Salterio di Ingeborg – sassi d’arte

Il salterio (dal lat. psalterium, gr. ψαλτριον, der. di ψάλλω «cantare accompagnandosi sulla cetra») è il libro in cui sono raccolti i centocinquanta salmi dell’Antico Testamento, recitati nella liturgia cristiana nel corso della settimana secondo le varie ore canoniche.Tradizionalmente attribuiti al re Davide e ai musici della sua corte, i salmi sono inni in lode della divinità, con i quali si chiedono l’aiuto e il perdono del Signore. Con l’avvento del cristianesimo e per tutto il Medioevo essi vennero interpretati in termini cristiani. In generale il Signore dell’Antico Testamento veniva concepito come il Messia e, in particolare, molti passi dei singoli salmi erano letti come metafore e prefigurazioni cristiane; lo stesso Davide era considerato tipo di Cristo. Il testo ebraico dei salmi raggiunse l’Occidente latino attraverso le traduzioni svolte da san Girolamo nel sec. 4°, delle quali due erano basate su versioni greche e la terza si fondava direttamente sul testo ebraico. Le tre versioni, note rispettivamente come romana, gallicana ed ebraica, differiscono nella numerazione dei salmi e presentano anche molte importanti varianti testuali. Il testo normalmente adottato finì per essere la traduzione gallicana, detta Vulgata; però numerosi salterii, importanti per le loro illustrazioni, contengono la versione romana, oppure testi paralleli di due o persino di tutte e tre le versioni di s. Girolamo. Il salterio fu il principale libro di preghiera per la devozione religiosa individuale fino al 1300 ca., quando cominciò a perdere popolarità in favore del libro delle ore.

Il Salterio di Ingeborg – immagine in apertura: unzione del corpo di Cristo e tre Marie presso il sepolcro (cm.30,4 x 20,4), a sinistra, e scene della vita di Maria, a destra – è uno dei più significativi esempi sopravvissuti di prima scrittura gotica. Oggi il manoscritto è conservato presso il Musée Condé di Chantilly. L’opera, un libro di preghiere privato della regina, è formata da 200 fogli di pergamena e da una cinquantina di miniature e riproduce un calendario, 150 salmi e altri brani liturgici scritti in gotico minuscolo.

Il nome di questo salterio (a destra, immagine di una pagina inerente i Re Magi) si deve alla regina Ingeborg di Francia, seconda moglie del re Filippo Augusto. Originaria della Danimarca, venne ripudiata dal marito; la successiva riconciliazione, avvenuta nel 1213, fu probabilmente suggellata dalla donazione di questo libro, appositamente realizzato. Nella bottega (attiva intorno al 1213 ca.) in cui il manoscritto fu decorato erano attivi due pittori principali e alcuni aiutanti; la qualità dei due pittori, di cui si conservano anche altre opere realizzate in parte insieme e in parte separatamente, può considerarsi equivalente. Essi dovevano conoscere a fondo l’arte bizantina ed essere in stretto contatto con la miniatura della Francia del nord e dell’Inghilterra; ma le loro opere testimoniano anche la conoscenza dell’arte orafa sviluppatasi nella regione del Mosa. Le miniature a ciclo continuo precedono l’inizio del salterio vero e proprio senza alcun riferimento al testo, occupando due pagine affiancate e lasciando vuote le successive due.

Il sontuoso salterio costituisce il più significativo tra i manoscritti miniati di provenienza francese risalenti ai primi anni del XIII secolo. In quell’epoca, i cicli di scultura della Cattedrale di Chartres sono vicini al completamento,mentre quelli di Reims sono già stati avviati. E’ iniziato anche il lavoro per la realizzazione dei portali occidentali di Notre Dame a Parigi. Tuttavia, la struttura compositiva e molti dei soggetti seguono ancora la tradizione bizantina, rappresentata ad esempio dai grandi cicli di mosaici siciliani, mentre il fondo d’oro e l’inserimento di una cornice preannunciano le scelte che saranno tipiche del XIII secolo.

Il pittore parigino continua a usare i colori per lo più morbidi dell’arte orientale ma, ispirandosi ai modelli dell’antichità, modera la rigidità delle forme nella morbidezza delle pieghe, pur senza ricadere negli stili ornamentali più antichi. La figure sono rappresentate in atteggiamento tranquillo, anche nei momenti più drammatici . L’immagine è bidimensionale ed è circoscritta da una sottile cornice. Le figure umane costituiscono l’elemento cardine della rappresentazione e non vi è spazio per elementi non essenziali. La dignità e il rigore delle immagini fanno pensare ai coevi tentativi di ottenere, nel campo della scultura, un effetto di maggiore monumentalità; tuttavia è possibile che la bottega si sia attenuta alle aspettative della corte francese.

(fonti nell’ordine: Enciclopedia Treccani; Cathopedia; “Gotico” Ed.Taschen)

Joan Baez, Farewell Angelina (Addio Angelina)

Testo e musica di Bob Dylan (1965) resi famosi da Joan Baez. Dal sito Canzoni contro la guerra si legge: «La canzone si riferisce evidentemente ad un ragazzo richiamato per andare in guerra, che saluta la sua ragazza. All’epoca della canzone era in pieno svolgimento la guerra del Vietnam ed negli USA la leva era ancora obbligatoria, quindi il riferimento è trasparente.» (Alberto Truffi, dal sito “Musica e Memoria” )

Farewell Angelina – testo

Farewell Angelina
The bells of the crown
Are being stolen by bandits
I must follow the sound
The triangle tingles
And the trumpet play slow
Farewell Angelina
The sky is on fire
And I must go.

There’s no need for anger
There’s no need for blame
There’s nothing to prove
Ev’rything’s still the same
Just a table standing empty
By the edge of the sea
Farewell Angelina
The sky is trembling
And I must leave.

The jacks and queens
Have forsaked the courtyard
Fifty-two gypsies
Now file past the guards
In the space where the deuce
And the ace once ran wild
Farewell Angelina
The sky is folding
I’ll see you in a while.

See the cross-eyed pirates sitting
Perched in the sun
Shooting tin cans
With a sawed-off shotgun
And the neighbors they clap
And they cheer with each blast
Farewell Angelina
The sky’s changing color
And I must leave fast.

King Kong, little elves
On the rooftoops they dance
Valentino-type tangos
While the make-up man’s hands
Shut the eyes of the dead
Not to embarrass anyone
Farewell Angelina
The sky is embarrassed
And I must be gone.

The machine guns are roaring
The puppets heave rocks
The fiends nail time bombs
To the hands of the clocks
Call me any name you like
I will never deny it
Farewell Angelina
The sky is erupting
I must go where it’s quiet.

*

Addio Angelina (Versione in italiano di Andrea Buriani)

Addio, Angelina, le campane del Re
stan rubando e col suono mi attirano a sé.
Tintinna il triangolo, suonan trombe uno “slow”
Addio, Angelina, c’è del fuoco nel cielo ed io me ne andrò.

Non occorre ci sian colpe, non facciamoci del male,
non c’è nulla da capire, ogni cosa resta uguale.
Sembra un tavolo vuoto anche il bordo del mar
Addio, Angelina, trema ora il cielo e ti devo lasciar.

Il Jack e la Regina stan lasciando il cortile.
sotto il naso delle guardie sfilan zingari a decine
in quel posto dove l’Asso e il Demonio giocan duro.
Addio, Angelina, s’arrotola il cielo, ci vediamo in un futuro.

Dei Pirati, sotto il sole, lancian torbide occhiate,
mentre tirano a lattine potenti fucilate.
A ogni colpo che và a segno, c’è chi un grido in alto getta.
Addio, Angelina, muta il cielo colore ed anch’ io cambio in fretta.

King Kong, con gli gnomi, balla il tango al pian di sopra.
Valentino gli ha insegnato, mentre il truccator s’adopra:
chiude gli occhi dei morti e nessun ne è allibito.
Ma addio, Angelina, il cielo si commuove ed io son già partito.

Levan sassi i burattini, le mitraglie alte le voci
e i demoni lancian chiodi, bombe a mano agli orologi.
Dammi il nome che tu vuoi, non te lo posso ora negare,
ma addio, Angelina, esplode il cielo ma ora posso riposare.

Edith Piaf, La vie en rose

Nel corso del programma “La gioia di vivere”, Edith Piaf interpreta “La vita in rosa”,     4 marzo 1954.

Testo
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Des yeux qui font baisser les miens
Un rire qui se perd sur sa bouche
Voilà le portrait sans retouches
De l’homme auquel j’appartiens
Quand il me prend dans ses bras
Il me parle tout bas
Je vois la vie en rose
Il me dit des mots d’amour
Des mots de tous les jours
Et ça me fait quelque chose
Il est entré dans mon cœur
Une part de bonheur
Dont je connais la cause
C’est lui pour moi, moi pour lui dans la vie
Il me l’a dit, l’a juré pour la vie
Et dès que je l’aperçois
Alors je sens en moi
Mon cœur qui bat
Des nuits d’amour à plus finir
Un grand bonheur qui prend sa place
Des ennuis, des chagrins s’effacent
Heureux, heureux à en mourir
Quand il me prend dans ses bras
Il me parle tout bas
Je vois la vie en rose
Il me dit des mots d’amour
Des mots de tous les jours
Et ça me fait quelque chose
Il est entré dans mon cœur
Une part de bonheur
Dont je connais la cause
C’est toi pour moi, moi pour toi dans la vie
Il me l’a dit, l’a juré pour la vie
Et dès que je t’aperçois
Alors je sens dans moi
Mon cœur qui bat
La la, la la, la la
La la, la la, ah la
La la la la
Compositori: Edith Piaf — Testo di La Vie En Rose © Beuscher Arpege

Traduzione:

La vita in rosa

Occhi che fanno abbassare i miei
Un ridere che si perde nella sua bocca
Ecco qui il ritratto senza ritocchi
Dell’uomo al quale appartengo
Quando lui mi prende fra le braccia
Mi parla a bassa voce
Vedo la vita in rosa
Mi dice parole d’amore
Parole di tutti i giorni,
E sento qualcosa dentro
Lui è entrato nel mio cuore
Una parte di buonumore
Di cui conosco la causa
c’è lui per me
Me, io per lui nella vita
Me l’ha detto, l’ha giurato sulla sua vita,
E fin dal momento in cui lo scorgo da lontano
Allora sento in me,
il cuore che batte
Notti d’amore senza fine
Una gran buonumore che si estende
I fastidi, i dolori si cancellano
Felice, felice da morire
Quando lui mi prende fra le braccia
Mi parla a bassa voce
Vedo la vita in rosa
Mi dice parole d’amore
Parole di tutti i giorni,
E sento qualcosa dentro
Lui è entrato nel mio cuore
Una parte di buonumore
Di cui conosco la causa
c’è lui per me
Me, io per lui nella vita
Me l’ha detto, l’ha giurato sulla sua vita,
E fin dal momento in cui lo scorgo da lontano
Allora sento in me,
il cuore che batte
da www.angolotesti.it

