Tahar Ben Jelloun, due poesie

Paul Klee - 1914 - Garden in St Germain in Tunisia

Due poesie di Tahar Ben Jelloun (Fes, Marocco, 1944), scrittore, poeta e saggista marocchino, principalmente noto per i suoi scritti sull’immigrazione e il razzismo.

*

La luce del giorno lentamente traccia sul
campo pudico di terra bianca il contorno di un
corpo amoroso.
Sul corpo nudo scivola la brezza del mattino.
Un vento breve drizza il seno
poi le anche. Sulla cima del ginocchio
impazzisce l’uccello del paradiso.
È un cuore che palpita
o è la terra che si spazientisce?
Il desiderio si è disteso nel letto del fiume lontano.
Corpo d’amore
brace di luce
attendi la notte per l’amplesso solitario.
Son io che ti invento
ti guardo fremere e muovere
la tempesta ti gonfia le labbra e t’irrigidisce il busto
una palma si china sui tuoi capelli che spandono fuoco
ti so fiume, leggenda e musica.
Ma il tramonto ti ha spento,
ultima stella che accompagnava il sole.
Giunta la notte, nessun pensiero ti esalta.
Questa è la solitudine:
un corpo appena nominato è portato via dalle parole.

~

La mia patria è un volto

La mia patria è un volto
un chiarore essenziale
una fontana di sorgente viva
È mano che attende
trepida il crepuscolo
per posarsi sulla mia spalla
È una voce
di singhiozzi e di risa
un sussurro per labbra che tremano
La mia patria non ha altro orizzonte
che trattenuta tenerezza
negli occhi neri
una lacrima di luce
sulle ciglia
È un corpo di tormenti
preziosi
come un fascio di radici
vicino alla tera calda
È poesia
generata dall’assenza
un paese che nasce
sul bordo del tempo e dell’esilio
dopo un sonno profondo
sospeso a un albero
dai fragili rami
agitati nel vento
La mia patria è un incontro
avvenuto su un letto di foglie
una carezza per dire
e uno sguardo per dormire
paese lontano dalle parole
tanto da calpestare il ricordo
Tra le nostre dita
un ruscello
perché il silenzio sia
Il mio viso è di quel cielo ostinato
vuoto
ferito dall’eleganza del rifiuto
La mia caduta il nostro amore
albero dissanguato
sfigurato dalla grazia spezzata
lo stesso dolore
ha afferrato i nostri corpi
Restano quei versi
cordoglio tardivo
per una patria che non ha più volto.

*

da Stelle velate. Poesie 1966-1995 (Einaudi, 1998), trad. it. Egi Volterrani — Per questi versi si ringrazia il sito Internopoesia.

In apertura: Paul Klee, 1914, Garden in St Germain in Tunisia.

Thierry Metz, versi e prosa

Versi e prosa di Thierry Metz

***

Dov’è il fratello alchemico
uomo della prima
dell’ultima cena
dalla voce scarlatta, lieto
nell’avvampare delle mani
sulla tavola inventata
il volto in fiamme
come un’alba
come acqua
che si ritira meravigliata
come una notte
che si consuma
in oscura creta
il volto
come un uccello semplificato

 da Sulla tavola inventata (trad. di R. Corsi, Edizioni degli Animali, 2018)

~

16 giugno. L’agenzia di lavoro temporaneo mi ha trovato un impiego in una cooperativa operaia. Otto ore al giorno. Salario minimo.

Dopo i macelli, la fabbrica, torno all’edilizia.

Il cantiere si trova in una piccola via a senso unico. Si trasforma una fabbrica di scarpe in residenza di lusso. Sono rimasti solo i muri. L’interno è vuoto, né pavimento, né tramezzo. È vecchio. Tutto da rifare: consolidare le fondazioni esistenti, aprire le entrate dei garage, posare i pavimenti, costruire il vano per l’ascensore, armare la scala. Tutto. C’è da lavorare.

Un badile, un piccone. Il manovale deve cercare con questo, fare il giro, perdersi…

Un principiante: ecco cos’è. La sua memoria è solamente una rete d’acqua, una sorgente dimentica del fiume.

I suoi movimenti sono semplici: quelli di un uccello. Sale, scende, raccoglie ramoscelli, paglia, cortecce. Quello che capita.

Per delimitare il campo che si stende intorno al suo nome, gli occorre tracciare un cerchio con quello che ha: terra, rovine, pietre, istruzioni, pezzi di gesso, attese, stanchezze…

Qualcosa su cui meditare un giorno. Nient’altro.

da Diario di un manovale (traduzione di A. Ponso, Edizioni degli animali, 2020).

~

Vagavo tra losanghe
Con tutti gli alfabeti della terra
Nelle tasche
E scrivevo sui muri
Sui portoni
Incollavo grandi lettere alitanti
Come rospi
Cifre color spiga
Che suonavano la pietra con i tacchi
Immane la fatica di dire tutto alle case
Lo sforzo di estrarle dall’argilla.

da Dire tutto alle case (traduzione e cura di Mia Lecomte, Interno poesia, 2021)

***

Nato a Parigi nel 1956, autodidatta, Thierry Metz, dopo il servizio militare, a ventun anni si sposa e si trasferisce nei dintorni di Agen, nel dipartimento di Lot-et-Garonne. Qui lavora come manovale e operaio a giornata e comincia a scrivere, incoraggiato dalla moglie e dai tre figli.

Nel 1988 esce la sua prima raccolta; lo stesso anno Vincent, il secondo figlio di otto anni, muore davanti ai suoi occhi travolto da un’auto. Metz crolla da allora in una deriva psichiatrica di depressione e alcolismo che dopo il trasferimento a Bordeaux, nel 1996, e due ricoveri ospedalieri, il 16 aprile 1997 lo porterà al suicidio.

