Bidel Dehlavi, A volte sono velo a volte specchio

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da “A volte velo a volte specchio”, Liriche persiane (sec. IX-XIX)

A volte sono velo a volte specchio
del tuo splendore, e trasalisco attonito
dell’immagine tua nel mio pensiero.

Non dell’acqua né della terra
del conforto s’impasta e foggia
l’essenza della mia passione:
sono la folle polvere
di malinconia che il fremito solleva
della tua gazzella fuggitiva.

Io volo e sfiora il cielo l’orlo
del mio cappello, più in alto ancora
proprio perché umiliati io e il desiderio
le ali spezzate abbiamo a causa tua.

Davanti al sommo bisogno s’incurva
la mia schiena come l’anello
da schiavo del mio orecchio,
e se ascendo più in alto fino al cielo
la falce divento della tua luna.

Non distinguo più alcuna differenza
tra il farsi niente e il permanere eterno,
ma vedo bene che un atomo sono
dell’infinito tuo eterno sole.

Che importa se questo mio tempo
me non riconosce! Il tuo specchio anch’io
ormai son diventato: specchio
della Bellezza tua sulle altre eccelsa.

Come potrebbe non gloriarsi il nero
incenso mio che è stato acceso ed arde?
Arde il respiro e ardono i sospiri
cercando il nero neo del volto tuo.

Che mai sia colpito nessuno
dalle invidie dell’emula contesa!
Riarse l’henné dei tuoi piedi vedendo
anche me dal tuo piede calpestato.

Non per le mie lacrime rugiada
sarò della tua primavera:
eccomi invece venditore che offre
il succo del sudore del suo volto
acceso di vergogna
al mostrarsi davanti agli occhi tuoi.

Neanche me stesso col pensiero
mio imperfetto so raggiungere.
Oh, strano mio desiderio! Io desidero
in te la perfezione tua raggiungere.

È qui nel sommo che mirabilmente
terrore e pace posano insieme:
sia nel chiuso del nido che nel volo
sono tue le ali che mi coprono.

Non so nulla di me se non per poco.
So che ero solo sguardo di passione,
e sono adesso solo la visione
che il volto tuo immagina e figura.

Il terreno dell’alta gnosi è mondo
dalle radici della dualità.
Perché non esco ormai fuori di me?
Non sono che il tuo arbusto a sé alienato.

M’arde, o Bidel l’Amantesenzacuore,
la vergogna d’essere privo di un cuore!
No, non posseggo il cuore: ma mi strugge
lo stesso di te la malinconia
per la mancanza e per il desiderio.

*

Mawlānā Abul-Ma’āni Mirzā Abdul-Qādir Bēdil

.

da “A volte velo a volte specchio”, Liriche persiane (sec. IX-XIX), trad. di Carla De Bellis e Iman Mansub Basiri – Editore San Marco dei Giustiniani, 2014 — per questa poesia si ringrazia Titti De Luca.

Jean-Baptiste Para, due poesie

TANQUAM TABULATA NAUFRAGII

Nell’ovale dell’occhio al levarsi d’Orione
Ritroviamo l’ingiuria, le corregge indurite
Il cardine dove l’immagine increspa

E allora diamo al vento che ci devasta
Tre sillabe che s’aggregano, si disgregano
Corridori inchiodati vivi all’azzurro

Una ghiandaia in volo guiderà il nostro tempo
Quando simili alle ombre sopra il fiume
Avremo la forma esatta dell’incerto.

*

TANQUAM TABULATA NAUFRAGII

De l’ovale de l’oeil au lever d’Orion
Nous retrouvons l’injure, les lanières durcies
Le point d’épreuve où l’image se fronce

Et nous donnons au vent qui nous dévaste
Trois syllabes qui s’agrègent, se désagrègent
Coureurs cloués vifs dans le bleu

L’envol d’un geai nous dictera notre âge
Quand pareils à des ombres sur le fleuve
Nous aurons la forme exacte de l’incertain.

