Pablo Neruda, Assenza

rose me

Pablo Neruda, da I versi del Capitano (Passigli Poesia)

Appena ti ho lasciata,
vieni con me, cristallina
o tremante,
o inquieta, da me ferita
o colmata d’amore, come quando i tuoi occhi
si chiudono sul dono della vita
che senza cessa ti affido.
.
Amore mio,
ci siamo incontrati
assetati e ci siamo
bevuta tutta l’acqua e il sangue,
ci siam trovati
affamati
e ci siam morsi
come morde il fuoco,
lasciandoci ferite.
.
Ma attendimi,
conservami la tua dolcezza.
Io ti darò anche
una rosa.
.

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due poesie da Arcani di Angela Greco

versi da ARCANI di Angela Greco AnGre,

prefazione di Franco Pappalardo La Rosa (ed.Achille e La Tartaruga, 2020)

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§

Assenza, la più atroce delle poesie,
costante che scrive anche senza voce;
nell’illusione d’essere abituati ad essa,
al fiorire di sette Hyppeastrum rossi,
torna inesorabile il primo momento,
sassosa arsura contraria alla ragione.
Funamboli sulla soglia del dire, in ascolto
di poche lettere incapaci di mutare
pur nel cambio pelle che comportano.

.

§

«Sei nata nella stagione dei soffioni; col cuore
in contromano | dissemini» (così mi de-scrivi)
Il sole da occidente coglie di sorpresa
i tetti il campanile le erbe
abbandonate alla finestra rotta, che
conosce l’ombra e l’oriente di quando era casa.
Poco più in là, alla periferia di un pensiero,
i tuoi occhi di giada dicono bella stagione.
La pioggia odora l’aria; poi, lo scroscio
del tuo nome fra sera e sogno.
S’aspetta tra le mani che trascorra
il buio.
.
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clicca sul link per la nota bio-bibliografica e per il libro:
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Salvatore Toma, due poesie

penna e calamaio

due poesie di Salvatore Toma

Il poeta è uno scienziato
coi piedi sulla terra,
sulla luna c’è andato
da appena nato.

Il poeta è un uomo
un poco morto
e conosce cose orrende
chissà come
per questo ride di voi
di tutti voi.

§

Il poeta esce col sole e con la pioggia
come il lombrico d’inverno
e la cicala d’estate
canta e il suo lavoro
che non è poco è tutto qui.
D’inverno come il lombrico
sbuca nudo dalla terra
si torce al riflesso di un miraggio
insegna la favola più antica.

*

Salvatore2BToma2Bgiovane2Bstudente2BuniversitarioSalvatore Toma nasce a Maglie nel 1951. Prende il diploma di maturità classica, ma subito si isola e comincia un dialogo intenso e solitario con la lingua, la scrittura e la natura antica della propria terra. La sua esistenza si è dispiegata per intero all’interno delle Ciàncole, il querceto di famiglia, nel quale allevava i suoi animali. Muore a 36 anni, il 17 marzo del 1987. La produzione poetica è stata notevole. Ha messo in versi tutto se stesso e il suo piccolo universo, talvolta con risultati discutibili, spesso toccando stupefacenti vette poetiche. Dobbiamo la sua notorietà a Maria Corti, che promosse la pubblicazione postuma del Canzoniere della morte presso Einaudi nel 1999.

tratto da Mappatura dei poeti pugliesi dal secondo ‘900 ad oggi a cura di Pasquale Vitagliano in Archivio regionale della poesia meridionale dal secondo ‘900 ad oggi realizzato da Carteggi Letterari – Critica e dintorni.

Dino Campana, Crepuscolo mediterraneo

The Scarlet Sunset circa 1830-40 Joseph Mallord William Turner 1775-1851 Accepted by the nation as part of the Turner Bequest 1856 http://www.tate.org.uk/art/work/D24666

