All’oscuro dei voyeur di Angela Greco letto da Claudia Manuela Turco

All’oscuro dei voyeur di Angela Greco letto da Claudia Manuela Turco

Pubblicata sul sito Literary (nr. 5/2019) che si ringrazia. 

*

All’oscuro dei voyeur (libro di poesia – QUI ), propone Angela Greco al lettore, confermandosi, con questo suo nuovo libro, voce interessante e versatile del nostro panorama letterario.

Accompagna l’opera, la prefazione di Franco Pappalardo La Rosa. Il racconto poetico si snoda attraverso versi densi di immagini e significati, di ramificazioni e gemmazioni, versi mai magmatici nel loro avvicendarsi, mentre i segmenti di parole si spezzano e precise suture di senso favoriscono una forte coesione.

La prima parte del libro, la “Prospettiva Hopper”, comprende passaggi, solitudini e vocazioni (riferimenti a Edward Hopper si troveranno anche in seguito, nel corso della lettura): «Vuota, dietro il vetro, la camera degli amanti / torna al pennello di Hopper. Questioni di colori / sbiadiscono il principio di giugno. Nessuna pietra / impedisce al piede la salita e la slogatura». I “passaggi” avvengono alla presenza di segnali che disorientano («Il navigatore ha perso la stella / e ha affidato al telefono la sua personale ricerca»). Anche se l’autrice ammette, su uno sfondo incupente, «Osservo energia priva di scopo», vengono comunque affidati «Al foglio bianco il possibile squarcio, / la metafisica dell’attesa».

Le inquietudini esistenziali, le domande senza risposta, rappresentano l’anima vibrante e ferita di queste pagine. Ed è subito sera: «Il paesaggio distratto in lontananza non si preoccupa / del muscolo in salsa e accende una luce. / La decomposizione da cui deriviamo allarga l’orizzonte: / alla fine ogni eccesso si riduce a pochi elementi chimici. / Intanto sulla soglia una signora con mantello attende», mentre «Lo strazio dell’ombra è l’assenza nella luce / di un motivo, che proietti soluzione alla notte». E noi siamo «in cerca di cosa? Giunge la sera».

All’oscuro dei voyeur presenta fluidità di stile, ogni parola o immagine è di ispirazione per la seguente, senza mai perdere di vista l’origine, chiudendo molti cerchi. «Segni misteriosi rincorrono il risveglio. / Non occorrono soggetti solenni, né temi nobili / per ritrovarsi». Anche gli «Avanzi della cena in bagno» (per un attimo può venire in mente La stanza da bagno di Jean-Philippe Toussaint) possono rammentarci l’importanza di non dare mai nulla per scontato, poiché niente è mai banale se lo si sa guardare e collocare nella più ampia rete di significati e legami possibili.

Si cerca di vincere le “solitudini” in modi diversi, ognuno secondo le proprie possibilità. «Edward costruisce fondali e lame di luce nell’attesa», ma «Cosa accade dietro il sipario Edward non può saperlo», come chiunque altro. Un esempio di So-stare in solitudine è rappresentato, invece, da un vecchio musicista che si osserva allo specchio «per farsi compagnia».

Angela Greco reinventa alcune figure femminili con grande efficacia: «Salomè decide per se stessa. Chiede la sua testa; / non basta il vassoio d’argento a contenere il disgusto»; «Cecilia venne tratta dal marmo nella stessa posizione / del martirio e del collo segnato dalla spada. / Il volto della fanciulla si può solo immaginare. / Del coraggio si sente ancora voce ferma e fiera. // Ogni giorno ha il suo santo che canta. / Lo sguardo al cielo non è facile se soffri di cervicale». Parlando di “vocazioni”, la poetessa può affermare: «Assecondo la vocazione del cantastorie»; «Potrebbe sembrare strano, ma in alcune ore del giorno / i personaggi diventano credibili».

Non può sfuggire, nel corso della narrazione in versi, l’eleganza di taluni particolari, catturati con precisione: «Una scenografia a punto inglese in attesa della sera / ritaglia posta elettronica con forbici a cigno». Infatti, All’oscuro dei voyeur è esempio di poesia che, attraverso il dettaglio, mira all’essenziale. «In certi giorni è difficile smettere di scrivere»: si sovrappongono luoghi e tempi, memorie e speranze, illusioni e sogni, presenze e assenze («Il confine tra qui e l’assenza è una stanza sul mare»), separazioni e ritorni. Si verificano “Variazioni sulla distanza”, in un viaggio di sola andata, tra crisi di identità («Avrò notizie di me / tra qualche giorno. Oggi non mi riconosco») e qualche “Fuori programma”, mentre «l’ingiustizia più acuta è la replica della forma al mattino».

Nonostante una quotidianità che ci ricorda costantemente che siamo tutti «un uccello che domanda l’indirizzo di casa», leggendo queste pagine, profumate anche di mare e caffè, possiamo almeno per un attimo allontanarci dalla dimensione di “Notte e terra”, perché «La poesia è insubordinazione, stazione viaria, azione, / passaggio in auto-stop verso una nuova galassia».

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Ancora Barabba di A.Greco letto da Ginevra Grisi

Recensione di Ginevra Grisi pubblicata sul nr. 4/2019 di Literary che si ringrazia.

Un poemetto, quasi una drammaturgia in versi di vaga reminiscenza luziana, non fosse altro per la scelta del tema evangelico. Si potrebbe immaginare una voce recitante e un coro, Barabba e la folla.

Barabba, salvato e liberato dalla folla, vive i giorni e le notti prima la sua (scongiurata) morte. La sua identità fluida confonde la sua passione con quella di Gesù, la sua estraneità a quella del suo giudice, Pilato, ed infine la sua intervenuta salvezza a quella della folla che lo ha salvato.

Sia pure con facile approssimazione verrebbe da dire: Barabba siamo tutti noi. La folla decide sempre e per sempre e volta contro l’altro da sé, pre-giudicando nell’ombra dell’ignoranza: “Qui non importa essere figlio di dio. / Il cielo è così distante da confondere idee / e la sera è uno stato permanente.”. Non sembri blasfemo ritenere che è assente, da questa scrittura, una verticalità. L’esistenza di Dio, la fede, sono elementi fondanti da cui sgorga questa poesia, ma è nel solco del puro cristianesimo che si dipana il filo delle riflessioni.

Ma ciascuno è straniero in terra straniera, ciascuno può rimanere vittima e “Barabba non è più sicuro / che sia morto un altro al suo posto.”. Poiché la morte terrena è toccata al Cristo, ma la croce era stata alzata per entrambi ed è comunque una forma di espiazione morire ogni giorno nel senso di colpa della sopravvivenza: “Stanno issando una croce, che guarda me.”. La croce continua ad osservarci, attraverso la storia, e continua a sollecitare la nostra responsabilità di uomini. Non può non riconoscersi a quest’opera anche una vocazione precettiva: “Affidarsi a qualcuno / è un’idea di salvezza.”. La miglior poesia sa essere icastica, non pare doversi aggiungere altro.

Angela Greco, All’oscuro dei voyeur – prefazione e alcune poesie

“Le opere d’arte sono sempre il frutto dell’essere stati in pericolo,
dell’essersi spinti, in un’esperienza, fino al limite estremo
oltre il quale nessuno può andare.”
 
Rainer Maria Rilke
.
.

     “La poesia di questo All’oscuro dei voyeur di Angela Greco presenta un forte nominalismo, che s’intrama (naturaliter si direbbe) nella mossa, a volte colloquiale, ma più spesso franta (come sospesa e subito dopo ripresa), tessitura dei versi.