§

UNA LEGGERA FEBBRE

Perdere ciò che avrebbe potuto essere
ha lasciato un segno,
una parola mancante
accanto al fogliame
dove sgocciola il tempo.
L’inerte ha dentro un’energia
che io non raggiungerò.
È la nostra stanza sulla strada.
Vorrei guardare il tuo viso
nell’istante che il mondo s’incendia.
Ma tutto ciò che esiste
se lo traduco soffre.
Chi potrebbe separare le ombre
perché di nuovo conoscano l’attesa?
La poesia si impara
stesi sul dorso tra le ortiche.
So che devo soffocare la mia voce.

*

UNE LÉGÈRE FIÈVRE

Perdre ce qui aurait pu être
a laissé une trace,
un mot vacant
du côté du feuillage
où le temps s’égoutte.
L’inerte contient une vitesse
que je n’atteindrai jamais.
C’est notre chambre sur la rue.
Je voudrais regarder ton visage
à l’instant où le monde prend feu.
Mais tout ce qui est
souffre d’être traduit.
Qui pourrait séparer les ombres
pour qu’à nouveau elles connaissent l’attente ?
Le poème s’apprend
à plat ventre dans les orties.
Je sais que je dois étouffer ma voix.

.

Jean-Baptiste Para (1956, Île-de-France, Francia), da La forma esatta dell’incerto (Kolibris Ed., 2014; traduzione di Stefano Serri, Prefazione di Chiara De Luca)

 

Denise Levertov, due poesie

La veglia / The vigil

Quando i topi si svegliano
ed escono alla ricerca
di vita, briciole di vita,
io siedo tranquilla nella mia stanza segreta
cercando di calmare la mente dalle chiacchiere,
dicerie ed eventi, e trovo
la vita, briciole di vita, per nutrirla
fino a quando in silenzio,saziato,
il dio animale all’interno del
santuario ingombro non si mette a parlare. Ahimè!
poveri topi – Non ho lasciato
niente per loro, né pane,
né grasso, né un piatto sporco.
Andate attraverso i muri verso altre cucine;
fate silenzio qui.
Siederò vegliando
ed attenderò il Gatto
che in una lingua umana
pronuncia oracoli inumani
o delicatamente, con i suoi artigli, apre
una serie di scatole cinesi, contenenti ognuna
il Mondo e la sua ombra.
.
§
.
When the mice awaken
and come out to their work of searching
for life, crumbs of life,
I sit quiet in my back room
trying to quiet my mind of its chattering,
rumors andevents, and find
life, crumbs of life, to nourish it
until in stillness, replenished,
theanimal god within the
cluttered shrine speaks. Alas!
poor mice – I have left
nothingfor them, no bread,
no fat, not an unwashed plate.
Go through the walls to otherkitchens;
let it be silent here.
I’ll sit in vigil
awaiting the Cat
who with humantongue
speaks inhuman oracles
or delicately, with its claws, opens
Chinese boxes,each containing
the World and its shadow.
.
.
.
La lezione / The lesson
.
Marta, 5 anni, scarabocchia un disegno e mormora
«Questi sono due angeli. Queste sono due bombe.
Splendono nel sole. La magia
gocciola dalle ali degli angeli».
Nik, 4 anni, ha gridato
attraverso il campo di stoppie, «Guarda,
i fiori stanno danzando ai piedi
dell’albero, e l’albero
guarda giù con tutti i suoi occhi-mela».
Senza esitazione né disputa, parole
adoperate e subito dimenticate.
.
§
.
Martha, 5, scrawling a drawing murmurs
‘These are two angels. These are two bombs. They
are in the sunshine. Magic
is dropping from the angels’ wings’.
Nik, at 4, called
over the stubble field, ‘Look,
the flowers are dancing underneath the
tree, and the tree
is looking down with all its apple-eyes’.
Without hesitation or debate, words
used and at once forgotten.
.
.
Denise Levertov, tratto da Beat city blues – kerouac and Co., Stampa alternativa
(clicca qui per leggere tutto il libro bilingue)
.
*
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Denise Levertov (Ilford, 24 ottobre 1923 – 20 dicembre 1997), scrittrice e poetessa britannica naturalizzata statunitense. È stata influenzata dalla poesia di William Carlos Williams. Le sue liriche, dedicate alla natura e alla quotidianità, vennero apprezzate da Ferlinghetti che le pubblicò nella collana “Pocket Poets” della City Lights Books. Tra le sue raccolte, Here and Now del 1947 e The Jacob’s Ladder (1961). In italiano è stata realizzata una sola traduzione antologica curata da Mary De Rachelwitz per Mondadori nel 1969.
Traduzione di Simonetta Ferrini; immagine d’apertura: Wassily Kandinsky, Several Circles, 1926

