Sutra d’Occidente di Roberto Bertoldo – suggerimenti di lettura

Bertoldo Sutra d_Occidente Mimesis 2022    Sutra d’Occidente di Roberto Bertoldo, 

Mimesis, collana Sisifo, marzo 2022. 

Questo libro racchiude, in brevi riflessioni, uno sguardo disincantato sul mondo e sull’uomo occidentali. Il Sutra, nella cultura letteraria e religiosa dell’India antica, è una raccolta di aforismi di carattere religioso, letterario, filosofico, scientifico. Abbiamo così, in Oriente, il Veda ̄nta Sutra, il più noto Ka ̄ma Sutra, e poi il Sutra del loto, il Sutra del diamante, ecc. La forma aforistica è insomma la più adatta per rappresentare, in modo meno petulante possibile, la condizione drammatica e a volte grottesca dell’esistenza umana e della vita sociale; del resto, come dice qui l’autore appellandosi a un noto proverbio, “l’aforisma è un bel gioco perché dura poco”. [Quarta di copertina]

* * *

C’è qualcosa di più difficile da capire del pensiero profondo ed è il pensiero superficiale: è difficile capire a cosa serva.
C’è una cosa che noi uomini non riusciamo a percepire perché troppo più grande di noi: la nostra piccolezza.
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Tascabile, maneggevole, difficilissimo da chiudere per la voglia di continuare a leggere e a leggere, questa nuova pubblicazione di Roberto Bertoldo affascina per la sintesi, la leggerezza di scrittura e la profondità, al contempo, dei contenuti: è la sconcertante bellezza dell’aforisma, genere letterario scritto da pochi, perché necessita di un certo modo di essere non comune, che ha la capacità di un fulmine a ciel sereno condensato in poche parole o pochissimi righi, in voga molto tempo prima che un social limitasse il numero dei caratteri a 140 – 280 nello scrivere sulla sua piattaforma e lo rendesse, almeno nel ricordo della brevità di esposizione del pensiero, popolare. Già l’esergo – di Miguel Hernández tratto da Eterna Ombra – è una visione forte: “Io sono un carcere con una finestra \ che dà su un gran deserto di ruggiti.” che la dice lunga sulla concezione e sul pensiero dell’autore sul mondo che lo circonda e sui suoi abitanti.
Roberto Bertoldo, poeta, scrittore e saggista di filosofia, cattura il lettore anche in pochissime battute, senza nulla togliere alla dotta penna dei suoi editi precedenti. Anzi. Con Sutra d’Occidente viene messo in luce il lato più sagace e ironico dell’autore, che non si piega al pensiero dominante o all’opinione che va per la maggiore, che non incensa, né si ingrazia nessuno, né tantomeno indulge verso alcun argomento o categoria; duecentotrenta pagine di sé, in cui si susseguono e si inseguono strali, consigli, pensieri e riflessioni e dove si palesa la bravura di dire tanto e nonostante ciò non perdere pienezza di significati e serietà, a fronte di un’epoca nella quale si riempiono spazi con parole senza senso. Assolutamente da leggere, rubando tempo a tutto il resto, aprendo le pagine a random, per respirare. [Angela Greco AnGre]
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Non sono affidabili i gruppi culturali, sono sempre e soltanto gruppi di potere i cui componenti finiscono per osservarsi e analizzarsi l’un l’altro invece di osservare e analizzare il mondo.
Occorre appartenere a quel genere di persone che sono clementi con i sottoposti e intolleranti con i capi.
Non c’è nulla di più bello di ciò che sentiamo autentico. La seduzione intenzionale, in arte come in amore, adesca solo gli stupidi e i deboli.
Non è vero che non ci sono più i maestri di pensiero, la verità è che non esistono più i loro discepoli.
Lo scribacchino nostrano scrive una poesia e si sente Dio, scrive un romanzo e si sente Dio, scrive un saggio e si sente Dio. Eppure Dio, essere perfetto e proprio in virtù della sua perfezione, non ha mai scritto né poesie, né romanzi, né saggi. E, beninteso, neppure aforismi.

C’era una volta il futuro – L’Italia della Dolce Vita di Oscar Iarussi letto da Angela Greco AnGre

C_era una volta il futuro

Buon 25 aprile!

*

Le persone, come le situazioni, capitano e con esse capita anche di imbattersi felicemente nelle loro pubblicazioni. Succede, allora, che un editoriale di metà febbraio ultimo scorso titolato con un verso di Rocco Scotellaro, apparso sul primo numero della nuova gestione della più antica testata di Puglia e Basilicata, presenti al grande pubblico e ai pochi che ancora non lo conoscessero Oscar Iarussi. Foggiano di nascita, barese di fatto, critico cinematografico e letterario, saggista, giornalista de La Gazzetta del Mezzogiorno, per la quale ha scritto di cultura e spettacoli e di cui attualmente è direttore editoriale e responsabile, Iarussi fa parte degli esperti della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, ha insegnato Storia del cinema americano presso l’Università di Bari ed è stato, agli esordi, presidente della Apulia Film Commission; ha ideato rassegne multidisciplinari quali «Frontiere» e «Tu non conosci il Sud» e oggi sta dando, con la sua direzione, una nuova impronta – molto apprezzata dai lettori – alla quotidiana carta stampata, vivacemente presente anche nelle attuali forme telematiche.

Succede, così, che, mossi da curiosità per una simile personalità, ci si imbatta nelle sue pubblicazioni, tra le quali C’era una volta il futuro – l’Italia della Dolce Vita (il Mulino, 2011), il cui ossimoro nel titolo, unitamente alla copertina – che ritrae in bianco e nero, indovinatissimo e non solo come evocazione temporale, ma per la nitidezza della scrittura, il maestro romagnolo e un iconico Marcello Mastroianni intento a reggere l’ultimo lembo della locandina del film in questione – ammalino il lettore immediatamente, attraendolo verso quella “dolce vita”, che la storia ci ha tramandato.

Un “dolce inganno”, mi si passi l’espressione nella accezione benevola; perché il libro è un micidiale reportage, condensato in un centinaio di pagine, sulla nascente nuova condizione sociale e politica degli anni in cui è ambientato il film felliniano e sui personaggi che ne animarono il tempo; condizione, che avrebbe radicato determinando molti aspetti di quel che oggi è considerata normalità. Un libro attualissimo, quindi, nonostante gli anni di vita editoriali, proposto con una verve e una scrittura che affascinano.

Oscar Iarussi prende in prestito la sua passione per Fellini, di cui svela tanto soprattutto ai lettori più giovani che non hanno ancora avuto la possibilità di approfondire a riguardo, per raccontare l’Italia della transizione dal dopoguerra a quel periodo che fu considerato da tutti di benessere. Nell’opera vengono proposti la genesi e lo sviluppo di un film e di una società, che ad esso sarà sempre legata, tutt’oggi sinonimi di tempo felice, prospero, evocato ancora e mitizzato, che ha indotto ad associare al regista riminese una certa visione del mondo racchiusa tutta in quell’aggettivo “felliniano”.  Situazione storica, scelte, incontri e accadimenti, però, non decreteranno subito quel capolavoro riconosciuto nel tempo, tutt’altro; l’opera del regista, che mise in scena proprio quel futuro citato nel titolo, non venne né compresa, né accettata dai contemporanei e anche da molti successivi, vittime della società e del tempo in corso.

L’autore analizza legami letterari, politici e di costume, riportando anche una serie di citazioni documentate, che restituiscono un quadro accurato della nascente Italia repubblicana e democratica mossa da un fermento di fiducia nel futuro e di ricostruzione a tutto tondo – ormai perso – di cui vengono messi in mostra anche vizi e virtù, facendo emergere, interessantissimi, i prodromi di quanto vedremo realizzato negli anni successivi e fornendo, se non le spiegazioni, quanto meno una via da approfondire per tentare qualche risposta all’attualità.

Nel caleidoscopio colorato e vivissimo delle pagine, che seguono un criterio storico-temporale, due aspetti sulla comunicazione si fanno notare: un certo modo di vedere e raccontare la realtà ormai estinto, nella ricognizione sull’uso e sul significato dei mezzi di comunicazione di massa e sul loro ruolo nella costruzione del presente, con un estratto della storia del giornalismo snocciolata nell’analisi del protagonista del film felliniano, sul suo modo di fare e di agire, e il passaggio epocale da un certo modo di trattare la notizia e quindi la realtà, alla nuova concezione di partecipazione di massa agli accadimenti omologata dalla televisione, che un po’ dappertutto «colonizza il subconscio»[…] Lo spettacolo della realtà, con la sua tempestosa bellezza, involve e implode nella più placida ma pettegola realtà dello spettacolo (pag.26). Si prende consapevolezza dell’emergenza, che poi diverrà ingerenza, degli interessi di parte a scapito di un pluralismo che, pur divergendo nelle idee, tanti anni fa era ancora capace di confrontarsi dialetticamente nel rispetto.

Se Fellini, con i suoi indiscussi capolavori, ancora oggi parla all’Uomo del presente, avendo intuito a suo tempo la deriva e la decadenza in nuce, Oscar Iarussi non è da meno, nell’analisi della contemporaneità che questo libro consegna al lettore. La scenografia vince sui contenuti […]. La moltiplicazione dei linguaggi, dalla scrittura letteraria alla sceneggiatura cinematografica, dalla serialità televisiva alla novellizzazione fumettistica, distende la massa critica iniziale, assottigliandola fino a farla svanire (pag.29) dice apertamente di un problema attuale, che affligge quasi ogni campo: l’assenza di critica, che genera assenza di contradditorio e, quindi, di confronto votato alla crescita comune nel rispetto di ciascuno. Oggi tutto è un pourparler che enfatizza il declino etico, sociale e, senza presunzione d’esagerare, umano, entro i cui effetti ormai viviamo come fosse normalità. Fellini intuisce con largo anticipo la baraonda di realtà e spettacolo in cui oggi viviamo, allegramente, sull’orlo di una irrimediabile stoltezza (pag.62) alimentata da un’aspettativa di vita scaturita da quella visione americana per la quale Iarussi evidenzia che, a partire, dall’Italia della Dolce Vita demografia, religiosità, rapporti familiari e convinzioni politiche, sopravvissuti persino alla guerra, si rivelano fragili o impotenti difronte alla massiccia americanizzazione della vita quotidiana, che propaga modelli inusitati e singolari opportunità di riscatto. Rivoluzione addio, ora si prova con i quiz. Un’esistenza in un attimo: Lascia o raddoppia? (pag.89).

