Proposte dagli autori: La poesia della vita – il libro che proclama lo stupore di Monica Baldini letto da Angela Greco AnGre

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Estratti da La poesia della vita – il libro che proclama lo stupore di Monica Baldini

OH IMMENSITA’
.
di tinture
e gli umani piccoli
puntini ammiranti
dal basso
rivolti su.
.
Come tele s’immortalano
all’imbrunire
e s’infiammano
ne l’aria a sera.
.
*
.
C’E’ UN TEMPO PER LA FINE?
.
Mi sono chiesta.
.
C’è un vivido
motivo
che entusiasmi
l’essere così forte
da mettere il punto
alla sua creazione
perché quanto poteva
o si aspettava
e non oltre
alla creatura
ha donato.
.
C’è un inizio
sì, c’è una fine.
Il tempo
non la stabilisce
ma la vita
che scorre nel tempo.
Le sue vicende
e le sue emozioni
scarne
sempreverdi.
Quelle intonse
voci
d’amore.
.
E lì i sipari
all’ora e alla lietitudine
calano lasciando
gli spettatori soddisfatti
e insoddisfatti
come è la vita
che è vita sempre.
.
*
.
SCAVARE NELLE PROFONDITÀ
.
E quando penseresti di dire qualcosa che neppure conosci, vuoi ammettere o scavare nelle profondità abissali del tuo io. L’io che sogna, nasconde e cela, maschera di un velo che ogni tanto si scosta ma fa arrivare meno luce. Eppure fare luce ci vuole – dirsi chi si è nel contesto, è cosa buona e anche utile per sciogliere e progredire. \ Per progettare occorre immaginare e illimpidire il cuore da una mente vasta e sgombra. \ La realtà cambia se scegliamo di farlo ogni attimo di vita che c’attraversa le mani. \ Nulla tratteniamo, neppure il tempo che è pellicola su cui scorrono le nostre stagioni, le nostre emozioni e forse sono loro, che ci indicano il mistero. \ Dare, non trattenere poiché che sia materia o intangibile, se ne va leggera per l’aria e trapassa qualunque momento d’estate, d’agosto o prossimo. \ Come si intrappola l’orario, la ricchezza, la relazione? Non si può perché viaggiamo, passiamo mentre viviamo e ci destiniamo all’eterno che non vediamo ma sentiamo, percependolo nella verità che c’avvolge sin dal primo battito. \ Così nuotiamo giù e risaliamo accostandoci con tenerezza a noi, alle sofferenze e feritoie che ci hanno segnato seccandoci ma non estinguendoci – fortificandoci come diamante levigato. \ Siamo tesori, gioielli smussati, fiori nutriti dal sole, dalla pioggia, siamo creature. \ Sangue dell’anima potrà essere sanato con tempo e pace, costante sforzo per volere amore nella propria esistenza, amore che riempie e si dona, amore che dà le vertigini di un sentire superiore più alto e completo, una comprensione pulita, una freschezza nuova, un bagliore arborescente. \ Ed io di me dico, che vorrei tanto amore, da dare, ricevere, scambiare come omaggio incensante, regalo, regalità immensa, trepidante vestigia ellittica.
***
.xxxx

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La poesia della vita – il libro che proclama lo stupore (Tau Editrice, 2021) è un’opera in versi e prose della marchigiana Monica Baldini alla sua sesta prova editoriale. Nata a Fano nel 1985 è laureata in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee; collabora con siti on line e suoi scritti sono presenti in alcune pregiate riviste letterarie. Il libro, propostomi dall’autrice stessa, è un cospicuo corpus, dedicato “A quanti hanno occhi e cuore per la poesia della vita”, di natura intimista-religiosa, improntato sugli insegnamenti francescani ed evangelici, votato all’invito a partecipare della Vita con occhi cristiani sicuramente, ma soprattutto di Persone che hanno a cuore il senso profondo delle cose e l’altro da Sé, come espressione del Creatore che si manifesta nelle sue creature.

Il libro esordisce con un estratto della preghiera Laudato si’ del Santo assisiate dedicato alla Madre Terra e di cui viene posto tutto il nome in maiuscolo rispetto a tutti gli autori degli altri incipit, che aprono le sezioni successive con citazioni dalla Bibbia, mettendo in tal modo in risalto il pensiero dominante nelle pagine. In questo solco l’autrice si lascia andare a una serie di riflessioni anche sull’attualità scaturita dagli ultimi tempi di situazione sanitaria, con tono pacato e sensibile sia nelle prose che nei versi, tra le cui espressioni il libro si equilibra, affidando alla poesia il ruolo proprio della preghiera e della speranza.

E’ un testo che mette a nudo la visione della Baldini in relazione ad una società che sembra aver perso i punti di riferimento; includendo esperienze personali e cenni biografici, sono riflessioni profonde, un “diario dell’anima-cuore”, che attraversano prima di tutto la coscienza dell’autrice e che successivamente interrogano lo stesso lettore, in una forte aura mistica quasi anacronistica per la poesia contemporanea. Il mistero del Creato è la materia che nutre queste pagine, pervase di una profonda e sentita fiducia verso Colui che tutto può.

In tutta onestà meraviglia il forte contrasto tra il tono della scrittura e la indubbia dolcezza che promana e quel “proclama” utilizzato nel titolo sicuramente come enfatizzazione del messaggio cardine, quindi in senso positivo, ma che alle orecchie stona, poiché per definizione il verbo indica “dichiarare solennemente in un contesto ufficiale, decretare” e fa assurgere l’autore ad un livello che poco ha a che spartire con il contesto con cui si apriva l’opera. Ma, forse, ogni tanto è anche giusto usare un certo tono… [Angela Greco AnGre]

Il sasso nello stagno di AnGre - proposte dagli autori

Cesare Pavese, due poesie

Cesare Pavese, due poesie da Lavorare stanca 

🕊

Lavorare stanca

Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.