Crepuscolo mediterraneo perpetuato di voci che nella sera si esaltano, di lampade che si accendono, chi t’inscenò nel cielo più vasta più ardente del sole notturna estate mediterranea? Chi può dirsi felice che non vide le tue piazze felici, i vichi dove ancora in alto battaglia glorioso il lungo giorno in fantasmi d’oro, nel mentre a l’ombra dei lampioni verdi nell’arabesco di marmo un mito si cova che torce le braccia di marmo verso i tuoi dorati fantasmi, notturna estate mediterranea? Chi può dirsi felice che non vide le tue piazze felici? E le tue vie tortuose di palazzi e palazzi marini e dove il mito si cova? Mentre dalle volte un altro mito si cova che illumina solitaria limpida cubica la lampada colossale a spigoli verdi? Ed ecco che sul tuo porto fumoso di antenne, ecco che sul tuo porto fumoso di molli cordami dorati, per le tue vie mi appaiono in grave incesso giovani forme, di già presaghe al cuore di una bellezza immortale appaiono rilevando al passo un lato della persona gloriosa, del puro viso ove l’occhio rideva nel tenero agile ovale. Suonavano le chitarre all’incesso della dea. Profumi varii gravavano l’aria, l’accordo delle chitarre si addolciva da un vico ambiguo nell’armonioso clamore della via che ripida calava al mare. Le insegne rosse delle botteghe promettevano vini d’oriente dal profondo splendore opalino mentre a me trepidante la vita passava avanti nelle immortali forme serene.E l’amaro, l’acuto, balbettìo del mare subito spento all’angolo di una via: spento, apparso e subito spento! Il Dio d’oro del crepuscolo bacia le grandi figure sbiadite sui muri degli alti palazzi, le grandi figure che anelano a lui come a un più antico ricordo di gloria e di gioia. Un bizzarro palazzo settecentesco sporge all’angolo di una via, signorile e fatuo, fatuo della sua antica nobiltà mediterranea. Ai piccoli balconi i sostegni di marmo si attorcono in se stessi con bizzarria.La grande finestra verde chiude nel segreto delle imposte la capricciosa speculatrice, la tiranna agile bruno rosata, e la via barocca vive di una duplice vita: in alto nei trofei di gesso di una chiesa gli angioli paffuti e bianchi sciolgono la loro pompa convenzionale mentre che sulla via le perfide fanciulle brune mediterranee, brunite d’ombra e di luce, si bisbigliano all’orecchio al riparo delle ali teatrali e pare fuggano cacciate verso qualche inferno in quell’esplosione di gioia barocca: mentre tutto tutto si annega nel dolce rumore dell’ali sbattute degli angioli che riempie la via.

*

Dino Campana, Canti orfici e altre poesie, Einaudi.

Immagine: The Scarlet Sunset (circa 1830-40), opera di Joseph Mallord William Turner.

Attraversando la poesia di Vittorio Bodini

Viviamo in un incantesimo,
tra palazzi di tufo,
in una grande pianura.
Sulle rive del nulla
mostriamo le caverne di noi stessi
– qualche palmizio, un santo
lordo di sangue nei tramonti, un libro
lento, di pochi fatti che rileggiamo
più volte, nell’attesa che ci dia
tutte assieme la vita
le cose che crediamo di meritare.

[11, Foglie di tabacco (1945-47) da La luna dei Borboni e altre poesie]

*

Daccapo?

Alle radici dei gesti
dove amare significa
imbeccare risposte a un passero giallo
chi ti cercò con l’anima
non ti trovò che con gli occhi.
O forse nei mattini senza specchi
ringrazieremo la morte dei suoi cortesi anticipi?
Le pallide avanguardie desiderose di scandalo
avanzano anch’esse verso il loro Acheronte.
O, soccorreteci, aiuto, bianca poesia!
Aiutatemi voi, bianco foglio di carta,
a dire ciò che non so.

(1964, da Metamor)

*

Locomotive dormienti

Alba.

Nel dormitorio i vetri
del finestrone sudano
sguardi lividi
che disegnano
su fondo buio
con confusione di prospettive
sagome incerte
ed anime d’acciaio
dormienti. Sono
le Guerriere dello Spazio.
I fianchi neri
delle esotiche amazzoni
sono iridati
da riflessi violacei,
preziosi.
Brivida l’aria
un fresco strano odore
di nude verginità
ed ironie metalliche.

[da Appendice, I. Poesie futuriste (1932-33)]

 

* * *

Vittorio Bodini, Tutte le poesie, edizione Besa 2010 – nota: La luna dei Borboni e altre poesie (1945-1961) e Metamor (1962-1966) fanno parte delle “Raccolte edite in vita”, secondo la distinzione operata in questo testo, l’unico che comprenda l’intera opera poetica bodiniana.

due poesie di Bertolt Brecht

*

Un giorno, quando ne avremo il tempo
penseremo i pensieri di tutti i pensatori di tutti i tempi
guarderemo tutti i quadri di tutti i maestri
rideremo con tutti i burloni
faremo la corte a tutte le donne
istruiremo tutti gli uomini.

