Georges de La Tour, Maddalena penitente – sassi d’arte

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Georges de La Tour, Maddalena penitente, dettagli da due diffrenti dipinti

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Nella prima metà del XVII secolo, pittore lorenese Georges de La Tour (1593 – 1652) reinterpretò con sorprendente originalità le innovazioni introdotte in pittura da Caravaggio. Appassionato di composizioni e forme particolarmente ricercate, egli realizzò spesso ambientazioni notturne, illuminate da una semplice candela, che conferiscono alle opere atmosfere raccolte e particolarmente suggestive.

Poco sappiamo della vita del pittore e di come concepì l’eredità caravaggesca: forse soggiornò in Italia, dopo ebbe modo di conoscere le opere del caposcuola italiano durante un viaggio a Roma o, forse, fu influenzato dagli artisti olandesi , loro stessi seguaci del Merisi. Le ipotesi restano aperte. In ogni modo, La Tour testimonia l’enorme influenza che il pittore italiano esercitò in tutta Europa, a partire dal primo decennio del Seicento.

1630-5 La Maddalena Penitente Georges De La Tour

Il soggetto della Maddalena penitente viene trattato più volte in pochi anni da Georges de La Tour  qui, due opere: quella del 1630-1635, con la lampada ad olio (in alto) e quella del 1639-1643, con la candela allo specchio (in basso) –  condizionato forse da un tema, quello della riflessione sulla morte, che ben si adattava al suo stato psicologico di quel periodo, quando la Lorena era devastata dalla peste e dalla guerra. Maddalena penitente è una donna che ha rinunciato alla prostituzione; nella solitudine di una stanza buia, medita in silenzio mentre, con un teschio sulle ginocchia, fissa una fiamma.

Il pittore inserisce il teschio e la fiamma per focalizzare l’attenzione dello spettatore sul concetto del tempo che si consuma.

Nel primo dei due dipinti, quello del 1630-1635 – conservato a Parigi, presso il museo del Louvre e dalle dimensioni di cm 128 x 94, olio su tela – la nudità della stanza accentua l’intensità contemplativa dell’opera, mentre la posa raccolta di Maddalena esprime il ripiegamento dell’anima su se stessa. La straordinaria capacità di sintesi visiva si accompagna a un’estrema cura nella resa degli oggetti e dei loro materiali: il riflesso dei libri e della corda nel bicchiere è uno splendido esempio della maestria tecnica dell’artista.

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La seconda tela, realizzata tra il 1639  ed il 1643 (olio su tela, cm 133,4 x 102,2 – New York, Metropolitn Museum of Art) raffigura Maddalena nel drammatico momento della conversione: la collana e gli orpelli, simbolo della passata vita, abbandonati lontani da sé, mentre le mani quasi di porcellana sono adagiate serene sul teschio in una tranquilla accettazione della morte.

Nello specchio dalla cornice sfarzosa, è riflessa una candela, unica fonte luminosa del quadro, la cui fiamma pare ondeggiare leggermente al respiro della donna; lo scorcio audacissimo del profilo lunare di lei – che sembra quasi rifiutare l’incontro con l’osservatore – conferisce una dimensione astratta ed uno stato di profonda e intima meditazione.

Il perfetto dominio che La Tour ha sulla luce contribuisce a creare un clima di commossa e sentita partecipazione e ci porta a condividere con la santa il senso di pace raggiunto dopo il tormento interiore.

[dalla collana I capolavori dell’arte, Corriere della sera]

Edgar Degas, Ballerine dietro le quinte – sassi d’arte

Edgar Degas, Ballerine dietro le quinte

1897 circa – pastello, cm 67 x 67 – Mosca, Museo Puškin

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Ballerine dietro le quinte, altrimenti noto come Quattro ballerine in blu, è un pastello del pittore francese Edgar Degas, realizzato intorno al 1897 e conservato al Museo Puškin di Mosca. In quest’opera Degas esibisce un gusto sublime per la composizione. Il pastello raffigura quattro ballerine che si sistemano i costumi di scena, tinti di un blu liquido, prima di salire sul palcoscenico per lo spettacolo. L’atto del rassettarsi le vesti è interpretato come una danza, dove volteggiano arti, volti e busti, assommati con una tale grazia da ricordare gli straordinari disegni a carboncino o a matita dei maestri moderni, le cui immagini erano sempre rimaste indelebili nella mente del pittore e continuano a permanervi anche negli anni della vecchiaia.

Memore proprio di tali disegni a carboncino il pittore orchestra un sapiente gioco di tratteggi. Quest’ultimi, sovrapponendosi vicendevolmente, conferiscono maggiore corporeità alle quattro ballerine. «Amava il corpo umano come un’armonia materiale, come una bella architettura con in più» avrebbe commentato Charles Baudelaire. Anche in quest’opera, inoltre, Degas si concede ampie libertà prospettiche: le figure, infatti, sono riprese dall’alto, determinando in questo modo una notevole claustrofobia degli spazi.Nonostante l’impressione proposta dal quadro sia quello di una visione accidentale, Degas medita molto limpidamente sugli equilibri compositivi del pastello.

Dalla metà degli anni settanta, Degas utilizza con sempre maggiore assiduità la tecnica del pastello, che lo conduce gradualmente a potenziare la sua già naturale facilità disegnativa. E’ una sfida che lancia alla pittura attraverso il disegno, mezzo che egli sentiva proprio fin dalla giovinezza. Ora il disegno non è più utilizzato come trama per il dipinto, ma si trasforma in colore, diventando il cardine della sua pittura. A tratti il pastello profila, a tratti colora, altre volte si risolve in un tratteggio oppure in nube cromatica vaporosa e gli sfondi diventano sempre più complementari alla definizione dei soggetti.

tratto da: Degas, I grandi maestri dell’arte – Skira e da Wikipedia

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Estratto da Degas Danse Dessin, 1934, di P.Valéry:

” […] Ha buon gioco nell’applicarsi alle ballerine: le cattura piuttosto che lusingarle; le definisce. Come uno scrittore teso a raggiungere il massimo della precisione nella forma, moltiplica le brutte copie, cancella, procede a tentoni, e non si illude mai di aver raggiunto lo stato “postumo” del proprio pezzo, così è Degas: riprende all’infinito il disegno, l’approfondisce, lo chiude, lo avviluppa, di foglio in foglio, di calco in calco. Ritorna a volte su questi tipi di prove; vi stende colori, mescola il pastello al carboncino: le gonne sono gialle in una, viola nell’altra. Ma la linea, gli atteggiamenti, la prosa sono là sotto: essenziali e separabili, utilizzabili in altre combinazioni. Credo che sentisse la paura di avventurarsi sulla tela e di abbandonarsi alle delizie dell’esecuzione. Era un ottimo cavaliere che diffidava dei cavalli.”

