Il leone e lo scoiattolo

Il 21 agosto è il compleanno di mia figlia e ogni anno, qui sul blog, le regalo una breve storia da leggere insieme. Ecco la lettura che ho scelto per i suoi otto anni…una bella metafora utile anche per noi adulti. Buona lettura a tutti! [AnGre]

IL LEONE E LO SCOIATTOLO

Era una giornata molto calda e il leone decise di cercare un posto fresco dove riposare. Passeggiando, si fermò sotto l’ombra di un albero. Improvvisamente, un piccolo scoiattolo uscì da un cespuglio e passò incautamente sotto il naso del re della foresta. Il leone, che aveva voglia di giocare, iniziò ad inseguire lo scoiattolo. Ma il piccolo animale, pensando che il leone volesse mangiarlo, lo pregò tremante di lasciarlo vivere.
– Se mi lasci andare, coraggioso leone, ti prometto di aiutarti a combattere tutti i tuoi nemici – disse lo scoiattolo, più morto che vivo.
– Ah, ah! Vuoi aiutarmi, piccolo essere insignificante? Vai, vai via e non farmi perdere la pazienza! – rispose il leone con disprezzo.
Il tempo passò e un giorno l’orgoglioso re della foresta cadde in una trappola tesa dai cacciatori; lottò con grande coraggio, cercando di sfuggire alla rete, ma non ci riusciva. All’improvviso, apparve il piccolo scoiattolo che con molta pazienza, cominciò a tagliare la rete con i suoi piccoli denti appuntiti. E così, riuscì a liberare il leone. Pentito dell’insulto che aveva fatto al piccolo scoiattolo, il re della foresta si scusò con lui.
– Perdonami, piccolo scoiattolo. Ora so che ogni animale, per quanto piccolo, merita il massimo rispetto. Non riderò mai più di te, te lo prometto – disse il leone.
– Non preoccuparti, caro amico. Chi riconosce i suoi torti è un saggio – rispose lo scoiattolo.
Da quel giorno, il leone e lo scoiattolo sono amici inseparabili, in grado di affrontare tutti i pericoli della foresta.

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Omaggio al Salento: saperi e parole tra i vicoli di Matino (LE)

Domenica 11 agosto c.m. l’ass. La Scatola di Latta ha organizzato un prezioso “Mercatino dei saperi e delle parole in un vicolo d’arte” a Matino, un piccolo borgo nel cuore del Salento, in provincia di Lecce (Puglia). “Omaggio al Salento in tre atti” è il contributo, scelto tra gli inediti della mia produzione dell’ultimo anno, che leggerò in compagnia di tanti altri amici, tra i quali ringrazio Agata De Nuccio per l’invito. Se passate da quelle parti siete tutti invitati! [AnGre]

Omaggio al Salento in tre atti di Angela Greco

I atto
La sera salentina è un arco e una diagonale
tra due mete da stabilire, chianche diseguali
che pavimentano il richiamo verde dei tuoi occhi;
un gatto pigro sulle scale che giallo e nero
guarda prima di confondersi col disco notturno.
.
La sera salentina è una scala da percorrere
tra l’ombra e il bianco, poco prima del letto,
senza conoscere l’esito del vicolo che svela
una corte intagliata e una chiave lasciata
all’esterno, nella lingua dei padri.
.
L’ultima quercia guarda dall’alto del muretto
secco d’acqua e di paesani, nella controra che
affina le dita sugli strumenti per la notte appena
iniziata. Si balla nella sera salentina, si scaccia
la malattia e ci si libera prima che sia troppo tardi.
.
.
.
II atto
Ognuno offre il suo tempo e la parola diventa
il ritmo dove incontrarsi, tra l’angolo della piazza
e le sedie allineate dalla curiosità di rugosi uomini
increduli ‘ca li fimmine’ possano aver perso il velo
e sole aggirarsi oggi per tortuose stradine.
.
La sera salentina aspetta la prima alba, a pochi passi
dalle case che non dormono, dal cuscino sudato
e dal tuo volto che sente addosso queste parole
e dimentica i chilometri, appena dopo quella svolta
e il grande arco col cuore di pietra nello stemma.
.
La sera salentina ha luminarie che pazientano in piazza
in attesa del santo e dita di danzatori frementi sui telefoni,
vegliando un tempo mai andato via e mentre il caldo
e l’afa fanno azzuffare pensieri e silenzi, i piedi
sanno queste strade e la costrizione delle scarpe.
.
.
.
III atto
Dal piccolo balcone sfacciata la pianta fiorita di capperi
striscia su tre gradini lasciati al caso; il cane scodinzola
e il sole nascosto tra i pomodori matura sulle guance
sfrenate. Il tuo bacio è una fetta d’anguria che toglie
sete e sonno, qui, tra camion carichi e campi assolati.
.
L’ulivo zittisce e attende il giorno buono; la spiaggia ad est
è un atto di resistenza in questo sud che vuole cogliere vita
a piene mani, acino dopo acino, tra filari d’incomprensioni
e verderame. Poi sarà ancora festa e pietra da scavare,
per raccontare questi intagli ricavati per sottrazione.
.
La sera salentina sono queste mani, che fermano l’attimo
e faticano senza sosta; dita intrecciate ai fili di un ragno
che ride guardando dove siamo finiti. Pagina dopo pagina
finisce anche la terra, a sud, col cappello in mano, tra santi
e madonne che ingoiano acque e restituiscono stupore.
.
La sera salentina ha sguardo lucido: «Torna e abitami,
non lasciarmi solo paese d’agosto; la città, lo sai, ha
spazi grandi che perdono la misura del gesto, dell’occhio
e del respiro; c’è qualcosa che non si può spiegare, ma
solo vivere, qui, tra monaci volanti e capre segnate».
.
***
(immagini: in apertura R.Magritte, Paese dei miracoli, 1964; in chiusura, Faro di Punta Palascia, Capo d’Otranto)

Portofranco a Venezia: Poesia per “aprire” il porto (a cura di Gianluca Asmundo)

Grazie alla voce e al cuore di Gianluca, ci sono stati anche i miei versi ❤

Peripli // Post Scriptum

Portofranco a Venezia. Presso la bocca di porto, leggendo parole aperte. Una risposta di poesia e nonviolenza a ogni chiusura, sposando il mare nel segno del dialogo, contrapposto al “vero e perpetuo dominio”. La data scelta era doppiamente simbolica, combaciando sia con lo Sposalizio del mare che con la Festa della Repubblica Italiana.

