successiva, “Memorie (da un futuro)” prende il titolo dall’ultimo verso della prima poesia, “Cassandra”, che recita, nel finale, E già scioglie grumi di secoli, scempi / di madri al rogo del loro respiro, /    mutilazioni d’angeli, ed esodi / di moltitudini, e scie di cani. / Lacerti d’un altrove, memorie da un futuro e annovera componimenti dedicati a personaggi e tradizioni differenti, accomunati da un’aurea di sacralità e misticismo, nonché dall’ombra di una madre – maternità, che permea molti testi, e testi più vicini alla realtà del poeta, quali l’impietosa “Centro storico” o “Destinazione d’uso”, che racconta la mutata destinazione, appunto, dei territori della Brianza, nei quali sembra emergere una sorta di ‘rabbia’ contro l’attualità edile, contro la costruzione come manufatto, che poi è memoria e ricordo e, come tale, dovrebbe godere del rispetto opportuno ad opera dell’uomo, il quale non viene risparmiato nelle altre poesie di questa sezione, in un crescendo, che dal passato addiviene ad un futuro felliniano, visto come una rivista, con tanto di personaggi caratteristici, da cui non è escluso nemmeno l’attuale presidente degli USA (Per chi mai custodire questo strenuo / gemito d’alba, un diamante di fiato / che v’incida gola a gola uno spazio / inviolato, una scoria d’orizzonte? […] / E si reclina il viso, s’alza il bavero / ci si rinserra a stento tra le spalle / a un polline di voce che ci assista / in un falsetto a litania di ieri. / Cerea l’alba, di scena la rivista. / Ballerine Nani Trumpolieri, “D’una mattina d’equinozio e spoglio”).

Dopo l’onda di “Memorie (da un futuro)” è la volta di “Diversa densità degli infiniti”, a suo modo mareggiata parimenti, nel senso di carrellata dal ritmo più rapido intrisa di personaggi, rimandi e ricordi di anni vissuti dalla generazione dal poeta, che sembrano in qualche modo voler allentare la morsa di questa poesia importante, capace di calamitare su di sé l’attenzione senza sforzo. Nella sezione, anche se è difficile estrarre una poesia su tutte, attrae “Autarchie”, di cui riporto la prima strofa: Nevica. Bianco che frastorna, libera. / Spazio che la mente rigoverna, ordina. / Che sia questa l’arte: precipitare / come germi d’acqua che cristallizzano, / s’affidano al rigore, a geometrie / spezzate, omotetie frattali. / Esagonalità singolari, uniche / a ripetere la stessa norma, il canone […] Credimi nessuna  / altitudine, semmai la surroga / a quella prima, nostra falsa vita  che, di fatto, riconsegna al lettore il rigore, l’ordine che il titolo matematico presupponeva, ammettendo che tanto non derivi già da qualcosa di esterno, quanto piuttosto sia specchio di qualcosa che già si possiede (autarchia, nell’etimologia sta ad indicare “basta a se stesso”), ricentrando il cardine della poesia di Zero al quoto sull’asse uomo-nichilismo (Nulla credimi // si sconta vivendo, nulla redime. / Nemmeno la bellezza di legge in chiusura di “Leni Riefensthal”).

La sezione “Amba Alagi” propone poesie, come accaduto nei testi appena precedenti, che hanno perso il titolo e si apre con questi versi: Le cose non ci pensano. Le tedia / il nostro agire d’uomini, ridurle / ad appendice, semplice strumento. / Hanno l’antica nobiltà dell’attimo / un’araldica di gesta ovvie, minime, nei quali si conferma come unità di misura del tempo (pur leggendo in un altro testo della stessa sezione, che il tempo non ha coniugazione) l’attimo e si rimarca il concetto di minimo che, dopotutto, è quanto di più prossimo allo zero si possa intendere; Ma pure un piatto sbreccato, una spilla / un guanto liso, un pettine rivendicano / talvolta dignità a esistere, intrudono / nella geografia consueta di anni / la deriva d’un continente prossimo […] / Dopo, tornano al loro buio buono / al santo anonimato dell’oggetto / nell’assoluto garbo del silenzio, silenzio dove sembra voler approdare anche il poeta, il quale in un componimento successivo scrive: fino a giungere, tutti e ognuno, ad una / regione di mezzo, una zona franca. Ad una terra esatta, impareggiabile, in un sottotono smentito soltanto dai rimandi di cui la poesia è felicemente intrisa. La sezione sembra la meta di un lungo ragionamento dipanato per oltre cento pagine, che giunge, dopo tanto peregrinare, a dire Difficile credere / a come la più opaca consuetudine / possa diventare – ora – irripetibile, ossia ad attribuire anche alla più insignificante delle cose, un valore per cui valga la pena vivere, nonostante l’inasprirsi di una mancanza di luce, come nei versi: Nulla di nobile / – viviamo forse delle nostre perdite – / nulla di utile o appena comprensibile. / Ma comunque scriverne. / Arte del dimenticare.

 “Per una poesia possibile” è la sezione che chiude questo denso lavoro di Fabrizio Bregoli e rappresenta una sorta di dichiarazione poetica, in cui l’autore esprime il suo punto di vista sulle forme della poesia, ma anche una sorta di saluto, ancora intriso di pensiero e riflessione, questa volta su una fine ben più grande: Il tarlo dell’addio t’accompagna / così s’impara a morire / sopravvivendo alla consuetudine / dell’ora, del non detto / qui, nella disequazione di parole / e senso, se solo nella provvisorietà  / del tempo è commiato (“I limoni del Garda”), congedandosi dal lettore con questa poesia, magistrale riassunto dell’intera silloge:

         È tutto qui.
Ci s’assottiglia, il garbo d’un asintoto
dove la curva stromba nel suo ignoto
a gradiente rapido, senza antidoto. 
Nell’interstizio fra virgola e intero
punti di flesso fra altrimenti e vuoto,
ennesima potenza a base zero.
.
Sieben acht gute Nacht
Neun zehn auf Wiedersehen.

[Angela Greco]

in apertura: opera di Steven Kenny

Rileggendo il 2019: Il caso Mozart di Franco Pappalardo La Rosa – nota di Angela Greco

“Tutti i personaggi del romanzo sono realmente esistiti, ma le vicende e le situazioni narrate (e il loro intreccio), pur trovando appigli in fonti storiche, costituiscono frutto della fantasia dell’autore.” Per Il caso Mozart (Ed.Gremese, 2009) di Franco Pappalardo La Rosa è doveroso specificare la nota sopra riportata, poiché è romanzo talmente realistico da poter essere, senza dubbi, inteso come romanzo storico propriamente detto. Invece, pur essendo a sfondo storico, Il caso Mozart è un poliziesco atipico, in cui la Storia presta soggetti e contenuti senza pentirsene, alla conoscenza dettagliata dell’autore in materia di leggi, società, stile di vita, musica, arte e finanche bon ton ed economia domestica, per il confezionamento di un libro godibilissimo e dalla rara eleganza, aspetto ormai inusuale nella narrativa contemporanea.