Gustav Klimt, Giardino di campagna con girasoli – sassi d’arte

Gustav Klimt, Giardino di campagna con girasoli, 1906 circa

olio su tela, cm 110 x 110 – Vienna, Österreich Galerie, Museo del Belvedere Superiore

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Come la maggior parte dei quadri di paesaggio di Klimt, il Giardino di campagna con girasoli è una veduta della regione austriaca dove il pittore usava passare l’estate negli anni della maturità. Un prato magnificamente fiorito occupa per intero la tela quadrata, scandita verticalmente da due piante di girasole, una decentrata verso destra e l’altra che spunta appena dal margine sinistro del quadro. grandi foglie verdi pendono dagli steli robusti, incorniciando perfettamente i girasoli, che si volgono in cerca di luce.

Il decorativismo saturo di colori e di forme del maestro austriaco trova libero sfogo nella straordinaria varietà dei fiori che arricchiscono il prato. Punti di azzurro, rosa, bianco, giallo, e rosso declinati in svariate tonalità si inseriscono nel verde dell’erba, a completare un mosaico di tessere minute. Sebbene il maestro dipinga all’aria aperta, egli appare totalmente disinteressato alla rappresentazione realistica della natura, preferendo offrire una visione idealizzata: i suoi paesaggi sono superfici bidimensionali sospese nello spazio e nel tempo.

Klimt rappresentò una delle figure centrali della vita della capitale austriaca intorno al volgere del secolo, e tuttavia conosciamo di lui molto meno di quanto ci sia noto circa chiunque tra i suoi contemporanei celebri. Non aveva l’abitudine di tenere un diario e scrisse pochissime lettere. Di quanto disse di sé abbiamo testimonianze assai scarse, tantoché non sappiamo quasi nulla di ciò che pensava riguardo la propria arte e quella altrui. C’è, è vero, una notevole quantità di informazioni di seconda mano, ma la maggior parte di esse è di carattere aneddotico e di limitata affidabilità. Il ritratto di Klimt che ne emerge può apparire netto al primo sguardo, ma diviene confuso non appena emergono ulteriori elementi di complessità e contraddizione.

Klimt era una figura centrale e, tuttavia, al contempo periferica. Diversamente da molti scrittori, giornalisti, artisti, musicisti, filosofi e scienziati, che fecero della Vienna fin-de-siècle un luogo affascinante, Klimt non apparteneva ad alcun circolo definito. Egli contava tra i propri amici altri artisti e compositori, ma li incontrava in privato, preferendo non frequentare i cafè situati nel cuore della città, celebri per le loro conversazioni e i loro pettegolezzi. Viveva e lavorava lontano dal centro e benché fosse conosciuto, ammirato e apprezzato da molti, le sue amicizie erano raramente intime. All’apparenza socievole e gioviale, Klimt era in realtà una persona molto riservata, che custodiva dentro di sé i propri sentimenti e pensieri più profondi. (Frank Whitford, Klimt, 1990)

Testo tratto da I capolavori dell’arte, Klimt (Corriere della sera, 2014)

Pablo Picasso, La Danza – sassi d’arte

Picasso - La Danza -1925

Pablo Picasso, La Danza

1925, olio su tela, cm 215 x 142 – Londra, Tate Gallery

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Il metodo cubista di descrivere un volto simultaneamente da più angoli prospettici venne sviluppato nel 1926, con le teste orrendamente deformate. Occhi, bocca, denti, lingua, orecchie e naso sono distribuiti senza nessun ordine naturalistico sui volti delle figure rappresentate. In alcuni casi gli occhi sono entrambi dalla stessa parte del volto e la bocca si sostituisce a un occhio; nonostante queste deformazioni, la testa umana sopravvive come unità che esprime potenti emozioni.

La Danza, che anticipa nelle forme e nella composizione La Crocifissione del 1930, reinterpreta in modo drammatico e perverso il tema delle Tre Grazie. La figura all’estrema sinistra si contorce in mostruosi e scomposti movimenti che, in modo un po’ paradossale sembrano esprimere l’estasi e la febbre di chi assiste a un antico rito. Picasso probabilmente realizzò la donna dopo aver letto alcuni trattati di neuropsichiatria che circolavano tra i surrealisti, e in particolare il saggio di Charcot, Les Démoniaques dans l’art.

Si pensa che le tre figure rappresentino le fasi di un “grande attacco isterico”, come lo definì Charcot. La prima, infatti, come si è già sottolineato, raffigura la fase acuta, dove contorsioni e grandi movimenti portano la figura ad assumere un aspetto clownesco. La donna al centro ha invece una posa legata all’iconografia del Cristo sulla Croce; questa attraversa la fase in cui l’isterico sembra raggiungere un’apparente calma, come sotto l’effetto di allucinogeni. L’ultima figura, dall’aspetto asessuato, è legata per le mani alla figura di sinistra.

Tratto da Picasso, I classici dell’arte – Rizzoli | Skira

Michael Pacher, Risurrezione di Lazzaro – sassi d’arte

Michael Pacher, Risurrezione di Lazzaro (1471- 1481)

Tempera su tavola, cm 175 x 130 – St.Wolfgang, Altare maggiore del santuario di St.Wolfgang (Austria)

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Pacher è uno dei pochi artisti del XV secolo che eccelsero in due diversi campi: il suo talento come intagliatore è infatti pari al suo valore nella pittura. Sulla sua formazione e prima fase di produzione non si possono che avanzare delle ipotesi. E’ probabile che sia stato profondamente influenzato dall’altare della Frauenkirche a Sterzing (Vipiteno, Trentino Alto-Adige) eseguito da Multscher tra il 1457 e il 1458. La presenza di Pacher a Brunico, dove l’artista ebbe una fiorente bottega,  è attestata a partire dal 1467 e il polittico iniziato nel 1471 per la chiesa parrocchiale di Gries presso Bolzano, rappresentante l’incoronazione della Vergine, costituì una sorta di lavoro preparatorio per il suo capolavoro, l’altare a doppie portelle del Santuario di Sankt Wolfang nell’Austria Superiore composto da rilievi, statue e pitture. Solo questo polittico di St. Wolfgang, il Pacher-Altar, situato nel coro della navata destra del santuario (immagine in basso: a destra, gli otto riquadri esterni della Pala, che riproducono altrettante scene della vita di Gesù; a sinistra, i quattro riquadri interni, che narrano, invece, la vita di Maria – clicca sulla foto per ingrandire) si è conservato per intero, mentre le restanti opere principali del Maestro si sono conservate solo parzialmente e si possono osservare, per esempio, nell’Alte Pinakothek di Monaco o nella galleria austriaca del Belvedere di Vienna.

