Due poesie di William Cliff

carta e penna

Tempesta

la tempesta avanzava urlando la tempesta
urtava il tetto delle case la tempesta
spingeva continenti di nuvole smontate
la tempesta impediva il sonno del mercante
lo studente inquieto rigirava le sue voglie
nelle pieghe ribelli del letto l’impiegato
con la gamba spezzata sotto il corpo immobile
contemplava il suo tedio distrutto nelle pieghe
della tempesta il conducente sente il volante
sfuggire al suo controllo il venditore locale
vede il telo volar via e i suoi articoli all’aria
il banchiere impaurito tira giù la serranda
sul gabbiotto minacciato della sua agenzia
e le pecore prudenti vanno a ruminare
in un buco senza vento la tempesta va
e viene a sfiatarsi sulle pianure dell’Est
e il cielo sgombro dopo la tempesta lascia
che il gelo venga a massacrare gli insetti
la cui avida ingenza preparava di già
un’estate vana per la terra troppo calda

~

Malinconia

Ho subìto un attacco di malinconia
ritrovandomi solo in mezzo alla terra
vedendo che il sole andava già via
per sprofondare lontano dalla mia sfera.

Il suo raggio luminoso non mi riscalda
la causa è la mia vita fredda come un’arca
nell’indifferenza che la tiene salda
e si tuffa lontano da quella stella.

Non mi resta che scrivere la mia mania
sperando che scrivendola possa calmarsi
e rimanere come un cavallo che si ferma
si volta e aspetta l’ora dell’avena

che schiaccerà lento fra i suoi grossi denti
per dimenticare l’immensità del tempo.

*

William Cliff, al secolo André Imberechts, autore belga classe 1940, è tra i più riconosciuti poeti francofoni contemporanei; autore di libri di viaggio, memorie, testi teatrali e oltre quindici raccolte poetiche. In Italia è da poco stata pubblicata la raccolta Materia chiusa (Elliot 2020), tradotta da Fabrizio Bajec.

Kate Clanchy, due poesie

carta e penna

Due poesie di Kate Clanchy (Glasgow, 6 novembre), scrittrice e poetessa scozzese.

*

Lampioni

E non riusciamo a ricordarci l’afa, dimentichiamo
il sudore e come indossassimo una leggerissima
maglietta sulla pelle irritata, e perdiamo
il gusto dei lamponi, ogni inverno; ma
d’un tratto conosciamo, appena scoppia luglio, la vena
che brucia nella tenda, e da quella luce
– blocco di sole su lenzuola calde e peste –
il mondo ardente in cui cammineremo,
era com’era, il tuo tocco. Non il riposo,
non come partimmo, l’ubriachezza, solo
tu che ti fai avanti rigido, goffo, spaventato,
i miei capelli spiegati, le nostre dita intrecciate,
come i primi stupefatti sobbalzi d’afa
o fra i denti, semi, un sapore di metallo.

~

Poesia per un uomo senza olfatto

Ti scrivo solo per informarti:
che la linea più spessa nelle pieghe della mia mano
ha quell’odore che hanno i vecchi banchi di scuola,
coi nomi incisi in profondità, logori e lucidi di sudore;
che sotto lo spruzzo del mio costoso profumo
le mie ascelle danno una nota bassa forte
come un colpo di palmo sul tamburo di una pentola;
che lo sciacquone umido della mia paura è acuto
come il gusto di un tubo in ferro, a mezzo inverno,
sulla lingua di un bambino; e che talvolta,
per la brezza, i capelli delicati sulla mia nuca
dietro il collo, proprio dove tu dovresti chinare
la testa, esitare e strofinare le labbra,
trattengono un profumo fragile e preciso come
una flotta di navicelle di carta, che salpa verso il mare.

(per i versi si ringrazia il sito The Poeti.it)

Ana Emilia Lahitte, tre poesie

Tre poesie di Ana Emilia Lahitte (La Plata, 19 dicembre 1921 – 10 luglio 2013), poetessa e scrittrice argentina. Ha pubblicato 27 libri suddivisi tra poesia, narrativa, teatro e saggi. Ha collaborato con diversi ministeri alla diffusione della poesia argentina nel mondo.

*

Questa dimora

Questa dimora.
Questa prigione.
…………………Umana
per la temporaneità o per l’illusione
dei suoi cinque pilastri capitali.
Contiene soltanto umori, appetiti,
per chi solo il sangue
rivendica e testimonia.
Ma anche sorveglia
il vertice invisibile,
l’istante decisivo dove convergono
lo sguardo dell’uomo
che insabbia i suoi occhi
per continuare a guardare
……………………….l’orizzonte.

~

Deserti

Gli uomini blu
costeggiano le alte dune.

Non parlano di sete
con chi non la conosce.

Come cibo
condividono silenzi di sabbia.

Sembra che ci separino eterni
orizzonti.

Non sanno
che in loro vive un’altra sete.
Esangue
senza oasi.

Quella dei nostri deserti.

~

Dolcezza

Com’è ardua… com’è serena
questa tristezza
di essere finalmente sola
con l’ombra.

O già senza di essa.

Darío Jaramillo Agudelo, due poesie

carta e penna

Prima c’è la solitudine,
nelle viscere e nel centro dell’anima:
questa è l’essenza, il dato di base, l’unica certezza;
che soltanto ti accompagna il tuo respiro,
che sempre ballerai con la tua ombra,
che quella tenebra sei tu.
Il tuo cuore, quel frutto titubante, non deve amareggiarsi con il tuo fato solitario;
lascialo che aspetti senza sperare
ché l’amore è un regalo che un giorno arriva da solo.
Ma prima c’è la solitudine,
e tu sei solo,
tu sei solo con il tuo peccato originale – con te stesso –.
Forse una sera, alle nove,
compare l’amore e tutto scoppia e qualcosa s’illumina dentro di te,
e ne diventi un altro, meno amaro, più felice;
ma non dimenticarti, specialmente allora,
quando l’amore sarà arrivato e brucerai,
che prima e sempre c’è la tua solitudine
e dopo niente
e dopo, se deve arrivare, c’è l’amore.