Parole libere, spaziando senza alcun confine o censura, dalla laguna alla Calabria, dall’Africa alla Puglia, da Roma all’India, si incrociavano qui, limpide, all’inizio e alla fine del Mediterraneo.

Le vostre voci si sono intrecciate con le nostre, le pagine delle vostre poesie con noi sulla battigia, tra la gente, tra i sorrisi, sventolando nella luce tiepida e radente, nel vento, liminali, cullate dallo sciabordio delle onde e dai gabbiani.
Grazie di cuore a tutte le persone che hanno partecipato, c’era tanta vicinanza, molta serena libertà.

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Una serata con…Rita da Cascia, di Angela Greco

Ha avuto luogo, nelle date del 21 e 22 maggio 2019, nella splendida cornice del Villaggio di Sant’Agostino, nel cuore di viuzze del centro storico della città di Martina Franca (TA), la rappresentazione “artistica” – è il caso di definirla in questi termini – di “Rita…figlia…Madre…Santa”, realizzata in occasione della festa di Santa Rita, dalla Compagnia “Le Quinte”, con la regia di Pasquale Nessa. Una rappresentazione teatrale, che ha coinvolto attori, narratori e due ballerini, che ha riproposto, a un pubblico numeroso e partecipe, nonostante la temperatura autunnale, alcuni episodi della vita di Margherita Lotti, per tutti santa Rita, religiosa italiana definita “santa delle cose impossibili”, dalla sua comparsa sulla scena pubblica nella medievale Roccaporena, fino alla sua morte in odore di santità, avvenuta agli inizi del Rinascimento, a Cascia.

Un percorso particolare e dettagliato, quello scelto dal regista, incentrato parallelamente sulla umanità e sulla santità di questa volitiva donna, figlia del suo tempo in ogni atto e incrollabile nella fiducia in Dio, ambientato nel chiostro dell’antico ex convento delle suore Agostiniane (ordine a cui appartenne anche la santa), dove – come scrive la Priora della Comunità di S. Rita in Cascia a mezzo lettera – “oltre a far conoscere S. Rita e il suo messaggio con il vostro spettacolo, desiderate far rivivere la spiritualità agostiniana in un Monastero dove per tre secoli hanno abitato le nostre Consorelle di vita contemplativa, in Valle d’Itria.”

Il Convento delle Monache Romite Agostiniane sorse nel XVII secolo per volontà dell’arcivescovo Tommaso Caracciolo. Il convento, che si ispirava alla regola di Sant’Agostino, accoglieva le figlie dei ceti più abbienti di Martina Franca. La possente struttura ruota attorno a un chiostro con due pozzi di forma ottagonale ed è ingentilita sul terrazzo da una balaustra traforata decorata con statue di angeli e fiaccoloni (dal sito villaggiodisantagostino.it); in questa location, sfruttando la naturale fisionomia del luogo, abbellito solo da piccoli fuochi, oggetti posati sullo sfondo per dare vita ad una quotidianità che ha sottolineato ogni atto, un crocifisso “sospeso” e un tavolo-altare-catafalco funebre, Pasquale Nessa con sensibile occhio ha ambientato uno spettacolo originale, soprattutto nell’uso di tutti e  tre i livelli disponibili del fabbricato principale (piano di calpestio e due piani di edificio) per la messa in scena della vita della santa umbra, adoperando le finestre poste sotto gli archi, come nicchie berniniane per l’uscita ad oc di alcuni personaggi, come ad esempio la figura di Dio, muta e ieratica dalla sua posizione sopraelevata o, della morte stessa, nello specifico quella del marito di Rita, accaduta al secondo piano dell’edificio e che ha costretto gli astanti, guardando verso l’alto, a comprendere che vi è un destino superiore rispetto alla volontà umana. Dettagli, perfettamente incastonati nella naturale scenografia, che hanno segnato la professionalità e la passione del regista, il quale ha evitato costruzioni ad arte, evidenziando in tal modo l’armonia coi luoghi vissuti nella recita.

La compagnia “Le Quinte”, composta da elementi di età differente, lavorando con coesione e rispetto reciproco, ha reso al pubblico una drammatizzazione onesta e professionale, nella quale è risultato quasi indistinguibile estrarre la parte di punta rispetto a tutto il gruppo; tutti, dalla giovane interprete di una santa Rita all’inizio del suo cammino, fino a colei che ha interpretato Rita sul letto di morte, passando dai genitori, al marito, alle consorelle della santa e persino dalla figura originale e caratteristica del sacrestano-giardiniere, interpretato da un riccioluto giovane che si esprimeva con un credibilissimo accento umbro-marchigiano, hanno offerto al pubblico un’ora e mezza intensa, intrisa di misticismo e realismo, sacralità e forza, nel rispetto dell’agiografia ufficiale della santa di Cascia e del contesto sacro in cui ha avuto luogo la rappresentazione, senza mai forzare la mano in favore di episodi di facile presa sul pubblico, ma, semplicemente, lasciandosi docilmente guidare dagli episodi tramandati dalla storia e dalla Chiesa, in un crescendo drammatico, funzionale alla più grande gioia a cui Dio predispone l’uomo fin dai primi atti della vita a cui lo relega.

