Domenico Modugno, Che cosa sono le nuvole? – sassi sonori

Che io possa esser dannato
Se non ti amo
E se così non fosse
Non capirei più niente
Tutto il mio folle amore
Lo soffia il cielo
Lo soffia il cielo
Così
Ah ma l’erba soavemente delicata
Di un profumo che da gli spasimi
Ah tu non fossi mai nata
Tutto il mio folle amore
Lo soffia il cielo
Lo soffia il cielo
Così
Il derubato che sorride
Ruba qualcosa al ladro
Ma il derubato che piange
Ruba qualcosa a se stesso
Perciò io vi dico
Finché sorriderò
Tu non sarai perduta
Ma queste son parole
E non ho mai sentito
Che un cuore, un cuore affranto
Si cura
L’unico e tutto il mio folle amore
Lo soffia il cielo
Lo soffia il cielo
Così
.

Il 9 gennaio 1928 nasceva a Polignano a Mare (BA) Domenico Modugno, considerato uno dei padri della canzone italiana, “l’incantatore, l’anima del popolo […] il primo grande lavoratore della canzone, il primo cantautore inteso come la modernità della canzone italiana intenderà questa figura: figura del fare canzone, cioè artigiana, ma pure ancora in grado di conservare l’afflato lirico, quell’indicibile che deve aleggiare sulla poesia, insomma quella morbida di culla del riconoscibile sovrannaturale lirico, dell’ispirazione, della potente rivelazione dell’emozione che incontra la ragione e si fa parola: testo musicabile, musica narrabile“. (Rolling Stone)

“Che cosa sono le nuvole?”, singolo pubblicato nel 1968, ultimo 45 giri inciso per l’etichetta discografica Curci, era stato già pubblicato l’anno precedente nell’album Modugno; scritto da Pier Paolo Pasolini ed incluso nel film a episodi Capriccio all’italiana del 1968 (nell’omonimo episodio diretto appunto da Pasolini e recitato anche dallo stesso Modugno), il brano tratta poeticamente e metaforicamente dell’amore e del significato della vita; “l’essenza della vita non sarà perduta se l’umanità sarà ancora capace di sorridere, affascinarsi, commuoversi, rubando qualcosa agli innumerevoli burattinai ladri di identità, diabolici dissimulatori della realtà”. (Giorgia Bruni, Centro studi Pier Paolo Pasolini)

*

Per leggere l”articolo completo (di cui si è condiviso un estratto) ed un interessante approfondimento, per cui si ringrazia di cuore, CLICCA QUI – Radio Città Aperta

Thich Nhat Hanh, due poesie

Thích Nhất Hạnh (1926), nato Nguyễn Xuân Bảo, è un monaco buddhista, poeta e attivista vietnamita per la pace; ordinato monaco a 16 anni in Vietnam ha presto concepito una forma di buddhismo impegnato che potesse rispondere concretamente alle esigenze della società. È stato un insegnante e un attivista sociale di spicco nel suo Paese d’origine, prima di ritrovarsi esiliato dal suo paese per aver auspicato la pace. in Occidente ha avuto un ruolo chiave nell’introdurre la consapevolezza e nel creare comunità di pratica (sangha) in tutto il mondo.

*

Preghiera per una terra

Perdute nelle tempeste
dell’oceano aperto,
le nostre piccole barche vanno alla deriva.
Cerchiamo una terra
durante interminabili giorni e interminabili notti.
Siamo la schiuma
che galleggia sull’immenso oceano.
Siamo la polvere
che vola nello spazio infinito.
Le nostre grida sono sopraffatte
dall’urlo del vento.
Senz’acqua né cibo
i nostri bambini giacciono stremati
e non hanno più la forza di piangere.
Siamo assetati di terra,
ma veniamo ricacciati da ogni spiaggia.
I nostri segnali di soccorso sono Alzati, Alzati,
ma le navi che ci incrociano non si fermano.
Quante barche sono affondate?
Quante famiglie giacciono sotto le onde?
Signore Gesù, ascolti la preghiera della nostra carne?
Bodhisattva Kwan Yin, dio della pietà, ascolti la nostra voce?
Uomini nostri simili, sentite la nostra voce
dall’abisso della morte?
O terra ferma,
quanto ti desideriamo!
Preghiamo che oggi l’umanità sia presente.
Preghiamo che la terra ci stenda le sue braccia.
Preghiamo perché oggi ci venga data speranza
da questo paese.

~

Torno ad aprire le antiche pagine 

Improvvisamente mi ritrovo nel mio passato.
Il punto di riferimento non è visibile più a lungo
e il sogno dell’altra notte è pieno di immagini illusorie.
I muri che servono a fermare i venti e la pioggia
hanno formato un angolo di spazio accogliente.
Le candele tremolanti
evocano il profumo di incenso della vigilia dell’Anno nuovo.
Piove.
In casa, la cena è servita.
Una manciata di foglie di coriandolo
mi riporta alle forme della madre patria.
Improvvisamente tutte le barriere sono rimosse
grazie alla tempesta di mezzogiorno
ed ogni cosa è rivelata.
Il sole di oggi non è lo stesso di ieri?
Uccelli intravisti contro il colore purpureo della sera.
I due estremi del tempo si uniscono
e mi spingono con tenerezza
verso una nuova apertura.
Il sipario della sera, destinato a catturare spazio,
improvvisamente si trasforma in salici piangenti.
Le nuvole si chiamano l’un l’altra
per un incontro sulla cima dei monti.
Sono tornato. Mi ritrovo ad aprire vecchie pagine.
Un tramonto sfolgorante ha bruciato tutti gli attestati… verbosi mantra si sono dimostrati non avere più forza…
Soffia forte ora il vento. Laggù dove finisce il cielo, sento sbattere le ali di qualche strano uccello.
Io dove sono?
Il punto focale della concentrazione è il ricordo.
La casa più vera è quella d’infanzia, tra le colline erbose.
Le foglie violette del tià-tò
contengono tutto un autunno pienamente maturo.
I tuoi piccoli piedi percorrono il sentiero,
come gocce di rugiada sulle giovani foglie.
Le lettere che ti inviai
risuonano come campane della chiesa.
Un cielo dorato di fiori è contenuto in un solo seme di mostarda.
Ecco, unisco le palme delle mani
e – meravigliosamente – lascio fiorire un fiore nel mio cuore.

(Tratte dal sito “thepoeti.it” che si ringrazia)

Versi d’artisti

Leonardo da Vinci, Poesia

Ogni parte aspira sempre
a congiungersi con l’intero
per sfuggire all’imperfezione;

L’anima sempre aspira
ad abitare un corpo
perché senza gli organi corporei
non può agire ne sentire.

Essa funziona dentro il corpo
come fa il vento
dentro le canne di un organo,
se una delle canne si guasta
il vento non produce più il giusto suono.

*

Michelangelo Buonarroti, Che cosa è questo amore?

Come può esser, ch’io non sia più mio ?
O Dio, o Dio, o Dio!
Chi m’ha tolto a me stesso,
ch’a me fosse più presso
o più di me potessi, che poss’io?
O Dio, o Dio, o Dio!
Come mi passa el core
chi non par che mi tocchi?
.
Che cosa è questo, Amore,
c’al core entra per gli occhi,
per poco spazio dentro par che cresca;
e s’avvien che trabocchi?
.
*
.
Paul Klee, Epigono 
.

In me scorre il sangue di un tempo migliore.
Sonnambulo del presente
dipendo da una vecchia patria,
dalla tomba della mia patria.
La terra inghiotte tutto
e il sole del sud non lenisce i miei dolori.