Il libro, ricchissimo di spunti di approfondimento, è attraversato anche da figure di poeti, tra cui quella di Pier Paolo Pasolini citata più volte; la Poesia sembra assumere, nella scrittura di Oscar Iarussi, il compito di ancorare la narrazione alla realtà, quasi fosse un punto di riferimento per l’autore, che in tal modo ne rivela l’aspetto più elevato. Non poteva, di fatto, l’autore esimersi dall’argomento parlando del regista da cui prende le mosse il libro: Fellini incontra la poesia nella sua visione anzi-tempo e mal compresa dal presente. E non è un caso che C’era una volta il futuro – l’Italia della Dolce Vita si chiuda con la scena del mostro acquatico del film, rappresentazione dell’Italia che verrà, il futuro a portata di mano eppure già agonico, con l’occhio sbarrato sul Grande Nulla (pag.115).

[Angela Greco AnGre, con un ringraziamento particolare all’Autore.]

Proposte dagli autori: La poesia della vita – il libro che proclama lo stupore di Monica Baldini letto da Angela Greco AnGre

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Estratti da La poesia della vita – il libro che proclama lo stupore di Monica Baldini

OH IMMENSITA’
.
di tinture
e gli umani piccoli
puntini ammiranti
dal basso
rivolti su.
.
Come tele s’immortalano
all’imbrunire
e s’infiammano
ne l’aria a sera.
.
*
.
C’E’ UN TEMPO PER LA FINE?
.
Mi sono chiesta.
.
C’è un vivido
motivo
che entusiasmi
l’essere così forte
da mettere il punto
alla sua creazione
perché quanto poteva
o si aspettava
e non oltre
alla creatura
ha donato.
.
C’è un inizio
sì, c’è una fine.
Il tempo
non la stabilisce
ma la vita
che scorre nel tempo.
Le sue vicende
e le sue emozioni
scarne
sempreverdi.
Quelle intonse
voci
d’amore.
.
E lì i sipari
all’ora e alla lietitudine
calano lasciando
gli spettatori soddisfatti
e insoddisfatti
come è la vita
che è vita sempre.
.
*
.
SCAVARE NELLE PROFONDITÀ
.
E quando penseresti di dire qualcosa che neppure conosci, vuoi ammettere o scavare nelle profondità abissali del tuo io. L’io che sogna, nasconde e cela, maschera di un velo che ogni tanto si scosta ma fa arrivare meno luce. Eppure fare luce ci vuole – dirsi chi si è nel contesto, è cosa buona e anche utile per sciogliere e progredire. \ Per progettare occorre immaginare e illimpidire il cuore da una mente vasta e sgombra. \ La realtà cambia se scegliamo di farlo ogni attimo di vita che c’attraversa le mani. \ Nulla tratteniamo, neppure il tempo che è pellicola su cui scorrono le nostre stagioni, le nostre emozioni e forse sono loro, che ci indicano il mistero. \ Dare, non trattenere poiché che sia materia o intangibile, se ne va leggera per l’aria e trapassa qualunque momento d’estate, d’agosto o prossimo. \ Come si intrappola l’orario, la ricchezza, la relazione? Non si può perché viaggiamo, passiamo mentre viviamo e ci destiniamo all’eterno che non vediamo ma sentiamo, percependolo nella verità che c’avvolge sin dal primo battito. \ Così nuotiamo giù e risaliamo accostandoci con tenerezza a noi, alle sofferenze e feritoie che ci hanno segnato seccandoci ma non estinguendoci – fortificandoci come diamante levigato. \ Siamo tesori, gioielli smussati, fiori nutriti dal sole, dalla pioggia, siamo creature. \ Sangue dell’anima potrà essere sanato con tempo e pace, costante sforzo per volere amore nella propria esistenza, amore che riempie e si dona, amore che dà le vertigini di un sentire superiore più alto e completo, una comprensione pulita, una freschezza nuova, un bagliore arborescente. \ Ed io di me dico, che vorrei tanto amore, da dare, ricevere, scambiare come omaggio incensante, regalo, regalità immensa, trepidante vestigia ellittica.
***
.xxxx

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La poesia della vita – il libro che proclama lo stupore (Tau Editrice, 2021) è un’opera in versi e prose della marchigiana Monica Baldini alla sua sesta prova editoriale. Nata a Fano nel 1985 è laureata in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee; collabora con siti on line e suoi scritti sono presenti in alcune pregiate riviste letterarie. Il libro, propostomi dall’autrice stessa, è un cospicuo corpus, dedicato “A quanti hanno occhi e cuore per la poesia della vita”, di natura intimista-religiosa, improntato sugli insegnamenti francescani ed evangelici, votato all’invito a partecipare della Vita con occhi cristiani sicuramente, ma soprattutto di Persone che hanno a cuore il senso profondo delle cose e l’altro da Sé, come espressione del Creatore che si manifesta nelle sue creature.

Il libro esordisce con un estratto della preghiera Laudato si’ del Santo assisiate dedicato alla Madre Terra e di cui viene posto tutto il nome in maiuscolo rispetto a tutti gli autori degli altri incipit, che aprono le sezioni successive con citazioni dalla Bibbia, mettendo in tal modo in risalto il pensiero dominante nelle pagine. In questo solco l’autrice si lascia andare a una serie di riflessioni anche sull’attualità scaturita dagli ultimi tempi di situazione sanitaria, con tono pacato e sensibile sia nelle prose che nei versi, tra le cui espressioni il libro si equilibra, affidando alla poesia il ruolo proprio della preghiera e della speranza.

E’ un testo che mette a nudo la visione della Baldini in relazione ad una società che sembra aver perso i punti di riferimento; includendo esperienze personali e cenni biografici, sono riflessioni profonde, un “diario dell’anima-cuore”, che attraversano prima di tutto la coscienza dell’autrice e che successivamente interrogano lo stesso lettore, in una forte aura mistica quasi anacronistica per la poesia contemporanea. Il mistero del Creato è la materia che nutre queste pagine, pervase di una profonda e sentita fiducia verso Colui che tutto può.

In tutta onestà meraviglia il forte contrasto tra il tono della scrittura e la indubbia dolcezza che promana e quel “proclama” utilizzato nel titolo sicuramente come enfatizzazione del messaggio cardine, quindi in senso positivo, ma che alle orecchie stona, poiché per definizione il verbo indica “dichiarare solennemente in un contesto ufficiale, decretare” e fa assurgere l’autore ad un livello che poco ha a che spartire con il contesto con cui si apriva l’opera. Ma, forse, ogni tanto è anche giusto usare un certo tono… [Angela Greco AnGre]

Il sasso nello stagno di AnGre - proposte dagli autori

AA.VV. La poesia delle donne a cura di Rosalba De Cesare e Lorenzo Pompeo: tre estratti e una nota di Angela Greco AnGre

Modigliani Donna con cravatta nera

Estratti da “La poesia delle donne” a cura di Rosalba De Cesare e Lorenzo Pompeo (Left, 2022)

Idea Vilariño, poetessa “notturna” dall’Uruguay

La notte pozzo soave
e stipato di sogni
sopporta ancora la quota
d’un altro e oltrepassa.
La notte che è eterna
che ignora il sole e il barbaro
simulacro del giorno
che permane illibata.
Il suo inchiostro come un acido
distrugge le miserie
che all’ora ventiquattro
il giorno le rovescia.
La notte pozzo soave.

*

Andrée Chedid, poesia senza confini

La speranza
Ho ancora la speranza
Alle radici della vita.
Dinnanzi alle tenebre
Ho rizzato chiarori
Piantato fiaccole.
Al margine delle notti
Chiarori che persistono
Fiaccole che s’insinuano
Fra ombre e barbarie
Chiarori che rinascono
Fiaccole che si rizzano
Senza mai deperire.
Radico la speranza
Nel terriccio del mio cuore
Adotto tutta la speranza
In suo spirito ribelle.

*

Vénus Khoury-Ghata e la lingua delle origini

Scrivere le pagine…

Scrivere le pagine fino allo sfinimento delle parole e apparizione di quel
Personaggio che vedo per la prima volta
Non conosco il suo nome
Inutile domandarglielo
Non sa scrivere
Non sa neppure parlare
Sa soltanto che è nato dal contatto tra la penna e la carta
Dalla vicinanza di due parole affiancate dal caso
Mi lascia fare quando lo colloco al centro della riga
Tra un verbo e un oggetto
Ma lo scosto appena quando tenta di trascinarmi nell’azione,
Ho deciso di condurre il gioco da sola.

(immagine d’apertura: Donna con cravatta nera di Amedeo Modigliani – QUI in questo blog)

*

Ho accolto positivamente l’invito della curatrice a leggere questa antologia di poetesse edita per Left (rintracciabile nello store dello stesso sito) nel marzo ultimo scorso; il titolo non poteva non essere agglomerante per una sì tanto vasta materia, che ancora oggi è argomento di studio e dibattito e concordo con i primissimi righi del testo sul fatto che non c’è necessità di distinguere un genere nella poesia; a maggior ragione in un tempo come quello che abitiamo, che non avverte più la necessità di distinzioni in tal senso.

Il lavoro di ricognizione e soprattutto di ricerca tra testi ormai introvabili di Rosalba De Cesare e Lorenzo Pompeo, completato da un breve intervento di Fausta Genziana Le Piane, mette in evidenza – con grande merito – poetesse spesso trascurate da coloro “che stabiliscono” chi poeta lo è, perché ampiamente propagandato per i motivi più disparati, e chi, di contro, poeta non lo è, per cui va abbandonato ad una sorta di oblio, perché non accondiscendente ai dettami di un certo potere, alle mode del momento o, perché, appartenente ad una certa compagine politica, come si evince dalle pagine di questo testo. “Mondo era e mondo è” avrebbe detto mia madre nella sua saggezza popolare e terribilmente vera che, però, nulla toglie al pregevole sforzo di questa antologia.

