Ospite ed ospiti della rubrica Gioielli Rubati a cura di Flavio Almerighi

Ringrazio Flavio e l’ottima compagnia. Buona lettura!

almerighi

C’eravamo promessi poesia,
ma è arrivata presto la sera con il suo fare,
mille auto sulla strada e la polvere.
Un traffico d’incombenze da assolvere;
peccati da scontare a prezzo pieno.
Non c’è tempo; non è questa l’ora.
.
Poi, nello svoltare un angolo d’improvviso
il tuo volto e le stelle dei tuoi occhi
la promessa mantenuta.
.
di Angela Greco, qui:
https://ilsassonellostagno.wordpress.com/2021/10/03/angela-greco-angre-due-inediti/
.
*
.
tiritera del tre
.
Tre, numero dispari perfetto
scartata la solitudine del primo,
sempre tre moltiplicato per uno
triangolare la superfice primaria
stereoscopica la terza dimensione,
terzo l’occhio di lungimiranza
trina la divinità anche se unica.
Il tre miagola se estratto a tombola,
la sequenza Tribonacci, il gioco del tris,
tre briganti e tre somari, solo tre
varianti nel tricolore, nell’insalata
quadrifoglio senza un petalo,
le aperture a luce di una trifora,
i soldi dell’opera brechtiana,
tre i rebbi di Nettuno, i componenti
di…

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Magda Zavala, tre poesie

Tre poesie di Magda Zapata (poeta e narratrice della Costa Rica, nata nel 1951, vive a Heredia, a pochi chilometri dalla capitale San José.)

*

Trattato di baci

Mi baciavi con tutta la bocca.
Tanto da pensare che nulla avresti lasciato per te.

Con la robusta freschezza della frutta turgida, le tue labbra.
La tua lingua, un mollusco abile
e sorridente.

Il tuo alito mi baciava nelle orecchie
e il rumore sibilante, oscuro,
dei tuoi inviti.

Talvolta mi baciasti nella distanza del corpo.

Sono stata nella tua bocca, nelle tue labbra, nella tua saliva,
nella breve pressione dei tuoi denti,
nel saggio percorso del tuo olfatto.

Mille volte sono stata nei tuoi sorsi di idromele,
fino a quando restò soltanto
un tocco di addio
sulle guance.

~

A vela sciolta

So che contravvengo quando ti percorro,
il mio tatto sincero,
la bocca inondata,
tutto il mio essere nei sensi.
Nave di vela ardente su di te,
tu, mio porto assetato,
vorrei io,
di chiarezza.

Rassegnati,
non sarò mai donna convenzionale nel nostro letto.

Non mi temere per questo.
Sciogliti.

~

Noi, le donne

Un mondo per uomini e donne,
a mani unite, senza profeti.
E tra di noi, benvenuti
gli uomini disposti a un comune abbraccio,
capace di avvolgere con autentica tenerezza
la Terra.

(dal sito “thepoeti.it” che si ringrazia – in apertura, opera di R.Magritte)

Al seguente link, un approfondimento e altri testi di questa autrice costaricana: http://www.filidaquilone.it/num019brandolini3.html

Thich Nhat Hanh, due poesie

Thích Nhất Hạnh (1926), nato Nguyễn Xuân Bảo, è un monaco buddhista, poeta e attivista vietnamita per la pace; ordinato monaco a 16 anni in Vietnam ha presto concepito una forma di buddhismo impegnato che potesse rispondere concretamente alle esigenze della società. È stato un insegnante e un attivista sociale di spicco nel suo Paese d’origine, prima di ritrovarsi esiliato dal suo paese per aver auspicato la pace. in Occidente ha avuto un ruolo chiave nell’introdurre la consapevolezza e nel creare comunità di pratica (sangha) in tutto il mondo.

*

Preghiera per una terra

Perdute nelle tempeste
dell’oceano aperto,
le nostre piccole barche vanno alla deriva.
Cerchiamo una terra
durante interminabili giorni e interminabili notti.
Siamo la schiuma
che galleggia sull’immenso oceano.
Siamo la polvere
che vola nello spazio infinito.
Le nostre grida sono sopraffatte
dall’urlo del vento.
Senz’acqua né cibo
i nostri bambini giacciono stremati
e non hanno più la forza di piangere.
Siamo assetati di terra,
ma veniamo ricacciati da ogni spiaggia.
I nostri segnali di soccorso sono Alzati, Alzati,
ma le navi che ci incrociano non si fermano.
Quante barche sono affondate?
Quante famiglie giacciono sotto le onde?
Signore Gesù, ascolti la preghiera della nostra carne?
Bodhisattva Kwan Yin, dio della pietà, ascolti la nostra voce?
Uomini nostri simili, sentite la nostra voce
dall’abisso della morte?
O terra ferma,
quanto ti desideriamo!
Preghiamo che oggi l’umanità sia presente.
Preghiamo che la terra ci stenda le sue braccia.
Preghiamo perché oggi ci venga data speranza
da questo paese.

~

Torno ad aprire le antiche pagine 

Improvvisamente mi ritrovo nel mio passato.
Il punto di riferimento non è visibile più a lungo
e il sogno dell’altra notte è pieno di immagini illusorie.
I muri che servono a fermare i venti e la pioggia
hanno formato un angolo di spazio accogliente.
Le candele tremolanti
evocano il profumo di incenso della vigilia dell’Anno nuovo.
Piove.
In casa, la cena è servita.
Una manciata di foglie di coriandolo
mi riporta alle forme della madre patria.
Improvvisamente tutte le barriere sono rimosse
grazie alla tempesta di mezzogiorno
ed ogni cosa è rivelata.
Il sole di oggi non è lo stesso di ieri?
Uccelli intravisti contro il colore purpureo della sera.
I due estremi del tempo si uniscono
e mi spingono con tenerezza
verso una nuova apertura.
Il sipario della sera, destinato a catturare spazio,
improvvisamente si trasforma in salici piangenti.
Le nuvole si chiamano l’un l’altra
per un incontro sulla cima dei monti.
Sono tornato. Mi ritrovo ad aprire vecchie pagine.
Un tramonto sfolgorante ha bruciato tutti gli attestati… verbosi mantra si sono dimostrati non avere più forza…
Soffia forte ora il vento. Laggù dove finisce il cielo, sento sbattere le ali di qualche strano uccello.
Io dove sono?
Il punto focale della concentrazione è il ricordo.
La casa più vera è quella d’infanzia, tra le colline erbose.
Le foglie violette del tià-tò
contengono tutto un autunno pienamente maturo.
I tuoi piccoli piedi percorrono il sentiero,
come gocce di rugiada sulle giovani foglie.
Le lettere che ti inviai
risuonano come campane della chiesa.
Un cielo dorato di fiori è contenuto in un solo seme di mostarda.
Ecco, unisco le palme delle mani
e – meravigliosamente – lascio fiorire un fiore nel mio cuore.

