Piero della Francesca, la Battaglia di ponte Milvio ed una nota sull’artista

Piero della Francesca, Battaglia di ponte Milvio, 1452-1466  (nell’immagine: Vittoria di Costantino su Massenzio a ponte Milvio, dalla Leggenda della Vera Croce)

affresco, dimensioni totali, cm 322 x 764, Arezzo, San Francesco

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Sul registro inferiore della parete destra dell’affresco – eseguito nella Cappella Bacci, all’interno della Chiesa di San Francesco ad Arezzo, nell’ambito dl ciclo della Leggenda della Vera Croce – Piero di Benedetto de’ Franceschi, noto come Piero della Francesca (Borgo Sansepolcro, 12 settembre 1416/1417 circa – 12 ottobre 1492) rievoca la Battaglia di Ponte Milvio, dove Costantino, nel segno e con la protezione della Croce, sconfigge Massenzio. Guardando l’opera, sulla sinistra  si nota l’esercito romano, contraddistinto dall’aquila imperiale sulla bandiera gialla, che avanza deciso contro quello in fuga di Massenzio. Siamo nel 312 dopo Cristo e l’anno successivo Costantino emanerà il famoso editto che porta il suo nome, con il quale dichiarerà il Cristianesimo religione libera,  mettendo fine alle persecuzioni contro di esso.

Lo scontro tra Costantino e Massenzio, avvenuto in prossimità del celebre ponte romano, è immaginato come un inseguimento di truppe miracolosamente ordinato, che dà luogo ad una sontuosa cavalcata. Questo senso di calma e di misura, che caratterizza persino lo scontro militare, è insito nella natura stessa della pittura pierfrancescana, nella quale le maglie ferree della prospettiva bloccano ogni forma di dinamismo e di moto impetuoso, riportando ogni evento ad una calma solenne.

In questo murale di Piero è diffusa la limpida e serena luce di una giornata primaverile, con il fiume che discende lento tra i casolari appenninici; nel volto di profilo di Costantino (al centro dell’immagine d’apertura) che tiene in mano la croce, capace di vincere il nemico senza colpo ferire, è ben riconoscibile l’effige dell’imperatore d’Oriente Giovanni VIII Paleologo, che nelle giornate in cui Piero dipingeva ad Arezzo vedeva la propria antica capitale, Costantinopoli, occupata dalle truppe di Maometto II.

Tra le personalità più emblematiche del Rinascimento italiano, Piero della Francesca fu un esponente della seconda generazione di pittori-umanisti. Le sue opere sono mirabilmente sospese tra arte, geometria e complesso sistema di lettura a più livelli, dove confluiscono complesse questioni teologiche, filosofiche e d’attualità. Riuscì ad armonizzare, nella vita quanto nelle opere, i valori intellettuali e spirituali del suo tempo, condensando molteplici influssi e mediando tra tradizione e modernità, tra religiosità e nuove affermazioni dell’Umanesimo, tra razionalità ed estetica.

La sua opera fece da cerniera tra la prospettiva geometrica brunelleschiana, la plasticità di Masaccio, la luce altissima che schiarisce le ombre e intride i colori di Beato Angelico e Domenico Veneziano, la descrizione precisa e attenta alla realtà dei fiamminghi. Altre caratteristiche fondamentali della sua espressione sono la semplificazione geometrica sia delle composizioni che dei volumi, l’immobilità cerimoniale dei gesti, l’attenzione alla verità umana. La sua produzione artistica, caratterizzata dall’estremo rigore della ricerca prospettica, dalla plastica monumentalità delle figure, dall’uso in funzione espressiva della luce, influenzò nel profondo la pittura rinascimentale dell’Italia settentrionale e, in particolare, le scuole ferrarese e veneta.

fonti varie dal web e da I capolavori dell’arte ed.Corriere della Sera
Piero della Francesca, presunto autoritratto dalla Leggenda della vera Croce (elab.dig. AnGre)

Approfondimento: Fondazione | Piero della Francesca – leggi qui

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Nazim Hikmet, Prima che bruci Parigi

willy-ronis-gli-innamorati-della-bastiglia-1957

Nazim Hikmet, Prima che bruci Parigi

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
vorrei una notte di maggio
….una di queste notti
………sul lungosenna Voltaire
…………..baciarti nella bocca
e andando poi a Notre-Dame
….contempleremmo il suo rosone
e a un tratto serrandoti a me
….di gioia paura stupore
….piangeresti silenziosamente
e le stelle piangerebbero
mischiate alla pioggia fine.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio sul lungosenna
….sotto i salici, mia rosa, con te
….sotto i salici piangenti molli di pioggia
ti direi due parole le più ripetute a Parigi
….le più ripetute, le più sincere
….scoppierei di felicità
….fischietterei una canzone
….e crederemmo negli uomini.

In alto, le case di pietra
….senza incavi né gobbe
….appiccicate
coi loro muri al chiar di luna
e le loro finestre diritte che dormono in piedi
e sulla riva di fronte il Louvre
….illuminato dai proiettori
….illuminato da noi due
………il nostro splendido palazzo
…………di cristallo.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio, lungo la Senna, nei depositi
….ci siederemmo sui barili rossi
….di fronte al fiume scuro nella notte
per salutare la chiatta dalla cabina gialla che passa
– verso il Belgio o verso l’Olanda? –
davanti alla cabina una donna
….con un grembiule bianco
……..sorride dolcemente.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore.

Parigi, 1958

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Nazim Hikmet, Poesie d’amore (trad. di Joyce Lussu, Oscar Mondadori, 2006) — Fotografia di Willy Ronis, Gli innamorati della Bastiglia, 1957.