~

Però ti amo

Potrei perfettamente escluderti dalla mia vita,
non rispondere alle tue telefonate, non aprirti la porta di casa,
non pensarti, non desiderarti,
non cercarti nei posti comuni e non rivederti più,
girare per le strade dove so che tu non passi,
eliminare dalla mia memoria ogni istante condiviso con te,
ogni ricordo del tuo ricordo,
dimenticare il tuo viso fino al punto di non riconoscerti,
rispondere evasivamente quando mi domanderanno di te
e fare come se tu non fossi mai esistita.

Però ti amo.

*

Darío Jaramillo Agudelo (1947, poeta colombiano) è una delle figure di maggior rilevanza della cosiddetta “generación desencantada”. È autore di numerose opere poetiche che hanno ottenuto diversi premi e riconoscimenti. Nel 2017 ha ottenuto il Premio Nacional de Poesía con El cuerpo y otra cosa.

Henrik Nordbrandt, tre poesie

carta e penna

Henrik Nordbrandt, tre poesie

*

Se un giorno ci venisse in mente di incontrarci
(cosa di cui in fondo dubito)
allora per amor di Dio scegliamo un luogo
in cui nessuno di noi  è mai stato prima.
Una qualche isola in disparte nell’Egeo
o una spiaggia nei pressi di Alessandria.
Un posto dove i giardini notturni non ci portino
subito a vedere noi stessi
come fantasmi, dove la gente scorgendoci
non finisca subito per pensare
a chi è morto dopo il nostro ultimo incontro
e dove non compariamo nelle loro storie.
Potremmo passare la notte insieme
a bere, a parlare di nulla
e magari remare sul mare al chiaro di luna
e se non ci venisse in mente di annegarci
potremmo separarci prima dell’alba
felici, prima di essere tornati sobri.
– Se dunque esiste un posto così
(cosa di cui come ho detto dubito)
un posto in cui persino certi tardi sprazzi di sole
e i profumi di certi alberi notturni
di tanto in tanto non ci ricordino che abbiamo provato
tutto questo tante volte prima, senza successo.
Oppure lasciamo perdere l’idea di incontrarci.

***

Cominciai presto, a grande distanza,
quando le mie parole erano ancora solo parole.
A ora di pranzo erano diventate pietre,
quando le pietre sembravano troppo leggere
e i miei passi continuavano la memoria
che non riusciva più a tenergli dietro.

La strada era ancora al suo inizio
più incerta a ogni istante
che superava le stesse grigie rocce.
Venni scoperto dalla mia ombra,
quando l’ombra scomparve sotto di me
ma non abbastanza a lungo da fermare il mio discorso.

Ciò che dicevo non riusciva più
a sopportare il peso del tempo che passava.
Perciò avanzavo camminando all’indietro.
Lancio dopo lancio le pietre mi raccoglievano
dal paesaggio sul quale cadevano.
Il senso di tutto divenne il suono

della mia mezza impresa. Non andava.
Non era più possibile camminare
laddove l’incedere era ascoltare la propria fine.
Laddove le pietre pronunciavano forte il proprio peso
e ogni parola soppesava la sua particolare pietra
man mano che le raccoglievo.

Così abbiamo costruito la Casa di Dio.

La casa di Dio (Kolibris, 2014)

***

Sorriso

Quando ti vidi in sogno
ti voltasti verso di me

con il dito sul labbro
e le sopracciglia alzate

sorridendo, prima di continuare
camminando sulle punte

attraverso la stanza
illuminata dalla luna, abbandonata,

che d’improvviso compresi
avrebbe rappresentato la mia vita.

Il nostro amore è come Bisanzio (Donzelli, 2000)

*

Poeta danese, nato a Copenaghen il 21 marzo 1945. Fin dal suo esordio nel 1966 con il volume di liriche Digte (Poesie) si è rivelato tra i maggiori talenti del suo paese, dove ha ottenuto numerosi riconoscimenti. Dal 1977 N. ha viaggiato e soggiornato frequentemente in Spagna, Turchia, Grecia e Italia.

Nella poesia di Henrik Nordbrandt il misticismo e la sensualità dei personaggi si oppongono ad atmosfere di freddo grigiore nordico. Tutta la sua produzione, da Ode til blæksprutten og andre kærlighedsdigte (1975, Ode alla seppia e altre poesie d’amore) a Ormene ved himlens port (1995, I vermi alle porte del cielo) e Drømmebroer (1998, Ponti dei sogni), è impregnata di vitalismo mediterraneo; mentre gli oggetti e i particolari, anche i più minuti, assumono una valenza simbolica che ne trascende l’apparente insignificanza (Forsvar for vinden under døren, 1980, Apologia del vento sotto la porta). In Håndens skælven i november (1986, Il tremito della mano a novembre) Nordbrandt esprime il suo disagio per il grigiore del mese di novembre e di riflesso per il clima e per la vita del Nord Europa. (Treccani Enciclopedia)

Tahar Ben Jelloun, due poesie

Paul Klee - 1914 - Garden in St Germain in Tunisia

Due poesie di Tahar Ben Jelloun (Fes, Marocco, 1944), scrittore, poeta e saggista marocchino, principalmente noto per i suoi scritti sull’immigrazione e il razzismo.