(Tratte dal sito “thepoeti.it” che si ringrazia)

Marcos Ana, quattro poesie

Marcos Ana pseudonimo di Fernando Macarro Castillo (1920-2016) è stato un poeta spagnolo. Fu imprigionato nel 1938 e trascorse in prigione 23 anni per motivi politici durante il franchismo. Nel 1961 fu scarcerato ed esiliato a Parigi. Ha raccontato la sua storia con il libro “Ditemi com’è un albero”.

[Per questo articolo si ringrazia di cuore Giorgio Chiantini]

*

La mia casa e il mio cuore
(sogno di libertà)

Se un giorno uscirò alla vita
la mia casa non avrà chiavi:
sempre aperta, come il mare,
il sole e l’aria.

Che entrino la notte e il giorno,
la pioggia azzurra, la sera,
il pane rosso dell’aurora;
la luna, mia dolce amante.

Che l’amicizia non trattenga
il passo sulla soglia,
né la rondine il volo,
né l’amore le labbra. Nessuno.

La mia casa e il mio cuore
mai chiusi: che passino
gli uccelli, gli amici,
e il sole e l’aria.

Breve lettera al mondo

I denti di una balestra
m’inchiodano il volo.

Ho un’anima stracciata
a forza di tirare ma non posso
strapparmi questi catenacci
che mi trapassano il petto.

Settemiladuecento volte
la luna intersecò il mio cielo
e altrettante la dorata
libertà intersecò il mio sogno.
Il sole mi fa fiorire,
a che pro se sterilmente vedo
tra i muri questo sangue
mio sfogliarsi nel silenzio?

Non sapevo cosa fosse un uomo
sanguinante e a pezzi, in ceppi.
A saperlo sarei venuto
nelle onde e nel vento,
da tutti i confini,
con il cuore disfatto,
inalberando i pugni
per salvare ciò che è vostro.
Se un giorno già tardi arriverete
e troverete freddo il mio corpo;
di neve, ai miei compagni
morti tra le catene…
raccogliete le nostre bandiere,
il nostro dolore, il nostro sogno,
i nomi che sulle pareti
con amore dolce avremo inciso.

E se ci chiuderete gli occhi
lasciateci i muri dentro!
Che si secchino con la polvere
della nostra carne e non possano
essere nuove tombe di carcerati.
Non sapevo cosa fosse un uomo
sanguinante e a pezzi, in ceppi.
A saperlo sarei venuto,
nelle onde e nel vento,
da tutti i confini,
per salvare ciò che è vostro.
Se già tardi un giorno arriverete
e troverete freddo il mio corpo
cercate nelle solitudini
del muro il mio testamento:
al mondo lascio tutto,
ciò che possiedo, e sento
che tra i miei io sono stato,
sono, e che sostengo:
una bandiera senza pianto,
un amore, qualche verso…
e nelle pietre laceranti
di questo cortile grigio,
come una statua
rossa e terribile, nel centro.

[Condivise da https://irisnews.net/marcos-ana-datemi-il-nome-dellamore/ dove è possibile leggere altri testi, anche nella lingua originale, oltre a un interessante articolo sull’autore a cura di Chiara De Luca che si ringrazia]

Autobiografia

Il mio peccato è terribile
volli colmare di stelle
il cuore dell’uomo.
Per questo, qui tra le sbarre,
in diciannove inverni
persi le mie primavere.
Prigioniero dall’infanzia
a morte la mia condanna,
i miei occhi si stanno prosciugando
la luce contro le pietre.
Ma non c’è ombra d’arcangelo
vendicatore nelle mie vene:
Spagna è il solo grido
del mio dolore che sogna.

Ditemi com’è un albero 

Ditemi com’è un albero.
Ditemi il canto del fiume
quando si copre di uccelli.

Parlatemi del mare. Parlatemi
del vasto odore della campagna.
Delle stelle. Dell’aria.

Recitatemi un orizzonte
senza serratura né chiavi
come la capanna di un povero.

Ditemi com’è il bacio
di una donna. Datemi il nome
dell’amore: non lo ricordo.

Le notti si profumano ancora
di innamorati con fremiti
di passione sotto la luna?
 
O resta solo questa fossa,
la luce di una serratura
e la canzone delle mie lapidi?
 
Ventidue anni… Già dimentico
la dimensione delle cose,
il loro colore, il loro profumo…. Scrivo
 
a tentoni: “il mare”, “la campagna”…
Dico “bosco” e ho perduto
la geometria dell’albero.
 
Parlo, per parlare, di argomenti
che gli anni mi hanno cancellato.
 
(non posso continuare, sento
i passi della guardia)
– immagine d’apertura: Piet Mondrian, L’albero grigio, 1911 –

 Niyi Osundare, due poesie

Niyi Osundare (1947), poeta, drammaturgo, linguista e critico letterario africano, è nato il 12 marzo 1947 a Ikere-Ekiti, in Nigeria, ed è riconosciuto come una delle voci più importanti ed originali della poesia anglofona contemporanea. Cresciuto con un nonno guaritore e un padre agricoltore-compositore, ha potuto sviluppare sin dall’infanzia un rapporto diretto con la poesia tipico delle culture orali, che si rivelerà la principale fonte d’ispirazione per i suoi versi in inglese.
Osundare è uno degli esponenti più noti della ‘Alter-Native Tradition’, termine usato per indicare la seconda generazione di poeti nigeriani tra cui Odia Ofeimun, Funso Aiyejina e Tanure Ojaide. Pur riconoscendo il loro debito verso pionieri come Wole Soyinka e Christopher Okigbo, a partire dagli anni ’80 gli Alter-Natives ne rifiutano l’oscurità estetizzante di stampo modernista per proporre opere più dirette ed accessibili, caratterizzate da un impegno socio-politico d’impronta marxista. Tali caratteristiche contraddistinguono le prime tre raccolte di Osundare: Songs of the Marketplace (Canti del mercato, 1983), Village Voices (Voci del villaggio, 1984) e A Nib in the Pond (Un pennino nel lago, 1986).

Una svolta decisiva è rappresentata dalla raccolta The Eye of the Earth (L’occhio della terra, 1986), dove la rilevanza dei temi è sorretta da una sorprendente ricchezza linguistica e maturità lirica, da un gusto irrispettoso nel giocare con le possibilità espressive offerte dall’inglese; si veda ad esempio il neologismo ‘hueman’, omofono di ‘human’ ma letteralmente ‘l’uomo del colore’, o il termine ‘preyers’. Osundare opera una fusione di politica e poetica che diventerà caratteristica di molti dei suoi lavori seguenti, e il cui linguaggio figurativo attinge soprattutto a una natura antropomorfizzata, come nell’invocazione al camaleonte qui tradotta.