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della stessa Artista in questo blog (clicca sul link blu): 

“Non, je ne regrette rien” – sassi sonori a cura di Giorgio Chiantini

Angela Greco, nota al volume AA.VV. Come una mezzaluna nel sole di maggio

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“Qui non vorrei morire dove vivere
mi tocca, mio paese,
così sgradito da doverti amare;
lento piano dove la luce pare
di carne cruda
e il nespolo va e viene fra noi e l’inverno.
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Pigro
come una mezzaluna nel sole di maggio,
la tazza di caffè, le parole perdute,
vivo ormai nelle cose che i miei occhi guardano:
divento ulivo e ruota d’un lento carro,
siepe di fichi d’India, terra amara
dove cresce il tabacco.
Ma tu, mortale e torbida, così mia,
così sola,
dici che non è vero, che non è tutto.
Triste invidia di vivere,
in tutta questa pianura
non c’è un ramo su cui tu voglia posarti.”
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Si presenta al lettore intitolata con un verso “Come una mezzaluna nel sole di maggio” del barese di nascita e salentino per sempre, Vittorio Bodini, l’antologia creata e curata dalla nascente realtà editoriale Fallone Editore di Taranto sul finire dell’anno appena trascorso e che in questo 2018 sarà presentata in diverse località. Un verso d’apertura, che subito identifica appartenenza e fine dell’opera, che riporta come sottotitolo “ricognizione della poesia pugliese 1975 – 1994” dove le cifre sono indicative degli anni di nascita (del più grande anagraficamente e del più piccolo) delle voci poetiche rappresentate all’interno.

Un’opera, questa antologia, che, nelle due accezioni fornite dal vocabolario del termine ‘ricognizione’ – che, ricordiamo, etimologicamente significa riconoscere, osservare attentamente – intende riferirsi sia all’accertamento dell’esistenza del fatto poesia, sia al fatto di raccogliere, mediante la constatazione diretta, le informazioni necessarie per impostare un’azione, in questo caso poetica, per il divenire. In ciò, l’editrice ha voluto più che fornire una mappa, dare delle chiavi di accesso, dei punti di riferimento per l’orientamento del lettore in un campo vasto e molto frammentato, qual è quello della poesia in un territorio diversificato e complesso dal punto di vista morfologico e letterario, la Puglia, una terra, che si allunga per oltre quattrocento chilometri da nord a sud e che ha subito e subisce costantemente influssi esterni, per motivi storici, di localizzazione geografica e vocazione d’accoglienza, oggi accentuati più che mai in poesia grazie ai nuovi mezzi di socializzazione di massa, nei quali ci si ritrova a confrontarsi, quanto non meno a scontrarsi.

Così, in tempi come questi, di nuova, forte e utile crisi di identità, un’antologia che riunisce differenti voci e differenti esperienze, si pone come mezzo di unione nella diversità, centrando, oltre l’obiettivo propriamente letterario, anche un motivo che dovrebbe essere proprio dell’uomo contemporaneo, ovvero, secondo Giorgio Agàmben, di “colui che riceve in pieno viso il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo[1]”. Da qui, mettendo in comunione le proprie dissimiglianze, si deve tentare d’impostare e sperare di realizzare quell’azione di cambiamento invocata da tanti, capace di condurre ad una maggiore valorizzazione della Persona, piuttosto che a tutto l’insieme di cose che ad essa si sono sostituite.

Anche la copertina realizzata da Fausto Maxia, che ritrae un’opera intitolata “Fragmenta Tav.XX” ben dice della condizione in cui vertiamo oggi, dove forse il venti a numero romano sta ad indicare proprio il Ventesimo secolo, quello in cui più che mai ci si è ritrovati scissi e lontani dall’unione, perché se è vero che il lavoro del poeta nasce come qualcosa di singolo, nel suo incontro intimo con l’esperienza del mondo, è vero anche che una volta data alle stampe la poesia diventa un fatto pubblico, comune, plurale e che ogni singolo frammento serve a ricomporre l’unità. Un’antologia di autori vari, nel ricomporre i differenti pezzi proposti da ogni singolo autore, è, quindi, un mezzo utile a ritrovare l’unità, che in questo caso è il valore dello stare in Poesia e del ritrovarsi grazie alla Poesia, senza troppo discettare su che cosa sia la poesia o a che cosa serva oggi, sulla sua utilità o sulla sua assoluta inutilità, se pensiamo in termini monetari, ma cogliendone gli effetti di comunione e consapevolezza del mondo da sé.

La poesia è un mezzo, alla fine, per incontrarsi, come Giorgio Caproni ha ben detto nel suo involontario discorso sulla poesia il 6 febbraio 1982 al Teatro Flaiano di Roma, dove avrebbe dovuto commentare alcuni suoi versi e dei quali, invece, non dirà nulla. “[…] riuscire, – dice Caproni – attraverso la poesia, a scoprire, cercando la mia, la verità degli altri, la verità di tutti, o, per essere più modesti e più precisi, una verità, una delle tante verità possibili che possa valere non soltanto per me, ma anche per tutti quegli altri me stessi, che formano il mio prossimo del quale io non sono che una delle tante cellule viventi[2]”

“L’esercizio della poesia – continua Caproni – rimane puro narcisismo finché il poeta si ferma ai singoli fatti esterni della propria persona o biografia. Ma ogni narcisismo cessa non appena il poeta riesce a chiudersi e inabissarsi totalmente in se stesso da scoprirvi e portare al giorno quei nodi di luce che non sono soltanto dell’io ma di tutta la tribù. Quei nodi di luce che tutti i membri della tribù possiedono, ma che non tutti i membri della tribù sanno di possedere o riescono ad individuare[3]” ed è in tal modo che una compagine di autori vari, qual è un’antologia, implementa anche il lettore tra le sue pagine, coinvolgendolo suo malgrado in un progetto comune. (Angela Greco AnGre)

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La presente nota di lettura ha volutamente omesso i riferimenti alle poesie degli Autori riuniti nell’antologia data la presenza, tra essi, della stessa scrivente  Il volume antologico “Come una mezzaluna nel sole di maggio. Ricognizione della poesia pugliese 1975-1994” (Fallone Editore, 2017) contiene i testi di diciotto poeti pugliesi nati tra il 1975 e il 1994, alcuni dei quali già consolidati a livello nazionale e altri ancora inediti, censiti per generazioni.

Di seguito si riportano gli Autori ospitati nell’antologia:

Anni Settanta: Simone Giorgino, Ilaria Seclì, Angela Greco, Vanni Schiavoni, Salvatore Tafuro, Gianpaolo G. Mastropasqua, Francesco Mola

Anni Ottanta: Carla Saracino, Lidia Fraccari, Vito Russo, Gianpaolo Altamura, Francesco Cagnetta, Gianluca Maria Lacerenza, Michele de Virgilio, Andrea Donaera

Anni Novanta: Antonella Chionna, Attilio Cantore, Giacomo Cucugliato

 https://falloneeditore.com/ 

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[1] Giorgio Agamben, Che cos’è il contemporaneo? (I sassi nottetempo ed.)
[2] Giorgio Caproni, Sulla poesia (Italosvevo Ed.)
[3] ibidem

 

 

Flavio Almerighi, Cerentari (eBook free), antologia – nota di lettura di Angela Greco

Flavio Almerighi, Cerentari (eBook free), antologia – nota di lettura di Angela Greco.

“[…] in fondo siamo nati
credo, per smarrire
e ritrovare la rotta”
(Flavio Almerighi, Beirut Snack, luglio 2017 – inedito)

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Nello scorso giugno è uscito per i Quaderni di RebStein, con il numero LXII, un’antologia del lavoro poetico di Flavio Almerighi. Un eBook (clicca qui per scaricare), che raccoglie, a cura dell’autore, un numero di poesie – tratte dalle undici pubblicazioni edite – e scritte dal 1998 al 2015 insieme con un interessante gruppo finale di inediti scritti tra il 2016 ed il 2017 tale da poter farsi una chiara idea sull’autore e sul suo lavoro poetico.

Quando “trattiamo” la poesia a mezzo condivisione, disquisizioni, intrattenimento, ma anche soltanto leggendola, non dovremmo mai esulare dal fatto che dietro ogni verso, finanche dietro ogni singolo sintagma, vi è sempre l’autore, l’artigiano che ha creato con le sue e soltanto sue specifiche capacità, quello che poi è arrivato a noi, ai nostri sensi e al nostro intelletto, alle nostre, di mani, e si spera sempre al cuore, al centro in cui pulsiamo vitali. Chi ha scritto e consegnato al lettore, anche nel più impersonale ed intellettualistico dei versi, vi ha comunque e sempre deposto una parte di sé e del suo vissuto contingente all’atto creativo. Dietro ogni poesia vi è il poeta; anche colui che, come nel caso di Almerighi, non voglia identificarsi come tale e che non ama, per motivi personali, che lo si chiami poeta. Questa introduzione, che per molti potrebbe scadere in una certa retorica, risulta quanto mai appropriata, se riferita al lavoro antologico appena inserito nel web dal sito La dimora del tempo sospeso: Almerighi è un acuto osservatore, una sentinella come una volta ha detto lui stesso, di quanto accade dentro e fuori la sua persona e rende al lettore in ogni composizione il suo sentire, la sua esperienza, il suo sguardo, il suo punto di vista.