*

Pablo Picasso, Una lingua di fuoco

Una lingua di fuoco soffia sul suo volto
nel flauto della coppa
che mentre gli canta rode la pugnalata dell’azzurro
così allegro
che seduto nell’occhio del toro
iscritto nella sua testa ornata di gelsomini
aspetta che la vela gonfi il frammento di cristallo
che il vento avvolto nella cappa delle mandoble
gocciolante di carezze
distribuisca il pane al cieco e alla colomba color lillà
e prema con tutta la sua cattiveria
contro le labbra del limone fiammeggiante
il corno ritorto
che spaventa coi suoi gesti d’addio la cattedrale
che sviene tra le sue braccia senza un applauso
mentre scoppia nel suo sguardo la radio risvegliata dall’alba
che fotografando nel bacio una cimice di sole
mangia l’aroma dell’ora che cade
attraversa la pagina che vola
e disfa il mazzo dei fiori
che porta via stretto fra l’ala che sospira
e la paura che sorride
il coltello scattante di gioia
lasciandolo anche oggi ondeggiare come gli pare e piace
nel momento preciso e necessario
in cima al pozzo
il grido del rosa
che la mano gli getta
come una piccola elemosina.
(testi dal web)

Marcos Ana, quattro poesie

Marcos Ana pseudonimo di Fernando Macarro Castillo (1920-2016) è stato un poeta spagnolo. Fu imprigionato nel 1938 e trascorse in prigione 23 anni per motivi politici durante il franchismo. Nel 1961 fu scarcerato ed esiliato a Parigi. Ha raccontato la sua storia con il libro “Ditemi com’è un albero”.

[Per questo articolo si ringrazia di cuore Giorgio Chiantini]

*

La mia casa e il mio cuore
(sogno di libertà)

Se un giorno uscirò alla vita
la mia casa non avrà chiavi:
sempre aperta, come il mare,
il sole e l’aria.

Che entrino la notte e il giorno,
la pioggia azzurra, la sera,
il pane rosso dell’aurora;
la luna, mia dolce amante.

Che l’amicizia non trattenga
il passo sulla soglia,
né la rondine il volo,
né l’amore le labbra. Nessuno.

La mia casa e il mio cuore
mai chiusi: che passino
gli uccelli, gli amici,
e il sole e l’aria.

Breve lettera al mondo

I denti di una balestra
m’inchiodano il volo.

Ho un’anima stracciata
a forza di tirare ma non posso
strapparmi questi catenacci
che mi trapassano il petto.

Settemiladuecento volte
la luna intersecò il mio cielo
e altrettante la dorata
libertà intersecò il mio sogno.
Il sole mi fa fiorire,
a che pro se sterilmente vedo
tra i muri questo sangue
mio sfogliarsi nel silenzio?

Non sapevo cosa fosse un uomo
sanguinante e a pezzi, in ceppi.
A saperlo sarei venuto
nelle onde e nel vento,
da tutti i confini,
con il cuore disfatto,
inalberando i pugni
per salvare ciò che è vostro.
Se un giorno già tardi arriverete
e troverete freddo il mio corpo;
di neve, ai miei compagni
morti tra le catene…
raccogliete le nostre bandiere,
il nostro dolore, il nostro sogno,
i nomi che sulle pareti
con amore dolce avremo inciso.

E se ci chiuderete gli occhi
lasciateci i muri dentro!
Che si secchino con la polvere
della nostra carne e non possano
essere nuove tombe di carcerati.
Non sapevo cosa fosse un uomo
sanguinante e a pezzi, in ceppi.
A saperlo sarei venuto,
nelle onde e nel vento,
da tutti i confini,
per salvare ciò che è vostro.
Se già tardi un giorno arriverete
e troverete freddo il mio corpo
cercate nelle solitudini
del muro il mio testamento:
al mondo lascio tutto,
ciò che possiedo, e sento
che tra i miei io sono stato,
sono, e che sostengo:
una bandiera senza pianto,
un amore, qualche verso…
e nelle pietre laceranti
di questo cortile grigio,
come una statua
rossa e terribile, nel centro.

[Condivise da https://irisnews.net/marcos-ana-datemi-il-nome-dellamore/ dove è possibile leggere altri testi, anche nella lingua originale, oltre a un interessante articolo sull’autore a cura di Chiara De Luca che si ringrazia]

Autobiografia

Il mio peccato è terribile
volli colmare di stelle
il cuore dell’uomo.
Per questo, qui tra le sbarre,
in diciannove inverni
persi le mie primavere.
Prigioniero dall’infanzia
a morte la mia condanna,
i miei occhi si stanno prosciugando
la luce contro le pietre.
Ma non c’è ombra d’arcangelo
vendicatore nelle mie vene:
Spagna è il solo grido
del mio dolore che sogna.

Ditemi com’è un albero 

Ditemi com’è un albero.
Ditemi il canto del fiume
quando si copre di uccelli.

Parlatemi del mare. Parlatemi
del vasto odore della campagna.
Delle stelle. Dell’aria.

Recitatemi un orizzonte
senza serratura né chiavi
come la capanna di un povero.

Ditemi com’è il bacio
di una donna. Datemi il nome
dell’amore: non lo ricordo.

Le notti si profumano ancora
di innamorati con fremiti
di passione sotto la luna?
 
O resta solo questa fossa,
la luce di una serratura
e la canzone delle mie lapidi?
 
Ventidue anni… Già dimentico
la dimensione delle cose,
il loro colore, il loro profumo…. Scrivo
 
a tentoni: “il mare”, “la campagna”…
Dico “bosco” e ho perduto
la geometria dell’albero.
 
Parlo, per parlare, di argomenti
che gli anni mi hanno cancellato.
 
(non posso continuare, sento
i passi della guardia)
– immagine d’apertura: Piet Mondrian, L’albero grigio, 1911 –

 Niyi Osundare, due poesie

Niyi Osundare (1947), poeta, drammaturgo, linguista e critico letterario africano, è nato il 12 marzo 1947 a Ikere-Ekiti, in Nigeria, ed è riconosciuto come una delle voci più importanti ed originali della poesia anglofona contemporanea. Cresciuto con un nonno guaritore e un padre agricoltore-compositore, ha potuto sviluppare sin dall’infanzia un rapporto diretto con la poesia tipico delle culture orali, che si rivelerà la principale fonte d’ispirazione per i suoi versi in inglese.
Osundare è uno degli esponenti più noti della ‘Alter-Native Tradition’, termine usato per indicare la seconda generazione di poeti nigeriani tra cui Odia Ofeimun, Funso Aiyejina e Tanure Ojaide. Pur riconoscendo il loro debito verso pionieri come Wole Soyinka e Christopher Okigbo, a partire dagli anni ’80 gli Alter-Natives ne rifiutano l’oscurità estetizzante di stampo modernista per proporre opere più dirette ed accessibili, caratterizzate da un impegno socio-politico d’impronta marxista. Tali caratteristiche contraddistinguono le prime tre raccolte di Osundare: Songs of the Marketplace (Canti del mercato, 1983), Village Voices (Voci del villaggio, 1984) e A Nib in the Pond (Un pennino nel lago, 1986).

Una svolta decisiva è rappresentata dalla raccolta The Eye of the Earth (L’occhio della terra, 1986), dove la rilevanza dei temi è sorretta da una sorprendente ricchezza linguistica e maturità lirica, da un gusto irrispettoso nel giocare con le possibilità espressive offerte dall’inglese; si veda ad esempio il neologismo ‘hueman’, omofono di ‘human’ ma letteralmente ‘l’uomo del colore’, o il termine ‘preyers’. Osundare opera una fusione di politica e poetica che diventerà caratteristica di molti dei suoi lavori seguenti, e il cui linguaggio figurativo attinge soprattutto a una natura antropomorfizzata, come nell’invocazione al camaleonte qui tradotta.

Da L’occhio della terra (1986)
Da “Echi della foresta”:

[…]
Conta i tuoi colori, oh camaleonte,
aborigeno del vento e del bosco
conta i tuoi colori
nell’arcobaleno della felce
nella corteccia spessa e cinerea
dell’alberello.
Conta i tuoi colori,
oh principe dal semplice corredo
vivace damerino che passeggia
così naturalmente nudo, poiché possiede
una foresta dai mille costumi.