Partito dallo stile dei maestri sudtirolesi, intorno al 1450 Michael Pacher perviene, sotto l’influsso di Hans Multscher e della scuola del Nord-Italia, in particolare dello scultore Donatello e del pittore Andrea Mantegna (che ebbe modo di studiare a Verona, Mantova e Padova), ad un linguaggio artistico nuovo per i territori di lingua tedesca. La prospettiva lineare caratterizza le sue rappresentazioni architettoniche e spaziali. Plasticità, espressione intensa e gesti eloquenti caratterizzano le sue figure. Il suo modo di trattare luci e ombre conferisce alle sue immagini un aspetto realistico. Egli unisce idealmente scultura lignea e pittura.

Il dipinto Risurrezione di Lazzaro si distanzia da vari punti di vista dalla tradizione iconografica. Anzitutto, la scena è insolitamente posta in un interno, la cui struttura mostra una sorprendente mistione di elementi architettonici contemporanei inerenti le sfere del sacro e del profano. Inoltre l’avvenimento non si sviluppa da sinistra a destra, ma dal primo piano verso la profondità. E’ vero che le sorelle di Lazzaro si trovano inginocchiate in primo piano, parallelamente alla superficie del quadro, e anche il gesto di Cristo conferma la stessa direzione, tuttavia Lazzaro è ritratto di spalle e il suo corpo è rappresentato in uno scorcio che procede dal fondo del quadro. la profondità dello spazio è sostenuta dalle linee essenziali dell’impianto: la sagoma della tomba, cui corrisponde quella della volta; la fuga ordinata delle figure, che sembrano fare ala all’evento, e, infine, l’arco che si apre sull’asse centrale della parete di fondo e porta lo sguardo verso l’indefinita lontananza della campagna. L’esibizione della prospettiva finisce per avere la meglio sulla vicenda. La figura di Lazzaro ricorda da vicino il Cristo morto di Mantegna e ciò fa assumere come acquisito lo studio di questo artista. ma il principio compositivo di Parcher rinvia alle conquiste del futuro: infatti le linee dello scorcio non rimandano ad un unico centro, bensì fanno convergere direttamente lo sguardo sul paesaggio aperto sullo sfondo.

Tratto e adattato da: Gotico, monografia edita da Taschen e da Wikipedia. Immagini dal web.

 

Fernand Khnopff, enigmatico simbolista – sassi d’arte

Chiudo la porta su me stessa (1891), Neue Pinakothek, Monaco di Baviera

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Fernand Edmond Jean Marie Khnopff (Grembergen-lez-Termonde, 12 settembre 1858 – Bruxelles, 12 novembre 1921) è stato un pittore belga, appartenente al movimento del Simbolismo. Nonostante l’assenza di precedenti in famiglia, fu colto da un’amabile passione per le Belle Arti e, stancatosi degli studi di diritto, Khnopff ben prestò lasciò la facoltà per assecondare le sue velleità pittoriche. Il suo itinerario artistico si inaugurò nell’atelier di Xavier Mellery, pittore di modesta levatura, che però esortò Khnopff a scandagliare il significato più autentico e, per questo, nascosto delle cose; fu tuttavia il contatto con il preraffaellismo inglese, e in special modo con la produzione di Edward Burne-Jones, a persuaderlo a partecipare pienamente alla temperie decadente e simbolista del tempo.

Il debutto pittorico di Khnopff avvenne nel 1881 con l’esposizione di varie sue opere al Salon de l’Essor di Bruxelles: le reazioni della critica furono immediatamente forti e unanimemente asprissime, fatta eccezione per Emile Verhaeren, poeta belga che supportò per tutta la vita l’arte di Khnopff, del quale avrebbe poi scritto anche la prima biografia. Sebbene non fosse un uomo molto aperto e avesse una personalità piuttosto riservata, Khnopff ebbe successo ed onori tanto da ricevere l’Ordine di Leopoldo ed egli stesso arrivò a conquistare un posto tutto particolare nella storia dell’arte, licenziando opere celeberrime come Le carezze (qui, in questo blog) e Chiudo la porta su me stessa (foto d’apertura). Morto il 12 novembre 1921 è seppellito nel cimitero di Laeken.

La tiara d’argento (1911); olio su carta, 54×54.5 cm, Museum of Modern Art, New York

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Fernand Khnopff è accreditato tra gli interpreti più sensibili e visionari del Simbolismo europeo. La sua esperienza pittorica, innanzitutto, si configura come un netto rifiuto al Positivismo, indirizzo di pensiero animato da innumerevoli filosofi, letterati e scienziati che, intrigati dagli impetuosi sviluppi della società industriale, nutrivano un’appassionata fiducia nei risultati e nel metodo della scienza sperimentale. Khnopff, ripudiando la mentalità positivista, si fa invece cantore di una nuova sensibilità, non più oppressa da una cieca e ingenua fede nella scienza: il filo conduttore dell’estetismo di Khnopff, infatti, si basa sull’esaltazione delle componenti soggettive dell’animo umano e della realtà, per niente priva di proiezioni spirituali o metafisiche (come invece sostenevano i Positivisti). Khnopff oltrepassa infatti le schematizzazioni positiviste e rivendica quelle dimensioni che sfuggivano all’indagine delle scienze sperimentali: mondi sovrannaturali, arcani, che si celano dietro la trapunta arabescata delle apparenze e che sono penetrabili solo dall’artista, il quale grazie a intuizioni misteriose e folgoranti riesce a cogliere le corrispondenze sotterranee tra i vari fenomeni sensibili, non percepibili attraverso quella razionalità tanto celebrata dai Positivisti. Fernand Khnopff, infatti, è uno dei cantori più riusciti del Simbolismo: «né religiosa, né cristiana, né mitologica, la pittura di Khnopff è piuttosto simbolica» disse in tal senso Edmond-Louis De Taeye nel 1898.