giorno x giorno amore: Giovanni Luca Asmundo

XV.
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I suoi fiori sanno di tramonto
sole acquietato in terrazze azzurrate
.
(geografia capovolta in vicinanza
il suo significante
grembo del nuovo bacino del mare)
.
gioia che sgorga dagli occhi e languore
cercatrice d’arance-orizzonti
.
lieve il respiro affidato
allaccio di sogni.
(da Disattese. Coro di donne mediterranee, Versante Ripido, 2019)

.

Tra quattro canti e cunti
la brezza della cala
le dita sulla sua poesia carezze
come la luce è miele ai fichidindia.
Teatro che ruotava
volteggi gialli e azzurri
tra bronzi floreali
notti splendenti, zise.
E la città restituita
si addobbava a festa
donava pace agli anni
e il cielo navigava nei suoi occhi.
(inedito)

di Gianluca Asmundo (di Palermo e residente a Venezia); immagine: opera di Igor Mitoraj –  Foto LaPresse – Marco Cantile)

 

giorno x giorno amore: Fabrizio Bregoli

L’AMORE AL TEMPO DEI PÒKEMON
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– Il segreto è trattenere, riavvolgere
in una bolla evanescente, un fiato
appena un po’ più lieve d’un rammarico –
poco più oltre stentava un fischio cupo
uno scompiglio tenero, d’estate.
Mi chiedi se sia amore tutto questo
o solo un suo resistere, svoltare
in controsterzo, moneta fuori corso.
.
A ogni bivio tocca scegliere un terzo
cunicolo di fuga, un lasco equivoco
per potervi detergere le mani.
O solo sfogliare qualche tarlato
almanacco, un album dei calciatori
magari quello raro, d’un mondiale,
raschiare il pulviscolo d’argento
da qualche fotogramma, Fritz Lang o Leni Riefensthal.
.
Di questo turbinare a scarna luce
rimane un solco abraso tra le righe,
una cartina muta da imbrogliare.
In sere come queste tutto svaga
o rimane fedele al suo mutare.
I volti si dissolvono nei volti
le mani nelle mani. Si consuma
un’alea di silenzio, un lieto fine.
(da “Zero al quoto”, puntoacapo, 2018)

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TRE PUNTI
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Perché se magari accidentalmente
volessi dare senso a questo esisterci
come un allume caustico sui tempi
come pronuncia pura, senza dieresi
non troverei sapienza di grammatica
che possa regolare questo assolverci
ridurci al noi che siamo, che saremo
non scoverei parole verbi accenti
ma solo la modestia tipografica
la discrezione vera e consapevole
che regge l’equilibrio di una frase.
.
Così attenderti al minimo sussulto
del passo che t’annuncia sulle scale
è indugio breve d’una virgola, invece
un punto cadenzato ad una virgola
la pausa trattenuta d’un silenzio
acceso a persistenza d’un pensiero,
parentesi il sigillo dove chiudere
quell’attimo di scorno che rapprende,
tre punti – sai – in sospensione complice
l’esatta curvatura del restare
il viverci, il cercarci corpo a corpo
come la scritta degli sceneggiati
che con fiducia recita “continua…”
Tre punti da contare, ma uno ad uno
perché non ci si arresti solo al primo
un punto fermo grave sbigottito
come lo schianto secco d’un sipario.
(da “Il senso della neve”, puntoacapo, 2016)