I curatori presentano testi alla portata anche di chi si accosti alla poesia per la prima volta; si leggono nomi degni di nota ascrivibili comunque – e questo a parer mio è un limite – alla tendenza politica dell’editore: alcuni popolari e molto conosciuti; altri, conosciuti maggiormente dagli addetti ai lavori, ma presentati con stile leggero e competente ai lettori. Di ogni autrice sono riportati alcuni componimenti e un breve approfondimento scritto con chiarezza e passione – e questa si avverte nitida – volti a rendere un servizio di divulgazione di cui si ha sempre bisogno, se la materia è la Poesia.

La cifra è il Novecento, nella cui prima metà la massima parte del parterre di signore spazia per anno di nascita, attraversato a tutte le latitudini, che dona al lettore un’ampia e pregevole scelta di letture. [AnGre]

Simone Consorti, estratti da Voce del verbo mare con una nota di Angela Greco AnGre

Il sasso nello stagno di AnGre poesia edita

Voce del verbo mare (Arcipelago itaca Edizioni, 2022) di Simone Consorti, estratti

Voce del verbo mare

“Il vero infinito è il passato remoto
perché per l’eternità
nessuno potrà toglierci
ciò che è terminato già”
disse lui con un tono un po’ rude
“Semmai il passato prossimo
perché è iniziato ma non si conclude”

Poi riuscirono a litigare
perfino su come coniugare
l’infinito del verbo mare

*

Ti ho dato appuntamento senza dirtelo

Ti ho dato appuntamento senza dirtelo
e sono qui in anticipo da tanto
perché so che non verrai
ma non so quando

*

Ho cominciato attendendoti

Ho cominciato attendendoti
nel giorno del nostro primo
non appuntamento
Da qualche parte si deve iniziare
a imbalsamare un amore

.

Simone Consorti torna al pubblico con Voce del verbo mare (Arcipelago itaca Edizioni, 2022), nuova esperienza in versi per l’autore romano, classe 1973, autore già di due precedenti sillogi (Le ore del terrore, 2017Qui su questo blog e Nell’antro del misantropo, 2014 – qui su questo blog) e di altri lavori in prosa e fotografia.

Consorti esordisce in questo edito – di cui ringrazio per il gentile invio – giocando con il lettore e con la poesia, quasi sfidandolo e sfidandosi tra rime, paradossi e derive surreali a seguirlo in una costruzione personale, che, soltanto a posteriori, rivelerà la natura dell’indagine e il sentire del poeta. Alla terza raccolta di questo autore, personalmente mi appare chiaro che egli tenti a priori di avvicinarsi al lettore e solo dopo averne testato la tenuta, prosegua con la sua caparbia determinazione di affermarsi tra i versi, tra luci e ombre che gli conferiscono un aspetto evanescente, forse a difesa di un certo carattere che non rivela mai fino in fondo. A sostegno di ciò la nota di chiusura di Voce del verbo mare, intitolata “C’era una volta Simone Consorti”, un decalogo che racconta la biografia dell’autore tra tesi e antitesi, che lascia un retrogusto di beffa e sa tanto di espediente editoriale, che forse la Poesia con la maiuscola non merita. Nelle pagine, invece, tra le righe, si avverte la persona e non il personaggio e la poesia non manca.

“Tutto sta nel dire insieme le parole
Giustiziacontrollo
sicurezzarepressione

Tutto sta nel dare fuoco alle idee
che sono già cenere

Tutto sta ad arrivare alla fine
e passare il testimone”

Questi versi da “Hindenburg” sembrano ben riassumere il percorso di questa silloge: poesia come visione del reale e passaggio a chi riesce a comprenderne significati, significanti e tutta una svariata serie di significazioni che arricchiscono via via il lettore. Consorti parla di vita e morte, come è in uso nella poesia di quest’ultimo periodo letterario però, escludendo le grandi domande, ma prendendo gli argomenti come pretesto per esorcizzare la paura atavica, quella che, in fondo, ci fa umani.

Voce del verbo mare è una ricognizione di differenti momenti vissuti dal poeta, che restituisce al lettore un quadro d’insieme della poetica di questo singolare autore. Consorti si cimenta con la poesia, come con qualcuno che ammira e che rispetta e con essa intenta un dialogo costante sempre sopra le righe, però, senza mai scendere negli inferni che presto o tardi la Poesia mette dinnanzi a coloro che decidono di frequentarla; si mostra – mi si passi il termine – “timido”, “vuole scomparire”, eliminare la sua presenza, ma il tono non è sommesso, né pacato; piuttosto sembra che egli cerchi una strada per mettersi in luce, per affermarsi, pur con l’espediente narrativo della scomparsa dell’autore, come si avverte soprattutto nelle ultime poesie del libro.

3.
La trasformazione è andata avanti
Ora la facciata della casa
dal pavimento alle tegole
contiene scolpite dieci regole
L’undicesima è che mi sto per dissolvere
in un Dio eterno
o in polvere
Perciò la mia fede
non nel piombo
nell’argento vivo o spento
o in quello che si vede
ma nell’apparizione/sparizione di me stesso
da oggi in poi avrà sede

(estratto da “Barnekow”)

*

Ho applaudito una zanzara
proprio nel momento in cui passava
Un solo battimano convintissimo
senza prove senza repliche
senza attese senza eco senza storia
T’invidio zanzara caduta
in un momento irripetibile di gloria

(“Ho applaudito una zanzara”)

Consorti vive un’attesa, come egli stesso afferma negli undici punti della nota in chiusura; ma sembra vivere questa condizione rivolta soprattutto verso se stesso. Tutto il testo è disseminato di voci che si rivolgono allo stesso autore, come se parlasse a se stesso e da se stesso attendesse una risposta che non arriva, ma che sembra essere il motivo della sua scrittura. Si ha la sensazione, alla fine della lettura, di aver preso parte ad un processo istruito e sentenziato dall’autore stesso che, in fondo, ha solo chiesto ai lettori di svolgere il ruolo del pubblico che supporta la veridicità dell’accaduto. [Angela Greco AnGre]

Estratti da Afflati di Felice Serino con una nota di Angela Greco AnGre

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Estratti da Afflati di Felice Serino (e-book, 2022)

Senza titolo 2
.
un’alba cadmio
apre spazi
inusitati nel cuore
.
usciti dal sogno
beccano sillabe
gli uccelli di Maeterlinck
in un cielo di vetro
.
da un luogo non- luogo
le uve dei tuoi occhi
chiamano il mio nome
genuflesso nella luce
.
.
.
Spleen 2
.
brusio di voci
.
galleggiare di volti
su indefiniti fiati
.
si sta come
staccati
da sé
.
golfi di mestizia
mappe segnate
dietro gli occhi
.
vi si piega
il cuore
nella sanguigna luce
.
.
.
Vita nascosta
.
il muro d’aria che divide
luogo e non- luogo
o solo quell’esistere sognato
che torna come déjà vu
.
qui solo apparire:
l’essere è vita
parallela – nascosta
.
.
.
serino copertina afflatiFelice Serino (Pozzuoli, 1941), autore prolifico, redattore presso molti lit-blog e riviste on line, ha all’attivo diverse sillogi poetiche; la sua poesia è tradotta in diverse lingue. Con Afflati (scaricabile cliccando QUI), il nuovo e-book creato all’inizio di questo 2022 in cui raccoglie la sua produzione poetica 2019 – 2020, rinnova il legame con i suoi lettori.
In effetti, quello che si stabilisce con questo autore è un legame di fedeltà, tra se stesso e i suoi temi e tra il poeta e il suo pubblico, il quale, ad ogni lettura, rileva una sfumatura, coglie un significato in più, in un’attesa mai delusa nei confronti di questa poesia che, col passare del tempo, si eleva, percorrendo man mano proprio quella strada auspicata dall’autore nella stesura dei propri versi.
La lettura è introdotta da una breve ed efficace Prefazione redatta da Enrico Marià, che si sofferma, a giusta ragione, sull’introspezione, che diventa patrimonio comune, esternato con sonorità lievi, mai eccessive, fuori luogo o aggressive; un balsamo anche per questi tempi che stiamo attraversando, nei quali Felice Serino si pone, con la sua voce sensibile e costante, quasi come un punto fermo al quale riferirsi.
“Afflato”, per definizione, è il soffio, ma anche l’ispirazione e nella poesia che Felice Serino ha incluso in questo titolo al plurale, ben si coglie questo momento particolare occorso nella vita del poeta, il quale sembra voler gradualmente lasciare le cose terrene per involarsi verso un cielo verso il quale l’anelito non è mai stato celato o mal esternato in tutta la sua produzione poetica. Il tono delle poesie detta quasi una suddivisione in due parti: nella prima si avverte un’assenza, una mancanza, quasi il poeta stesse usando la poesia per ricordare qualcosa o, meglio, qualcuno, che era presenza e che oggi ha mutato la sua condizione; nelle poesie successive, invece, si ritrova il Serino dei precedenti lavori, la sua forza e la sua radice, in un’analisi intima degna di nota e che mai abbandona i riferimenti culturali e artistici tipici di questo poeta.
La poesia di Felice Serino si apre sempre alle domande fondamentali, alle riflessioni filosofico-religiose, che fanno bene al lettore, ma anche alla rappresentanza italiana di questa scrittura, alla Poesia nostrana degli ultimissimi tempi intendo, spesso maltrattata con il trattare argomentazioni futili, quando non parli addirittura di questioni sterili con la scusa di essere specchio dei tempi. [Angela Greco AnGre]

Flavio Almerighi, tre poesie da Lettere con una nota di Angela Greco AnGre

Tre poesie da Lettere di Flavio Almerighi (Macabor, 2021)

Lettera

Ora tocca a te comprendere
l’estate sconosciuta
senza tradizioni di famiglia.

Candela flessibile
consumata sotto l’altare
di chi non crede,
carne e stoppino, là
dove spiaggiano desideri.

Dimmi tu di te,
quali siano le tue rondini
come mai sono già partite,
quanto ti spaventa e meraviglia
se un cane

vuole leccarti la mano.

Io sto qui
a cercare e vendere,
ho tutto sott’occhio
quando non precipito,
ti sia lieve la mia lettera
lanciata alta
assieme a un bacio.

.

Essere Te

Desidero essere Te,
amore è sequenza di metastasi benigne
e anticorpi a renderle felici

diventiamo l’un l’altro per osmosi
con rapidi cambi di ruolo
e il nome non è più tuo né mio,
ma tutto è verità

.