Da L’occhio della terra (1986)
Da “Echi della foresta”:

[…]
Conta i tuoi colori, oh camaleonte,
aborigeno del vento e del bosco
conta i tuoi colori
nell’arcobaleno della felce
nella corteccia spessa e cinerea
dell’alberello.
Conta i tuoi colori,
oh principe dal semplice corredo
vivace damerino che passeggia
così naturalmente nudo, poiché possiede
una foresta dai mille costumi.

Vesti la terra
con l’accurata cautela
dei tuoi occhi globali.
Vesti la terra,
non con l’inerzia millenaria
delle zampe di millepiedi,
non con l’incendio inferocito
della coda di scorpione
e neanche con l’avarizia calcolatrice
della lumaca che si trascina la casa
ad ogni viaggio.

Vesti questa mantide religiosa
nel suo tabernacolo eterno,
le verdi mani serrate
davanti a un dio assente
Vesti la foresta indifferente
che invece s’inchina dinanzi
all’austero muezzin
di un vento forte e insistente.
Vesti questa prole in preghiera,
questa scuola di rametti ballerini
[…]
Osserva, inoltre, questi predatori che pregano
nel calvario cannibale
della foresta:
l’iroko* che divora il cespuglio,
la iena che dilania il coniglio,
l’elefante che calpesta l’erba
con le gambe snervate dalla cancrena
del potere insensato
Racconta a tutti loro della pace oltre l’artiglio
Raccontagli del sole
che succede alla notte.
[…]

* iroko (chlorophora excelsa) = grande albero tropicale dal legno duro e pregiato, detto anche ‘quercia africana’.

▪︎

L’opera seguente, Moonsongs (Canti della luna, 1988) è ispirata da un agguato criminale e quasi fatale contro Osundare, poi costretto a una lunga degenza in ospedale. I temi sociali sono meno espliciti, con un immaginario più criptico che ha provocato alcune accuse di disimpegno; l’atmosfera di queste invocazioni lunari è comunque pervasa di sofferenza.

Da Canti della luna (1988):
“VI”

Notte dopo notte
il vento spande l’orizzonte

la luna, troppo piena per dormire
afferra sogni effimeri tra tunnel
di nuvole sonnolente,
oscillando così solenne al richiamo
                    del tamburo
                         del tamburo
così forte adesso, con la membrana del sole

E con ritmo di rocce
ricordo di prati
geroglifico di poggi
col suo din-don d’albe e tramonti
la luna ride a tempo
e una lacrima millenaria le arde
nell’occhio ampio

La lacrima sgorga in ruscello
matura in fiume
poi galoppa come liquida puledra
verso il mare

Tutto all’alba
quando la luna è un ombelico attempato
nella pancia del cielo.

*

Cura e traduzione di Pietro Deandrea
Università di Torino, Facoltà di Lingue e Letterature Straniere — Archivio El-Ghibli.org

Dmitrij Kuz’min, quattro poesie e una nota sull’autore

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Dmitrij Kuz’min, versi e nota critica tratte da «La massa critica del cuore…»

antologia di poesia russa contemporanea – cura, scelta e traduzione di Massimo Maurizio edita da Mimesis Hebenon, 2013

*

***
In un negozio con esposizione
di elettrodomestici
cinque uomini
con le giacche della divisa color lampone
e facce dozzinali
con vivacità:
.
– Allora hai un maschietto?
– Un maschietto.
– Anch’io. Serëg, e tu?
– Anch’io.
– Quindi solo Lëcha ha una femminuccia?
.
Scelgo un trinciaortaggi
per il compleanno di mia mamma:
ormai, probabilmente, troverà pesante
fare tutto in cucina,
anche se comunque deve sempre spignattare un po’.
.
Qualcosa sulla destra del petto mi fa male.
ovvio, il mio cuore
è sbagliato.
.
.
.
***
in una trasmissione televisiva
sulle vittime della guerra in cecenia
scene dall’ospedale da campo
un ragazzino di circa tredici anni
con le gambe amputate al di sopra del ginocchio
la madre canuta con lo sguardo assente
scosta la coperta
davanti alle telecamere
i moncherini sono troppo corti
si scopre la parte inferiore della pancia
con un brandello di benda
che passa in mezzo alle gambe
scostato di lato
l’ennesima troupe lo riprende
la telecamera scivola lungo il corpo verso l’alto
il ragazzino lancia uno sguardo frastornato
accanto allo spettatore
accanto a me
.
.
.
***
Il cuore
è la coppa superiore della clessidra,
da cui stillano granelli di stelle.
.
.
.
***
La Poesia
deve essere, mi perdoni il Signore,
sgradevole.
Dolorosa.
Con il petto non sviluppato di un ragazzino.
.
Un neo al di sopra della scapola sinistra
è auspicabile.
.
.
.
.

Nella sua lunga attività di editore di poesia contemporanea e di traduttore, Dmitrij Kuz’min ha per lungo tempo trascurato le pubblicazioni delle proprie poesie originali: il suo primo libro di versi è stato infatti pubblicato solo nel 2010, quando l’autore aveva 42anni e circa due decenni di attività editoriale alle spalle; ciò nonostante, circa metà del volume è occupato da traduzioni, prevalentemente di poesia anglofona e ucraina. Queste influenze, in particolare la objective school, hanno lasciato una traccia profonda sulla sua poesia: Kuz’min racconta di un mondo strettamente personale, attuando quella sorta di confessione in versi, propugnata dalle sue correnti di riferimento attraverso un flusso di coscienza ininterrotto, che viola la sintassi, oppure introduce nomi e luoghi ignoti ai più, ma presentati come familiari. Il lettore viene catapultato nel microcosmo dell’autore, vi trova una propria agevole collocazione e si scopre a interagire con l’io lirico in una realtà poetica molto concreta, ma la tempo stesso foriera di associazioni mentali, di infiniti ricordi e visioni, che emergono dagli aspetti banali e quotidiani, come sipari di un mondo reale e tangibile.

L’eroe lirico di Kuz’min è l’abitante della metropoli contemporanea, un compendio di contraddizioni e incongruenze, ma anche di storie e di vite, un alternarsi spontaneo di prodigi e orrori, in cui le brutture della guerra in Cecenia, il terrorismo in Russia, convivono e si avvicendano naturalmente con l’erotismo, i ricordi di bambino, con considerazioni molto personali sulla propria sessualità o sulla poesia, spesso attraverso riferimenti alla cultura del passato. E ognuno di questi temi è un tassello della vita dell’eroe lirico, spesso alter ego dell’autore stesso.