(Poesie 1947 – 1956)

.*

*

Molti pensano che noi ci diamo da fare
nelle faccende più peregrine,
ci affatichiamo in strane imprese
per saggiare le nostre forze o per darne la prova.
Ma in realtà è più nel vero chi ci pensa
intenti semplicemente all’inevitabile:
scegliere la strada più dritta possibile, vincere
gli ostacoli del giorno, evitare i pensieri
che hanno avuto esiti cattivi, e scoprire
quelli propizi, in breve:
aprire la strada alla goccia nel fiume che si apre
la strada in mezzo alla pietraia.

(Poesie 1941 – 1947)

……….

Bertolt Brecht, scrittore e uomo di teatro tedesco (Augusta 1898 – Berlino 1956, nato da genitori di agiata borghesia, frequentò gli ambienti dell’avanguardia artistica monacense e berlinese abbandonando, senza concluderli, gli studi di medicina e volgendosi all’attività letteraria. Formatosi nel clima dell’espressionismo patetico e umanitario nonché dei giochi paradossali e provocanti del dadaismo, seppe trovarvi uno spazio poetico autonomo sin dai primi esperimenti originali, in cui circola una considerazione del mondo e delle cose che è disincantata e nello stesso tempo piena di umana curiosità, una ironia corrosiva che si diverte a demolire i valori più tradizionali della borghesia guglielmina, una ricerca delle ragioni materiali che sollecitano azioni e comportamenti degli individui. (continua al seguente link http://www.treccani.it/enciclopedia/bertolt-brecht/)

Fernand Khnopff, enigmatico simbolista – sassi d’arte

Chiudo la porta su me stessa (1891), Neue Pinakothek, Monaco di Baviera

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Fernand Edmond Jean Marie Khnopff (Grembergen-lez-Termonde, 12 settembre 1858 – Bruxelles, 12 novembre 1921) è stato un pittore belga, appartenente al movimento del Simbolismo. Nonostante l’assenza di precedenti in famiglia, fu colto da un’amabile passione per le Belle Arti e, stancatosi degli studi di diritto, Khnopff ben prestò lasciò la facoltà per assecondare le sue velleità pittoriche. Il suo itinerario artistico si inaugurò nell’atelier di Xavier Mellery, pittore di modesta levatura, che però esortò Khnopff a scandagliare il significato più autentico e, per questo, nascosto delle cose; fu tuttavia il contatto con il preraffaellismo inglese, e in special modo con la produzione di Edward Burne-Jones, a persuaderlo a partecipare pienamente alla temperie decadente e simbolista del tempo.

Il debutto pittorico di Khnopff avvenne nel 1881 con l’esposizione di varie sue opere al Salon de l’Essor di Bruxelles: le reazioni della critica furono immediatamente forti e unanimemente asprissime, fatta eccezione per Emile Verhaeren, poeta belga che supportò per tutta la vita l’arte di Khnopff, del quale avrebbe poi scritto anche la prima biografia. Sebbene non fosse un uomo molto aperto e avesse una personalità piuttosto riservata, Khnopff ebbe successo ed onori tanto da ricevere l’Ordine di Leopoldo ed egli stesso arrivò a conquistare un posto tutto particolare nella storia dell’arte, licenziando opere celeberrime come Le carezze (qui, in questo blog) e Chiudo la porta su me stessa (foto d’apertura). Morto il 12 novembre 1921 è seppellito nel cimitero di Laeken.

La tiara d’argento (1911); olio su carta, 54×54.5 cm, Museum of Modern Art, New York

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Fernand Khnopff è accreditato tra gli interpreti più sensibili e visionari del Simbolismo europeo. La sua esperienza pittorica, innanzitutto, si configura come un netto rifiuto al Positivismo, indirizzo di pensiero animato da innumerevoli filosofi, letterati e scienziati che, intrigati dagli impetuosi sviluppi della società industriale, nutrivano un’appassionata fiducia nei risultati e nel metodo della scienza sperimentale. Khnopff, ripudiando la mentalità positivista, si fa invece cantore di una nuova sensibilità, non più oppressa da una cieca e ingenua fede nella scienza: il filo conduttore dell’estetismo di Khnopff, infatti, si basa sull’esaltazione delle componenti soggettive dell’animo umano e della realtà, per niente priva di proiezioni spirituali o metafisiche (come invece sostenevano i Positivisti). Khnopff oltrepassa infatti le schematizzazioni positiviste e rivendica quelle dimensioni che sfuggivano all’indagine delle scienze sperimentali: mondi sovrannaturali, arcani, che si celano dietro la trapunta arabescata delle apparenze e che sono penetrabili solo dall’artista, il quale grazie a intuizioni misteriose e folgoranti riesce a cogliere le corrispondenze sotterranee tra i vari fenomeni sensibili, non percepibili attraverso quella razionalità tanto celebrata dai Positivisti. Fernand Khnopff, infatti, è uno dei cantori più riusciti del Simbolismo: «né religiosa, né cristiana, né mitologica, la pittura di Khnopff è piuttosto simbolica» disse in tal senso Edmond-Louis De Taeye nel 1898.