*

La luce del giorno lentamente traccia sul
campo pudico di terra bianca il contorno di un
corpo amoroso.
Sul corpo nudo scivola la brezza del mattino.
Un vento breve drizza il seno
poi le anche. Sulla cima del ginocchio
impazzisce l’uccello del paradiso.
È un cuore che palpita
o è la terra che si spazientisce?
Il desiderio si è disteso nel letto del fiume lontano.
Corpo d’amore
brace di luce
attendi la notte per l’amplesso solitario.
Son io che ti invento
ti guardo fremere e muovere
la tempesta ti gonfia le labbra e t’irrigidisce il busto
una palma si china sui tuoi capelli che spandono fuoco
ti so fiume, leggenda e musica.
Ma il tramonto ti ha spento,
ultima stella che accompagnava il sole.
Giunta la notte, nessun pensiero ti esalta.
Questa è la solitudine:
un corpo appena nominato è portato via dalle parole.

~

La mia patria è un volto

La mia patria è un volto
un chiarore essenziale
una fontana di sorgente viva
È mano che attende
trepida il crepuscolo
per posarsi sulla mia spalla
È una voce
di singhiozzi e di risa
un sussurro per labbra che tremano
La mia patria non ha altro orizzonte
che trattenuta tenerezza
negli occhi neri
una lacrima di luce
sulle ciglia
È un corpo di tormenti
preziosi
come un fascio di radici
vicino alla tera calda
È poesia
generata dall’assenza
un paese che nasce
sul bordo del tempo e dell’esilio
dopo un sonno profondo
sospeso a un albero
dai fragili rami
agitati nel vento
La mia patria è un incontro
avvenuto su un letto di foglie
una carezza per dire
e uno sguardo per dormire
paese lontano dalle parole
tanto da calpestare il ricordo
Tra le nostre dita
un ruscello
perché il silenzio sia
Il mio viso è di quel cielo ostinato
vuoto
ferito dall’eleganza del rifiuto
La mia caduta il nostro amore
albero dissanguato
sfigurato dalla grazia spezzata
lo stesso dolore
ha afferrato i nostri corpi
Restano quei versi
cordoglio tardivo
per una patria che non ha più volto.

*

da Stelle velate. Poesie 1966-1995 (Einaudi, 1998), trad. it. Egi Volterrani — Per questi versi si ringrazia il sito Internopoesia.

In apertura: Paul Klee, 1914, Garden in St Germain in Tunisia.

Erich Fried, tre poesie

cuore

Tre poesie di Erich Fried (Vienna, 1921 – Baden-Baden, 1988); poeta austriaco naturalizzato britannico. Ebreo, fu costretto ad abbandonare il suo paese nel 1938 dopo l’occupazione nazista; emigrato a Londra, fu giornalista e commentatore del programma in lingua tedesca della BBC.

*

TU

Dove non c’è libertà
tu sei la libertà
dove non c’è dignità
tu sei la dignità
dove non c’è calore
e vicinanza tra esseri umani
tu sei la vicinanza e il calore
cuore del mondo insensibile
Le tue labbra e la tua lingua
sono domande e risposte
Tra le tue braccia e nel tuo grembo
c’è qualcosa che somiglia alla pace
ogni tua forzata partenza
anela il ritorno
sei l’inizio del futuro
cuore di un mondo insensibile.
Non sei un concetto di fede
nessuna filosofia
nessuna regola o proprietà
a cui aggrapparsi
e puoi sbagliare e dubitare e lasciar correre
cuore del mondo insensibile.
Chi ha nostalgia di te
quando io ho nostalgia di te?
Chi ti accarezza
quando la mia mano ti cerca?
Sono io o sono
i resti della mia gioventù?
Sono io o sono gli inizi
della mia vecchiaia?
E’ il mio coraggio di vivere
o la mia paura di morire?
E perchè la mia nostalgia
dovrebbe dirti qualcosa?
E che cosa ti dà la mia esperienza
che mi ha solo reso triste?
E che cosa ti danno le mie poesie
in cui dico soltanto
come è diventato difficile
essere o dare?
Eppure brilla nel giardino
il sole nel vento prima della pioggia
e profuma l’ erba che muore
e il ligustro
e io ti guardo
e la mia mano tastando ti cerca.

~

LA VITA SAREBBE FORSE PIÙ SEMPLICE

La vita sarebbe forse più semplice
se io non ti avessi mai incontrata.
Meno tristezza
ogni volta che dobbiamo separarci
meno paura
della prossima separazione
e di quella che verrà ancora.
E anche poco
di quella nostalgia impotente
che quando non ci sei
vuole l’impossibile
e subito
e fra un istante
e che poi, poichè non è possibile,
resta turbata
e respira a fatica.
La vita sarebbe forse più semplice
se io non ti avessi mai incontrata,
soltanto non sarebbe la mia vita.

~

NEI PENSIERI

Pensarti
e pensare a te
e pensare soltanto a te

e pensare a berti
e pensare ad amarti
e pensare e sperare

e sperare e sperare

e sperare sempre più
di rivederti sempre.
Non vederti

e nei pensieri
non soltanto pensarti
ma già berti
e già amarti.

E soltanto allora aprire gli occhi
e nei pensieri
soltanto allora vederti
e poi pensarti

e poi di nuovo amarti
e poi di nuovo berti
e poi vederti sempre più bella

e poi vederti pensare
e pensare che ti vedo
E vedere che posso pensarti

e sentirti
anche se per tanto tempo ancora
non potrò vederti.

Michael Strunge, due poesie

ph.AnGre

Michael Strunge Jensen (n.1958), noto anche con lo pseudonimo di Simon Lack, è stato un poeta danese. Considerato come il poeta postmoderno danese più influente e il più studiato, ha scritto 12 raccolte di poesie dal debutto nel 1978 alla morte prematura nel 1986.