(in apertura opera di Vasilij Kandinskij)

Alfonso Brezmes, quattro poesie

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Per questi versi si ringrazia Mirta Amanda Barbonetti, che ha curato articolo originale e traduzione per Fili d’aquilone n.45 (qui)

*

Alfonso Brezmes è nato nel 1966 a Madrid, dove vive. Ha pubblicato i libri di poesia: Postales desde el futuro (2010), La noche tatuada (2013) e Don de lenguas (2015).  Suoi testi sono stati pubblicati in antologie e riviste.

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STRUMENTI DI MISURA

Per misurare il tempo fu inventata l’assenza,
quella riga che divide il mondo in due,
in due i corpi, i giorni, le parole.

Per misurare l’assenza fu inventato il silenzio
quel linguaggio di spettri, quel dolore mansueto
con il gelido tocco delle cose vuote.

Per misurare il silenzio avete inventato me,
questo cane di nebbia che vaga nella notte
come un faro in cerca di un naufragio.

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AMORE E GEOMETRIA

Cercarti è un’ellisse.
Sognarti è una curva.
Decifrarti è una piramide.
Raggiungerti è un’iperbole.
Amarti è un cerchio.
Tenerti è un quadrilatero.
Perderti di nuovo
è una mera parabola
per tornare a cercarti.

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CRIMINE IMPERFETTO

Di tutti i crimini che ho commesso
solo di uno mi pento:
di non aver sopraffatto del tutto il desiderio,
questo avvoltoio abbietto e insaziabile
che mi fa credere
di essere ancora vivo.

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STATO SOGNANTE

Continuai a sognarla per tutta la notte.
Al risveglio era lì,
proprio come appariva nei miei sogni:
candida come un mondo
che lentamente si stiracchia prima di riprendere il suo moto.
Quando compresi che era vera
come la vita stessa, fuggii all’istante
dalla vecchia realtà e dai suoi travestimenti,
e richiusi dolcemente gli occhi
per poter tornare a sognarla.

.

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INSTRUMENTOS DE MEDIDA

Para medir el tiempo se inventó la ausencia, 
esa raya que separa en dos el mundo, 
en dos los cuerpos, los días, las palabras. 

Para medir la ausencia se inventó el silencio, 
esa lengua de espectros, ese dolor obediente 
con el frío tacto de las cosas huecas. 

Para medir el silencio me inventaste a mí, 
este perro de niebla que vaga en la noche 
como un faro en busca de un naufragio.

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AMOR Y GEOMETRÍA

Buscarte es una elipse. 
Soñarte es una curva. 
Descifrarte es una pirámide. 
Alcanzarte es una hipérbola. 
Amarte es un círculo. 
Tenerte es un cuadrilátero. 
Perderte de nuevo 
es una mera parábola 
para volver a buscarte.

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CRIMEN IMPERFECTO

De todos los crímenes que cometí 
sólo me arrepiento de uno: 
no haber matado del todo el deseo, 
ese buitre abyecto e insaciable 
que me hace creer 
que sigo estando vivo.

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ENSOÑACIÓN

Toda la noche la anduve imaginando. 
Al despertar, allí estaba, 
tal y como se manifestaba en mis sueños: 
con la pureza intacta de un mundo 
que se despereza antes de girar. 
Cuando comprendí que era cierta 
como la vida misma, huí como pude 
de la vieja realidad y sus disfraces, 
y cerré suavemente los ojos 
para poder volver a soñarla.

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Ervin Fritz, poesie tratte dall’antologia Radoživost

Ervin Fritz, poesie tratte dall’antologia Radoživost  (Esuberanza o Vitalità o Giovialità, insomma Piacere di vivere), edita a Ljubljana nel 1989; traduzione dallo sloveno di Jolka Milič per il n.47 di Fili d’aquilone che si ringrazia.

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POETICA

La rima non è tutto.
La poesia non è tutto.
Le dichiarazioni di mobilitazione sono senza rime,
le corti marziali non emanano sentenze in lingua forbita.
A che servono le rime nelle grandi calamità e miseria?
Che fare delle rime quando Roma è in fiamme?
Gesù stesso in pura prosa ha esclamato:
«Dio mio, perché mi hai abbandonato?»

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POETI

Costruiamo febbrilmente sempre nuove sintesi,
scriviamo e parliamo febbrilmente,
fasciamo eventuali ferite con delle bende,
ma la vita ci passa accanto.

Di notte ascoltiamo Mosca e il Vaticano,
leggiamo Züricher Zeitung e Humanité
e rimuginiamo giorno e notte
cos’è mai questo mondo e dove va.

Dubitiamo. Non crediamo a chicchessia, ma
tuttavia siamo ingenui come lo sono ben pochi.
Soffriamo e nella nostra esagerata pena
non ci accorgiamo che patiscono anche gli altri.

Tutt’intorno diffondiamo la nostra tipica emotività,
in noi si dissolvono le immagini del mondo,
siamo la vita su un binario morto o secondario
chissà dove, vicino all’inferno.

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SONO COSÌ MORTALE e insignificante:
il mondo con la mia vita non guadagna niente.
Sono superfluo, scambievole, dispensabile.
Una foglia d’albero in mezzo a un bosco.

Anche il mio popolo: in questo millennio
ha dato al mondo un fagottino di libri buoni.
E con ciò la nostra Terra è un puntino vieto
in margine agli anni luce.

Come sono smarrito, piccina mia,
lo vedi dalla smania che ho della tua bocca.
Della tua bocca e del giorno davanti a te e a me.
E della notte sopra entrambi.

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SVEGLIA

Sono io chi vi arreca l’inquietudine.
Durante il mio canto non potete appisolarvi dopo pranzo,
io voglio avervi per me interamente, come siete.

Non mi conoscete ancora:
io vi sveglierò!
Siete maledettamente intrattabili,
avete le orecchie piene di prediche, di pubblicità e propaganda,
non è facile dissuadervi.

Vi desterò,
anche se dovessi diventare un pagliaccio da circo,
anche se dovessi usare la parola untuosa dei preti moderni,
anche se dovessi portare capelli lunghi e svegliarvi con la chitarra.

Sono disposto a venire da voi in minigonna,
sono disposto ad apparire davanti a voi atteggiandomi ad Amleto
(con il teschio del povero Yorick),
sono disposto a reclamizzare i miei articoli
nella trasmissione pubblicitaria zig-zag alla televisione,
solo per poter piantare nella vostra mente di castroni
qualche chiodo
che nella vostra zucca dura
comincerebbe a tormentarvi così tanto,
da costringervi, maledetti, a darvi una smossa
e finalmente provocare qualche bella insurrezione.