Si tratta di un nominalismo, in cui i nomina delle cose si dispongono, nei segmenti versici, a grappoli, a catene pressoché continue di immagini, di metafore, di semina e “lampi” simbolici del pensiero e, costantemente esposti allo specchio concavo delle svariate forme dell’ironia – dalla giocosa all’irridente, dalla paradossale alla grottesca, alla sublime – sfocianti, talora, in zone di confine fra l’espressionistico e il surreale («Sotto il cappello sfuggono l’ansia dell’attesa e la finestra»; «Le diagonali tirate dalla luce affettano il sabato»), si organizzano a rappresentare un personalissimo microuniverso poetico.

Nel quale s’attesta la cognizione della solitudine, della distanza interpersonale («Sciolti i nodi / siamo tempeste in formazione in attesa della pioggia»), dell’inappartenenza («Non m’incontro più nemmeno allo specchio»), dell’assenza («Avrò notizie di me / tra qualche giorno. Oggi non mi riconosco»), dell’invano («si raccattano parole per imbrogliare l’attimo»): della prevalenza disperante, insomma, del Nulla che ci attanaglia e ci ottunde («Dietro le quinte è pieno di aghi spuntati dal Nulla»). Il tutto sorretto da un linguaggio poetico all’apparenza dimesso, sì, ma al contempo assai mobile, intriso di colori, di sfumature e di variationes ritmiche, musicali e figurali («è appena fiorita l’immagine della sera»): un linguaggio che, fra il visivo e il visionario, inanella immagini, figure, oggetti e  istanze della mente, incastonandoli in un verso ipermetrico, a suo modo narrativo, e proiettandoli in una dimensione che pare collocarsi nello spazio atemporale del sogno (dove «Seduti scomodi sul secolo breve finito forse nel 1989 / intoniamo canti da raccolta di cotone per farne bende»).

Il ritmo e i tagli delle sequenze versiche, oltre tutto, immettono il lettore ex abrupto nel continuo flusso di testi poetici spesso non titolati (quasi frantumi di disintegrati poemetti), come a voler dimostrare che la poesia cerca e rinviene nella parola la coscienza della forma, la sorgente del desiderio e dell’ebbrezza inventiva, in una transizione di senso verso le radicali unità di pensiero e stupore, di testo e immagine, di presenza e confronto tragico con la frontiera dell’assoluto. Senza trascurare la sua precipua funzione di creare, proporre e rappresentare universi non solo paralleli, ma pure alternativi all’universo reale in cui ci troviamo inesorabilmente confitti («La poesia è insubordinazione, stazione viaria, azione, / passaggio in auto-stop verso una nuova galassia»).

Dotata, nel caso di specie, d’una robusta e perentoria vis assertiva («L’intonaco aspetta l’ultima mano; ritrovare la via / di casa nel dedalo degli accadimenti non è facile. / Ogni ritorno è un caso limite di sopravvivenza»), non chiusa, peraltro, ad attimi di delicato incanto («L’ultima anatra si rifaceva il trucco specchiandosi sul ghiaccio / appena formato: al di sotto della lastra, salutava per l’ultima volta / un pesce rosso dagli occhi languidi. Non mi ha detto dove / fosse diretta; ci siamo ritrovate, poco dopo, all’ufficio spaesamenti…»), essa sembra ingaggiare una specie di permanente sfida con la parola e con le infinite possibilità che la stessa offre di rappresentare le cose, l’esistenza, i rovelli  del pensiero, il mondo, nel loro cangiante cromatismo d’immagini, nella plasticità dei movimenti e nella immobile fissità dall’abbandono, non trascurando di cercare, comunque, una plausibile via d’uscita dalla insensatezza della realtà e dell’essere.” (Prefazione di Franco Pappalardo La Rosa)

QUI il libro

Versi estratti da All’oscuro dei voyeur di Angela Greco (YCP, marzo 2019)

§
Il vecchio studio è un dipinto famoso:
l’archivio metallico rintocca a ogni ricerca
e il tarlo spezza le gambe. Il tavolo non regge più
la poltrona è orlata di buchi, la lampada intermittente.
Edward costruisce fondali e lame di luce nell’attesa.
Colori svenduti in questi giorni distopici.
.
«Non m’incontro più nemmeno allo specchio.
Sfuggo nel punto d’ombra dietro la solarità
e in pochi conoscono l’assenza che mi abita.
Il riflesso appanna i bicchieri buoni.
Appartengo ad altri luoghi, altre modalità,
all’estenuante ricerca, alla parola non ascoltata.»
.
«Continua a guardare nella direzione del vento,
forse è da lì che torneranno gli occhi lucidi
e i venditori di occhiali non potranno opporsi.»
C’è tempo per ritrovarsi. Adesso è un altro tempo;
lascia che incomba un silenzio di risurrezione.
.
.
.
.
§
Nel deserto aree di servizio lasciate alla polvere
fanno rifornimenti inutili di umanità fuori servizio.
Scivolano sui tetti le ambiguità della sera: non mi fido
di troppi sguardi, del rifugio del peccatore, della sedia
lasciata a guardia dell’ingresso principale alla controra.
Il vento di ponente intasa le tasche di sabbia.
Preme la voglia di arrendersi sempre più spesso,
di anestetizzare il gesto, di zittire il proseguimento
di questa impresa fallimentare, del disequilibrio tra
uscite ed entrate, del debito con l’insicurezza.
Luglio non ha colpe del silenzio che disanima il torace.
.
Una pioggia ìmpari di sete e controsensi annacqua quest’ora;
il canadair superstite sorvola disattenzioni premeditate,
mentre al largo combatte il mare. Dimenticati gli esiti
si raccattano parole per imbrogliare l’attimo.
Tornerò ad abitare agli esordi della pietra, graffiando
pareti future d’uomini e animali che si negano a vicenda.
Vagisce il distacco dall’appartenermi: metà agosto
ha infiammato tutto quello che rimane.
.
.
.
Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo Editore, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Ed.Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017); Correnti contrarie (Ed.Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII. Settembre 2017); Ancora Barabba (Collezione Bocche Naufraghe, YCP, 2018). È ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

Anteprima editoriale: All’oscuro dei voyeur di Angela Greco

“Le opere d’arte sono sempre il frutto dell’essere stati in pericolo,
dell’essersi spinti, in un’esperienza, fino al limite estremo
oltre il quale nessuno può andare.”
 
Rainer Maria Rilke
.
.

     “La poesia di questo All’oscuro dei voyeur di Angela Greco presenta un forte nominalismo, che s’intrama (naturaliter si direbbe) nella mossa, a volte colloquiale, ma più spesso franta (come sospesa e subito dopo ripresa), tessitura dei versi.

Si tratta di un nominalismo, in cui i nomina delle cose si dispongono, nei segmenti versici, a grappoli, a catene pressoché continue di immagini, di metafore, di semina e “lampi” simbolici del pensiero e, costantemente esposti allo specchio concavo delle svariate forme dell’ironia – dalla giocosa all’irridente, dalla paradossale alla grottesca, alla sublime – sfocianti, talora, in zone di confine fra l’espressionistico e il surreale («Sotto il cappello sfuggono l’ansia dell’attesa e la finestra»; «Le diagonali tirate dalla luce affettano il sabato»), si organizzano a rappresentare un personalissimo microuniverso poetico.

Nel quale s’attesta la cognizione della solitudine, della distanza interpersonale («Sciolti i nodi / siamo tempeste in formazione in attesa della pioggia»), dell’inappartenenza («Non m’incontro più nemmeno allo specchio»), dell’assenza («Avrò notizie di me / tra qualche giorno. Oggi non mi riconosco»), dell’invano («si raccattano parole per imbrogliare l’attimo»): della prevalenza disperante, insomma, del Nulla che ci attanaglia e ci ottunde («Dietro le quinte è pieno di aghi spuntati dal Nulla»). Il tutto sorretto da un linguaggio poetico all’apparenza dimesso, sì, ma al contempo assai mobile, intriso di colori, di sfumature e di variationes ritmiche, musicali e figurali («è appena fiorita l’immagine della sera»): un linguaggio che, fra il visivo e il visionario, inanella immagini, figure, oggetti e  istanze della mente, incastonandoli in un verso ipermetrico, a suo modo narrativo, e proiettandoli in una dimensione che pare collocarsi nello spazio atemporale del sogno (dove «Seduti scomodi sul secolo breve finito forse nel 1989 / intoniamo canti da raccolta di cotone per farne bende»).