*

Nostro

Il nostro amore, una fluttuante poesia
di perfetta mancanza di forma
in cui nessuna regola ci lega le mani
quando cercano lo spirito dei nostri corpi
in cui diventiamo uno nel desiderio di contenere ed essere contenuti
e uno diventa due nel reciproco desiderio
in cui nessuna confusa nebbia ci frena gli occhi
quando cercano i corpi del nostro spirito
in cui diventiamo uno nel reciproco desiderio
e io/tu diventa due nel desiderio di essere contenuti e contenere
in cui nessun caos distorce i pensieri dei nostri sentimenti
quando cercano i pensieri dei nostri sentimenti
in cui diventiamo noi nel desiderio di contenere ed essere contenuti

l’uno dall’altra
in cui l’amore diventa una poesia.

~

Ciò che verrà 

Ciò che verrà
sono monti in fiamme di voglia di vivere
e uccelli che canteranno con voce sottile e forte
la resurrezione della terra.
Ciò che verrà
sono tuoni di voci
gridate sugli abissi della città, un tempo grondanti veleno,
con la forza del ronzio di tutti i sensi:

«Noi conquistiamo di nuovo il nostro pianeta
rompiamo le immagini di noi nei rigidi elaboratori elettronici
di cemento.
Siamo il nuovo popolo
cantiamo le nostre anime
cosicché la mediocrità degli ingannatori e dei potenti
finirà in pezzi e in angoscia.
Noi siamo la nuova chiarezza
conquistata nella lotta contro le macchine
noi siamo la nuova forza creativa
che crea bellezza ed eternità
dalle rovine del vecchio
nella tecnologia, nella natura
nella scienza, nell’arte
nell’accordo…
(nella città, nello spazio!)»

Ciò che verrà
sono vittoria e saggezza
conquistate col canto del bambino
sul segnale elettrico del fiore.

Ciò che verrà
è il nuovo/vecchio
l’estraneo/evidente/sconosciuto
la consapevolezza della coesione del tutto
trovata nell’amicizia e nelle parole
tra le stelle e il popolo del mondo.

*

Versi tratti da La velocità della vita (Elliot, 2014), a cura di B. Berni

Thierry Metz, versi e prosa

Versi e prosa di Thierry Metz

***

Dov’è il fratello alchemico
uomo della prima
dell’ultima cena
dalla voce scarlatta, lieto
nell’avvampare delle mani
sulla tavola inventata
il volto in fiamme
come un’alba
come acqua
che si ritira meravigliata
come una notte
che si consuma
in oscura creta
il volto
come un uccello semplificato

 da Sulla tavola inventata (trad. di R. Corsi, Edizioni degli Animali, 2018)

~

16 giugno. L’agenzia di lavoro temporaneo mi ha trovato un impiego in una cooperativa operaia. Otto ore al giorno. Salario minimo.

Dopo i macelli, la fabbrica, torno all’edilizia.

Il cantiere si trova in una piccola via a senso unico. Si trasforma una fabbrica di scarpe in residenza di lusso. Sono rimasti solo i muri. L’interno è vuoto, né pavimento, né tramezzo. È vecchio. Tutto da rifare: consolidare le fondazioni esistenti, aprire le entrate dei garage, posare i pavimenti, costruire il vano per l’ascensore, armare la scala. Tutto. C’è da lavorare.

Un badile, un piccone. Il manovale deve cercare con questo, fare il giro, perdersi…

Un principiante: ecco cos’è. La sua memoria è solamente una rete d’acqua, una sorgente dimentica del fiume.

I suoi movimenti sono semplici: quelli di un uccello. Sale, scende, raccoglie ramoscelli, paglia, cortecce. Quello che capita.

Per delimitare il campo che si stende intorno al suo nome, gli occorre tracciare un cerchio con quello che ha: terra, rovine, pietre, istruzioni, pezzi di gesso, attese, stanchezze…

Qualcosa su cui meditare un giorno. Nient’altro.

da Diario di un manovale (traduzione di A. Ponso, Edizioni degli animali, 2020).

~

Vagavo tra losanghe
Con tutti gli alfabeti della terra
Nelle tasche
E scrivevo sui muri
Sui portoni
Incollavo grandi lettere alitanti
Come rospi
Cifre color spiga
Che suonavano la pietra con i tacchi
Immane la fatica di dire tutto alle case
Lo sforzo di estrarle dall’argilla.

da Dire tutto alle case (traduzione e cura di Mia Lecomte, Interno poesia, 2021)

***

Nato a Parigi nel 1956, autodidatta, Thierry Metz, dopo il servizio militare, a ventun anni si sposa e si trasferisce nei dintorni di Agen, nel dipartimento di Lot-et-Garonne. Qui lavora come manovale e operaio a giornata e comincia a scrivere, incoraggiato dalla moglie e dai tre figli.

Nel 1988 esce la sua prima raccolta; lo stesso anno Vincent, il secondo figlio di otto anni, muore davanti ai suoi occhi travolto da un’auto. Metz crolla da allora in una deriva psichiatrica di depressione e alcolismo che dopo il trasferimento a Bordeaux, nel 1996, e due ricoveri ospedalieri, il 16 aprile 1997 lo porterà al suicidio.

In vita ha pubblicato nove raccolte poetiche, di cui due con l’editore Gallimard, a cui sono finora seguite otto pubblicazioni postume.

Kate Clanchy, tre poesie

cuore

Tre poesie di Kate Clanchy (1965), scrittrice e poetessa scozzese.