Fernand Khnopff With Georges Rodenbach. A Ghost Town, 1889, Pastel, crayons and ink on paper, 26 x 16 cm, Hearn Family Trust

Sotto il profilo più strettamente figurativo, Khnopff combina questi intenti simbolisti e decadenti con i compiacimenti estetizzanti della pittura inglese e con le sfumature misticheggianti del gruppo rosacrociano. Ne consegue una pittura alimentata da atmosfere misteriose ed inquietanti, rarefatte da silenzi profondissimi e da algide apparizioni e densissima di simboli arcani ed enigmatici dai complessi rimandi letterari ed allusivi. Sono proprio questi i poli pulsionali dell’arte di Khnopff, che in questo modo allude all’esistenza di una realtà «altra» rispetto a quella immediatamente percepibile con i sensi, più profonda e misteriosa, ma proprio per questo enigmatica, ambigua, la cui interpretazione non solo è plurivoca, ma è addirittura difficilissima, se non impossibile (si osservi, in tal senso, il dipinto Chiudo la porta su me stessa).

A Blue Curtain, 1909

Nelle opere khnopffiane quest’enigmaticità viene raggiunta anche attraverso una «figurazione estenuata ed androgina» (Cristian Camanzi) e mediante l’adozione di una tavolozza giocata su toni aranciati e blu. Significativo, in tal senso, anche l’utilizzo di tagli rettangolari e strettissimi, chiaramente ispirati alla fotografia (tanto che, più di composizioni, sarebbe più lecito parlare di inquadrature, stante l’analogia con le riprese fotografiche). Nonostante la consistenza di queste peculiarità Khnopff è un artista dalle sicure competenze tecniche: egli, infatti, non esitava a spaziare nei vari generi di rappresentazione (fu infatti paesaggista e ritrattista, ma anche scrittore e conferenziere) e a confrontarsi con le tecniche artistiche più disparate, maneggiando con disinvoltura pastelli, acquerelli, disegni ed olio (Sophie A. Deschamps, ad esempio, ne decanta «la perfezione del disegno»).

Nell’universo figurativo di Fernand Khnopff, poi, un caratteristico posto di rilievo spetta alla figura della donna: «Pura come una vergine o tendenzialmente criminale, virtuosa fino alla morte o insensibile meretrice bramosa di seme, fertile madre o sadica divoratrice di menti maschili: diverse e contraddittorie sono [nelle opere di Khnopff] le immagini della donna, di una donna che, all’alba del nuovo secolo, andava rivendicando un suo proprio ruolo sociale emancipato dalla schiavitù del maschio padrone.» (Barbara Meletto) Come emerge dalla precedente citazione, Khnopff vive con grande trasporto figurativo il suo rapporto con le donne: donne che, tuttavia, vengono indagate non secondo il giudizio estetico, bensì con il ricorso a una superiore spiritualità. Khnopff, infatti, non si lascia allettare dalla bellezza intrigante dei soggetti e ne scandaglia piuttosto la psiche con grande sensibilità, lasciandone emergere i sentimenti più reconditi e nascosti.

Ecco, allora, che le donne khnoppfiane incarnano due tipologie femminili conflagranti. Da una parte, infatti, abbiamo femme fatales voluttuose, sensuali e aggressive, in grado di assoggettare ingannevolmente gli uomini al loro volere, e dall’altra donne-angelo bellissime, pure, spirituali, eppure pallidissime, algide, le quali rivolgono allo spettatore uno sguardo vuoto e minaccioso, senza tuttavia parlare: il silenzio che grava sulle opere di Khnopff, infatti, è palpabile e rumorosissimo. Spesso, poi, Khnopff dimostra come questi due mondi apparentemente antitetici siano in realtà due facce della stessa medaglia. (tratto e adattato da Wikipedia)

Posthumous Portrait of Marguerite Landuyt, 1896, Oil on canvas, 72,5 x 74,5 cm, Musée Royaux des Beaux-Arts, Bruxelles

Salterio di Ingeborg – sassi d’arte

Il salterio (dal lat. psalterium, gr. ψαλτριον, der. di ψάλλω «cantare accompagnandosi sulla cetra») è il libro in cui sono raccolti i centocinquanta salmi dell’Antico Testamento, recitati nella liturgia cristiana nel corso della settimana secondo le varie ore canoniche.Tradizionalmente attribuiti al re Davide e ai musici della sua corte, i salmi sono inni in lode della divinità, con i quali si chiedono l’aiuto e il perdono del Signore. Con l’avvento del cristianesimo e per tutto il Medioevo essi vennero interpretati in termini cristiani. In generale il Signore dell’Antico Testamento veniva concepito come il Messia e, in particolare, molti passi dei singoli salmi erano letti come metafore e prefigurazioni cristiane; lo stesso Davide era considerato tipo di Cristo. Il testo ebraico dei salmi raggiunse l’Occidente latino attraverso le traduzioni svolte da san Girolamo nel sec. 4°, delle quali due erano basate su versioni greche e la terza si fondava direttamente sul testo ebraico. Le tre versioni, note rispettivamente come romana, gallicana ed ebraica, differiscono nella numerazione dei salmi e presentano anche molte importanti varianti testuali. Il testo normalmente adottato finì per essere la traduzione gallicana, detta Vulgata; però numerosi salterii, importanti per le loro illustrazioni, contengono la versione romana, oppure testi paralleli di due o persino di tutte e tre le versioni di s. Girolamo. Il salterio fu il principale libro di preghiera per la devozione religiosa individuale fino al 1300 ca., quando cominciò a perdere popolarità in favore del libro delle ore.

Il Salterio di Ingeborg – immagine in apertura: unzione del corpo di Cristo e tre Marie presso il sepolcro (cm.30,4 x 20,4), a sinistra, e scene della vita di Maria, a destra – è uno dei più significativi esempi sopravvissuti di prima scrittura gotica. Oggi il manoscritto è conservato presso il Musée Condé di Chantilly. L’opera, un libro di preghiere privato della regina, è formata da 200 fogli di pergamena e da una cinquantina di miniature e riproduce un calendario, 150 salmi e altri brani liturgici scritti in gotico minuscolo.