Ci sono d’estate
pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese
sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge
per un viale d’inutili piante, si ferma.
Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?
Solamente girarle, le piazze e le strade
sono vuote. Bisogna fermare una donna
e parlarle e deciderla a vivere insieme.
Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte
c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi
e racconta i progetti di tutta la vita.

Non è certo attendendo nella piazza deserta
che s’incontra qualcuno, ma chi gira le strade
si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,
anche andando per strada, la casa sarebbe
dove c’è quella donna e varrebbe la pena.
Nella notte la piazza ritorna deserta
e quest’uomo, che passa, non vede le case
tra le inutili luci, non leva più gli occhi:
sente solo il selciato, che han fatto altri uomini
dalle mani indurite, come sono le sue.
Non è giusto restare sulla piazza deserta.
Ci sarà certamente quella donna per strada
che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.

*

Mito

Verrà il giorno che il giovane dio sarà un uomo,
senza pena, col morto sorriso dell’uomo
che ha compreso. Anche il sole trascorre remoto
arrossando le spiagge. Verrà il giorno che il dio
non saprà piú dov’erano le spiagge d’un tempo.

Ci si sveglia un mattino che è morta l’estate,
e negli occhi tumultuano ancora splendori
come ieri, e all’orecchio i fragori del sole
fatto sangue. È mutato il colore del mondo.
La montagna non tocca più il cielo; le nubi
non s’ammassano più come frutti; nell’acqua
non traspare più un ciottolo. Il corpo di un uomo
pensieroso si piega, dove un dio respirava.

Il gran sole è finito, e l’odore di terra,
e la libera strada, colorata di gente
che ignorava la morte. Non si muore d’estate.
Se qualcuno spariva, c’era il giovane dio
che viveva per tutti e ignorava la morte.
Su di lui la tristezza era un’ombra di nube.
Il suo passo stupiva la terra.

Ora pesa la stanchezza su tutte le membra dell’uomo,
senza pena: la calma stanchezza dell’alba
che apre un giorno di pioggia. Le spiagge oscurate
non conoscono il giovane, che un tempo bastava
le guardasse. Né il mare dell’aria rivive
al respiro. Si piegano le labbra dell’uomo
rassegnate, a sorridere davanti alla terra.

Jorge Luis Borges, Elogio dell’ombra

Elogio dell’ombra

La vecchiaia (è questo il nome che gli altri gli danno)
può essere per noi il tempo più felice.
È morto l’animale o quasi è morto.
Restano l’uomo e l’anima.
Vivo tra forme luminose e vaghe
che ancora non son tenebra.
Buenos Aires,
che un tempo si lacerava in sobborghi
verso la pianura incessante,
è di nuovo la Recoleta, il Retiro,
le confuse strade dell’Once
e le precarie case vecchie
che seguitiamo a chiamare il Sud.
Nella mia vita son sempre state troppe le cose;
Democrito di Abdera si strappò gli occhi per pensare;
il tempo è stato il mio Democrito.
Questa penombra è lenta e non fa male;
scorre per un mite pendio
e somiglia all’eterno.
Gli amici miei non hanno volto,
le donne son quello che furono in anni lontani,
i cantoni sono gli stessi ed altri,
non hanno lettere i fogli dei libri.
Dovrebbe impaurirmi tutto questo
e invece è una dolcezza, un ritornare.
Delle generazioni di testi che ha la terra
non ne avrò letti che alcuni,
quelli che leggo ancora nel ricordo,
che rileggo e trasformo.
Dal Sud, dall’Est, dal Nord e dall’Ovest
convergono le vie che han condotto
al mio centro segreto.
Vie che furono già echi e passi,
donne, uomini, agonie e risorgere,
giorni con notti,
sogni e immagini del dormiveglia,
ogni minimo istante dello ieri
e degli ieri del mondo,
la salda spada del danese e la luna del persiano,
gli atti dei morti,
l’amore condiviso, le parole,
ed Emerson, la neve, e quanto ancora.
Posso infine scordare. Giugno al centro,
alla mia chiave, all’algebra,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono.
.
.
da J.L.Borges, Elogio dell’ombra (Einaudi, nuova edizione a cura di Glauco Felici)

Pasqua, Pace e Poesia

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Pasqua di Ada Negri

E con un ramo di mandorlo in fiore,
a le finestre batto e dico: «Aprite!
Cristo è risorto e germinan le vite
nuove e ritorna con l’april  l’amore
Amatevi tra voi pei dolci e belli
sogni ch’oggi fioriscon sulla terra,
uomini della penna e della guerra,
uomini della vanga e dei martelli.
Aprite i cuori. In essi irrompa intera
di questo dì l’eterna giovinezza ».
lo passo e canto che la vita è bellezza.
Passa e canta con me la primavera.

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Pasqua di Guido Gozzano

A festoni la grigia parietaria
come una bimba gracile s’affaccia
ai muri della casa centenaria.

Il ciel di pioggia è tutto una minaccia
sul bosco triste, ché lo intrica il rovo
spietatamente, con tenaci braccia.

Quand’ecco dai pollai sereno e nuovo
il richiamo di Pasqua empie la terra
con l’antica pia favola dell’ovo.

Murgia in giugno ph.AnGre

Verrà un giorno di Jorge Carrera Andrade

Verrà un giorno più puro degli altri:
scoppierà la pace sulla terra
come un sole di cristallo.
Una luce nuova
avvolgerà le cose.
Gli uomini canteranno per le strade
ormai liberi dalla morte menzognera.
Il frumento crescerà sui resti
delle armi distrutte
e nessuno verserà
il sangue del fratello.
Il mondo apparterrà alle fonti
e alle spighe che imporranno il loro impero
di abbondanza e freschezza senza frontiere.