🕊

Scoppia il ritardo

Immaginavo che ti sarei mancata, pensavo
ti saresti aggirato sul parquet con delle strane
calze logore, guardato l’orologio starsene fermo,
fatto tardi al lavoro, scritto il mio nome tutto maiuscolo
tenuti premuti Maiusc/Interr, perso autobus e pasti
o seduto con la forchetta a mezza via, perso, per interi minuti,
ore, dormito male, tardi, sognato inseguimenti, tremato
mandato le dita a sprimacciare il cuscino, trovato
il vuoto, svegliato di colpo, girato, abbracciato un’assenza,
un dolore, passeggiato, alba umida naturalmente,
avvolto in un impermeabile con il collo su, sbirciato
una fetta di faccia, fermato un estraneo, avuto amnesie;
come me. Ogni volta, corro a schiacciare la tua faccia
sulla mia, la mia, che splende di pioggia immaginaria.

*

Contenti

Era come camminare nella nebbia, nella nebbia e nel fango,
ti ricordi, amore? Seguimmo,
per una volta, il sentiero turistico, serrati nella foschia,
consapevoli solo dei piedi e del respiro,
e sulla cima, ci sedemmo mano nella mano, e lasciammo
che le vette scalate e le vette da scalare
si rivelassero e si velassero di nuovo
silenziose, secondo il vento dominante.

*

Incantesimo

Se, al tuo scrittoio, metti da parte il lavoro,
prendi giù un libro, cerchi questi versi
e leggi che io sto lì in ginocchio, l’orecchio
contro il tuo petto dove i muscoli
si inarcano come grossi tomi che si aprono, in curve
di gabbiani, attraverso le onde sonore del tuo cuore,
e che mi passi le dita fra i capelli,
sfilando dalla massa ribelle ciocche
sottili come segnalibri di seta scarlatta,
e mi accarezzi le guance come se lisciassi
veline tra rigide illustrazioni,
e mi tiri verso di te
per leggermi solo negli occhi, vedrai,
in monocromo argento, te stesso,
seduto al tuo scrittoio, prendere giù un libro,
cercare questi versi, e allora, amore,
non saprai chi di noi due legge
ora, chi scrive, e chi è scritto.

(per i versi si ringrazia il sito The Poeti.it)

Mirkka Rekola, due poesie

carta e penna

Due poesie da Siedo in questo treno lungo un viaggio (Joker, 2016, trad. it. A. Parente) di Mirkka Rekola (1931-2014); vincitrice di vari premi letterari è annoverabile tra i classici della poesia finlandese ed è uno dei maggiori rappresentanti del “modernismo finnico”.

🕊

Sono forse io quegli elementi di cui mi servo?
Oggi dico no,
oggi, che ne sono prigioniera,
devo ripetere ancora una volta no.
Annuncio soltanto il fuoco: pronto è il giorno,
terra che in me brucia in questo modo.

Eri talmente a settentrione
che lo sguardo raggiunse l’orizzonte,
e l’unica parola che lasciai per te
mi infreddolì.
Qui per te sono il pegno del nulla
il flutto dismesso dal vento
e puoi guardare.

Il giorno accreditato come un bonifico
su un conto a me ignoto,
e talmente corporea mi sento
per quanto sia possibile in questa situazione.
Ogni notte procede affiancata al giorno
né prima, né dopo.
Come quel merlo corvino
canta di giorno, di notte.
E una bruma minuta si alza sulla breve serata
dalle foglie degli alberi, dai volti,
a volte di anonima origine,
respiro sulla pelle della tua mano e dico:
così fa il vento quando gli piaci.

*

Al mio posto

I miei occhi sempre all’ombra del falco.
Temo il colpo improvviso
né mi celo in foglie di cavolo
eccomi qui
immersa tra tronchi sottili.

Dico che ce ne sono diverse
di linee taglienti che passano
loro devono volare
perché io rimanga qui
l’ombra deve mutare di continuo.
Altrimenti giungerà in me l’uccello del vento
alla fine in picchiata la sua ombra
il becco aperto.

La poesia unisce: versi di Sergej Esenin e di Viktor Neborak

angel

🕊

Due poesie di Sergej Esenin (1895 – 1925; poeta russo)

.

Sul piatto azzurro del cielo
C’è un fumo melato di nuvole gialle,
La notte sogna. Dormono gli uomini,
L’angoscia solo me tormenta.

Intersecato di nubi,
Il bosco respira un dolce fumo.
Dentro l’anello dei crepacci celesti
Il declivio tende le dita.

Dalla palude giunge il grido dell’airone,
Il chiaro gorgoglio dell’acqua,
E dalle nuvole occhieggia,
Come una goccia, una stella solitaria.

Potere con essa, in quel torbido fumo,
Appiccare un incendio nel bosco,
E insieme perirvi come un lampo nel cielo.

**

Non invano hanno soffiato i venti,
non invano c’è stata la tempesta.
Un misterioso qualcuno ha colmato
i miei occhi di placida luce.

Qualcuno con primaverile dolcezza
ha placato nella nebbia azzurrina
la mia nostalgia per una bellissima,
ma straniera, arcana terra.

Non mi opprime il latteo silenzio,
non mi angoscia la paura delle stelle.
Mi sono affezionato al mondo e all’eterno
come al focolare natio.

Tutto in esso è buono e santo,
e ciò che turba è luminoso.
Schiocca sul vetro del lago
il papavero rosso del tramonto.

E senza volerlo nel mare di grano
un’immagine si strappa dalla lingua:
il cielo che ha figliato
lecca il suo rosso vitello.

.

🕊

Due poesie di Viktor Neborak (1961; poeta, prosatore, critico letterario e traduttore ucraino)

.