In vita ha pubblicato nove raccolte poetiche, di cui due con l’editore Gallimard, a cui sono finora seguite otto pubblicazioni postume.

Kate Clanchy, tre poesie

cuore

Tre poesie di Kate Clanchy (1965), scrittrice e poetessa scozzese.

🕊

Scoppia il ritardo

Immaginavo che ti sarei mancata, pensavo
ti saresti aggirato sul parquet con delle strane
calze logore, guardato l’orologio starsene fermo,
fatto tardi al lavoro, scritto il mio nome tutto maiuscolo
tenuti premuti Maiusc/Interr, perso autobus e pasti
o seduto con la forchetta a mezza via, perso, per interi minuti,
ore, dormito male, tardi, sognato inseguimenti, tremato
mandato le dita a sprimacciare il cuscino, trovato
il vuoto, svegliato di colpo, girato, abbracciato un’assenza,
un dolore, passeggiato, alba umida naturalmente,
avvolto in un impermeabile con il collo su, sbirciato
una fetta di faccia, fermato un estraneo, avuto amnesie;
come me. Ogni volta, corro a schiacciare la tua faccia
sulla mia, la mia, che splende di pioggia immaginaria.

*

Contenti

Era come camminare nella nebbia, nella nebbia e nel fango,
ti ricordi, amore? Seguimmo,
per una volta, il sentiero turistico, serrati nella foschia,
consapevoli solo dei piedi e del respiro,
e sulla cima, ci sedemmo mano nella mano, e lasciammo
che le vette scalate e le vette da scalare
si rivelassero e si velassero di nuovo
silenziose, secondo il vento dominante.

*

Incantesimo

Se, al tuo scrittoio, metti da parte il lavoro,
prendi giù un libro, cerchi questi versi
e leggi che io sto lì in ginocchio, l’orecchio
contro il tuo petto dove i muscoli
si inarcano come grossi tomi che si aprono, in curve
di gabbiani, attraverso le onde sonore del tuo cuore,
e che mi passi le dita fra i capelli,
sfilando dalla massa ribelle ciocche
sottili come segnalibri di seta scarlatta,
e mi accarezzi le guance come se lisciassi
veline tra rigide illustrazioni,
e mi tiri verso di te
per leggermi solo negli occhi, vedrai,
in monocromo argento, te stesso,
seduto al tuo scrittoio, prendere giù un libro,
cercare questi versi, e allora, amore,
non saprai chi di noi due legge
ora, chi scrive, e chi è scritto.

(per i versi si ringrazia il sito The Poeti.it)

Omaggio a Cristina Annino

Il sasso nello stagno di AnGre partecipa al cordoglio per la recente scomparsa della poetessa, riproponendo i suoi versi condivisi in questo blog.

***

Cristina Annino, pseudonimo della poetessa italiana Cristina Fratini (1941 – gennaio 2022). Laureata in Lettere moderne presso l’università di Firenze, nella città toscana ha avuto l’opportunità di entrare in contatto con il Gruppo ’70. Non me lo dire, non posso crederci (1969) è il suo primo libro di poesie, a cui ha fatto seguito nel 1977 Ritratto di un amico paziente. Del 1979 è il suo primo romanzo Boiter. Con la raccolta Il cane dei miracoli ha vinto la prima edizione del premio della casa editrice Bastogi nel 1980 e nel 1988 con Madrid il premio Ruzzo Pozzale. Nel 1984 Walter Siti la include nel terzo volume dei Nuovi poeti italiani. Tra gli altri libri di poesie si ricordano: Gemello Carnivoro (2002), Casa d’Aquila (2008), Magnificat (Poesie 1969-2009) (2010), Anatomie in fuga (2016). I suoi scritti sono stati tradotti in diverse lingue e inseriti in antologie. Dal 1989 ha cominciato a dipingere e da allora ha fatto mostre e personali in Italia e all’estero (da Treccani).

*

Area del disgusto

per Ezra Pound
.
Quei giorni bovini nel cavolo
di voliera! Aree del disgusto
per cavalli sul prato (lussuria igiene),
qualcuno
lo guarda e lui batte sul muro
la testa. Poi aspira, lo giuro,
a camionetta le spalle in sé, uccelli
anche, pensando; un dito
dissoluto così. Con infinita
santità ingoierebbe le spore
schizzate più della luce,
distanti nell’erba pulita. E suda
castamente quando vede che
il cavallo alla fine ribruca sé.
.
***
.
E’ Scrittura, altroché! strilla
sempre, ed è vero, origine
della creazione pura in quel mazzo
di prato che dà vita al concime nostro,
lo ricicla e ci piace. Si fanno
libri a palate, ingoiando. Dice
umano tra i ferri; in fin dei conti
la vita cos’è? fior di latte
e letame, svolacchiando
per digerire che?
.
***
.
Non dipinto o colonna,
ma carne e osso quant’è l’emicrania,
Pound miracoloso a Pisa
(sporco e creatività), vorrebbe
tanto calarsi, ha disturbi
d’olfatto, visivi. Non
ce la fa però con niente, né
lo spera, non col fango o coi vivi.
Non ci riesce. Allarmato di quel
solennissimo capolavoro che
si sente in un atomo tale,
e si sfascia, entrando tutto
nella mente prensile. Casca
con faccia e piedi lì; distante
il mondo, indice di gravità
tonale.
.
.
(da Anatomie in fuga, Donzelli)
.
.
inclusa in Fuori dallo scaffale AA.VV a cura di Flavio Almerighi e Angela Greco – Il sasso nello stagno di AnGre (clicca sul link azzurro per scaricare gratuitamente l’eBook)
immagine: opera di Vladimir Pajevic
.

Marij Čuk, tre poesie

Marij Čuk, tre poesie a cura di di Jolka Milič per Fili d’aquilone n.51 che si ringrazia.