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di Fabrizio Bregoli (nato nel bresciano, risiede da vent’anni in Brianza); immagine: René Magritte, Les Amants)

giorno x giorno amore: Agata De Nuccio

Metti il sigillo sulle mie labbra
e perdonami
se ho soffiato sulla fiamma
che tu stesso hai accesso,
perdona la mia vigile attenzione,
per ogni tuo sospiro
perdonami se le mie labbra,
cercano il tuo cuore nudo.
la tua dolcezza,
si prende gioco di me e mi irride,
metti il sigillo sulle mie labbra
ed io ricamerò
carezze con la lingua
e filo d’oro, mentre ti scrivo
con le mani piene di poesia.
.
.
.
Amo, e ringrazio il cielo
l’ho imparato in volo,
con te
che ti sei fatto albatro
per farmi volare
sopra un foglio bianco,
mi sono persa nel tramonto
nel continente del mio corpo,
amo e ti amo,
fino all’incandescenza
fonderò il mio respiro con il tuo
si appanneranno i vetri del cielo
e con dito infantile scriverò
il nome tuo.
.
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inediti di Agata De Nuccio (nata nel Salento e residente da anni a Verona); immagine: Émile Friant Les Amoureux

giorno x giorno amore: Angela De Leo

SOLO AMORE

E l’Amore,
vecchio quanto il mondo,
fissò al chiodo il dolore
e aveva negli occhi
il pianto
che inondò quel silenzio
dimentico di parole…
Lei le raccolse
per farne collane
da appendere al cuore.
Contro ogni fuga tra le stelle
e ritorno tra mani di tenerezza
perché tutto riannodasse
Amore…
(e tutto si fece vela
di luna e di sole, di terra
e di cielo,
di Infinito più forte
d’ogni muto dolore..)
.
.
.

LUMINESCENZA

Attraversato il sogno
gli anelli di luce incontrano
il loro stupore
di cielo levigato
quasi un intreccio di stelle
a chiedere l’inizio
di una storia
l’incanto di un amore
che uncini
…………….l’Infinito
in una sola luminosa gloria
smemorata
del sogno indissolubile
ed eterno
di scoprirsi due in uno
Mistero il sorriso
d’argento di due sposi
a raccontarsi l’alba
e la rosa…
(a sfogliare petali di spine)
.
.
inediti di Angela De Leo (Corato); in apertura, opera di Sir Lawrence Alma-Tadema

giorno x giorno amore: Francesco Paolo Dellaquila

portami lungo un tratturo di ulivi
dove la mia terra
non conosce l’inverno
dove i muri a secco
hanno parole romantiche della solitudine
dove la felicità
la trovi nel gracchiare delle gazze
nella circolazione complessa delle formiche
nella distrazione di una lucertola al sole
.
.
.
È domenica
c’è tanto del tuo volto
in questo giorno come in altri ancora
e questa dolcezza e questa bellezza
che mi porti accanto
con la tua parola che sconfina
oltre ogni pensiero
È domenica
anche la pioggia sa d’amore
.
– A mia moglie –
.
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inediti di Francesco Paolo Dellaquila (Barletta); immagine: fotografia by AnGre

giorno x giorno amore: Flavio Almerighi

AMORE

Spiaggia in deriva
che il mare divora
in cambio di scogli.
.
.
.