Romanzo poliziesco atipico presto spiegato: fin dal primo capitolo si viene a conoscenza del movente e del colpevole, ma la narrazione non si vota a indagare, secondo i canali propri di questo genere letterario, accanendosi su un quid giallo, ingenerando nel lettore la morbosità di scoprire e quella strana sete di giustizia che non si trova più fuori dai libri. Piuttosto, il romanzo è un grande affresco, coadiuvato dall’aspetto poliziesco incluso nella storia, su temi sociali e morali, dalla lettura dei quali, oltre a conoscere la società viennese della fine del XVIII secolo, si possono trarre spunti di riflessione evergreen, prestando attenzione ad alcuni aspetti, che sembrano non essere ancora mutati nell’attuale società.

Di fatto, lo sfondo storico e la vicenda poliziesca sono la cornice (e mai termine fu più appropriato per un romanzo che somiglia moltissimo ad una grande tela dipinta nei dettagli) per trattare il problema della ragion di stato, cardine attorno a cui ruota l’intera vicenda de Il caso Mozart, che praticamente tratta degli ultimi giorni di vita del grande maestro austriaco a cui è accaduto qualcosa di scandaloso a seguito del suo modo di vivere, come si legge nell’estratto della quarta di copertina: «Se le sarà andate a cercare: avrà scatenato l’ira di qualche padre o di qualche marito geloso», commentò sua maestà. «Egli vorrebbe possedere tutte le donne, come il suo Don Giovanni. E’ un joueur che sempre si è fatto beffa di tutti…». La capacità narrativa di Franco Pappalardo La Rosa diluisce un solo evento, quello accaduto al musicista, in ventisei brevi capitoli sapientemente equilibrati tra parti descrittive e dialoghi che raccontano in tutto pochi giorni densi di azioni e personaggi, acquisendo, verso la fine e in un solo preciso punto, l’atteggiamento del melodramma nato in quel periodo, nell’unica scena cruenta – eppure incapace di disturbare il lettore – presente nel libro, vertice del dramma, che ha determinato il movente dell’intera vicenda. Una storia di gelosie e passioni scritta senza scivolare nel morboso; tradimenti, narrati nel rispetto della mentalità dell’epoca in cui è ambientato il romanzo, esposti con giusto peso e senza sfruttare l’argomento per fare presa sul lettore; usi e costumi di un tempo passato – che nel fare del clan, sia esso la famiglia imperiale, la chiesa o la Massoneria, sono ancora attualissimi – in cui si vive accanto ai protagonisti, come fossero vicini e, infine, l’accento, amaro, sulla “costruzione” di quel che si è deciso di tramandare ai posteri, atto affidato ad una nobiltà impaurita e già decadente, magistralmente descritta nei difetti, ma anche nella virtù di aver saputo dare spazio e attenzione alla grande Musica e di aver creato un fiore all’occhiello per tutta l’Europa e non solo.

I minuziosi particolari di cui ci fa dono l’autore, dai dettagli dell’abbigliamento, come delle case e delle opere dello stesso Mozart, ai caratteri propri di ciascun personaggio della storia (insieme ad una interessante e bella postfazione di Giorgio Bárberi Squarotti), sono il valore aggiunto ad una lettura mai noiosa e capace di sorprendere fino all’ultima decisione presa e descritta nell’ultima pagina, che mette in evidenza quanto, a fronte di tutto l’idealismo e la nobiltà d’intenti di cui si può essere capaci, a prevalere sarà sempre la praticità che conduce a dire: Non voleva più soffrire né immalinconirsi: soltanto un po’ di pace agognava. Con tutto il cuore.

[Angela Greco]

*

Vienna, una notte di fine Settecento: gravemente ferito in seguito a un’aggressione, un uomo si lamenta riverso sulla strada e viene riportato a casa da un suo servitore che passava di là per caso. Responsabile, apprenderemo, è un marito geloso che ha esagerato nella bastonatura. Quell’uomo è Wolfgang Amadeus Mozart, che Franco Pappalardo La Rosa segue passo passo in questo tragico frangente della sua vita, basandosi su fonti documentarie poco note, ma anche liberamente inventando ambienti e situazioni. Ne deriva un romanzo storico di straordinaria evidenza visiva, con le strade, le case, i palazzi del potere, la vita quotidiana di quella Vienna d’epoca, che ti balzano incontro con la vivezza e l’attualità di un ‘reportage’. Tuttavia, come dice Giorgio Barberi Squarotti nella postfazione, è ugualmente un romanzo su un “mistero” al quale certo non sono estranei intrighi, depistaggi e menzogne che hanno coinvolto ai massimi livelli la Corte imperiale. E, nel ricostruire questi intrighi, la narrazione si carica di una ‘suspence’ perfettamente dosata, in un crescendo di drammaticità che rivela infine senza ambagi il volto oscuro della storia e della convivenza umana, un inferno senza fiamme da cui non si salva nessuno, e in cui nessuno può dirsi davvero innocente”. [Risvolto di copertina di Stefano Giovanardi]

Rileggendo il 2019: Cuore Improduttivo di Davide Morelli – nota di Angela Greco

Pubblicato in formato digitale e proposto in pdf da ‘Le stanze di carta’ (scaricabile gratuitamente alla pagina web: lestanzedicarta.blogspot.it – Progetto Liberi e-Book [Poesia – Prosa] – Volume a cura di: Ilaria Cino e Davide Morelli), Cuore Improduttivo è una raccolta di poesie e prose di Davide Morelli (Pontedera, 1972), che, come lo stesso autore afferma nella autocritica premessa alla lettura, “non ha nessuna ideologia di fondo particolare, ma ha sullo sfondo una problematica particolare: quella della disoccupazione” usando “una scrittura aforistica, scarna ed essenziale, che cerca di approdare ad un minimo di verità umana con i suoi versicoli.”

Una schiera di componimenti brevi (escludendo i primi tre che aprono l’opera sono tutti di quattro versi) e in rima accompagna il lettore per le prime trenta pagine, ponendosi in linea con l’attuale scrittura poetica, breve e di effetto, che, però, fa assumere ai versi l’aspetto di un gioco enigmistico, seppur ricercato, che mette in secondo piano gli argomenti e persino la drammaticità di alcuni di essi. I testi che seguono, pur accettando il senso ludico e l’esasperazione della condizione dichiarata in apertura nella premessa (la disoccupazione, appunto), rendono bene l’idea:

Caos
Sono contraddittorio e contradetto.
Il mio cervello è ormai negletto.
Ma mi rimane qualche stella fissa
nel caos, in questa caotica rissa.
.
.
Disoccupato
Mi dice che io sono fortunato
perché sono -ahimè- disoccupato.
Nessuno ora mi vessa né mi stressa,
anche se vivo una vita dimessa.
.
.