(clicca qui per leggere l’articolo completo con le poesie in lingua originale).

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Ervin Fritz, poeta, drammaturgo, direttore artistico e traduttore sloveno è nato il 27 giugno 1940 a Prebold – Savinjska dolina. Per ragioni di studio e di lavoro si è trasferito giovanissimo nella capitale slovena, dove tuttora risiede. Laureato in drammaturgia all’AGRFT (Accademia per il teatro, la radio, il cinema e la televisione) di Ljubljana. Ha lavorato prevalentemente alla televisione con mansioni diverse fino al pensionamento nel 2003.
Penna molto fertile. Ha scritto – e continua a scrivere – poesia riflessiva, spesso satirico-realistica con motivi dalla vita quotidiana. Ha firmato un’infinità di radiodrammi e sceneggiati televisivi. Anche poesie e testi per l’infanzia per il teatrino delle marionette. Ha ottenuto diversi premi, tra cui nominerò due: nel 1979 l’ambito premio della Fondazione Prešeren e nel 2008 il premio Večernica per la raccolta Vrane (Cornacchie).
Ha pubblicato 17 raccolte di poesia, esordendo con la prima, intitolata Dva (Due) insieme a un amico che poi ha smesso di scrivere poesie dedicandosi con successo alla critica letteraria. Ervin invece ha continuato con altrettanto successo a scrivere poesie, poemetti, epigrammi, frecciate, commenti polemici in rima, dando alle stampe le seguenti raccolte: Hvalnica življenja (Inno alla vita), 1967; Dan današnji (Oggigiorno), 1972; Okruški sveta (Schegge del mondo), 1978; Minevanje (Transizione), 1982; Dejansko stanje (Situazione effettiva), 1985; Slehernik (Un tipo qualsiasi), 1987; Črna skrinjica (Scatola nera), 1991; Svet v naprstniku (Il mondo in un ditale), 1992; Pravzaprav pesmi (In sostanza poesie), 1995; Favn (Il fauno), 1998; Tja čez (Là oltre), 2002; Vrane (Cornacchie), 2007; Drugačen svet (Un mondo diverso), 2008; Dolgi pohod (Lunga escursione), 2010; Žitja (Oleografie), 2012 e Odgovornost poezije (Responsabilità della poesia), 2014-2017. Quest’anno sono uscite tutte le sue raccolte nell’antologia Velika Radost (Grande gioia).

Michail Ajzenberg, due poesie

Michail Ajzenberg, due poesie

*

Gli sbalzi inavvertiti dei giorni
dal successo al silenzio.

Diventa ancor più difficile, più facile. Più difficile.

Ancora più assurdo e casuale.

Guardate: fa scena muta.
Guardate! Una voce tra tante priva
di possessore. Forse, già di nessuno,
serpeggia bassa. (Tutto si aggiusta).

E canta come acqua sotto pressione,
in modo fine e a un tempo improvviso,
mentre assicura: “Sono un corvo! Sono un corvo!”

.

*

Di cosa vive l’anima?

Non l’ho forse nutrita col coltello
tutto l’anno a una tavola imbandita?

A sorsi ha bevuto miseria altrui.
E lì sulle orme dei titani
inciampo io con la mia anima.

Ah, una strega!
Appena udrà il primo tocco, ci si fionderà.
Che sia periferia di Mosca o sia mattino.

E poi dice: ecco qui.

E dice ancora:
“Evita almeno la paternale,

o tu signore,
non sei padrone della tua senilità?

o tu signore,
nell’abisso segreto non sei unito?

Forse non sei unito al fondo
con ogni filo del naturale
che trema nell’insaziabile arsura.
Di questo solo vive.”

Il corpo, fanghiglia ossea.
Ma la sirena urla in testa,
raccogliendo tutto in uno

ogni sforzo, ogni capello.

l’ineluttabile si svela,
esorcizzando in fretta e furia:

– Osso temporale!
– Tempo di bianco natale!
– Buio infernale!
– Aritmia ventricolare!

 .
Traduzione di Elisa Baglioni per il sito Nuovi Argomenti che si ringrazia. In apertura: Wassilij kandinskij, primo acquerello astratto, 1910

.

Michail Ajzenberg nasce nel 1948 a Mosca. Nel 1972 termina la Facoltà di architettura. Ha lavorato fino al 1989 come architetto, negli anni Novanta collabora con riviste letterarie e case editrici tra le quali “Literaturnoe obozrenie”, “Proekt OGI” e “Novoe izdatel’stvo”. In epoca sovietica pubblica nelle riviste d’emigrazione “Vremja i my”, “Kontinent”, “Sintaksis”. Nel 2003 riceve il premio Andrej Belyj. Le opere di saggistica e di poesia sono pubblicate in patria dai primi anni Novanta. Nel 1993 esce la raccolta Ukazatel’ imen (Indice dei nomi), nel 1995 Punktuacija mestnosti(Punteggiatura del territorio), nel 2000 Za krasnymi vorotami (Oltre Krasnye Vorota), seguita da V metre ot nas (A un metro da noi), Rassejannaja massa (Massa diffusa) e nel 2011 Slučajnoe schodstvo (Affinità casuale). Nel 2008 esce il volume antologico Perechod na letnee vremja (Passaggio alla stagione estiva). I suoi saggi sulla poesia del secondo Novecento sono raccolti in Vzgljad na svobodnogo chudožnika(Sguardo su un artista libero, 1997) e Opravdannoe prisutstvie (Presenza giustificata, Novoe Izdatel’stvo, 2005). Vive a Mosca. In Italia sue poesie sono presenti nelle antologie La nuova poesia russa (a cura di P. Galvagni, Crocetti, 2003), Poeti russi oggi (a cura di A. Alleva, Scheiwiller, 2008) e in Otto poeti russi (a cura di A. Niero, “In forma di parole”, n. 2, 2005). Nel 2013 è uscito il volume Poesie scelte (1975-2013), a cura di Elisa Baglioni (Transeuropa).

Meira Delmar, due poesie ed una nota sull’autrice

Meira Delmar, due poesie ed una nota sull’autrice

Il miracolo

Ti penso.
La sera,
non è più una sera;
è il ricordo
di quell’altra, azzurra,
in cui amore
si fece in noi
come un giorno
si fece luce nelle tenebre.
Adesso
quando la invoco credo
di essere stata testimone
di un miracolo.

*

Immigranti

Una terra con cedri, con olivi,
una dolce regione di fresche vigne,
lasciarono vicino al mare, abbandonarono
per il fuoco d’America.

