Agosto – autori vari

AGOSTO, autori vari 

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Mese di pendole immobili (in agosto è lesta
solo la mosca nella brocca secca).
Sui quadranti si incrociano le cifre
come fari antiaerei in cerca di un serafino.
Mese di tende abbassate, di sedie con le foderine,
del tuo doppio sudato che guarda dallo specchio,
di api che dimenticano l’ordine delle celle
e vanno al mare a spalmarsi di miele.
[Josif Brodskij]

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Il cielo tra gli ibischi, ormai ci vedo poco ma pare un indaco, un colore non so che, corruttibile al viola, blasfemia buttata lì, con l’indecenza di un dopopranzo, contro il cielo d’agosto.
Agosto è arrivato anche quest’anno, il mese che se fosse ancora luglio, in reprise, sarebbe stato meglio. Che mese è agosto? Un mese sospeso, un mese per dire, un mese mancato, socchiuso, con una strana sorte, di fine stagione in piena stagione. È quel taglio sulla fettuccia dell’anno, il traguardo di una presa in giro, la frana di sabbia d’una duna caldissima, improvvisa, quell’imminenza di tragedia che colpirà tutti o solo me, che è uguale. Agosto è una disgrazia in festa, il mese glorioso delle genti esauste, fiere in ferie, luna leonessa nel solleone, felidi ed efelidi del cielo, perseidi nella notte, il mese dei desideri così lenti ad esprimersi, così in ritardo, così impossibili, su veloci destini segnati, cadenti e traccianti.
Agosto, inesorabile, senza un perché e un percome, un percoco. [Angelo Bruno]

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Una notte di agosto, di quelle agitate da un vento tiepido e tempestoso, camminavamo sul marciapiede indugiando e scambiando rade parole. Il vento che ci faceva carezze improvvise, m’impresse su guance e labbra un’ondata odorosa, poi continuò i suoi mulinelli tra le foglie già secche del viale. Ora, non so se quel tepore sapesse di donna o di foglie estive, ma il cuore mi traboccò improvvisamente, tanto che mi fermai. [Cesare Pavese]

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Un’incoerenza, un obbligo da assolvere, un recinto di sabbie mobili, che, se non fosse per qualche stella a cui teniamo e a cui ci teniamo, potrebbe sparire tra i grani di una clessidra o sparire e basta. Intrappolati in questo irreversibile agosto, stretto nella nullità di giorni senza segni particolari, stride un malcontento d’insaputa origine o, forse, di fin troppo nota inoperosa disposizione a non poter mutare nulla. L’incertezza s’addensa dall’uno al trentuno e il riposo è spina e nebbia nonostante la convenzione. Reduci degli inizi, si calpestano vicendevolmente mattini e pensieri, increduli e dimentichi d’altre realtà accartocciate in incompiuti rimandi, sospesi tra muri privi di tetti. La precisione d’uno sformato di verdure parla dell’attenzione che altrove sfugge. Di questo inferno rimarrà il solito superstite, che racconterà la solita versione. Agosto ha troppi specchi per non riflettere. [Angela Greco]

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Ricordai agosto, quelle sere lunghe e attonite in cui ci lasciavamo morire sotto il peso dell’ora, con i vestiti appiccicati al corpo per il sudore, mentre sentivamo fuori il ronzio insistente e sordo dell’ora che mai trascorreva. [Gabriel Garcia Marquez]

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Agosto,
controluce a tramonti
di pesca e zucchero
e il sole dentro la sera
come il nocciolo nel frutto.
La pannocchia serba intatto
il suo riso giallo e duro.
Agosto.
I bambini mangiano
pane scuro e saporita luna.
[Federico Garcia Lorca]

(in apertura,opera di Paul Klee – i testi, per i quali si ringrazia, sono tratti dal web.) 

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Il sasso nello stagno di AnGre vi dà appuntamento al 17 agosto. Sereni giorni a tutti!!

Ferragosto, perché? Curiosità sul 15 agosto tra sacro e profano

Il Ferragosto è una festività di origine antichissima – nella Roma imperiale denominata Feriae Augusti – modernamente celebrata il 15 agosto in Italia e nella Repubblica di San Marino. Il giorno di Ferragosto è tradizionalmente dedicato alle gite fuori porta con lauti pranzi al sacco e, data la calura stagionale, a rinfrescanti bagni in acque marine, fluviali o lacustri. Molto diffuso anche l’esodo verso le località montane o collinari, in cerca di refrigerio.