Passeggiate per Pontedera, mutando completamente la forma dei componimenti finora offerti al lettore, è un interessante e dettagliato poemetto, chiuso con la formula “Per oggi è tutto. Cordiali saluti”, ad indicare un certo tono diaristico-epistolare, tra intimismo e narrazione, che abbandona la rima per approdare, tra immagini e pensieri dettati al poeta da una camminata che acuisce i sensi, complice la forzata inattività, a intense riflessioni, il cui cuore pulsante è ravvisabile, alla mia lettura, in questi versi amari, nei quali si avverte tutta la drammaticità di una contemporaneità sapientemente intrecciata a momenti di romantico lirismo dettati dal luogo di origine del poeta: “[…] Abbiamo bisogno di tempo e futuro. / Dalle finestre battono i panni. / Sui muri nuovi slogan e amori.  / Migliaia di storie si racchiudono / dietro cancelli, portoni, pareti.  / Ascolto il battito di ali di rondini / che si fermano su quei tetti. / In questo luogo o in nessun luogo / saremo cittadini del mondo ed esuli. / Calpestiamo spesso queste foglie, / questo asfalto e questa terra.  / Respiriamo spesso questa atmosfera.  / Siamo amici di queste case e spazi.  / Dovrebbe essere il nostro posto. / Abbiamo dato l’addio ad altri luoghi. / Dovrebbe essere il nostro tempo: / non possiamo rimandare di nuovo. / Non sappiamo quanto tempo ci resta. / Oggi non è neanche domenica. / È festa solo per noi disoccupati. / Oggi è un giorno che ci scorderemo. / Non c’è nulla di nuovo ormai. / Non c’è la fine del mondo oggi. / Tutto è ordinaria amministrazione.”

Seguono un cospicuo numero di poesie che sottopongono all’attenzione del lettore argomenti vari: una sorta di silloge nella silloge (ma si tenga presente che Cuore Improduttivo rimane una raccolta di poesie e prose), in cui il poeta si sofferma a pensare ad alta voce su motivi differenti, dalla cronaca alla stessa poesia, da momenti di vissuto a riflessioni post vitae, non abbandonando mai quella sorta di razionale tristezza – mi si passi l’espressione – di chi sa bene il momento umano e sociale che sta vivendo: “[…] Attendo comunque una schiarita. / È per questo che sono qui ed ora, / dove alberga la foschia. / Questa vita sembra un film già visto. / Impossibile trovare una via d’uscita. / Ognuno ha una ferita / che non sarà mai risarcita” (da Pezzo Facile).

Chiudono l’opera tredici prose, un collage di racconti brevi, in cui si susseguono episodi di vita, narrazioni di quotidiani vissuti, cenni di introspezione e a volte di difesa, emersioni di passato pennellate con velata malinconia tra cui spicca Le colline (di seguito riportato in toto), dove la figura paterna è motivo di acuta riflessione, storia, origine e meta, punto fermo a cui affidarsi nella difficile ammissione del presente [Angela Greco].

“È sabato. Dobbiamo fare rifornimento di GPL. Fermiamoci al distributore. Speriamo che sia aperto. Prendiamo quella strada che porta alle colline. Quella strada tortuosa da cui si vedono i calanchi, una serie di agriturismi e le macchine parcheggiate di chi caccia i cinghiali.  Tu vai sempre avanti, anche se ci sono molti bivi. Non ti distrarre a guardare gli aerei. Per questo motivo ci sono stati diversi incidenti. Non prendere per la discarica. Questa strada fatta di saliscendi continui. Questa strada trafficata da turisti stranieri. Ogni tanto si vede passare dei pullman di altre nazionalità. Queste colline in fiore che viste da lontano si stagliano contro il cielo terso. Queste colline inondate da raggi di sole obliqui a questa ora del giorno. Alla fine troveremo un borgo con un hotel di lusso e una casa colonica in fase di ristrutturazione. Non è assolutamente detto che un volto simmetrico sia più bello degli altri. Scusatemi se salto di palo in frasca.  Sono solo libere associazioni nelle ore di libera uscita. Io stesso mi sono condannato alla prigionia. Deve essere divertente annodare dei fili di aquilone. Deve essere divertente calpestare castelli di sabbia prima che ci pensino le onde del mare. Giorno dopo giorno mi sono costruito la mia cella. Stai attento quando arrivi a Montaione perché ci sono degli anziani che passeggiano al bordo della strada. Un tempo stringevo i pugni nelle tasche dalla rabbia, mentre camminavo nella nebbia. Ora è scomparsa la rabbia ed è sopraggiunta la rassegnazione. Guarda le case, le strade. Pensa a quanta gente c’è al mondo ma pensa anche a quanta solitudine c’è al mondo. Ognuno ha avuto i suoi cortili, le sue balere, i suoi istanti che voleva fermare. Tra me e te ventisei anni di differenza. Tu sei della prima generazione che non ha visto la guerra. Io figlio del benessere, poi impoverito. Forse tra pochi anni sarò povero. Tra pochi anni non ci saremo più e saranno poche le persone che ci ricorderanno. Forse dei parenti molto lontani. La mano di Dio ci schiaccerà come degli insetti. Ma ora babbo, è sabato. Andiamo in quelle colline che sanno di sangue e di morte. Poi ritorneremo a casa come se niente fosse.”

immagine d’apertura: “The wall” di Abbas Kiarostami 

Rileggendo il 2019: Lievito Madre di Agata De Nuccio – nota di Angela Greco

Lievito Madre (aprile 2018) è il più recente lavoro poetico di Agata De Nuccio – poetessa salentina nata a Castrignano del Capo e residente a Erbé, nella provincia veneta – per i tipi della veronese Officina Grafica Edizioni, casa editrice con la quale l’autrice collabora proficuamente da tempo, anche con produzioni in prosa (letteratura per l’infanzia).

La silloge – il cui titolo, in una metafora cara a tutti, rimanda senza difficoltà al lavoro artigiano delle mani che creano cibo – con introduzione di Paolo Masini e Grazia Francescato, letteralmente si apre al lettore sin dalla copertina, sulla quale, nell’intero formato delle due metà che la compongono, è riportato un incipit, che senza dubbi può essere considerato anche una estrema sintesi della poetica di questa cortese e solare autrice di lungo corso: “Fuori nemmeno una bava di vento / dentro lo splendore della tempesta, / e un timone di poesia.” Un incipit che segna il percorso di Agata, dagli ossimori della sua finibus terrae d’origine, all’approdo, tutto interiore e guidato dalla Poesia, ad una agognata serenità per sé e per i suoi affetti. Affetti che, nel caso della De Nuccio, travalicano con generosità il limitato a se stessa, per abbracciare per cerchi concentrici l’intera opera del creato, a cui è dedicato il suo impegno civile in favore della Natura realizzato attraverso specifici organi competenti, operanti sul territorio dove vive, e attraverso l’educazione alla lettura e all’ascolto nelle scuole, dove Agata, poetessa impegnata nel sociale, porta praticamente la sua esperienza letteraria.

Lievito Madre è un testardo atto di denuncia in favore dell’amore e di amore per la poesia (Con il passare del tempo / il mio cuore eremita, impasta inverni e vento / e tutte le parole che conosco / le scrivo, anche quando mi trema la voce. / E ti chiamo si legge in “Pane quotidiano”), ispirato, senza mai svelarlo del tutto, se non nella maiuscola dell’aggettivo del titolo, alla dipartita figura materna e composto da liriche di varia lunghezza e da una sezione denominata “140caratteri e oltre!” che rimanda all’espressione contemporanea dei tweet, area telematica dove la poesia, in forma immediata e brevissima, sta incontrando un vasto favore di pubblico; ma l’immediatezza è una peculiarità della poesia di Agata De Nuccio, capace di esprimere senza mediazioni o artifici retorici, la grandezza di un sentimento unitamente allo stupore, alla meraviglia, il cui senso permea tutta la silloge.