Quartetto d’archi

Mai visto un quartetto d’archi
suonare nella corte di un parcheggio,
un uomo d’aspetto indurito
tenere nel pugno chiuso un uccellino
dal capo reclinato
per accarezzarlo, chiedere il risveglio
da tutta la malinconia che stagna
silenziosa in città
nel momento dell’impossibile comunicare,
riconoscersi e dire qualcosa
per niente infastiditi
dall’ombra o dall’altrui respiro,
l’uccellino fuggire
dal pugno dell’uomo indurito,
rinfrancato dal gesto d’affetto,
nessuno più ne ricorda il nome.

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Flavio Almerighi è nato a Faenza il 21 gennaio 1959.  Ha all’attivo diverse raccolte di poesia: Allegro Improvviso (Ibiskos 1999), Vie di Fuga (Aletti, 2002), Amori al tempo del Nasdaq (Aletti 2003), Coscienze di mulini a vento (Gabrieli 2007), durante il dopocristo (Tempo al Libro 2008), qui è Lontano (Tempo al Libro, 2010), Voce dei miei occhi (Fermenti, 2011) Procellaria (Fermenti, 2013), Caleranno i Vandali (Samuele, 2016). Storm Petrel (edizione bilingue di Procellaria, Xenos Books Los Angeles 2017), Cerentari (antologia fuori commercio Tempo al Libro 2017), Isole (Ensemble 2018), Ignoti (e book gratuito Collana Lotta di Classico a cura di Massimo Sannelli 2018), Lettere (Macabor, 2021).

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Almerighi Flavio - Lettere, 2021Nel 2021 per i tipi Macabor è uscito Lettere, una intensa raccolta di poesie di Flavio Almerighi, che con questo nuovo edito mette a segno un altro significativo punto sull’attenzione alla poesia come osservazione minuziosa del vissuto e degli accadimenti non solo personali. A differenza di altri testi della produzione di questo autore, Lettere ha una vocazione alla lirica pacata e non più guerrigliera come si leggeva, ad esempio, in Procellaria (2013 e rieditato bilingue nel 2017 – Qui la nota in questo blog), ma anche in alcuni momenti di Caleranno i Vandali (2016 – qui la nota in questo blog) e sembra piuttosto seguire l’andamento di Isole (2018 – qui, la nota in questo blog), nel quale il poeta inizia a mettere in atto un certo distacco dalle cose del mondo per poter meglio osservarlo dalla sua consolidata posizione “di vedetta”, come egli stesso spesso ha affermato.

In Lettere, opera suddivisa in quattro sezioni evocanti la lettera di non molto passata memoria, quella scritta a mano per altre mani e altri occhi, che ne avrebbero sentito il profumo e la consistenza materica, si avverte la coscienza del Tempo che passa, lasciando segni e sensazioni che si offrono al poeta quale materia per la sua poesia. E una lettera si scrive perché altri possano leggerla, per consegnare qualcosa a qualcuno e Almerighi, dietro un titolo che può apparire a primo acchito fuori luogo per parlare di poesia, in queste pagine dona moltissimo di se stesso al lettore, creando un clima intimo nel quale non è difficile ritrovarsi, come nella migliore Poesia.

Ma, a mio avviso, “lettere” dovrebbe anche essere inteso non solo nel senso di missiva inviata a qualcuno da cui il mittente non si aspetta nemmeno più risposta, ma anche nel senso stretto del termine: ogni lirica è una lettera per comporre e per decifrare un messaggio, per intendere quei suggerimenti disseminati in tutto il testo che il poeta lancia, come chi ben conosce la situazione e sa che da solo non potrà mai risolverla. E mi riferisco a quelle liriche nelle quali l’autore riprende o sfiora con il fare della sua esperienza anagrafica, temi sociali che non hanno tempo, ma possono solo essere di volta in volta, di poeta in poeta, messi in luce per essere testimonianza del proprio tempo.

Nelle sezioni del libro – Lettere mai consegnate, Affrancatura a carico del destinatario, Lettere d’amore e non, Lettere di Giovanni Sagrini (personaggio immaginario che porta il nome del bisnonno materno e al quale l’autore relega un ruolo quasi da Alter-Ego, per quegli aspetti poetici maggiormente romantici e che trovano meno spazio nella sua scrittura usuale) – appare forte la voglia del poeta quasi di liberarsi, di estromettere e destinare ad altri le proprie sensazioni, i propri luoghi, il proprio vissuto e persino la propria fantasia non per essere il centro dell’argomento, ma piuttosto per condivisione di momenti importanti dai quali permettere ad altri da sé di poter trarre esperienza.

Gli spazi tra le strofe dei tipici versi brevi ed incisivi, che danno riconoscibilità alla scrittura, sembrano sospiri tra uno sguardo e l’altro, ma anche tra un battito del cuore e il successivo, così distante che sembra quasi nostalgia. E questo sentimento, che in questo autore e in questo libro risulta nobile – come quando è trattato in una certa maniera che non ne consenta lo scadere nella retorica – occhieggia al lettore in tutte le pagine, anche quando si tratti di qualcosa di vicino o ancora in atto: è la ricerca di quel che resta di quel tempo in cui si aveva uno sguardo differente che ancora il Vivere non aveva offuscato, consegnato al lettore con una scrittura che mai si tinge di colori scuri e che fa anche di quest’opera di Flavio Almerighi, un tassello importante nella poesia italiana contemporanea. [Angela Greco AnGre]

Guglielmo Aprile, estratti da Sinfonia del mare con una nota di lettura di Angela Greco AnGre

Il sasso nello stagno di AnGre poesia edita

Versi da “Sinfonia del mare” (Il Convivio Editore, 2021) di Guglielmo Aprile

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Il pianto del mare
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Il mare detta ai propri sparsi scribi,
gli scogli, la sua autobiografia
per metà vera e per metà delirio;
e in un tono di voce che varia, ora
un mormorio, ora un barbaro urlo, elabora
il suo mai definitivo commento
a un certo evento senza testimoni,
perso nel tempo, di cui serba l’eco,
la sua elegia su un lutto che non uomini
ricordano, ma di cui forse furono
spettatrici colline e rive: questi
luoghi che conoscono la sua storia
ma da millenni segreta la serbano
per aver fatto voto di silenzio,
taciti testimoni di uno scandalo;
vecchio mare che rumina alghe e sassi,
e rimugina a lungo su un errore
non rimediabile, ne porta il peso
che non può con nessuno condividere.
.
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Rime di spuma e vento
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I
Custodi del ricordo
della genesi: onde,
prime madri del mondo
e di tutto ciò che trascorre;
.
nel vostro terribile gioco
torna bambino il tempo,
dal vostro ingenuo scempio
.
trae origine il fuoco
che in una perpetua catarsi
consuma e resuscita gli astri.
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Doni del mare
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Il forziere delle onde rovesciandosi
contro gli scogli rende indietro agli uomini,
secoli dopo, quanto loro il mare
in pegno del suo canto strappò via:
restituisce alla riva relitti
di città andate a fondo, di equipaggi
sorpresi da un fortunale, un biglietto
nelle tasche di chi si arrese alle acque,
dracme ossidate, amuleti incrostati
di salsedine, schegge di polene
strangolate dalle alghe, marce assi
di carene, frammenti luccicanti
che il fondale trattiene e poi rigurgita
dai suoi intestini, monche mappe e pagine
dei diari di bordo, in cui pionieri
avvistamenti e miraggi annotarono
lungo le loro traversate, e nomi
di costellazioni mai viste prima;
mare, concedimi altri dei tuoi doni,
la chiave attendo che sciolga il tuo enigma.
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Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive a Verona. È stato autore di alcune pubblicazioni di poesia (“Il dio che vaga col vento”, 2008; “Primavera indomabile danza”, 2013; “L’assedio di Famagosta”, 2015; “Il talento dell’equilibrista, 2018; “Elleboro”, 2019; “Farsi amica la notte”, 2020) e di studi critici sulla poesia del Novecento e su alcuni classici della tradizione letteraria italiana.
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Nota di lettura di Angela Greco AnGre

Sinfonia del mare (Il Convivio Editore, 2021) è il nuovo edito di Guglielmo Aprile. Il titolo rende al meglio la materia trattata: versi godibilmente orecchiabili e di apprezzabile matrice classica, che parlano al lettore della passione per l’elemento acqueo attraverso esperienze sensoriali e materiali vissute, che rendono il mare quasi un genitore al quale il poeta si sente molto legato e del quale fa percepire un crescendo sonoro di pari passo con lo scorrere dei versi. Il sostantivo “mare” ricorre quasi in ogni lirica; quasi a voler riproporre lo sciabordio marino che lambisce la battigia, mentre si vede il poeta in un limbo tra terra e acqua, in un momento intenso, assorto su quanto gli scorre dentro e intorno. E’ l’orecchio ad essere chiamato in causa insieme all’occhio, in questa raccolta poetica densa, che incuriosisce il lettore e lo induce a riaprire la riflessione sull’elemento primordiale dal quale ha avuto origine, in fondo, la Vita stessa.

Emerge anche la nostalgia per mondi perduti e affetti passati, ricordi di viaggi e riflessioni che coinvolgono il lettore, che si sente trasportato dal mare fin nei meandri dove vuole condurlo il poeta, che mai perde i remi, né la direzione – per rimanere in una metafora marina – di una poesia molto ben scritta e di cui conosce bene meccanismi e tradizione. Guglielmo Aprile non si stanca di dire del suo mare, che verso dopo verso, diviene metafora collettiva, che non risparmia argomentazioni meno dolci per rendere al meglio anche il presente. Dell’ambiente marino non manca nulla e ogni dettaglio è trattato con competenza e sensibilità; si avverte forte il legame dell’autore con qualcosa di cui sembra patire l’assenza nel quotidiano e che cerca ogni qualvolta gli sia possibile per poi restituirlo – a se stesso prima di tutto e poi al lettore – in poesia. Una netta lirica melodica e malinconica, che fa vibrare le corde degli animi più delicati. [Angela Greco AnGre]

Rosaria Di Donato, estratti da Preghiera in Gennaio con una nota di lettura di Angela Greco AnGre

Il sasso nello stagno di AnGre poesia edita

Preghiera in Gennaio”, prefazione di Marzia Alunni e postfazione di Lucianna Argentino, è il nuovo edito di poesie della romana Rosaria Di Donato per i tipi Macabor (2021). Il libro prende le mosse da un precedente formato elettronico pubblicato in un lit-blog qualche anno prima (QUI la nota di lettura) includendolo e arricchendosi di inediti e nuova luce; dedicato anche a Fabrizio De André, da cui mutua il titolo, è una raccolta di poesie a tema religioso, che guarda anche al difficile periodo socio-sanitario che ancora stiamo attraversando, come esplicitamente si evince dal testo in apertura, “lockdown”, un tassello di memoria dettagliato, quasi un monito per il lettore, con la funzione sostanzialmente di mettere in evidenzia la finitudine dell’essere umano, tornata in auge dopo gli ultimi eventi vissuti a livello globale.