Il nome di questo salterio (a destra, immagine di una pagina inerente i Re Magi) si deve alla regina Ingeborg di Francia, seconda moglie del re Filippo Augusto. Originaria della Danimarca, venne ripudiata dal marito; la successiva riconciliazione, avvenuta nel 1213, fu probabilmente suggellata dalla donazione di questo libro, appositamente realizzato. Nella bottega (attiva intorno al 1213 ca.) in cui il manoscritto fu decorato erano attivi due pittori principali e alcuni aiutanti; la qualità dei due pittori, di cui si conservano anche altre opere realizzate in parte insieme e in parte separatamente, può considerarsi equivalente. Essi dovevano conoscere a fondo l’arte bizantina ed essere in stretto contatto con la miniatura della Francia del nord e dell’Inghilterra; ma le loro opere testimoniano anche la conoscenza dell’arte orafa sviluppatasi nella regione del Mosa. Le miniature a ciclo continuo precedono l’inizio del salterio vero e proprio senza alcun riferimento al testo, occupando due pagine affiancate e lasciando vuote le successive due.

Il sontuoso salterio costituisce il più significativo tra i manoscritti miniati di provenienza francese risalenti ai primi anni del XIII secolo. In quell’epoca, i cicli di scultura della Cattedrale di Chartres sono vicini al completamento,mentre quelli di Reims sono già stati avviati. E’ iniziato anche il lavoro per la realizzazione dei portali occidentali di Notre Dame a Parigi. Tuttavia, la struttura compositiva e molti dei soggetti seguono ancora la tradizione bizantina, rappresentata ad esempio dai grandi cicli di mosaici siciliani, mentre il fondo d’oro e l’inserimento di una cornice preannunciano le scelte che saranno tipiche del XIII secolo.

Il pittore parigino continua a usare i colori per lo più morbidi dell’arte orientale ma, ispirandosi ai modelli dell’antichità, modera la rigidità delle forme nella morbidezza delle pieghe, pur senza ricadere negli stili ornamentali più antichi. La figure sono rappresentate in atteggiamento tranquillo, anche nei momenti più drammatici . L’immagine è bidimensionale ed è circoscritta da una sottile cornice. Le figure umane costituiscono l’elemento cardine della rappresentazione e non vi è spazio per elementi non essenziali. La dignità e il rigore delle immagini fanno pensare ai coevi tentativi di ottenere, nel campo della scultura, un effetto di maggiore monumentalità; tuttavia è possibile che la bottega si sia attenuta alle aspettative della corte francese.

(fonti nell’ordine: Enciclopedia Treccani; Cathopedia; “Gotico” Ed.Taschen)

Tiziano, Venere allo specchio – sassi d’arte

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Tiziano, Venere allo specchio (1555 circa)

olio su tela, cm 124, 5 x 104,1 – National Gallery of Art, Washington

La tela raffigura Venere seminuda seduta sul letto nell’atto di ammirare la propria immagine riflessa in uno specchio tenuto da un Amorino, mentre un altro Amorino regge una ghirlanda di fiori. È questa l’unica versione di indiscutibile autografia tra le numerose tele in cui Tiziano rappresentò, introducendo alcune varianti, questo soggetto. La tela si trovava nello studio del pittore ancora nel 1576, al momento della sua morte; probabilmente l’artista la volle tenere per sé, perché ne era particolarmente soddisfatto e per utilizzarla come modello per successive repliche.

Venere è ritratta con una mano poggiata sul seno e l’altra sul grembo, in un atteggiamento pudico che ricorda quello della famosa statua romana della dea (Venus pudica) appartenuta ai Medici e oggi conservata agli Uffizi. Tiziano potrebbe aver visto la scultura o una sua copia durante il soggiorno romano del 1545-1546 ma, pur ispirandosi a un modello antico, realizzò un’immagine di calda sensualità attraverso un uso sapiente della luce e lo sfruttamento delle potenzialità offerte dal colore a olio (David Alan Brown). Recenti indagini radiografiche condotte sul dipinto hanno rivelato come inizialmente Tiziano avesse pensato di ritrarre Venere decorosamente abbigliata con una camicia bianca e hanno inoltre mostrato, come per quest’ opera il pittore si sia servito, capovolgendola, di una tela su cui aveva dipinto due figure di tre quarti, un uomo e una donna. Nel ri-dipingere la tela con la Venere allo specchio, il pittore lasciò visibile il manto della figura maschile precedentemente realizzata, trasformandolo con sorprendente abilità nello splendido brano del drappo di velluto scarlatto che avvolge la parte inferiore del corpo della dea.

Venduta nel 1581 dal figlio del pittore a Cristoforo Barbarigo, fu ceduta dagli eredi di quest’ultimo allo zar Nicola I nel 1850; nel 1931, infine, il collezionista Adrew Mallon acquistò il dipinto dall’Ermitage e sei anni dopo lo donò alia National Gallery di Washington.

[Testo tratto e adattato da I grandi maestri dell’arte, Tiziano – Skira]

Toulouse-Lautrec, Il letto – sassi d’arte

Toulouse-Lautrec - Il letto

Toulouse-Lautrec, Il letto (1892 circa)

pastello e olio su cartone, cm 54 x 70,5 – Parigi, Musée d’Orsay

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Tra i vertici del corpus pittorico di Lautrec si annoverano i quaranta dipinti dedicati al soggetto delle case chiuse parigine. Dal 1891 al 1895 l’artista frequentò in modo abituale i bordelli di Montmartre, vivendo persino per certi periodi nella casa chiusa di rue des Moulins.

L’ambientazione dei dipinti è, pertanto, di impeccabile fedeltà documentaria, rigore peraltro comprovato dalle numerose fotografie degli interni circolanti all’epoca. L’artista ritrae le prostitute con in realismo privo di ammiccamenti equivoci o moralistico compiacimento; ne fissa i momenti di svago, ne coglie gli istanti di intimità senza retrocedere difronte a manifestazioni di amore saffico.