Il ritmo e i tagli delle sequenze versiche, oltre tutto, immettono il lettore ex abrupto nel continuo flusso di testi poetici spesso non titolati (quasi frantumi di disintegrati poemetti), come a voler dimostrare che la poesia cerca e rinviene nella parola la coscienza della forma, la sorgente del desiderio e dell’ebbrezza inventiva, in una transizione di senso verso le radicali unità di pensiero e stupore, di testo e immagine, di presenza e confronto tragico con la frontiera dell’assoluto. Senza trascurare la sua precipua funzione di creare, proporre e rappresentare universi non solo paralleli, ma pure alternativi all’universo reale in cui ci troviamo inesorabilmente confitti («La poesia è insubordinazione, stazione viaria, azione, / passaggio in auto-stop verso una nuova galassia»).

Dotata, nel caso di specie, d’una robusta e perentoria vis assertiva («L’intonaco aspetta l’ultima mano; ritrovare la via / di casa nel dedalo degli accadimenti non è facile. / Ogni ritorno è un caso limite di sopravvivenza»), non chiusa, peraltro, ad attimi di delicato incanto («L’ultima anatra si rifaceva il trucco specchiandosi sul ghiaccio / appena formato: al di sotto della lastra, salutava per l’ultima volta / un pesce rosso dagli occhi languidi. Non mi ha detto dove / fosse diretta; ci siamo ritrovate, poco dopo, all’ufficio spaesamenti…»), essa sembra ingaggiare una specie di permanente sfida con la parola e con le infinite possibilità che la stessa offre di rappresentare le cose, l’esistenza, i rovelli  del pensiero, il mondo, nel loro cangiante cromatismo d’immagini, nella plasticità dei movimenti e nella immobile fissità dall’abbandono, non trascurando di cercare, comunque, una plausibile via d’uscita dalla insensatezza della realtà e dell’essere.” (Prefazione di Franco Pappalardo La Rosa)

QUI il libro

Versi estratti da All’oscuro dei voyeur di Angela Greco (YCP, marzo 2019)

§
Il vecchio studio è un dipinto famoso:
l’archivio metallico rintocca a ogni ricerca
e il tarlo spezza le gambe. Il tavolo non regge più
la poltrona è orlata di buchi, la lampada intermittente.
Edward costruisce fondali e lame di luce nell’attesa.
Colori svenduti in questi giorni distopici.
.
«Non m’incontro più nemmeno allo specchio.
Sfuggo nel punto d’ombra dietro la solarità
e in pochi conoscono l’assenza che mi abita.
Il riflesso appanna i bicchieri buoni.
Appartengo ad altri luoghi, altre modalità,
all’estenuante ricerca, alla parola non ascoltata.»
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«Continua a guardare nella direzione del vento,
forse è da lì che torneranno gli occhi lucidi
e i venditori di occhiali non potranno opporsi.»
C’è tempo per ritrovarsi. Adesso è un altro tempo;
lascia che incomba un silenzio di risurrezione.
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§
Nel deserto aree di servizio lasciate alla polvere
fanno rifornimenti inutili di umanità fuori servizio.
Scivolano sui tetti le ambiguità della sera: non mi fido
di troppi sguardi, del rifugio del peccatore, della sedia
lasciata a guardia dell’ingresso principale alla controra.
Il vento di ponente intasa le tasche di sabbia.
Preme la voglia di arrendersi sempre più spesso,
di anestetizzare il gesto, di zittire il proseguimento
di questa impresa fallimentare, del disequilibrio tra
uscite ed entrate, del debito con l’insicurezza.
Luglio non ha colpe del silenzio che disanima il torace.
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Una pioggia ìmpari di sete e controsensi annacqua quest’ora;
il canadair superstite sorvola disattenzioni premeditate,
mentre al largo combatte il mare. Dimenticati gli esiti
si raccattano parole per imbrogliare l’attimo.
Tornerò ad abitare agli esordi della pietra, graffiando
pareti future d’uomini e animali che si negano a vicenda.
Vagisce il distacco dall’appartenermi: metà agosto
ha infiammato tutto quello che rimane.
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Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo Editore, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Ed.Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017); Correnti contrarie (Ed.Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII. Settembre 2017); Ancora Barabba (Collezione Bocche Naufraghe, YCP, 2018). È ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

Claudia Manuela Turco legge Ancora Barabba di Angela Greco

Tratto dal sito Literary che si ringrazia.

Analizzando un poemetto di recente pubblicato da Angela Greco (AnGre), per il quale l’autrice ha concepito un titolo e ha trattato un argomento alquanto singolari per un’opera di poesia – Ancora Barabba – pare evidente come ella riesca a catturare immediatamente l’attenzione e l’immaginazione persino nell’eventualità di un lettore che abbia provato un’iniziale riluttanza dinanzi al soggetto affrontato.

Con parole di J.L.Borges, da Invocazione a Joyce («Io sono gli altri. Sono tutti quelli / che il tuo ostinato rigore riscatta. / Son quelli che non conosci, che salvi»), veniamo introdotti nelle stanze di questo libretto, ovvero in XIV Stazioni (cfr. in Correnti contrarie, della stessa AnGre: «Il golgota ha vie personali, la risurrezione accade / e le varie stazioni confermano l’esattezza»). Una dimensione, dunque, di apertura, di accoglienza, rappresenta il filo conduttore del racconto poetico ideato da Angela Greco, come viene confermato anche dalla dedica finale: «A chi muore, a chi salva, / a chi si salva e mai da solo / ogni giorno».

Rammentando la narrazione evangelica, Barabba fu liberato da Ponzio Pilato al posto di Gesù, ma nel linguaggio corrente a tale nome è probabilmente più facile che venga attribuito il significato di “furfante”, con tono scherzoso, senza particolari approfondimenti. Proprio percorrendo quest’opera, che ci porta in tempi così lontani, ci si può ritrovare invece all’improvviso calati nei nostri giorni, non meno cruenti e assetati di sangue e vendetta: «La folla inferocita sentenzia senza esitare / e i mezzi di comunicazione di massa annotano / la domanda multipla e l’unisona risposta».

La poetessa dimostra abilità nel riempire le lacune lasciate dalle poche fonti a disposizione, proponendo una sua interpretazione, arricchita di implicazioni psicologiche. Con pochi tratti riesce a suggerire molte storie possibili, presenti e antiche.

Tutti possiamo ritrovarci sotto processo («Chi sono? Dove sono? // Mi risollevo dal letto / in direzione dello specchio. / Guardo. / Stanno issando una croce, che guarda me»), in attesa di una sentenza che stabilirà la nostra vita o la nostra morte («la sottile linea che differenzia oscurità e luce»). Pertanto, occorre sapersi immedesimare nel prossimo, non lasciarsi ingannare dalle apparenze, nutrire il dubbio anche di fronte alle più ostentate certezze, perché persino un solo piccolo “dettaglio”, taciuto o perdutosi chissà dove e chissà come, potrebbe far convergere gli indizi verso altra destinazione.

Angela Greco afferma: «In alcuni giorni la sopravvivenza è un dono altrui». E i sopravvissuti quasi sempre sono lacerati dai sensi di colpa: «Scelto tra due opposti / vedo fino alla voragine più scura: / perché io, Barabba?», si interroga il protagonista del poemetto.