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Dopo la pioggia di Gianni Rodari 

Dopo la pioggia viene il sereno
brilla in cielo l’arcobaleno:
è come un ponte imbandierato
e il sole vi passa, festeggiato.
E’ bello guardare a naso in su
le sue bandiere rosse e blu.
Però lo si vede – questo è il male –
soltanto dopo il temporale.
Non sarebbe più conveniente
il temporale non farlo per niente ?
Un arcobaleno senza tempesta
questa sì che sarebbe festa.
Sarebbe una festa per tutta la terra
fare la pace prima della guerra.

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Boris Pasternak, Nella Settimana Santa

 Riproponiamo una poesia di Boris Pasternak (Mosca, 1890 – 1960)

Nella settimana santa (trad.di Paolo Statuti)

Intorno ancora la nebbia notturna.
Ancora nel mondo è così presto,
Che il cielo pullula di stelle
E ognuna, come il giorno, è luminosa,
E se solo la terra potesse,
Dormirebbe il giorno di Pasqua
Alla lettura del Salterio.
.
Ancora intorno la nebbia notturna.
Ancora è così presto nel mondo,
Che la piazza giace coricata
Come in eterno da tutti i lati,
E mille anni ancora la separano
Dall’alba e dal calore.
.
Ancora la terra è completamente nuda,
E di notte essa non ha niente
Per far oscillare le campane
E fare eco ai coristi dall’esterno.
.
E dal Giovedì Santo
Fino al Sabato Santo
L’acqua perfora le rive
E intesse mulinelli.
.
E il bosco è spoglio e scoperto,
E sulla Passione di Cristo,
Come folla in preghiera,
Veglia la turba dei tronchi di pino.
.
Ma in città, in un piccolo
Spazio, come a una riunione,
Gli alberi guardano muti
Le grate della chiesa.
E il loro sguardo è preso dal terrore.
E’ comprensibile il loro sgomento.
I giardini escono dai recinti,
Vacilla il sistema terrestre:
Seppelliscono Dio.
.
E c’è la luce nella porta regia,
E il nero manto, e la fila di candele,
Volti rigati dalle lacrime –
E a un tratto la processione viene
Incontro col lenzuolo tombale,
E due betulle presso la porta
Devono tirarsi da parte.
.
E il corteo gira intorno alla chiesa,
Riempie il marciapiede fino al bordo,
E porta dalla strada sul sagrato
La primavera, le ciarle primaverili
E l’aria che sa di prosfora
E di ebbrezza di primavera.
.
E marzo sparge la neve
Nell’atrio sulla folla degli storpi,
Come se qualcuno fosse uscito
Portando l’arca e l’avesse aperta
Distribuendola a tutti.
.
E il canto dura fino all’alba,
E, dopo aver tanto singhiozzato,
Giungono sommessi dall’interno
Nel luogo vuoto sotto i fanali
Il Salterio e l’Apostolo.
.
A mezzanotte taceranno la creatura e la carne,
Avendo udito la voce primaverile,
Che appena tornerà il sereno –
La morte si potrà sconfiggere
Con lo sforzo della resurrezione.
.
1946
(tratta da Un’anima e tre ali – il blog di Paolo Statuti che si ringrazia)

*

Immagine d’apertura (dal web): Settimana Santa a Taranto, rito tra i più suggestivi d’Italia (part. processione che attraversa il Ponte girevole – approfondisci QUI  –

*

I RITI DELLA SETTIMANA SANTA DI TARANTO, un libro de La Gazzetta del Mezzogiorno, pdf scaricabile

Stabat Mater

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Tiziano Vecellio, Mater Dolorosa (1550-1555), Museo del Prado, Madrid

Stabat Mater è una sequenza liturgica in onore della Madonna, trasmessa in molte redazioni e presto accolta in vari messali (dalla metà del 14° sec.), fino a essere inserita nel Messale romano da Benedetto XIII (1727). Quasi certamente ne è autore Iacopone da Todi. Composta da due coppie di ottonari rimati, ciascuna delle quali seguita da un senario sdrucciolo, può essere rappresentata anche sotto forma di azione scenica. Fra le realizzazioni polifoniche o concertanti del testo si ricordano quelle di J. Desprez, G. Pierluigi da Palestrina, O. di Lasso, E.R. Astorga, A. Vivaldi, A. e D. Scarlatti, G.B. Pergolesi, L. Boccherini, F.J. Haydn, F. Schubert, G. Rossini, G. Verdi, A. Dvorak, K. Szymanowski, F. Poulenc, K. Penderecki. [Enciclopedia Treccani]

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Warsztat Krakowski, Pietà di Tubadzin (1450), Museo Nazionale di Varsavia

Stabat Mater (dal latino per Stava la madre) è una preghiera – più precisamente una sequenza – cattolica del XIII secolo quasi certamente attribuita a Jacopone da Todi. La prima parte, che inizia con le parole Stabat Mater dolorosa (“La Madre addolorata stava”) è una meditazione sulle sofferenze di Maria, madre di Gesù, durante la crocifissione e la Passione di Cristo. La seconda parte della preghiera, che inizia con le parole Eia, mater, fons amóris (“Oh, Madre, fonte d’amore”) è, invece, una invocazione in cui l’orante chiede a Maria di renderlo partecipe del dolore provato da Maria stessa e dal Cristo.

È recitata in maniera facoltativa durante la messa dell’addolorata (15 settembre) e le sue parti formano gli inni latini della stessa festa. Prima della Riforma liturgica era utilizzata nell’ufficio del venerdì della settimana di passione (Madonna dei sette dolori – venerdì precedente la Domenica delle Palme). Ma popolarissima era soprattutto perché accompagnava il rito della Via Crucis e la processione del Venerdì santo. Un canto amatissimo dai fedeli, non meno che da intere generazioni di musicisti colti. (dal web)

(c) Dulwich Picture Gallery; Supplied by The Public Catalogue Foundation
Guido Reni, Mater dolorosa, XVII sec., Dulwich Picture Gallery, Londum pendébat Fílius.iuxta crucem lacrimósa,

Andy Warhol, L’Ultima Cena – sassi d’arte

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The Last Supper – L’ultima cena di Andy Warhol è l’opera, segnata in nero su fondo bianco dalle notevolissime dimensioni, che l’artista realizzò quasi profeticamente poco prima della sua morte.