Fernand Khnopff With Georges Rodenbach. A Ghost Town, 1889, Pastel, crayons and ink on paper, 26 x 16 cm, Hearn Family Trust

Sotto il profilo più strettamente figurativo, Khnopff combina questi intenti simbolisti e decadenti con i compiacimenti estetizzanti della pittura inglese e con le sfumature misticheggianti del gruppo rosacrociano. Ne consegue una pittura alimentata da atmosfere misteriose ed inquietanti, rarefatte da silenzi profondissimi e da algide apparizioni e densissima di simboli arcani ed enigmatici dai complessi rimandi letterari ed allusivi. Sono proprio questi i poli pulsionali dell’arte di Khnopff, che in questo modo allude all’esistenza di una realtà «altra» rispetto a quella immediatamente percepibile con i sensi, più profonda e misteriosa, ma proprio per questo enigmatica, ambigua, la cui interpretazione non solo è plurivoca, ma è addirittura difficilissima, se non impossibile (si osservi, in tal senso, il dipinto Chiudo la porta su me stessa).

A Blue Curtain, 1909

Nelle opere khnopffiane quest’enigmaticità viene raggiunta anche attraverso una «figurazione estenuata ed androgina» (Cristian Camanzi) e mediante l’adozione di una tavolozza giocata su toni aranciati e blu. Significativo, in tal senso, anche l’utilizzo di tagli rettangolari e strettissimi, chiaramente ispirati alla fotografia (tanto che, più di composizioni, sarebbe più lecito parlare di inquadrature, stante l’analogia con le riprese fotografiche). Nonostante la consistenza di queste peculiarità Khnopff è un artista dalle sicure competenze tecniche: egli, infatti, non esitava a spaziare nei vari generi di rappresentazione (fu infatti paesaggista e ritrattista, ma anche scrittore e conferenziere) e a confrontarsi con le tecniche artistiche più disparate, maneggiando con disinvoltura pastelli, acquerelli, disegni ed olio (Sophie A. Deschamps, ad esempio, ne decanta «la perfezione del disegno»).

Nell’universo figurativo di Fernand Khnopff, poi, un caratteristico posto di rilievo spetta alla figura della donna: «Pura come una vergine o tendenzialmente criminale, virtuosa fino alla morte o insensibile meretrice bramosa di seme, fertile madre o sadica divoratrice di menti maschili: diverse e contraddittorie sono [nelle opere di Khnopff] le immagini della donna, di una donna che, all’alba del nuovo secolo, andava rivendicando un suo proprio ruolo sociale emancipato dalla schiavitù del maschio padrone.» (Barbara Meletto) Come emerge dalla precedente citazione, Khnopff vive con grande trasporto figurativo il suo rapporto con le donne: donne che, tuttavia, vengono indagate non secondo il giudizio estetico, bensì con il ricorso a una superiore spiritualità. Khnopff, infatti, non si lascia allettare dalla bellezza intrigante dei soggetti e ne scandaglia piuttosto la psiche con grande sensibilità, lasciandone emergere i sentimenti più reconditi e nascosti.