Il libro prosegue con una carrellata di personaggi biblici e della tradizione cattolica a cui la poetessa dedica o chiede grazia, mostrando un’accurata conoscenza e una sensibile voce, dal tono pacato, che ben rendono il tono religioso a cui si ascrive questa scrittura; il verso breve coadiuva il genere preghiera, anche se la Di Donato in più di una occasione sembra piuttosto dialogare con le sue entità più che porsi nell’atteggiamento del fedele che chiede di essere ascoltato. L’uso reiterato della minuscola per indicare i santi e persino Dio azzera i ruoli, riportando i personaggi sacri al momento della comunanza con tutti gli esseri viventi, al prima che fossero assunti come esempi ai quali votarsi in senso religioso. Perché nelle liriche di Rosaria Di Donato è l’Essere Umano al centro e la sua è poesia religiosa nel senso che riporta alla luce il sacro e il rapporto con esso, che è in ciascuno di noi.

Il dio e i santi chiamati in causa in questa “Preghiera in Gennaio”, ricca anche di rimandi a situazioni bibliche, non sono lontani dal lettore; anzi, si innestano e partecipano della vita, quasi interagiscono, in un’analisi lucida e costruttiva delle loro gesta e degli episodi della loro esistenza, utile esempio in primis per la poetessa stessa, che dell’incontro con loro ne ha fatto un momento privilegiato della propria vita, e poi anche per chi legge. La breve prosa poetica finale, in cui si rivela la realtà riferendola ai Poeti, desta il lettore riconsegnandolo ad una dimensione decisamente umana, della quale è difficile liberarsi. [Angela Greco AnGre]

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Estratti da “Preghiera in Gennaio” (Macabor, 2021) di Rosaria Di Donato

arcate di luce

arcate di luce nel cosmo
ma preferiamo il buio
le tenebre che invadono
e corrodono
senza un altrove
muto il rumore dei passi
.
§

renovatio

al tuo spazio interiore
volgi lo sguardo
profondamente
cerca la luce
dentro te troverai
ruscelli e laghi
e tutto ciò che fuori
non esiste più
.
§

my god

nel mio cuore
hai segnato
sentieri di sole
nel mio spirito
coltivi
fioriti giardini
ti adoro
signore
e ti amo
con amore
infinito
.
§

Torno all’amore dei poeti perché imperituro, eterno, simile a quello divino. Solo che l’amore di Dio, è misericordioso, mentre quello dei poeti è «impietoso»: vero e nudo come il primo uomo nel giardino dell’Eden, l’io lirico si muove tra scabrosità e armonia trovando un ritmo nel caos. È dono la parola annunciata, è legame che forgia il mondo, che va oltre le cose sconnesse.

***

 Rosaria Di Donato è nata a Roma dove vive. Laureata in filosofia (quadriennale e specialistica), insegna in un liceo classico statale. Ha pubblicato cinque raccolte di poesia: Immagini, Ed. Le Petit Moineau, Roma 1991; Sensazioni Cosmiche, Ed. Le Petit Moineau, Roma, 1993; Frequenze D’Arcobaleno, Ed. Pomezia-Notizie, Roma 1999; Lustrante D’ Acqua, Ed. Genesi, Torino 2008; Preghiera in Gennaio, Ed. Macabor, Francavilla Marittima (CS) 2021. Ha partecipato all’antologia Nuovi Salmi a c. di Giacomo Ribaudo e Giovanni Dino, Ed. I Quaderni di CNTN, Palermo 2012. Alcuni suoi testi sono presenti in Voci dai Murazzi 2013, antologia poetica a c. di Sandro Gros Pietro, Ed Genesi, Torino 2013. Poesie dialettali sono inserite nella Rivista i fiori del male 2013 n. 55, quaderno quadrimestrale di Poesia a c. di A. Coppola. Ha partecipato con il gruppo Poeti per Don Tonino Bello alla realizzazione di Un sandalo per Rut Oratorio per l’oggi, Ed. Accademia di Terra D’Otranto – Collana Neobar, 2014. E’ presente nell’antologia I poeti e la crisi a c. di Giovanni Dino, Fondazione Thule Cultura, Bagheria 2015. Ha pubblicato l’ebook Preghiera in Gennaio nella collana Neobar eBooks nel 2017. Ha partecipato all’ eBook n. 217: Proust N.7 – Il profumo del tempo, di Aa. Vv. (LaRecherche.it – Un accordo di essenze). Nel 2019 ha partecipato all’antologia poetica “ Break Point Poetry – Città Poetica”, c. di Patrizia Chianese, nell’ambito dell’ Estate Romana. Ha partecipato all’antologia “Ho sete, l’Arte si fa Parola”, a c. di Maria Pompea Carrabba e Ella Clafiria Grimaldi, Ed. SarpiArte 2020. Collabora a riviste di varia cultura e i suoi volumi si sono affermati sia in Italia che all’estero, con giudizi critici di Giorgio Barberi Squarotti, per esempio, e traduzioni di Paul Courget e Claude Le Roy (riviste Annales e Noreal). Partecipa al blog Neobar e a vari siti letterari sul web. Vincitrice di alcuni premi di poesia, si interessa di arte, cinema, fotografia. Dal 2016 cura un laboratorio di scrittura creativa nel Liceo in cui insegna. Premio DonnArte 2020 (Associazione Internzionale Il Tempo delle Donne).

Lucia Triolo, estratti da Debitum e una nota di lettura di Angela Greco AnGre

Il sasso nello stagno di AnGre poesia edita

“Le poesie di Debitum rimandano a qualcosa di già detto da altri, e a cui si deve la loro nascita. Così in gioco è sempre il riferimento all’altro; un altroche, già dall’origine, prende il testimone della parola per vederla continuare senza alcuna garanzia che quel che è inteso nel “verso” che precede sia esattamente quel che è inteso nella “verso” che ne scaturisce. Se il senso del “debito” si lascerà cogliere sarà in direzione di una poesia che si offra come territorio di incontro e di scavo: una poesia che si abita più che una poesia che si legge” (estratto)

POESIA FERITA

….“la poesia si ferisce in noi, e noi
…..alle sue fughe”
…..René Char, Due rive ci vogliono
.
.
Cosa si dirà alla fine
del fuoco prigioniero?
un’ altalena il peso
di quel velo
.
ecco:
i propri sentimenti
e la follia di mostrarli
l’elefante è in scena tra i bicchieri
e…questa follia a stravolgere
ogni custodia
a rovesciare come un guanto i mondi
e i muri bianchi
.
la poesia si ferisce a morte
nel pusillanime canto
imprigionando sprigionando fuoco
quando il coraggio non fa luce
e noi
un po’ vigliacchi
un po’ eroi…
.
sono nata dicendo “ti amo”.
.
.
.

SE ESISTI

….“Se esisti per davvero-fatti avanti”
…..Nina Cassian, C’è modo e modo di sparire  “Preghiera”
.
.
Se esisti per davvero non ti fare avanti
è tardi ormai
.
senza di te ho girato
nei bar dai tavolini vuoti
nelle stanze a pensione ho frantumato assenze
.
senza di te ho pensato
il mio lungo racconto
mostravo in giro il corpo
giovane e bello
per far pubblicità al cervello
.
Tutti i miei sguardi erano
più di un forse
se senza di te ho schivato urti
scavato tenacia nel verde delle foglie
ho sghignazzato e riso
ho raso il pelo ai morti
.
.
Ora lascia che muoia ostinata
non risuscitarmi
voglio vendicarmi
del vuoto che c’ è in te
farti capire e mordere l’assenza:
.
se esisti per davvero
sarai tu a
piangere per me
.
.
.
I BARBAGIANNI DELLA MORTE
.
……“Nessuno tocchi Caino”
.
……..non uccidetemi
……..ho dei ricordi
.
guarda la morte
come salta alla corda
ho addomesticato le sue streghe e i barbagianni:
sul volto dell’abbandono
oggi c’è un sorriso
accade una memoria
un segreto smette di riposare
su una smorfia
e uno scambio di intese
apre la casa alle parole
.
……non morirò con me
……ho una storia

  .

(gli esergo nelle pagine del testo sono spostati molto più a destra, mentre in questa sede non si è potuto riportare i versi in maniera differente.)

Lucia Triolo è nata e vive a Palermo, nella cui Università ha insegnato Filosofia del diritto. Il suo impegno come scrittrice di poesia è abbastanza recente: ha pubblicato per la G.A Edizioni: “L’oltre me” (Maggio 2016), per le Edizioni il Fiorino: “Il tempo dell’attesa” (Maggio 2017), per La Ruota Edizioni: “E dietro le spalle gli occhi” (Febbraio 2018), per BIbliotheke Edizioni: “Metafisiche Rallentate” (Ottobre 2018), per DrawUp Edizioni: “Dedica” (Aprile 2019), ancora per La Ruota Edizioni: “Dialoghi di una vagina e delle sue lenzuola” (Maggio 2019), “Debitum” (Aprile 2021) per Prometheus Edizioni. È presente in numerose riviste e antologie pubblicate nel quadriennio 2016/19. Numerosi i riconoscimenti di rilievo e la partecipazione a riviste di settore e a prestigiose antologie, quali l’agenda poetica Il Segreto delle fragole 2020 (Lietocolle edizioni), l’antologia Poeti per L’Infinito (V. Guarracino a cura di) e la recentissima antologia Una furtiva lacrima (V. Guarracino, a cura di)

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Debitum di Lucia Triolo letto da Angela Greco

Si intitola “Debitum” (Prometheus, 2021, con un saggio critico di Giuseppe Cerbino) l’ultima raccolta di poesie di Lucia Triolo (Palermo, dove è nata e vive ed ha insegnato Filosofia del Diritto nell’Università cittadina), dinamica e prolifica autrice molto attiva anche in ambito telematico. Superato l’efficace saggio introduttivo, che accende una luce chiara ed esaustiva sull’opera, ci si imbatte in una raccolta – o, meglio sarebbe definirla operazione letteraria – dal titolo a parer mio onesto, visto che ogni scrittore di versi deve sempre qualcosa a quelli che chiama maestri o, quantomeno, alla poesia e ai poeti che lo hanno preceduto; e, di fatti, si può parlare di un’opera corale, redatta dalla poetessa insieme con tutti gli autori che chiama a raccolta in esergo ad ogni componimento e ai quali fa riferimento.