L’avventura ebbe inizio alcuni secoli fa. Più precisamente fra il 1494 e il 1498, quando Ludovico Sforza commissionò a Leonardo da Vinci un quadro raffigurante l’Ultima Cena, destinato al refettorio del convento domenicano di Santa Maria delle Grazie a Milano. L’episodio descrive l’ultima cena di Gesù con i suoi dodici apostoli, il Giovedì Santo – vigilia della sua morte – nella sala del Cenacolo situato sulla collina di Sion a Gerusalemme. L’opera, magistrale, è il risultato dei precetti aristotelici cari agli artisti del Rinascimento – i personaggi raccolti attorno a un luogo e ad un’azione unica – ma anche degli insegnamenti derivati da Platone quali la luce, come mezzo di unificazione tra l’umano e il divino, e la prospettiva centrale, come elemento di composizione pittorica accentuante l’effetto di concentrazione dello sguardo sul personaggio centrale del Cristo, tanto da divenire parte della storia della pittura e, a posteriori, un’opera leggendaria e indispensabile.

Nel 1984, a Milano, in prospettiva di una mostra presso il convento delle «Stelline», fu chiesto a Warhol di creare un gruppo di lavoro al fine di sviluppare il tema de L’Ultima Cena.  Warhol accettò di assumere questo incarico e realizzò un centinaio di variazioni attorno all’opera di Leonardo. Il maestro indiscusso della Pop Art, utilizzando una fotografia in bianco e nero e un’illustrazione enciclopedica del Cenacolo di Leonardo, produsse nel 1986 quasi 100 variazioni sul tema, mentre i loghi pubblicitari, che si sovrappongono alle figure di Cristo e degli Apostoli, creano un ibrido tra sacro e profano, arte e design commerciale.

Nel 1987, sempre a Milano, quando fu inaugurata la Galleria dedicata all’arte contemporanea, nel refettorio del convento delle «Stelline» situato dall’altro lato di Corso Magenta, proprio di fronte a Santa Maria delle Grazie, dove è conservato il famoso affresco leonardesco, il direttore artistico dello spazio espositivo, ebbe l’idea di sfruttare questa prossimità e, per inaugurare il suo ciclo di esposizioni nel gennaio del 1987, riunì personalità locali ed internazionali in un momento decisivo per la scena artistica milanese. Fu in questa occasione, che Andy Warhol realizzò un insieme di grandi tele sul tema de L’Ultima Cena, rivisitato secondo la tipologia artistica della Pop Art.

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Warhol, attraverso la ripetizione, disattiva il messaggio spirituale dell’opera ed un simile impegno da parte dell’artista, sembra dimostrare un investimento personale, quasi ossessivo, in questa ricerca, confermato anche dalle rivelazioni sulla sua vita religiosa divulgate dopo la sua morte, sopravvenuta un mese dopo l’esposizione di Milano. The Last Supper rappresenta così anche l’ultima dimostrazione del genio dell’artista che concretizza una curiosa coincidenza e dona un triste privilegio ad un’opera fondamentale, che contribuì a rendere ancor più leggendaria la mostra in cui venne esposta.

[Ri-condivisione dell’articolo del 2014 a cura di Giorgio Chiantini & Angela Greco,  liberamente tratto da “Dominique Stella, L’Ultima Cena: I 20 anni”]

Aiguiller, poesie di Angela Greco AnGre (Ladolfi, 2022) – presentazione dell’opera

AIGUILLER Poesia di Angela Greco AnGre Ladolfi Ed.

AIGUILLER, poesie di Angela Greco AnGre (Ladolfi Ediotre, 2022)

Il titolo è in francese e tradotto ha valenza di “indirizzare, orientare, dirigere; deviare la conversazione su un altro argomento” secondo il senso figurato del termine “Aiguiller”(da leggersi “eɡɥije”) riportato dal dizionario Garzanti, ma anche, più in generale, “sterzare, cambiare direzione” con riferimento alla poesia in uso in Italia attualmente; l’opera consta di una significativa variazione di due precedenti editi, ai quali ho voluto dare nuova luce, convinta del fatto che la Poesia sia sempre qualcosa in divenire, mai ferma, con l’aggiunta di una sezione inedita scritta negli ultimi anni e nell’anno in cui mia figlia, a cui è dedicato il libro, ha compiuto dieci anni. Tutto il progetto qui presentato esprime il mio concetto di poesia e di costituzione dell’atto poetico, alla luce di riferimenti artistici e letterari di cui si dà nota nel testo e a fine dello stesso, utilizzando un verso libero ed ipermetrico”. [Angela Greco AnGre, estratto dalla Presentazione del testo]

*

[…]

Fermi per dirci vivi contiamo grani
capovolti nella clessidra. Inganniamo specchi
e virtù. Morirò appena compiuti due anni.
Mi riconosco solo a ritroso.

Se nessuno rivolge la domanda, so benissimo chi sei;
ma all’interrogazione non lo so più. Riprendo dal letto
di semina, la mano e la vanga a spostare il dato per scontato.
Poi, con la benevolenza inesausta del cielo stellato, propongo
appunti di raccolta, che soltanto domani e fra tre secoli
daranno quanto cercato oggi. Un solco è promessa di città.

[…]

“devi conoscere l’abisso prima della risurrezione”
e qui non è implicato nessun dio.

Euridice lo sa di cosa stiamo parlando.
E lo sa bene l’avvoltoio nella sua attesa.
Arriva sempre l’orario di chiusura del teatro,
la deposizione delle maschere.
Forse il patibolo è insito nella scrittura.