Una chiarissima fusione-interazione tra l’elemento umano e quello naturale, quell’elemento materno che scorre tra i versi e che tende a coincidere con la Terra, un sentimento panico, coinvolge fina dalla prima lirica (“Sopra di noi”), dove tutti gli elementi atmosferici concorrono alla poesia e al poeta non rimane altro che prenderne coscienza e trascriverli per futura memoria. E Agata è autrice attenta ai segni e ai segnali, esterni ed interiori, per farne memoria; non è un caso che tanto del suo lavoro sia rivolto alle generazioni in erba, fucine di futuro a cui affidare la salvezza finanche del pianeta: Nonostante l’uomo / il fiume / attraversa le foreste / e varca le porte del mare, / nonostante il petrolio / e la miseria dell’animo / il richiamo della terra / echeggia profondo e sonoro, come si legge in “Nonostante l’uomo”.

Una presenza importante, in Lievito Madre, è quella del sacro anche in senso religioso: Agata De Nuccio non è mai da sola ad affrontare le cose del mondo, ma si avvale sempre della presenza di Dio, come si legge, ad esempio, in “Inchiostro di radici”, dove un sentire francescano conduce l’autrice ad un’analisi della realtà ordinata del creato, ma deturpata dall’uomo e, chiedendo al Signore Avvolgi la mia penna nel sudario / rendi le mie mani forti e misurate / per arare le dure zolle; / la terra geme Signore / devo fermare l’orrendo scempio, / degli uomini servi degli dei, dà mandato alla poesia per mano dello scriba, come la De Nuccio nomina spesso se stessa e il poeta, di restituire al creato quanto è stato sottratto dalla parte negativa del genere umano.

E, sicuramente, nell’impaginazione del libro è stato fortemente voluto, dopo questa lirica, l’inserimento del messaggio di speranza contenuto in “Verrà la pace”, in cui si legge: Quando finiranno le guerre / […] File di pani spargerò sull’aia / colma di sole / nel grembo della terra / seminerò chicchi di grano. / Non importa se voi spargerete / armi, odio e fuoco; / si accenderà la scintilla del perdono, / si riconosceranno gli uomini / nel sogno immutato; / dalle foglie di ulivo attingerò / l’olio sacro della pace.

L’ultimo forte elemento caratterizzante della poesia contenuta in questa meritevole silloge è l’appartenenza, le radici: Agata De Nuccio instilla con parsimoniosa dolcezza e mai celata passione, anzi sarebbe meglio dire dissemina, momenti e caratteristiche della sua terra d’origine, inframezzandoli con affetto a quelli inerenti la terra dove attualmente vive, serbando una gioia che non è ricordo nostalgico, ma presenza pulsante accanto: Agata non ha lasciato il Salento, ma lo ha portato con sé, impastandolo con la sua nuova realtà, in un connubio che non passa inosservato e che diviene valore aggiunto per questa Autrice dall’occhio lucido di realismo – si leggano “Stelle estinte” e “Tu resti comunque”, dove il dolore per una perdita non viene celato o camuffato, ma si fa momento propizio per riflessioni-azioni profonde, ricordando che Agata è persona pratica e di azione, non di sterili parole e vagheggiamenti – , appassionata della Vita, e che non ha mai smesso di credere nel Bene e nella Bellezza. [Angela Greco]

*

Alcuni estratti da Lievito Madre di Agata De Nuccio (Officina Grafica Edizioni, 2018).

Dall’impasto
di una vita semplice,
lavorata con mani sapienti,
da lì nascerà
e crescerà
il Lievito Madre per il nostro spirito.
.
[esergo]
.
.
.
L’arte di resistere
.
Sulla poltrona della mia coscienza
siedono bambini,
donne e uomini senza diritti,
siedono i deboli, i malati e i derelitti,
siedono i potenti e i malvagi;
sulla poltrona della mia coscienza
siede la mia penna,
e tutti sono citati nella mia poesia;
ai primi spetta di diritto di entrare
in questa alba che germoglia dalle rovine,
ai secondi l’obbligo di ascoltare
il tuono delle loro bombe;
mentre il cuore tumeggia contro le costole
sventolerò sulle loro bocche
la poesia
e il silenzio eloquente della luna.
L’arte di resistere spetta allo scriba.
.
.
.
Poesis
.
Abito dentro un albero che porta il mio nome
come un ramo cero l’infinito,
le stagioni perse e ritrovate,
cerco i coni d’ombra e di luce e respiro la vita;
vivo abbracciata alla terra, a ossa vive
con le radici impresse a ferro rovente nella roccia;
le foglie sono fogli scritti dal cielo
aperti come libri sui banche di scuola;
il vento ti porterà il profumo della mia parola.
Abito dentro un albero che porta il mio nome
e il mio nome è Poesis.
.
.
.
Stelle estinte
.
Mi spezza le ossa la sera
quando ripongo in soffitta
i miei sogni e le stelle estinte.
Loro, di notte,
scendono come piume
dove tu vivi
e io racconto bugie alle ombre.
.
.
.
dalla sezione “140caratteri e oltre!”
.
.
Δ  Il congedo della calda stagione
somiglia alla pienezza dell’ultimo bacio dato al vento,
il mio autunno sta seduto in una stanza
e scrive fragili parole su carta di cielo.
.
.
.
Δ  Due cose mi restano negli occhi.
il mare e il tuo sorriso.
La legge della meraviglia non ha bisogno
di essere scritta
basta fermarsi un attimo e contemplare l’infinito.
.
.

Rileggendo il 2019: Rondò di Franco Pappalardo La Rosa – nota di Angela Greco

Uscito per i tipi Mimesis Edizioni nel 2012, collana narrativa / meledoro, Rondò di Franco Pappalardo La Rosa è una raccolta di tre racconti lunghi, frutto di una selezione di opere precedenti rivedute e riaffidate al pubblico dopo anni in cui si è resa difficoltosa o impossibile la reperibilità dei testi originari. Una scelta audace e “segno di un’incontentabilità onestà e dunque rara”, come scrive Giovanni Tesio nella nota di chiusura al testo, apprezzabilissima per quel ritorno sul proprio lavoro, capacità non comune in effetti, per meglio affinarlo e consegnarlo a nuovi lettori, come rappresentanza di un tempo passato da non abbandonare e, quindi, interpretando al meglio il concetto di ricordo quale testimonianza di un momento vissuto da tramandare.

I tre racconti, legati dal tema della musica caro all’autore, in sequenza percorrono un lasso di tempo di un paio di secoli; terminando un racconto e leggendo il successivo, la maestria dell’autore permette al lettore di non distaccarsi completamente, ma piuttosto di continuare, attraverso il tempo dettagliatamente partecipe con le sue vicende sociali e storiche, a vivere le vicende dei protagonisti, accomunati dal coinvolgimento con l’elemento fantastico costituito dall’introduzione di presenze irreali, che fungono da trait d’union tra i diversi piani temporali e sensoriali.