Un momento di grande suggestione e di particolare interesse è stato quello della notte scura dell’anima di Rita, inevitabile prova a cui è sottoposto il genere umano, rappresentato in danza: la lotta tra la giovane donna e il Tentatore, resa in scena da due danzatori professionisti (Francesco Bax e Francesca Sibilio), che non si sono risparmiati nell’espressione potentemente fisica del contrasto acerrimo tra Bene e Male, con movimenti tecnici dal forte impatto sul pubblico e la bellezza etera di un’arte, che al meglio è riuscita ad esprimere l’estenuante morsa fisica a cui è stata sottoposta anche questa santa, sottolineati da musiche scelte con cura, ausiliarie di un coinvolgimento emotivo che non ha risparmiato qualche lacrima nel pubblico, mettendo in luce la capacità empatica del lavoro di Pasquale Nessa.

La serata si è conclusa con la rappresentazione degli ultimi istanti di vita terrena di santa Rita, la “santa delle cose impossibili”, che, in un monologo diluito in più riprese, ha riassunto una lunga e densa esistenza per mezzo della spiccata capacità attoriale dell’interprete, la quale, in scena su un letto di morte, ha commosso un pubblico già provato da susseguenti emozioni fin dai primi momenti narrati da una voce esterna interpretata da un “messere”, che sempre ha tenuto fra le mani una rosa rossa, simbolo per antonomasia e ricordo della santa provata da Dio nella perdita di ogni suo affetto e ricompensata nell’eternità. [Angela Greco]

(dall’alto in basso foto di: Erminia Greco, Martino Mastrovito, Erminia Greco – elaborazione by AnGre)

Boris Pasternak, Nella Settimana Santa

Boris Pasternak (Mosca, 1890 – 1960)

Nella settimana santa (trad.di Paolo Statuti)

Intorno ancora la nebbia notturna.
Ancora nel mondo è così presto,
Che il cielo pullula di stelle
E ognuna, come il giorno, è luminosa,
E se solo la terra potesse,
Dormirebbe il giorno di Pasqua
Alla lettura del Salterio.
.
Ancora intorno la nebbia notturna.
Ancora è così presto nel mondo,
Che la piazza giace coricata
Come in eterno da tutti i lati,
E mille anni ancora la separano
Dall’alba e dal calore.
.
Ancora la terra è completamente nuda,
E di notte essa non ha niente
Per far oscillare le campane
E fare eco ai coristi dall’esterno.
.
E dal Giovedì Santo
Fino al Sabato Santo
L’acqua perfora le rive
E intesse mulinelli.
.
E il bosco è spoglio e scoperto,
E sulla Passione di Cristo,
Come folla in preghiera,
Veglia la turba dei tronchi di pino.
.
Ma in città, in un piccolo
Spazio, come a una riunione,
Gli alberi guardano muti
Le grate della chiesa.
E il loro sguardo è preso dal terrore.
E’ comprensibile il loro sgomento.
I giardini escono dai recinti,
Vacilla il sistema terrestre:
Seppelliscono Dio.
.
E c’è la luce nella porta regia,
E il nero manto, e la fila di candele,
Volti rigati dalle lacrime –
E a un tratto la processione viene
Incontro col lenzuolo tombale,
E due betulle presso la porta
Devono tirarsi da parte.
.
E il corteo gira intorno alla chiesa,
Riempie il marciapiede fino al bordo,
E porta dalla strada sul sagrato
La primavera, le ciarle primaverili
E l’aria che sa di prosfora
E di ebbrezza di primavera.
.
E marzo sparge la neve
Nell’atrio sulla folla degli storpi,
Come se qualcuno fosse uscito
Portando l’arca e l’avesse aperta
Distribuendola a tutti.
.
E il canto dura fino all’alba,
E, dopo aver tanto singhiozzato,
Giungono sommessi dall’interno
Nel luogo vuoto sotto i fanali
Il Salterio e l’Apostolo.
.
A mezzanotte taceranno la creatura e la carne,
Avendo udito la voce primaverile,
Che appena tornerà il sereno –
La morte si potrà sconfiggere
Con lo sforzo della resurrezione.
.
1946
(tratta da Un’anima e tre ali – il blog di Paolo Statuti che si ringrazia)

*

Immagine d’apertura (dal web): Settimana Santa a Taranto, rito tra i più suggestivi d’Italia (part. processione che attraversa il Ponte girevole – approfondisci QUI)

Parigi, Notre-Dame ci unisce tutti


Parigi, Notre-Dame ci unisce tutti…credo che nel rogo di Notre-Dame ognuno di noi pianga e riviva le ferite della propria terra, dal mio Salento alle grandi città, dai paesini sconosciuti alle terre sfruttate e maltrattate, da Nord a Sud, dal Medio Oriente agli USA, da Est a Ovest, ognuno ha perso, giorno dopo giorno, un pezzetto di identità, sacrificata per le cause più disparate, ed è per questo che, al cadere dei secoli in una manciata di ore, ci sentiamo tutti feriti (AnGre)

*

«Monsieur oggi Parigi brucia.

Che senso ha quello che diciamo, oggi?»
L’uomo non risponde. La fissa solamente negli occhi.
Aspettava quella domanda.

Silenzio.