Il termine Ferragosto deriva dalla locuzione latina Feriae Augusti (riposo di Augusto) indicante una festività istituita dall’imperatore Augusto nel 18 a.C. che si aggiungeva alle già esistenti festività cadenti nello stesso mese, come i Vinalia rustica, i Nemoralia o i Consualia. Era un periodo di riposo e di festeggiamenti che traeva origine dalla tradizione dei Consualia, feste che celebravano la fine dei lavori agricoli, dedicate a Conso che, nella religione romana, era il dio della terra e della fertilità. L’antico Ferragosto, oltre agli evidenti fini di auto-promozione politica, aveva lo scopo di collegare le principali festività agostane per fornire un adeguato periodo di riposo, anche detto Augustali, necessario dopo le grandi fatiche profuse durante le settimane precedenti.

Nel corso dei festeggiamenti, in tutto l’impero si organizzavano corse di cavalli e gli animali da tiro, buoi, asini e muli, venivano dispensati dal lavoro e agghindati con fiori. La denominazione “Palio” deriva dal “pallium”, il drappo di stoffa pregiata che era il consueto premio per i vincitori delle corse di cavalli nell’Antica Roma. In occasione del Ferragosto i lavoratori porgevano auguri ai padroni, ottenendo in cambio una mancia: l’usanza si radicò fortemente, tanto che in età rinascimentale fu resa obbligatoria nello Stato Pontificio. La festa originariamente cadeva il 1º agosto. Lo spostamento si deve alla Chiesa Cattolica, che volle far coincidere la ricorrenza laica con la festa religiosa dell’Assunzione di Maria.

La tradizione popolare della gita turistica di Ferragosto nasce durante il ventennio fascista. A partire dalla seconda metà degli anni venti, nel periodo ferragostano il regime organizzava, attraverso le associazioni dopolavoristiche delle varie corporazioni, centinaia di gite popolari, grazie all’istituzione dei “Treni popolari di Ferragosto”, con prezzi fortemente scontati. L’iniziativa offriva la possibilità anche alle classi sociali meno abbienti di visitare le città italiane o di raggiungere le località marine o montane. L’offerta era limitata ai giorni 13, 14 e 15 agosto e comprendeva le due formule della “Gita di un sol giorno”, nel raggio di circa 50-100 km, e della “Gita dei tre giorni” con raggio di circa 100–200 km. Durante queste gite popolari la maggior parte delle famiglie italiane ebbe per la prima volta la possibilità di vedere con i propri occhi il mare, la montagna e le città d’arte. Nondimeno, dato che le gite non prevedevano il vitto, nacque anche la collegata tradizione del pranzo al sacco.

Note d’arte

§ L’immagine d’apertura e la prima a sinistra ritraggono la statua di Augusto di via Labicana, conservata presso il Museo Nazionale Romano (palazzo Massimo alle Terme), in Roma. E’un ritratto dell’Imperatore Augusto a figura intera, a tutto tondo, in marmo, alta 207 cm. Deve il suo nome alla zona dove venne scavata alle pendici del colle Oppio, in via Labicana appunto. L’imperatore è ritratto a capo coperto nelle vesti di pontefice massimo. La statua è conservata al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme a Roma. La statua che ci è pervenuta è una copia di età tiberiana di un ritratto dell’imperatore eseguito alla fine del I secolo a.C. o all’inizio del I d.C. I tratti somatici piuttosto emaciati infatti suggerirebbero la realizzazione negli ultimi anni di vita, con i segni già visibili della malattia e della stanchezza. Si tratta del più importante ritratto augusteo di questo periodo “finale”, tra i pochi trovati a Roma. Il capite velato è dovuto alla funzione di pontifex maximus dell’imperatore: il braccio destro, spezzato, aveva probabilmente in mano una patera, piatto rituale per lo spargimento di vino durante un sacrificio. La testa venne scolpita a parte, da uno specialista.

§ Tra le varie rappresentazioni della Beata Vergine Assunta in cielo, quella proposta nella terza immagine è l’Assunta di Tiziano, un dipinto a olio su tavola, databile al 1516-1518 e conservato nella basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari a Venezia, dove decora, oggi come allora, l’altare centrale. Indiscutibile e straordinario capolavoro dell’artista, fu un’opera così innovativa da lasciare attoniti i contemporanei, consacrando definitivamente Tiziano, allora poco più che trentenne, nell’Olimpo dei grandi maestri del Rinascimento. L’artista si cimentò nello stesso soggetto nel 1535 dipingendo l’Assunzione della Vergine per il Duomo di Verona, dove si nota un mutato linguaggio pittorico.