Conservavano tra le labbra
il sapore della resina,
e il fumo profumato del narguileh
negli occhi,
mentre la nave si perdeva tra le onde
lasciandosi dietro le pietre di Beritos,
la valle gioiosa ai piedi delle colline,
e i banchetti del vino attorno alla tavola
preparata nell’estate
sotto il cielo pieno di gemme.

Il mare cambiò nome
una volta, un’altra e un’altra ancora
fino ad arrivare alla scottante riva
dove veloci raffiche
di uccelli dipingevano
di colori e musica improvvisa
l’istante,
e il fragore dei fiumi imitava il ruggito
del giaguaro e del puma
nascosti nella selva.

Su rive e su montagne costruirono case
come in passato la tenda nelle verdi oasi
l’antico avo, e le vecchie parole
iniziarono a scambiare
con le parole nuove
per chiamare le cose,
e seppero condividere il cuore con grandezza
come prima l’otre d’acqua nella sete del deserto.
A volte quando suona il liuto della memoria
e la prima stella
brilla nella sera
ricordano il giorno
in cui il bled scomparve lentamente
dietro l’orizzonte.

(Traduzione dallo spagnolo di Giulia Spagnesi)

*

Meira Delmar – Nel 1921 a Barranquilla (Colombia) nacque Olga Isabel Chams Eljach, figlia di due libanesi, Julian E. Chams e Isabel Eljach. Col tempo, una volta definita la sua vocazione di scrittrice, avrebbe scelto per sé il nome, molto simbolico, di Meira Delmar, talvolta trascritto Del Mar. Studiò nel collegio femminile della città e alla Scuola di Belle Arti dell’Università dell’Atlantico. A nove anni, nel 1931, Olga raggiunse con i suoi genitori e i suoi fratelli il Libano. Il viaggio via mare fu un’avventura interminabile e, soprattutto, indimenticabile. Pochi anni dopo, nel 1937, apparvero nella sezione “Poetesse d’America” di una rivista de L’Avana chiamata «Vanidades», alcune poesie con la firma di Meira Delmar. I quattro componimenti poetici, Tú me crees de piedraCadenaPromesa e El regalo de la lluviaerano i primi componimenti di Olga Isabel Chams Eljach, che aveva già scelto lo pseudonimo con il quale sarebbe diventata famosa. La giovane autrice scelse il suo cognome d’arte per via del suo grande amore per il mare, che la accompagnerà sempre e comunque. Per il nome, invece, fece ricorso alle sue origini arabe e, partendo da Omaira, studiò tutta la serie di possibilità e variazioni che questo nome le poteva offrire. Infine, scelse Meira.
La giovane artista decise di pubblicare i suoi primi versi senza esporsi troppo, ovvero celando la sua vera identità, per timore delle reazioni di familiari e conoscenti. Tuttavia, la sua collaborazione con la rivista cubana proseguì e furono pubblicate altre sue poesie. Nello stesso periodo, altri giornali si manifestarono interessati.
All’età di 20 anni Olga Isabel Chams Eljach, ormai a tutti nota come Meira Delmar, pubblicò la sua prima raccolta poetica, Alba de olvido. Nel 1999 quest’opera fu giudicata dai critici colombiani come uno tra i cento migliori libri del XX secolo e collocata tra le venti migliori opere poetiche dell’intero Novecento. Due anni dopo Alba de olvido, uscì Sitio del amor, seguito nel 1946 da Verdad del sueño. Per questa raccolta Meira ricevette la prima delle tante onorificenze assegnatele nella sua lunga carriera poetica dalle più svariate autorità, associazioni culturali e università. Nel 1951 uscì la sua terza opera, Secreta Isla, nella quale la voce poetica è sempre più nitida e forte.
Nel 1958 Meira fu nominata direttrice della Biblioteca Pública Departamental del Atlántico, carica che lasciò dopo 36 anni. Per decreto governativo oggi tale Biblioteca porta il nome di Meira Delmar, come del resto, anche altri edifici, sale di lettura e centri di ricerca.
Nel 1960 la poesia Soneto a una rosa fu giudicata come uno dei trenta componimenti poetici più belli, facendole vincere un premio dell’Academia Hispanoamericana de Letras.
Undici anni dopo, le venne conferita la Laurea Honoris Causa in Lettere dall’Università dell’Atlantico. Nello stesso anno, uscì una sua prima antologia poetica, col titolo Huésped sin sombra. Appena quattro anni dopo, la poetessa fu eletta Donna dell’anno. Successivamente, si recò negli Stati Uniti, dove sarebbe tornata nel 1985 per partecipare ad un congresso sulla poesia tenuto all’Università di Washington.
Dall’inizio degli anni ’80 si moltiplicano le onorificenze conferite alla poetessa che, inoltre, venne insignita dai più nobili ed importanti titoli colombiani e internazionali.
I tanti riconoscimenti furono poi coronati, nel 1993, dalla Medaglia Simón Bolivar, assegnatale dal Ministero dell’Educazione. Si tratta infatti della massima onorificenza che il governo nazionale può concedere.
Nel 1995 uscì Laúd memorioso e Antología e in questo stesso anno si congedò dalla Biblioteca e fu eletta Membro Onorario della Società Bolivariana della Regione Atlantico.
Negli anni successivi uscirono altre due raccolte, Palabras (1997) e Alguien pasa(1998), e uno studio a lei dedicato, Dossier Meira Delmar, pubblicato dalla Universidad del Norte.
L’Istituto Caro y Cuervo di Bogotà pubblicò Pasa el viento nel 2000, proprio nello stesso periodo in cui l’Università del Atlántico creava il Premio Poesia Meira Delmar.
Dal 2001 ad adesso Meira ha continuato a ricevere riconoscimenti e a essere invitata ai più famosi convegni letterari e alle più celebri fiere librarie della nazione colombiana. Nel 2003 il Congresso della Repubblica la insignì con la Orden de la Democracia Simón Bolívar durante un omaggio reso alla scrittrice dalla Unione Colombo-Araba.
(per questo articolo si ringrazia Fili d’aquilone n.10; per leggere altre poesie ed altre notizie sull’Autrice cliccare sul seguente link: http://www.filidaquilone.it/num010delmar.html)

 

Malcolm Lowry, due poesie

Malcolm Lowry (Birkenhead, Regno Unito, 1909 – Ripe, 1957), due poesie 

 

Felicità

Azzurre montagne innevate, fredde acque azzurre di torrente,
un cielo selvaggio brulicante di stelle nascenti 
e Venere e la luna gibbosa dell’alba,
gabbiani seguono controvento un motoscafo,  
alberi coi rami radicati in aria –
sedendo al sole di mezzogiorno, con l’ombra 
del camino furiosamente fumante della baracca –
le aquile seguono unite la strada del vento,
le rondini marine virano all’indietro,
alle undici un’altra presa di tabacco, 
e il mio amore tornato con l’autobus delle quattro 
–  Mio Dio, perché proprio a noi donasti tutto questo?