Nel primo racconto si incontra una persona reale con personaggi famosi (mai esplicitamente citati, ma captabili dai nomi e dalle opere musicali narrate nella narrazione) di altre epoche; nel secondo racconto, invece, l’adulto incontra il fanciullo che è stato – insieme con i compagni di giochi ormai lontani – per risolvere accadimenti portati addosso per una intera esistenza; accade, poi, nel terzo racconto, che si incontrino un uomo e una donna contemporanei e che solo allo svelamento dei sentimenti si rendano conto di non essere fatti della stessa “materia”…Personaggi reali e fittizi, o, meglio, uno reale sempre e gli altri anche non tali, che vivono accadimenti reali sorretti sempre da un piano onirico, una proiezione della mente, reso al lettore dalla disseminazione di dettagli finissimi, che a poco a poco conducono alla realtà dell’irrealtà narrativa, in un turbine di sorprese, che rimangono tali fino al periodo finale della stesura, senza deludere il lettore.

Franco Pappalardo La Rosa intesse precisi micro-universi in ognuno dei tre racconti, nei quali non lesina nulla dell’arte e della tecnica della prosa, elevando a giusto rango un genere letterario, quello del racconto, spesso sottovalutato e ritenuto “semplice” dai più, se confrontato con l’espressione per antonomasia della prosa, il romanzo, narrando senza orpelli la realtà storica e contemporanea attraverso l’uso sapiente dei dettagli ed una profonda conoscenza delle materie trattate, grazie alla quale persino il racconto ambientato alla fine dell’Ottocento sembra essere stato vissuto dall’autore, come quello ambientato negli Anni di Piombo.

Tutto il libro – raramente unitario, quando gli autori raccolgono più racconti per farne un’opera edita – è un solo unico palcoscenico dove far incontrare e incontrare personaggi e lettori, i quali, fin dalle prime pagine, sono la folla di avventori della locanda, il paese o la gente di strada dove accade il fatto di cronaca, partecipi delle vicende dei protagonisti, vivendo in prima persona la narrazione e, per questo, spiazzati a fine racconto esattamente come gli attori principali, facendo di Franco Pappalardo La Rosa un autore da tornare a leggere l’attimo stesso in cui si è chiusa l’ultima pagina del libro. Senza aspettare un momento di più. [Angela Greco AnGre]

*

da “Appuntamento d’estate”, estratto da Rondò. Tre racconti (Mimesis, 2012) di Franco Pappalardo La Rosa

Il dottor Macherione non aveva più alcun dubbio. Tuttavia, provava uno strano sentimento: un misto struggente-disperato di tenerezza e d’angoscia che gli stringeva il cuore.

“Che cosa vuoi da me? Perché m’hai chiamato?”, gli chiese a bruciapelo, la voce fievole, come parlasse a se stesso. Ma il ragazzo non aprì bocca: continuò a sbirciarlo fra le ciglia socchiuse. Però, tremava.

“E’ inutile che mi guardi così”, lo incalzò l’uomo. “Tanto lo sai che conosco tutti i tuoi pensieri. La notte avevi paura del vento: di là del cortile vedevi il mare. Un mare d’oro, dicevi. E la luna era un grande uccello biondo che in qualche angolo del boschetto doveva avere il nido. Si poteva essere più stupidi?”.

Il ragazzo tacque ancora. Anche se, a poco a poco, gli occhi gli si riempirono di lacrime.

“E smettila di piangere!”, lo rimproverò l’uomo con voce dura. Bastava un nonnulla e scoppiavi a piangere: frignavi ore intere…”.

Fece una pausa e lo guadò sopra i capelli arruffati, nerissimi. Gli venne voglia di carezzarglieli, quei capelli: di consolarlo, ma si trattenne. Disse, invece: “Vuoi capirlo che indietro non si torna? Se non ti avessi rivisto, per me saresti morto per sempre: non saresti neppure un’ombra della memoria”.

“Perché tu sei vivo?”, si decise finalmente il ragazzo con un filo di voce, sgranandogli gli occhi addosso.

Tirò su con il naso e si asciugò le guance col dorso d’una mano.

Il dottor Macherione si sentì perduto: era quello che temeva. Finse di non capire: “Che vuoi dire? Per favore, spiegati”, rise malamente.

“Lo sai già sei un medico, no?”

“Quando?”.

“Fra qualche minuto. Per questo t’ho chiamato”.

“E perché scappavi, allora?”.

“Cosa credi? Da quel momento non potrò più giocare…”.

“Non capisco”.

“Loro non mi vogliono, ma io avevo un destino”.

“Loro, chi?”.

“I compagni, Ora il capo è Gigi, il nipote del massaro di Pocamara. Te lo ricordi? E, ricordi quella volta dei cani? Non me l’hanno mai perdonata: dicono che sono un vigliacco”.

Ebbe un gemito doloroso. Le gote gli si gonfiarono e ricaddero, tre-quattro volte. Come se sbuffasse. O respirasse a fatica.

“No, non è vero! Ti avevano lasciato solo, c’era buio: avevi appena sette anni!… E poi è stato Mimmo a gridare, non tu. Fu lui a scappare per primo: ad arrampicarsi sul…”, ribatté prontamente il dottor Macherione.

“Sì, però Mimmo è venuto dopo nemmeno una settimana: nella Cava dell’Orbo l’ha schiacciato un lastrone di lava”.

“Nessuno di loro, dunque…?”.

“Nessuno. Gli altri — Nardo della Mariannina, Peppino Potiàro, Angelo Pelorosso, Saretto Malanòvo, Nuccio Miccitella, Tanino Zuccarello — sono venuti tutt’insieme sul finire della guerra. Giocavano a smontare una mina trovata nel prato della Zammara e “Bum!”. Solo tu mancavi. Tu te ne sei andato via. Per questo non mi vogliono. Lo capisci adesso?” […]

(pp.82-83)

Rileggendo il 2019: stanze d’isola di Giovanni Luca Asmundo – nota di Angela Greco

Stanze d’isola di Giovanni Luca Asmundo letto da Angela Greco

E’ occorsa una notte di sonno pieno, utile e necessario ristoro, e un mattino limpido di sole nascente, a priori di qualsiasi altra incombenza, per riuscire a dire della lettura di questo libro di poesie. Anzi, di poesia, per quel legame tra i testi, che ne fanno un unicum, un poema, una narrazione in versi. Chiunque pensi di potersi accostare a stanze d’isole (Oèdipus Ed.2017) di Giovanni Luca Asmundo (Palermo, 1987; architetto che vive e lavora a Venezia), “opera vincitrice del Premio Letterario Felix, III edizione, sul tema Paesi-Radici. Abbandoni e ritorni nell’epoca 2.0” con superficialità e il sempre poco tempo sottratto ad altro da fare ritenuto più importante, commette una ingiustizia, una dissacralità, verso se stesso e verso la poesia.