Infatti, spesso non sono coloro che risultano animati dalle migliori intenzioni a salvarsi, bensì coloro che sono più spregiudicati o malvagi. Oppure avviene «come nelle notti in mare / quando l’approdo è solo un caso». Come ha ricordato Ivano Mugnaini nell’articolo “Primo Levi – La discesa negli inferi senza un vero ritorno” (pubblicato in “Gradiva”, Number 54, Fall 2018): «Parla di sé, Levi, per far capire che non ha alcun merito, che si è salvato perché era utile ai nazisti in quanto chimico e perché aveva imparato da giovane alcune frasi in tedesco». E nemmeno Barabba aveva particolari meriti.

I tribunali non sempre garantiscono che sia fatta giustizia, poiché «la duna segna un nuovo confine, / che sfugge a carte e polizia».

Ad ogni modo, «Barabba non è più sicuro / che sia morto un altro al suo posto». Mentre un ordine di giustizia superiore si staglia all’orizzonte.

[Claudia Manuela Turco]

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QUI il libro

Luciano Nanni legge Ancora Barabba di Angela Greco

Luciano Nanni legge Ancora Barabba di Angela Greco (YCP, 2018) per il sito literary.it (qui)

Poesia. La divisione del testo in XIV stazioni fa presupporre – e in linea generale si conferma – una scrittura ‘evangelica’ che subisca un certo influsso anche sotto l’aspetto stilistico: questa incidenza che persiste nel tempo è il segnale di una religiosità la quale, pur nella multiforme disposizione dei singoli soggetti, non scompare, ma anzi si arricchisce di volta in volta di nuove sfaccettature senza nulla perdere del messaggio originale. Fin dalla prima stazione si apprende che la bellezza in realtà può nascondere la morte e i simboli eseguono una funzione letale.

Se poi la poetessa vuole illustrare il paesaggio e i suoi fenomeni ecco che la descrizione conserva i toni profondi quasi d’un presagio. Anche volendo sottolineare la resa strettamente poetica, l’invenzione si connette al senso figurativo, per esempio nella terza stazione, cogliendo i singoli particolari in una luce opaca che sembra provenire in senso obliquo e partecipa interamente al dramma. Altra osservazione verrebbe da farsi nella quarta stazione: il dio con la minuscola prospetta una oggettività formale e linguistica che riduce al medesimo livello i suoi elementi.

Ma la parte figurata, che prevedeva una certa classicità, tende a trasformarsi in nuove dimensioni, con la coscienza di un tempo diverso, del mondo di ora e qui, assai lontano dal suo principio, e tuttavia riesce a penetrare la dura scorza di una società disattenta. L’heautoscopia (ma la parola va reinterpretata) genera la bellezza quando “l’occhio muta fiori in bianche dimenticanze”: siamo su un approdo finale, ove il dettato acquista un tono angoscioso: sarà veramente sconfitta la morte o quel dio non è già morto nel cuore degli uomini?

CLICCA QUI PER IL LIBRO

Barabba, un altrove – di Giovanni Luca Asmundo

Giovanni Luca Asmundo legge Ancora Barabba (YCP, 2018) di Angela Greco.

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Barabba, un altrove (qui il libro)

La plaquette “Ancora Barabba” di Angela Greco è parte di un progetto più ampio in corso, attraverso il quale modulare il tema dei naufragi. Lo sfondo della narrazione è una Palestina metaforica, un paesaggio interiore a tratti mistico ma non necessariamente evangelico.

Non appare casuale che l’incipit della silloge, “La città vista da qui sembra smisurata”, si apra sul corpo della città, riflettendo sul limite dell’orizzonte, immediatamente negato e “misurato” dal verso successivo, “Il drappo protegge il sinedrio dalla luce”.

Il tempo naturale sembra rivestire anch’esso un ruolo centrale nella narrazione, ad esempio nella V poesia, in cui si rappresenta un’alternanza del giorno e della notte di volta in volta teatrale (“Il giorno nasce con la piega greve / della maschera che ti accompagna / al posto numerato comprato”), spirituale (L’attesa si sveste di silenzio / inizia la rincorsa a qualunque cielo / sia in grado di ascoltare”) e drammatico-ironica (terza e quarta strofa).

Nella VII poesia, il testo centrale della raccolta, vi è un dittico forse emblematico rispetto alla raffigurazione della condizione umana di marginalità per come questa appare interpretata e declinata attraverso la plaquette: “Sono pagano e non conosco nessuno / (anche Pilato proviene da un altrove)”.

Giovanni Luca Asmundo (architetto e poeta)

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Rosaria Di Donato legge Ancora Barabba di Angela Greco

Recensione: A.Greco, Ancora Barabba, Youcanprint Self – Publishing, 2018, pagg. 44.

La silloge Ancora Barabba di Angela Greco ripropone la scelta di molti autori contemporanei di ispirarsi alle vicende bibliche e ai personaggi dell’Antico e del Nuovo Testamento per comporre prosa, ma, ancor più, poesia.

Quasi a sottolineare l’emblematicità, la durata e la sacralità di taluni eventi e atteggiamenti ricorrenti nelle vicende e nella storia delle civiltà. Barabba, il protagonista, è colui che potremmo definire a pieno titolo come un eroe negativo: tuttavia, il culmine della sua vita non è in un esito tragico, ma nel lieto fine. L’intera opera ha un andamento teatrale che si articola in XIV Stazioni che rappresentano la personale Via Crucis Di Barabba e di Pilato (co-protagonista) in un crescendo di pathos ed empatia sorprendenti. Il dilemma del criminale si attua nell’intrigo dei dubbi e delle paure riguardo alla propria imminente condanna, mentre quello del governatore nel buio del potere per il potere. Gesù, il Nazareno è l’antagonista che, paradossalmente, salverà con la sua morte anche Barabba: Stanno issando una croce, che guarda me.[1] Sarà la croce di Cristo a porre fine alla passione del prigioniero che avrà salva la vita in cambio di quella di un giusto, di un innocente che, invece, il popolo e l’ignavo Pilato, per interesse, condannano. La silloge si apre con i versi tratti da Invocazione a Joyce di Borges: Io sono gli altri. Sono tutti quelli/che il tuo ostinato rigore riscatta. / Son quelli che non conosci, che salvi. In chiusura, troviamo la dedica dell’autrice: A chi muore, a chi salva, / a chi si salva e mai da solo/ogni giorno. Sottolineare la forza dell’Amore quale motore della storia, la potenza creatrice e vitale del Perdono sembrano essere da sempre gli antidoti all’indifferenza e all’egoismo delle moltitudini e degli uomini di potere.

 

Grazie Angela Greco per i tuoi versi!

Un caro saluto,

Rosaria

Roma, 28 Settembre 2018

______________________________________________________

[1] Greco A., Ancora Barabba, Youcanprint Self – Publishing, 2018, pag. 33.

CLICCA QUI PER IL LIBRO

Nazario Pardini legge: Anamòrfosi e Ancora Barabba di Angela Greco

N.Pardini legge: “Anamòrfosi” e “Ancora Barabba” di A.Greco — Tratto da “Alla volta di Leucade” (leggi qui), il blog del prof.Nazario Pardini, che si ringrazia di cuore.