Ecco, allora, che le donne khnoppfiane incarnano due tipologie femminili conflagranti. Da una parte, infatti, abbiamo femme fatales voluttuose, sensuali e aggressive, in grado di assoggettare ingannevolmente gli uomini al loro volere, e dall’altra donne-angelo bellissime, pure, spirituali, eppure pallidissime, algide, le quali rivolgono allo spettatore uno sguardo vuoto e minaccioso, senza tuttavia parlare: il silenzio che grava sulle opere di Khnopff, infatti, è palpabile e rumorosissimo. Spesso, poi, Khnopff dimostra come questi due mondi apparentemente antitetici siano in realtà due facce della stessa medaglia. (tratto e adattato da Wikipedia)

Posthumous Portrait of Marguerite Landuyt, 1896, Oil on canvas, 72,5 x 74,5 cm, Musée Royaux des Beaux-Arts, Bruxelles

Jorge Luis Borges, Invocazione a Joyce

Invocazione a Joyce di Jorge Luis Borges

Disseminati in disperse città,
folla di solitari,
fingevamo che ognuno fosse Adamo
che diede nome alle cose.
Per i vasti declivi della notte
costeggianti l’aurora,
cercammo, lo ricordo, le parole
di luna, morte, mattino
e delle altre usanze umane.
E fummo, sì, l’imagismo, il cubismo,
le conventicole e le sette
che le università credule venerano.
Inventammo l’assenza di maiuscole,
l’omissione della punteggiatura,
le strofe in forma di colomba
care ai bibliotecari d’Alessandria.
Cenere, quanto andavamo facendo,
fuoco ardente la nostra fede.
Tu intanto forgiavi
nelle città dell’esilio,
che per te fu l’odiato
ed eletto strumento,
l’arma della tua arte,
innalzavi i tuoi ardui labirinti
infinitesimali ed infiniti,
mirabilmente meschini,
più popolosi della storia.
Morremo senza aver potuto scorgere
la fiera biforme o la rosa
che sono il centro del tuo dedalo,
ma la memoria ha i suoi talismani,
ha echi virgiliani,
perciò nelle strade notturne non cessano
i tuoi splendenti inferni,
tante cadenze e metafore tue,
gli ori della tua ombra.
Che importa la viltà se sulla terra
c’è un solo coraggioso
e la tristezza se ci fu nel tempo
chi si disse felice,
che importa la generazione persa
che fu mia, vago specchio,
se è giustificata dai tuoi libri.
Io sono gli altri. Sono tutti quelli
che il tuo ostinato rigore riscatta.
Son quelli che non conosci, che salvi.

*

da Elogio dell’ombra, trad. di Francesco Tentori Montalto (Einaudi)

Sergej Esenin, Imitazione di un canto

AF-11

Imitazione di un canto

Dal cavo delle mani tu abbeveravi il cavallo imbrigliato,
si spezzava nello stagno il riflesso delle betulle,

dalla finestra io guardavo il fazzoletto turchino,
come serpi il vento agitava i tuoi riccioli neri.

Nel bagliore delle correnti schiumose doloroso
desideravo strappare un bacio alle tue labbra vermiglie.

Ma con sorriso sottile mi spruzzasti di schiuma.
Ti allontanasti al galoppo e tintinnò il freno.

Nella trama dei giorni assolati il tempo ha tessuto un filo…
passando dinanzi al davanzale ti portarono a sepoltura.

E nel lamento del requiem e nell’incenso del rito.
mi sembrò risuonare quieto il tuo libero suono.

(1910)

*
Sergej Esenin (1895 – 1925)

da Stanco di vivere e altre poesie – Via del Vento edizioni — immagine: Amintore Fanfani, Cavallo di razza, 1977

Goliarda Sapienza, tre poesie da Ancestrale

stella-polare-52

Separare congiungere
spargere all’aria
racchiudere nel pugno
trattenere
fra le labbra il sapore
dividere
i secondi dai minuti
discernere nel cadere
della sera
questa sera da ieri
da domani

§

Vedi non ho parole eppure resto
a te accanto. Non ho voce eppure
muovo le labbra. Non ho fiato eppure
vivo e ti guardo. E forse è questo
che volevo da te, muta restare
al tuo fianco ascoltando la tua voce
il tuo passo scandire le mie ore.

§

Il monte il mare
i fiumi
del tuo ventre
le albe
della tua fronte
questo vorrei ritrovare

*

Goliarda Sapienza (Catania, 10 maggio 1924 – Gaeta, 30 agosto 1996)

poesie tratte da Ancestrale (La Vita Felice, 2013); prefazione e cura di Angelo Pellegrino, postfazione di Anna Toscano