Dalle opere più vecchie a quelle più recenti si nota quell’auspicabile e fisiologico mutamento, che vorremmo in tutti gli autori con la maiuscola: ad esempio dal discorso poetico molto lineare e romantico degli inizi, si procede man mano verso una versificazione più tagliente, meno usata nell’espressione, ma mai meno partecipata. E non si creda, senza confonderlo con lo stile, che questo sia qualcosa che accade a tutti gli autori, tra cui spesso ci si imbatte in alcuni che, individuato un certo modo di scrivere e finanche alcuni argomenti precisi, quasi fossero formule magiche, incentrano tutta la successiva produzione su quanto ha destato maggior interesse nel lettore. Ecco, in Almerighi accade che la poesia risponda esclusivamente all’autore, senza ricerca di benevolenza o ipocrisia; la poesia con Flavio Almerighi accade in piena luce, senza secondi fini o compromessi con l’esterno da sé. In Cerentari, lente d’ingrandimento sull’intera produzione almerighiana fino ad oggi, si notano fin dal neologismo del titolo esperienze di scritture differenti, incluse l’attuale e suffragata frammentazione del verso, quale espressione di una poesia considerata moderna, e la prosa poetica; si va, come nei riusciti percorsi autoriali, dalle prime poesie più liriche e partecipate, come ad esempio “Che silenzio! \ Alla ricerca affannante della felicità \ nell’impresa disperata \ di creare una sublime opera d’arte”, da Tarda estate, primo pomeriggio tratta da “Allegro Improvviso”, 1999, di due decenni fa, fino agli inediti recentissimi, dove pure il lirismo non viene meno, ma si sperimenta quasi un nuovo e personalissimo simbolismo, una separazione dall’accaduto resa in versi meno immediati da alcuni punti di vista, ma pur sempre estremamente capaci di coinvolgimento ed emozione e che continuano ad usare la brevità e l’incisività come nota di forza, come si legge nei versi della poesia di chiusura antologia: “Ti so bagnata d’una estate sporca, \ braci rosse, \ […] Dove un cane orfano piangendo \ sente mancanze credute dolore \ per il fastidio di un vicinato sordo”, da fermarsi in un cortile, inedito 2017.

La poesia di questo autore non teme l’influenza esterna delle mode e del tempo, tanto che in alcuni casi è possibile imbattersi in arcaismi giustificati dal puro piacere personale di chi lo ha usato, lungi dalla critica e dallo stupore del lettore, che pur sempre si ritrova ad avere a che fare con qualcosa di attuale, di contemporaneo, di vicino. Almerighi scrive per il Piacere di rendere in versi quello che attraversa, rimanendo sostanzialmente un poeta d’amore, anche nelle letture civili che in molti gli attribuiscono. E’ poeta civile nella misura in cui quello che scrive riguarda la civiltà, la civitas, ovvero l’uomo e l’ambiente strettamente a lui circostante, ma molti dei suoi componimenti hanno rimandi e radici storiche, oltre a tutto un ventaglio di appartenenze familiari, lavorative e ambientali, come ricordi di viaggio ad esempio, ma tutto assolutamente provato addosso, finanche le esperienze ferali di guerre vissute per interposta visione mi verrebbe da dire, nella visita ai luoghi degli accadimenti in questione, dove Almerighi non concede spazio a molto altro che non sia empatia e gratitudine verso le persone che hanno materialmente partecipato a quella Storia di liberazione di cui tutti oggi siamo figli. Tra i temi che emergono dalla lettura dell’opera di Flavio Almerighi, un posto particolare va al tema del distacco e della morte, spesso presente come versi dedicati agli estinti, sempre colmi di trepidante rispetto e incomprensione, mi si passi il termine, verso il mistero della dipartita, nell’emersione di una umanità che davvero coinvolge anche il lettore.

Infine, in quella chiusura del discorso che comunque deve esserci anche a questa nota, mi piace sottolineare una figura che spesso ho incontrato nelle poesie di Flavio, il treno, mezzo di avvicinamento e di allontanamento al contempo, immagine che al meglio veste la mia visione della poesia di questo autore, fatta di slanci e cuore, ma anche di saluti dalla banchina, di biglietti obliterati sempre per nuove mete con la consapevolezza che in fondo siamo nati \ credo, per smarrire \ e ritrovare la rotta, come leggo in un suo inedito scritto in questo caldissimo luglio 2017 e che ho voluto riportare anche in esergo di questa semplice annotazione di stima. [Angela Greco]

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Flavio Almerighi è nato a Faenza il 21 gennaio 1959. Sue le raccolte di poesia Allegro Improvviso (Ibiskos 1999), Vie di Fuga (Aletti, 2002), Amori al tempo del Nasdaq (Aletti 2003), Coscienze di mulini a vento (Gabrieli 2007), durante il dopocristo (Tempo al Libro 2008), qui è Lontano (Tempo al Libro, 2010), Voce dei miei occhi (Fermenti, 2011) Procellaria (Fermenti, 2013), Caleranno i Vandali (Samuele, 2016), Storm Petrel (edizione bilingue di Procellaria, Xenos Books Los Angeles 2017 traduzione di Steven Grieco).  E’ presente in rete con il blog amArgine (https://almerighi.wordpress.com/).
Due poesie tratte dall’antologia Cerentari
Otto Giugno 2007,
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tra una versione definitiva
e l’altra della vita
corrono strazi paralleli
riempiti di terriccio e formicai
a tirar rosari, somme e pareggi
che non rendono pari dignità
a un tramonto di classe.
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[Guardava cani sui tetti,
anche allora sapeva di non vivere.
Già dall’Ottanta la sua anima
desiderava esequie vichinghe,
ma si sentì grande quel giorno,
quando, sulle rovine di Ninive,
trovò un cancello.]
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L’arte sepolcrale
rasenta a volte l’imperfezione
non sono ritocchi, ma rintocchi
quelli d’ala al messaggero,
ad avere cura di,
orgogliosi per avere scalato
una ziqqurat caduta.
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(da durante il dopocristo, Tempo al Libro, 2007)
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A volte mi perdo in stazione
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treni in ritardo consentono deflagranti letture
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A volte mi perdo in stazione
negli occhi di un cane
illuminanti sullo stato
di salute e precarietà,
avessi trascorso tutta la vita
ad aggiustare parole
non mi sarei reso conto
della storia andata in replica,
del saluto nel bacio
della gratitudine al tempo reso
prima dell’arrivo
e alla prossima partenza.
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(da Sono le tre, LietoColle, 2013
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Iris: da Van Gogh agli dei – sassi d’arte

Vincent Van Gogh, Iris (1889)

  olio su tela, cm 71 x 93 cm – J. Paul Getty Museum, Los Angeles

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Acquistato nel 1891 dallo scrittore francese Octave Mirbeau per trecento franchi ed oggi conservato nel J. Paul Getty Museum di Los Angeles, si tratta di uno dei primi lavori eseguiti durante il ricovero presso l’ospedale di San Paul-de-Mausole a Saint-Rémy nell’anno precedente la morte dell’artista nel 1890. Vincent Van Gogh (1853 -1890), durante la sua prima settimana di ricovero in Francia, dopo la furiosa lite con l’amico Paul Gauguin, dipinse circa 130 quadri aventi come soggetto i giardini circostanti la clinica, tra cui la famosa Notte stellata e Iris, appunto. Come molti altri artisti del tempo, il pittore risente delle influenze xilografie giapponesi, prodotte a partire dal XVII sec. ed evidenziate, in Iris, dall’uso di contorni neri (elemento tipico delle xilografie giapponesi) tracciati intorno ai petali e ai gambi dei fiori.

Le piante, ritratte in stretto primo piano, a livello del terreno, eliminano la presenza di qualsiasi orizzonte e in tutta l’opera emerge forte il contrasto tra le foglie verde brillante e il viola intenso dei fiori. In apparenza caotico, Van Gogh seppe invece organizzare benissimo i colori, equilibrando l’opera con il colore rossastro del terreno brullo di una piccola porzione di incolto, richiamato dai fiori in secondo piano.  L’artista considerava quest’opera uno studio, e probabilmente è per questo che non ci sono disegni o schizzi noti, anche se il fratello Theo lo giudicò positivamente e lo inviò alla mostra annuale della Société des Artistes Indépendants nel settembre 1889, scrivendo a Vincent: “Gli iris sono uno studio pieno di aria e vita”. Al giorno d’oggi quest’opera è sulla lista dei dipinti più costosi mai venduti al mondo.

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Gli iris sono stati un soggetto ripetuto dall’artista olandese in più tele realizzate nell’ultimo periodo della sua vita. Negli anni i colori (essendo già tutti moderni e di fabbricazione chimica) hanno perso tonalità e le modalità di interazione sono state falsate, pur mantenendo la loro potenza.Vincent scriveva al fratello Theo di quanto fosse importante mettere in relazione i colori così che, rafforzandosi a vicenda, tutta la loro forza sarebbe apparsa senza mezzi termini; una forza che è possibile notare ancora, ad esempio, in un’altra opera ritraente gli stessi fiori, gli Iris del Van Gogh Museum di Amsterdam, un olio su tela del 1890 (cm 92,7×73,9). L’11 maggio sempre del 1890, Van Gogh in una lettera al fratello scritta dalla Provenza, poco prima che fosse ricoverato, gli annunciava la creazione di due grandi tele con mazzi di iris viola: una delle due era realizzata “in piedi” (in verticale) ed aveva i fiori contro uno sfondo giallo limone, in modo da ottenere un “rafforzamento a vicenda” dalla loro complementarità. Va ricordato che nella gamma dei colori il giallo ed il viola sono complementari ed uno conferisce, quindi, forza all’altro e che Van Gogh era a conoscenza dei recenti studi scientifici sui colori e ne adottò le regole nella sua produzione. (immagine a destra)

Van Gogh, consapevole che il destino dei fiori è appassire in fretta, sapeva che per coglierne l’essenza occorreva ritrarli tutti in una volta sola, in un tempo rapidissimo; ed è questo, infatti, ciò che si legge nelle opere che ritraggono gli iris: la spontaneità e l’immediatezza di un ritratto istantaneo capace di riportare in un’immagine vigorosa tutta la potenza della natura in un’espressione magniloquente ed esplicita della rinnovata dimensione artistica che colse l’artista nel periodo appena precedente la sua fine. Appena due mesi dopo questi ultimi iris, Vincent Van Gogh si uccise, lasciando in eredità, dunque, anche questa primavera, che paradossalmente è un inno alla gioia di vivere, quella stessa che lo aveva animato a tratti in una vita troppo turbolenta e passionale.