La gabbia con il leone

Il leone è colui che emana fiori di sangue,
baffuto Maupassant, la morte con la criniera,
inspira col respiro le belle donne oltre le sbarre
e lecca la soave durezza dei loro ventri.
I loro capelli fluttuano attraverso il ferro,
i loro fianchi si muovono, tremanti,
le loro dita nella criniera, come in un bosco,
sono camosci pavidi, goccioline amare,
le gole di cristallo, gli occhietti
fumosi, le lingue vivaci…
S’intreccia un dolce sospiro nella criniera,
urlano le leonesse, impallidiscono i giovani.

**

Monologo canino

Il corpo del defunto è stato rinvenuto
nel fosso in mezzo al cortile, appeso
alla catena, ed è stato seppellito
dietro l’orto

Giulbars s’è impiccato – un cane suicida!
L’anima di Giulbars la cacceranno dal cielo.
Là gli diranno: non sei crepato come si conviene!
Là lo tireranno su per la coda e per …

Giulbars si è impiccato alla catena, di notte,
Proprio un kino nocne 1: spettatori-ratti,
e sospiri, e ululati,
e corteggiamenti, e copulazioni!

Giulbars s’è impiccato! Ehi, voi, mi sentite?!
Voi leggete “Foglie d’erba”2?
Marquez? Borges? Hesse? “I-ching”?
Giulbars s’è impiccato! Ecco la novità.

Tu ti chiami poeta, e lui – cane.
Te ti tormenta la poesia,
Lui invece – la catena.
Tu un giorno un’imbrattacarte di professione
diventerai,
Invece Giulbars ha scelto non la carne, ma lo spirito!

Per quanto si può abbaiare alla luna!
Per quanto si può aspettare lo stipendio?
Per quanto si può azzannare i vostri sederi? –
Per l’eternità? –
Fino alla morte!

(Che mestiere schizofrenico –
tutta la vita badare ai polli e alle capre
e mandarle al macello… )

La terra e il cielo illumina
La costellazione del Cane!

(Dal web)

Riproponiamo: Andrej Rodionov, due poesie ed una nota sull’autore.

La letteratura non fa la guerra. Essa non può essere elemento di discriminazione, né manipolata per i propri fini; attenzione a non cadere in certi errori del passato, che tanto passato non sembra essere…

🕊

Andrej Rodionov, due poesie ed una nota sull’autore

(per questo articolo si ringrazia Roberto Bertoldo)

tratte da “La massa critica del cuore…”, antologia di poesia russa contemporanea (cura, scelta e traduzione di Massimo Maurizio – Ed.Mimesis-Hebenon, 2013)

***
In verità lui già era ubriaco
Quando i ravioli portarono nei piatti
Alla stazione Savëlovskij, in mezzo ai macachi,
Disse con dolore: “Voi siete dei cerbiatti.
Se al posto di ‘sta merda ci fosse qui la neve,
Al posto del giubbotto di pelle un bel cappotto,
Sulle teste pelate un berretto come si deve
Non ci faremmo di certo vedere qua sotto.
E i ravioli, ostriche per noi beoni,
Non ci rimarrebbero dentro i gargarozzi.
Alla stazione Savëlovskij, alla stazione,
Non andremmo con auto rotte e zozze
I caffè e i bar qui san davvero tanti,
Persin più dei ravioli che ci siamo fatti.
Ed i ravioli non son merce soltanto:
Sono le ostriche per i cerbiatti”.
Lui scomparve alla sesta bottiglia,
Mi risvegliai a Medvedkovo, all’una e poi
Andai a casa, sorridevo con cipiglio,
Pensavo a come il fato si fa beffe di noi.
.
.
.
***
A smettere di vivere c’avran pensato in tanti,
Una volta almeno ognuno quest’idea concepì,
Ma non tutti san del cocktail dei suicidi aspiranti
La ricetta, che è liquore di banana con kefir.
.
Anche a me questa ricetta era ignota,
Ma nel novantaquattro ne venni a conoscenza:
Un mio amico che decise di farla finita,
Prima di morire mi dischiuse la sua essenza.
.
Eravam sulla Tverskaja in un negozio con un bar,
E mi chiese aiuto all’improvviso:
Un gommone da qualche parte avrei dovuto a lui trovar,
A lui che d’annegarsi si decise.
.
Con sé aveva preso una certa donnetta
Anche lei con la vita voleva saldare il conto,
Lui voleva che io fossi capitan della barchetta,
Avrei dovuto aiutarli ad annegarsi, a andare a fondo.
.
Il suo piano era il seguente: in un lago
Io li porto proprio al centro e gli lego
Mani e piedi con nodi belli stretti,
Per farli andare a fondo, andar giù dritti.
.
Dopo che io nell’acqua I i avrei lasciati andare,
Lasciati, come si dice, sul correre dell’onda,
E se la natura si fosse voluta ribellare,
Se qualcuno c ‘avesse ripensato a andare a fondo,
.
Aiutandomi coi remi avrei dovuto con violenza
In quell’idrico bacino mandarli verso il fondo.
Così desiderava lui finire I ‘esistenza
Insieme a quella donna, per togliersi dal mondo!
.
lo non trovai la forza per opporgli un rifiuto,
Mi limitai a non andare da lui il giorno fissato.
La sera speravo di vederlo seduto
AI bar, io decisi ch’era solo uno svitato.
.
Quella sera però non Io vidi affatto,
Né il giorno seguente, né la settimana che venne.
Un mese passò, pensai che in qualche anfratto
D’un lago aveva trovato il giaciglio suo perenne.
.
II millenovecentonovantotto fu quando,
Un quattro anni dopo la storia narrata,
Sulla Neglinnaja andavo, una sigaretta fumando,
E Io vidi a un tratto sotto un’arcata.
.
Vendeva porno a un tavolino e se ne stava lì sotto,
Lui non mi riconobbe, non so per che ragione.
Gli comprai un calendario con una qualche mignotta
E passai oltre assorto nelle mie meditazioni.
.
Quindi c’aveva ripensato ad annegarsi, alla fine,
Affogata l’amica probabilmente,
Sulla barca vide dal fondo salir le bollicine
Non volle figurar nel protocollo degli eventi.
.
E ora se ne sta lì e fa il suo commercio in santa pace,
E soltanto la sera, a casa sua, nella sua tana,
Come una volta in cucina mischiare gli piace
Di nuovo kefir e liquor di banana.
.
.
.