*

IL TÈ DEL SABATO POMERIGGIO

Quando ti inviterò a prendere un tè
non temere le erbe selvatiche
e le tigri e le iene e i serpenti
nel mio giardino, amico.
Entra tranquillo e in silenzio,
bussa leggermente,
ti aprirà un irsuto domestico.
Entrando non aver paura del buio
e delle orrende urla
e delle lingue bavose, amico.
La mia casa è accogliente e pulita,
una zanna d’elefante al sole,
resiste alla pioggia e alla neve,
alla tempesta e alla bora.
La mia casa è un tetto sicuro.
Non spaventarti del cane selvaggio
ai miei piedi –
sbrana la gente solo di domenica.

Su, bevi una tazzina di tè
per sentirti meglio.

.

LA CASSAPANCA

In questa strana cassapanca di cose antiche
vaga I’ombra di alberi e di pietre scabre.
Cassapanca di calli e fuliggine,
di sole e di brutte notti fradice,
questa cassapanca cela al suo interno i ricordi
che sono come un fiore secco,
che sono come un volto avvilito e tormentato.
La cassapanca sa come si chiama l’erba.
La cassapanca sa che cosa vuol dire spargere il sangue.
Siedo su questa cassapanca,
su questo pezzo di legno inservibile,
che senza dubbio mi sarà utile d’inverno.

.

VASTITÀ

Una donna pensierosa.
II sembiante di una morte facile.
Un corpo bagnato.
Nei giorni dei ricordi
non ci resta altro.
Mani larghe.
Una faccia scomposta.
Un’acerba primavera.
Nell’ampio deserto
si perde la mia orma.

.

Marij Čuk, giornalista, poeta, scrittore, drammaturgo, commediografo, critico teatrale e letterario. Editorialista ricercato di varie riviste slovene e coordinatore di progetti interculturali alla RAI fino al pensionamento. Membro della Comunità slovena in Italia, nella regione Friuli-Venezia Giulia.
Nato nel 1952 a Trieste, dove vive e dove ha frequentato le magistrali, diplomandosi. Laureato in slavistica e romanistica all’Università di Ljubljana.
Raccolte di poesia: Pesniški list št. 13 (Foglio di poesia 13), 1973; Šumenje modrega mahu (Fruscio del muschio azzurro), 1974; Zakleta dežela (II paese incantato), 1975; Suho cvetje (Fiori secchi), 1982; Igra v matu (Scacco matto – in tandem con Ace Mermolja), 1984; Sledovi v pesku (Tracce nella sabbia), 1993; Ugrizi / Morsi (raccolta con testi a fronte), 2003; Zibelka neba in dna (Culla del cielo e del fondo), 2007 e Ko na jeziku kopni sneg (Quando sulla lingua si scioglie la neve), 2014.

Due poeti di Leningrado

Gennadij  Ivanovic Alekseev  (San Pietroburgo, 18 giugno 1932 – 9 marzo 1987), poeta, architetto e pittore russo fu il profeta del verso libero in quella che allora era chiamata Leningrado. Pubblicò la sua prima poesia nel 1962 ma i suoi versi considerati diversi per stile non trovarono spazio. Fu Iosip Brodskij a lanciare la sua prima raccolta, Sul ponte, pronta nel 1969 ma edita solamente nel 1976.

*

L’uomo di bronzo

Chinandosi dal piedistallo
ha chiesto un piacere:
per favore
un pacchetto di “Belomor”
e una scatola di fiammiferi!
li ho comprati
li ho infilati sulla mano di bronzo
di notte sono venuto nella piazza
vedo –
volteggia il fumo
non denunciatemi! –
ha detto lui –
me ne sto buono a fumare
è dura per gli uomini di bronzo
ho avuto compassione di lui
ma quanti uomini di bronzo
ciondolano nelle piazze!

29.9.82

(da Poesia, 277, Dicembre 2012 – Traduzione di Paolo Galvagni)

~

Aleksandr Semjonovič Kušner, che Josif Brodskij considerava uno dei migliori poeti lirici russi del XX secolo, è nato il 14 settembre 1936 a Leningrado. Nel 1959 ha terminato la facoltà di filologia presso l’Istituto Pedagogico Statale “Herzen” e per dieci anni ha insegnato lingua e letteratura russa. Membro dell’Unione degli Scrittori dal 1965 e del Pen Club dal 1987.

*

E’ una canzone di Schubert…

E’ una canzone di Schubert, hai detto.
Io la cantavo sempre, non sapendo di chi fosse.
Con essa, sembra, si può iniziare da capo
La vita, già molto simile a un prodigio!

Qualcosa come un usignolo e un triste suono
In un boschetto tedesco – e un suono triste.
La canzone ci è più cara se ha parole semplici,
E senza parole anche meglio, – con forza terrena!

Io la cantavo sempre, così senza motivo
E confondendo le parole malamente.
La notturna tenebra tedesca vi incombe,
E la tristezza in essa è così celestiale.

E poi per anni la dimenticavo.
E poi di nuovo a un tratto ritornava,
Come coprendomi con l’ombra di una quercia,
Tentandomi a ricominciare da capo.