Anamòrfosi: ἀναμόρϕωσις «riformazone», formare di nuovo… guardare la realtà da un osservatorio particolare per metterne in risalto la vera faccia; per intenderne le funzioni umane viste da una collocazione terrestre. Questo il titolo del libro dato alle stampe per i tipi Progetto Cultura nel febbraio del 2017 (qui il libro). Sono due i libri pervenutimi di Angela Greco: l’uno, citato, che diviso in otto sezioni, colpisce fin da subito per originalità e creatività; l’altro, per invenzione di mosse verbali personali che, già presenti nei titoli contrassegnati da numeri romani, si assemblano con fattiva organicità. Una narrazione ampia e articolata più vicina agli intendimenti di una riforma prosastica egemonizzante la poesia italiana negli ultimi anni che a quelli di una sonorità settenario-endecasillaba più legata alla eufonia della nostra tradizione letteraria. Si parte da un gioco di minimalismi ordinari, da un insieme di sensazioni sensoriali, o di cenestesico effetto, per decollare verso spazi discorsivi di rara conturbazione estetica, sintagmatica. Tutto è ampio, largo, oltre un verso che richieda l’a capo. Sembra che l’autrice abbia trovato la sua forma, il suo habitat, in una andare senza limiti estensivi; senza freni di ordine metrico; d’altronde sono tante le occasioni creative, tante le immagini poetiche, tanti i riflessi reali ri-visti da una particolare posizione; e la realtà è immensa per chi la sa leggere e la lettura della Greco richiede un’organizzazione verbale articolata per dirsi nella sua completezza, carica come è di input intellettivi, revisionanti. Poesia nuova, originale, creativa, questo lo dobbiamo dire, alquanto distante dagli intendimenti di estetica musicale, memoriale, sentimentale, epigrammatica per saudade, odeporico senso esistenziale in misure più snelle e armoniche. Poesia questa della Greco che rompendo gli schemi di una tradizione a volte scontata, fatta di lirismi decadenti e piagnucoloni, irrompe in parametri abituali con iuncturae ipertrofiche o ipo scuotendo l’attenzione e richiamando alla parola e ai suoi nessi. Basterebbe citare alcuni versi per renderci conto di quanto tale stile venga alimentato da variazioni stilistiche:

… ma è la nudità della parola, quando spoglia/ tenta la salita e tu la chiami Poesia. (Pp. 17)

… l’alba è prescrizione di medico pietoso. (Pp. 18)

… Entra per la stessa porta e chiudi subito./Togli pure la  maschera. Non servirà… (Pp. 23)

… Pensi che Orfeo abbia contato i gradini?… (Pp. 40)

… Ogni volta che poggio la penna sul foglio/ sento scorrere qualcosa fuori… (Pp. 49)

… Amleto continua a interrogarsi di teschio in teschio/ ed Orfeo canta l’eterna incongruenza tra reale e sogno/ la poesia, forse… (Pp. 53)

… La città ha solo facciate/ e bocche aperte, affamate e menzognere. (Pp. 66)

Piove con straordinaria docilità/ e il grigio obbliga al accendere la luce… (Pp. 70)

La mano è ferma sulla maniglia della porta/ non vuole inclinare quel momento… (Pp. 71)

Iperboli, ricerca assidua e incontentabile di ricami creativi, scosse verbali, metonimie, adynaton…, sinestesie, schizzi semantici, visti da un osservatorio distaccato e “inoffensivo”… Insomma un carico di figure che adornano il contesto fino a renderlo particolarmente esplosivo.

Anche la natura, come ogni altro opportuno elemento figurativo, viene presa e direzionata verso l’intellighentia costruttiva della Greco: Campo di grano con corvi, amici diradati come accade ai fiori di pesco, dialogo tanto reale quanto surreale fra un lui e una lei, il giallo dei tigli che cerca di graffiare l’azzurro, l’insolito novembre, un corvo che passa su questo cielo stabilendo somiglianze. Sì, la natura c’è ma serve coi suoi lineamenti a mettere in ballo personaggi che entrano ed escono da un quadro alla Milosz; alla maniera di una NOE di fattura linguaglossiana, dove il tutto è demandato ad oggetti che si fanno soggetti spersonalizzando l’io, ed il suo bagaglio mnemonico.

Comunque è bello, sano, innovativo, rigenerativo correre in braccio ad esperienze nuove; corriamo, quindi, andiamo freschi e pimpanti verso linguaggi altri, verso altre avventure linguistico-esplorative, purché resti impresso in noi: “Il fatto che esistiamo, con tutte le complicanze del caso”.

Il secondo libro dal titolo Ancora Barabba, dato alle stampe per i caratteri di Youcanprint nel 2018 (qui il libro), letto in successione, rivela delle novità linguistico strutturali non di poco conto. Si dipana su uno spartito di 14 poesie distinta ciascuna da un numero romano: da La città da qui sembra smisurata a Un passo, un altro, un altro, un altro. Sebbene la poetessa sembri ictu oculi indirizzata verso una simile disposizione formale, il medesimo stampo descrittivo, la stessa ricchezza inventiva, rispettando il proprio modus operandi, in verità, leggendo a fondo, la scrittura si fa meno invasiva, meno ampia, più vicina ad un ordine versificatorio di euritmica sonorità. Si prenda ad esempio la XIII composizione. Una successione di versi di libera positura in un campo semantico di novenari, quaternari, senari… di armoniche iuncturae, dà luogo ad una espressiva narrazione che non tradisce gli schemi di una versificazione lirico-analitica. Tutto è scorrevole; il verbo scivola mansueto e accordato a felici nervature.

Il giorno nasce con la piega greve
della maschera che ti accompagna
al posto numerato comprato.
.
L’attesa si sveste di silenzio
inizia la rincorsa a qualunque cielo
sia in grado di ascoltare,
ad ogni dio che abbia occhi per i suoi piedi
e per quelle mani che edificano preghiera.
.
La notte ha sbarrato le palpebre
ed ha perso le stelle.
.
Si affittano speranze
Anche usate,
purché risuolate bene.

Attualissima disposizione filosofica, sentito quadro di umana fattura: c’è la morte che domina, il suo spettro, il futuro dell’esistere e del disfarsi, la preghiera, l’attesa, la rincorsa ad un qualunque cielo in grado di ascoltare; e infine, a chiudere, una strofa che arriva e spacca per la sua impennata creativa. Un andazzo lirico che bene accompagna una vicenda conosciuta, arricchendola di simbolismi che molto hanno a che vedere con quella di ognuno di noi. C’è il bene il male, il vuoto il pieno, il Caino e l’Abele, c’è quella simbiotica fusione degli opposti che tanto dice della vita: Barabba, la sua complessità emotiva, il suo tracciato vicissitudinale; c’è un’analisi di perspicua capacità psicologica; le aggiunte di arguta forza rappresentativa. Il personaggio è ben delineato in un raffronto con una contingenza zeppa di dubbi e di interrogativi: la vita, il sonno, la mente, l’esistere e la croce:

(…)
Mi risollevo dal letto
In direzione dello specchio.
Guardo.
Stanno issando una croce, che guarda me.

*

Ibi omnia sunt: c’è il contenuto, la forma, ci sono le immagini. In più la Cultura che docile e mansueta si fa plasmare come argilla nelle mani dell’artista. Proprio così! Un’opera che convince, che spazia e si colora di tanta personalissima fattura: versi sul cui tappeto di velluto si snocciola una storia di polivalente significanza, di profonda simbologia umana. Ma più che altro che si trova a suo agio in una scrittura più vicina ai ritmi e agli accorgimenti di una poetica ritrovata. Così avevo concluso la mia lettura (Qui) della silloge Attraversandomi, Editrice Limina Mentis, Villasanta (MB), 2015, della poetessa. E mi piace ripetermi “… Sì, vita e poesia; e qui la vita della Greco c’è tutta, tutta intera con i sogni, le fughe, i ritorni, le illusioni, le speranze; ma soprattutto col patrimonio del memoriale e con quello della sensibilità che ti fa salire al cielo con una scala i cui gradini sono di cose semplici e reali; una vetta che puoi scalare solo con un animo votato all’azzurro; cosciente delle magrezze del quotidiano e dello splendore di un faro su un mare senza confini (Nazario Pardini, 25/04/2015).