Vesti la terra
con l’accurata cautela
dei tuoi occhi globali.
Vesti la terra,
non con l’inerzia millenaria
delle zampe di millepiedi,
non con l’incendio inferocito
della coda di scorpione
e neanche con l’avarizia calcolatrice
della lumaca che si trascina la casa
ad ogni viaggio.

Vesti questa mantide religiosa
nel suo tabernacolo eterno,
le verdi mani serrate
davanti a un dio assente
Vesti la foresta indifferente
che invece s’inchina dinanzi
all’austero muezzin
di un vento forte e insistente.
Vesti questa prole in preghiera,
questa scuola di rametti ballerini
[…]
Osserva, inoltre, questi predatori che pregano
nel calvario cannibale
della foresta:
l’iroko* che divora il cespuglio,
la iena che dilania il coniglio,
l’elefante che calpesta l’erba
con le gambe snervate dalla cancrena
del potere insensato
Racconta a tutti loro della pace oltre l’artiglio
Raccontagli del sole
che succede alla notte.
[…]

* iroko (chlorophora excelsa) = grande albero tropicale dal legno duro e pregiato, detto anche ‘quercia africana’.

▪︎

L’opera seguente, Moonsongs (Canti della luna, 1988) è ispirata da un agguato criminale e quasi fatale contro Osundare, poi costretto a una lunga degenza in ospedale. I temi sociali sono meno espliciti, con un immaginario più criptico che ha provocato alcune accuse di disimpegno; l’atmosfera di queste invocazioni lunari è comunque pervasa di sofferenza.

Da Canti della luna (1988):
“VI”

Notte dopo notte
il vento spande l’orizzonte

la luna, troppo piena per dormire
afferra sogni effimeri tra tunnel
di nuvole sonnolente,
oscillando così solenne al richiamo
                    del tamburo
                         del tamburo
così forte adesso, con la membrana del sole

E con ritmo di rocce
ricordo di prati
geroglifico di poggi
col suo din-don d’albe e tramonti
la luna ride a tempo
e una lacrima millenaria le arde
nell’occhio ampio

La lacrima sgorga in ruscello
matura in fiume
poi galoppa come liquida puledra
verso il mare

Tutto all’alba
quando la luna è un ombelico attempato
nella pancia del cielo.

*

Cura e traduzione di Pietro Deandrea
Università di Torino, Facoltà di Lingue e Letterature Straniere — Archivio El-Ghibli.org

Alfonso Brezmes, quattro poesie

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Per questi versi si ringrazia Mirta Amanda Barbonetti, che ha curato articolo originale e traduzione per Fili d’aquilone n.45 (qui)

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Alfonso Brezmes è nato nel 1966 a Madrid, dove vive. Ha pubblicato i libri di poesia: Postales desde el futuro (2010), La noche tatuada (2013) e Don de lenguas (2015).  Suoi testi sono stati pubblicati in antologie e riviste.

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STRUMENTI DI MISURA

Per misurare il tempo fu inventata l’assenza,
quella riga che divide il mondo in due,
in due i corpi, i giorni, le parole.

Per misurare l’assenza fu inventato il silenzio
quel linguaggio di spettri, quel dolore mansueto
con il gelido tocco delle cose vuote.

Per misurare il silenzio avete inventato me,
questo cane di nebbia che vaga nella notte
come un faro in cerca di un naufragio.

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AMORE E GEOMETRIA

Cercarti è un’ellisse.
Sognarti è una curva.
Decifrarti è una piramide.
Raggiungerti è un’iperbole.
Amarti è un cerchio.
Tenerti è un quadrilatero.
Perderti di nuovo
è una mera parabola
per tornare a cercarti.

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CRIMINE IMPERFETTO

Di tutti i crimini che ho commesso
solo di uno mi pento:
di non aver sopraffatto del tutto il desiderio,
questo avvoltoio abbietto e insaziabile
che mi fa credere
di essere ancora vivo.

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STATO SOGNANTE

Continuai a sognarla per tutta la notte.
Al risveglio era lì,
proprio come appariva nei miei sogni:
candida come un mondo
che lentamente si stiracchia prima di riprendere il suo moto.
Quando compresi che era vera
come la vita stessa, fuggii all’istante
dalla vecchia realtà e dai suoi travestimenti,
e richiusi dolcemente gli occhi
per poter tornare a sognarla.

.

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INSTRUMENTOS DE MEDIDA

Para medir el tiempo se inventó la ausencia, 
esa raya que separa en dos el mundo, 
en dos los cuerpos, los días, las palabras. 

Para medir la ausencia se inventó el silencio, 
esa lengua de espectros, ese dolor obediente 
con el frío tacto de las cosas huecas. 

Para medir el silencio me inventaste a mí, 
este perro de niebla que vaga en la noche 
como un faro en busca de un naufragio.

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AMOR Y GEOMETRÍA

Buscarte es una elipse. 
Soñarte es una curva. 
Descifrarte es una pirámide. 
Alcanzarte es una hipérbola. 
Amarte es un círculo. 
Tenerte es un cuadrilátero. 
Perderte de nuevo 
es una mera parábola 
para volver a buscarte.

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CRIMEN IMPERFECTO

De todos los crímenes que cometí 
sólo me arrepiento de uno: 
no haber matado del todo el deseo, 
ese buitre abyecto e insaciable 
que me hace creer 
que sigo estando vivo.

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ENSOÑACIÓN

Toda la noche la anduve imaginando. 
Al despertar, allí estaba, 
tal y como se manifestaba en mis sueños: 
con la pureza intacta de un mundo 
que se despereza antes de girar. 
Cuando comprendí que era cierta 
como la vida misma, huí como pude 
de la vieja realidad y sus disfraces, 
y cerré suavemente los ojos 
para poder volver a soñarla.

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Ervin Fritz, poesie tratte dall’antologia Radoživost

Ervin Fritz, poesie tratte dall’antologia Radoživost  (Esuberanza o Vitalità o Giovialità, insomma Piacere di vivere), edita a Ljubljana nel 1989; traduzione dallo sloveno di Jolka Milič per il n.47 di Fili d’aquilone che si ringrazia.

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POETICA

La rima non è tutto.
La poesia non è tutto.
Le dichiarazioni di mobilitazione sono senza rime,
le corti marziali non emanano sentenze in lingua forbita.
A che servono le rime nelle grandi calamità e miseria?
Che fare delle rime quando Roma è in fiamme?
Gesù stesso in pura prosa ha esclamato:
«Dio mio, perché mi hai abbandonato?»

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POETI

Costruiamo febbrilmente sempre nuove sintesi,
scriviamo e parliamo febbrilmente,
fasciamo eventuali ferite con delle bende,
ma la vita ci passa accanto.

Di notte ascoltiamo Mosca e il Vaticano,
leggiamo Züricher Zeitung e Humanité
e rimuginiamo giorno e notte
cos’è mai questo mondo e dove va.

Dubitiamo. Non crediamo a chicchessia, ma
tuttavia siamo ingenui come lo sono ben pochi.
Soffriamo e nella nostra esagerata pena
non ci accorgiamo che patiscono anche gli altri.

Tutt’intorno diffondiamo la nostra tipica emotività,
in noi si dissolvono le immagini del mondo,
siamo la vita su un binario morto o secondario
chissà dove, vicino all’inferno.

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SONO COSÌ MORTALE e insignificante:
il mondo con la mia vita non guadagna niente.
Sono superfluo, scambievole, dispensabile.
Una foglia d’albero in mezzo a un bosco.

Anche il mio popolo: in questo millennio
ha dato al mondo un fagottino di libri buoni.
E con ciò la nostra Terra è un puntino vieto
in margine agli anni luce.

Come sono smarrito, piccina mia,
lo vedi dalla smania che ho della tua bocca.
Della tua bocca e del giorno davanti a te e a me.
E della notte sopra entrambi.

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SVEGLIA

Sono io chi vi arreca l’inquietudine.
Durante il mio canto non potete appisolarvi dopo pranzo,
io voglio avervi per me interamente, come siete.

Non mi conoscete ancora:
io vi sveglierò!
Siete maledettamente intrattabili,
avete le orecchie piene di prediche, di pubblicità e propaganda,
non è facile dissuadervi.