Salterio di Ingeborg – sassi d’arte

Il salterio (dal lat. psalterium, gr. ψαλτριον, der. di ψάλλω «cantare accompagnandosi sulla cetra») è il libro in cui sono raccolti i centocinquanta salmi dell’Antico Testamento, recitati nella liturgia cristiana nel corso della settimana secondo le varie ore canoniche.Tradizionalmente attribuiti al re Davide e ai musici della sua corte, i salmi sono inni in lode della divinità, con i quali si chiedono l’aiuto e il perdono del Signore. Con l’avvento del cristianesimo e per tutto il Medioevo essi vennero interpretati in termini cristiani. In generale il Signore dell’Antico Testamento veniva concepito come il Messia e, in particolare, molti passi dei singoli salmi erano letti come metafore e prefigurazioni cristiane; lo stesso Davide era considerato tipo di Cristo. Il testo ebraico dei salmi raggiunse l’Occidente latino attraverso le traduzioni svolte da san Girolamo nel sec. 4°, delle quali due erano basate su versioni greche e la terza si fondava direttamente sul testo ebraico. Le tre versioni, note rispettivamente come romana, gallicana ed ebraica, differiscono nella numerazione dei salmi e presentano anche molte importanti varianti testuali. Il testo normalmente adottato finì per essere la traduzione gallicana, detta Vulgata; però numerosi salterii, importanti per le loro illustrazioni, contengono la versione romana, oppure testi paralleli di due o persino di tutte e tre le versioni di s. Girolamo. Il salterio fu il principale libro di preghiera per la devozione religiosa individuale fino al 1300 ca., quando cominciò a perdere popolarità in favore del libro delle ore.

Il Salterio di Ingeborg – immagine in apertura: unzione del corpo di Cristo e tre Marie presso il sepolcro (cm.30,4 x 20,4), a sinistra, e scene della vita di Maria, a destra – è uno dei più significativi esempi sopravvissuti di prima scrittura gotica. Oggi il manoscritto è conservato presso il Musée Condé di Chantilly. L’opera, un libro di preghiere privato della regina, è formata da 200 fogli di pergamena e da una cinquantina di miniature e riproduce un calendario, 150 salmi e altri brani liturgici scritti in gotico minuscolo.

Il nome di questo salterio (a destra, immagine di una pagina inerente i Re Magi) si deve alla regina Ingeborg di Francia, seconda moglie del re Filippo Augusto. Originaria della Danimarca, venne ripudiata dal marito; la successiva riconciliazione, avvenuta nel 1213, fu probabilmente suggellata dalla donazione di questo libro, appositamente realizzato. Nella bottega (attiva intorno al 1213 ca.) in cui il manoscritto fu decorato erano attivi due pittori principali e alcuni aiutanti; la qualità dei due pittori, di cui si conservano anche altre opere realizzate in parte insieme e in parte separatamente, può considerarsi equivalente. Essi dovevano conoscere a fondo l’arte bizantina ed essere in stretto contatto con la miniatura della Francia del nord e dell’Inghilterra; ma le loro opere testimoniano anche la conoscenza dell’arte orafa sviluppatasi nella regione del Mosa. Le miniature a ciclo continuo precedono l’inizio del salterio vero e proprio senza alcun riferimento al testo, occupando due pagine affiancate e lasciando vuote le successive due.

Il sontuoso salterio costituisce il più significativo tra i manoscritti miniati di provenienza francese risalenti ai primi anni del XIII secolo. In quell’epoca, i cicli di scultura della Cattedrale di Chartres sono vicini al completamento,mentre quelli di Reims sono già stati avviati. E’ iniziato anche il lavoro per la realizzazione dei portali occidentali di Notre Dame a Parigi. Tuttavia, la struttura compositiva e molti dei soggetti seguono ancora la tradizione bizantina, rappresentata ad esempio dai grandi cicli di mosaici siciliani, mentre il fondo d’oro e l’inserimento di una cornice preannunciano le scelte che saranno tipiche del XIII secolo.

Il pittore parigino continua a usare i colori per lo più morbidi dell’arte orientale ma, ispirandosi ai modelli dell’antichità, modera la rigidità delle forme nella morbidezza delle pieghe, pur senza ricadere negli stili ornamentali più antichi. La figure sono rappresentate in atteggiamento tranquillo, anche nei momenti più drammatici . L’immagine è bidimensionale ed è circoscritta da una sottile cornice. Le figure umane costituiscono l’elemento cardine della rappresentazione e non vi è spazio per elementi non essenziali. La dignità e il rigore delle immagini fanno pensare ai coevi tentativi di ottenere, nel campo della scultura, un effetto di maggiore monumentalità; tuttavia è possibile che la bottega si sia attenuta alle aspettative della corte francese.