(dal blog Un’anima e tre ali, traduzione di Paolo Statuti, che si ringrazia)

Ospite ed ospiti della rubrica Gioielli Rubati a cura di Flavio Almerighi

Alcuni miei versi inediti ospiti della rubrica “Gioielli rubati” di Flavio Almerighi che ringrazio di cuore. Buona lettura!

almerighi

Versi da “Alibi” (inediti)
.
Tutto è come lo avevamo lasciato;
stessi spiragli e interstizi tra gli affanni.
L’ alabastro si confonde col cielo, ma
l’azzurro non inganna e le sfumature lo sanno.
Stupita l’ametista sembra gelosa delle tue mani
e tra le altre pietre corre sull’altipiano carsico il cuore.
A fatica questo canto s’inerpica verso la tua vetta.
[…]
Questo lento trascorrere delle ore,
lo stillicidio che decreterà meraviglie, scuote
un silenzio troppo lungo per essere dimenticato.
Dal centro della terra sale l’eco della nascita e
in pancia sobbalza il tuo nome, colmando
ogni possibile cavità nascosta alla luce e alla ragione.
C’è un tramonto bellissimo fuori da qui, rosso
morente nel blu di una notte tutta da sognare.
[…]
Il sole è un pensiero che s’arzigogola sul muro,
ricordo di una lampada accesa la sera precedente;
verso casa gatti e carte calpestano le stesse vie,
mentre rincorro un…

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Gérard Blua, selezione di poesie

Versi tratti da Gérard Blua, In corso d’opera. Memoria poetica (Libroitaliano World, Ragusa 2006, trad. di Bruno Rombi)

*

Il poeta maledetto
si recò
presso il Mercante di Notorietà
che gli offrì
una pistola
e due pallottole
una per abituarsi al rumore
l’altra
alla sua notte.

*

Smembrare la propria solitudine
a colpi di disperazione
Dissodare i propri abbandoni
nei roghi suicidi
Amputare l’isolamento
Evirare il silenzio
E nell’intimo del vivere
nel colore meravigliato
carezzare i tratti puri
d’un morto fragile
ancora da nascere

    *

Da quale cova gettata
nel vuoto galattico
polvere nel flusso
di polvere smarrita
azzardo premeditato
che nega tutti gli azzardi
morente infinitamente
ai cicli della vita
ci venne un giorno l’idea
dell’omicidio?

    *

Tuttavia
conservare una traccia del grido
della morsicatura
un passaggio della morsa

Ma d’un volto
non resta per sempre
che la sua invocazione
contro l’oblio.

    *

Ma cogliere le aurore
e fondere i loro baci
ai loro colori sprizzati
e poi racimolarli
con le unghie e i denti
non è affatto
infamia sublime
chiamata dai vostri petti
il diritto possibile?

    *

E il seme dimenticato
dai flutti gorgoglianti
tutto tiepido di schiuma
ancora
si gonfia a loro insaputa
della pioggia nutritiva
d’un sole diffuso
che germoglierà senza fine
nel ventre di un cadavere.

    *

E pertanto l’Uomo
atrofizzato da appetiti e carestie
di viscere contraddittorie
estende i suoi desideri
e bacia
le stelle
con una bocca mobile
ignorante
dei piedi
che scavano nella roccia
un passato più profondo
ancora
che il profondo passato.

.

Gérard Blua è nato a Marsiglia nel 1945. Formazione: filosofia, lettere antiche e psicologia. La sua carriera letteraria comincia negli anni 70. Come editore, nel 1982 ha fondato Le Temps parallèle; nel 1990 Le colletif d’auteurs francophones e il gruppo editoriale Autres Temps, di cui è tutt’ora direttore generale (nel suo catalogo: Guillevic, Tahar Ben Jelloun, Michel Butor, Tristan Cabral, Jacques Gaucheron, Norge); nel 1998 la rivista poetica e letteraria Autre Sud; nel 2002, il trimestrale di cultura e tempo libero Pourtours magazine. È stato presidente dal 1993 al 1999 dell’Associazione degli Editori del Sud-Est della Francia. Ha prodotto e continua a produrre un’opera poetica varia che consta di circa quaranta libri, tra romanzi, commedie, racconti, saggistica, editoriali. Tradotto in molte lingue, ha rappresentato e rappresenta la Francia all’estero nei più importanti festival internazionali. Blua è anche polemista: memorabile il suo Pamphlet contro la riforma dell’ortografia. Le sue ultime pubblicazioni: Ivre Québec 2002, Ed. Ecrits des Forges-Canada; Mot à mot, Antologia poetica di tutta l’opera pubblicata dal 1974 al 2000, ACM éditions, 2001, collection Les Poètes du 21ème siècle. Da circa trent’anni organizza e presenta eventi che sono un punto di riferimento importante nella cultura francese e internazionale. Nel 1985 ha ricevuto il Prix de l’Académie de Marseille per l’insieme della sua opera.

[a cura di Viviane Ciampi per Fili d’aquilone n.4 del 2006, che si ringrazia]

Miroslav Kosuta, tre poesie

carta e penna

Miroslav Kosuta è nato a Kiz nel 1936, ha frequentato il liceo scientifico sloveno di Trieste e continuato gli studi presso l’Università di Ljubljana, dove si è laureato in Letteratura Comparata. E’ stato redattore della radio di Ljubljana e, dopo il ritorno a Trieste, tra le altre attività per più di vent’anni direttore artistico del Teatro Stabile Sloveno. Poeta, drammaturgo e traduttore, ha pubblicato la sua prima raccolta nel 1963, alla quale ne sono seguite molte altre fino alla recente Mesto z malam San Carlo (La città con il molo San Carlo) del 2002.

*

Misa – la tavola

Beata tu sia, tavola, che hai gambe
ma non ti allontani da noi: tu sì che sei saggia
e sai dov’è la felicità.

Beata tu sia, tavola, che sei di rovere tinto
e ampia, sì che tutti e quattro
a te sediamo con i nostri giorni e notti.
Con tovaglie ti avvolgono brezze di primavera,
il profumo di cibo casereccio ti impregna
e tu verdeggiando cresci,
cresci e sei la nostra casa: a te
veniamo e da te quando ci hai confortati
e dissetati.

Beata tu sia, tavola, che sei il mio libro:
nei tuoi cerchi segno la felicità
e la crescita dei figli, con l’altezza delle tue gambe
misuro il mio sconforto –

un giorno ci servirai solo tre piatti,
un altro giorno due,
poi un suono secco nel tuo dorso:
come la molla saltata in un vecchio orologio.