Vi desterò,
anche se dovessi diventare un pagliaccio da circo,
anche se dovessi usare la parola untuosa dei preti moderni,
anche se dovessi portare capelli lunghi e svegliarvi con la chitarra.

Sono disposto a venire da voi in minigonna,
sono disposto ad apparire davanti a voi atteggiandomi ad Amleto
(con il teschio del povero Yorick),
sono disposto a reclamizzare i miei articoli
nella trasmissione pubblicitaria zig-zag alla televisione,
solo per poter piantare nella vostra mente di castroni
qualche chiodo
che nella vostra zucca dura
comincerebbe a tormentarvi così tanto,
da costringervi, maledetti, a darvi una smossa
e finalmente provocare qualche bella insurrezione.

(clicca qui per leggere l’articolo completo con le poesie in lingua originale).

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Ervin Fritz, poeta, drammaturgo, direttore artistico e traduttore sloveno è nato il 27 giugno 1940 a Prebold – Savinjska dolina. Per ragioni di studio e di lavoro si è trasferito giovanissimo nella capitale slovena, dove tuttora risiede. Laureato in drammaturgia all’AGRFT (Accademia per il teatro, la radio, il cinema e la televisione) di Ljubljana. Ha lavorato prevalentemente alla televisione con mansioni diverse fino al pensionamento nel 2003.
Penna molto fertile. Ha scritto – e continua a scrivere – poesia riflessiva, spesso satirico-realistica con motivi dalla vita quotidiana. Ha firmato un’infinità di radiodrammi e sceneggiati televisivi. Anche poesie e testi per l’infanzia per il teatrino delle marionette. Ha ottenuto diversi premi, tra cui nominerò due: nel 1979 l’ambito premio della Fondazione Prešeren e nel 2008 il premio Večernica per la raccolta Vrane (Cornacchie).
Ha pubblicato 17 raccolte di poesia, esordendo con la prima, intitolata Dva (Due) insieme a un amico che poi ha smesso di scrivere poesie dedicandosi con successo alla critica letteraria. Ervin invece ha continuato con altrettanto successo a scrivere poesie, poemetti, epigrammi, frecciate, commenti polemici in rima, dando alle stampe le seguenti raccolte: Hvalnica življenja (Inno alla vita), 1967; Dan današnji (Oggigiorno), 1972; Okruški sveta (Schegge del mondo), 1978; Minevanje (Transizione), 1982; Dejansko stanje (Situazione effettiva), 1985; Slehernik (Un tipo qualsiasi), 1987; Črna skrinjica (Scatola nera), 1991; Svet v naprstniku (Il mondo in un ditale), 1992; Pravzaprav pesmi (In sostanza poesie), 1995; Favn (Il fauno), 1998; Tja čez (Là oltre), 2002; Vrane (Cornacchie), 2007; Drugačen svet (Un mondo diverso), 2008; Dolgi pohod (Lunga escursione), 2010; Žitja (Oleografie), 2012 e Odgovornost poezije (Responsabilità della poesia), 2014-2017. Quest’anno sono uscite tutte le sue raccolte nell’antologia Velika Radost (Grande gioia).

Michail Ajzenberg, due poesie

Michail Ajzenberg, due poesie

*

Gli sbalzi inavvertiti dei giorni
dal successo al silenzio.

Diventa ancor più difficile, più facile. Più difficile.

Ancora più assurdo e casuale.

Guardate: fa scena muta.
Guardate! Una voce tra tante priva
di possessore. Forse, già di nessuno,
serpeggia bassa. (Tutto si aggiusta).

E canta come acqua sotto pressione,
in modo fine e a un tempo improvviso,
mentre assicura: “Sono un corvo! Sono un corvo!”

.

*

Di cosa vive l’anima?

Non l’ho forse nutrita col coltello
tutto l’anno a una tavola imbandita?

A sorsi ha bevuto miseria altrui.
E lì sulle orme dei titani
inciampo io con la mia anima.

Ah, una strega!
Appena udrà il primo tocco, ci si fionderà.
Che sia periferia di Mosca o sia mattino.

E poi dice: ecco qui.

E dice ancora:
“Evita almeno la paternale,

o tu signore,
non sei padrone della tua senilità?

o tu signore,
nell’abisso segreto non sei unito?

Forse non sei unito al fondo
con ogni filo del naturale
che trema nell’insaziabile arsura.
Di questo solo vive.”

Il corpo, fanghiglia ossea.
Ma la sirena urla in testa,
raccogliendo tutto in uno

ogni sforzo, ogni capello.

l’ineluttabile si svela,
esorcizzando in fretta e furia:

– Osso temporale!
– Tempo di bianco natale!
– Buio infernale!
– Aritmia ventricolare!

 .
Traduzione di Elisa Baglioni per il sito Nuovi Argomenti che si ringrazia. In apertura: Wassilij kandinskij, primo acquerello astratto, 1910

.

Michail Ajzenberg nasce nel 1948 a Mosca. Nel 1972 termina la Facoltà di architettura. Ha lavorato fino al 1989 come architetto, negli anni Novanta collabora con riviste letterarie e case editrici tra le quali “Literaturnoe obozrenie”, “Proekt OGI” e “Novoe izdatel’stvo”. In epoca sovietica pubblica nelle riviste d’emigrazione “Vremja i my”, “Kontinent”, “Sintaksis”. Nel 2003 riceve il premio Andrej Belyj. Le opere di saggistica e di poesia sono pubblicate in patria dai primi anni Novanta. Nel 1993 esce la raccolta Ukazatel’ imen (Indice dei nomi), nel 1995 Punktuacija mestnosti(Punteggiatura del territorio), nel 2000 Za krasnymi vorotami (Oltre Krasnye Vorota), seguita da V metre ot nas (A un metro da noi), Rassejannaja massa (Massa diffusa) e nel 2011 Slučajnoe schodstvo (Affinità casuale). Nel 2008 esce il volume antologico Perechod na letnee vremja (Passaggio alla stagione estiva). I suoi saggi sulla poesia del secondo Novecento sono raccolti in Vzgljad na svobodnogo chudožnika(Sguardo su un artista libero, 1997) e Opravdannoe prisutstvie (Presenza giustificata, Novoe Izdatel’stvo, 2005). Vive a Mosca. In Italia sue poesie sono presenti nelle antologie La nuova poesia russa (a cura di P. Galvagni, Crocetti, 2003), Poeti russi oggi (a cura di A. Alleva, Scheiwiller, 2008) e in Otto poeti russi (a cura di A. Niero, “In forma di parole”, n. 2, 2005). Nel 2013 è uscito il volume Poesie scelte (1975-2013), a cura di Elisa Baglioni (Transeuropa).

Meira Delmar, due poesie ed una nota sull’autrice

Meira Delmar, due poesie ed una nota sull’autrice

Il miracolo

Ti penso.
La sera,
non è più una sera;
è il ricordo
di quell’altra, azzurra,
in cui amore
si fece in noi
come un giorno
si fece luce nelle tenebre.
Adesso
quando la invoco credo
di essere stata testimone
di un miracolo.

*

Immigranti

Una terra con cedri, con olivi,
una dolce regione di fresche vigne,
lasciarono vicino al mare, abbandonarono
per il fuoco d’America.

Conservavano tra le labbra
il sapore della resina,
e il fumo profumato del narguileh
negli occhi,
mentre la nave si perdeva tra le onde
lasciandosi dietro le pietre di Beritos,
la valle gioiosa ai piedi delle colline,
e i banchetti del vino attorno alla tavola
preparata nell’estate
sotto il cielo pieno di gemme.

Il mare cambiò nome
una volta, un’altra e un’altra ancora
fino ad arrivare alla scottante riva
dove veloci raffiche
di uccelli dipingevano
di colori e musica improvvisa
l’istante,
e il fragore dei fiumi imitava il ruggito
del giaguaro e del puma
nascosti nella selva.