TIENIMI CON TE

tienimi con te non per le canzoni
o le parole, nemmeno le più belle,
non per il mare che sappiamo imitare,
nemmeno per gli occhi:
e sì combatto ogni giorno
per quelle luci
.
non per la costa o i campanili,
nemmeno per i sassi in forma di testa cuore
raccolti sul greto del fiume,
o perché l’alba con te luce di più,
nemmeno per il valore aggiunto alle notti
.
un giorno può durare un secolo
o i momenti sul tuo seno.
tienimi con te
non sei nessun altro,
tienimi con te
.
.
inediti di Flavio Almerighi (Castelbolognese – RA; immagine: Emil Nolde, Mezza luna sul mare, acquerello).

Marie Takvam, Tu

TRAMONTO-ROMANO-bb-acquedotti-antichi

Tu

Devi essere arrivato in città!
Lo vedo chiaramente.
Tutte le case mi stanno sorridendo.
Hanno capito che ti amo.

Devi essere arrivato in città!
Lo vedo dagli alberi del parco.
Hanno foglie vibranti,
ricevono baci dal sole e dal vento.

Devi essere arrivato in città!
Perciò
questa gioia incredibile
dalla luce e dall’aria
dalle barche a vela e nella brezza.

Tutto è diverso oggi.
Quel che ieri era una lunga serie di case grigie
oggi è dipinta di oro e porpora
dal tramonto del sole.

Quella che ieri era gente qualunque
che andava al bus o all’auto
oggi sono persone
con una vita dentro.

Ciò che ieri era traffico e frastuono
oggi è il battito del cuore della città
quello grande che fa muovere tutto!

In breve: tu devi essere arrivato in città!

*

Marie Takvam (1926-2008; poetessa, romanziera, scrittrice di libri per bambini, drammaturga e attrice norvegese).

da AA.VV. Nuove poesie d’amore, Crocetti Editore

Rileggendo il 2020: AA.VV. Fase 1, cinquantacinque giorni diversi / e-book scaricabile gratuitamente

 *

AA.VV. FASE 1

clicca qui per scaricare gratuitamente 

*

Di questo 2020, che ormai volge al termine, vorremmo che rimanesse, tra tanto buio, almeno il ricordo buono di una poesia...Il sasso nello stagno di AnGre ripropone un ebook importante, che segna un momento storico indelebile….Si ringraziano di cuore gli autori; per leggere l’ebook-pdf basta scaricarlo gratuitamente, cliccando sul titolo sotto l’immagine d’apertura. [AnGre]

*

“[…] Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato. Sì, questo è il significato di quella tempesta di sabbia”

 Haruki Murakami, Kafka sulla spiaggia (Torino, Einaudi 2008).

.

Sono giorni di cospetti sincopati
sempre con la stessa opaca visione.
Questo IO che ho scandagliato
fino all’estrema pazienza di conviverci.
E rendermi conto che
una parte di noi stessi è l’altro.
.
.
.
Città vuote,
il paesaggio senz’uomini
è una natura morta, un render d’architettura,
e natura naturans incessante, e indifferente,
-il gioco del mosaico del tabacco-
in riequilibrio vitale continuo.
.
.
.
Fermo resto qui adesso
Strappo via anima inquieta
Lascio volare via ogni sensazione.
Limbo di svolta eccolo qui
Tutto si muove prende forma
Santuario sono
Involucro di speranza resto.
.
.
.
non ho mai smesso di scrivere
sciocchezze in bilico tra
l’imitazione e il nulla, ottone
d’importazione per candelabri spenti,
non sono pronto a odiare primavere
ed estate, conto le api.
.
.
.
Oggi ho perduto qualcosa.
Lo so.
Ma non chiedermi cosa perché non so.
Ogni giorno perdiamo qualcosa.
Un po’ di vita
ai quattro angoli.
.
.
(versi estratti dall’eBook FASE 1)