Andrej Rodionov, oggi riconosciuto come una delle voci più autorevoli del panorama poetico russo contemporaneo, ha debuttato all’inizio del nuovo secolo, facendo da subito parlare di sé, tanto per la novità della recitazione dal vivo, ispirata al sound­-poetry e al rap, quanto anche per le tematiche trattate. La sua lirica è volutamente grossolana, il verso accentuativo strizza l’occhio alla lettura tribunizia di Majakovskij, ma il lessico rimanda alla scena musicale del post-punk degli anni Novanta e del folclore criminale di stampo urbano.

La posizione di “osservatore partecipante”, riprendendo una definizione utilizzata da I. Kukulin e tratta dal lessico antropologico, porta Rodionov a utilizzare la stessa lingua dei personaggi che ritrae ed esamina, gli abitanti delle periferie operaie, sognatori delusi, le cui dipendenze appaiono come l’unica via d’uscita da un grigiore onnipresente. II poeta si identifica in maniera totale tanto con i suoi eroi, giovani con tendenze semicriminali, alcolisti, prostitute, quanto con un mondo alla rovescia, intimamente sbagliato, ma che si sa essere l’unico possibile, un mondo retto da leggi particolari, comprensibili soltanto ai suoi abitanti e paradossalmente basate su un codice etico ben più saldo di quello della Mosca del centro e delle periferie prospere.

La lirica di Rodionov è implicitamente romantica, essa descrive un mondo frammentato e violento, sogni e speranze vane, alle quali è impossibile rinunciare. Nei confronti dei suoi protagonisti e di se stesso Rodionov ha un atteggiamento disincantato, ironico, che spesso sconfina in un atteggiamento cinico, ma che mitiga il tragismo di questi versi. Essi sono lo specchio dello stato di crisi della società dopo il fallimento delle utopie, delle ideologie e dei valori che per un secolo l’hanno caratterizzata nel bene e nel male. L'(anti)estetica rude e volgare di Rodionov è, a ben guardare, l’estetica della Mosca di oggi, di una metropoli priva di un’identità definita, nella quale vagano figure costantemente alla ricerca di un’appartenenza e di punti fermi, che si sanno essere ormai irrimediabilmente scomparsi.

Ingrid De Kok, due poesie

 Ingrid De Kok, due poesie da Other Signs (Kwela Books, 2011)

Per questo articolo si ringrazia la rivista “Atelier poesia”.
.
Vocazione
.
Ci sono venuta da sola ma la via del nettare mi ha aiutato.
Ci sono stati altri segni, come sempre ci sono.
La bussola di mio padre per darmi la direzione.
I messaggi in aria di mia madre,
.
Frecce bianche agli incroci, dipinte da amici,
Il codice dell’infanzia, tutti e sette i sensi,
Segnali di pericolo lanciati da sconosciuti,
Le tombe del mio paese, i suoi recinti elettrici.
.
Uno zaino di canzoni, una mappa di parole,
Perfino un rimario.
Una Bibbia, dieci penne, carta filigranata.
Oggetti ordinari per lo più.
.
Le stelle sono state indispensabili, certo,
Anche la luna, a volte una pillola amara.
E un po’ di vento ha continuato a battere le ali venate
Piegando me e il salice al suo volere.
.
Per trovare la strada mi raccontavo storie.
Quella di Arianna mi è servita ma il suo filo di seta
Ti lega le caviglie se non fai attenzione.
E non mi sono persa, anche se tutto si è ridotto
.
A una dimora che un tempo respirava
Occupata per poco
Dove canzoni, il suono del liuto,
Perfino il graffio della penna, non si sentono più.
.
Dal tetto in rovina
Proviene un unico suono:
Il verso indifferente di un gufo.
Ruota il capo,
Inclina i ciuffi delle orecchie,
Getta lo sguardo
Nel buio
Guardando, aspettando, come deve,
.
Che io e altri cantori,
Altre prede necessarie,
Troviamo la strada nella boscaglia
Ci liberiamo dei nostri zaini preziosi
.
Miglio dopo ultimo miglio,
Mentre veniamo qui
Di nuovo all’inizio e alla fine,
Silenzio, luogo di riposo.
.
.
*
.
Vocation
.
I led myself here though the honeyguide helped.
There were other signs, as there always are.
Father’s compass to spin me around,
Mother’s messages in the air,
.
White arrows at crossoroads, painted by friends
Childhood’s morse, all seven senses,
Warning flares fired by strangers,
My country’s graves, its electric fence.
.
A backpack of songs, a map of words,
Even a rythming dictionary.
A bible, ten pens, watermarked paper.
Most things quite ordinary.
.
The stars of course were indispensable,
Also the moon, though sometimes a bitter pill.
And a little wind kept beating its veined wings
For the willow and me to bend to its will.
.
To find my way I told myself stories.
Ariadne’s helped but her silken twine
Encircles your ankles if you’re not careful.
And I am not lost, though things are winding down
.
To a once breathing house
On short-term lease
Where song, recorded lute,
Even pen’s scrape, have almost ceased.
.
From the crumbling roof
Only one sound left:
An owl’s indifferent hoot.
It swivels its head,
Tilts its tufted ear,
Casts its eyes
Into the dark
Watching, waiting, as it must,
.
For me and other singers,
Other necessary prey,
To find our way through the brush,
To shed our precision packs
.
Mile by last mile,
As we lead ourselves here
Back to the beginning and the end,
Silence, resting place.
.
.
.
Tutto considerato
.
Non si poteva fare più
Di quanto è stato fatto
.
Non è colpa di nessuno
Solo indifferenza ordinaria
.
Poteva andare peggio
Tutto distrutto
.
Famiglie intere sepolte
Lunghe file di rifugiati
.
Incendi da spegnere
Inondazioni da governare
Letti di ossa
Crateri
.
Disastro di più vasta scala
Di fronte a tutto questo
.
Una piccola morte
Quasi senza peso
.
Tutto considerato
.
.
*
.
All things considered
.
Not much more could have been done
That was done
.
Nobody culpable
Just normal indifference
.
It could have been worse
Everything ruined
.
Whole families buried
Long lines of refugees
.
Fires to extinguish
Floods to manage
.
Bone beds
Craters
.
Disasters on a bigger scale
Balanced against this
.
Small death
Almost weightless
.
All things considered
.
.
(Traduzioni dall’inglese di Paola Splendore)
.
.