[trad. di Francesco Dalessandro, condivisa dal blog “poesie senza pari”]

*

Joseph Conrad

Questa battaglia, come di marinai con la burrasca
Che vola sottovento mentre loro, uniti
In quel caos, si voltano, ognuno sull’annottata
Cuccetta, per sognare nuovamente del caos, o di casa
Il poeta stesso, in lotta con la forma
Della sua opera in spire, conosce; avendo scambiato
Il monotomo mare col proposito, invitando
A irrompergli nella stanza alberi da carico.
Eppure nel suo sangue un fermento marinaro
Benché il cuore girovago senta sforzare il ferro
E il canto delle navi declinanti la rotta di levante
Lo sorregge a domare o essere domato.
Nel sonno tutta notte si arraffia a una vela!
Ma al di là della vita delle navi continuano a sognare le parole.
[condivisa da girodivite.it]

• In apertura: Giovanni Fattori, La torre rossa (o La torre rossa sul mare), forse 1866; olio su tavola, cm 14 x 28; Museo civico Giovanni Fattori, Livorno (immagine dal web)

Timothy Houghton, due poesie da The internal distance

 Timothy Houghton, poesie da The internal distance – selected poems 1989-2012, traduzione di Luigi Fontanella, ed.Mimesis Hebenon (clicca QUI per leggere altro su questo Autore)

Windows
.
The moon
mixing with branches and strretlights,
the voice of your painting
tangles and lifts
the grid rhat overlies our street,
…………………………………………..and nothing
goes on without us. Our city was more complex
than we had ever thought, maybe impossible
like stars we saw tonight
……………………………….from behind our windows – incredibly
despite the streetlights; and how those stars changed
after hours of silence in the streets,
……………………………………………….and we looked again
and saw the snow collected below the lights, falling blue.
Through what other glass,
we wondered, is it the same way there, the same way.
.
.
.
Finestre
.
La luna
confondendosi tra rami e lampioni,
la voce del tuo quadro,
solleva e scompiglia
il reticolo che grava sulle nostre strade,
………………………………………………….e niente
accade senza noi. La nostra città era più misteriosa
di quanto avremmo mai potuto immaginare, quasi irreale,
come le stelle che abbiamo visto stanotte
………………………………………….da dietro le finestre – incredibilmente,
a dispetto dei lampioni; e come quelle stelle mutavano
dopo ore di silenzio nelle strade,
………………………………………….e noi abbiamo guardato di nuovo
e visto la neve, accumulata sotto la luce, cadere con azzurri riflessi.
Attraverso quale altro vetro,
ci siamo chiesti stupiti, è così altrove, è così.
 

*

Sanctuary

Sometimes during visits
we see our mother pretending to bustle

in the quiet of her bedroom
that’s used for storage now –

where she’s kept the windows
swollen shut for over thirty years

for fear that loosening them
will break the glass. The unwashed panes

are giant laboratory slides
preserving a soup of grit and oils

from children’s fingertips:
a history of touches

between herself and the birches
which line our street. The whole warmth

of sunlight coming free of a cloud
and coming in – not here. Lately

my brothers and I discovered
one of our father’s coats

still hanging in the closet
and stood there trading memories

of seeing different aspects of him
in that herring-bone brown.

This means we’ve stopped teasing her
about the room. We keep quiet.

.
Santuario

A volte in occasione di visite
vediamo nostra madre trafficare con falsi pretesti

nella calma della sua vecchia camera da letto,
ora usata come ripostiglio-

dove lei tiene le finestre
ingrossate, chiuse da oltre trent’anni,

per paura che nell’aprirsi
si rompa il vetro. I vetri non lavati

sono vetrini giganti di laboratorio
che proteggono l’attaccaticcio di sporco e di unto

di ditate di bambini:
un passato di strusciate di mano

tra lei e le betulle
che fiancheggiano la nostra strada. Tutto il calore

della luce del sole sfuggito a una nuvola
entra – non qui. Ultimamente

i miei fratelli ed io abbiamo scoperto
uno dei cappotti di nostro padre

ancora appeso nell’armadio
e siamo rimasti lì davanti, scambiandoci ricordi

e ritrovando ogni lato del suo carattere
in quello spigato marrone.

Così abbiamo cessato di prenderla in giro
per quella stanza. Restiamo in silenzio.

Bidel Dehlavi, A volte sono velo a volte specchio

foto-2

da “A volte velo a volte specchio”, Liriche persiane (sec. IX-XIX)

A volte sono velo a volte specchio
del tuo splendore, e trasalisco attonito
dell’immagine tua nel mio pensiero.

Non dell’acqua né della terra
del conforto s’impasta e foggia
l’essenza della mia passione:
sono la folle polvere
di malinconia che il fremito solleva
della tua gazzella fuggitiva.

Io volo e sfiora il cielo l’orlo
del mio cappello, più in alto ancora
proprio perché umiliati io e il desiderio
le ali spezzate abbiamo a causa tua.

Davanti al sommo bisogno s’incurva
la mia schiena come l’anello
da schiavo del mio orecchio,
e se ascendo più in alto fino al cielo
la falce divento della tua luna.

Non distinguo più alcuna differenza
tra il farsi niente e il permanere eterno,
ma vedo bene che un atomo sono
dell’infinito tuo eterno sole.

Che importa se questo mio tempo
me non riconosce! Il tuo specchio anch’io
ormai son diventato: specchio
della Bellezza tua sulle altre eccelsa.

Come potrebbe non gloriarsi il nero
incenso mio che è stato acceso ed arde?
Arde il respiro e ardono i sospiri
cercando il nero neo del volto tuo.

Che mai sia colpito nessuno
dalle invidie dell’emula contesa!
Riarse l’henné dei tuoi piedi vedendo
anche me dal tuo piede calpestato.

Non per le mie lacrime rugiada
sarò della tua primavera:
eccomi invece venditore che offre
il succo del sudore del suo volto
acceso di vergogna
al mostrarsi davanti agli occhi tuoi.

Neanche me stesso col pensiero
mio imperfetto so raggiungere.
Oh, strano mio desiderio! Io desidero
in te la perfezione tua raggiungere.

È qui nel sommo che mirabilmente
terrore e pace posano insieme:
sia nel chiuso del nido che nel volo
sono tue le ali che mi coprono.