Un percorso che parla di altri per dire di sé, fondamentalmente, come tutta la Poesia sa fare, tributando l’importanza della lettura e della conoscenza degli altri poeti per giungere al lavoro editoriale proprio; un utile strumento, questo edito della Triolo, per venire in contatto con il faticoso lavoro di studio che ogni scrittore di versi (e non solo) dovrebbe compiere.

L’autrice “dialoga”, anzi, interagisce con i suoi Autori intessendo ipotetiche continuazioni-interpretazioni di pensiero con i versi da cui nascono i suoi stessi versi, generando commistioni tecnicamente complesse che, però, fanno sorgere nel lettore la voglia di rileggere gli originali da cui sono stati estrapolati i versi “generatori” di questi componimenti della Triolo.

L’arditezza di taluni accostamenti lascia perplessi, come nel caso di “Burro fuso” che in esergo riporta celebri versi di Leopardi tratti da “A Silvia”, ma il titolo si riferisce ad una similitudine della poetessa riferita alla giovinezza che “mi precipita in bocca / come burro fuso” e fa piacere incontrare poeti contemporanei e vicini, come nel caso dell’esergo tratto da un componimento di Flavio Almerighi, ma molto più spesso ci si ferma a riflettere su cosa leghi le citazioni alle poesie dell’Autrice e questo è un bell’esercizio.

Se si potessero slegare gli estratti celebri dalle poesie raccolte in “Debitum” – ed è un’operazione, a parer mio, legittima per il lettore che, come me, vuole toccare con mano il frutto dell’autore che sta leggendo – ci troveremmo di fronte ad una sincera poesia contemporanea, godibilissima anche e forse soprattutto senza tributi, che spesso suonano come captatio benevolentiae, composta come da tradizione sull’onda emotiva della paura della morte e del tempo che passa e, soprattutto, aderente ad un lirismo che piace, poiché in Lucia Triolo è vivo il cuore che batte e che, su tutto, ama. [Angela Greco AnGre]

Alessia e Mirta di Raffaele Piazza letto da Angela Greco

alessia-e-mirta-2019AIessia e Mirta (Ibiskos Ulivieri, 2019) è una silloge di versi redatta da Raffaele Piazza (Napoli, 1963) subito dopo Alessia, una raccolta precedente prodotta dall’Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano nel 2015, che subito apre alla curiosità su come possa un poeta titolare per ben due volte un libro inserendo lo stesso nome di donna. Evidentemente l’argomento non si era esaurito con la prima pubblicazione, ma sorge anche la domanda su cosa possa rappresentare per l’autore questa donna o questa figura o, perché no, questa metafora alla quale nella seconda pubblicazione affianca un altro nome femminile, Mirta, che, però, nel libro non trova l’ampio spazio dedicato alla prima.

Alessia, come ho già scritto in precedenza a riguardo della prima opera, è un mantra, una formula magica, una figura reale seguita passo passo, giorno dopo giorno, attimo dopo attimo con la perizia del segugio, l’affanno di chi ne è in qualche modo coinvolto, l’ossessività del voyeur che, però, non si limita a guardare da un minimo spazio immaginando il resto; di Alessia sappiamo quello che fa, quello che vive, quello che impara, addirittura viene detto della sua vita sessuale con l’innamorato, quasi dovesse per una scelta forzata dell’autore, far parte per forza del vissuto anche del lettore. E personalmente avverto l’ingerenza, la pressione, la forzatura, al limite del respiro affannoso e non riesco a nascondere la difficoltà caratteriale di essermi dovuta intromettere gratuitamente in una vita altrui in maniera tanto esplicita.

Una scelta ardua, quella che opera Raffaele Piazza, coraggiosa da certi punti di vista, emblematicamente resa manifesta nell’indice del libro, dove ci si ritrova come in un cinema muto la cui pellicola, a fine proiezione, sganciata dal macchinario, reitera sempre lo stesso fotogramma, lasciando allo spettatore solo il suono di un inciampo, di un ostacolo da cui difficilmente ci si riesce a liberare, fino a restarne allucinati, drogati, inebetiti. Perché il rischio che si corre con tale abuso è di perdere di vista tutto il resto: superata la naturale curiosità dei primi eventi, si entra in un meccanismo di perversione, violando la sacralità del non detto che in poesia ha un ruolo importante. Forse, ma è un parere tutto personale, eliminando i titoli, si sarebbe ottenuto un effetto più armonico e maggiormente coinvolgente. Perché non tutti siamo curiosi morbosi tali da poter vivere con serenità questo libro.

Oltrepassato ciò, la poesia di Piazza si conferma anche in quest’opera di stampo diaristico, minuziosa nel dettaglio, originale in alcune trovate linguistiche, degna di questo tempo, in cui per la maggior parte delle persone le giornate non assumono sfumature particolari e si realizzano tra abitudinarietà e vizi da fruitori di mezzi di comunicazione di massa. Perché scorrendo le pagine di Alessia e Mirta si ha un po’ la sensazione del Grande Fratello seppur con una veste da sera, quella della poesia, con gli occhi sbarrati su uno schermo e ormai incapaci di molte cose. Resta però il fatto che una poesia simile, destreggiantesi tra le piccole cose e quel gradito (ai più) grado di orizzontalità, è bene accetta, oggi, da lettori ormai avvezzi ad un certo livello letterario, supportata anche da nuove tendenze che mirano all’instaurarsi di correnti poetiche (ri)fondate sul non senso e sull’alleggerimento di pensiero e contenuti, assolutamente aderenti ai nuovi processi cognitivi di questi ultimi anni, dove le domande fondamentali sono in via di estinzione e il relativismo fa il resto. Oggi, tutta la poesia è una buona poesia, per molti, per troppi. Ma non si vuole, in questa sede, utilizzare la silloge di Rafaele Piazza per fare critica al sistema, me ne guarderei bene; sta di fatto, purtroppo, che la Poesia ha, tra i suoi dolenti ruoli, anche quello di far riflettere il lettore ed io non mi sottraggo a tanto.

Dopo queste riflessioni, non risulta fuori luogo pensare che “Alessia” sia proprio il tempo e soprattutto il tempo che passa e che la sua reiterazione altro non sia che l’umano e comprensibilissimo gesto di trattenere – per le ragioni più disparate e, in questo caso, da ritenersi tutte plausibili – quello che si sa benissimo non tornerà più. “Mirta” è, invece, l’incursione dell’evento fuori dall’ordinario, che sia un ricordo o un desiderio non fa differenza; senza entrare nel dettaglio del rapporto che intercorre tra il poeta e le figure di cui scrive, ma limitandosi alla lettura dei testi, Mirta è colei che finalmente spezza la routine, ma di cui il poeta sembra avere quasi timore, mentre corre e scorre la sua vita interamente votata e dedicata ad Alessia. [Angela Greco AnGre]

***

Tre poesie tratte dal libro:

Alessia a Roccaraso
 
Treno, ferrovia locale dalla
neve leggera nel candore dell’
anima di ragazza Alessia.
Materico incantesimo nel freddo
per resurrezioni ad ogni passo.
Pensa Alessia a Roccaraso
a Giovanni che la raggiungerà
stasera e all’amore all’Hotel
Paradiso, stanza 8. Attimi nivei
e sorride Alessia e sul vetro
appannato della camera scrive
Giovanni per sempre.
A proteggerla una conca
di tramonto e così esiste
Alessia.
 
 
Alessia al matrimonio
 
Aria di festa azzurra di cielo
a interanimarsi con di Alessia
l’anima (si sposa Veronica
l’amica), agosto di sorgente.
Alessia e Giovanni dalla chiesa
escono dopo la funzione
per la vita.
Riso gettato di augurio buono,
a Posillipo di Sant’Antonio
la chiesa. Trasale Alessia
e pensa al suo matrimonio
o se sarà leggera convivenza
senza figli. La mappa per
la duale scelta, limbo
duale per Alessia e l’amato
e Veronica è incinta.
 
 
Mirta nel mio specchio
 
Sei nel mio specchio, Mirta,
campiti i nostri volti
nel vetro che pare infinito.
Ti sei uccisa, Mirta, e non
ci credo e invece è lutto
per la bandiera della mia
vita. Abbiamo mangiato
insieme al ristorante
dei vivi e mi parlavi di
Anne Saxton anche lei
suicida. Dicevi la vita
è bruttissima come una
bambina di 44 anni, Mirta,
donna dei boschi e prigioniera
del tuo film.
 

 

Trasparenze 2019 2020 di Felice Serino letto da Angela Greco

Felice Serino Trasparenze 2019 2020La poesia di Felice Serino, in questo tempo difficile e non ordinario, appare al lettore come una epifania; una luminosa presenza utile a prendere consapevolezza di taluni dettagli, che non sfuggono al poeta, attraverso i quali sperare in qualcosa di più, oltre quello che si vede. Serino attraversa le occasioni che gli vengono offerte quotidianamente dal vivere con i sensi disposti a percepire e a codificare quello che accade, anche tra le righe, attento a circoscrivere con perizia l’evento, per fornire una eventuale chiave di accesso, senza imporsi o alzare la voce, quanto piuttosto con la pacata ragionevolezza di chi affronta le situazioni forte del proprio bagaglio spirituale ed esperienziale.

“Trasparenze 2019 2020” (pubblicato in formato elettronico dal sito “Poesieinversi”, con prefazione di Donatella Pezzino) è un altro tassello degno di nota nel lavoro poetico dell’autore; lavoro, che va sempre più affinandosi col procedere delle condivisioni dei versi con i suoi lettori, ponendo in tal modo l’accento sull’importanza, anche in Poesia, del confronto e dello scambio, elementi assolutamente necessari alla crescita.