(fonti nell’ordine: Enciclopedia Treccani; Cathopedia; “Gotico” Ed.Taschen)

Ospite ed ospiti della rubrica “Gioielli rubati” di Flavio Almerighi

Inizio col dire grazie di cuore a Flavio per aver inserito i miei versi in questa sua pregevole rubrica di ricerca di poesia contemporanea attraverso i mezzi telematici, social e blog. Quindi, saluto i poeti che conosco e di cui conosco la bravura e sono contenta di ospitare a mia volta nomi che leggo per la prima volta. Una scelta, quella di questi “gioielli rubati” n.108, che ha il sapore del viaggio fatto fino a questo atipico settembre e che, al contempo, ha il gusto di un bagaglio utile per i mesi a venire, ricco di spunti e inviti e ricordi e riflessioni…mi piace risuonare tra queste voci, in questa agorà poetica, qual è il blog di Flavio. [AnGre]

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Gioielli Rubati 108: Anna Maria Curci – Gisella Canzian – Sebastiano A. Patanè-Ferro – Elena Milani – Marco G. Maggi – Maria Natalia Iiriti – Barbara Auzou – Angela Greco.
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dal blog amArgine di Flavio Almerighi, 6 settembre 2020 (QUI)
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Asphaleia
a Otello Guidi, viandante e amico
Un passo dopo l’altro hai insegnato
di una via che tu sai aspra e succosa.
Che foggia hanno i tuoi sandali-scarponi?
Non paventano sdrucciole o altri suoni
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pregressi, già scanditi o risuolati,
magari in lingue irte di sentieri.
Fitta la mappa ne disegni ancora
della solidità, tu che precedi.
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Anna Maria Curci
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Non sono un granello di sabbia
se non per il tempo in cui le mosche ci si appoggiano –
convinte di albergare su feccia
cospargerla di saliva
e succhiarla.
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E’ nella decomposizione
la gestazione di nuove larve – l’ecosistema resiste
e gli uccelli non perderanno il loro trono.
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Gisella Canzian
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[i poeti muoiono prima della quiete
senza il conforto di quella parola
che hanno cercato da sempre
quel suono mai definito che voleva dire amore
ma era un’altra cosa]
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Sebastiano A. Patanè Ferro
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Ho fatto tutto nuovo
ogni giorno.
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Dai nostri anni
è nato l’oggi
Una torta di trentanove piani
senza ascensore
ci porta al belvedere.
Sembra ieri il giorno dei confetti,
la sua vigilia già abitata da noi.
Gli amici in casa da giorni,
la cucina profumata di maionese
e il bimbo che gattonava da un giorno.
Mia madre faceva avanti e indietro dal negozio
ora partecipando,
ora ostacolando.
Mio padre con il Grand Marnier in mano
e un viva la vita in tasca.
Beppe aveva il divieto di farsi un goccetto
ed io ero carica di bigodini.
Tu eri indifferente, ma sorridevi,
mi avevi già sposata anni prima,
dal primo momento,
le nozze erano una festa più grossa
per il tuo compleanno .
Assi e cavalletti ,tovaglie prese in prestito.
Don Abbondio chiuso in canonica
stava per sciogliere la scomunica.
.
Due ragazzi nel sole
e un bimbo in volo da un braccio all’altro.
.
30 agosto 81
mi sposavi.
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Elena Milani
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Anna e Mario
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Sembrava quasi ritornato il silenzio
forse non tutto viene per nuocere:
almeno c’è più tempo per pensare
e nel cielo ho rivisto un’azzurrità
come non incontravo da ragazzo
.
Con Mario nell’orto mettevamo canne
per far crescere fagioli e tümàtic**
adesso anche Anna lo ha raggiunto
e poi dicono che c’è una sola madre
.
Siamo cresciuti soli nella tempesta
senza riuscire a trattenere il vento.
.
**di probabile provenienza austroungarica, nel mio dialetto sta per pomodori.
Marco G. Maggi
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Non so cosa fare di questa notte di luna piena, lucida come un metallo prezioso.
Non esiste morale in notti come questa, ma un finale scontato.
Agosto è finito e nemmeno io mi sento in forma smagliante.
Non so cosa farmene di questa ultima notte di agosto.
E tu, ottavo mese dell’anno, feroce e crudele, sei arrivato fino in fondo ai tuoi giorni.
Testardo e tenace come una tartaruga che riesce a diventare adulta,sopravvivendo agli ami e alla plastica tossica, viene a deporre il suo bottino sulla stessa spiaggia che ha conosciuto nascendo.
Magari la notte era la stessa, di fine agosto, di luna piena.Di poca gente e una lunga fila di ombrelloni spenti.
Il finale della storia è a sentimento. Gli ingredienti li lascio sulla sabbia: perplessità, fragilità, nostalgia, sale e peperoncino a occhio e croce. Prego, servitevi, pure.
Non esiste morale in notti come questa, ma un finale banale.
Stanotte non dormirò: veglierò sull’inizio di una nuova storia.
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Maria Natalia Iiriti
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Di nuovo
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Sono tornati nello stomaco e negli occhi
tutti i sogni dal più furtivo al più profondo
Non conosco altri modi per esistere e alimentare la mia guerra
tutto ciò che è aperto fiorisce in tutto ciò che è chiuso
racconto ancora i sorrisi incespicati della margherita
cento volte respinti dalla sua vita ieri, dimmelo di nuovo
mentre balla fino all’ultimo passo nonostante
la lancia del vento che l’attraversa
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Barbara Auzou (trad.di Flavio Almerighi)
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S’insinua un pensiero
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Un caprifico veglia
sulla soglia di casa,
sulla ferocia e sulla rovina
dell’ultimo ruggito di agosto.
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Col trascorrere dei chilometri
s’insinua un pensiero.
Sassi e ossa conoscono
il tempo e il suo procedere.
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Angela Greco
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Si ringrazia di cuore l’autore dell’articolo originale, sul cui blog, al link in apertura, è possibile riscontrare le fonti da cui sono tratti i versi.
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Cristina Campo, Elegia di Portland Road