Non so nulla di me se non per poco.
So che ero solo sguardo di passione,
e sono adesso solo la visione
che il volto tuo immagina e figura.

Il terreno dell’alta gnosi è mondo
dalle radici della dualità.
Perché non esco ormai fuori di me?
Non sono che il tuo arbusto a sé alienato.

M’arde, o Bidel l’Amantesenzacuore,
la vergogna d’essere privo di un cuore!
No, non posseggo il cuore: ma mi strugge
lo stesso di te la malinconia
per la mancanza e per il desiderio.

*

Mawlānā Abul-Ma’āni Mirzā Abdul-Qādir Bēdil

.

da “A volte velo a volte specchio”, Liriche persiane (sec. IX-XIX), trad. di Carla De Bellis e Iman Mansub Basiri – Editore San Marco dei Giustiniani, 2014 — per questa poesia si ringrazia Titti De Luca.

Jean-Baptiste Para, due poesie

TANQUAM TABULATA NAUFRAGII

Nell’ovale dell’occhio al levarsi d’Orione
Ritroviamo l’ingiuria, le corregge indurite
Il cardine dove l’immagine increspa

E allora diamo al vento che ci devasta
Tre sillabe che s’aggregano, si disgregano
Corridori inchiodati vivi all’azzurro

Una ghiandaia in volo guiderà il nostro tempo
Quando simili alle ombre sopra il fiume
Avremo la forma esatta dell’incerto.

*

TANQUAM TABULATA NAUFRAGII

De l’ovale de l’oeil au lever d’Orion
Nous retrouvons l’injure, les lanières durcies
Le point d’épreuve où l’image se fronce

Et nous donnons au vent qui nous dévaste
Trois syllabes qui s’agrègent, se désagrègent
Coureurs cloués vifs dans le bleu

L’envol d’un geai nous dictera notre âge
Quand pareils à des ombres sur le fleuve
Nous aurons la forme exacte de l’incertain.

§

UNA LEGGERA FEBBRE

Perdere ciò che avrebbe potuto essere
ha lasciato un segno,
una parola mancante
accanto al fogliame
dove sgocciola il tempo.
L’inerte ha dentro un’energia
che io non raggiungerò.
È la nostra stanza sulla strada.
Vorrei guardare il tuo viso
nell’istante che il mondo s’incendia.
Ma tutto ciò che esiste
se lo traduco soffre.
Chi potrebbe separare le ombre
perché di nuovo conoscano l’attesa?
La poesia si impara
stesi sul dorso tra le ortiche.
So che devo soffocare la mia voce.

*

UNE LÉGÈRE FIÈVRE

Perdre ce qui aurait pu être
a laissé une trace,
un mot vacant
du côté du feuillage
où le temps s’égoutte.
L’inerte contient une vitesse
que je n’atteindrai jamais.
C’est notre chambre sur la rue.
Je voudrais regarder ton visage
à l’instant où le monde prend feu.
Mais tout ce qui est
souffre d’être traduit.
Qui pourrait séparer les ombres
pour qu’à nouveau elles connaissent l’attente ?
Le poème s’apprend
à plat ventre dans les orties.
Je sais que je dois étouffer ma voix.

.

Jean-Baptiste Para (1956, Île-de-France, Francia), da La forma esatta dell’incerto (Kolibris Ed., 2014; traduzione di Stefano Serri, Prefazione di Chiara De Luca)

 

Denise Levertov, due poesie

La veglia / The vigil

Quando i topi si svegliano
ed escono alla ricerca
di vita, briciole di vita,
io siedo tranquilla nella mia stanza segreta
cercando di calmare la mente dalle chiacchiere,
dicerie ed eventi, e trovo
la vita, briciole di vita, per nutrirla
fino a quando in silenzio,saziato,
il dio animale all’interno del
santuario ingombro non si mette a parlare. Ahimè!
poveri topi – Non ho lasciato
niente per loro, né pane,
né grasso, né un piatto sporco.
Andate attraverso i muri verso altre cucine;
fate silenzio qui.
Siederò vegliando
ed attenderò il Gatto
che in una lingua umana
pronuncia oracoli inumani
o delicatamente, con i suoi artigli, apre
una serie di scatole cinesi, contenenti ognuna
il Mondo e la sua ombra.
.
§
.
When the mice awaken
and come out to their work of searching
for life, crumbs of life,
I sit quiet in my back room
trying to quiet my mind of its chattering,
rumors andevents, and find
life, crumbs of life, to nourish it
until in stillness, replenished,
theanimal god within the
cluttered shrine speaks. Alas!
poor mice – I have left
nothingfor them, no bread,
no fat, not an unwashed plate.
Go through the walls to otherkitchens;
let it be silent here.
I’ll sit in vigil
awaiting the Cat
who with humantongue
speaks inhuman oracles
or delicately, with its claws, opens
Chinese boxes,each containing
the World and its shadow.
.
.
.
La lezione / The lesson
.
Marta, 5 anni, scarabocchia un disegno e mormora
«Questi sono due angeli. Queste sono due bombe.
Splendono nel sole. La magia
gocciola dalle ali degli angeli».
Nik, 4 anni, ha gridato
attraverso il campo di stoppie, «Guarda,
i fiori stanno danzando ai piedi
dell’albero, e l’albero
guarda giù con tutti i suoi occhi-mela».
Senza esitazione né disputa, parole
adoperate e subito dimenticate.
.
§
.
Martha, 5, scrawling a drawing murmurs
‘These are two angels. These are two bombs. They
are in the sunshine. Magic
is dropping from the angels’ wings’.
Nik, at 4, called
over the stubble field, ‘Look,
the flowers are dancing underneath the
tree, and the tree
is looking down with all its apple-eyes’.
Without hesitation or debate, words
used and at once forgotten.
.
.
Denise Levertov, tratto da Beat city blues – kerouac and Co., Stampa alternativa
(clicca qui per leggere tutto il libro bilingue)
.
*
.
Denise Levertov (Ilford, 24 ottobre 1923 – 20 dicembre 1997), scrittrice e poetessa britannica naturalizzata statunitense. È stata influenzata dalla poesia di William Carlos Williams. Le sue liriche, dedicate alla natura e alla quotidianità, vennero apprezzate da Ferlinghetti che le pubblicò nella collana “Pocket Poets” della City Lights Books. Tra le sue raccolte, Here and Now del 1947 e The Jacob’s Ladder (1961). In italiano è stata realizzata una sola traduzione antologica curata da Mary De Rachelwitz per Mondadori nel 1969.
Traduzione di Simonetta Ferrini; immagine d’apertura: Wassily Kandinsky, Several Circles, 1926