Sebbene la raffigurazione di coppie femminili risultasse indecorosa agli occhi della critica, questo tipo di rappresentazione non costituiva affatto una novità, essendo già nota grazie a Gustave Courbet e alla letteratura decadentista di fine Ottocento. Le due donne sono qui ritratte mentre dormono beate nel letto, come due bambine affettuosamente vicine: si ha l’impressione di una grande tenerezza e intimità che non intende rivelare niente di scabroso. [Toulouse-Lautrec, I capolavori dell’arte – Corriere della Sera]

Toulouse-Lautrec - Il letto

La volta dipinta da Andrea Pozzo nella chiesa di Sant’Ignazio di Loyola a Roma – sassi d’arte

Riproponiamo, oggi, 31 luglio, nel giorno di Sant’Ignazio di Loyola

Il sasso nello stagno di AnGre

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Andrea Pozzo (Trento, 30 novembre 1642 – Vienna 31 agosto 1709) fu un artista straordinariamente versatile: architetto, decoratore, pittore, teorico dell’arte e figura significativa del tardo Barocco entrò nel 1665 nella Compagnia di Gesù e continuò a studiare pittura a Milano, Genova e Venezia e nel 1681 Gian Paolo Oliva, il generale dei Gesuiti, lo invitò a Roma; la sua attività è rimasta legata alle enormi imprese artistiche dell’ordine.

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Entrando nella chiesa barocca di S. Ignazio di Loyola, in Piazza S.Ignazio a Roma, si viene letteralmente travolti dalla magnificenza degli affreschi che la avvolgono completamente: gli spazi vengono trasformati in modo che la decorazione pittorica dia l’impressione dell’assenza della volta della navata e che le strutture architettoniche delle pareti si prolunghino oltre la muratura, nel cielo aperto. In questo “spazio aperto” si inquadra un’allegoria della missione della Compagnia, la “Gloria di Sant’Ignazio”, in cui il santo al centro della scena…

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René Magritte, Le Modèle rouge (Il modello rosso) – sassi d’arte

René Magritte, Le Modèle rouge (1937)

olio su tela, cm 180 x 134 – Rotterdam, Museum Boijmans Van Beuningen

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“Il problema delle scarpe dimostra come le cose più barbare passino per accettabili in virtù della forza dell’abitudine. Si sente, grazie al Modello rosso, che l’unione di un piede umano e di una scarpa di cuoio nasce in realtà da un’abitudine mostruosa.” Qui le due immagini non sono affiancate, ma si combinano per un processo di ibridazione, secondo quella propensione alla metamorfosi di una realtà in un’altra che comincia ad affacciarsi nei tardi anni Venti, e che diventerà centrale nel dopoguerra. Il problema della scarpa solleva la questione del piede, della naturalità dell’uomo e della forza alienante delle convenzioni sociali. La scarpa potrebbe apparire a un primo sguardo il prodotto più innocuo di tali convenzioni, ma la sua mostruosità dipende dal fatto che la forza dell’abitudine l’ha trasformata in qualcosa di naturale, di cui non si riesce più a percepire il pericolo. Perché la scarpa non è solo una protezione, ma anche una prigione nera e inumana, che costringe la mobilità delle cinque dita in un’unica mostruosa falange, e che interpone tra noi e il suolo su cui camminiamo una perpetua separazione. L’effetto conturbante è lo stesso che si ritrova in In memoriam Mack Sennet: in entrambi i casi, la denuncia di una convenzione e delle sue implicazioni ha l’evidenza e la sensualità della carne che si mescola a ciò che umano non è.

Il tema del Modello rosso  compare per la prima volta nel 1935. Questa version è stata dipinta a Londra per Edward James, come dimostrano anche le monete inglesi con cui Magritte ha operato una inconsueta “personalizzazione” dell’immagine. Contraddetta parzialmente, peraltro, dal frammento di giornale, che con la sua donnina nuda sembrerebbe a un primo sguardo provenire da una pubblicazione pornografica, si rivela invece una riproduzione capovolta dei Giorni giganteschi (1928), affiancata da alcune parole in francese.

tratto dal volume da Magritte, Skira Masters

Paolo Caliari detto il Veronese, un affresco di Villa Barbaro

Paolo Veronese (Verona 1528 – Venezia 1588), parete della stanza del cane di Villa Barbaro — Maser (Treviso), 1561-1562 c.a. 

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La decorazione pittorica di Veronese riguarda il corpo centrale della villa palladiana ed è incentrata su una tematica allegorico-mitologica forse concepita da Daniele Barbaro, il committente dell’opera insieme al fratello Marcantonio, erudito umanista e studioso di architettura (tradusse e commentò il De Architectura di Vitruvio che pubblicò nel 1556 con le illustrazioni realizzate da Palladio). In questi ambienti Veronese dialoga con l’architettura di Palladio attraverso una ricca raffigurazione di elementi architettonici resi a trompe l’oeil, che paiono amplificare in chiave colta ed eclettica il classicismo architettonico di Palladio. (dal sito venetocultura.org)

Veronese, che con Tiziano e Tintoretto costituiva la punta di diamante della pittura veneziana del tardo Cinquecento, decorò – con l’ausilio del suo atelier – gli interni della villa della cittadina trevigiana, dove, al di sotto della tematica religiosa del matrimonio mistico di santa Caterina, sulla parete difronte alle finestre, realizzò una veduta sullo spazio illusorio di un paesaggio; gli elementi architettonici di sostegno, anch’essi realizzati con la tecnica del trompe-l’oleil, comprendono due statue allegoriche di finto marmo, mentre al di sotto della “finestra” aperta sul paesaggio siede un cagnolino, che sembra in carne e ossa, ma in realtà è dipinto.

I giardini da sogno esistono da sempre, non soltanto al di fuori degli edifici, ma anche al loro interno, sulle pareti. Plinio il Vecchio menziona, nella sua monumentale opera conclusa nel 77 d.C., Naturalis Historia, il pittore Spurius Tadius attivo all’epoca di Augusto, “che per primo eseguì graziosissime pitture murarie: case di campagna e porticati e giardini, boschetti, colline, laghetti pieni di pesci, canali, fiumi, spiagge, e tutto ciò che si desiderava;  e ogni sorta di figura umana: persone che passeggiano, che vanno in barca, che si recano alle residenze estive in groppa a un asino o su un carro; e poi ancora pescatori, uccellatori, cacciatori, o anche viticoltori”. L’architetto e trattatista romano Vitruvio parla, nel VII Libro del suo De Architecttura libri decem, del 25 a.C. circa, della pittura realistica e di come gli artisti avessero preso a ornare le pareti dei lunghi deambulatori “di vari paesini, copiati da certe da naturali situazioni di luoghi: e di vero vi si dipingono orti, promontori, lidi, fiumi, fonti, fari, templi, boschi, monti, bestiame, pastori…o altre cose simili a queste”. Nel XV secolo, Leon Battista Alberti e successivi artisti e teorici del Rinascimento trassero ispirazioni da queste parole. Nel XVI secolo, poi, Paolo Veronese avrebbe tradotto in realtà le idee dell’Alberti riguardo la pittura di paesaggio, realizzando quei soggetti non sulle pareti dei portici, bensì su quelle delle ville palladiane.