Su rive e su montagne costruirono case
come in passato la tenda nelle verdi oasi
l’antico avo, e le vecchie parole
iniziarono a scambiare
con le parole nuove
per chiamare le cose,
e seppero condividere il cuore con grandezza
come prima l’otre d’acqua nella sete del deserto.
A volte quando suona il liuto della memoria
e la prima stella
brilla nella sera
ricordano il giorno
in cui il bled scomparve lentamente
dietro l’orizzonte.

(Traduzione dallo spagnolo di Giulia Spagnesi)

*

Meira Delmar – Nel 1921 a Barranquilla (Colombia) nacque Olga Isabel Chams Eljach, figlia di due libanesi, Julian E. Chams e Isabel Eljach. Col tempo, una volta definita la sua vocazione di scrittrice, avrebbe scelto per sé il nome, molto simbolico, di Meira Delmar, talvolta trascritto Del Mar. Studiò nel collegio femminile della città e alla Scuola di Belle Arti dell’Università dell’Atlantico. A nove anni, nel 1931, Olga raggiunse con i suoi genitori e i suoi fratelli il Libano. Il viaggio via mare fu un’avventura interminabile e, soprattutto, indimenticabile. Pochi anni dopo, nel 1937, apparvero nella sezione “Poetesse d’America” di una rivista de L’Avana chiamata «Vanidades», alcune poesie con la firma di Meira Delmar. I quattro componimenti poetici, Tú me crees de piedraCadenaPromesa e El regalo de la lluviaerano i primi componimenti di Olga Isabel Chams Eljach, che aveva già scelto lo pseudonimo con il quale sarebbe diventata famosa. La giovane autrice scelse il suo cognome d’arte per via del suo grande amore per il mare, che la accompagnerà sempre e comunque. Per il nome, invece, fece ricorso alle sue origini arabe e, partendo da Omaira, studiò tutta la serie di possibilità e variazioni che questo nome le poteva offrire. Infine, scelse Meira.
La giovane artista decise di pubblicare i suoi primi versi senza esporsi troppo, ovvero celando la sua vera identità, per timore delle reazioni di familiari e conoscenti. Tuttavia, la sua collaborazione con la rivista cubana proseguì e furono pubblicate altre sue poesie. Nello stesso periodo, altri giornali si manifestarono interessati.
All’età di 20 anni Olga Isabel Chams Eljach, ormai a tutti nota come Meira Delmar, pubblicò la sua prima raccolta poetica, Alba de olvido. Nel 1999 quest’opera fu giudicata dai critici colombiani come uno tra i cento migliori libri del XX secolo e collocata tra le venti migliori opere poetiche dell’intero Novecento. Due anni dopo Alba de olvido, uscì Sitio del amor, seguito nel 1946 da Verdad del sueño. Per questa raccolta Meira ricevette la prima delle tante onorificenze assegnatele nella sua lunga carriera poetica dalle più svariate autorità, associazioni culturali e università. Nel 1951 uscì la sua terza opera, Secreta Isla, nella quale la voce poetica è sempre più nitida e forte.
Nel 1958 Meira fu nominata direttrice della Biblioteca Pública Departamental del Atlántico, carica che lasciò dopo 36 anni. Per decreto governativo oggi tale Biblioteca porta il nome di Meira Delmar, come del resto, anche altri edifici, sale di lettura e centri di ricerca.
Nel 1960 la poesia Soneto a una rosa fu giudicata come uno dei trenta componimenti poetici più belli, facendole vincere un premio dell’Academia Hispanoamericana de Letras.
Undici anni dopo, le venne conferita la Laurea Honoris Causa in Lettere dall’Università dell’Atlantico. Nello stesso anno, uscì una sua prima antologia poetica, col titolo Huésped sin sombra. Appena quattro anni dopo, la poetessa fu eletta Donna dell’anno. Successivamente, si recò negli Stati Uniti, dove sarebbe tornata nel 1985 per partecipare ad un congresso sulla poesia tenuto all’Università di Washington.
Dall’inizio degli anni ’80 si moltiplicano le onorificenze conferite alla poetessa che, inoltre, venne insignita dai più nobili ed importanti titoli colombiani e internazionali.
I tanti riconoscimenti furono poi coronati, nel 1993, dalla Medaglia Simón Bolivar, assegnatale dal Ministero dell’Educazione. Si tratta infatti della massima onorificenza che il governo nazionale può concedere.
Nel 1995 uscì Laúd memorioso e Antología e in questo stesso anno si congedò dalla Biblioteca e fu eletta Membro Onorario della Società Bolivariana della Regione Atlantico.
Negli anni successivi uscirono altre due raccolte, Palabras (1997) e Alguien pasa(1998), e uno studio a lei dedicato, Dossier Meira Delmar, pubblicato dalla Universidad del Norte.
L’Istituto Caro y Cuervo di Bogotà pubblicò Pasa el viento nel 2000, proprio nello stesso periodo in cui l’Università del Atlántico creava il Premio Poesia Meira Delmar.
Dal 2001 ad adesso Meira ha continuato a ricevere riconoscimenti e a essere invitata ai più famosi convegni letterari e alle più celebri fiere librarie della nazione colombiana. Nel 2003 il Congresso della Repubblica la insignì con la Orden de la Democracia Simón Bolívar durante un omaggio reso alla scrittrice dalla Unione Colombo-Araba.
(per questo articolo si ringrazia Fili d’aquilone n.10; per leggere altre poesie ed altre notizie sull’Autrice cliccare sul seguente link: http://www.filidaquilone.it/num010delmar.html)

 

Ananke di Angela Greco AnGre su IRIS NEWS Rivista di poesia

Iris News - Rivista di poesia“Iris di Kolibris” è un progetto internazionale dedicato alla traduzione poetica, alla letteratura della migrazione e agli autori che scrivono in una lingua diversa dalla propria madre lingua.
Il nostro obiettivo è quello di:
– far conoscere in Italia tanti poeti dal mondo;
– portare la poesia italiana nel mondo;
– discutere di lingua e traduzione poetica;
– diffondere notizie, materiali, risorse utili al lavoro del traduttore letterario;
– accrescere la consapevolezza della centralità del ruolo del traduttore letterario nel processo di intermediazione culturale e di interscambio di idee, contenuti, esperienze tra civiltà diverse.
 
 
Su IRIS NEWS – RIVISTA DI POESIA (qui) è ospitata anche una bella selezione di poesie tratte da Ananke di Angela Greco AnGre (Ladolfi Editore, introduzione di Fabrizio Bregoli, aprile 2021) per la quale ringrazio Chiara De Luca, sensibile mente e cuore della Kolibris, per aver apprezzato la mia opera. Vi invito con gioia a frequentare questa rivista dall’ampio respiro umano e culturale. Io, intanto, mi regalo la condivisione qui sul Sasso, nel giorno del mio 45esimo compleanno. Felice lettura!
 
 