(tratto ed adattato da fonti varie dal web, tra cui il blog AssoloCorale)
Vincent van Gogh, Irises, 1890 – olio su tela, 73.7 x 92.1 cm – The Metropolitan Museum of Art, New York (immagine di Adele R. Levy, 1958)

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Approfondimento – Le prime notizie sull’iris risalgono al quindicesimo secolo a. C. e sono legate al faraone Thutmosis I che, di ritorno dalle campagne di Siria, nel bottino portò una vasta gamma di bulbi, semi, fiori secchi sconosciuti nel suo paese da studiare sia come ornamento dei giardini, sia per le possibili qualità medicamentose, che per la preparazione di filtri. A Tebe, in un’incisione dedicata a Thutmosis nel tempio di Ammone, si vedono riprodotte varie specie di fiori tra i quali un’Iris oncocyclus. Nel linguaggio dei fiori, l’iris è considerato forse tra i più ricchi di significato, anche per via delle diverse colorazioni dei suoi petali. Per la molteplicità dei colori di questo fiore, che conta circa duecento specie, la mitologia greca ha dato il suo nome alla dea dell’arcobaleno, che è chiamato arcoiris…o è il fiore che ha preso il nome dalla dea? Iris-Iride significa “arcobaleno”, dunque, e Iris-Iride, volando in cielo con la sua veste di veli multicolori, portava agli uomini il messaggio degli dei. Da qui il significato di speranza, di buona novella, di vero e proprio auspicio positivo di una veloce ripresa, se si attraversano momenti di crisi. La dea, a volte, accompagnava i defunti ai Campi Elisi e da qui l’abitudine dei greci di posare sulle tombe dei familiari iris viola. Affreschi raffiguranti iris in vaso sono stati trovati nell’isola di Creta ed il fiore che appare nello stemma di Firenze, erroneamente chiamato giglio, in realtà è l’iris fiorentina, un tempo comune nelle campagne attorno alla città. Nella religione cattolica, per la sua forma l’iris è associato al mistero della Trinità. Il fiore, che presenta stelo eretto su cui si ergono tre petali e, a volte, tre foglie e tre boccioli, rimanda ad un significato di natura mistica e trascendentale. (Antonia Bonomi per il sito arcobaleno.net)

L’iris è simbolo di fiducia, sincerità e saggezza; è il trionfo della verità ed è legato alla comunicazione di un messaggio positivo. Gli iris sono disponibili in un vero e proprio arcobaleno di colori ed il più popolare e diffuso è l’iris blu profondo, con un cuore giallo o bianco. Tra i significati principali di questo fiore troviamo speranza, coraggio e ammirazione. Vengono coltivati in ogni parte del mondo sia in giardino che in vaso, soprattutto nei colori blu, bianco e giallo.

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[…] (La sera ha sfumature di iris selvatico
tra spine di agave, il ricordo riporta il deserto:
esita un poco la tua voce ed è già abbastanza
per sentire un tremore di terra)
.
Pietra su pietra è trascorsa anche questa notte.
Il lupo risale nelle vene e morde tra testa e petto:
“ero certo che avresti compreso subito”
che la difesa non è un elemento razionale.
.
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(Angela Greco, versi da L’isola nell’isola, in Zenit poesia, vol.II – La Vita Felice, 2016)
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.
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[…] Da tre anni aspetto la fioritura dell’iris aucheri
affresco di Tebe e gioia del giardino del faraone,
introdotto in terra egizia dalla bella Siria.
Aspetto la scia colorata della buona notizia
l’attimo preciso in cui rileggere la carta delle vie
e lasciare alle stelle la decisione dell’esito finale
di questa strenua battaglia che lo specchio conosce.
.
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(Angela Greco, versi da Strada senza uscita , in Fuori le mura, inedito, 2016)

 

 

L’imperfezione del diluvio \ An Unrehearsed Flood di Sandro Pecchiari letto da Angela Greco

L’imperfezione del diluvio \ An Unrehearsed Flood, silloge bilingue e terza raccolta del triestino Sandro Pecchiari tradotta dallo stesso autore ed edita per i tipi Samuele Editore (2015, prefazione di Andrea Sirotti) è un libro piccolo soltanto nella lunghezza tipografica, contando appena diciannove componimenti intitolati con numeri romani, che in realtà raddoppiano se si considerano anche i testi in inglese che, per quanto possano attenersi alla lingua madre, risultano comunque nuove poesie nell’atto di affidarsi ad una traduzione, consegnando subito al lettore quella pluralità felicemente conferita al poeta dal luogo in cui vive ed opera, Trieste. E a questa città è dedicata la prima poesia, unico testo a contenere l’unico lemma con una maiuscola, nel mezzo di una poesia completamente priva di punteggiatura, che in tal modo da sola determina il tempo e lo spazio del sonoro e soprattutto del silenzio. Trieste mirabilmente tratteggiata, nei primi tre versi, nel caratteristico poco parlare dei suoi abitanti e nella fisionomia del suo territorio, dove la città stessa per vivere scala il proprio dislivello in cerca di aria (Trieste rincorre \ scostante di parole \ l’aria inerpicata) in una metafora della quotidiana sopravvivenza da cui non è escluso nessuno (tutta la città rincorre l’aria) e nemmeno il poeta, indirizzando subito il lettore verso l’argomentazione della poesia, un affanno, una difficoltà, un dolore con cui si deve fare i conti (non è la vocazione dei viticci \ sviluppare rami e fiori e ombre \\ non è questo \\ l’essenziale è arrampicarsi \ per sforzare i legami \ se non li manteniamo).

Sandro Pecchiari dosa le parole e la sofferenza tra spazi bianchi e silenzi chiarissimi nei suoi testi, rallentando il tempo per meglio avvicinarsi alla questione, al nocciolo, all’essenza del suo dire. La maggioranza delle poesie si snoda tra una voce principale ed un destinatario, un io ed un tu, che non identificano nessuno in particolare, ma che definiscono con precisione il campo delle azioni espresse in versi, dell’accaduto e della reazione a quanto accaduto, senza mai esplicitare nulla e senza ingabbiare il lettore in qualcosa di definito e preventivamente svelato (siamo conseguenze di una impossibilità \ […] si cade per mancanza). In alcuni testi, invece, il poeta parla in prima persona, lasciando intendere che forse anche l’altra persona è qualcuno che gli appartiene, se non egli stesso, aprendo, quindi, la lettura ad un dialogo con se stesso, ad una interrogazione intima (potrei alzarmi e sbattere le porte \ ma non sarei rumore) e alla ricerca, sempre in se stesso, di quella soluzione che sembra rincorsa per tutta la silloge e, con buona probabilità, riferita alla stessa decisione, sofferta, di vivere nonostante tutto e tutti (non mi sveglierò \\ la rotta si biforca \ come una cerniera).

Il verso breve e brevissimo di cui si pregia Pecchiari ne L’imperfezione del diluvio è consono all’attesa, a quell’inerpicarsi di cui in apertura, alle prese di fiato durante la scalata, alla compartecipazione del silenzio di cui nei suoi versi, scritti sulla pagina inframezzati da molti spazi bianchi, che realizzano nel lettore l’immagine di qualcuno che, mentre scrive, alza lo sguardo dal foglio verso un punto non identificato dell’orizzonte, lontano, solitario, immerso in qualcosa di più grande e tale da non poter essere espresso (il non-tempo che allaccia \ l’imperfezione del diluvio). Questa silloge è anche un doloroso tributo alla solitudine, all’adattamento ad essa; un percorso di elaborazione di una condizione passata, che ha messo a dura prova il poeta (non hai colpa \ di queste albe di calce \ inefficace sulla pestilenza \ del tuo abbandono) e che in un qualche modo fa comprendere al lettore quell’imperfezione attribuita al diluvio di cui nel titolo: il diluvio, in fondo, quando è perfetto sommerge tutto, non dà scampo. Qui, invece, qualcuno o qualcosa si è salvato, vivendo una condizione non scelta, ma accettata di buon grado, come si legge nel componimento XIX, l’ultimo, non ho appreso \ l’etichetta della perdita \ i rituali dell’andare \\ l’esilio permane \ anche per chi resta. Condizione che, però, a noi lettori ha concesso il dono grande della poesia di Sandro Pecchiari. [Angela Greco]

*

poesie tratte da L’imperfezione del diluvio \ An Unrehearsed Flood di Sandro Pecchiari

I

Trieste soars upstream
its gusts of air
spare with words
spears steeples
inside the horizon

exiled en route
from childhood
up there along past paths
we desert life
provided we recall

history would be written later


 
I

Trieste rincorre
scostante di parole
l’aria inerpicata
fiocinando campanili
dentro l’orizzonte

esuli nella rotta
dall’infanzia
lassù nelle vie di ieri
dismettiamo la vita
purché la ricordiamo

la storia l’avremmo scritta dopo

§

XI

I can’t go before you go
witness of a life

stuffed with chemo 

you shall die here inside me, in my arms
telling the spare beads of the night

but I’m losing count if I’m watching you
and with your hands I trespass  

the non-time that binds
an unrehearsed flood 

 

XI

non poter andarmene prima che tu vada
testimone di una vita
ingozzata di chemioterapia

dovrai morirmi qui dentro, tra le braccia
sgranando i secondi rimasti della notte

ma perdo il conto se ti guardo
e varco assieme alle tue mani

il non-tempo che allaccia
l’imperfezione del diluvio

§

XIX
.
today I cannot bear
to smell these emptied walls again
to show up somewhere else
.
I have not mastered
the etiquette of leaving
the rituals of passing
.
the exile continues
even within the ones who stay
.
.
.
XIX
.
oggi non posso ancora
questo odore di pareti svuotate
l’esporci altrove
.
non ho appreso
l’etichetta della perdita
i rituali dell’andare
.
l’esilio permane
anche per chi resta

 .

Sandro Pecchiari è laureato in Lingue e Letterature Straniere, con una tesi sull’opera poetica di Ted Hughes. Ha pubblicato due raccolte per Samuele Editore di Fanna, Pordenone: Verdi Anni (collana Scilla 19, marzo 2012) e Le Svelte Radici (collana Scilla 33, dicembre 2013). Questa è la sua terza raccolta che completa la trilogia. Le sue raccolte sono state presentate all’interno del programma televisivo “Le Parole Più Belle”, Telecapodistria, Slovenia, nel 2014 e 2015. Suoi lavori sono apparsi in numerose antologie (fra cui la Collana dei Poeti Contemporanei 2013 e 2014, lʼAlbanian Antologjive Poetike Universale Korsi e Hapur – Open Lane 2014) e sono stati presentati al New York City Poetry Festival 2014 e alle Residenze Estive 2014 presso il Castello di Duino. Alcuni suoi scritti sono stati tradotti in inglese, in albanese e sloveno. Alcune sue traduzioni dall’inglese sono visibili nel sito della casa editrice Caitlin Press. È membro della giuria della Festa della Letteratura e della Poesia di Duino e collabora continuativamente con la rivista di settore “Traduzionetradizione” (Press Point, Milano) e con la rivista “L’almanacco del Ramo d’Oro” (Trieste).