Canta ancora Orfeo.
Dobbiamo tornare negli inferi.

Gli inferi sono una questione strettamente personale
pochissimi sono gli accompagnatori.
Non si può ripetere il viaggio di qualcun altro.

[…]

Sì, ti abbraccio, prima che sia troppo tardi e
torno ai miei pensieri, alle domande che continuo a pormi e
a quest’oggi così pieno di croci e calvari tutti da salire scalzi.

Evoluzione o involuzione davvero non saprei.
Accadono le cose, cadono le persone, ma
si procede, in qualche modo.
Forse, semplicemente, ancora non abbiamo capito.

Sì, sorrido, figlia mia. Per il tuo decimo compleanno.

***

Quando ho dato alle stampe Aiguiller pensavo che il cambio di direzione fosse nei confronti della Poesia attualmente scritta in Italia, dalla quale, negli ultimi anni, mi sono alquanto allontanata…Invece, all’uscita del libro, mi sono resa conto che il cambio di direzione era riferito a quello che stavamo e stiamo vivendo…

Il libro, allora, è diventato, suo malgrado, una “risposta”: la Poesia è una risposta alle atrocità, alla discordia, alla mancanza di pace…Una responsabilità non indifferente, se si tiene conto della “facilità” con cui si scrive e produce poesia nel nostro Paese…

Consegno, quindi, Aiguiller al Lettore, come un momento di riflessione, di pausa e – soprattutto – di domande…

Angela Greco AnGre

Il libro è disponibile sui maggiori store on-line o si può richiedere all’indirizzo della casa editrice.
Ringrazio di cuore Giuliano Ladolfi per aver creduto ancora una volta nella mia Poesia e soprattutto in questo progetto a cui sono molto legata. Per me è stato emozionante pubblicare una seconda opera con il medesimo Editore, realizzando in questo modo la mia idea di crescita in un gruppo di lavoro con il quale condivido molto in materia di poesia; esperienza ormai difficile da concretizzare in tempi, come quelli che abitiamo, votati al  consumo rapido di persone e cose e letteralmente privi di competenza e lungimiranza sul lungo periodo.
Grazie per l’attenzione ♥

Bertolt Brecht, due poesie

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Due poesie di di Bertolt Brecht

Primavera 1938 

Oggi, domenica di Pasqua, presto
Un’improvvisa tempesta di neve
si è abbattuta sull’isola.
Tra i cespugli verdeggianti c’era neve. Il mio ragazzo
mi ha portato verso un piccolo albicocco attaccato alla casa
strappandomi ad un verso in cui puntavo il dito contro coloro
che stanno preparando una guerra che
può cancellare
il continente, quest’isola, il mio popolo,
la mia famiglia e me stesso. In silenzio
abbiamo messo un sacco
sopra all’albero tremante di freddo.

🕊

A quelli nati dopo di noi

Veramente, vivo in tempi bui!
La parola disinvolta è folle. Una fronte liscia
indica insensibilità. Colui che ride
probabilmente non ha ancora ricevuto
la terribile notizia

Che tempi sono questi in cui
un discorso sugli alberi è quasi un reato
perché comprende il tacere su così tanti crimini!
Quello lì che sta tranquillamente attraversando la strada
forse non è più raggiungibile per i suoi amici
che soffrono?

È vero: mi guadagno ancora da vivere
ma credetemi: è un puro caso. Niente
di ciò che faccio mi da il diritto di saziarmi.
Per caso sono stato risparmiato. (Quando cessa la mia fortuna sono perso)

Mi dicono: mangia e bevi! Accontentati perché hai!
Ma come posso mangiare e bere se
ciò che mangio lo strappo a chi ha fame, e
il mio bicchiere di acqua manca a chi muore di sete?
Eppure mangio e bevo.

Mi piacerebbe anche essere saggio.
Nei vecchi libri scrivono cosa vuol dire saggio:
tenersi fuori dai guai del mondo e passare
il breve periodo senza paura.

Anche fare a meno della violenza
ripagare il male con il bene
non esaudire i propri desideri, ma dimenticare
questo è ritenuto saggio.
Tutto questo non mi riesce:
veramente, vivo in tempi bui!

Voi, che emergerete dalla marea
nella quale noi siamo annegati
ricordate
quando parlate delle nostre debolezze
anche i tempi bui
ai quali voi siete scampati.

Camminavamo, cambiando più spesso i paesi delle scarpe,
attraverso le guerre delle classi, disperati
quando c’era solo ingiustizia e nessuna rivolta.

Eppure sappiamo:
anche l’odio verso la bassezza
distorce i tratti del viso.
Anche l’ira per le ingiustizie
rende la voce rauca. Ah, noi
che volevamo preparare il terreno per la gentilezza
noi non potevamo essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuto il momento
in cui l’uomo è amico dell’uomo
ricordate noi
Con indulgenza.

La Domenica delle Palme negli affreschi di Giotto – sassi d’arte

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Nel calendario liturgico cattolico la Domenica delle palme è celebrata la domenica precedente quella di Pasqua e con essa ha inizio la settimana santa. Nella forma ordinaria del rito romano essa è detta anche domenica De Passione Domini (della passione del Signore) ed è una festività osservata non solo dai cattolici, ma anche dagli ortodossi e dai protestanti (ovvero le religioni che riconoscono Cristo).

In questo giorno la Chiesa ricorda il trionfale ingresso di Gesù in Gerusalemme in sella ad un asino, osannato dalla folla che lo salutava agitando rami di palma. La folla, radunatasi a voce per l’arrivo di Gesù, stese a terra i mantelli, mentre altri tagliavano rami dagli alberi intorno e, agitandoli festosamente, gli rendevano onore.