da Del presente che non resterà

1.
Tra morsi e ostie
si aggiungono ore;
lentamente sulla lingua
vanno scomparendo affanni
e profili, case, persone e nuvole
in attesa del maestrale, mentre a pezzi
si arriva a sera, quando la fame
ha un significato differente e
la notte è uno stomaco che
ricorda ogni dettaglio.
.
.
.
2.
Non lontano da questa mattina
calcinacci bianchissimi a bordo strada,
tra scarti di caramelle e germogli
ostinati, hanno risvegliato il giorno
incuranti dell’asfalto; si procede
per sottrazioni, operazioni lontane
dai quaderni di quando eravamo piccole mani,
fiocchi colorati per distinguersi nella ressa,
inciampi di parole e ginocchia ferite.
.
.
*
.
.
da Di quel che forse siamo stati
.
1.
Raccogliere frammenti sparsi
tra carte a fine giorno per farne
ancora firmamento che segni
notti di luna nuova sull’onda antica,
che fa vibrare il fiume; sommerse radici
muovono fili verdi in danze di speranza
verso il mare.
.
Il risveglio macchia l’occhio,
dilatando la visuale oltre il muro
nero di anni e mancate manutenzioni.
Antenne ritte a trafiggere il cielo
sbarrano l’aria agli storditi spettatori
e diviene sempre più impellente il largo,
la deriva del messaggio a cui è stato affidato
il vetro di quel che siamo a sera, oltre la coltre
che ci separa dal resto, nella fioca luce notturna
ancora per poco azzurra.
.
Un desiderio rincorre quel che resta;
abbiamo abitato un giardino ad oriente
oggi racchiuso in una piccola sfera incerta,
nel dondolio di città plastificate per il ricordo.
Resine colorate in forme più opportune, ricordiamo
l’acqua, soltanto per forma del recipiente che ci ospita.
.
.
.
2.
Paesaggi senza definizione, lungo le sere scure
di nuvole legate in ricordi, s’attardano tra le dita,
che battono parole dal respiro difficile, quasi asma,
lotte e resistenza in questa terra masticata male.
.
Piani in discesa segnano l’andamento del giorno;
sull’ultimo passo avanza un’ipotesi di gioia, un
dubbio che possa tornare un segnale minimo di luce.
S’accende così un azzurro inatteso; una sfumatura, che
risalta lineamenti lontani, – disegni di battaglie e di alghe,
nastri danzanti ancorati in un punto preciso – il mare.
.
Il freddo stupidisce le mani; ripenso allora al tuo petto,
di notte, poggiato contro l’intermittenza degli eventi.
Diventa difficile tacere su questo incessante tumulto
dalla magnitudo distruttiva eppure così saldo per fragilità
nascoste sotto l’intrico di radici, che nel tempo ha formato
un’isola. Come posso dire quel che accade, nonostante tutto?
.
.
*
.
.
da Siamo fatti della stessa sostanza 
.
Vetro soffiato
.
Avvolti in questa evocazione d’oriente,
blu, stelle e oro al bordo d’una ritrovata sera,
tra il tuo respiro e la mano a carezzare
la frattura tra il giorno e il sogno. Prendiamoci
in questo momento, non più tardi di adesso,
sospesi tra il grecale e l’arrivo della neve,
al caldo buono della tua voce, che ridimensiona
distanze e dilata luoghi, luci e desiderio.
Di ogni parola ne faccio una sfera di vetro soffiato
per leggere in trasparenza destino e risposte
a questi segni scomposti dalla gioia d’averti ritrovato
dopo i giorni forzati della festa, degli addobbi
e dell’assenza.
.
.
*
.
.
da Ineluttabilità
.
1.
Inevitabile.
Non il destino, tu.
Necessità, bisogno: a n a n k e,
ma delle tre Moire nessuna notizia.
.
Siamo nel tempo precedente.
In formazione.
Prima del tempo che (forse) conosciamo.
No, nessuna speculazione filosofica (sorridi).
.
Parliamo. Di poesia, magari. Di te, che
della poesia sei la parte più bella e difficile.
Arriverà un giorno in cui non scriverò più,
perché avrà avuto la meglio questo dolore
che oggi mi tormenta le dita a pezzi, la mano destra,
in una nuova difficoltà.
.
Fino a quel temuto momento lascia che dica di te.
Scorrono pensieri nascosti, nuovi, forse ritrovati
nei cassetti che scalano i corpi di Dalì, molli
orologi, che si sciolgono in un cambio di cielo.
.
a n a n k e risuona in questi giorni.
Qualcosa vorrà significare.
Aspetto
di sentire ancora la tua voce di iris e Murge,
tra opposti versanti di cuore.
.
.
*
.
.
da Mise en abyme – “collocazione nell’abisso” (2020)
.
3.
Il primo giorno dopo la domenica
nemmeno l’angelo ha voglia di partecipare;
la primavera si fa giorno già lontano.
.
In quale stagione siamo?
.
Voli d’uccelli confusi dicono che
ieri abbiamo lasciato qualcosa,
in un luogo che non è più lo stesso.
.
Oltre il vetro di questa finestra,
il sole accenna un momento di luce;
o, forse, è l’illusione di quel che eravamo.
.
Il risveglio è stato una croce e
una falce di luna, una C, che
ci accomuna tutti: come stai?
è la prima domanda del giorno,
nell’attesa di un’altra alba;
.
è atto di sopravvivenza,
in questo tempo senza tempo, dove
manca quel che si credeva di conoscere.
Ti porta per mano verso un nuovo luogo;
la penna segna passi nell’assenza.
.
.
*
.
.
Da Ad altri noi (in divenire)
.
1.
Si vive senza punto di domanda
abbarbicati ad una falesia
di cui non si conosce la fragilità;
l’assenza del dubbio
è riferita all’aver sbagliato qualcosa.
.
Eppure, al di là di questo momento,
«Dove posi lo sguardo diventa poesia», dici.
.
Non credere sia bello, questo continuo
fronteggiarsi di antitesi, che stancano l’occhio.
Manca il sole stamattina e i capelli
non hanno persola piega
nonostante la notte agitata.
.
.
*
.
.
Da Attese (nel mentre)
.
5.
E, dopo questo momento e questa incertezza,
sarà ancora una voce a riedificare il sole,
a ridestare il giorno, a ricordare il cielo e
a rileggere i passi stanchi che sono stati.
.
Una voce, che al mattino prolunga il sogno,
che rende grazie a mezzogiorno e benedice,
a sera, per quel che ha vissuto e per il domani;
certezza di luce, d’infanzia indomata
e di notti di sperate stelle, di sonno perduto e
di respiro affaticato; di persone, che a malincuore
hai salutato e di cancelli da varcare, di terrazze
sull’ignoto da attraversare. Una torre di amarezze
da scalare per rivedere l’orizzonte color pesca, che
desta l’occhio disabituato all’incanto dimenticato.
.
Poi raccoglieremo mandorle
per le promesse nascoste nel legno,
segno che dopodinoi saranno ancora
terra e attesa, pianto e sale,
delusione e nuova speranza di ricordare
il nome dell’unica cosa per cui sia valsa
tutta la pena di vivere.
 

Juan Gelman, Usignoli di nuovo

Usignoli di nuovo, di Juan Gelman

nel grande cielo della poesia
o per meglio dire
nella terra o mondo della poesia che include cieli
astri
dei
mortali
canta l’usignolo di keats
sempre
passa rimbaud impugnando i suoi 17 anni come la fiamma di amore viva di san giovanni

a teresa si raddoppia il dolore e il suo cavallo sbriciola
la polvere innamorata di francisco de quevedo e villegas
il dolce garcilaso arde negli inferni di john donne
da césar vallejo cadono cammini lungo i quali camminano i piedi della poesia

piedi che calpestano silenziosi come un asinello andino
baudelaire tira giù un albatros dal suo regno celeste
con il frac dell’albatros mallarmé va alla festa del nulla possibile
suona il violino di verlaine nella festa del nulla possibile
ricorda

che il sangue è possibile nel mezzo del nulla
che girondo liublimará perrinunca lamora
e gireranno le barchette di tunòn
contro il metallo spaventoso che violò apollinaire

oh lou che disamasti l’eternità del viaggio
il palazzo dell’eccesso in cui entrò la saggezza di blake
il paco urondo che foderava di lamé la felicità
per evitarle il freddo dell’epoca

roque dalton che si arrampicava sull’albero più alto della sua anima e gridava “Rivoluzione”
e vedeva la Rivoluzione e la Rivoluzione era la sola terra ferma che vedeva
e javier heraud che se ne andò tenerissimo nella selva
e aprì la selva della bocca col suo torrente chiaro

e il padre darío che disse no agli yankye
come sandino disse no
e il fronte ampio della poesia e della guerra tornò a dir loro no
e nicaragua brilla nel suo esercizio di amare

martí che va e viene nell’aria con i cari morti
che vide volare come una rosa bianca
non vedi i miei compagni volare nell’aria ottanta anni dopo?
sei sveglio per poter continuare a dire no?

i morti si imbiancano come Maddalena quando
impastava il suo pane con più lacrime che farina?
fino a che venga il giorno?
il giorno in cui tutta l’america latina si solleverà lentamente?
amorosamente?
navigando come fanno i miei pianeti del sud?

ora canta l’usignolo del greco alla fine dei secoli
passa walt whitman con l’usignolo sulla spalla cantando in paumanok
passa il comandante guevara sulle spalle dell’usignolo
passa l’usignolo che si allontanò dalla vita silenzioso come un asinello andino

in rappresentanza di quelli che cadono per la vita
passa la luna dalle dita di rosa
passa saffo che protegge l’usignolo
che canta
canta
canta

(traduzione di Raffaella Marzano – per questo articolo si ringrazia il sito potlatch.it dov’è possibile leggere la versione in lingua originale.)