Giorgio Chiantini, Tre scatti romani – sassi da guardare

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L’Antologia, creata per i lettori de Il sasso nello stagno di AnGre a fine dicembre, è stata un momento proficuo non solo per conoscere tanta poesia italiana contemporanea, ma anche per apprezzare l’espressione artistica di Giorgio Chiantini, GiorChi nella firma fotografica, stimatissimo collaboratore di queste pagine, grazie alla fotografia di copertina (in apertura), gentilmente prestata per l’occasione, un poetico scatto capace di fermare l’attimo tra la luce e l’intimità di una casa in festa.

La passione di Giorgio Chiantini per la fotografia risale agli anni Settanta, quando questo mondo non si avvaleva di alcun supporto iper tecnologico come oggi, ma occorreva realmente imparare un’arte difficile, in cui sensibilità e rigore si muovevano su un terreno non semplice. Sensibilità, perché una fotografia è il prodotto della mira, che dagli occhi, passa al cuore e fa cliccare il bottoncino dell’otturatore in una frazione di tempo non definibile; rigore, poiché la fotografia, almeno ai tempi in cui era un prodotto letteralmente artigianale, comportava conoscenze non indifferenti sui tempi di azione dei prodotti chimici e non solo, dai quali, solo alla fine di un lungo processo, si poteva o meno ottenere un buon risultato.

ph-giorgio-chiantini-al-bar-2La fotografia insegnava, oltre tutto, l’arte dell’attesa; oggi i tempi e le modalità fotografiche sono agli antipodi e una buona foto è spesso il risultato di una sofisticatissima tecnologia, che ci permette di catturare in una frazione di tempo sempre più piccola, dettagli e situazioni, che hanno capovolto anche l’idea stessa di fotografia, facendola passare da arte capace di vincere il tempo a ingombro fastidioso… e penso alle miriadi di foto inutili iper scattate solo per rispondere all’esigenza dei tempi moderni di essere in ogni momento in qualsiasi luogo-telefono, nell’aberrazione di un uso indiscriminato del mezzo telematico di cui spesso risultiamo schiavi… Ecco, Giorgio Chiantini è riuscito ad entrare nel mondo fotografico moderno con una sensibile eleganza, scattando per passione ancora, per piacere, avvalendosi degli insegnamenti della fotografia analogica ed innestandoli in quella digitale, conservando lo sguardo globale da cui poi ritagliare il dettaglio, secondo un successivo lavoro fatto fuori dal campo ripreso.

Giorgio Chiantini nei suoi scatti cattura attimi di quotidiana realtà: momenti sottratti alla distrazione dei passanti, che racchiudono la domanda, la curiosità anche solo di indovinare lontanamente cosa ci possa essere in quegli sguardi, in quelle espressioni che l’obiettivo ha scelto di trattenere. Non scatta, Giorgio, per voyeurismo, come tanta fotografia anche molto nota, ma più che altro, per quello spirito fanciullo di curiosità e di scoperta, che rende la sua fotografia delicata ed estremamente vicina a chi la guarda.

Roma, eterna e distratta, con le sue stradine sconosciute ed i suoi dettagli inattesi, le città che attraversa, la storia nelle sue statue e nei suoi monumenti, l’arte, i volti e le facciate di chiese e case, entrano negli scatti di GiorChi in punta di piedi, colme di sensibilità e dolcezza, rivelando anche la serenità del fotografo, che usa questo mezzo artistico per ritrovarsi solo con il suo tempo e per conoscere questo, invece, di tempo, in un continuo scambio e in un continuo rinnovo. [Angela Greco]

*

Giorgio Chiantini, nato a Roma, è stato responsabile commerciale per oltre trent’anni di un’importante azienda automobilistica della capitale; sposato e padre di due figli, nonno e appassionato d’arte, oggi si dedica alla famiglia, alla fotografia e alla riscoperta della sua splendida città.Collabora con Il sasso nello stagno di AnGre dove si occupa di arte e musica, sue fotografie sono state incluse in Attraversandomi, libro poetico-fotografico realizzato in collaborazione con Angela Greco. E’ presente in rete con un profilo personale ed una attiva pagina su Google+.

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Flavio Almerighi, Caleranno i vandali – nota di lettura di Angela Greco

Gianni Gianasso - studio per Breaking - Personale Eden poesie di Angela Greco - La Vita Felice 2015

La poesia di Flavio Almerighi, come ho scritto di recente in un commento, taglia, come un foglio preso nello stesso verso, quando nemmeno senti il lacerare della pelle e vedi direttamente il sangue. Ogni elemento della sua poesia ha un ruolo preciso, non casuale, e solo in apparenza versi così contratti potrebbero sembrare anche semplici da realizzare. Invece, più è asciutto il verso, maggiore è il peso dei suoi costituenti, senza dubbio.

Caleranno i Vandali, edito dalla Samuele Editore nel 2016 – con prefazione di Rosa Pierno ed una efficace copertina, che ritrae un uccello nero posato su un filo nel terzo inferiore di un cielo dalle tonalità temporalesche, opera di Gabriella Kuferzin – offre un’ampia scelta della produzione poetica del poeta romagnolo, nato a Faenza il 21 gennaio 1959.

Il volume è suddiviso in due sezioni, “Le parole cambiano” e “Le parole finiscono”, ed offre al lettore testi pieni di immagini, di sequenze, di personaggi e punti di vista dell’autore, disegnando un mondo preciso, razionale, tendente alle tinte scuramente realistiche, a volte liberi dagli obblighi della grammatica, in un verso libero e preciso – come detto in apertura – nella posizione dei costituenti, ricco di aggettivazioni che colpiscono il lettore (Anni impiccati; I bambini dormono / offesi perché nati; e il mare accigliato a destra; col chiasso orientato, solo per citarne alcuni).

Osip Mandel’stam e Arsenij Tarkovskij introducono le sezioni del libro, invitando il lettore alla poesia russa, una poesia, quindi decisamente distante da quella praticata e frequentata in Italia e nuova rispetto ad essa. Rimandi al sociale e alle figure che popolano la società sono elementi costituenti queste poesie di Flavio Almerighi; ed ecco che si incontra la bambina uccisa tratta dalla cronaca nazionale; la puttana di turno nei paesi e nelle città di ognuno; ma anche il panettiere, la vicina di casa, le città ed i paesaggi del suo reale, la squadra di calcio e l’episodio storico magari ascoltato tanto tempo prima, quando mai si sarebbe pensato, un giorno, di scrivere poesia. Flavio ha capacità cinematografica di inquadrare il dettaglio, l’attimo, e di raccontarlo, di attraversarlo, con la tecnica di chi sembra non essere parte di quel vissuto, con la distanza giusta per non scadere nella retorica o nel sentimentalismo.

Anche quando parla d’amore, Almerighi si riserva quella malinconia e quel malcontento di chi ha vissuto e a malincuore oggi vive altro dai suoi versi, dal giorno di luce che si intravede nel retroscena e che mai appare chiaro sulla scena. Apprezzabile, molto secondo me, nel procedere della lettura, il lascarsi andare, il non rimanere ammanettato ad una sorta di insicurezza, che nelle prime poesie emerge come una certa rigidità formale che un po’ mette distanza.

(Angela Greco)

*

poesie tratte da Caleranno i Vandali di Flavio Almerighi

IO SONO IL PROSSIMO

rincoglionito tra due cani dolci,
io sono il prossimo;
dentro un vestito
ampiamente vissuto,
io sono il prossimo;
rapito nel vento improvviso,
io sono il prossimo;
distratto e senza accorgermi
di cosa c’è ai miei piedi,
io sono il prossimo;
menù fisso 13€ bevande comprese
non li ho,
io sono il prossimo;
un telefono portatile
e per casa la soglia di un palazzo,
dopo un temporale
viene giù il sereno,
io sono il prossimo;
le città, anulari vuoti
dove ho perduto
anzitempo mio padre,
io sono il prossimo
.
.
DI TUTTI I RICORDI CHE TI HO DATO
.
Alla mia età si diventa orfani
dei figli, ma
di tutti i ricordi che ti ho dato
terrei per noi quell’eroe di guerra,
Onestini mi sembra si chiamasse,
morto di spagnola nel Ventuno,
la sua edicola dimenticata accesa
incubava tuorli di passero,
tu li vedevi vivi, curiosa salivi
a osservare i becchi aperti e muti
nel via vai infinito della fame
del bisogno di mettere piume
avere voce e diventare cattivi.
.
Al tuo ritorno erano ripartiti.
.
.
DUE INVERNI FA
.
ricordo tanta pioggia
due inverni fa
il cielo compatto
di grigia lontananza,
vastità mai profonda
che non contemplava
neppure un cinema.
.
Chiudi bene la porta,
chiudila a doppia mandata,
che nessuno venga a rubare
questo opificio di macerie.
.
Niente più vissuto
il destino ha denti aguzzi
nessuno sconto.
La vita cambia,
le squadre pareggiano
i bilanci no, forse
assomiglio a un uomo
.
.
PARADOSSO DELLA POESIA
.
esulta canta si deprime
non parla e dice,
.
dopo un po’
fa solo male agli occhi
.
.
UNA AGGIUNTA
.
Il cuoricino attecchisce e batte
come basilico in agosto.
Sia stata colpa la sconterà
poco importa,
ha attraversato dardanelli
colonne d’ercole, campi catalauni,
inseminato necrologi,
delle prossime vele farà fiamme.
Anna avrà un bambino
ha fatto la sua rivoluzione.
.
.
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flavio-almerighi-cop_1024_x_768Flavio Almerighi
è nato a Faenza il 21 gennaio 1959. Sue le raccolte di poesia: Allegro Improvviso (Ibiskos, 1999); Vie di Fuga (Aletti, 2002); Amori al tempo del Nasdaq (Aletti, 2003); Coscienze di mulini a vento (Gabrieli, 2007); Durante il dopocristo (Tempo al libro, 2008); Qui è Lontano (Tempo al libro, 2010); Voce dei miei occhi (Fermenti Editrice, 2011); Procellaria (Fermenti Editrice, 2013); Sono le Tre (Lietocolle, 2013); Caleranno i Vandali (Samuele Editore, 2016). Di imminente uscita Storm Petrel, edizione americana di Procellaria, traduzione di Steven Grieco (Chelsea Edt. New York). Alcuni suoi lavori sono stati pubblicati da prestigiose riviste quali Tratti, Prospektiva, Il Foglio Clandestino.
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immagine d’apertura: Gianni Gianasso, Studio per Breaking, coll. privata

Felice Serino, Nell’infinito di noi (2015-2016) letto da Angela Greco

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Nell’infinito di noi (2015-2016) è la nuova raccolta di Felice Serino pubblicata su Poesie in Versi, uno spazio web ad accesso libero, con presentazione di Giovanni Perri, che raccoglie le poesie scritte a cavallo degli ultimi due anni e suddivise in due sezioni da quarantacinque testi ciascuna: “Lo sguardo velato” e la omonima “Nell’infinito di noi”.