Si legge tutto d’un fiato appena giunge a casa, versi liberi con strutture sonore distese sulla pagina chiaramente, senza fingimenti o effetti speciali, accogliendolo, per la suggestione del titolo, come un piccolo (realmente è un formato A5) naufrago giunto chissà da quali altri lidi; subito catturati dall’atmosfera di teatro antico, dalle scene cesellate con mano d’artista, dallo scorrere del proprio tempo insieme con quello della storia narrata, incuranti d’essere in altra epoca e altro luogo, ci si trova lì, con la poesia, che raramente parla di un io singolare, volto soprattutto a sottolineare l’uno narrante, ma che si volge tutta completamente al plurale, fin dalla divisione delle sezioni (Prologo, Parodo, Epiparodo, Esodo) e che invita a questo plurale, alla partecipazione e all’azione. Quella di non perdere la memoria, le radici, l’appartenenza, elementi ormai labili in quel mondo 2.0 o forse più di cui nel titolo del Premio che ha dato vita a questa pubblicazione.

stanze d’isola (scritto proprio con la prima lettera minuscola) è una evocazione del mito senza essere poesia del mito e senza abusare dell’argomento per creare interesse, offrendo personaggi e situazioni mitologiche come sfoggio di argomentazioni colte per apparire;  Gianluca (come lo chiamano a casa) ha altissima conoscenza e competenza di mitologia (il viaggio senza molto stare a pensarci su fa pendant con Odisseo e la sua sequela in ogni mente che ne legga), topografia, storia, geografia, architettura, letteratura e ben conosce per vissuto diretto un’altra storia, spesso figlia di un dio minore, quella del popolo, delle tradizioni, degli antenati non lontani, della tradizione delle città vecchie, fascinose di oralità e colori anche in senso metaforico e ne usa velatamente, evocandone senza mai l’arma impropria dell’essere diretto e sfacciato: “non basta un occhio sulla prora a far da casa” o “le dita che stendono i bordi / dei pomodori accartocciati” o, ancora, “sembra quasi di vederli / quei fili invisibili alle braccia”. Siamo a Sud fin dalla Grecia che emerge dal primo componimento, dove il “coreuta / lontano / dagli ulivi / dai teatri” dolcemente e docilmente avvisa, in una metafora usata, molto bene in questo caso, ma capace di essere retta con competenza e indiscutibile bravura fino alla fine del libro, “Dovevamo recitare uno spettacolo / ma abbiamo dimenticato di imparare la parte”. Subito ci assale, passando in rassegna in due soli versi, secoli di poesia, il dubbio sul nostro ruolo e sulla scena a cui non abbiamo partecipato e da Amleto a Pirandello l’interrogatorio che rivolgiamo contro noi stessi non smette di avere fine. Ma stanze d’isola è un canto intriso di nostalgia e ricordo, amore e lucidità, che si pone una meta nobile d’intenti – mettendo seriamene le distanze dalla consuetudine di violenza, con cui verrebbe da chiedere a gran voce reazione al popolo e a questa realtà in cui stiamo lentamente soccombendo come genere umano – irradiando un messaggio, coerente con tutto l’operato artistico e divulgativo dell’autore, di resistenza non violenta attraverso la conoscenza di quella famosa sequela di domande che hanno originato anche la filosofia, chi siamo? da dove veniamo? dove andiamo? ancorando le origini della nostra civiltà nell’Ellade e nei suoi insegnamenti.

Rileggendo senza soluzione di continuità i trentacinque componimenti (titolati con numeri romani in progressione) si partecipa a un arrivo, a una ricognizione dello stato dei luoghi, a un ritorno e ritrovo non identificabili esplicitamente in luoghi e tempi noti, per poi essere catapultati, con un cortocircuito degno di chi sembra del “mestiere” (ricordo che questo è, dopo Trittico d’esordio, antologia edita di tre autori del 2017, il primo libro di poesie di questo autore) nel presente e in un’area ben definita della Sicilia occidentale (Belice), affidando il cambio di tempo tra le pag.24 e 25 ad un verso in siciliano (“unne sunnu, unne fineru” ossia “dove sono, che fine fecero”) e a una esplicita citazione del luogo (“Al riaffacciarsi sul Belice”). Questo momento tra i componimenti XVI e XVII è anche lo spartiacque tra la Storia, con la maiuscola fin qui evocata anche nelle presenze mai nominate di personaggi omerici incastonati nei dettagli di una terra mediterranea antica e ancora attualissima, e la propria storia, fatta di ricordi d’infanzia rappresentati da un’abitazione, che, magistralmente, l’architetto dosa nei versi senza smancerie, né retorica, fornendo anche in questo caso una metafora, che permette la partecipazione del lettore, che si ritrova pienamente con l’autore (“Continuiamo a puntellare, dunque / fasciando con bende amorose / facciate d’infanzia.”), riflettendo sull’attualità di questo nostro patrimonio materiale e immateriale soggetto all’azione del tempo e dell’incuria fisica e spirituale, che necessita di essere puntellato per non crollare definitivamente.

Nei componimenti XVIII e XXV compare la prima persona, di cui accennato all’inizio di questa pur sempre insufficiente nota di lettura, ad accarezzare ricordi, nella consapevolezza della lontananza attuale e del fascino che i luoghi ricordati ancora esercitano, novello Odisseo, che resiste al canto fatale delle sirene, qui identificate nell’insetto effimero simbolo dell’estate (“Magari potessi riudire / il canto docile delle cicale. / Con queste mani mi lego / a un tronco d’ulivo”); prima persona che torna “a una casa di luce e di cotto / alle rughe legnose del mio tavolo / ai pensieri disegnati” alla realtà innestata nel ricordo dove quella stessa realtà nacque, che tenta l’uscita dall’ambito dello stabilito, del finto, per vivere nella natura la sua primaria essenza di abitante di queste terre meridionali (“E certe sere disertare il teatro / per cavea di grotte sull’orlo del Plemmirio / distendermi a braccia aperte sul calcare / misure di tempo da gomito a polso”). La prima persona, quasi a difendersi da sentimenti troppo grandi per non soccombere a essi, dura poco, pochissimo; subito torna ad essere un noi, il plurale e il coro che animano lo stesso libro (composizione XXVI: “Tornati, non sapevamo nulla / […] / Abbiamo guardato il gioco delle ombre / senza capirlo. // Il mare parlava da solo / fragore continuo. / La sera, stavamo alla finestra vuota / mangiando pane e olive.”) e che parla della terra senza nascondere nulla, dalle figure che la animano, a quelle che l’hanno animata nel passato e / o nel mito, sovrapposizione che non consente più distinzioni, di nessuna sorta, in un tutt’uno che culmina nell’Esodo, l’uscita definitiva dalla scena nel teatro greco antico, dove si dice, con il petto ampliato nella sua capacità respiratoria, “Quando i Ciclopi lasciarono l’isola / […] / senza voltarsi, piansero lacrime cispose.”

Un libro di cui si ringrazia l’autore e che dispiace finisca, stanze d’isola di Giovanni Luca Asmundo, al quale si promette e si mantiene la promessa di rileggerlo, scoprendo sempre nuovi spunti di riflessione nella densità di elementi, rarissima per un poeta così giovane – di termini-microuniversi usati con parsimoniosa esattezza senza scadere mai nell’ermeticità, di argomenti antichi e moderni sapientemente dosati, suggestioni investenti tutti i sensi, colori decisi e definiti come quella Sicilia che abita l’autore senza nascondimenti, sapori caratteristici e spesso dimenticati in questa globalizzazione forzata, profumi del mare figli del vento e della memoria e visioni ampissime e reali – che offre con tanta generosità e di cui risulta davvero difficile racchiudere tutto il sentire che ne scaturisce, in una nota di lettura, pur lunga come questa, ma sempre non esaustiva. [Angela Greco]

*

Estratti da stanze d’isola di Giovanni Luca Asmundo

(Oèdipus Ed.2017 – in copertina: Salina (2016), fotografia di Daniele D’antoni)
V.
Nutriamo la cenere anche noi
piangendo nerità variopinte
cerchiamo consistenza
fiatando vapori vani
che non si miscelano
in fredde striature di luce.
Sfumano aloni d’intenzione
mentre sboccia d’indaco la notte.
.
.
.
XXI
Eccoli, i campi di grano sovraesposti
all’indistinto, le spighe distese
sulle anche, sui fianchi ritratti
le chiare polle d’acqua traspaiono
umidità affioranti, umori risplendenti
dalla profonda, femminea terra. Chi cova
indisturbato, indifferente al millennio
forse le serpi.
.
.
.
XXXIV.
Se un giorno, chiusa la conta del sale
salperemo con vele triangolari
sfuggiti al logorarsi delle carni
smembrato il coro per vie laterali
.
rinati all’affacciarsi sul sole
darà la gioia del mandorlo in fiore
l’aver vibrato fino al compimento
.
indossata la giusta voce e lasciato
nel tepore anche di una sola mente
un pane appena avvolto a lievitare.
.