xx

Elegia di Portland Road di Cristina Campo

Cosa proibita, scura la primavera.

Per anni camminai lungo primavere
più scure del mio sangue. Ora tornano sul Tamigi
sul Tevere i bambini trafitti dai lunghi gigli
le piccole madri nei loro covi d’acacia
l’ora eterna sulle eterne metropoli
che già si staccano, tremano come navi
pronte all’addio…

…………………………..Cosa proibita
scura la primavera.

Io vado sotto le nubi, tra ciliegi
così leggeri che già sono quasi assenti.
Che cosa non è quasi assente tranne me,
da così poco morta, fiamma libera?

(E al centro del roveto riavvampano i vivi
nel riso, nello splendore, come tu li ricordi
come tu ancora li implori).

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da Cristina Campo, La tigre assenza (Adelphi)

Emily Dickinson, due poesie con traduzione

Van_Gogh_Almond_blossom

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448
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Ecco chi fu un Poeta –
Chi distilla la sorpresa di un senso
Da Significati ordinari –
Ed estrae Essenza infinita
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Da specie familiari
Che si estinsero alla nostra Porta –
Ci chiediamo se si sia stati Noi –
Proprio noi a fermarle – per primi –
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Le Immagini, le rivela
Il Poeta – è Lui –
Per Contrasto – a investirci –
Di una Povertà imperitura –
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Di quanto è suo – inconsapevole –
Al punto che – gli fosse rubato –
Non ne patirebbe – la sua –
Una Ricchezza – al di fuori del Tempo.
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448
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This was a Poet – It is That
Distills amazing sense
From ordinary Meanings –
And Attar so immense
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From the familiar species
That perished by the Door –
We wonder it was not Ourselves
Arrested it – before –
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Of Pictures, the Discloser –
The Poet – it is He –
Entitles Us – by Contrast –
To ceaseless Poverty –
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Of Portion – so unconscious –
The Robbing – could not harm –
Himself – to Him – a Fortune –
Exterior – to Time –
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(c. 1862)
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450
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I Sogni – vanno bene – il Risveglio meglio,
Se ci si sveglia al Mattino –
Se ci si sveglia a Mezzanotte – meglio –
Sognare – l’Alba –
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Più tenera -l’incredulità di Pettirossi
Che non hanno mai deliziato Alberi –
Più del confronto – con un’Alba ferma –
Che non porterà nessun Giorno –
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450
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Dreams – are well – but Waking’s better,
If One wake at Morn –
If One wake at Midnight – better-
Dreaming – of the Dawn –
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Sweeter – the Surmising Robins –
Never gladdened Tree –
Than a Solid Dawn – confronting –
Leading to no Day –
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(c. 1862)
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Emily Dickinson, da Sillabe di seta, (trad.e cura di Barbara Lanati, Feltrinelli) – immagine d’apertura: Vincent Van Gogh, Ramo di mandorlo fiorito, 1890