La raccolta si apre con una emblematica poesia, che funge, a parer mio, anche da incipit: Giobbe, antonomasia della pazienza, nella quale, elaborando la tradizione classica di affidarsi, in incipio, alla divinità, il poeta per mezzo del protagonista invoca l’atto essenziale per il quale, con buona ragione, sembra addirittura scrivere, in due versi dalla forza non indifferente, che tolgono ogni dubbio al fatto che per Serino il vivere è affidarsi a qualcosa di più grande di lui (sacro e poesia, d’altro canto, si possono senza dubbio mettere sullo stesso piano):

Signore liberami
da questa gravezza della carne
-ora mi pesano gli anni
come macigni-

ascoltami - quando
il sangue grida le ferite della luce

ed io come giunco mi piego
in arida aria

Si ritrovano, sempre con piacere, gli elementi caratterizzanti dell’autore; ed ecco che l’occhio non manca di osservare tutto quello che c’è intorno, con riferimenti ad altre materie, oltre quelle letterarie ed artistiche, evidenziando il tutto tondo della poesia di Felice Serino, la sua innata curiosità e la sua volontà di rendere partecipe la poesia di ogni momento della sua esperienza di vita. La trascendenza, tuttavia, sembra avere il posto d’onore in questi versi brevi, incisivi e pregni di terminologie specifiche, trai quali, con una sola parola, spesso si può leggere la tendenza del poeta al ragionamento filosofico, all’interrogazione di se stesso in rapporto al mondo, sempre con la pacata tensione dell’attesa di una risposta di chi sa, però, che non arriverà, perché i quesiti posti sono di un ordine ben oltre questo umano che attraversiamo, come ad esempio si legge in Rinascere negli occhi o in A prescindere, a seguire:

all'inizio nel tempo
primigenio
il primo stupore in un volo

ai piedi dell'angelo
sarà poi precipizio della luce

ma si resta
nella memoria della rosa
che vuole rinascere negli occhi


*

questo uscire rientrare nell’alveo celeste
è racchiuso in un tempo
rallentato
un lampo nel cuore dell’ universo

t’ è stato messo nel cuore il senso
dell’eterno - a prescindere

ogni giorno ti riscopri vivo
come il seme

Una poesia, quella contenuta in “Trasparenze 2019 2020”, che non manca di riferimenti anche ad episodi più concreti, vissuti dall’autore o dedicati a persone reali, che hanno il grande pregio di avvicinare il poeta al lettore, in un rapporto di reciproca stima, indubbiamente lodevole; Serino non spiazza con trovate lessicali ad effetto o termini ineleganti, tutt’altro; la sua è una poesia che continua a carezzare il fruitore anche quando tratta temi scottanti o difficili, con una delicatezza che non può non essere propria della persona che scrive, perché sarebbe difficile creare ad arte quel sentimento che si stabilisce durante la lettura di un’opera. [Angela Greco AnGre]

Cieli capovolti

nel cavo del grido
deflagra rombo di tuono e
scalpitano nella testa
destrieri impazziti

egli non vede
più il corpo della madre
solo cieli capovolti e

accovacciato in un angolo
della parete che separa
vita da vita

trascorre le ore vuote suonando
l’ocarina

Qualcuno si ricorderà di noi di Alessia Pizzi letto da Angela Greco

Qualcuno si ricorderà di noi di Alessia Pizzi (FusibiliaLibri, collana “palco” (teatro di poesia), ottobre 2020; corto teatrale sulle figure storiche di Saffo, Erinna, Anite e Nosside, poetesse dell’antica Grecia in colloquio con Google, motore di ricerca dell’era digitale, come si legge nel sito dell’editore insieme ad un estratto della Introduzione di Antonella Rizzo) prende le mosse da un verso di Saffo, come la stessa autrice rammenta nella sua premessa, nella quale si presenta – romana, classe 1988 – e presenta il lavoro, che ha portato alla stesura di questo piacevole, originale e godibilissimo testo. Alessia Pizzi è laureata in Filologia classica, ma è ben lontana dall’aggiungere polvere all’idea che in tanti hanno di un mestiere come il suo; tutt’altro. L’autrice, con una verve non indifferente ed un entusiasmo notevole, presta la sua penna e la sua creatività alla realizzazione di un’opera meritevole non solo di essere ricordata, come auspica il titolo, ma anche diffusa.

Il pretesto è un incontro paradossale tra quattro poetesse classiche greche e il nostro beneamato Google, voce fuoricampo, che subito si vanta di essere il motore di ricerca più usato al mondo, gettando subito le protagoniste in un momento di confusione. L’impianto scenico è gradevolissimo: un crescendo a ritroso, che parte dalla presenza di lapidi in campo, per giungere alla personificazione carnale delle poetesse, mentre il caro interlocutore cibernetico man mano scompare dall’attenzione del lettore, che viene preso, a metà dell’opera, dal messaggio forte e chiaro che l’autrice dà: le donne, da sempre messe da parte, hanno oggi la possibilità di riscattarsi da ogni forma di violenza subita – dalla censura dell’intelligenza e della scrittura, alla violenza fisica – mettendo fuori la voce.

Tecnicamente il libro è una piece teatrale, un atto unico scritto tra serio e faceto, senza mai venir meno all’attendibilità storica dei fatti narrati, frutto serissimo degli studi dell’autrice, scritta in dialoghi teatrali inframezzati da componimenti poetici atti a sottolineare ora il pensiero ora la poetica delle protagoniste, sulle quali, spicca la figura di Saffo non tanto per grandezza tra pari – mi si passi l’espressione; Saffo non è più brava, né Erinna, Anite e Nosside sono meno brave – quanto piuttosto, per la sua posizione di saggezza nei confronti delle altre e per il suo ruolo di motrice, che invita e sprona le sue “colleghe” a mettere fuori la voce, in virtù di quella sorta di “fortuna”, che le è toccata, quella di non essere dimenticata del tutto, che meno benevola è stata con tante altre.

Un’opera, questa di Alessia Pizzi, che sicuramente ha il grande merito di aver riportato alla luce figure femminili – con tutte le difficoltà del caso, oggigiorno non ancora risolte – dell’età classica obliate per diverse ragioni e meritevoli, invece, di un posto d’onore per l’audacia, la passione e la creatività in un’epoca – non ancora terminata – di assoluto dominio maschile, ma che ha anche il merito, non da poco, di aver innestato antico e nuovo senza togliere meriti, né esaltandole fuori luogo, a nessuna delle due parti, ma creando un ponte utile per la costruzione di un domani più accettabile. L’autrice si pone, quindi, come trade d’union, come collegamento, che non manca di esprimere il suo fermo punto di vista, iniziando il lettore alla visione non stereotipata di alcune realtà letterarie. La poesia è una componente non in primissimo piano; il protagonista del libro è il pensiero dell’autrice sulle scritture e sulle protagoniste femminili dimenticate, come recita la dedica in apertura libro. Ma, d’altronde, come la stessa Saffo afferma, nel suo verso che dà il titolo al libro, la Poesia sa a priori che sarà materia futura, oltre il trascorrere del tempo e la dimenticanza, mentre è giustissimo che si ricordi che per troppo tempo le donne sono state volutamente dimenticate e azzerate (e volutamente non apro la discussione a riguardo, ma ci sarebbe davvero tanto da dire e da scrivere).

Il linguaggio di Alessia Pizzi, laddove non riporta i versi delle poetesse, è assolutamente aderente alla sua generazione, con espressioni appositamente usate per meglio evidenziare il divario temporale tra le parti; un’operazione che non poteva sfuggire ad una filologa, che ha ben rappresentato l’evoluzione della lingua in poche e centratissime pagine, regalando al lettore un libro e al contempo un manifesto sulla difesa della femminilità e dei suoi sacrosanti diritti, supportata da una validissima introduzione e da una editrice conosciuta per il suo impegno in questo campo.

Angela Greco

[immagini  per gentile concessione dell’autrice e dell’editore]

Parole raccolte di Giampaolo Giampaoli letto da Angela Greco

Edito da Sillabe di Sale nel novembre 2020, Parole raccolte è l’ultima silloge del lucchese Giampaolo Giampaoli. Opera, che – come si legge nell’estratto della prefazione di Caterina Trombetti in quarta di copertina – cerca di ricostruire “il processo di formazione della poesia” e “quali sono le condizioni da cui emerge la scrittura come messaggio che ha origine dall’animo umano”; opera, nella quale – si legge ancora nella prefazione –  “I versi devono, quindi, nascere dal cuore del poeta, indomabili afflati, condurlo per mano alla conoscenza di se stesso e, per valore comunicativo, essere rivolti all’altro”. Un lavoro che colloca immediatamente la silloge in una certa recente classicità, fortemente radicata nella contemporaneità italiana inerente questo genere letterario, dove poesia è pari a lirica e il poeta è impegnato in una gratuita opera didascalica, in una creazione, che, bisogna dirlo, appaga i più.

Leggo suoni di poesia
e profondi penetrano,
nascosti nelle membra
consunte dal volgere
dei giorni;
la voce grida
il male della mente,
distoglie voluttuosa
i miei sensi nascosti.
La rabbia vaga
in un cuore fuso
al dolore senza origine,
perso nell’esistere.
Vibrerei le nostre emozioni
all’unisono liberamente,
ti trasmetterei spontanee
immagini delle parole,
ti guiderei lontano nel tempo
per restituirti alla materia
pacata.
.
(“Condurti”)
.

Giampaolo Giampaoli vuole essere poeta. Non si riescono ad avere dubbi su questo nemmeno leggendo alcuni componimenti dove ad hoc, l’autore si dimena tra difficoltà del vivere, del sentire e non meglio identificati dolori della mente, in una danza derviscica per la massima parte solo intorno a se stesso. Giampaoli è poeta di quelli fieri del proprio operato (la prima sezione della silloge è proprio dedicata alla riflessione sulla poesia dove, nonostante anche una certa vaghissima ironia, prevale il mestiere di insegnante che l’autore svolge), orgogliosi di trovare un posto nella libreria principale e nei favori dei lettori; condizione che, per tanti scrittori attuali di versi, non è qualcosa di negativo, anzi. Fin dal linguaggio, volutamente in un registro tutt’altro che basso, vicino, contemporaneo, questo autore s’impegna acché il lettore riconosca il poeta ben distinto da sé e anche abbastanza lontano dal quel suo povero quotidiano messo a dura prova nell’ultimo anno e finito in una incertezza totale. E si può solo essere contenti per lui, se riesce in questo intento di essere riconosciuto.