In ricordo di questo, la liturgia della Domenica delle palme, si svolge iniziando da un luogo al di fuori della chiesa, dove si radunano i fedeli e il sacerdote benedice i rami di ulivo o di palma portati dai fedeli stessi; quindi si procede in processione fino all’interno della chiesa, continuando la celebrazione della messa con la lettura della Passione di Gesù. Il racconto della Passione viene letto da tre persone che rivestono la parte di Cristo (letta dal sacerdote), dello storico e del popolo.

In questa Domenica il sacerdote, a differenza delle altre di quaresima (in cui veste di colore viola, che indica penitenza, richiamo alla conversione e alla stessa penitenza e che si usa in Avvento e in Quaresima, ma anche durante la celebrazione delle Messe dei defunti) indossa paramenti di colore rosso (colore che indica il sacrificio sulla croce di Gesù e la divinità dello Spirito Santo, ma anche il sangue sparso dai Santi Martiri; si usa la Domenica delle Palme, appunto, il Venerdì Santo, a Pentecoste, nelle feste degli Apostoli e dei Martiri e per la Messa della Cresima).

§

nell’immagine: Giotto, Scene dalla vita di Cristo, Entrata in Gerusalemme, affresco databile 1303-1305, Cappella degli Scrovegni, Padova: da sinistra Gesù avanza a cavallo di un asino verso le porte di Gerusalemme, seguito dagli Apostoli e facendosi incontro a una folla incuriosita: chi si prostra, chi accorre a vedere, chi è sorpreso, ecc. Sebbene la stesura denoti un’autografia non piena dell’episodio, la scena spicca come una delle più vivacemente naturali del ciclo, con una serie di episodi interni tratti dalla vita quotidiana, come quello dell’uomo che si copre la testa col mantello (un’azione goffa o un simbolo di chi non vuole accettare l’arrivo del Salvatore?) oppure i due fanciulli che salgono sugli alberi per staccare i rami d’ulivo da gettare al Salvatore e per vedere meglio, dettaglio derivato dalla tradizione bizantina, ma qui più realistico che mai. [fonti varie]

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AA.VV. La poesia delle donne a cura di Rosalba De Cesare e Lorenzo Pompeo: tre estratti e una nota di Angela Greco AnGre

Modigliani Donna con cravatta nera

Estratti da “La poesia delle donne” a cura di Rosalba De Cesare e Lorenzo Pompeo (Left, 2022)

Idea Vilariño, poetessa “notturna” dall’Uruguay

La notte pozzo soave
e stipato di sogni
sopporta ancora la quota
d’un altro e oltrepassa.
La notte che è eterna
che ignora il sole e il barbaro
simulacro del giorno
che permane illibata.
Il suo inchiostro come un acido
distrugge le miserie
che all’ora ventiquattro
il giorno le rovescia.
La notte pozzo soave.

*

Andrée Chedid, poesia senza confini

La speranza
Ho ancora la speranza
Alle radici della vita.
Dinnanzi alle tenebre
Ho rizzato chiarori
Piantato fiaccole.
Al margine delle notti
Chiarori che persistono
Fiaccole che s’insinuano
Fra ombre e barbarie
Chiarori che rinascono
Fiaccole che si rizzano
Senza mai deperire.
Radico la speranza
Nel terriccio del mio cuore
Adotto tutta la speranza
In suo spirito ribelle.

*

Vénus Khoury-Ghata e la lingua delle origini

Scrivere le pagine…

Scrivere le pagine fino allo sfinimento delle parole e apparizione di quel
Personaggio che vedo per la prima volta
Non conosco il suo nome
Inutile domandarglielo
Non sa scrivere
Non sa neppure parlare
Sa soltanto che è nato dal contatto tra la penna e la carta
Dalla vicinanza di due parole affiancate dal caso
Mi lascia fare quando lo colloco al centro della riga
Tra un verbo e un oggetto
Ma lo scosto appena quando tenta di trascinarmi nell’azione,
Ho deciso di condurre il gioco da sola.

(immagine d’apertura: Donna con cravatta nera di Amedeo Modigliani – QUI in questo blog)

*

Ho accolto positivamente l’invito della curatrice a leggere questa antologia di poetesse edita per Left (rintracciabile nello store dello stesso sito) nel marzo ultimo scorso; il titolo non poteva non essere agglomerante per una sì tanto vasta materia, che ancora oggi è argomento di studio e dibattito e concordo con i primissimi righi del testo sul fatto che non c’è necessità di distinguere un genere nella poesia; a maggior ragione in un tempo come quello che abitiamo, che non avverte più la necessità di distinzioni in tal senso.

Il lavoro di ricognizione e soprattutto di ricerca tra testi ormai introvabili di Rosalba De Cesare e Lorenzo Pompeo, completato da un breve intervento di Fausta Genziana Le Piane, mette in evidenza – con grande merito – poetesse spesso trascurate da coloro “che stabiliscono” chi poeta lo è, perché ampiamente propagandato per i motivi più disparati, e chi, di contro, poeta non lo è, per cui va abbandonato ad una sorta di oblio, perché non accondiscendente ai dettami di un certo potere, alle mode del momento o, perché, appartenente ad una certa compagine politica, come si evince dalle pagine di questo testo. “Mondo era e mondo è” avrebbe detto mia madre nella sua saggezza popolare e terribilmente vera che, però, nulla toglie al pregevole sforzo di questa antologia.

I curatori presentano testi alla portata anche di chi si accosti alla poesia per la prima volta; si leggono nomi degni di nota ascrivibili comunque – e questo a parer mio è un limite – alla tendenza politica dell’editore: alcuni popolari e molto conosciuti; altri, conosciuti maggiormente dagli addetti ai lavori, ma presentati con stile leggero e competente ai lettori. Di ogni autrice sono riportati alcuni componimenti e un breve approfondimento scritto con chiarezza e passione – e questa si avverte nitida – volti a rendere un servizio di divulgazione di cui si ha sempre bisogno, se la materia è la Poesia.