Nazario Pardini

 

Ancora Barabba di A.Greco letto da Maria Daniela Pierri e Paolo Polvani

Cara Angela, ti sono grata per la considerazione che mi hai riservato e per avermi inviato questa bellissima plaquette. Leggere i tuoi versi mi induce ad apprezzarti ed essere felice ancor più felice di aver conosciuto la tua solare persona. (Daniela)

Angela Greco, “Ancora Barabba” (YCP, 2018)

In quattordici brevi composizioni poetiche l’autrice Angela Greco ripercorre l’evento più importante del mondo cristiano, il momento in cui Gesù, Uomo e Dio, come agnello, viene immolato sulla croce dell’umana perdizione, per liberarla dai legami della sua inane superbia e aprirla al cielo. Il testo è un soliloquio che svela il silenzio dell’attesa non di Gesù, il Cristo, che è nato per compiere fino in fondo e consapevolmente il suo sacrificio d’amore, ma di Barabba, colui che sembra condividerne e subirne per un breve periodo il destino. È il momento decisivo per questo straniero, che sembra sentire, pur non essendone consapevole, l’importanza dell’ora che si avvicina, non solo perché attende uno spiraglio di luce che apra le tenebre della paura della morte, ma perché intuisce la gravità del momento, come accade a coloro che sono vicini al trapasso nei poemi omerici. I pensieri di Barabba sono un soliloquio poetico dominato dall’autrice, dalla sua sensibilità, dalla percezione acuita dalla conoscenza e dalla meditata riflessione sull’evento e sulla condizione umana, che occhieggiano tra le metafore, per moltiplicare il messaggio poetico, attraverso i numerosi significati che si intrecciano. Il primo livello è quello fonico, espresso mediante il ritmo dei versi, attraverso le allitterazioni, le assonanze e le consonanze che guidano l’ascolto del lettore alle silenziose attese, alla stridente tristezza della notte e al baratro del dolore. L’indagine del lettore si sofferma sul monologo di Barabba, che lo conduce attraverso il timore e la veglia pensosa all’ora del giudizio, attraverso la contemplazione del paesaggio che scandisce il trascorrere del tempo fatale e rende vivi gli ambienti descritti con pochi allusivi vocaboli. Si aggiunge la riflessione e il ricordo, che l’autrice affida al protagonista, perché si faccia portavoce anche della sua sensibilità poetica. Infine bisognerà rileggere il testo per coglierne il valore allegorico, che riguarda il destino dell’umanità, incerta, mortale, in balia di forze cui non è possibile opporsi. Per questo non resta che attendere che il destino realizzi quanto è già scritto, attraverso brevi e curati versi in cui respira una straordinaria sensibilità poetica. (Pierri Maria Daniela, professoressa)

§

Cara Angela,

ho letto, più di una volta, la tua raccolta. Ti dico subito che come procedimento mi trovi sulla tua stessa lunghezza d’onda, nel passato ho sperimentato più volte la forma del poemetto, una storia, un racconto declinato in versi, lo trovo molto congeniale alle mie caratteristiche, non per niente uno dei miei modelli prediletti è la ragazza Carla di Pagliarani, ma anche il seme del piangere di Caproni è una forma di poema che trovo bellissima.

Inoltre mi piace come hai strutturato il racconto utilizzando prospettive sempre diverse, come si trattasse di inquadrature di un film. E’ un tipo di impostazione che tiene viva l’attenzione del lettore e permette di avere una visione ampia della storia, ricca di sfaccettature. Così è interessante passare dalla prima persona di Barabba a Pilato che indossa, per il processo, l’abito migliore, all’attesa della città, all’evento che si preannuncia in forma di spettacolo. Bocche naufraghe mi ha lasciato all’inizio perplesso, come impatto immediato, ma intuisco una scelta ragionata che va in profondità, a suggerire che qualunque forma di giudizio non può costituire che un naufragio, un fallimento e una sconfitta.

Quella di pag.23 è la sequenza che a mio avviso riporta bruscamente nella nostra attualità: “[…] La folla inferocita sentenzia senza esitare / e i mezzi di comunicazione di massa annotano…”

Mi pare di intuire che qui si parli delle migrazioni, della folla inferocita che gira per le nostre strade e che vede nello straniero il nemico e che i mezzi di comunicazione di massa fomentano la diffidenza, l’intolleranza e l’odio, esattamente come sta accadendo qui negli ultimi tempi. Trovo questo forse l’aspetto più riuscito e suggestivo della raccolta, l’attualizzazione di una storia del passato che induce alla  riflessione sugli accadimenti del presente. Anche la domanda: a quale regno apparteniamo, quando abbiamo paura? mi piace leggere nel senso della attualità, riferita agli accadimenti che riguardano la nostra vita in questo presente storico. Come l’inquietudine di Barabba che sa di essere vivo grazie alla morte di un altro,  e questa consapevolezza lo fa sprofondare in un terribile sconforto. Ma dunque Ancora Barabba era il titolo provvisorio? questa sovrapposizione di titoli non mi è chiara.

In definitiva è stata un piacevole lettura e un buon sistema per sapere di cosa si occupa la tua poesia, pertanto grazie per avermi proposto questa raccolta, il dettato è asciutto e curato, essenziale, non si perde in sterili congetture ma va dritto al cuore del racconto e delinea infinite possibilità e percorsi di lettura, come è giusto che sia in poesia. (Paolo Polvani, scrittore e poeta)

QUI il libro

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Ancora Barabba di Angela Greco: sinossi e nota di lettura di Flavio Almerighi

Collezione Bocche Naufraghe n. 1 – Chi è Barabba? È davvero scampato alla croce? O, forse, la sorte gli ha riservato qualcosa di più atroce, della morte fisica? Il poemetto segna il cammino di una persona, che sa di essere viva a discapito della vita di un altro, consapevole, però, del suo operato e del suo nuovo ruolo, alla luce di quella che, all’apparenza, potrebbe sembrare una salvezza. Un cammino, quello narrato nei versi di “Ancora Barabba”, che attraversa tempi e soprattutto territori e temi al centro di questa nostra ultimissima epoca – il conflitto tra la terra dei figli e la grande industria dei padri, le migrazioni, il ruolo dell’autorità governativa, la mancanza di reazione di chi può ribellarsi e non lo fa; l’assuefazione ad uno stato dei fatti, che sta man mano erodendo l’umanità – in un pubblico esame di coscienza, scritto da chi è nata, abita e vive a sud.

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letture amArgine: anteprima editoriale di Ancora Barabba di Angela Greco (YCP 2018)

Barabba, più citato che conosciuto in questa epoca di dotta ignoranza, è una figura che merita approfondimento, se non altro per il simbolo leggendario di trasgressione che molti hanno voluto costruirci attorno, e che non corrisponde per nulla allo stato dell’arte e dei fatti.

Scrive papa Benedetto XVI nel suo “Gesù di Nazaret:” In altre parole Barabba era una figura messianica. La scelta tra Gesù e Barabba non è casuale: due figure messianiche, due forme di messianesimo si confrontano. Questo fatto diventa ancor più evidente se consideriamo che Bar-Abbas significa figlio del padre. È una tipica denominazione messianica, il nome religioso di uno dei capi eminenti del movimento messianico. L’ultima grande guerra messianica degli ebrei fu condotta nel 132 da Bar-Kochba, Figlio della stella. È la stessa composizione del nome; rappresenta la stessa intenzione. Da Origene apprendiamo un ulteriore dettaglio interessante: in molti manoscritti dei Vangeli fino al III secolo l’uomo in questione si chiamava Gesù Barabbas – Gesù figlio del padre. Si pone come una sorta di alter ego di Gesù, che rivendica la stessa pretesa, in modo però completamente diverso. La scelta è quindi tra un Messia che capeggia una lotta, che promette libertà e il suo proprio regno, e questo misterioso Gesù, che annuncia come via alla vita il perdere se stessi…

A mio avviso questo nuovo poemetto di Angela Greco rende vera giustizia a questa figura, infatti nella Stazione III scrive:

Impronte nel Getsemani dicono che
non era uno solo
a calpestare terra e preghiere.