(la piazza adesso è un florilegio buio come la notte appena trascorsa.
Myosotis neri piovono da un cielo non diverso e volano bassi identici uccelli…)

Angela Greco, versi da Anamòrfosi (Ed.Progetto Cultura, Roma, 2017 — in commento il testo completo)

*

Parigi, storia della Cattedrale di Notre-Dame (leggi qui)

La cattedrale di Notre-Dame, calembour simbolico (leggi qui)

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[…] vorrei una notte di maggio
….una di queste notti
………sul lungosenna Voltaire
…………..baciarti nella bocca
e andando poi a Notre-Dame
….contempleremmo il suo rosone
e a un tratto serrandoti a me
….di gioia paura stupore
….piangeresti silenziosamente
e le stelle piangerebbero
mischiate alla pioggia fine…

versi da Prima che bruci Parigi di Nazim Hikmet, Poesie d’amore (trad. di Joyce Lussu, Oscar Mondadori, 2006 — in commento il testo completo)

*

Parigi, dopo il rogo la cattedrale di Notre-Dame non è più la stessa, ma la struttura è salva (leggi qui) — immagini dal web*

La Domenica delle Palme negli affreschi di Giotto – sassi d’arte

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Nel calendario liturgico cattolico la Domenica delle palme è celebrata la domenica precedente quella di Pasqua e con essa ha inizio la settimana santa. Nella forma ordinaria del rito romano essa è detta anche domenica De Passione Domini (della passione del Signore) ed è una festività osservata non solo dai cattolici, ma anche dagli ortodossi e dai protestanti (ovvero le religioni che riconoscono Cristo).

In questo giorno la Chiesa ricorda il trionfale ingresso di Gesù in Gerusalemme in sella ad un asino, osannato dalla folla che lo salutava agitando rami di palma. La folla, radunatasi a voce per l’arrivo di Gesù, stese a terra i mantelli, mentre altri tagliavano rami dagli alberi intorno e, agitandoli festosamente, gli rendevano onore.

In ricordo di questo, la liturgia della Domenica delle palme, si svolge iniziando da un luogo al di fuori della chiesa, dove si radunano i fedeli e il sacerdote benedice i rami di ulivo o di palma portati dai fedeli stessi; quindi si procede in processione fino all’interno della chiesa, continuando la celebrazione della messa con la lettura della Passione di Gesù. Il racconto della Passione viene letto da tre persone che rivestono la parte di Cristo (letta dal sacerdote), dello storico e del popolo.

In questa Domenica il sacerdote, a differenza delle altre di quaresima (in cui veste di colore viola, che indica penitenza, richiamo alla conversione e alla stessa penitenza e che si usa in Avvento e in Quaresima, ma anche durante la celebrazione delle Messe dei defunti) indossa paramenti di colore rosso (colore che indica il sacrificio sulla croce di Gesù e la divinità dello Spirito Santo, ma anche il sangue sparso dai Santi Martiri; si usa la Domenica delle Palme, appunto, il Venerdì Santo, a Pentecoste, nelle feste degli Apostoli e dei Martiri e per la Messa della Cresima).

§

nell’immagine: Giotto, Scene dalla vita di Cristo, Entrata in Gerusalemme, affresco databile 1303-1305, Cappella degli Scrovegni, Padova: da sinistra Gesù avanza a cavallo di un asino verso le porte di Gerusalemme, seguito dagli Apostoli e facendosi incontro a una folla incuriosita: chi si prostra, chi accorre a vedere, chi è sorpreso, ecc. Sebbene la stesura denoti un’autografia non piena dell’episodio, la scena spicca come una delle più vivacemente naturali del ciclo, con una serie di episodi interni tratti dalla vita quotidiana, come quello dell’uomo che si copre la testa col mantello (un’azione goffa o un simbolo di chi non vuole accettare l’arrivo del Salvatore?) oppure i due fanciulli che salgono sugli alberi per staccare i rami d’ulivo da gettare al Salvatore e per vedere meglio, dettaglio derivato dalla tradizione bizantina, ma qui più realistico che mai. [fonti varie]

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Giornata Mondiale della Poesia: Ci abita il freddo

“[…] A volte, via via sempre più spesso, mi domando che fine facciamo noi, / quando il circondario ghiaccia e nessuno ha mani libere / per scaldare altro.” Per la Giornata Mondiale della Poesia (21 marzo), prima di tutto e di qualsiasi manifestazione esteriore, leggiamola, questa osannata, amata, detestata, ambita, maledetta poesia! Fermiamoci,  dedichiamoci, godiamoci questo tempo, il tempo di una poesia…

*

CI ABITA IL FREDDO

«Dove vanno le anatre di Central Park quando il lago ghiaccia? »
.
Basta attraversare la strada maggiore per ritrovare l’America,
nel luccichio ingannevole di un oceano da raggiungere a nuoto.
Central Park è a due pagine da qui; quindici righe al di là
della piazza con l’orologio barocco che segna la mia infanzia.
Il viale alberato conta i passanti. L’inverno ci abita con le sue
molte piume e poche parole; cristalli umani vanno e vengono.
.
Ti ho visto: contavi le foglie residue dell’autunno, seduto
sulla sponda opposta del lago. Aspettavi un cigno e i suoi passi
di danza e di morte, ma è arrivata la primavera col cappellino
e hai rimandato a più tardi la partenza. La domanda ha corso
sulla stradina nascosta dei due fidanzatini; hai riso della fretta
e della neve incurante. Ho gridato al miracolo, mentre il musicista
e uno stormo dal collarino verde hanno salutato il parco
guardandosi le spalle e le penne. Ho preso appunti. Dove siamo?
.
L’ultima anatra si rifaceva il trucco specchiandosi sul ghiaccio
appena formato: al di sotto della lastra, salutava per l’ultima volta
un pesce rosso dagli occhi languidi. Non mi ha detto dove
fosse diretta; ci siamo ritrovate, poco dopo, all’ufficio spaesamenti.
Ore 11.37, tram in ritardo. Il lago mi è venuto vicino;
i piedi infreddoliti non collimano con l’attesa e allora gli offro
un caffè italiano, amaro e nero, tra la folla che assale la fermata.
Il momento esatto in cui ho spiccato il volo è stato dopo lo zucchero,
ma in questo momento della destinazione finale non serve dirne.
.
Tutte le anatre, non escluse quelle di Central Park, hanno un numero
di serie stampato sulla piuma interna dell’ala sinistra, poco in vista.
Serve a contare i giorni che rimangono, ma nonostante questo,
visto dall’alto il giardino sembra anche più bello.
Ho cattivi rapporti con il circondario, con le feste comandate e
con l’inverno. Il lago ghiaccia in questa stagione e mai, mai che il sole
provveda a dare direttive per salvaguardare la pelle dalle rughe.
Nel forno qualcosa brucia, ma non sono io; non mi hanno catturata
e anche questa volta svernerò lontano da qui. Il bagaglio ingombra
quanto basta per dire viaggio; getterò man mano il superfluo. Arriverò
col vestito esatto per la cerimonia di chiusura. Per favore, fiori rossi.
.
Holden non ha più età. Povero Holden. E’ finito fuori strada.
Ha qualcosa di rotto e tutto il contenuto della borsa sul prato.
Da giovane ha vagato di pagina in pagina fino al punto; ora ha
dimenticato il libro altrove da qui e poco gl’interessa come va a finire.
Volutamente ha omesso ogni dialogo, per non incorrere in altre
domande. Quella sulle anatre ha tormentato intere generazioni, ma,
poi, alla fine, cosa vuoi che ci interessi del lago ghiacciato?
A volte, via via sempre più spesso, mi domando che fine facciamo noi,
quando il circondario ghiaccia e nessuno ha mani libere
per scaldare altro.
.
*
.
Angela Greco, da All’oscuro dei voyeur
.
*
(immagine d’apertura dal web, adattamento grafico a cura del blog)