Da sottolineare è la generosità di Felice Serino, autore più volte e con gioia ospitato su Il sasso nello stagno di AnGre per stima reciproca; generosità espressa non solo nel numero di testi proposto, ma anche nell’aver affidato questo suo nuovo lavoro alla gratuità della rete, a beneficio di tutti coloro avranno voglia di incontrarlo sul sito sopra indicato. Felice Serino, nato a Pozzuoli e residente a Torino, autodidatta, è un poeta che ha ottenuto numerosi consensi critici, che ha vinto molti premi letterari, pubblicato diverse raccolte di poesia ed è stato tradotto in otto lingue; gestisce diverse realtà letterarie on-line, dove condivide con passione poesie e autori di livello e da tempo usa il mezzo telematico per affrontare il mondo non sempre docile e benevolo della poesia, senza scomporsi o intimorirsi, ma accettando il bene e il male ed anche i limiti che il mezzo offre e a sua volta offrendo a ciascun lettore o detrattore che approdi ai suoi lidi, un ringraziamento.

La poesia di Felice Serino anche nella nuova raccolta mantiene saldi i temi del rapporto con Dio, del tempo che passa, della visione del reale sulla base dell’esperienza vissuta e degli autori cari al poeta, come ad esempio Dino Campana, a cui è dedicata “Le vele” o Rafael Alberti a cui, invece, è dedicata “Angeli di carta”, creature, gli angeli, che ben si accordano con la voce di Serino sempre protesa verso il cielo e verso Dio. Perché un poeta di fatto è le sue letture ed è i suoi autori, quelli che, anche dopo la stesura di un testo e l’abbandono della penna o della tastiera, gli rimangono accanto e dentro per diventare a loro volta nuova materia, in un circolo vitale a cui Felice Serino non si sottrae. E ogni volta che leggo una selezione delle poesie di Felice, i suoi versi asciutti e brevi, domati dall’esperienza e solo in apparenza freddati per quella decantazione benefica a cui la poesia va drasticamente sottoposta, ritrovo sempre un colore, una luce, una scia positiva e benefica, capace di restituire serenità e fiducia.

Nell’infinito di noi si pone nel solco della poesia novecentesca, come tanta buona poesia italiana, assumendo toni e connotazioni care alla maggior parte dei lettori; mittente e destinatario dei versi sono evidenti e l’Io accompagna ogni composizione, rientrando tra gli elementi non eliminabili e delineando una presenza, che, però, non disturba, ma si fa compagna di esperienza pronta a porgere la mano a chi è accanto;  molti i rimandi ai testi sacri, alla dottrina cattolica e alla mistica occidentale; netta la percezione della ricerca data anche dal numero abbondante di testi raccolti, mentre la dimensione onirica, evidente in molti testi, conferisce levità agli argomenti tra i quali non sfigura nemmeno il tema della morte.

(Angela Greco)

poesie tratte da Nell’infinito di noi (2015-2016) di Felice Serino

Una giornata di
.
suvvia eccedi
a chi pensi
dare la colpa
come si dice è stata una giornata
così
.
esageri se pare
ti si spalanchi
d’instabilità un baratro
viola in fondo agli occhi
.
.

.

L’oltraggio
.
perso nelle forme strane
delle nuvole mi sento
lontano da un mondo estraneo
.
assisto all’oltraggio
della rosa che si
perpetua
.
sono esposto alla vita
.
.
.
Spleen
.
brusio di voci
.
galleggiare di volti
su indefiniti fiati
.
si sta come
staccati
da sé
.
golfi di mestizia
mappe segnate
dietro gli occhi
.
vi si piega
il cuore
nella sanguigna luce
.
.

.

Il Tuo splendere
.
su un remoto
di assonnate rive
-spiumata
di luce l’anima-
torna
.
a far breccia il Tuo splendere
.
settanta volte sette
ho conficcato i chiodi
altrettante non
basteranno
lacrime da versare
.
sulle Tue luminose piaghe
.
.
 

248 giorni, romanzo, di Giorgio Linguaglossa letto da Angela Greco

ph.AnGre

248 giorni, romanzo, di Giorgio Linguaglossa letto da Angela Greco

A maggio 2016 per Achille e La Tartaruga di Torino è uscito, ne La Sezione Aurea, il nuovo romanzo di Giorgio Linguaglossa (biobibliografia, qui) intitolato 248 giorni. Tre cifre di cui, lette da sinistra verso destra, ognuna è doppia della precedente. E non è un caso. I protagonisti del romanzo sono Ely, una spogliarellista ed ex attrice del porno, Massimo, uno scrittore di terz’ordine di gialli anch’essi non brillanti e la filosofia, che interagiscono in un contesto di ricordi, realtà, mancata realizzazione e disincanto, in un’aria da dipinto metafisico che sfocia in alcuni momenti nel surreale, dove le immagine sembrano comprensibili, ma in realtà celano significati non svelabili nell’immediato. fotografia di Ferdinando SciannaParole, gesti, comportamenti e situazioni sono l’immagine visibile di espressioni della mente razionale del filosofo, dell’altro “Sé”, di quel “doppio” caro anzi carissimo all’autore. Sì, perché tutte le pagine sono permeate di rigorosa razionalità e non lasciano scampo a romanticherie o espressioni edulcorate, puntando dritto e senza mezzi termini al nulla a cui è dedicata l’intera vicenda. Nulla inteso non come una perdita di tempo, ma come fine ultimo dell’essere vivente, somma dell’intera filosofia a cui tende l’autore.

Il romanzo prende avvio dal casuale incontro dei due protagonisti nel 1999, per poi approdare nel secondo capitolo ad un momento accaduto vent’anni dopo e proseguire in seguito con il dipanarsi delle vicende introspettive e fisiche accadute ai due nei giorni della loro relazione, 248 appunto. Tutto il libro è una indagine introspettiva condotta da un protagonista nei confronti dell’altro usato espressamente come specchio di se stesso e al contempo è una spietata espressione dell’autore della sua visione del mondo e di quanto lo popola. Le notizie su Ely, bellissima, e Massimo, scrittore ormai grigio e privo di qualsiasi entusiasmo, sono centellinate, svelate goccia a goccia tra citazioni poetiche e filosofiche e accesi dialoghi, che hanno il grande pregio di accelerare una narrazione decisamente non veloce nel primo quinto del libro (in tutto sono duecento pagine). e79c42546b44f8db9fdeb6fc716172bf248 giorni è una sorta di testamento filosofico, non inteso come ultime volontà da eseguire, quanto piuttosto come strada da seguire, come indicazioni di viaggio per attraversare questa realtà che stiamo vivendo, nato da un’attenta visione del mondo in cui siamo immersi e al quale il filosofo sembra aver dato come risposta ultima il nulla, anche dinnanzi all’inatteso e non calcolato, realizzato nel romanzo dal sentimento che Massimo alla fine ammette di provare per Ely e sacrificato in nome di quella visione per la quale la vicenda-vita non può essere arbitrariamente modificata a dispetto degli eventi che hanno determinato la vita stessa.

Lingualglossa conduce il lettore in un labirinto, che a volte consente di guardare anche l’azzurro del cielo, ma soltanto per prendere fiato in vista della obiettiva difficoltà che il protagonista, anzi i protagonisti sanno per certo di dover incontrare fin dal primo momento in cui non hanno realizzato quanto ambivano per se stessi. Infatti, il libro non ha un finale delineato, atteso, scontato, no; il libro termina aprendosi in una nuova ed eventuale storia dove i protagonisti precedenti dopo un trauma, sono già divenuti altri da sé, nuovi, differenti e pronti per iniziare anche una nuova vita. [Angela Greco — foto b / n di Ferdinando Scianna]

*

1° giorno del 1999
L’INCONTRO ALLA FESTA DI CAPODANNO
Così, mi sono ritrovata seduta accanto a lui, sul divano. La sua spalla premeva sulla mia spalla. Affettavo una tranquillità che non avevo. Le volute di fumo si sollevavano e volteggiavano nell’aria come pesanti, morbidi tendaggi. Un aereo luminoso tagliò silenzioso il cielo. Pensai che il ronzio dell’aereo disturbasse la mia immobilità assorta. Le note di una musica da ballo raggiungevano il mio udito come se avessero attraversato una spessa coltre di ovatta. Giungeva il tinnire di stoviglie del dessert e lo scalpiccio degli ospiti come quando stai al telefono e percepisci, tra le parole dell’interlocutore, il brusio di altri estranei astanti come un rumore di fondo ineliminabile. E’ la fine dell’anno. Ma di quale anno? – mi chiedo – quanti anni sono passati? Ed io dove mi trovo? Chi sono queste persone che mi stanno intorno? Da dove sono venute e dove sono dirette? E domattina, che cosa farò – mi sono chiesta – quando tornerò nel mio appartamento ammobiliato? Che ore sono? Precisamente: la mezzanotte…

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Ponzio Pilato, romanzo, di Giorgio Linguaglossa letto da Angela Greco

by_ AnGre

Ponzio Pilato, romanzo, di Giorgio Linguaglossa letto da Angela Greco

Ponzio Pilato, romanzo del 2010 di Giorgio Lingualgossa edito da Mimesis Edizioni (Milano-Udine) è un intreccio di storia, cronaca e psicologia, fatto di trenta brevi capitoli più un prologo ed un epilogo, che s’inseguono in maniera circolare e nell’andamento ricordano una marcia di soldati, che ben conoscono la meta e non si lasciano sopraffare dall’affanno di chi già conosce il finale. Il romanzo si apre con la notizia del ritrovamento di un’anfora colma di monete d’oro, all’interno di uno scavo che porta alla luce un frammento del pavimento di una villa patrizia emerso tra i resti di un incendio, “La villa di Ponzio Pilato” e si chiude con il “Commento di un romano a futura memoria”. Ognuna delle 133 pagine di cui è composto il libro (per la precisione il numero è inferiore, poiché quelle bianche elegantemente chiudono alcuni capitoli per concedere ai successivi di iniziare sempre sulla pagina frontale rispetto al lettore) è un agglomerato densissimo di notizie e spunti di riflessione, dove è necessario albergare qualche tempo nella calda e polverosa aria della Giudea, per cercare di comprendere meglio le dinamiche e la mentalità che hanno portato in una certa direzione la storia di quei popoli e dell’intero Occidente.