La cifra è il Novecento, nella cui prima metà la massima parte del parterre di signore spazia per anno di nascita, attraversato a tutte le latitudini, che dona al lettore un’ampia e pregevole scelta di letture. [AnGre]

Lo sforzo umano di Jacques Prévert

diego rivera the-world-of-today-and-tomorrow-1935

Lo sforzo umano di Jacques Prévert (1945)

Lo sforzo umano 
non è quel bel giovane sorridente 
ritto sulla sua gamba di gesso 
o di pietra 
e che mostra grazie ai puerili artifici dello scultore 
la stupida illusione 
della gioia della danza e del giubilo 
evocante con l’altra gamba in aria 
la dolcezza del ritorno a casa 
No 
Lo sforzo umano non porta un fanciullo sulla spalla destra 
un altro sulla testa 
e un terzo sulla spalla sinistra 
con gli attrezzi a tracolla 
e la giovane moglie felice aggrappata al suo braccio 
Lo sforzo umano porta un cinto erniario 
e le cicatrici delle lotte 
intraprese dalla classe operaia 
contro un mondo assurdo e senza leggi 
Lo sforzo umano non possiede una vera casa 
esso ha l’odore del proprio lavoro 
ed è intaccato ai polmoni 
il suo salario è magro 
e così i suoi figli 
lavora come un negro 
e il negro lavora come lui 
Lo sforzo umano non ha il savoir-vivre 
Lo sforzo umano non ha l’età della ragione 
lo sforzo umano ha l’età delle caserme 
l’età dei bagni penali e delle prigioni 
l’età delle chiese e delle officine 
l’età dei cannoni 
e lui che ha piantato dappertutto i vigneti 
e accordato tutti i violini 
si nutre di cattivi sogni 
si ubriaca con il cattivo vino della rassegnazione 
e come un grande scoiattolo ebbro 
vorticosamente gira senza posa 
in un universo ostile 
polveroso e dal soffitto basso 
e forgia senza fermarsi la catena 
la terrificante catena in cui tutto s’incatena 
la miseria il profitto il lavoro la carneficina 
la tristezza la sventura l’insonnia la noia 
la terrificante catena d’oro 
di carbone di ferro e d’acciaio 
di scoria e polvere di ferro 
passata intorno al collo 
di un mondo abbandonato 
la miserabile catena 
sulla quale vengono ad aggrapparsi 
i ciondoli divini 
le reliquie sacre 
le croci al merito le croci uncinate 
le scimmiette portafortuna 
le medaglie dei vecchi servitori 
i ninnoli della sfortuna 
e il gran pezzo da museo 
il gran ritratto equestre 
il gran ritratto in piedi 
il gran ritratto di faccia di profilo su un sol piede 
il gran ritratto dorato 
il gran ritratto del grande indovino 
il gran ritratto del grande imperatore 
il gran ritratto del grande pensatore 
del gran camaleonte 
del grande moralizzatore 
del dignitoso e triste buffone 
la testa del grande scocciatore 
la testa dell’aggressivo pacificatore 
la testa da sbirro del grande liberatore 
la testa di Adolf Hitler 
la testa del signor Thiers 
la testa del dittatore 
la testa del fucilatore 
di non importa qual paese 
di non importa qual colore 
la testa odiosa 
la testa disgraziata 
la faccia da schiaffi 
la faccia da massacrare 
la faccia della paura

🕊

In apertura: Diego Rivera, The World of Today and Tomorrow (Clicca QUI per leggere dell’opera in questo blog).

Mirkka Rekola, due poesie

carta e penna

Due poesie da Siedo in questo treno lungo un viaggio (Joker, 2016, trad. it. A. Parente) di Mirkka Rekola (1931-2014); vincitrice di vari premi letterari è annoverabile tra i classici della poesia finlandese ed è uno dei maggiori rappresentanti del “modernismo finnico”.

🕊

Sono forse io quegli elementi di cui mi servo?
Oggi dico no,
oggi, che ne sono prigioniera,
devo ripetere ancora una volta no.
Annuncio soltanto il fuoco: pronto è il giorno,
terra che in me brucia in questo modo.

Eri talmente a settentrione
che lo sguardo raggiunse l’orizzonte,
e l’unica parola che lasciai per te
mi infreddolì.
Qui per te sono il pegno del nulla
il flutto dismesso dal vento
e puoi guardare.

Il giorno accreditato come un bonifico
su un conto a me ignoto,
e talmente corporea mi sento
per quanto sia possibile in questa situazione.
Ogni notte procede affiancata al giorno
né prima, né dopo.
Come quel merlo corvino
canta di giorno, di notte.
E una bruma minuta si alza sulla breve serata
dalle foglie degli alberi, dai volti,
a volte di anonima origine,
respiro sulla pelle della tua mano e dico:
così fa il vento quando gli piaci.

*

Al mio posto

I miei occhi sempre all’ombra del falco.
Temo il colpo improvviso
né mi celo in foglie di cavolo
eccomi qui
immersa tra tronchi sottili.

Dico che ce ne sono diverse
di linee taglienti che passano
loro devono volare
perché io rimanga qui
l’ombra deve mutare di continuo.
Altrimenti giungerà in me l’uccello del vento
alla fine in picchiata la sua ombra
il becco aperto.

Aprile in poesia

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Estate in aprile di Evgenij Rejn

Aprile, precoce estate.
Su, ripieghiamo il paraorecchie nel cassetto.
Tiriamo fuori camicie, cotton wear e altre minuzie
vestiarie.
Al rombo delle auto fragorose, apriamo le finestre.
Ventiquattro gradi Celsius. Dunque, che fare?