L’opera fu commissionata a Tiziano dai francescani del convento dei Frari come pala d’altare e rivela la volontà del pittore di rinnovare il modo di concepire l’impostazione compositiva dei dipinti destinati agli altari. L’innovazione, rispetto alla pittura sacra veneziana dell’epoca, fu di una tale portata che i committenti rimasero sconcertati. I frati stavano infatti per rifiutarla, se non fosse stato per l’ambasciatore austriaco, emissario dell’imperatore Carlo V, che si offrì di acquistarla, riconoscendone e facendone riconoscere quindi il valore. Creò scandalo tra i pittori della Laguna, che faticarono ad accogliere il decisivo passo in avanti rispetto alla quieta e pacata tradizione precedente. Nel risultato finale Tiziano riuscì a fondere molteplici livelli di lettura: la celebrazione del patriziato veneziano, finanziatore della pala, la manifestazione degli indirizzi teologici dei Francescani, legati al tema dell’Immacolata Concezione, e risvolti politici, con il trionfo mariano leggibile come la vittoria di Venezia contro la lega di Cambrai, conclusasi con il trattato di Noyon del 1516 e il ri-ottenimento di tutti i territori sulla terraferma. In seguito alle soppressioni napoleoniche, fu tenuta in deposito alle Gallerie dell’Accademia per un secolo, dal 1818 al 1919. Fuori dalla sua sede naturale, fece tra l’altro da sfondo alle celebrazioni funebri di Canova.

Il soggetto dell’assunzione della Vergine, cioè della salita in cielo di Maria al cospetto degli Apostoli, accolta in paradiso, venne risolto in maniera innovativa: scomparso il tradizionale sarcofago di Maria, e quindi i riferimenti alla morte, tutto si concentra sul moto ascensionale di Maria, sulla sfolgorante apparizione divina e sullo sconcerto creato da tale visione. I momenti dell’assunzione e dell’incoronazione sono accostati con originalità. I tre registri sovrapposti (gli Apostoli in basso, Maria trasportata su una nube spinta da angeli al centro e Dio Padre tra angeli in alto) sono collegati da un continuo rimando di sguardi, gesti e linee di forza, evitando però qualsiasi schematismo geometrico.

§ L’ultima opera, in basso al centro, è Lizzana, di Fortunato Depero (Casa Depero a Rovereto), del 1923; tarsia in panno, misura 170×170 cm. Trasformata quasi in un giocattolo, protagonista dell’immagine è la chiesetta di Lizzana, piccolo borgo nei pressi di Rovereto. Guidato sempre dallo spirito di “ricostruzione futurista dell’universo”, qui Depero sembra voler dimostrare come anche l’architettura e il paesaggio alpestri possano prestarsi a una visione assolutamente ludica e scenografica. Scale, parapetti, piani inclinati, campanili, così come boschi, piante e animali domestici, tutto il panorama è pervaso da una festa incessante di colori. Per mezzo di nette e coloratissime campiture geometrizzate, anche la vita del paesino montano appare qui ridente e serena, quasi come in un’assolata località mediterranea. Considerando l’altra grande anticipazione di Depero, ovvero l’arte pubblicitaria, forse questa immagine potrebbe essere ancora oggi una delle più efficaci nella promozione turistica del territorio trentino.

notizie edimmagini dal web; fonti: Wikipedia e museali36 pdf su Depero

Vincent van Gogh, La notte stellata – sassi d’arte

Vincent Van Gogh, La nuit étoilée – La notte stellata, 1888

dipinto in Arles, olio su tela, cm 72,5 x 92 – Musée d’Orsay, Paris, France

© RMN-Grand Palais (Musée d’Orsay) / Hervé Lewandowski

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Sin dal suo arrivo ad Arles, l’8 febbraio 1888, la rappresentazione degli “effetti di notte” diventa una preoccupazione costante per Van Gogh. Nell’aprile del 1888, l’artista scrive al fratello Théo: “Mi occorre una notte stellata con dei cipressi o, forse, sopra un campo di grano maturo”. A giugno, così confida al pittore Emile Bernard: “Quando mai riuscirò a dipingere un Cielo stellato, un quadro che, da sempre, occupa i miei pensieri ” e a settembre, in una lettera alla sorella, torna sullo argomento: “Spesso, ho l’impressione che la notte sia più ricca di colori se paragonata al giorno”. In quello stesso mese di settembre, van Gogh realizza finalmente questo progetto diventato per lui irrinunciabile.

In un primo tempo dipinge un angolo di cielo notturno nella terrazza di un caffè sulla piazza centrale ad Arles (Otterlo, Rijksmuseum Kröller-Muller). Quindi, questa veduta del Rodano in cui l’artista riproduce in modo esemplare i colori che percepisce nell’oscurità. La tonalità dominante è il blu in varie sfumature: di Prussia, oltremare o cobalto. Le luci della città brillano di un arancio intenso e si riflettono nell’acqua. Le stelle risplendono come pietre preziose.