L’Italia con gli occhi aperti nella notte triste* – In Salento, bloccate le strade per il trasporto di talpa meccanica

Di notte, nel Salento, la Democrazia va a p*** e tramite ordinanza prefettizia inviata con PEC alle ore 23 (!!) si bloccano le strade e si militarizzano come in guerra i territori per permettere ad “un’opera e un’azienda privata su cui ci sono indagini in corso da parte della magistratura penale per possibili violazioni di legge” di continuare a fare i propri comodi. In Salento, si, quello delle vostre agognate vacanze, SU UNA DELLE PIU’ BELLE TERRE DI ITALIA approda “la talpa meccanica lunga 18 metri e pesante 74 tonnellate, che servirà a scavare il tunnel d’approdo del gasdotto Tap. Il tunnel sarà lungo 1,6 chilometri: 800 metri sottoterra e 800 metri in mare, al largo della costa di San Foca. Secondo una stima prudenziale di Tap, le trivellazioni dovrebbero durare 120 giorni.” In chiusura, i due articoli completi tratti da La Gazzetta del Mezzogiorno e Corriere Salentino.

*

«Un dispiegamento di polizia paragonabile a quello che fronteggiava i gilet gialli francesi. Non si può comprendere e tollerare una sospensione della libertà e della Costituzione come quella che abbiamo subito. Lo Stato italiano sta difendendo un’opera e un’azienda privata su cui ci sono indagini in corso da parte della magistratura penale per possibili violazioni di legge». E’ il commento postato su Facebook del sindaco di Melendugno, Marco Potì, sull’arrivo in Salento della talpa che scaverà il tunnel del gasdotto Tap.
Potì ha anche fatto sapere che l’ordinanza prefettizia che ha disposto la chiusura al traffico di alcune strade per consentire il passaggio del macchinario, è stata notificata al Comune per Pec, alle 23 di ieri, quando gli uffici erano «abbondantemente chiusi».

Sono iniziate questa mattina nel cantiere di San Basilio a Melendugno (Salento) le operazioni di assemblaggio delle sei sezioni, di tre metri ciascuna, della ‘Tunnel Boring Machinè, cioè la talpa meccanica lunga 18 metri e pesante 74 tonnellate, che servirà a scavare il tunnel d’approdo del gasdotto Tap. Il tunnel sarà lungo 1,6 chilometri: 800 metri sottoterra e 800 metri in mare, al largo della costa di San Foca. Secondo una stima prudenziale di Tap, le trivellazioni dovrebbero durare 120 giorni.
Al momento sono tre i cantieri dove sono in corso lavori: a San Basilio, a Masseria del Capitano dove si procede con le attività propedeutiche alla realizzazione del terminale di ricezione (Prt), e a un nuovo cluster vicino, lungo il tracciato di otto chilometri, tra San Basilio e Masseria del Capitano, in cui verrà posata la condotta di Tap a terra.
In merito alle eccezionali misure adottate per il trasporto della talpa nel cantiere, Tap precisa che «è avvenuto in orario notturno per ridurre al minimo il disturbo all’ordinario traffico veicolare lungo le strade interessate»

STRADE BLOCCATE NELLA NOTTE – Un dispiegamento straordinario di forze di polizia ha scortato nella notte l’arrivo a Melendugno della talpa meccanica che sarà utilizzata per scavare il tunnel del gasdotto Tap che sfocerà a circa 900 metri dalla linea di battigia nelle acque di San Foca, in località San Basilio. Per permettere il trasporto eccezionale del mezzo meccanico dal peso di 75 tonnellate, la Prefettura di Lecce ha emesso un’ordinanza lampo vietando il transito e l’accesso a veicoli e persone, eccetto i proprietari frontisti, dalle 23 di ieri sera alle 5 di stamane sulla tangenziale est di Lecce, sulla litoranea che collega Lecce a San Foca e sulle strade provinciali di Vernole e Melendugno che conducono al cantiere Tap di San Basilio. Decine di attivisti No Tap sono stati bloccati agli incroci ma al di là delle proteste verbali non si sono registrati incidenti.