Rileggendo il 2019: Vita trasversale e altri versi (2017-2019) di Felice Serino – nota di Angela Greco

Felice Serino (Pozzuoli, 1941), in questa prima metà del 2019, offre ai lettori una nuova raccolta di versi – Vita trasversale e altri versi (2017-2019) – densa, corposa e sempre degna d’attenzione, nella quale mette nero su bianco, oltre ai suoi distintivi temi, anche la grande voglia di comunicazione e condivisione, che da sempre caratterizza la sua poesia, fruibile on line in un susseguirsi di confronti in siti e riviste, luoghi telematici e persone, utili senza ombra di dubbio alla crescita dell’autore, unitamente al suo interesse fine e svariato per la lettura. Di quest’ultima opera è interessante segnalare l’apparato di note critiche e recensioni (riferito alle più recenti pubblicazioni) che chiude il testo: una raccolta di autori, che hanno letto e condiviso la poesia di Felice Serino, che hanno seguito i suoi passi, fino all’attualità, momento ancora in divenire, testimonianza della continua ed efficace formazione dell’autore. Ecco, la lettura dei versi di questa Vita trasversale dovrebbe iniziare da qui, dalla consapevolezza di essere in cammino, in transizione tra due mete e con la voglia sempre viva di procedere, di essere un ponte gettato tra un ricordo e un sogno, tra l’accaduto e la speranza, tra il vissuto e l’augurio per il domani.

Il libro è articolato in tre parti (Vita trasversale, Trasparenze, In un remoto altrove) che raccolgono ‘percorsi’ utili ad orientarsi tra le oltre cento poesie raccolte negli ultimi anni di scrittura. Una lettura impegnativa dal punto di vista fisico, ma scorrevole e interessante all’atto pratico, che conferma Felice Serino autore prolifico e disponibile a mettersi in gioco, al grande tavolo della poesia contemporanea, ad incontrare il punto di vista altrui sui suoi componimenti asciutti, concisi, dal verso breve, in assenza di punteggiatura e punto finale, confermandosi, inoltre, fonte sempre viva di input supportato in quest’ultimo lavoro dall’efficace presentazione di Donatella Pezzino, che pone l’accento – che condivido, come in altri scritti già detto – su quel che è il cardine della poetica di Serino, scrivendo: “Qualsiasi cosa saremo, siamo stati amore, ed è questo ciò che potrebbe sopravviverci. L’amore, eterno e ubiquo, ha una forza pari soltanto a quella della fede.” Dunque, poesia che vince il tempo mortale, come l’amore vince tutto e, facendo eco alle parole di Virgilio, a noi non rimane che arrenderci all’amore e alla poesia, mi permetto di aggiungere, riportando in compendio alcuni versi: una farfalla è una farfalla ma / tutto un mondo nella sua essenza // la natura / riflesso del cielo è preghiera / ogni respiro ogni sangue / vòlto verso l’alto è lode // l’anima nel suo profondo / in segreto s’inginocchia e piange (“Tutto è preghiera”) e, anche: Infinite vite infinite vite possibili / ha forse l’anima quel che è detto da taluno / l’essere moltiplicato // mai si chiude il cerchio? // è come traversare innumerevoli / porte nei meandri dei sogni / o abbandonarsi a visioni / di déjà vu // non si chiuderà il cerchio se / come si sa / è del Demiurgo un continuo creare / infiniti / mondi-entità col solo sognarsi (“Infinite vite”), che ben evidenziano il senso finale della poesia di Felice Serino, unitamente ad un senso di pluralità al quale è difficile sottrarsi.

Le poesie della prima parte, Vita trasversale, sono un inno allo spirito, alla preghiera e alla Luce, in cui si incrociano e sovrappongono dediche a questioni religiose e a persone scomparse, confermando la forte fede dell’autore, nutrita di rimandi filosofici, occidentali e orientali, supportata dalla costante presenza di entità extra corporee, angeli e sogni, in forza alla poesia stessa, che racchiude anche una bella sezione dedicata alla Musa, da cui deriva la Poesia stessa, in cui Serino ci lascia intuire il suo concetto di poeta e poesia.

Trasparenze, conferma i temi della prima parte, con versi più concreti, ma sempre qualche passo più in alto del suolo calpestabile, adornati di ricordi ed esperienze, in una deriva verso i tempi moderni: anneghi / nell’effimero d’una vita marginale // tenti nell’indaco prove di volo / -fino a che dura il sogno // da quale parte è la verità ti chiedi / nei momenti lucidi (“Prove di volo”); oppure: combatti contro i mulini / a vento delle ipotesi / ti vedi quel filo d’aquilone / tenuto da un bambino e / toccare il suo cuore e il cielo // o quel bimbo ti vedi / tenuto dal genitore per mano // o ancora -tra fremiti d’ombre- / quel figlio prodigo / che ti torna in sogno: che anni / scavalca a ritroso // per chiedere perdono / al padre sul letto di morte (“Ipotesi dell’impossibile”); in “Se avranno voce” si legge: ed è pleonastico il tuo dire /  i tempi son cambiati e / alle piante seccano / i timidi germogli // i pesci son gonfi di plastica e / i cieli di cenere / e i mari piangono coi miei occhi // lasciare parlino i fatti / se voce avranno / in una -lesta?- inversione di tendenza .

L’ultima parte del libro, intitolata In un remoto altrove, sembra riassumersi nei versi di “Indivisa sostanza”, che recitano: sono indivisa sostanza / dimora delle origini / porto il respiro di voci / tra ramate ombre // nelle trame del vento / lascio si dilegui la morte / mi vivono nella carne / illimitati cieli // mi ustiono di rosacea luce, in una ricognizione del proprio operato e del proprio sentire, spaziando dall’arte ai fremiti di un cuore che non smette di scrivere ed essere poesia, una via di riflessione e un punto d’appoggio, forte del suo percorso anagrafico ed esperienziale, che concede al poeta di poter dire, in chiusura, che “Tutto è ancora possibile”. [Angela Greco]

.

Tutto è ancora possibile
.
ti senti altrove e il più
delle volte fuori dal coro
.
ti chiedi se -nell’ordito della vita dove
si spezza la parola- ti sei perso
qualcosa – vorresti allora
rovesciarti come un guanto
.
riconoscerti come il
fuori del tuo dentro
.
aprirti a un’ alba che
diradi questa
corolla di tenebre
.
e sai che tutto
è ancora possibile
.
.