~

Vrata – la porta

La porta, semplice e a misura d’uomo,
con fondamenta d’amore e vaghe aspettative,
si erge come un arco di trionfo.

Quante trincee espugnate là dietro, quanti
cavalli di frisia, grida soffocate, lingue
di fuoco e notti trafitte da spari
e tregue e trattati e la porta,
la porta, compagna sempre un palmo più alta di te.

Col faro si apre e si chiude,
chiama nella nebbia, nel buio, nel chiarore,
permeata da una tenue
luce violetta. Da qui se ne vanno
mia moglie e i ragazzi, da qui
entra la paura. Maniglia e chiavi sono fatte
per la mano, ma le mani non sanno quel che fanno,
stillano angoscia in me. Non andate,
non andate, grido.

Ma è scritto: anche tu andrai.

~

Hisa – la casa

Ogni casa ha quattro pareti
e un cielo.
Ogni casa ha un orologio che misura la notte,
e un tarlo che rode la morte
negli scaffali,
nel pavimento,
nell’esca del letto che sa di sudore.

Ogni casa ha una porta che si apre
alla paura,
e fra tante finestre una
per i suicidi.

Da noi le case sono lampioni
e brillano sul mare,
in una
c’è un giaciglio di alghe secche
dove mi aspetta
un corpo,
schiuso come terra
e profondo
come una tomba.

.

(Per questa condivisione si ringrazia il sito “el-ghibli”)

Domenico Modugno, Che cosa sono le nuvole? – sassi sonori

Che io possa esser dannato
Se non ti amo
E se così non fosse
Non capirei più niente
Tutto il mio folle amore
Lo soffia il cielo
Lo soffia il cielo
Così
Ah ma l’erba soavemente delicata
Di un profumo che da gli spasimi
Ah tu non fossi mai nata
Tutto il mio folle amore
Lo soffia il cielo
Lo soffia il cielo
Così
Il derubato che sorride
Ruba qualcosa al ladro
Ma il derubato che piange
Ruba qualcosa a se stesso
Perciò io vi dico
Finché sorriderò
Tu non sarai perduta
Ma queste son parole
E non ho mai sentito
Che un cuore, un cuore affranto
Si cura
L’unico e tutto il mio folle amore
Lo soffia il cielo
Lo soffia il cielo
Così
.

Il 9 gennaio 1928 nasceva a Polignano a Mare (BA) Domenico Modugno, considerato uno dei padri della canzone italiana, “l’incantatore, l’anima del popolo […] il primo grande lavoratore della canzone, il primo cantautore inteso come la modernità della canzone italiana intenderà questa figura: figura del fare canzone, cioè artigiana, ma pure ancora in grado di conservare l’afflato lirico, quell’indicibile che deve aleggiare sulla poesia, insomma quella morbida di culla del riconoscibile sovrannaturale lirico, dell’ispirazione, della potente rivelazione dell’emozione che incontra la ragione e si fa parola: testo musicabile, musica narrabile“. (Rolling Stone)

“Che cosa sono le nuvole?”, singolo pubblicato nel 1968, ultimo 45 giri inciso per l’etichetta discografica Curci, era stato già pubblicato l’anno precedente nell’album Modugno; scritto da Pier Paolo Pasolini ed incluso nel film a episodi Capriccio all’italiana del 1968 (nell’omonimo episodio diretto appunto da Pasolini e recitato anche dallo stesso Modugno), il brano tratta poeticamente e metaforicamente dell’amore e del significato della vita; “l’essenza della vita non sarà perduta se l’umanità sarà ancora capace di sorridere, affascinarsi, commuoversi, rubando qualcosa agli innumerevoli burattinai ladri di identità, diabolici dissimulatori della realtà”. (Giorgia Bruni, Centro studi Pier Paolo Pasolini)

*

Per leggere l”articolo completo (di cui si è condiviso un estratto) ed un interessante approfondimento, per cui si ringrazia di cuore, CLICCA QUI – Radio Città Aperta

Thich Nhat Hanh, due poesie

Thích Nhất Hạnh (1926), nato Nguyễn Xuân Bảo, è un monaco buddhista, poeta e attivista vietnamita per la pace; ordinato monaco a 16 anni in Vietnam ha presto concepito una forma di buddhismo impegnato che potesse rispondere concretamente alle esigenze della società. È stato un insegnante e un attivista sociale di spicco nel suo Paese d’origine, prima di ritrovarsi esiliato dal suo paese per aver auspicato la pace. in Occidente ha avuto un ruolo chiave nell’introdurre la consapevolezza e nel creare comunità di pratica (sangha) in tutto il mondo.

*

Preghiera per una terra

Perdute nelle tempeste
dell’oceano aperto,
le nostre piccole barche vanno alla deriva.
Cerchiamo una terra
durante interminabili giorni e interminabili notti.
Siamo la schiuma
che galleggia sull’immenso oceano.
Siamo la polvere
che vola nello spazio infinito.
Le nostre grida sono sopraffatte
dall’urlo del vento.
Senz’acqua né cibo
i nostri bambini giacciono stremati
e non hanno più la forza di piangere.
Siamo assetati di terra,
ma veniamo ricacciati da ogni spiaggia.
I nostri segnali di soccorso sono Alzati, Alzati,
ma le navi che ci incrociano non si fermano.
Quante barche sono affondate?
Quante famiglie giacciono sotto le onde?
Signore Gesù, ascolti la preghiera della nostra carne?
Bodhisattva Kwan Yin, dio della pietà, ascolti la nostra voce?
Uomini nostri simili, sentite la nostra voce
dall’abisso della morte?
O terra ferma,
quanto ti desideriamo!
Preghiamo che oggi l’umanità sia presente.
Preghiamo che la terra ci stenda le sue braccia.
Preghiamo perché oggi ci venga data speranza
da questo paese.