Sorgente: Tap, bloccate le strade per il trasporto di talpa meccanica

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MELENDUGNO – È notte, ma non tutti dormono nei luoghi dove passa Tap: gli attivisti segnalano un’imponente operazione notturna e il sindaco s’indigna. Arriva il grande tubo. “Scene incredibili in questi minuti a Melendugno e Vernole – spiega Marco Potì –  Numerosissimi agenti e forze di polizia che presidiano tutte le strade che intersecano con la provinciale che da Lecce va fino al cantiere di San Basilio a San Foca, in tenuta antisommossa”.

Un’ordinanza prefettizia di blocco della circolazione notificata per PEC al Comune alle ore 23:00 (ad uffici abbondantemente chiusi!), che va dalle ore 23:00 del 9 gennaio alle ore 5:00 del 10 gennaio; il tutto per permettere il trasporto eccezionale della talpa di Tap, che dovrà trivellare sotto la spiaggia di San Foca. Dall’altra parte delle strade ci sono pochi cittadini che protestano e, per caso, pericolosi facinorosi? C’è un dispiegamento di polizia paragonabile a quello che fronteggia i gilet gialli francesi. No: da una parte c’è un tranquillo paese militarizzato, bloccato e offeso e dall’altra parte c’è lo Stato italiano, che difende un’opera e un’azienda privata su cui ci sono indagini in corso da parte della magistratura penale per possibili violazioni di legge.
Non si può comprendere e tollerare una sospensione della libertà di circolazione e della costituzione in questa parte di Italia. Il Salento e Melendugno hanno una dignità. RISPETTATECI!

Fonte: Corriere salentino

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*”L’Italia con gli occhi aperti nella notte triste” è tratto da Viva l’Italia di Francesco De Gregori.

#NoTap #stopalleopereinutili #dal2020ilfossileseitu

Una poesia di Angela Greco su Euterpe

Sabato 8 Settembre 2018, alle ore 17.00, presso il  Palazzetto Baviera in Senigallia (AN) si terrà  la Presentazione del n.27 della Rivista di letteratura Euterpe, dal tema:

Il coraggio delle donne: profili femminili nella storia, letteratura e arte

La Rivista, un a-periodico digitale fondato nel 2011 da Lorenzo Spurio, presidente dell’Associazione Culturale Euterpe di Jesi, si avvale della collaborazione di valenti critici, saggisti, scrittori e poeti contemporanei ed è scaricabile cliccando QUI.

*

Estratto dalla Rivista Euterpe n.27: Angela Greco, Clara oggi è nuova

(da Correnti contrarie, Ensemble, 2017 – qui il libro)

Clara oggi è nuova. Appartiene al domani.
Fuori piove. Più in là insiste il battito feroce
della terra, nel petto, sulla tastiera.
.
Ti guardo e sono Te Arii Vahine. Ti chiamo.
Le donne di Gauguin hanno tra i capelli fiori grandi
e fianchi confusi con le onde. Coprono l’ancestralità
con un foglio bianco, mentre un animale nero
attraversa lo spazio alle spalle del letto di terra.
Ancora un frutto da cogliere in un nuovo Eden.
Il pomeriggio statuario nella sua impassibilità
ha conti improcrastinabili e simili desideri.
.
Ho lasciato Parigi per il mio angolo di paradiso.
Lontano da qualsiasi civiltà.

Ferragosto, perché? Curiosità sul 15 agosto tra sacro e profano

RIPROPONIAMO…

Il Ferragosto è una festività di origine antichissima – nella Roma imperiale denominata Feriae Augusti – modernamente celebrata il 15 agosto in Italia e nella Repubblica di San Marino. Il giorno di Ferragosto è tradizionalmente dedicato alle gite fuori porta con lauti pranzi al sacco e, data la calura stagionale, a rinfrescanti bagni in acque marine, fluviali o lacustri. Molto diffuso anche l’esodo verso le località montane o collinari, in cerca di refrigerio.

Il termine Ferragosto deriva dalla locuzione latina Feriae Augusti (riposo di Augusto) indicante una festività istituita dall’imperatore Augusto nel 18 a.C. che si aggiungeva alle già esistenti festività cadenti nello stesso mese, come i Vinalia rustica, i Nemoralia o i Consualia. Era un periodo di riposo e di festeggiamenti che traeva origine dalla tradizione dei Consualia, feste che celebravano la fine dei lavori agricoli, dedicate a Conso che, nella religione romana, era il dio della terra e della fertilità. L’antico Ferragosto, oltre agli evidenti fini di auto-promozione politica, aveva lo scopo di collegare le principali festività agostane per fornire un adeguato periodo di riposo, anche detto Augustali, necessario dopo le grandi fatiche profuse durante le settimane precedenti.

Nel corso dei festeggiamenti, in tutto l’impero si organizzavano corse di cavalli e gli animali da tiro, buoi, asini e muli, venivano dispensati dal lavoro e agghindati con fiori. La denominazione “Palio” deriva dal “pallium”, il drappo di stoffa pregiata che era il consueto premio per i vincitori delle corse di cavalli nell’Antica Roma. In occasione del Ferragosto i lavoratori porgevano auguri ai padroni, ottenendo in cambio una mancia: l’usanza si radicò fortemente, tanto che in età rinascimentale fu resa obbligatoria nello Stato Pontificio. La festa originariamente cadeva il 1º agosto. Lo spostamento si deve alla Chiesa Cattolica, che volle far coincidere la ricorrenza laica con la festa religiosa dell’Assunzione di Maria.