Ingrid De Kok: nata nel 1951 nei pressi di Johannesburg, Ingrid De Kok emigra in Canada negli anni settanta. Nel 1983 torna in Sudafrica dove tuttora dirige un programma di educazione per adulti presso l’Università di Cape Town ed è impegnata in varie attività editoriali e culturali. Quattro le raccolte poetiche principali: Familiar Ground (1988), Transfer (1997), Terrestrial Things (2002) e Seasonal Fires (2006). La poesia di De Kok, tradotta in molte lingue europee e in giapponese, appare per la prima volta in traduzione italiana nell’antologia Mappe del corpo edita nel 2008 da Donzelli.

Per non dimenticare…

Pietre d'inciampo a Roma -ph.Giorgio Chiantini

Pavel Friedman (7 Gennaio 1921 – 29 Settembre 1944) ebreo cecoslovacco, nato a Praga e deportato al campo di concentramento di Tezerin 26 Aprile 1942, situato nella Repubblica Ceca. Scrisse la poesia “La farfalla” su un pezzo di carta ritrovato dopo la liberazione e donato al Museo Ebraico.

.

La farfalla

L’ultima, proprio l’ultima,
di un giallo così intenso, così
assolutamente giallo,
come una lacrima di sole quando cade
sopra una roccia bianca
così gialla, così gialla!

L’ultima
volava in alto leggera,
aleggiava sicura
per baciare il suo ultimo mondo.
Tra qualche giorno
sarà già la mia settima settimana
di ghetto: i miei mi hanno ritrovato qui
e qui mi chiamano i fiori di ruta
e il bianco candeliere del castagno
nel cortile.
Ma qui non ho visto nessuna farfalla.
Quella dell’altra volta fu l’ultima:
le farfalle non vivono nel ghetto.

*

Selma Meerbaum-Eisinger (Czernowitz, 5 febbraio 1924 – Michajlovka, 16 dicembre 1942) è stata una poetessa tedesca di origine ebrea.
Nell’ottobre del 1942, dopo un periodo di soggiorno obbligato nel Ghetto di Czernowitz, Selma Meerbaum viene deportata insieme ai genitori nel campo di lavoro di Michajlovka, dove muore di tifo dopo pochi mesi di detenzione.

.

Mattino

Il vento canta la sua ninna nanna
con un fruscìo di sogno,
teneramente adula le foglie.
Mi lascio sedurre e spio quel canto
e mi sento come i prati.

Scrosci nell’aria
rinfrescano il mio viso
cocente, racchiuso nell’attesa.
Nuvole in viaggio riversano la bianca
luce che hanno rubato al sole.

La vecchia acacia
spande il suo silenzio
nel tremulo intrico di foglie.
Gli aromi della terra si alzano, salgono
e scendono poi su di me.

*

Itzhak Katznenelson, nato in Polonia nel 1886, viene ucciso nel campo di concentramento di Auschwitz nel 1944. Vive la deportazione e l’internamento lasciando in eredità un canto: “Il canto del popolo yiddish messo a morte”. Katzenelson  racconta l’orrore con una lingua materna, un canto di culla, “affettivo”, lo yiddish, la lingua parlata da 11 milioni di ebrei d’Europa prima della Shoah e dopo la Shoah quasi totalmente cancellata.

.

Canta

Canta, prendi l’arpa nella tua mano vuota, svuotata e lieve,
sulle sue corde magre getta le tue dita dure,
come cuori in pena, l’ultimo dei canti,
canto degli ultimi yidn sul suolo d’Europa.

Come faccio a cantare? Come aprire la bocca
se sono rimasto io solo solamente?
Mi moglie, i miei due cuccioli, orrendo
un orrore mi scuote, piangere, da lontano sento piangere.

Canta, canta, solleva in alto la tua voce di pena e di rovina.
Cerca, cercalo lassù da qualche parte, se ancora ci sta.
E cantagli, canta per lui l’ultimo canto dell’ultimo degli yidin,
vissuto, morto, non sepolto e nient’altro.

Come faccio a cantare? Come posso levare la testa?
Mia moglie portata via, il mio Bentzi e Yomele,
piccolino,
non li ho più e non mi lasciano mai.
Ombre scure dei miei luminosi, ombre gelate e cieche.

Canta, canta un’ultima volta ancora sulla terra, getta
la testa indietro, rovescia gli occhi pesanti su di lui
e canta per l’ultima volta, suona per lui sull’arpa.
Non ce n’è più di yidn. Messi a morte
non ce ne sono più.

***

– testi dal web; fotografia di Giorgio Chiantini –