Hirokazu Ogura: Natale, un giorno

buon natale da Il sasso nello stagno by AnGre

Natale, un giorno di Hirokazu Ogura 

Perché
dappertutto ci sono così tanti recinti?
In fondo tutto il mondo e un grande recinto.
.
Perché
la gente parla lingue diverse?
In fondo tutti diciamo le stesse cose.
.
Perché
il colore della pelle non è indifferente?
In fondo siamo tutti diversi.
.
Perché
gli adulti fanno la guerra?
Dio certamente non lo vuole.
.
Perché
avvelenano la terra?
Abbiamo solo quella.
.
A Natale – un giorno – gli uomini andranno d’accordo in tutto il mondo.
Allora ci sarà un enorme albero di Natale con milioni di candele.
Ognuno ne terrà una in mano, e nessuno riuscirà a vedere l’enorme albero fino alla punta.
.
Allora tutti si diranno “Buon Natale!” a Natale, un giorno.

*

Hirokazu Ogura è un misterioso poeta giapponese di cui non si conosce l’anno di nascita. Si tramanda di una casa sul lago Hizoruky nella quale sarebbe vissuto e morto di una malattia, ovviamente misteriosa anch’essa. Esiste una versione che ipotizza che l’autore sia morto di infarto, ma nulla è certo. “Natale, un giorno” è una delle sue più celebri poesie che riflette splendidamente le tensioni sociali, culturali e religiose.

(da oubliettemagazine.com che si ringrazia)

Luiza Neto Jorge, versi da AA.VV. Gli abbracci feriti

Tamara de Lempicka - La Dormeuse, 1931-32

Versi di Luiza Neto Jorge (Lisbona, 1939-1989)

Difficile Poesia d’Amore (frammenti)

Mi separo da te nei solstizi d’estate, davanti al tavolo del giudice supremo degli amanti. Perché i giudici mi possano giudicare, conosceranno per prima cosa l’amore disonesto infinito fatto di maree ambulanti di spini nelle palpebre dove le strade sono i punti unici del furore erotico e dove tutti i punti unici dell’amore sono strade strettissime velocissime

che si percorrono come un filo a piombo senza oscillazione

Mai ti ho conosciuto – cosi spiego la tua sparizione. O piuttosto: mi sono separata da te nel solstizio di un’ state oltrepassata. Le donne camminavano per la città completamente nude di corpo e spirito. Gli uomini si mordevano in fregola. Imperturbabile mi sei appartenuto. Cosi ci ci siamo separati.

Il tuo amore spia il mio corpo di lontano. Di lontano gesti gli rispondo. Possiedo radici nei vulcani tenerezze intime paure recluse baci nei denti.

Solo l’amore ha una voce e un gesto persino nel volto dell’idea che mi sono imposta della morte.

Sei cosi unico tu, come la notte è un astro.

Sulla polvere che ti copre il petto lascio il mio biglietto da visita il mio nome professione domicilio telefono.

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Difícil Poema de Amor (fragmentos)

Separo-me de ti nos solstícios de venão, diante da mesa do juiz supremo dos amantes. Para que os juizes me possam julgar, conhecerão primeiro o amor desonesto infinito feito de marés ambulantes de espinhos mas pálpebras onde as ruas são os pontos únicos do furor erótico e onde todos pontos únicos do amor são ruas estreitíssimas velocíssimas

que se percorrem como um fio de prumo sem oscilação

 Nunca te conheci – assim explico o teu desaparecimento. Ou antes: separei-me de ti no solstício de um verão ultrapassado. As mulheres viajavam pela cidade compIetamente nuas de corpo e espírito. Os homens mordiam-se com cio. Imperturbável pertenceste-me. Assim nos separàmos.

 O teu amor espreita o meu corpo de longe. De longe por gestos lhe respondo. Tenho raízes nos vulcões ternuras íntimas medos reclusos beijos nos dentes.

 Só o amor tem uma voz e um gesto mesmo no rosto da idéia que me impus da morte.

És tu tão único como a noite é um astro.

 Sobre a poeira que te cobre o peito deixo o meu cartão de visita o meu nome profissão morada telefone.