*

Juan Gelman (Buenos Aires, 3 maggio 1930 – Città del Messico, 14 gennaio 2014) è stato un poeta, scrittore e giornalista argentino. Tra i maggiori poeti contemporanei di lingua spagnola, vincitore nel 2007 del Premio Cervantes, è una delle voci poetiche più amate del Latinoamerica, oltre che una figura di riferimento per intere generazioni nella resistenza alla dittatura. Nato a Buenos Aires da una coppia di immigrati ebrei ucraini, lascia gli studi universitari (chimica) e si dedica completamente alla poesia. Nel 1955 fonda il gruppo letterario El pan duro, costituito da giovani militanti comunisti, collettivo che nel 1956 pubblica il suo primo libro Violín y otras cuestiones. Nel 1963, durante la dittatura di José María Guido, è incarcerato insieme ad altri scrittori comunisti. Liberato, in seguito alle vibranti proteste del mondo politico e intellettuale, abbandona il Partito Comunista argentino e si avvicina ai movimenti peronisti-guevaristi (Fuerzas Armadas Revolucionarias).
A partire dal 1967 inizia la sua attività di giornalista per varie riviste nazionali e internazionali. Nel 1975 per decisione del suo stesso gruppo politico abbandona l’Argentina, per poter proseguire dall’estero l’attività di opposizione alle politiche repressive già in atto nel paese, rifugiandosi prima a Roma e poi spostandosi tra Ginevra, Madrid, Managua, Parigi, New York, per stabilirsi infine in Messico. Nel frattempo, in seguito al colpo di Stato militare del 1976, che andava sotto il sinistro nome di Proceso de Reorganización Nacional il regime militare argentino sequestra e uccide suo figlio Marcelo Ariel e sua nuora Maria Claudia García Iruretagoyena, genitori di una bimba nata in carcere e della quale si perde ogni traccia. Grazie all’intervento di vari capi di Stato, la cui protesta è pubblicata su Le Monde, nel 1988 Gelman viene sollevato da ogni pendenza giudiziaria per la sua militanza di sinistra. Tuttavia Gelman respinge l’indulto promulgato dall’allora presidente argentino Carlos Menem, atto “di grazia” che contemporaneamente lasciava impuniti numerosi responsabili delle torture di quegli anni.
Nel 1990 vengono identificati i resti del figlio Marcelo, ucciso con un colpo alla nuca e sepolto in un bidone riempito di sabbia e cemento. Nel 1999 Gelman ritrova la nipote scomparsa, data in adozione a una famiglia di Montevideo. Insieme alla nipote, che ha poi ripreso il nome dei suoi veri genitori (Macarena Gelman), ha portato avanti una battaglia civile per il riconoscimento dei diritti giuridici delle famiglie dei desaparecidos. Per oltre vent’anni, e fino alla sua morte (avvenuta all’età di 83 anni per una mielodisplasia), visse a Città del Messico con la seconda moglie, la psicologa argentina Mara La Madrid. Nel 2007 gli è stato attribuito il prestigioso Premio Cervantes. Le sue opere sono state tradotte in numerose lingue e pubblicate in tutto il mondo. Alla sua morte il governo argentino ha decretato tre giorni di lutto nazionale, a onorare nella sua figura quella di chi seppe mantenere limpida la richiesta di giustizia e alta la dignità e la memoria di un’intera generazione spazzata via dalla brutalità della dittatura. Per queste ragioni in Argentina la sua persona è molto amata e riconosciuta, la sua opera, anche quella giornalistica, è diffusa e studiata, messa in scena e musicata.

Antonio Sagredo, Elegia viola per Annita

Tracciava un cerchio che non quadrava degli universi 
i confini, i pensieri musicali e le note razionali 
accatastati nei cortili.
Il compasso della mia mente era mutilato 
agli angoli nel febbraio dei roghi e delle streghe, 
e sorrise per i presagi a malincuore. 
Non sapevo nulla di vessilli e marosi spenti!

In binario andamento e improvvisato avanzavano 
danzando un violino, una chitarra e un flauto.

E partiamo verso Citera, e lasciamo in disparte 
il pianto a farsi pietra. Voltai le spalle al tramonto 
ossuto che non riuscii a bere in una tazza… 
nel suo fondo si dimenavano i sentieri dei lamenti 
biforcuti, come lingue di rettili in fuga …  
gramigne e ortiche mi invitavano ai festini dei tormenti 
prima delle ore antelucane… 
il telefono nero non fu più muto alle radici 
e il colore del Nulla  nel quadro 
chiuse un’epoca… schizzavo un ritratto 
al pianto che occhi non aveva… 

L’avanguardia delle lagrime spalancò il cancello 
prima delle mani ingessate e distrasse il pennello 
dalla sua arte ultraterrena, ma l’ostinazione 
della candela alla fiamma fatua non era  visibile 
e si sgonfiava il ventre giallastro, disidratato 
come una vela in panne… 
e non sai se respiro o sospiro è il mantice… 


 -   e la marea che starnazza sulle lamie e deforma i volti
 -   e i fari che non sanno rallegrare le grida dei naufraghi
 -   e i cipressi che crollano come guerrieri lontani 
dalle proprie ombre e, in ginocchio, sono gelosi 
dello sguardo di putti alati…
un cristo invano si sbroda in lagrime tra le luminarie 
e l’incenso per l’estrema unzione, 
l’apocalissi dietro il vicolo s’accende una lanterna rossa, 
e le ombre danzano, danzano e sono maschere. 
Già il fardo dai binari è sulle spalle e ricolma fino
a luna piena la pancia di legno del bastimento.


La soglia come una lingua lavica dettava frasi latine,
il vento rabbioso latrava gelido sulle vetrate variopinte,
ma dalla latrina alla tomba il passo è ovale e lieve come neve
e i singhiozzi, in una chiesetta sconsacrata, fra le tue mani
come una culla una madonna fosforescente ho deposto.

Il volto era incurvato sulla chiavica 
di mostri tufacei e angelici che la finzione 
sapevano più della tragedia in atto sul nero legno 
e aveva ragione, John, quando la fisica 
era la meta d’ogni poeta 
e che il piacere delle ossa liberate dall’anima 
è imitare la carne primigenia e, sfatare sul palco 
ogni inganno, sotto uno stendardo bianco 
al vento, era un viaggio senza ritorno verso Citera. 


Le maschere non si somigliano più, gridò.


E strizzava a sangue il rosario e l’occhiolino 
coi suoi denti untuosi la Morte murata 
che non conosce amore gravido del Nulla.
E la Dama del boia ingravida e carezza
e finge il pianto dei  gradini in corsa, 
e a scatti sorride l’umida dentiera 
per una rotta serratura che s’inchiavarda, 
come una marionetta sulla  scena. 


Ed era sublime e dura quella, come Marcela nel suo tango,
ma l’ombra ricorda al corpo un tip tap sotto i lampioni.


E non era eterna quella Sorte infantile che cantai, 
e, quando visitai intestini e aruspici dei sembianti 
in sonno, luminosi vampiri mi restituirono gli occhi, 
come se sulla scena i gesti e le parole 
dalla fossa  dettassero mistiche visioni.


Quale sogno in vita è reale se la neve è davvero lieve
e ovale nel debutto? 
E il montaggio degli arti nella tarlata rovina 
delle quinte è caduto giù e pure la voce degli avanzi 
reclama una vittoria di macerie e trucioli … 
un solo passo avanti per l’occhio di bue, e lo sfacelo 
è dei trionfi dei legnosi suoni e delle gesta epicuree.