La figura dell’alter ego spunta qui in tutta la sua potenza. Ma cos’è Ancora Barabba? E’ il volumetto, il primo, di una collezione che si chiama Bocche Naufraghe ed è edito per Youcanprint. E’ un lungo componimento che narra in poesia, vero poemetto, suddiviso in quattordici stazioni, quante sono quelle della Via Crucis. Recentemente è stata avanzata la proposta di aggiungerne una quindicesima, dedicata alla resurrezione di Cristo; Barabba non risorgerà, ma ogni giorno nasce migliaia di volte nella folle replica di vicende umane che iniziano e concludono, sempre allo stesso modo, stessi drammi. Il poemetto così articolato affronta una serie di temi teologici (sì, perché no?), civili e storici davvero ragguardevoli. Tanto in così poco: i conflitti per la terra, le vicissitudini legate al potere e all’istituzione, l’impoverimento progressivo e ineluttabile dei popoli che si lasciano trascinare come agnelli verso pasque di sangue. Molto lamento e nessuna ribellione nell’umanità non più forte e non più fiera, forti inviti a riflessioni ben più profonde delle solite invettive. Sorge spontanea la domanda successiva: ma è così difficile rivedere e sovvertire tutto quanto non vada bene, tutti vediamo l’ingiustizia, la malediciamo, passiamo oltre. E perché nei fatti non facciamo nulla? E qui mi torna in mente un’altra gigantesca figura recente della poesia meridionale e non. Scrisse Danilo Dolci:

Nel mio bisogno di poesia, gli uomini, / la terra, l’acqua, sono diventati / le mie parole. / Non importano i versi / ma in quanto non riesco a illimpidirmi / e allimpidire, prima di dissolvermi, / invece di volare come un canto / l’impegno mi si muta in un dovere.

Angela Greco, coi suoi versi sempre così pieni e ben fatti, fruibili all’attenta lettura, sembra rispondergli idealmente in questo Ancora Barabba, piccolo grande libro di poesia di cui consiglio caldamente acquisto e lettura. [Flavio Almerighi]

*

BRANI SCELTI

VIII

Non ricordo dove si è perso
quel che fu affidato alle mani
e prima ancora alla volontà;
dove si è rotto l’urlo di rabbia,
che arrossa e gonfia il petto.

Chi altri siamo diventati
su questa strada già segnata,
che arresta il passo di ritorno?

In lontananza s’insanguina il cambiocielo.
Verdetto senza appello
e domani potrebbe essere il mio turno.

XII

La spina preme il costato
e sfioriscono rosa e corona;
il passo col suo rumore di nulla
scava micro solitudini, che
sorpassano risse e parole.

Dalle mani percola sabbia;
la duna segna un nuovo confine,
che sfugge a carte e polizia.

Barabba non è più sicuro
che sia morto un altro al suo posto.

.

Il libro è reperibile qui:

https://www.youcanprint.it/poesia-generale/ancora-barabba.html 

Correnti contrarie di A.Greco su Transiti Poetici

Estratto da Diario estivo e … la poesia (qui l’articolo completo) di Rita Pacilio

[…] Correnti contrarie, Ensemble, 2017, di Angela Greco, poetessa pugliese, ripropone testi editi e inediti sugli equinozi, giorni dell’anno che delineano le ore del giorno e della notte in eguale misura temporale. L’autrice pone sulla bilancia del tempo la giusta presenza della bellezza e della difficoltà umana della riconoscenza. Poesie e prosa poetica per far esplodere, dalla stessa prospettiva, la consapevolezza della perdita e della conquista. Per questo motivo il gesto del vivere non scolora gli attimi vitali, anzi, li cattura in un linguaggio corposo e metaforico per restituirci il senso delle realtà più semplici del mondo, i sogni, la comunione, i limiti e la poesia (Il mio pensiero, il tuo/l’inimmaginabile piacere/giunto alle stesse conclusioni.)

http://transitipoetici.blogspot.com/

https://www.edizioniensemble.it/prodotto/correnti-contrarie/

Un grazie di cuore a Rita, sempre attenta e gentilissima. Buona lettura! (AnGre).

*

Abito senza pieghe questa presenza;
non bastano spilli e nemmeno respiri.
Voce per poche lettere scucite coi denti.
Mi vesto allora del tuo tempo
spiegata alla carezza che imperla l’orlo
calda del gesto e del tormento.
Ferita irrimarginata tra sera e risveglio,
approdo e tempesta, calice e cielo. Il groviglio
di sangue in grembo dice domani. E, tu, perpetuo
moto a creare ogni momento quello che manca.
Nudi, ai primordi dell’umanità ancora una volta
possiamo afferrare l’ofide da qualsiasi parte.
Ne abbiamo facoltà – dici. Ti credo.
.
Per la verità dei tuoi occhi, per le mura del tuo borgo,
per la foto in bianco e nero, che fanciullo t’avvicina
alla calce della mia terra che disinfetta dai parassiti.
.
Nessun demone più
scinderà quello che siamo.

letture amArgine: Tre estratti da Correnti contrarie di Angela Greco

dal blog di Flavio Almerighi che si ringrazia:

letture amArgine: Tre estratti da Correnti contrarie (Ensemble Ed.) di Angela Greco

“Ecco la poesia come dovrebbe essere ogni giorno! Parole sempre pronte ad assumere significati nuovi, spogliate di ogni orpello, del culto della personalità e di tutto quanto non sia connesso alla Poesia nel senso più stretto del termine. Angela Greco sa raccontare attraverso la sua poesia, sa creare descrivendo. Ne vengono versi densi, che nulla concedono alla pesantezza o al tentativo di stupire: versi suoi, un lettore normodotato giunge in fretta, leggendoli, a riconoscere la mano e il talento di questa autrice. Un altro contributo della poesia del Sud, trascurata un po’ troppo da critici e media, forse troppo concentrati sui fenomeni, da non accorgersi che la Poesia c’è o non c’è. E qui ce n’è tanta, buona lettura.” (Flavio Almerighi)

#
La meridiana segna un’ora nuova
sulla parte bassa del vestito di Clara.
Il fiore dall’ombra sanguigna
dice che è il momento.

Clara guarda nello specchio
e sente premere alle spalle.
La mano dalle unghie corte racconta
l’ultimo lavoro e l’immaginazione è
il miglior salario garantito.

L’armadio nasconde parole.
Si è persa la chiave.
Clara racconta di sé ridendo.

La voce fuori campo scrive
sola sul foglio bianco.

#
Clara resuscita dopo dodici giorni
dalle costrizioni del grande freddo.
Rinasce nuda primavera
in una mattina insolitamente calda,
in una foto sfuocata dalla fretta.

Desiderio feroce di appartenersi.
La strada, una lastra di ghiaccio,
tende l’agguato, minando la traversata.
Hopper guarda seduto alla scrivania
i fianchi larghi che ripongono fascicoli.
Appena sotto l’oscurità di ripiano e ventre
preme un’altra stagione.

#
The Man With The Child In His Eyes
sorride quando si sente al sicuro.
Clara sa aspettare la sua ricompensa.
Poi accende una sigaretta e pensa.
Clara sa ascoltare il fumo dalle sue labbra.
Adesso il bagliore di un ricordo futuro
dà parole per una nuova poesia.
Clara sa già di cosa parleranno domani
e disegna cerchi dorati su un foglio nero.

L’uomo conosce il controluce del volto di Clara
e lei gli svela una spalla e un neo.
Si conoscono per successione di promesse.
Sanno dell’usignolo e dell’allodola, il nome e la guerra.

*

il libro è acquistabile qui:
https://www.edizioniensemble.it/prodotto/correnti-contrarie/

immagine d’apertura: Josephine Sacabo, The writer

Claudia Manuela Turco legge Correnti contrarie di Angela Greco

Recensione di Claudia Manuela Turco, che si ringrazia, pubblicata su 

Literary nr. 5/2018.