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Il grande pregio del romanzo è quello di mettere in discussione la storia di Jehoshua e di narrarla indirettamente attraverso i pensieri e le azioni dei protagonisti: Ponzio Pilato, quarto governatore della provincia romana di Giudea; sua moglie Claudia Procla; il comandante della milizia segreta romana Gaio Lentulo; il centurione Longino ed il Sinedrio, controparte attiva ed importante nell’esito della storia personale di Ponzio Pilato. Tra queste pagine, dove pure si citano frasi attribuite dai Vangeli e dalla tradizione a Gesù di Nazareth, non si cade mai nel tranello della reverenza rispetto all’ordine d’importanza delle figure, forte anche del pensiero su religione e religiosità del suo autore, che in Ponzio Pilato narra i fatti con il distacco e la competenza in materia del medico legale per il referto autoptico, rispettando il corpo che ha dinnanzi, in questo caso rappresentato da duemila anni di Cristianesimo giunto fino ad oggi con i capisaldi pressoché invariati dall’epoca dei fatti e sui quali si è costruito tutto un mondo che comunque Lingualgossa non demolisce, nonostante il fare meticoloso e razionale di chi cerca di sfuggire alla favola in favore della realtà, che emerge in tutto il romanzo.

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L’autore rende il dato storico e sociale, come fosse un cronista dell’epoca sul campo, relegando il proprio punto di vista a poche frasi, quasi sempre dubbi, che dissemina tra tutti i personaggi, senza imporre mai la propria voce, ma favorendo un sano senso critico nel lettore, adducendo ragionamenti e relative argomentazioni, che rendono quello che secondo me è lo scopo precipuo del romanzo: quello di fornire non già un avallo alla tradizione cristiana, quanto piuttosto un momento ed un motivo critico, sia all’occhio incantato del fedele che a quello disincantato del pragmatico fino all’ateismo, il cui punto di vista è spesso tenuto a debita distanza dall’argomento sacro-cristiano, che ha preferito reprimere ogni sorta di dubbio per una sua affermazione maggiormente duratura.

Lo sfondo mirabile del romanzo è Roma, sempre e comunque presente anche nelle pagine più specificatamente dedicate alla Giudea, ai suoi usi e ai suoi costumi; Roma, quale verità storica e termine di paragone tra due civiltà e due religioni, tra due modi di governare e di integrarsi, ma anche simbolo di quel potere mal accettato dal vinto e che pure doveva realizzarsi, perché anche noi fossimo quello che siamo oggi. Ponzio Pilato è romano e per tutto il romanzo ragionerà ed agirà da romano, fino al fatidico gesto per cui è passato alla storia, che al meglio esprime la difficoltà di un impero a governare in terre geograficamente e storicamente così lontane dalla sua realtà. Roma è rappresentata anche dalla moglie di Ponzio Pilato, Claudia Procla, di cui spesso si sottolinea in maniera specifica l’appartenenza al popolo romano, che rappresenta un po’ una sorta di superficie riflettente entro cui il procuratore romano si guarda e si interroga – rimanendo purtuttavia solo con le sue decisioni prese giuste o sbagliate che siano – e alla quale è affidato il ruolo di interpretare il sovrannaturale e l’oltre ragione, attraverso l’espediente narrativo del sogno grazie al quale Claudia mette in guardia Ponzio dal condannare Jehoshua, fornendo il controcanto e il dubbio (e se non fosse andata così?) circa la storia così come ci è stata raccontata.

Enrique Irazoqui ne Il Vangelo seocondo Matteo, Pier Paolo Pasolini, 1964

Nei trenta capitoli si susseguono le narrazioni secondo i punti di vista dei diversi protagonisti, in un movimento circolare della narrazione che pare voler ratificare quanto accaduto: possiamo così leggere la sentenza di Jehoshua secondo Pilato, ma anche secondo il centurione Longino, al quale è affidato il racconto di Gesù in questo momento in maniera maggiormente aderente alla tradizione, ma priva dell’alone di sacralità a cui siamo maggiormente abituati e grazie al quale scopriremo il freddo e macabro rito della crocifissione operato dei Romani.

Il romanzo scopre anche le enigmatiche figure di Barabba e Giuda, immerse nel contesto che deve essere loro appartenuto e sui quali abilmente vengono lasciati dubbi irrisolti; ma il dubbio è parte fondante di tutto il testo narrativo. Dubbio che affligge anche i lettori e fornisce dell’uomo Pilato – insieme alla peculiarità di soffrire d’emicrania, che lo rende più umano di quanto tramandato dai Vangeli – l’immagine di qualcuno maggiormente preoccupato della forma rispetto alla sostanza, sempre all’erta e allarmato sui suoi rapporti con Roma e sull’idea che quest’ultima può avere di lui; Pilato che in chiusura mi piace rappresentare con una frase da lui stesso enunciata, tratta dal capitolo “Parola apocrifa di Jehoshua”: Nella circostanza, il bandito e l’intellettuale si equivalgono, lasciando al lettore la scelta di chi schierare da una o dall’altra parte.

Angela Greco, luglio 2016

– immagini: P.P.Pasolini, Il Vangelo secondo Matteo – dal web –

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Prologo
La villa di Ponzio Pilato
Questa è l’anfora colma di monete di oro zecchino, sbucata fuori dalla terra dall’aratro di un agricoltore a Sovana nei pressi dell’odierna Grosseto. Un mucchio di quattrocentonovantotto monete d’oro che risalgono al periodo a cavallo tra il 420 e il 550 dell’era cristiana.
Chi è stato e perché hanno seppellito quel tesero cosi in superficie, appena sotto uno strato di terra soffice che potevi scavare con le mani? Che cosa è accaduto in quella notte del tardo impero quando i goti di Alarico invasero l’Italia?
Dagli scavi è emerso un frammento, appena una tessera del mosaico di un pavimento di una villa patrizia, e i resti di un incendio, alcune tavole di torba affumicate e null’altro.
Una villa patrizia con gli alloggi del latifondista e dei suoi schiavi, col peristilio in marmo e una piscina contornata di bianche statue e le papere tranquille che affondano nell’acqua torbida … Tutt’intorno, una fortificazione di muro spesso con i guardiani armati in vedetta, sui camminamenti di ronda e sulle torri merlate.
Giungono i barbari, di notte, nel silenzio delle stelle e passano a fil di spada gli abitami colti nel sonno, oltrepassano la cinta e si insinuano nelle stanze della servitù seminando stupri e morte. E giungono sulla soglia della porta a borchie del dominus che tenta una disperata resistenza con la spada in pugno insieme ai soldati sopravvissuti, mentre un fedele suddito sta scavando la buca e depone l’anfora con il tesoro di monete e l’effigie dell’ultimo imperatore.
I barbari sono arrivati e l’impero s’è dissolto come nebbia. E le monete sono qui, giunte fino a noi a duemila anni di distanza. Dopo il futuro e dopo la morte e dopo il tempo. Dopo il Tramonto.

Il carnevale degli uomini di Alfonso Graziano letto da Angela Greco

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Ivan Aivazovsky, Tramonto sul mare (1853)

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Ha compiuto da poco un anno, l’ultima silloge di Alfonso Graziano, nato a Foggia negli anni Sessanta, Il carnevale degli uomini (dell’amore e della morte) edita nel gennaio 2015 da Edizioni Divinafollia (Caravaggio, BG), che subito in copertina riporta alcuni versi dell’autore stesso sul silenzio e sul mare, ovvero l’introspezione e la vastità, in un duale che tutto si ritrova nelle liriche che compongono il libro. Ma anche il sottotitolo “dell’amore e della morte” rimanda ad una realtà duplice, alta materia della miglior tradizione poetica classica, ad una doppia visione della vita attraverso l’oggetto amato, che diviene momento di autoanalisi e confronto. Leggendo le poesie di Alfonso Graziano s’incontrano domande, dubbi, realtà, in un clima di romanticismo e razionalità, senso dello spazio dilatato, come quello della sua terra di Capitanata, con un Io che per la gran parte dei versi procede per negazioni e nel dispiegarsi del testo poetico il punto di vista muta fino ad affermare in chiusura il contrario di quanto detto in apertura.

Alfonso GrazianioScorrendo le pagine de Il carnevale degli uomini (dell’amore e della morte) si notano due diversi modi di lasciare traccia sullo spazio bianco: alcune poesie hanno un rigo bianco tra un verso ed il successivo, mentre altri testi sono scritti con spazio ridotto tra un rigo e l’altro; non sappiamo, se questo sia una scelta puramente casuale o di necessità tipografica, ma è piacevole contemplare questa scelta come un aprirsi e chiudersi del discorso poetico che ben si raccorda al silenzio e al mare di cui in copertina e in apertura; un respiro necessario alla sopravvivenza nel grande clangore del metaforico rito carnascialesco dell’esistenza.

La silloge, le cui varie poesie sono contraddistinte da un numero romano progressivo – scelta che rimanda alla tradizione classica – dopo aver parlato di Eros e Thanatos (ogni uomo desidera la felicità, ma i limiti imposti dalla natura e dalla società spesso gli impediscono di raggiungere la meta, come spiegava Freud), il poeta abbandona la dimensione personale per evadere verso il tema sociale con l’ultima poesia intitolata “Un’altra storia” e che narra della vita di Ahmed, di anni dieci, Nato in una notte di bombardamenti (pag.96), uno dei tanti figli del dramma dell’incontro-scontro delle civiltà d’Oriente e d’Occidente, che ho letto come presagio, forse, di un prossimo lavoro in cui Alfonso Graziano approderà con la sua suadente capacità poetica ad altri temi. (Angela Greco)

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alcune poesie tratte da Il carnevale degli uomini (dell’amore e della morte) di Alfonso Graziano, Edizioni Divinafollia 2015, pagg.97

II (pag.11)

Era solo inchiostro
la nebulosa.
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Parole sporcate
deluse.
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E sgocciolando sul bianco
si tinsero.

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XL (pag.53)

Sei il caso
terribilmente
concreto.
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E questo oscillare
tra gli abissi e i cieli
sfronda
gli alberi all’orizzonte.

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XLIX (pag.62)

Alla pioggia si risponde col silenzio.

Si scava dentro

la goccia il suo tormento.

Il volto, il bacio estremo,

il muto abbraccio di una stella

…alla pioggia si risponde nel silenzio.