Rileggendo il 2019: Degli horti romani (poesie minori) di Natalia Stepanova – nota di Angela Greco

Degli horti romani (poesie minori) di Natalia Stepanova letto da Angela Greco

Degli horti romani (poesie minori) – Ensemble, Roma, luglio 2019; prefazione di Giancarlo Pontiggia – è la nuova silloge di Natalia Stepanova; una raccolta, che giunge dopo cinque anni dalla pubblicazione precedente (“Il sentimento barbaro”, La Vita Felice, 2014 – qui) e che  sin dal titolo rende manifesta la “natura”, mi verrebbe da dire, di questo libro, collocandone la genesi nella campagna romana, dove l’autrice vive ormai da qualche anno, lontana dalla città e a stretto contatto con il verde, in un luogo di produzione, raccoglimento e riflessione.

Riflessione, anzi, riflessioni, confluite nelle poesie che oggi presenta ai lettori, in quello che, di fatto, è un giardino-orto dalle molte essenze, dai molti frutti e dai molti colori e profumi; pagine, che sembrano redatte nell’atto di compiere una passeggiata, pensando ad alta voce e riportandone i frammenti sulla carta. Francamente sfugge il senso del sottotitolo riportato in copertina, poesie minori, poiché non si trova esplicitato il termine di comparazione. Forse un rimando ad una certa tradizione, un atto di modestia, un auto-giudizio dell’autrice, chissà; ma lasciamo serenamente alla Poesia anche i suoi aspetti insoluti, com’è giusto che sia.

Il primissimo verso – No, non oggi, moriremo domani. – posto quasi come un esergo, istruisce subito il lettore sull’argomento principale, che si svilupperà nei vari testi, sottolineato ancora meglio dai primi tre versi della prima poesia, così come pure Pontiggia nella prefazione mette in evidenza: A dirotto, autunno, piove. / In mezzo agli uliveti stanno / Le anime dimentiche dei morti ovvero una riflessione sul rapporto tra il vivente (rappresentato dal poeta) e i defunti, evocati in varie scene, come entità sempre e comunque presenti anche nel quotidiano e legate alla vita. La chiave, invece, dell’intero scritto, si inizia a leggere tra questi versi: «Ecco, il cuore è – dicono – / Anche per i non più vivi. / Ah, il cuore! – sospirano – / È la più importante cosa, / È il primo nome», dai quali si evince che di poesia d’amore si tratta, questa di Natalia Stepanova; una poesia che sottolinea la vita (Prima del nero assenso, / Le amorose tessere / Della vita – compongo –), nelle ricorrenti rose che pure si incontravano nella pubblicazione precedente, parlando del suo opposto.

Ha l’andamento di un’indagine svolta dal poeta, che spesso nei versi è morto anche lui, questo libro: un domandare e domandarsi sul tema dell’oltre vita, quasi un tentativo di convivenza con l’inevitabile e una lunga riflessione, che a tratti incupisce, ma che risulta utile momento di sosta nella frenesia quotidiana e utile spunto di riflessione, come nei versi che seguono (pag.26 e pag.44):

Abbiamo attraversato
Cieli e mari di morte,
Approdando alla terra.
La morte da sempre
Vi abita, senza rispettare
I desideri dei vivi.
C’è forse un altro modo
Per non temerla?
Oh, fosse dolce e quieto
Il suo volto come
Una promessa che viene
Alla sera estiva
E placa la sete.
C’è forse un altro modo?
.
——
.
Il muschio e la pietra,
La ruggine e il corallo –
L’albero del melograno
Chiama l’edera. 
Le rose e i terremoti 
Sotto il segno di Mercurio, 
La voce del corvo risponde,
Nella terra del confine –
Sola – Io canto
.

Simboli, significati, evocazioni e rimandi in versi brevi, che man mano evidenziano la figura del poeta, come essere che abita e vive il mondo, ma che fondamentalmente è solo con il suo grande fardello, quello di vedere quel che altri non vedono, di cui rende noto attraverso i propri scritti; vi è un senso panico nei versi di Natalia Stepanova, un coinvolgimento di tutti gli elementi naturali e sovrannaturali, una religiosità non indifferente e una ricerca di comprensione degli accadimenti, appellandosi a quel che è di più dell’essere umano, come si legge, ad esempio, a pag.53:

Negli occhi dei poeti i mondi morti
Rimangono vivi in eterno.
Non giratevi mai a guardare
Le fiamme di Sodoma e Gomorra –
Potreste vedervi pietrificati.
Le lanterne rosse fanno strada
Nei vicoli maleodoranti:
Il buio dei secoli non è mai andato via
E il tempo non ha corso in macchina,
Inseguendo il sogno di essere dèi –
E nemmeno un dio è fuggito
Con le proprie gambe lì, dove noi
Abbiamo fotografato Marte
E bevuto l’acqua che non ha mai
Cambiato il corso dei suoi fiumi,
La luna è sempre stata sola 
In cima alla torre di Babele –
Crocifissa, si schiude l’ultima rosa, 
Tace il giardino, dormono i suoi fiori –
E sulle rose furono dette menzogne
E sull’amore scrivemmo cose non vere.
.

A pag.54 la domanda, dopo tanto aver detto, emerge sincera e chiarissima: Si è mai pronti a morire? […] / Parole antiche: / «Non temere, / Morire è solo andarsene, / Distante da questi luoghi / E da troppe parole / Che non serviranno». Ma morire è comunque continuare ad amare e ad essere amati, con sincerità e lontani da qui meccanismi che avvelenano la vita, che la complicano e la rendono triste, sembra voler sottolineare il poeta, che, di tanto affanno terreno, salva l’atto, il gesto, il ricordo d’amore purificato dalle negatività e ormai assunto come ponte tra due mondi, svelandolo nell’Amore per eccellenza, quello di Dio (pag.59):

Mio Dio, non mi abbandonare
Su questa terra di fatica e morte,
Signore mio Dio, non allontanarmi
Dal Tuo volto, dal Tuo verbo d’essere.
La morte terrena ci è dovuta
Ma tra i vivi il Tuo nome,
In ogni istante e in tutte le creature,
Appare consolatorio e placa la furia
Dei senz’anima e dei senza corpi.
Signore, io sono qui, nel giardino
Di alberi e di fiori che hai voluto per me –
Io non credo nella eterna morte,
E nella notte l’anima mia è con Te.
.

Degli horti romani è un compendio di terra e cielo, difficoltà umane e speranze divine, una corda tesa tra due realtà solo apparentemente antitetiche; un canzoniere in cui esseri umani, culture, fiori, elementi naturali e paesaggistici, quotidianità e entità sovrannaturali convivono senza scontrarsi, lievi e liberi di dire ognuno la sua, a maggior comprensione del mistero più grande, più fitto, di cui non siamo che un momento, magnificamente e lucidamente riassunto nei versi di pag.82:

Non essere triste –
È solo poesia,
E ogni cosa passa –
Non puoi fermare il dolore,
Non puoi fermare la gioia
E non a tutti è dato di amare –
Non essere triste,
È solo vita, è solo morte.  

[Angela Greco]

(immagine d’apertura: Villa di Livia, affreschi di giardino, parete corta meridionale – dal web)