Le Correnti contrarie (Ensemble, 2017) di Angela Greco, uniscono poesie scritte in tempi molto recenti a testi inclusi in una precedente pubblicazione, il tutto a ordire un nuovo tessuto, rivisitando i propri versi alla ricerca di ulteriori possibilità espressive e di più meditate soluzioni stilistiche.

Il percorso delineato dall’autrice si snoda tra “Correnti contrarie (Equinozio d’autunno)”, “La stagione di Clara (Solstizio d’inverno)”, “Il nero bagnato è arte (Equinozio di primavera)”, “Non avrò altro sangue fuori di te (Solstizio d’estate)”. La poetessa oscilla tra Kavafis e Flavio Almerighi nutrendosi di molteplici stimoli artistici e culturali, e soprattutto di una fame di vita che fa traboccare i versi di passione difficilmente contenibile anche nelle fasi più riflessive del ricordo e nei momenti di stasi narrativa.

Si tratta di poesia d’amore carnale e sacro al tempo stesso: “non c’è nulla di più erotico del tuo silenzio”; a volte rimane solo un nome ad aleggiare nella stanza, ma l’invocare quel nome pare salvifico.

Angela Greco scrive: “sovvertiremo la casa del dio”, “siamo un frutto rubato / e un giardino di disubbidienza”, nella “fucina del dio / zoppo”; “Ci siamo ritrovati nella bottiglia dal veliero rotto / affidata alla fortuna e alla distrazione del Caso”, “Restiamo chiusi nella sfera di vetro”. E fino a quando è possibile vivere nella magia del microcosmo della coppia, nient’altro pare avere importanza (tuttavia persistono inevitabili tracce di ponti gettati oltre tale dimensione): “sulla tua schiena disegnerò progetti / nel mio ventre accoglierai domande / e senza dubbi li riconosceremo.”.

“le nostre ombre profane”, – nel gioco erotico che ha, dunque, una sua sacralità inviolabile -, devono comunque fare i conti con le difficoltà invalicabili che l’uso della parola comporta, nella rete delle difficoltà comunicative: l’Altro rimane mistero. Tuttavia con ostinazione si possono costruire certezze, che comportano speranze e aspettative, e quindi spesso delusioni: “La quaresima s’accorda al deserto d’averti solo sperato”; “Il golgota ha vie personali, la risurrezione accade / e le varie stazioni confermano l’esattezza: tu”.

Nel possedere e nel donarsi, si individua una via di fuga, è possibile una liberazione dai ceppi quotidiani, ma l’incontro, per quanto ripetuto e sempre foriero di nuova ebbrezza, e per quanto rivissuto ossessivamente nella mente, deve fare i conti con l’inevitabile successiva separazione (“Il traditore è in agguato”). Allontanamenti e ritorni, speranze e delusioni, nel loro ambivalente alternarsi, generano frustrazione ed esaltazione, nel variegato dipanarsi dei segmenti dei versi. Di conseguenza, toni amari possono affiorare, nel proseguire delle pagine: “Soltanto dopo / ci accorgeremo che qualcosa è passato / e non siamo noi.”

L’Io anche sdoppiandosi, per guardarsi dall’esterno, immedesimandosi con alternativi punti di vista, rimane imprigionato in antiche insicurezze, incertezze: “Clara ascolta passi sulle minuscole pietre, / quelle che sbucciano ancora le ginocchia, quando / inciampi nel silenzio di quel che non racconti.” (“Le è rimasta la paura di non trovare la strada di casa”). Ma anche l’Altro tace, nasconde, sfugge (e non solo l’umano, dotato di parola, non esprime tutto di sé: “Il cane comprende e tace. Pensoso, accetta il piede.”).

In Correnti contrarie viene preso distacco dalla prosa, dal racconto disciplinato, colto nel suo pieno sviluppo; invece il dettaglio viene proposto come rappresentativo di sé (impressioni coloristiche vivacizzano la lettura: “Rimane rossofragola l’attesa senza zucchero”). Inoltre la protagonista femminile di queste poesie vorrebbe “essere il segno della tua penna”. Per non venire dimenticata, ignorata. Per lasciare il segno, o per restituire il graffio, che le è stato impresso nell’anima.

All’improvviso, tra tante contraddizioni esasperanti o eccitanti, pare giungere la presa di coscienza: le cose potevano andare diversamente, se si fosse stati, ammettendolo in prima persona, migliori. L’umanità, con le sue piccolezze, si riversa sulla carta, attraverso la lente della parola. E purtroppo spesso compaiono “Spine nella curva dell’ultima parola”.

Le Correnti contrarie di Angela Greco tengono ben desta l’attenzione del lettore dall’inizio alla fine, e fanno desiderare di poter leggere il seguito promesso dai versi stessi: “Odori di dio e la tua voce ha valenza d’incenso” … “Giuro. Non finisce qui”!

letture amArgine: Interno n. 42 di Angela Greco

 dal blog di Flavio Almerighi che ringrazio

Bisogna dirlo senza perifrasi, quando la poesia c’è si riconosce senza nessuno sforzo.
E’ il caso di Angela Greco qui proposta con Interno n. 42, un ottimo inedito. Angela (tra l’altro) sa raccontare attraverso la poesia, sa non perdersi in sciocche banalità di serie, sa cos’è la poesia. La struttura e l’articolazione di questo inedito, come se ce ne fosse bisogno, lo dimostrano ancora una volta.
Ultimamente amArgine si occupa con particolare interesse del fermento che gira intorno alla nuova poesia pugliese, la Greco ne è una delle punte di diamante. Lasciamoci quindi attraversare dalla lettura di questo brano, dalla sua ricchezza di chiari e scuri, dal suo pizzico di surrealismo.
L’eleganza e l’ampia leggibilità dei versi completerà una lettura alquanto soddisfacente fino al dono del rosso di murgia.
(Flavio Almerighi)

*

La sfera dorata dondola al polso;
sei la mia anamorfosi fatta persona.
«Appena ho sentito muovere il letto,
mi sono chiesto, cosa ci facessi qui».
S’allunga il giorno quasi a toccarti;
nella luce un altro cielo sbaraglia
nuvole al suono d’un pomeriggio
di quiete solo apparente. È sabato
e tu sei nella tempesta in agguato.

«Sei una conchiglia mancata – dici –
in grazie e volute, nei vuoti e nei pieni
del vivere, della scrittura, della grafia,
il piacere avvolge, s’avvolge e si cerca,
sonaglio e mantra che ammalia, stupisce,
trance per un mondo mancato per poco,
giusto per resistenza di sopravvivenza.
Merletto veli lo sguardo, acqua ti muovi
attorno alla pietra». «Tu, lasciati attraversare».

In questa distrazione di dio dammi tu la mela;
fatti mordere al risveglio.
Dell’invenzione della luce ci occuperemo
più tardi, appena prima della luna;
dell’amore e di altri demoni non avere cura,
ma accendi la candela e danziamo con la fiamma
al suono feroce dello scorrere di acque.
Alle 12 lascia i rintocchi al petto, non ad altri.
Siamo palindromi fin dal mattino.

Di Venezia conosco pagine ingiallite
e strade liquide; una sola volta basta
alla tachicardia. Poi è soltanto ritorno.
Così il paese, le mura e l’incontro, luci
e riflessioni sulla superficie, trattenendo
profondità per un solonostro a posteriori.
Sale la via verso te all’ora senz’ombra
ed ogni casa guarda dall’angolo
il rosso di murgia che porto addosso.

Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA), dove vive con la famiglia. Ha pubblicato in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, 2008) e in poesia: A sensi congiunti (2012); Arabeschi incisi dal sole (2013); Personale Eden (2015); Attraversandomi (2015); Anamòrfosi (2017); Correnti contrarie (2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (formato elettronico, Quaderni di RebStein LXVII. Settembre 2017). È ideatrice e curatrice de Il sasso nello stagno di AnGre. Commenti e note critiche all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

 

immagine d’apertura: opera di István Orosz, Atlantis anamorphosis