La tradizione popolare della gita turistica di Ferragosto nasce durante il ventennio fascista. A partire dalla seconda metà degli anni venti, nel periodo ferragostano il regime organizzava, attraverso le associazioni dopolavoristiche delle varie corporazioni, centinaia di gite popolari, grazie all’istituzione dei “Treni popolari di Ferragosto”, con prezzi fortemente scontati. L’iniziativa offriva la possibilità anche alle classi sociali meno abbienti di visitare le città italiane o di raggiungere le località marine o montane. L’offerta era limitata ai giorni 13, 14 e 15 agosto e comprendeva le due formule della “Gita di un sol giorno”, nel raggio di circa 50-100 km, e della “Gita dei tre giorni” con raggio di circa 100–200 km. Durante queste gite popolari la maggior parte delle famiglie italiane ebbe per la prima volta la possibilità di vedere con i propri occhi il mare, la montagna e le città d’arte. Nondimeno, dato che le gite non prevedevano il vitto, nacque anche la collegata tradizione del pranzo al sacco.

Note d’arte

§ L’immagine d’apertura e la prima a sinistra ritraggono la statua di Augusto di via Labicana, conservata presso il Museo Nazionale Romano (palazzo Massimo alle Terme), in Roma. E’un ritratto dell’Imperatore Augusto a figura intera, a tutto tondo, in marmo, alta 207 cm. Deve il suo nome alla zona dove venne scavata alle pendici del colle Oppio, in via Labicana appunto. L’imperatore è ritratto a capo coperto nelle vesti di pontefice massimo. La statua è conservata al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme a Roma. La statua che ci è pervenuta è una copia di età tiberiana di un ritratto dell’imperatore eseguito alla fine del I secolo a.C. o all’inizio del I d.C. I tratti somatici piuttosto emaciati infatti suggerirebbero la realizzazione negli ultimi anni di vita, con i segni già visibili della malattia e della stanchezza. Si tratta del più importante ritratto augusteo di questo periodo “finale”, tra i pochi trovati a Roma. Il capite velato è dovuto alla funzione di pontifex maximusdell’imperatore: il braccio destro, spezzato, aveva probabilmente in mano una patera, piatto rituale per lo spargimento di vino durante un sacrificio. La testa venne scolpita a parte, da uno specialista.

§ Tra le varie rappresentazioni della Beata Vergine Assunta in cielo, quella proposta nella terza immagine è l’Assunta di Tiziano, un dipinto a olio su tavola, databile al 1516-1518 e conservato nella basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari a Venezia, dove decora, oggi come allora, l’altare centrale. Indiscutibile e straordinario capolavoro dell’artista, fu un’opera così innovativa da lasciare attoniti i contemporanei, consacrando definitivamente Tiziano, allora poco più che trentenne, nell’Olimpo dei grandi maestri del Rinascimento. L’artista si cimentò nello stesso soggetto nel 1535 dipingendo l’Assunzione della Vergine per il Duomo di Verona, dove si nota un mutato linguaggio pittorico.

L’opera fu commissionata a Tiziano dai francescani del convento dei Frari come pala d’altare e rivela la volontà del pittore di rinnovare il modo di concepire l’impostazione compositiva dei dipinti destinati agli altari. L’innovazione, rispetto alla pittura sacra veneziana dell’epoca, fu di una tale portata che i committenti rimasero sconcertati. I frati stavano infatti per rifiutarla, se non fosse stato per l’ambasciatore austriaco, emissario dell’imperatore Carlo V, che si offrì di acquistarla, riconoscendone e facendone riconoscere quindi il valore. Creò scandalo tra i pittori della Laguna, che faticarono ad accogliere il decisivo passo in avanti rispetto alla quieta e pacata tradizione precedente. Nel risultato finale Tiziano riuscì a fondere molteplici livelli di lettura: la celebrazione del patriziato veneziano, finanziatore della pala, la manifestazione degli indirizzi teologici dei Francescani, legati al tema dell’Immacolata Concezione, e risvolti politici, con il trionfo mariano leggibile come la vittoria di Venezia contro la lega di Cambrai, conclusasi con il trattato di Noyon del 1516 e il ri-ottenimento di tutti i territori sulla terraferma. In seguito alle soppressioni napoleoniche, fu tenuta in deposito alle Gallerie dell’Accademia per un secolo, dal 1818 al 1919. Fuori dalla sua sede naturale, fece tra l’altro da sfondo alle celebrazioni funebri di Canova.

Il soggetto dell’assunzione della Vergine, cioè della salita in cielo di Maria al cospetto degli Apostoli, accolta in paradiso, venne risolto in maniera innovativa: scomparso il tradizionale sarcofago di Maria, e quindi i riferimenti alla morte, tutto si concentra sul moto ascensionale di Maria, sulla sfolgorante apparizione divina e sullo sconcerto creato da tale visione. I momenti dell’assunzione e dell’incoronazione sono accostati con originalità. I tre registri sovrapposti (gli Apostoli in basso, Maria trasportata su una nube spinta da angeli al centro e Dio Padre tra angeli in alto) sono collegati da un continuo rimando di sguardi, gesti e linee di forza, evitando però qualsiasi schematismo geometrico.

§ L’ultima opera, in basso al centro, è Lizzana, di Fortunato Depero (Casa Depero a Rovereto), del 1923; tarsia in panno, misura 170×170 cm. Trasformata quasi in un giocattolo, protagonista dell’immagine è la chiesetta di Lizzana, piccolo borgo nei pressi di Rovereto. Guidato sempre dallo spirito di “ricostruzione futurista dell’universo”, qui Depero sembra voler dimostrare come anche l’architettura e il paesaggio alpestri possano prestarsi a una visione assolutamente ludica e scenografica. Scale, parapetti, piani inclinati, campanili, così come boschi, piante e animali domestici, tutto il panorama è pervaso da una festa incessante di colori. Per mezzo di nette e coloratissime campiture geometrizzate, anche la vita del paesino montano appare qui ridente e serena, quasi come in un’assolata località mediterranea. Considerando l’altra grande anticipazione di Depero, ovvero l’arte pubblicitaria, forse questa immagine potrebbe essere ancora oggi una delle più efficaci nella promozione turistica del territorio trentino.

notizie ed immagini dal web; fonti: Wikipedia e museali36 pdf su Depero

Come puoi dirti poeta o essere umano, se taci?