È sempre una sorpresa. Forse che, staccando
dal gancetto
il pellicciotto, t’ aspettavi questo volgere del sole?
Sapevi, forse, che saresti vissuto fino a questo
strepito e chiasso? E comunque si ha lo stesso voglia,

di mattina, di uscire vestiti leggeri e di azzurro,
e camminare fino al metrò: solo là c’è protezione.
Chi ha visto il cambio di stagione, dirà: “Sia pure.
Fuori è estate: Pasqua e Risurrezione”.

🕊

Sera d’aprile di Antonia Pozzi

Batte la luna soavemente
di là dei vetri,
sul mio vaso di primule:
senza vederla la penso
come una grande primula anch’essa,
stupita,
sola,
nel prato azzurro del cielo.

🕊

Sotto il cielo di aprile la mia pace di Sandro Penna

Sotto il cielo di aprile la mia pace
è incerta. I verdi chiari ora si muovono
sotto il vento a capriccio. Ancora dormono
l’acque ma, sembra, come ad occhi aperti.

Ragazzi corrono sull’erba, e pare
che li disperda il vento. Ma disperso
è solo il mio cuore cui rimane un lampo
vivido (oh giovinezza) delle loro
bianche camicie stampate sul verde.

🕊

Aprile di Gabriele D’Annunzio

Socchiusa è la finestra, sul giardino.
Un’ora passa lenta, sonnolenza
Ed ella, ch’era attenta, s’addormenta
a quella voce che già si lamenta,
che si lamenta in fondo a quel giardino.
Socchiusa è la finestra, sul giardino.
Un’ora passa lenta, sonnolenta
Ed ella, ch’era attenta, s’addormenta
a quella voce che già si lamenta,
che si lamenta in fondo a quel giardino.

Non è che voce d’acque su la pietra:
e quante volte, quante volte udita!
Quell’amore e quell’ora in quella vita
s’affondan come ne l’onda infinita
stretti insieme il cadavere e la pietra.

Ella stende l’angoscia sua nel sonno.
L’angoscia è forte, e il sonno è così lieve!
Par la luce d’april quasi una neve
che sia tiepida. Ed ella certo deve
soffrire, vagamente, anche nel sonno.

Tutto nel sonno si rivela il male
che la corrompe. Il volto impallidisce
lentamente: la bocca s’appassisce
nel suo respiro; su le guance lisce
s’incava un’ombra.. O rose, è il vostro male:
rose del sole nuovo, pur di ieri,
ch’ella recise ad una ad una e intanto
ella era affaticata un poco, e intanto
l’acque avean su la stessa pietra il pianto
d’oggi, oggi quasi sfatte, e pur di ieri!

Ella non è più giovine. I suoi tardi
fiori effuse nel primo ultimo amore.
Fu di voluttà ebra e di dolore.
Un grido era nel suo segreto cuore,
assiduo: Troppo tardi! Troppo tardi!

Ella non è più giovine. Son quasi
bianchi i capelli su la tempia; sono
su la fronte un po’ radi. L’abbandono
ella è supina e immota, l’abbandono
fa sembrar morte le sue mani, quasi.

Né pure il gesto fa scendere mai
sangue all’estremità de le sue dita!
La tragga il sogno lungi da la vita.
Veda nel sogno almen ringiovanita
l’Amato ch’ella non vedrà più mai.

Socchiusa è la finestra, sul giardino.
Un’ora passa lenta, sonnolenta.
Non altro s’ode, ne la luce spenta,
che quella voce che giù si lamenta,
che si lamenta in fondo a quel giardino.

*

In apertura: “Ramo di mandorlo in fiore” o “Ramo di mandorlo fiorito” (cm. 74×92, Van Gogh Museum, Amsterdam), dipinto a olio su tela realizzato dal pittore Vincent van Gogh a Saint Rémy nel 1890. La tela fu un regalo che lo stesso pittore fece al fratello Theo Van Gogh e alla moglie Johanna Bonger per la nascita del loro figlioletto, di nome Vincent.

Giovanni Raboni, due poesie

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Giovanni Raboni, due poesie

Il rimorso di San Giovanni Battista
 .
Silenzio. Udite. Io annuncio la sua morte
perchè sono di fronte a voi l’autore
della sua venuta e dei suoi giorni
disastrosi. Oh fossi morto prima,
nel deserto, come muoiono i cammelli
che si fidano troppo del proprio gozzo! Io così
della mia memoria, della memoria
che Dio mi concede sulle cose future.
Io non volevo ucciderlo
ma la mia fede si è tramutata in pietra o coltello, il mio battesimo
in violento scorpione. Mi perdoni
se troppo poco ho peccato! Io fiorisco di colpa
come la Vergine è fiorita in lui
nel grembo involontario.
.
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da Gesta Romanorum
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§
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Notizia
 .
Solo qualche parola,
solo una notizia sul rovescio del conto
sbagliato dal padrone.
Forse è tardi, può darsi che la ruota
giri troppo in fretta perchè resti qualcosa:
occhi squartati, teste di cavallo,
bei tempi di Guernica.
Qui i frantumi diventano poltiglia.
E anch’io che ti scrivo
da questo luogo non trasfigurato
non ho frasi da dirti, non ho
voce per questa fede che mi resta,
per i fiaschi simmetrici, le sedie
di paglia ortogonali,
non ho più vista o certezza, è come
se di colpo mi fosse scivolata
la penna dalla mano
e scrivessi col gomito o col naso.
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da Le case della Vetra
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Giovanni Raboni (Milano 1932 – Fontanellato, Parma 2004), voce poetica tra le piú alte e rappresentative della poesia del Novecento e dei primi anni Duemila, lascia, insieme alla sua opera in versi (raccolta integralmente in Tutte le poesie. 1949-2004, Einaudi, 2014) un enorme lavoro di traduttore, critico militante, cinematografico, teatrale, nonché commentatore politico e di costume.
– immagine d’apertura: Lucio Fontana, Concetto-spaziale, Attese –