Cedo un foglio bianco,
pagina dello schermo afona,
scrivete una vostra sentenza
sulla materia dolce o aspra
della poesia, emersa
dall’oscuro antro dell’essere.
.
(“A voi”)
.

Parole raccolte, il cui titolo può indicare al contempo la raccolta (di un frutto del lavoro) e la condizione intima, è articolata in tre sezioni più un Epilogo, quest’ultimo interessante soprattutto per la chiarezza, che in altri momenti sfugge, nel quale l’autore sembra compendiare il suo concetto di poesia, presentando schematicamente la sua ricerca, come si legge nella seconda parte di “Perenne moto”:

Perenne moto nel procedere
alla ricerca dell’ingenuità,
anelo a un desiderio
incalzante, inconcludente, distruttivo.
Non trovo la linfa mai concepita,
la vado ancora cercando
ma in silenzio, senza delinearla,
eppure esistente.
.

e il suo forte pensiero su che cosa sia per lui la Poesia (“Il vento / da dentro consuma, / un dolore indistinto / che non si attenua”) messo in evidenza nel componimento in chiusura dedicato presumibilmente ad un bambino, che chiude la silloge, i cui due ultimissimi versi dichiarano apertamente la sua visione del mondo:

È un vento che penetra,
che non si disperde,
dormi sereno stasera,
calma è la musica che
pervade l’atmosfera,
ci pervade in un abbraccio
caldo, colma l’animo,
il tuo animo non vorrei
averlo leso. Il vento
da dentro consuma,
un dolore indistinto
che non si attenua;
dormi sereno stasera
almeno tu che sei
l’amore inviolato.
.
(“Dormi sereno”)
.

Un lavoro, questo di Giampaolo Giampaoli, che va a consolidare la strada intrapresa negli ultimi anni dalla poesia italiana, dove l’eco di un glorioso passato apporta quella sicurezza, che conduce autore e lettore al porto sicuro, nonostante una certa difficoltà di coerenza tra le liriche, dove non è semplice trovare il legante, se non nella più ampia lettura di cosa sia Poesia per una certa fascia di lettori e di mercato.

Ringrazio l’autore, che ha voluto sottoporre alla mia lettura la sua opera, alla quale, comunque, auguro buon cammino.

Angela Greco

Ricordando Alfredo de Palchi

Il giardino dell'Eden di Marc Chagall

“Genesi della mia morte”, da Estetica dell’equilibrio di Alfredo de Palchi, letto da Angela Greco 

Riproponiamo, con immutata stima, questa pagina di qualche anno fa (quando i versi erano ancora  inediti) in memoria del poeta Alfredo de Palchi scomparso in questi primi giorni di agosto 2020.

*

Genesi della mia morte, tratta da Estetica dell’equilibrio, di Alfredo de Palchi, è un susseguirsi in prosa poetica di avvenimenti che in sedici giorni (in apertura è riportata la data 1-16 novembre 2015, presumibilmente riferibile ai giorni in cui il poeta ha segnato su carta quanto oggi si legge) ripercorre, ma sarebbe meglio dire ripropone in una veste differente da quella conosciuta ed accettata, la genesi del genere umano e la stessa esperienza di vita di Alfredo de Palchi, classe 1926, veneto emigrato a Parigi e da qui, negli Stati Uniti nella metà del secolo scorso, dopo essere stato prosciolto dalle accuse che lo avevano portato in carcere ai tempi del secondo conflitto mondiale; “e ancora EUROPEO abito qui (negli States) come italiano residente in America e non come italo-americano” sono parole dello stesso de Palchi. Dell’intera vicenda poetica depalchiana, sempre in simbiosi con la biografia del poeta stesso, si sono occupati Luigi Fontanlla, Roberto Bertoldo, che ha curato il volume delle opere complete del poeta, e Giorgio Linguaglossa (rintracciabile tramite motore di ricerca).

un Uomo in Vetri Rotti

La prosa poetica dei sedici “quadri” di Genesi della mia morte, si apre con una definizione priva di diplomazia e buonismo nei confronti dell’Uomo – chiamato dal poeta “antropoide” con un non celato rimando all’automatismo, alla meccanica, alla robotica, tutti elementi che mirano alla sottrazione di umanità – e snocciola paragrafo per paragrafo la vicenda umana dell’autore e del tempo che ha attraversato e lo ha attraversato, creando un meta-ambiente che non è più né l’uno (la vicenda umana) né l’altro (il tempo in cui accadono gli avvenimenti anche storici), ma è un nuovo mondo-luogo dove via via l’antropoide prende consapevolezza della sua natura, altamente dissimile e decisamente lontana dal destino religioso-utopistico-positivo in cui si finisce per credere, forse per retaggio o forse per apatia, e a cui è avviato l’uomo fin dalla nascita.

Genesi della mia morte è la partita a scacchi de “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman, un bianco e nero dato non già dall’assenza di mezzi cinematografici che contemplino il colore, ma come scelta estrema di assenza totale di orpelli, di blandizie, in favore di un momento privilegiato – il dialogo con la Morte – in cui non conta più tutto il superfluo di cui si è stati capaci fino a quel momento ultimo.

il_settimo_sigillo

In queste sedici brevi prose la narrazione procede dal luogo più vicino verso il più lontano, includendo in questa genesi se stesso e il genere umano tutto, la natura e lo stesso pianeta che l’uomo abita, e in esse l’autore si mantiene sempre all’esterno, sopra le parti, pur partecipando con passione del destino suo e non solo suo, e al contempo dicendo esattamente quello che pensa e prova dinnanzi alla realtà e al suo deterioramento. In un capovolgimento degno di chi ha fatto i conti anche col momento più duro e difficile della propria vita, il poeta dice che in fin dei conti il suo permanere ancora tra i viventi è stato solo una scelta della Morte stessa e, giunto ad un punto di non ritorno, addirittura suggerisce a questa signora mai nominata, ma riconoscibilissima, alcuni accorgimenti “per migliorare” la situazione ormai disperata in cui verte ancora anche egli stesso (forse pensando al futuro, partendo dalle condizioni attuali), come si legge nel “quadro”n.11: “Gentile Signora liberali tutti dal male della poesia liberandoli dal male di essere antropoidi. . .gestiscili (gli esseri umani) nella vanitas vanitatum omnia vanitas. . .”alfredo-de-palchi-legge

Inevitabilmente giunge il momento finale: il poeta ammette che la “razza sleale elettasi superiore al pianeta per imporsi ed esplodere terrore” non terminerà nonostante gli eventi traumatici naturali e non che di quando in quando decimano la specie, e, dopo una vita intensamente vissuta e dopo essere sopravvissuto a tutti i tranelli che la stessa gli ha teso, serenamente chiude questi inediti immaginando una “fine suggestiva”, come da lui stesso definita, consistente nell’ “assistere allo svuotarsi del pianeta” e nel fatto che la Morte stessa smetta di proteggerlo, liberandolo una volta per tutte da quello che lui definisce “male globale”. Ed una volta liberata la terra dall’uomo, ormai identificato nel male di grado più elevato, il pianeta potrà tornare, chiudendo quasi il mitico serpente che si morde la coda, ad essere quel Giardino dell’Eden da cui ebbe inizio la stessa vicenda umana.

(Angela Greco)

 *

Alfredo de Palchi, da ESTETICA DELL’EQUILIBRIO, estratti da Genesi della mia morte 

1-16 novembre 2015

1

È animale quantitativo autoqualitativo autorevole prepotente razzista astuto violento e da unico vile appartenente alla fauna spadroneggia su ogni specie. . . nell‘antico Latium l’antropoide legionario conquista e costruisce civiltà a ovest sud est nord. . .

pregiudizialmente assume che tu, fine di tutto, sia femmina perenne temibile di nome Mors Moarte Mort Muerte Morte. . .

 

9

con felicità intatta non temo l‘assidua protezione che mi sfiora a sbuffi lievissimi d’aria. . . che tu segua la mia positiva certezza indica che non dubiti del mio rispetto. . . mi accorgo che ti avvicini e io non fuggo poi che la mia esistenza si prolunga e la tua maniera protettiva si gratifica della mia gratitudine. . . chi ti teme e scongiura vive da defunto. . . non intuisce che sai che terrorizzato aspetta la convenienza polare. . .

 

11

Il pianeta sta affondandosi nell’abisso infinito per abbondanza di destinati a smorzare poesia della loro insufficienza. . .  superfluamente megalomani antropoidi masse di indistinti li onorano effigiati di eccelsa vanità. . . i rari eletti anch’essi brutali in sciame di vespe svolazza punzecchiando senza sgocciare miele. . . ognuno adatto alla fatica nei campi si convince a inventarsi barattiere bancario commesso al monte di pietà e di essere di troppo e mercenario partecipante all’inevitabile. . . Gentile Signora liberali tutti dal male della poesia liberandoli dal male di essere antropoidi. . . gestiscili nella vanitas vanitatum omnia vanitas. . .

 

16

periodi lunghi di pestilenze puliscono il globo di antropoidi inceneriti dalla fiamma che ti illumina sul pianeta. . . ma la fiamma non fa abortire la femmina del mostriciattolo che le gonfia a calci la pancia. . . moltitudini affamate e prepotenti non smettono di devastare inquinare e inaridire la terra. . . razza sleale elettasi superiore al pianeta per imporsi ed esplodere terrore. . . io non mi esimo benché manchi d’innati componenti terroristici. . . la mia fine suggestiva sarebbe di assistere allo svuotarsi del pianeta e sapere che tu smetti di proteggermi liberandomi per ultimo dal male globale. . .  e che il pianeta libero dal superno male della mia razza sia finalmente Giardino dell’Eden.

.

immagini, dall’alto verso il basso: Il giardino dell’Eden di Marc Chagall ; Uomo e finestra rotta dal web; Il settimo sigillo di Ingmar Bergman;  Alfredo de Palchi; Adamo ed Eva, Lucas Cranach, dettaglio.