Giacomo Balla, pittura che evoca fotografia: Affetti e Il ritratto della madre – sassi d’arte

Giacomo Balla, Affetti (1910)

Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma

*

…….”…..“Nel Trittico degli affetti il colore si asciuga, risparmia per non disperdere l’energia dolce del viso di donna e della bambina, come per contemplarne senza impedimenti la soavità del tratto, un olio su tela, che regala venature evanescenti da pastello. Un bianco e nero e una perizia chiaroscurale che sembrano riflettere uno studio da camera ottica.” (da artribune.com)

“Affetti” fa parte del consistente nucleo di opere di Giacomo Balla giunte nelle collezioni della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma per l’illuminata generosità delle figlie dell’artista verso il museo, comprendente 35 dipinti donati da Elica e Luce Balla nel 1984 (pratica definita nel 1988).

Giacomo Balla nasce a Torino nel 1871, dove frequenta l’Accademia delle Belle Arti e si trasferisce a Roma nel 1895, dove morirà nel 1958. Lascia la città natale, che forse gli appariva ancora troppo provinciale per le sue frenesie, ma che per prima gli aveva fatto assaporare, attraverso l’incontro con Giuseppe Pellizza da Volpedo, l’autore del “Quarto stato”, la fantasia cromatica del pointillisme accanto alla fascinazione per la fotografia e arriva a  Roma carico di entusiasmo pittorico grazie al quale riesce a fondere, in perfetta armonia, queste due componenti con un’arte in cui i tagli arditi in chiave fotografica della scena venivano nobilitati dalla tecnica virtuosistica del divisionismo. Un’impostazione, che verrà acuita soprattutto col suo soggiorno parigino, di quasi un anno, nel 1900, che gli farà conoscere da vicino la ricerca impressionista e post-impressionista. Al suo ritorno, a differenza dei suoi maestri ideali come Segantini e Previati, non ci sarà aspirazione a un simbolismo quasi mistico nell’uso della tecnica divisionista, quanto piuttosto scientifico e strumentale.

Balla fu subito attratto da temi di carattere più intimo e domestico, ma soprattutto sociale, da soggetti borderline, da quelli che lui stesso chiamava “gli esclusi”, come dimostrano “La Madre”, opera monumentale del 1901, “Agave sul mare” del 1905 o “Elisa sulla porta” del 1904 e, ancora, “Affetti” del 1910 e lo spettacolare affaccio sulla sua amata “Villa Borghese – Parco dei Daini” del 1910, così come “La giornata dell’operaio” del 1904.

Fu nel suo studio di Roma che le sue ricerche sul divisionismo sedussero due suoi giovani allievi, Umberto Boccioni e Gino Severini, che a loro volta lo introdussero alla corte di Marinetti e del futurismo che andava concependo. Sempre a Roma, in un ambito culturale partecipe del socialismo umanitario e del positivismo scientifico, affronterà tematiche come il paesaggio urbano e le condizioni umane (ciclo Dei viventi19021905), con un linguaggio che trae elementi dal verismo, dal liberty e dal neoimpressionismo. Artista poliedrico ed esponente di primo piano del Futurismo e del divisionismo italiano, Balla è l’abbraccio delle forme, la scomposizione della luce e dei colori, la potenza delle linee dinamiche, il commovente realismo degli affetti familiari e del paesaggio romano.

La luce ha animato sin dagli inizi la sua ricerca, talvolta divenendo quasi un assillo. Luce, come possibilità e sperimentazione, concetto trasmessogli dal padre, fotografo dilettante, e da lui perfezionato, frequentando, come già detto, quello studio torinese artefice dell’incontro con Pellizza da Volpedo, in piena fase divisionista. E proprio l’esperienza del divisionismo d’ispirazione umanitaria di quest’ultimo lascerà un’impronta indelebile sullo stile di Giacomo Balla; esperienza, che egli arricchirà con una personalissima scomposizione cromatica e con tecniche ed elementi mutuati dalla fotografia particolarmente evidenti nel trittico Affetti (1910), in cui l’artista sperimenta una sorta di bianco e nero fotografico e la frammentazione in fotogrammi di un unico spazio, con trasparenze quasi con effetto “flou” (ricordiamo che l’effetto flou, detto anche soft focus, è un particolare tipo di effetto in fotografia, che consiste nel ridurre i contrasti dell’immagine, senza sfocare, ottenendo una diffusione delle alte luci con una minima invasione delle zone d’ombra).

La produzione pittorica di Giacomo Balla a Roma, nei primi anni del secolo, indirizza lo svolgimento della ricerca artistica italiana verso interessi nuovi, più vicini alla cultura tecnica e alla sensibilità sperimentale della società industriale. Tale esercizio influenzerà ampiamente artisti più giovani, come Boccioni, Severini e Sironi, la cui attività nel secondo decennio del Novecento darà importanti contributi al Futurismo; lo stesso Giacomo Balla si farà coinvolgere dal movimento Futurista procurando importanti esiti. Giacomo Balla, poi, dal periodo spiritualista dei primi anni ’20 – ravvisabile in Trasformazione forme-spiriti (1918) – passerà ad un convinto ritorno alla figuratività nei suoi ultimi anni. Una produzione, quest’ultima, troppo spesso interpretata dalla critica come una fase di perdita di creatività rispetto alla ben più celebrata stagione futurista e, pertanto, ingiustamente ignorata o comunque sottostimata. Si tratta, invece, di un momento fondamentale nell’esperienza artistica di Balla, che ha sempre attribuito immenso valore e significato al realismo: “l’arte pura è nell’assoluto realismo, senza il quale si cade in forme decorative e ornamentali”, scriveva il maestro in una lettera. Ad ispirare i dipinti di questo periodo sono principalmente i ritratti familiari ed i suggestivi paesaggi di Roma, dove Balla si era trasferito alla fine dell’800.

La ricercatezza delle inquadrature e delle pose dei soggetti nei ritratti ricorda ancora una volta quella tipica delle fotografie, con effetti di eccezionale modernità stilistica e riporta alle origini dell’attività pittorica di Balla , che nel 1901 dipinge Il ritratto della madre (foto in chiusura), un pastello e tempera su carta di grande formato (cm 119×93), custodito anch’esso presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, dove inusitato risulta il taglio ravvicinato scelto: infatti, il volto della madre di Balla è inquadrato così da vicino come un pittore non avrebbe mai fatto; una simile scelta è frutto delle sperimentazioni in cui Giacomo Balla è coinvolto in quel tempo e che accompagnano la sua intera carriera. Tale produzione, come attesta anche il dipinto intitolato Salutando del 1908, è costituita da opere che rivelano un realismo a prima vista sconvolgente. Si presentano infatti come dipinti anzitutto per le grandi dimensioni, ma mostrano i loro soggetti con un taglio dell’immagine e un’attenzione ai particolari tipici della fotografia: assomigliano più a riprese obiettive di porzioni di realtà che a rappresentazioni pittoriche.

Estremamente affascinante è questa interpretazione della figura materna che ci propone un segmento di vita di una donna nella vecchiaia dove la possibile bellezza è sfiorita, l’esperienza ha solcato il volto, le labbra si serrano e lo sguardo racconta. Si tratta di un ritratto reale e psicologico. Anche gli effetti di luce simulano i caratteri della registrazione fotografica amplificando, mediante i contrasti, le sollecitazioni emozionali provocate nell’osservatore.

(tratti ed adattati da vari articoli di repubblica.it, arte.it, romatoday.it, newsartecultura.it e iowebbo.it, che si ringraziano)