La pace augustea descritta da Virgilio costituiva di certo il principale punto di riferimento intellettuale per gli affreschi raffiguranti giardini e paesaggi negli interni degli antichi edifici romani e analoghi sistemi di pensiero si possono ricondurre alle opere del Trecento (oggi perdute), che sorsero nella cerchia di Francesco Petrarca e del neoplatonismo italiano. Il XVI secolo coltivò con entusiasmo questa possibilità espressiva nella decorazione di interni. Nel frattempo, con la crescente “estraniazione” dalla natura, il sogno della campagna andava contrapponendosi alla vita cittadina. E, quando sulla Terra Ferma veneziana, questo sogno arcadico cominciò a cozzare contro la pratica concreta dell’agricoltura, il tanto agognato paesaggio paradisiaco si trasformò nella veduta da una finestra dipinta su una parete.

Gli affreschi realizzati dal Veronese per Daniele Barbaro rappresentano uno dei più riusciti adattamenti del paesaggio ideale arcadico. Con queste opere assistiamo alla nascita di una tradizione, che si sarebbe continuata fino agli idilli pastorali del Settecento messi in scena da Maria Antonietta nel parco di Versailles. L’incontaminato mondo del paesaggio divenne il simbolo di una vita agreste, il cui ordine apparentemente costituito da Dio, aspirava a resistere a qualunque tentativo di sovvertimento sociale. (tratto e adattato da Norbert Wolf, “Paesaggi”, Taschen.)

Sant’Angelo in Formis e il giudizio universale – sassi d’arte

Basilica benedettina situata nell’odierno borgo omonimo (prov. Caserta), in posizione eminente su un terrazzamento alle falde del monte Tifata, tra Capua e Santa Maria Capua Vetere. La chiesa, dedicata a san Michele Arcangelo, rappresenta la sola emergenza monumentale superstite di quello che fu uno dei più illustri complessi monastici della Campania romanica, legato direttamente all’abbazia di Montecassino. Il luogo occupato dalla basilica coincide esattamente con il perimetro del tempio di Diana Tifatina, santuario federale dei popoli campani eretto in due distinte fasi, tra il sec. IV-III e il sec. II-I a.C. Dell’edificio antico, di cui la chiesa medievale reimpiega largamente il podio e il pavimento musivo, dovevano far parte con ogni probabilità le colonne e i capitelli corinzi posti in opera nelle navate. Gli elementi di sostegno variamente adattati nel portico esterno dovrebbero invece provenire dalle costruzioni scomparse del témenos, sulle quali insistevano le altre fabbriche del complesso monastico, che – al pari di quelle antiche – forse si snodavano lungo il muro di recinzione d’età classica. Gli ambienti sussidiari dell’abbazia, oggi distrutti o fagocitati entro le case dell’abitato moderno – e non ancora archeologicamente indagati -, dovevano comprendere, stando alle fonti, una sacrestia, le officinae monachorum, un ospedale per i poveri, una foresteria, nonché una cappella dedicata a s. Nicola di Myra. Che l’insediamento cristiano insistesse sul perimetro del tempio classico e sulle costruzioni a esso adiacenti è confermato del resto anche dalla toponomastica adottata nei documenti medievali, che fanno menzione della chiesa e del monastero come S. Angelo ad arcum Dianae oppure ad formam, ad formas, in formis (con riferimento agli acquedotti romani che dal Tifata portavano l’acqua a Capua) o ancora de monte (con riferimento all’ubicazione dell’abbazia alle falde del Tifata).

La chiesa, realizzata quasi integralmente nella seconda metà del sec. XI, è un edificio basilicale senza transetto, eretto in blocchetti di tufo e coperto da un tetto ligneo. L’interno, cui si accede attraverso un unico portale, è a tre navate terminanti in tre absidi semicircolari, con due file di sette colonne che sorreggono archi a tutto sesto. La zona presbiteriale rialzata conserva solo qualche traccia della pavimentazione medievale in opus sectile. La quantità e la contraddittorietà di fonti e documenti relativi alla ricostruzione del monastero al tempo di Riccardo I e Desiderio hanno determinato interpretazioni diverse sia della cronologia dei lavori sia del ruolo effettivo in essi svolto rispettivamente dal principe normanno e dall’abate di Montecassino. (estratto dalla voce om. Enciclopedia Treccani)

Sfortunatamente non sono sopravvissuti esempi delle pitture murali che decoravano l’abbazia di Montecassino, la cui produzione artistica fu recepita da numerose filiazioni conventuali in tutta Europa. Tuttavia, la Campania conserva questo grande esempio di edificio religioso, risalente al primo Medioevo, quasi del tutto integro, la cui decorazione interna interamente ad affresco, secondo la maggioranza degli studiosi, non sarebbe stata possibile senza l’esempio fornito proprio dagli antichi dipinti di Montecassino. A giudizio pressoché unanime degli esperti, il programma iconografico che decora l’interno della chiesa è stato completato verso il 1080.

La rappresentazione del Giudizio Universale occupa gran parte del muro d’ingresso ed è articolata su cinque registri posti uno sopra l’altro (si tratta della formulazione di una tipologia compositiva che si sarebbe imposta per molto tempo ancora); la decorazione delle navate laterali illustra scene tratte dall’Antico Testamento, mentre l’abside principale, dove è anche raffigurato l’abate Desiderio fondatore della chiesa, riporta tre arcangeli, san Benedetto e il Signore assiso in trono. Lo stile narrativo è radicale ed efficace, con le figure raggruppate in maniera compatta entro campi semplici o, per meglio dire, rettangoli. La composizione si concentra sull’aspetto drammatico della raffigurazione, sulla forza del messaggio umano e su una grande potenzialità identificativa. I pittori hanno amplificato la forza espressiva delle figure tozze e robuste mediante pennellate ampie ed energiche; la tavolozza comprende i toni dell’azzurro chiaro, del giallo, dell’ocra scuro, un rosso bruno saturo, un verde terroso e molto bianco gesso.