~

Torno ad aprire le antiche pagine 

Improvvisamente mi ritrovo nel mio passato.
Il punto di riferimento non è visibile più a lungo
e il sogno dell’altra notte è pieno di immagini illusorie.
I muri che servono a fermare i venti e la pioggia
hanno formato un angolo di spazio accogliente.
Le candele tremolanti
evocano il profumo di incenso della vigilia dell’Anno nuovo.
Piove.
In casa, la cena è servita.
Una manciata di foglie di coriandolo
mi riporta alle forme della madre patria.
Improvvisamente tutte le barriere sono rimosse
grazie alla tempesta di mezzogiorno
ed ogni cosa è rivelata.
Il sole di oggi non è lo stesso di ieri?
Uccelli intravisti contro il colore purpureo della sera.
I due estremi del tempo si uniscono
e mi spingono con tenerezza
verso una nuova apertura.
Il sipario della sera, destinato a catturare spazio,
improvvisamente si trasforma in salici piangenti.
Le nuvole si chiamano l’un l’altra
per un incontro sulla cima dei monti.
Sono tornato. Mi ritrovo ad aprire vecchie pagine.
Un tramonto sfolgorante ha bruciato tutti gli attestati… verbosi mantra si sono dimostrati non avere più forza…
Soffia forte ora il vento. Laggù dove finisce il cielo, sento sbattere le ali di qualche strano uccello.
Io dove sono?
Il punto focale della concentrazione è il ricordo.
La casa più vera è quella d’infanzia, tra le colline erbose.
Le foglie violette del tià-tò
contengono tutto un autunno pienamente maturo.
I tuoi piccoli piedi percorrono il sentiero,
come gocce di rugiada sulle giovani foglie.
Le lettere che ti inviai
risuonano come campane della chiesa.
Un cielo dorato di fiori è contenuto in un solo seme di mostarda.
Ecco, unisco le palme delle mani
e – meravigliosamente – lascio fiorire un fiore nel mio cuore.

(Tratte dal sito “thepoeti.it” che si ringrazia)

Versi d’artisti

Leonardo da Vinci, Poesia

Ogni parte aspira sempre
a congiungersi con l’intero
per sfuggire all’imperfezione;

L’anima sempre aspira
ad abitare un corpo
perché senza gli organi corporei
non può agire ne sentire.

Essa funziona dentro il corpo
come fa il vento
dentro le canne di un organo,
se una delle canne si guasta
il vento non produce più il giusto suono.

*

Michelangelo Buonarroti, Che cosa è questo amore?

Come può esser, ch’io non sia più mio ?
O Dio, o Dio, o Dio!
Chi m’ha tolto a me stesso,
ch’a me fosse più presso
o più di me potessi, che poss’io?
O Dio, o Dio, o Dio!
Come mi passa el core
chi non par che mi tocchi?
.
Che cosa è questo, Amore,
c’al core entra per gli occhi,
per poco spazio dentro par che cresca;
e s’avvien che trabocchi?
.
*
.
Paul Klee, Epigono 
.

In me scorre il sangue di un tempo migliore.
Sonnambulo del presente
dipendo da una vecchia patria,
dalla tomba della mia patria.
La terra inghiotte tutto
e il sole del sud non lenisce i miei dolori.

*

Pablo Picasso, Una lingua di fuoco

Una lingua di fuoco soffia sul suo volto
nel flauto della coppa
che mentre gli canta rode la pugnalata dell’azzurro
così allegro
che seduto nell’occhio del toro
iscritto nella sua testa ornata di gelsomini
aspetta che la vela gonfi il frammento di cristallo
che il vento avvolto nella cappa delle mandoble
gocciolante di carezze
distribuisca il pane al cieco e alla colomba color lillà
e prema con tutta la sua cattiveria
contro le labbra del limone fiammeggiante
il corno ritorto
che spaventa coi suoi gesti d’addio la cattedrale
che sviene tra le sue braccia senza un applauso
mentre scoppia nel suo sguardo la radio risvegliata dall’alba
che fotografando nel bacio una cimice di sole
mangia l’aroma dell’ora che cade
attraversa la pagina che vola
e disfa il mazzo dei fiori
che porta via stretto fra l’ala che sospira
e la paura che sorride
il coltello scattante di gioia
lasciandolo anche oggi ondeggiare come gli pare e piace
nel momento preciso e necessario
in cima al pozzo
il grido del rosa
che la mano gli getta
come una piccola elemosina.
(testi dal web)

Marcos Ana, quattro poesie

Marcos Ana pseudonimo di Fernando Macarro Castillo (1920-2016) è stato un poeta spagnolo. Fu imprigionato nel 1938 e trascorse in prigione 23 anni per motivi politici durante il franchismo. Nel 1961 fu scarcerato ed esiliato a Parigi. Ha raccontato la sua storia con il libro “Ditemi com’è un albero”.

[Per questo articolo si ringrazia di cuore Giorgio Chiantini]

*

La mia casa e il mio cuore
(sogno di libertà)

Se un giorno uscirò alla vita
la mia casa non avrà chiavi:
sempre aperta, come il mare,
il sole e l’aria.

Che entrino la notte e il giorno,
la pioggia azzurra, la sera,
il pane rosso dell’aurora;
la luna, mia dolce amante.

Che l’amicizia non trattenga
il passo sulla soglia,
né la rondine il volo,
né l’amore le labbra. Nessuno.

La mia casa e il mio cuore
mai chiusi: che passino
gli uccelli, gli amici,
e il sole e l’aria.

Breve lettera al mondo

I denti di una balestra
m’inchiodano il volo.

Ho un’anima stracciata
a forza di tirare ma non posso
strapparmi questi catenacci
che mi trapassano il petto.