A seguito delle dichiarazioni del sig. Matteo Salvini (su questo blog si riportano solo titoli di libri n.d.r.) e della scellerata scelta di “chiudere” i porti italiani e di impedire in tal modo l’attracco della nave Aquarius (che ricordiamo essere una nave da ricerca e soccorso della organizzazione non governativa internazionale italo-franco-tedesca SOS Méditerranée, precedentemente appartenuta alla Guardia costiera tedesca) con a bordo 600 migranti, tra cui 120 minori e 7 donne in stato di gravidanza, questo blog ha urgenza di chiarire che NON FA PARTE DELL’ITALIA DI CUI SI E’ FATTO PORTAVOCE tale SALVINI. 

Io personalmente sono nata in provincia di Taranto – che è pronta ad accogliere ogni vita in pericolo, come si legge nel sottostante link –  fondata a suo tempo da “immigrati” spartani e, come persona e come scrittore di versi e come madre, NON CONDIVIDO LE SCELTE DISUMANE di un signore che parla soprattutto per se stesso, non accogliendo ancora una volta la volontà del Paese, i cui Sindaci, da Napoli a Palermo, si sono dichiarati pronti ad accogliere quelle Persone, ribadisco PERSONE, che non è umanamente ammissibile lasciare nel Mediterraneo solo per un braccio di ferro con altri Stati, che andrebbe risolto solo dopo aver tratto in salvo chi sta chiedendo aiuto.

Il residuo di umanità, la conoscenza dei corsi e risorsi storici e la sbandierata sensibilità, che dovrebbe ancora esistere nei miei “””colleghi””” scrittori e poeti, dovrebbe farci urlare all’unisono di RESTARE UMANI prima di ogni qualsivoglia idea politica e \ o intolleranza sopraggiunta e fomentata da piccoli uomini ormai incapaci di gestire il proprio odio verso altri da sé. Invece, senza sorpresa, stamattina ascolto un comodo silenzio da parte di tanti, di troppi. E’ inutile scrivere poesie, se non si tiene più conto dell’Essere Umano.

Angela Greco AnGre

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http://bari.repubblica.it/cronaca/2018/06/11/news/_taranto_pronta_ad_accogliere_aquarius_il_sindaco_melucci_apre_all_rrivo_dei_600_migranti-198687845/

“Il porto di Taranto è pronto ad abbracciare ogni vita in pericolo, senza se e senza ma”, dice l’amministritore di centrosinistra che replica l’iniziativa già assunta da De Magistris

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/06/10/aquarius-da-napoli-palermo-sindaci-contro-salvini-nostri-porti-sono-aperti-e-senza-cuore-e-viola-le-norme/4417316/

“E’ un Sud che resta umano e non ci sta. Si disegna una nuova resistenza del mezzogiorno.” 

https://www.identitainsorgenti.com/il-sud-che-resta-umano-i-sindaci-di-napoli-palermo-reggio-calabria-messina-taranto-si-ribellano-a-salvini-i-nostri-porti-restano-aperti/

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p.s. a chi mi ha scritto che queste sono idee “di sinistra” vorrei ricordare che alcune cose non hanno e non devono avere bandiere politiche. 

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foto di apertura: Leuca, Faro di Punta Palascia
“Come puoi dirti poeta” è un verso mutuato da Flavio Almerighi

Angela Greco al Festival della Poesia nella cortesia – 28 aprile 2018 a San Giorgio del Sannio (BN)

Domani, qui. Vi aspettiamo! 
Grazie di cuore a Rita Pacilio per l’invito.

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di Angela Greco 

Lascio che mi si ripeta un paio di volte chi sei;
non ho mai concesso ai due mondi di sfiorarsi,
ma questa volta sembra che debba accettare il fato.
Cautamente.
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Il mattino squilla poco dopo l’alba;
un suono rosso nel cielo
ancora addormentato. Il lenzuolo
stenta nel suo letargo, eppure
doveva essere estate, ma il maestrale
in forza a maggio non concede tregua
alle maniche lunghe, né alle calze. Così
attraverso il solito corridoio di domande
e guardo dalla finestra:
la tua polo bianca è sempre stata
precisa per i pantaloni blu,
quelli un po’ larghi rispetto all’esilità
della tua parlantina. Non smetterò mai
di meravigliarmi dei percorsi e dei ritorni
ed è così che ti abbraccio,
piegata sulle ginocchia.
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Cosa dico, adesso? Che parole posso usare
tra quegli undici anni ed il 2018?
Sabato prossimo compirò settant’anni,
anche se non li dimostro. Ho contato le pietre
che hai lasciato a bordo strada.
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Il pomeriggio giochiamo a riconoscerci.
Il foglio bianco ci contiene
ed i tasti sono un florilegio al ricordo
che pensavo distante, mai più rintracciabile
nella Creta di questi anni di filo spinato.
Il petto asmatico rallenta la rincorsa sfrenata
ed una sospensione si innesta
sulla branca principale: la corona tra le tue dita,
ricarica e speranza di nuovo frutto.
Una pacificazione in attesa del finale.
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(inedito)

21 marzo, buona poesia a tutti!

Tutti i colori della poesia – a cura de Il sasso nello stagno di AnGre

(scarica pdf)

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21 marzo, buona poesia a tutti! E mi raccomando, di questa Poesia ormai fatta di piedistalli e selfie e photoshop (e state nella metafora) non fatene una specie in via d’estinzione da celebrare in una data, da conservare in una gabbia o sottovuoto, ma fatene rivoluzione, cambiamento, aria da respirare, cielo senza confini, silenzi profondissimi, compagna con cui costruire e amante con cui perdersi, sempre, ogni momento. (AnGre)

Per l’occasione riproponiamo il pdf “Tutti i colori della poesia”. Buona lettura!