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L (pag.63)

Il miserabile, l’abominevole, il mostro.

I pugni chiusi nelle mascelle strette.

Il fuoco, il gas, il tesoro.

Le unghie dentro la carne viva ancora.

Il metallo, il ferro, la ruggine.

Puzza di morte ad oriente,

l’ovest è già morto.

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LXXII (pag.85)

Tra l’amore e la solitudine

fiori gialli.

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Piccole mani

tremanti.

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Pregano le mantidi

prima del sacrificio.

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Tra la solitudine e il poi

l’odore di bruciato

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Alfonso GrazianoAlfonso Graziano è nato a Foggia nel 1962. Laureato in Scienze Politiche economiche a Salerno città a cui è legato dalle origini paterne. Ha pubblicato articoli e poesie su riviste e quotidiani. Dal 2009 ad oggi varie presenze in antologie, l’ultima in Chorastika’ di Limina Mentis editore. All’attivo due sillogi,nel 2012 “Nelle meditate attese” per i tipi di Rupe mutevole e l’ultima di quest’anno “Il carnevale degli uomini” ed. Divinafollia. Ha collaborato con la Fondazione A. Gatto a Salerno e 100mila poeti per i cambiamento.  “Il carnevale degli uomini” ha ricevuto recentemente il premio della giuria al Concorso La città di murex a Firenze. Nella motivazione l’accostamento a Giorgio Caproni e la forte radice novecentista nei suoi versi. E’ uno degli autori che lo scorso 1 dicembre 2015 ha partecipato ad Azione Poetica: atti pratici di poesia, poesia contemporanea a Massafra (TA) incontro ideato e curato da Angela Greco.

Three Stills In the Frame – Selected poems (1986 – 2014) di Giorgio Linguaglossa letto da Angela Greco

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Incontrare la poesia di Giorgio Linguaglossa, partendo da questa antologia suddivisa in tante sezioni, quanti sono i libri di poesia composti dall’autore – edita a metà 2015 da Chelsea Editions e tradotta in inglese da Steven Grieco – che racchiude una scelta dei suoi migliori componimenti, è senza dubbio arduo e non temo di dire spaventevole, poiché ci si ritrova dinnanzi ad un lavoro lungo trent’anni in cui l’autore ha – senza sconti per se stesso, né per il lettore – affrontato una ricerca precisa inerente la sua poetica, ma anche il destino della stessa Poesia sulla scena della contemporaneità. Completamente distaccato dal tipo di poesia consueta – e desueta, non si abbia timore a dirlo – alla quale il lettore italiano è felicemente abituato, Giorgio Linguaglossa tratta la materia “poesia” con un duplice fare: da una parte carezzevole, anche se soltanto nei toni e nell’espressività in apparenza, e dall’altro impietoso, freddo, distaccato tanto da farsi detestare e al contempo ammirare per la lucida razionalità del discorso che fluisce tra i versi e che lega intorno all’argomento filosofia, letteratura, scienza, musica e arte, in un universo preciso costruito, descritto e circoscritto dal suo autore, nel quale egli stesso esiste, ma soltanto per dimostrare che in realtà l’importante in Poesia è che il poeta si dissolva nello spiegarsi dei suoi versi e delle pagine che crea per lasciare in vista soltanto la materia di cui tratta e darle, così, la giusta valenza.

Linguaglossa_2Un atteggiamento che esula dal comportamento non solo poetico a cui spesso assistiamo in questi tempi di facili consensi estranei, se consideriamo i mezzi di diffusione di massa che pure Giorgio Linguaglossa utilizza, ma soltanto per meglio spiegare le sue tesi, il suo pensiero, anche la sua poesia, ma che mai vedono coinvolto il suo Ego, in una gratuità e disponibilità al dialogo e all’accettazione del pensiero altrui, davvero notevoli.

Le quasi cento poesie del testo scorrono, avvincendo come in una narrazione di cui ancor prima di terminare una pagina, si è ansiosi di conoscere la successiva, attraversando in una magnifica capacità immaginativa ricordi e accadimenti, che il tempo ha trasformato in parti, meglio in scene, di quadri, opere teatrali, città d’arte, componimenti di musica a cui si uniscono strade, piazze, ambientazioni e fatti storici, dove protagonisti limati ad arte dall’autore, agiscono per realizzarne il pensiero.

Occorrono competenze notevoli per stare dentro l’opera di Giorgio Linguaglossa e per questo motivo lascio ad altri l’incombenza di penetrarvi dal punto di vista filosofico, storico, critico e letterario; in altro modo servirò il re di Danimarca, mutuando un verso dello stesso autore (dalla sezione Atirev (1986-1988) che, insieme a quella tratta da Paradiso (2000), sono quelle che mi hanno maggiormente affascinato), la mia lettura si limita a presentare una poesia particolare, finalmente moderna per l’Italia, colma di rimandi ad altri grandi Autori stranieri, i quali – come ben ha evidenziato Steven Grieco a Roma, alla presentazione del libro, nello scorso fine ottobre – rivivono in questa poesia e già per questo solo motivo andrebbe letto questo pregevole lavoro bilingue.

Chi è uso cercare nel testo l’autore che lo ha scritto, in questo caso rimarrà abbastanza deluso, poiché tra i versi egli è presente, ma in quello che lui vede o pensa di se stesso, mascherato possiamo dire senza allontanarci dal suo pensiero, visibile, ma ancor meglio invisibile, di cui è rimasta la voce pensante e di cui non vuole che al lettore giunga nulla di più del suo lavoro sulla cosa poetica, quella da consegnare al domani, quella che per lui è importante oggi. Lo si sente ridere tra le pagine, l’autore, per poi essere completamente altrove, in un altro mondo, come mi è sembrato essere accaduto anche alla presentazione di questo libro: dopo l’esposizione del convenuto, ecco che il pensiero prendeva il sopravvento e Giorgio Linguaglossa elaborava il sentito, cambiando l’espressione del volto ed estraniandosi, lasciandomi abbastanza perplessa su come si potesse essere lì ed altrove al contempo.

Ecco, la sua poesia è simile: verso dopo verso pare portare il lettore verso un punto, che poi si apre in un’altra scena e poi in un’altra e, senza mai perdere di vista il momento e il movimento iniziale, porta dopo porta dal centro evade fino al tutto, fino all’oltre, fino ad estenuarti di domande e a regalarti un gran bel mal di testa anche se proficuo, prolifero, utile, impensato ed impensabile. Giorgio Linguaglossa nella sua poesia è presente, ma occorre saperlo vedere soprattutto nelle sue sparizioni, dietro i suoi personaggi, nel futuro, nel ‘non adesso’, perché consapevole che il presente non è già più tale solo a nominarlo, perché già altrove, come nella bella fotografia della copertina, dove compaiono due persone (i genitori) e lui è il terzo elemento del titolo che ancora deve venire.

Three Stills In the Frame – Selected poems (1986 – 2014), traduzione di Tre fotogrammi nella cornice – poesie scelte (1986 – 2014), è uno scrigno di domande, di spunti di riflessione, di percorsi, di incontri, di scontri, di cielo e terra, magistralmente racchiusi nella cornice Giorgio Linguaglossa, abile maestro di pensiero e poesia sul quale diventa difficile anche smettere di scrivere a riguardo… (Angela Greco)

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due poesie da Three Stills In the Frame – Selected poems (1986 – 2014) di Giorgio Linguaglossa

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da Atirev (ovvero, l’anagramma della verità) (1986-1988)

…. narro la storia di Amleto che vive
una vita propria, fuori del dramma, di
come la lethargia lo colpì nel rigoglio
del magma e della follia simulata:
trama inscritta in uno specchio convesso
che deforma un dramma più antico:
l’assassinio di Gonzago che riproduce
con esattezza le circostanze del delitto,
del pescivendolo che copula con la baldracca
e dell’adulterio della mia regina,
del giusto Laerte, ignaro strumento
nelle mani del destino e del teschio
di Yorick il buffone del re.
Assistere alla commedia assorti, a guisa
di erranti in un bosco al chiaro di luna
nell’oscuro fogliame, fuggevoli
come ombre nel sonno.
Kindernacht. Spavento di bambini.
Ah, il teschio di Yorick e il cadavere del re
preamboli del dramma… oh, azzurri anni spirituali!,
il diletto del delitto, ordigno attillato al mio abito, e l’inferno
è sicuro… E l’ossequio dei cortigiani
blasfemi al guinzaglio di un cane vestito da re,
il pallore del mio volto sul quale affiorano nuvole,
il battimani di capestri…
Tutto è regolare, un ingranaggio infantile,
ruote dentate che mordono Issione il figlio del sole!
In fin dei conti, proveniamo tutti da un grande delitto,
teschio di Yorick buffone del re!,
tutti irretiti in un medesimo delitto,
teschio di Yorick buffone del re!

(pag.24)

 .

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da Paradiso (2000)

Città assediata. Un ariete percuote la porta di ferro.
Soldati crollano in nere armature. Un vento gelido.
Un’onda percorre a ritroso la Storia.
Un angelo gobbo appare sulla soglia. Piange.
«Sei tu l’angelo eletto, sei venuto ad annunciare la discordia?
Guarda, la tomba è vuota, la resurrezione non è avvenuta».
…………………………………………………………………………..
Fruscio di imposte. Le tende scosse dal vento del Nord.
Il Tempo si muove. All’indietro è più chiaro lo svolgimento,
gli snodi.
Le navi sono partite. Siracusa è presa.
Una colomba porta la buona novella.
Un palazzo in una città del ventunesimo secolo.
Lampadario illumina, telefono squilla,
una bambina piange. Ali crescono sulle spalle della bambina.
Interno domestico. Una donna nuda davanti allo specchio
si spalma il rossetto sulle labbra, sorride
e guarda il suo bambino.
…………………………………………………………………………..
Fruscio di palpebre. Due mele di sonno
ha il secolo sovrano. Due funamboli, Bim e Bom
si scambiano il testimone.
Fascio di scintille di trolley di tram in corsa.
Città lituana. Dal buio esce l’angelo gobbo
che annuncia il male e si inginocchia.

(pag.118)

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da Three Stills In the Frame 

dello stesso autore in questo blog: qui  e qui

ph.AnGre - Trastevere 23 ottobre 2015 -Steven Grieco Giorgio Linguaglossa Giulia Perroni
ph.AnGre – Trastevere, 23 ottobre 2015, da sinistra: Steven Grieco, Giorgio Linguaglossa, Giulia Perroni.