Settemiladuecento volte
la luna intersecò il mio cielo
e altrettante la dorata
libertà intersecò il mio sogno.
Il sole mi fa fiorire,
a che pro se sterilmente vedo
tra i muri questo sangue
mio sfogliarsi nel silenzio?

Non sapevo cosa fosse un uomo
sanguinante e a pezzi, in ceppi.
A saperlo sarei venuto
nelle onde e nel vento,
da tutti i confini,
con il cuore disfatto,
inalberando i pugni
per salvare ciò che è vostro.
Se un giorno già tardi arriverete
e troverete freddo il mio corpo;
di neve, ai miei compagni
morti tra le catene…
raccogliete le nostre bandiere,
il nostro dolore, il nostro sogno,
i nomi che sulle pareti
con amore dolce avremo inciso.

E se ci chiuderete gli occhi
lasciateci i muri dentro!
Che si secchino con la polvere
della nostra carne e non possano
essere nuove tombe di carcerati.
Non sapevo cosa fosse un uomo
sanguinante e a pezzi, in ceppi.
A saperlo sarei venuto,
nelle onde e nel vento,
da tutti i confini,
per salvare ciò che è vostro.
Se già tardi un giorno arriverete
e troverete freddo il mio corpo
cercate nelle solitudini
del muro il mio testamento:
al mondo lascio tutto,
ciò che possiedo, e sento
che tra i miei io sono stato,
sono, e che sostengo:
una bandiera senza pianto,
un amore, qualche verso…
e nelle pietre laceranti
di questo cortile grigio,
come una statua
rossa e terribile, nel centro.

[Condivise da https://irisnews.net/marcos-ana-datemi-il-nome-dellamore/ dove è possibile leggere altri testi, anche nella lingua originale, oltre a un interessante articolo sull’autore a cura di Chiara De Luca che si ringrazia]

Autobiografia

Il mio peccato è terribile
volli colmare di stelle
il cuore dell’uomo.
Per questo, qui tra le sbarre,
in diciannove inverni
persi le mie primavere.
Prigioniero dall’infanzia
a morte la mia condanna,
i miei occhi si stanno prosciugando
la luce contro le pietre.
Ma non c’è ombra d’arcangelo
vendicatore nelle mie vene:
Spagna è il solo grido
del mio dolore che sogna.

Ditemi com’è un albero 

Ditemi com’è un albero.
Ditemi il canto del fiume
quando si copre di uccelli.

Parlatemi del mare. Parlatemi
del vasto odore della campagna.
Delle stelle. Dell’aria.

Recitatemi un orizzonte
senza serratura né chiavi
come la capanna di un povero.

Ditemi com’è il bacio
di una donna. Datemi il nome
dell’amore: non lo ricordo.

Le notti si profumano ancora
di innamorati con fremiti
di passione sotto la luna?
 
O resta solo questa fossa,
la luce di una serratura
e la canzone delle mie lapidi?
 
Ventidue anni… Già dimentico
la dimensione delle cose,
il loro colore, il loro profumo…. Scrivo
 
a tentoni: “il mare”, “la campagna”…
Dico “bosco” e ho perduto
la geometria dell’albero.
 
Parlo, per parlare, di argomenti
che gli anni mi hanno cancellato.
 
(non posso continuare, sento
i passi della guardia)
– immagine d’apertura: Piet Mondrian, L’albero grigio, 1911 –

 Niyi Osundare, due poesie

Niyi Osundare (1947), poeta, drammaturgo, linguista e critico letterario africano, è nato il 12 marzo 1947 a Ikere-Ekiti, in Nigeria, ed è riconosciuto come una delle voci più importanti ed originali della poesia anglofona contemporanea. Cresciuto con un nonno guaritore e un padre agricoltore-compositore, ha potuto sviluppare sin dall’infanzia un rapporto diretto con la poesia tipico delle culture orali, che si rivelerà la principale fonte d’ispirazione per i suoi versi in inglese.
Osundare è uno degli esponenti più noti della ‘Alter-Native Tradition’, termine usato per indicare la seconda generazione di poeti nigeriani tra cui Odia Ofeimun, Funso Aiyejina e Tanure Ojaide. Pur riconoscendo il loro debito verso pionieri come Wole Soyinka e Christopher Okigbo, a partire dagli anni ’80 gli Alter-Natives ne rifiutano l’oscurità estetizzante di stampo modernista per proporre opere più dirette ed accessibili, caratterizzate da un impegno socio-politico d’impronta marxista. Tali caratteristiche contraddistinguono le prime tre raccolte di Osundare: Songs of the Marketplace (Canti del mercato, 1983), Village Voices (Voci del villaggio, 1984) e A Nib in the Pond (Un pennino nel lago, 1986).

Una svolta decisiva è rappresentata dalla raccolta The Eye of the Earth (L’occhio della terra, 1986), dove la rilevanza dei temi è sorretta da una sorprendente ricchezza linguistica e maturità lirica, da un gusto irrispettoso nel giocare con le possibilità espressive offerte dall’inglese; si veda ad esempio il neologismo ‘hueman’, omofono di ‘human’ ma letteralmente ‘l’uomo del colore’, o il termine ‘preyers’. Osundare opera una fusione di politica e poetica che diventerà caratteristica di molti dei suoi lavori seguenti, e il cui linguaggio figurativo attinge soprattutto a una natura antropomorfizzata, come nell’invocazione al camaleonte qui tradotta.

Da L’occhio della terra (1986)
Da “Echi della foresta”:

[…]
Conta i tuoi colori, oh camaleonte,
aborigeno del vento e del bosco
conta i tuoi colori
nell’arcobaleno della felce
nella corteccia spessa e cinerea
dell’alberello.
Conta i tuoi colori,
oh principe dal semplice corredo
vivace damerino che passeggia
così naturalmente nudo, poiché possiede
una foresta dai mille costumi.