Pur sembrando omogeneo nel complesso, è certo che alla decorazione lavorarono numerosi artisti e loro collaboratori. Le composizioni di gruppo del Giudizio Universale intorno al Cristo nella mandorla sono popolati di chierici e laici in preghiera, identici nelle dimensioni e isocefali, cioè con la testa allo stesso livello. Invece, i dannati non godono di tale pace interiore e sono infilati a forza in un “tumulto” di piani inclinati, colti in movimenti violenti; sono accovacciati, cadono, vengono gettati nelle fauci dell’inferno da demoni color rosso sangue. Tutto il dipinto è caratterizzato da figure con visi grandi e uno sguardo intenso che si imprime nella mente; ovunque, ogni movimento anche spontaneo è sempre stilizzato in gesti simbolici, la forma organica è soggetta a un rigido vincolo ornamentale. Tali caratteristiche unitarie dell’opera mostrano che le pitture del vestibolo, soprattutto la grandiosa raffigurazione mezzobusto di san Michele, potrebbero essere state realizzate solo alla fine del XII secolo.

La somiglianza di questi affreschi eleganti, in cui sembra di poter ravvisare un raffinato manierismo, con i migliori mosaici del duomo di Monreale in Sicilia, suggerisce che il loro autore possa essere un maestro bizantino emigrato in quei luoghi. (tratto e adattato dal volume “Romanico” di Norbert Wolf, edito da Taschen)

István Orosz e le prospettive impossibili – sassi d’arte

“Perchè sono salito quassù? Chi indovina?”
“Per sentirsi alto?”
“No! Grazie per aver partecipato.
“Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi!” Coraggio!
E’ proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva.  Anche se può sembrarvi sciocco o assurdo: ci dovete provare.  […] non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi intorno! Osate cambiare, cercate nuove strade.!”
da “L’attimo fuggente” (Dead Poets Society), 1989, diretto da Peter Weir.

István Orosz (Kecskemét, 1951), pittore, grafico e animatore video ungherese è conosciuto per i suoi lavori legati alla rappresentazione di oggetti impossibili, illusioni ottiche (in apertura: Sfera (Pantheon), del 2011; tecnica: Eliotipia, cm 31,6×29,7), immagini leggibili in più modi e per le sue anamorfosi. La sua arte geometrica forza la prospettiva, si serve di paradossi visivi e immagini a doppio senso attraverso l’uso di tecniche tradizionali quali l’heliogravure (“fotocalcografia al bitume”, il più sofisticato dei procedimenti foto-meccanici, ossia quei processi grafici in cui per ottenere la stampa si associa uno stadio ‘fotografico’ di trasporto dell’immagine con l’uso ‘meccanico’ di un torchio,  generalmente girato a mano, per imprimere la carta). Ha studiato come graphic designer all’Accademia di Arti Applicate di Budapest, per poi approfondire lo studio delle tecniche di animazione video presso i Pannona Film Studios. I suoi primi lavori sono riferibili all’ambito della costruzione di scenografie per teatri. Ha successivamente ottenuto grandi consensi e riconoscimenti internazionali per i suoi poster e per i manifesti politici (notizie dal sito incisione.com).

Professore all’University of West Hungary, co-fondatore della Hungarian Poster Designer Society, membro di Alliance Graphique Internationale e Hungarian Art Academies, le sue opere, colme di colpi di scena paradossali, soluzioni provocatorie, trasformazioni geometriche, illusioni ottiche, oggetti impossibili e anamorfosi, occupano un posto privilegiato in alcuni dei principali musei e gallerie. Ha, inoltre, applicato con maestria anche tecniche grafiche classiche alla sua opera ricca di riferimenti polisemici e simbolici inerenti vari campi culturali.

Contemporaneamente si è dedicato alla tecnica dell’anamorfosi (immagini in chiusura), sviluppandola in modo da attribuire un significato anche all’immagine distorta, indipendente dal riflesso nello specchio o dal punto di vista (ricordiamo che l’anamorfosi è una rappresentazione pittorica, molto in voga nel sec. XVII, realizzata secondo una tecnica di deformazione prospettica che ne consente la corretta visione solo da un unico punto di vista – di sbieco, su una superficie riflettente curva – mentre risulta deformata e priva di senso se osservata da altre posizioni). In questo modo le sue opere diventano portatrici di messaggi più sofisticati, divenendo di fatto una provocazione per l’intelletto e il senso dell’umorismo dell’osservatore (traduzione e immagini dal sito sofia-art-galleries.com).

Vasilij Kandinsky, Composizione IX – sassi d’arte

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Vasilij Kandinsky, Composizione IX, 1936

olio su tela, cm 114 x 195 – Parigi, Centre Pompidou, Musée National d’Art Moderne

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La grande tela Composizione IX, del febbraio 1936, rappresenta forse il maggior successo ottenuto dall’artista a Parigi. Esposta la Musée du Jeu de Paume nel 1938, venne acquistata quell’anno dallo Stato francese.

Numerosi elementi, come il motivo a scacchiera che si ripete al centro e l’insieme di piccoli cerchi sovrapposti a destra, ripropongono esempi già presenti nelle opere degli anni Venti dell’artista stesso. A questi si aggiungono temi tipici del periodo parigino, come la grande forma biomorfa sulla destra. Il problema dello sfondo, invece, è risolto in maniera innovativa: è scandito da quattro strisce diagonali di colori diversi, cui si aggiungono le due zone triangolari alle estremità.

La successione ritmica regolare delle quattro fasce colorate crea un deciso effetto di coerenza e ordine nell’intera composizione. La scelta dei sei colori dello sfondo, non complementari, mette in ulteriore risalto i grafemi delle forme irregolari sulla tela, spesso bianche o dipinte in tonalità lattee e delicate. Nel complesso, i colori tenui e la complessità strutturale sembrano rispondere appieno alla necessità di suggestione “fiabesca” e “polifonica” che Kandinsky ricercava in quegli anni.

kandinsky

da Kandinsky, I capolavori dell’arte, ed. speciale per Il Corriere della Sera – immagini tratte dal sito wassilykandinsky.net