 Terra Imóvel, 1964

*

da AA.VV.Gli abbracci feriti, poetesse portoghesi di oggi – Universale Economica Feltrinelli, 1980; in apertura: Tamara de Lempicka, La Dormeuse (1932)

José Eduardo Degrazia, tre poesie da Pioggia Antica

José Eduardo Degrazia, tre poesie da Pioggia Antica

LA NITIDEZZA DELLE COSE

Nel silenzio di casa, quando il legno si spezza,
aspetto i movimenti degli ingranaggi del tempo,
la manifestazione evidente della macchina del mondo,
le pale del mulino che macinano la farina dei giorni,
i denti che recidono la pelle della feroce esistenza,
lo scorrere dei minuti dell’orologio naufrago dei domani.
Il ronzio della mosca contro la sua immagine nel vetro.

Nel silenzio di casa, quando tremano i mobili
e oscillano gli elettrodomestici nel riflesso del vetro,
stridendo in un coro liturgico tra le monete
nitide sotto il sole e le pale che tritano emozioni,
e la puleggia che bisbiglia parole contro l’indifferenza,
il destino delle posate e piatti prigionieri, lentamente
si disfano in argilla e ruggine mortale.

Le cose muoiono senza panico mentre guardiamo
distratti il vento che solleva le tende della stanza.

Soltanto le cose sono nitide e hanno un’anima, e credono
nella vita eterna.

§

A NITIDEZ DAS COISAS

No silêncio da casa, quando as madeiras estalam,
espero o movimento da engrenagem do tempo,
a manifestação evidente da máquina do mundo,
as pás do moinho moendo a farinha dos dias,
os dentes trincando a pele da feroz existência,
o rolar dos minutos no relógio náufrago da manhã,
o zumbido da mosca contra sua imagem no vidro.

No silêncio da casa, quando estremecem os móveis
e trepidam os eletrodomésticos nas redomas de vidro,
zunindo em uníssono cantochão entre as moedas
nítidas do sol e as moendas trituradoras de emoções,
a polia que range a palavra contra a indiferença,
o destino dos pratos e talheres prisioneiros, lentamente
desfazendo-se em barro e mortal ferrugem.

As coisas morrem sem pânico enquanto olhamos
distraídos o vento que levanta as cortinas da sala.

Só as coisas são nítidas e têm alma, e acreditam
na vida eterna.

*

IL TAVOLO DELLA FAMIGLIA

Legno invecchiato dal tempo.
Resina impregnata di tempo.
Cosi il tavolo e la famiglia riunita,
e i rischi del coltello nella carne del legno,
e il vino versato, la macchia,
il sale, la lacrima, sole sul legno.
La mano che levigò il solco, la vena,
la mano graffiata dal tempo: legno.
Albero notturno caduto, abbattuto dall’ascia,
albero piantato dal tempo.
Seduti attorno al tavolo, il padre,
la madre, i figli: album di ritratti.
Il tavolo rimane in mezzo alla stanza:
o di più: ombre.

§

A MESA DA FAMÍLIA

Madeira crestada de tempo.
Resina impregnada de tempo.
Assim a mesa e a família reunida,
e os riscos de faca no cerne da madeira,
e o vinho derramado, a mancha,
o sal, a lágrima, sol na madeira.
A mão que alisou o sulco, o veio,
a mão gretada de tempo: madeira.
Árvore noturna caída, pelo machado abatida,
árvore do tempo plantada.
À volta da mesa sentados, o pai,
a mãe, os filhos: álbum de retratos.
A mesa permanece no meio da sala:
o mais: sombras.

*

SILENZIO

Non pensare che questo silenzio
sia semplice assenza di voci,

c’è lo stupore del fiore che sboccia
abisso del passero notturno

che gratta furtivo lo specchio della memoria.
(Il silenzio è il seme di qualcosa di più antico.)