Vesti la terra
con l’accurata cautela
dei tuoi occhi globali.
Vesti la terra,
non con l’inerzia millenaria
delle zampe di millepiedi,
non con l’incendio inferocito
della coda di scorpione
e neanche con l’avarizia calcolatrice
della lumaca che si trascina la casa
ad ogni viaggio.

Vesti questa mantide religiosa
nel suo tabernacolo eterno,
le verdi mani serrate
davanti a un dio assente
Vesti la foresta indifferente
che invece s’inchina dinanzi
all’austero muezzin
di un vento forte e insistente.
Vesti questa prole in preghiera,
questa scuola di rametti ballerini
[…]
Osserva, inoltre, questi predatori che pregano
nel calvario cannibale
della foresta:
l’iroko* che divora il cespuglio,
la iena che dilania il coniglio,
l’elefante che calpesta l’erba
con le gambe snervate dalla cancrena
del potere insensato
Racconta a tutti loro della pace oltre l’artiglio
Raccontagli del sole
che succede alla notte.
[…]

* iroko (chlorophora excelsa) = grande albero tropicale dal legno duro e pregiato, detto anche ‘quercia africana’.

▪︎

L’opera seguente, Moonsongs (Canti della luna, 1988) è ispirata da un agguato criminale e quasi fatale contro Osundare, poi costretto a una lunga degenza in ospedale. I temi sociali sono meno espliciti, con un immaginario più criptico che ha provocato alcune accuse di disimpegno; l’atmosfera di queste invocazioni lunari è comunque pervasa di sofferenza.

Da Canti della luna (1988):
“VI”

Notte dopo notte
il vento spande l’orizzonte

la luna, troppo piena per dormire
afferra sogni effimeri tra tunnel
di nuvole sonnolente,
oscillando così solenne al richiamo
                    del tamburo
                         del tamburo
così forte adesso, con la membrana del sole

E con ritmo di rocce
ricordo di prati
geroglifico di poggi
col suo din-don d’albe e tramonti
la luna ride a tempo
e una lacrima millenaria le arde
nell’occhio ampio

La lacrima sgorga in ruscello
matura in fiume
poi galoppa come liquida puledra
verso il mare

Tutto all’alba
quando la luna è un ombelico attempato
nella pancia del cielo.

*

Cura e traduzione di Pietro Deandrea
Università di Torino, Facoltà di Lingue e Letterature Straniere — Archivio El-Ghibli.org

Alfonso Brezmes, quattro poesie

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Per questi versi si ringrazia Mirta Amanda Barbonetti, che ha curato articolo originale e traduzione per Fili d’aquilone n.45 (qui)

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Alfonso Brezmes è nato nel 1966 a Madrid, dove vive. Ha pubblicato i libri di poesia: Postales desde el futuro (2010), La noche tatuada (2013) e Don de lenguas (2015).  Suoi testi sono stati pubblicati in antologie e riviste.

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STRUMENTI DI MISURA

Per misurare il tempo fu inventata l’assenza,
quella riga che divide il mondo in due,
in due i corpi, i giorni, le parole.

Per misurare l’assenza fu inventato il silenzio
quel linguaggio di spettri, quel dolore mansueto
con il gelido tocco delle cose vuote.

Per misurare il silenzio avete inventato me,
questo cane di nebbia che vaga nella notte
come un faro in cerca di un naufragio.

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AMORE E GEOMETRIA

Cercarti è un’ellisse.
Sognarti è una curva.
Decifrarti è una piramide.
Raggiungerti è un’iperbole.
Amarti è un cerchio.
Tenerti è un quadrilatero.
Perderti di nuovo
è una mera parabola
per tornare a cercarti.

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CRIMINE IMPERFETTO

Di tutti i crimini che ho commesso
solo di uno mi pento:
di non aver sopraffatto del tutto il desiderio,
questo avvoltoio abbietto e insaziabile
che mi fa credere
di essere ancora vivo.

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STATO SOGNANTE

Continuai a sognarla per tutta la notte.
Al risveglio era lì,
proprio come appariva nei miei sogni:
candida come un mondo
che lentamente si stiracchia prima di riprendere il suo moto.
Quando compresi che era vera
come la vita stessa, fuggii all’istante
dalla vecchia realtà e dai suoi travestimenti,
e richiusi dolcemente gli occhi
per poter tornare a sognarla.

.

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INSTRUMENTOS DE MEDIDA

Para medir el tiempo se inventó la ausencia, 
esa raya que separa en dos el mundo, 
en dos los cuerpos, los días, las palabras. 

Para medir la ausencia se inventó el silencio, 
esa lengua de espectros, ese dolor obediente 
con el frío tacto de las cosas huecas. 

Para medir el silencio me inventaste a mí, 
este perro de niebla que vaga en la noche 
como un faro en busca de un naufragio.

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AMOR Y GEOMETRÍA

Buscarte es una elipse. 
Soñarte es una curva. 
Descifrarte es una pirámide. 
Alcanzarte es una hipérbola. 
Amarte es un círculo. 
Tenerte es un cuadrilátero. 
Perderte de nuevo 
es una mera parábola 
para volver a buscarte.

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CRIMEN IMPERFECTO

De todos los crímenes que cometí 
sólo me arrepiento de uno: 
no haber matado del todo el deseo, 
ese buitre abyecto e insaciable 
que me hace creer 
que sigo estando vivo.

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ENSOÑACIÓN

Toda la noche la anduve imaginando. 
Al despertar, allí estaba, 
tal y como se manifestaba en mis sueños: 
con la pureza intacta de un mundo 
que se despereza antes de girar. 
Cuando comprendí que era cierta 
como la vida misma, huí como pude 
de la vieja realidad y sus disfraces, 
y cerré suavemente los ojos 
para poder volver a soñarla.

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