… e si risveglia e rifiorisce dalle ceneri del Nulla 
una forma vaga di risurrezione… 
umana mai sapremo, ma al nuovo giorno almeno 
ci ridestiamo da defunti. 


E ci ridestiamo dalle ossa senza speranza… 
una fatica del sangue l’erezione… 
aveva ragione Thomas: nella Morte non c’è vita sessuale!



Nelle nerastre pozze di via dei Coronari miravo le fameliche zoccole che vomitavano frasi latine, ancora! – e celebrando i fasti dei ceri danzavano un bughi bughi… 
e ancheggiando squittivano a squarciagola pure gli angeli 
e i corali dalle strepitose finestre: Citera, Citera Citera! 


“Avevate ragione, Lazzaro, si risorge solo per finta, altrimenti è terribile  il viaggio verso l’ignoto! Non esiste ritorno! Lazzaro, Io non ritornerò! Lazzaro, non ti arrendere, rientra, perDio! Avevate ragione, Lazzaro, si risorge solo per finta, non vi dirò nulla!”.


E dalle canne degli organi velati sgorgavano note scapigliate, 
e luride variopinte lucciole, e sensuale era il frastuono 
di un tango che rauco modulava le parole e gli occhi assordanti
di Carlos Gavito, il tanguero che balla il silenzio e la morte.
                            

Divina e secolare Carmencita, il tango è un poesia triste che si balla.
… e non ti fare sedurre: non esiste ritorno!
Lazzaro, la vita che tu cerchi non la potrai trovare altrove.



E la marina dove Annita mi portava vestito bene
di domenica dal lontano suburbio cappuccino 
lungo  tutta l’Appia etilica e fetida… 
e Lucio era con noi… 
e coi trucioli ancora in tasca  discuteva 
coi portuali gravidi d’oriente 
e per i fardi  gonfio era  il ventre dei bastimenti.  


La camera è l’esistenza ardente che con noi la sorte si divide.


*

Antonio Sagredo
Roma, 20-22 marzo 2021

Il sasso nello stagno di AnGre ringrazia l’Autore per aver voluto condividere qui questi versi scritti in memoria della madre scomparsa negli scorsi giorni.

Flavio Almerighi, Notturno

carta e penna

almerighi

A te basta cercare un posto comodo vicino al cuore
che, dopo una serie di movimenti circolari, più volte
e più volte trovi col piacere di camminare sopra,
così fai un altro giro, e quasi cinguetti di soddisfazione.
Noi sappiamo che il tempo passa, a tuo modo lo senti
anche tu scandirti i bisogni e in genere è splendido
il tuo tempo, ti fa trovare quasi tutto quel che vuoi,
non tutto, perché altrimenti che piccola delusione sarebbe?
A un certo punto, sdegnoso come una eccellenza, te ne vai.

Penso a mia madre, quando mi ha messo al mondo
aveva ventisette anni, la stessa somma in primavere avevo
meno di lei, quando se ne è andata il suo tempo
si è fermato, e ho iniziato a inseguirla per avvicinarla.
Ora me ne deve soltanto cinque, sei a voler arrotondare
in eccesso: cosa ho fatto di tutto quel tempo?
Ho cercato…

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Denise Levertov, due poesie

La veglia / The vigil

Quando i topi si svegliano
ed escono alla ricerca
di vita, briciole di vita,
io siedo tranquilla nella mia stanza segreta
cercando di calmare la mente dalle chiacchiere,
dicerie ed eventi, e trovo
la vita, briciole di vita, per nutrirla
fino a quando in silenzio,saziato,
il dio animale all’interno del
santuario ingombro non si mette a parlare. Ahimè!
poveri topi – Non ho lasciato
niente per loro, né pane,
né grasso, né un piatto sporco.
Andate attraverso i muri verso altre cucine;
fate silenzio qui.
Siederò vegliando
ed attenderò il Gatto
che in una lingua umana
pronuncia oracoli inumani
o delicatamente, con i suoi artigli, apre
una serie di scatole cinesi, contenenti ognuna
il Mondo e la sua ombra.
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§
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When the mice awaken
and come out to their work of searching
for life, crumbs of life,
I sit quiet in my back room
trying to quiet my mind of its chattering,
rumors andevents, and find
life, crumbs of life, to nourish it
until in stillness, replenished,
theanimal god within the
cluttered shrine speaks. Alas!
poor mice – I have left
nothingfor them, no bread,
no fat, not an unwashed plate.
Go through the walls to otherkitchens;
let it be silent here.
I’ll sit in vigil
awaiting the Cat
who with humantongue
speaks inhuman oracles
or delicately, with its claws, opens
Chinese boxes,each containing
the World and its shadow.
.
.
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La lezione / The lesson
.
Marta, 5 anni, scarabocchia un disegno e mormora
«Questi sono due angeli. Queste sono due bombe.
Splendono nel sole. La magia
gocciola dalle ali degli angeli».
Nik, 4 anni, ha gridato
attraverso il campo di stoppie, «Guarda,
i fiori stanno danzando ai piedi
dell’albero, e l’albero
guarda giù con tutti i suoi occhi-mela».
Senza esitazione né disputa, parole
adoperate e subito dimenticate.
.
§
.
Martha, 5, scrawling a drawing murmurs
‘These are two angels. These are two bombs. They
are in the sunshine. Magic
is dropping from the angels’ wings’.
Nik, at 4, called
over the stubble field, ‘Look,
the flowers are dancing underneath the
tree, and the tree
is looking down with all its apple-eyes’.
Without hesitation or debate, words
used and at once forgotten.
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Denise Levertov, tratto da Beat city blues – kerouac and Co., Stampa alternativa
(clicca qui per leggere tutto il libro bilingue)
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Denise Levertov (Ilford, 24 ottobre 1923 – 20 dicembre 1997), scrittrice e poetessa britannica naturalizzata statunitense. È stata influenzata dalla poesia di William Carlos Williams. Le sue liriche, dedicate alla natura e alla quotidianità, vennero apprezzate da Ferlinghetti che le pubblicò nella collana “Pocket Poets” della City Lights Books. Tra le sue raccolte, Here and Now del 1947 e The Jacob’s Ladder (1961). In italiano è stata realizzata una sola traduzione antologica curata da Mary De Rachelwitz per Mondadori nel 1969.
Traduzione di Simonetta Ferrini; immagine d’apertura: Wassily Kandinsky, Several Circles, 1926

Nella rubrica “Gioielli Rubati” di Flavio Almerighi anche un inedito di Angela Greco

Un mio inedito nella rubrica “gioielli rubati” di Flavio Almerighi che ringrazio di cuore per l’accoglienza 💞

almerighi

C’è continuità nell’immaginazione
Lo spazio che separa il cielo tra il mare
Siamo noi che lo disegniamo.
Coi sogni
I desideri
Con le guerre inutili,
Gli amori.
Siamo noi a disegnare con le nostre mani
E a cucire
Quei lembi sottilissimi di terra
Che legano il cielo al mare.

di Giuseppe La Mura, qui:
https://giuseppelamura.wordpress.com/2020/11/28/23723/

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IN QUALE ASSENZA TI RIFUGI

” Perché dovresti essere diverso?
In quale assenza ti rifugi? –
mi incalzi, mi scruti,
interroghi il silenzio
che subentra,

– lei sa chi sono io,
vorrei che lo sapesse,
amore è questa conoscenza –

nell’intuizione primigenia
il senso profondo
di un agguato di gentilezza
e concordanza,

i paesaggi scorrono accanto,
declinano l’autentico nell’immaginazione,
la compiutezza e la lontananza
si rincorrono nel territorio
di una similitudine
oltre gli inganni, gli alibi, le illusioni,

eversiva la tua invasione
nelle mie ore,
l’ordito corsaro di un’esistenza,
le frontiere contaminate
dal trasfigurarsi…

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