Nel silenzio l’esistenza attenua
una realtà di frutto.

Non pensare che questo silenzio
sia semplice assenza di voci.

§

SILÊNCIO

Não penses que este silêncio
é simples ausência de vozes,

há o espanto da flor nascendo
abismo de pássaro noturno

riscando o espelho furtivo da memória.
(O silêncio é semente de algo mais antigo.)

No silêncio a vivência adelgaça
uma realidade de fruto.

Não penses que este silêncio
é simples ausência de vozes.

*

da Pioggia Antica: Antologia Poetica (a cura di Gaetano Longo, trad. di Iris Faion, Franco Puzzo Editore, Trieste, 2013). Poesie e nota bio-bibliografica tratte da “Fili d’aquilone num.38” — In apertura: opera fotografica di  Francesca Woodman

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José Eduardo Degrazia, poeta e narratore brasiliano, nonché medico oftalmologo, nasce a Porto Alegre nel 1951. È membro dell’Accademia Rio-Grandense di Lettere e ha pubblicato vari volumi di poesia, fra i quali Lavra Permanente (1975), Cidade Submersa (1979), A porta do sol (l982), O Amor essa Palavra (1982), Piano Arcano (1999), Três livros de poesia (antologia, 2002), A urna Guarani (2004), Um animal espera (2010), Corpo do Brasil (2011), A flor fugaz (2011), Nova Iorque – New York (2014). Ha dato alle stampe anche racconti, romanzi e libri per l’infanzia ed è presente in importanti antologie della poesia brasiliana contemporanea. In Italia sono uscite due raccolte, Lavoro Perenne (Trieste, 1996) e Pioggia antica (Franco Puzzo Editore, 2013), entrambe curate da Gaetano Longo. L’autore ha vinto prestigiosi premi in Brasile e all’estero, in Italia ha ricevuto nel 2013 il Premio Internazionale Trieste di Poesia. In lui, parallela alla genesi poetica, troviamo il certosino lavoro del traduttore di grandi scrittori, molti dei quali di lingua spagnola, come Pablo Neruda. È come se tra un libro e l’altro il poeta avesse bisogno di estraniarsi da se stesso, stabilendo un dialogo vivo con altri autori. Il contatto con poeti di lingua spagnola latinoamericani è probabilmente favorito non solo dalla posizione geografica della regione in cui è nato e cresciuto, al confine con l’Argentina, il Paraguay e l’Uruguay, ma anche dalla sua straordinaria apertura, curiosità e disponibilità ad accogliere l’altro, il che fa sì che rompa le frontiere tradizionali che da sempre separano gli scrittori di lingua portoghese da quelli di lingua spagnola, frontiera che si è proiettata dal Portogallo e dalla Spagna sulle loro colonie sudamericane e che dura fin quasi ai nostri giorni.

Gianmario Lucini, L’altro profeta

Oggi, 28 ottobre, ricordando Gianmario Lucini.

Il sasso nello stagno di AnGre

– per gentile concessione del sito poiein.it che si ringrazia –

Gianmario Lucini (1953-2014)

L’altro profeta

[La poesia, con toni a volte sdegnati, a volte ironici e a volta lirici, addita la categoria dei “falsi profeti”, coloro che hanno verità ad uso e consumo di obiettivi esterni, di secondi fini che in realtà sono forme di umiliazione e di oppressione dell’uomo, in nome non di una giustizia che viene da una visione trascendente ma di una giustizia “del sistema”, del più forte].

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E’ sul volto del febbraio che inizi a titubare.
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La terra s’apre e tu ti fai di sasso
cammini indietro, t’involgi
dentro l’utero del tempo abominando
il nuovo da radici morte
e non vedi i giovani corpi e spiriti che vanno
dietro all’amore liberi uccelli trasmigranti
e l’innocenza che si lascia alle spalle
definitivamente
l’irredimibile feticcio de la parola proclamata
alta e sapiente e padrona su noi

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