A distanza di qualche mese, subito dopo il suo internamento nell’ospedale psichiatrico, Van Gogh dipinge un’altra versione dello stesso soggetto: Il Cielo stellato (New York, MoMA – qui sotto), in cui si esprime in tutta la sua virulenza la sua personalità disturbata. Gli alberi assumono le stesse fattezze delle fiamme mentre il cielo e le stelle volteggiano in una visione cosmica. Nel dipinto La notte stellata, custodito presso il museo d’Orsay, la presenza di una coppia di innamorati sulla parte bassa della tela accresce l’atmosfera di grande serenità dell’opera.

[fonte: sito del Musée d’Orsay]

Angela Greco, un inedito con commento di Giorgio Linguaglossa

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“Dopo il futuro e dopo la morte e dopo il tempo”
(Giorgio Linguaglossa, «Ponzio Pilato»)

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«Vivi nella parola non detta
quella che impronunciata esula dal vocabolario».
La voce acquea del maestro ha sfumatura d’oboe
e le sue dita una ad una percorrono tasti e spazi;
«La notte pericolosa di Istanbul delle tue mani
s’insinua come lo stiletto dei suoi minareti
nella mia mancata comprensione».
Lei conosce bene e teme quella malia.

L’atto creativo è una vicinanza erotica,
il ritrovarsi dopo l’invadenza del vento.
L’infedeltà scopre la parola
e la piega ad una volontà superiore
fuori dall’orbita solare, verso il buio ignoto.

«Siamo echi di precedenti sistemi solari
– sussurra all’orecchio di lei, il maestro –
onde di ritorno di antiche maree,
pezzi di umanità che ci illudiamo di governare.

Ogni volta che fermiamo un attimo sul bianco
siamo intere costellazioni in movimento
perseguitate dall’assenza».

(Angela Greco)

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Un colloquio silenzioso fatto di sguardi e di ammiccamenti tra il maestro e l’allieva, nel solco della poesia di pensiero. Una sorta di peripato, forse c’è un peristilio e un mosaico sopra il quale si cammina e si discetta di filosofia, dove si insegna a vivere e a morire. In fin dei conti, si può insegnare la vita come si può insegnare la morte, diceva il filosofo cirenaico Egesia.

Questa poesia (che fa parte di una raccolta ancora inedita) ha risonanza, c’è uno scarto simbolico tra ciò che la poesia dice e ciò che la poesia non può dire o vorrebbe dire; in questo modo si crea la significazione, in questo scarto, in questa distanza o differenza. Una poesia troppo detta, troppo vicina al referente, perde questa salutare distanza e resta sulla soglia della comunicazione in modo parassitario. Vive cioè come un parassita a scapito della comunicazione. Ma così facendo, muore. L’apertura dei finali delle poesie serve anche a questo, a legare una poesia all’altra in un filo di discorso che non si apre e non si chiude.

(Giorgio Linguaglossa)

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Approfondimento – L’immagine d’apertura è la fotografia di uno dei mosaici ritrovati nella Domus del chirurgo a Rimini. L’area è estesa su 700 mq, comprende diverse costruzioni, di cui la più interessante è la cosiddetta Domus del Chirurgo. Si tratta dei resti di un’antica domus romana risalente al II secolo d.C. Lo scavo ha portato alla luce anche altre strutture di rilievo: resti di una abitazione tardo imperiale, tracce di un insediamento altomedievale econ un grande sepolcreto sottostante che evidenziano una notevole stratificazione storica.
Di notevole importanza è il gran numero di reperti e mosaici ritrovati all’interno: ben conservati, hanno permesso una fedele ricostruzione della casa e dell’identità del proprietario, oltre a far luce su un passato affascinante. Il reperto forse più eccezionale è una collezione di ben 150 strumenti chirurgici che non hanno lasciato dubbi circa l’identità del padrone di casa: un medico. Pare che Eutyches, questo il suo nome, provenisse da ambienti ellenici e, come spesso accadeva nell’antichità, si fosse poi formato sui campi di battaglia. In effetti, gli strumenti ritrovati venivano usati soprattutto per traumi ossei e ferite, lasciando immaginare che Eutyches fosse un medico militare. ( notizie tratte dal sito www.domusrimini.com )

 

Giorgio Linguaglossa, un inedito da Il tedio di dio (viaggio nel paese delle ombre)

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Giorgio Linguaglossa, un inedito da “Il tedio di dio (viaggio nel paese delle ombre)” 

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Io, Zosimo
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Fu al tempo di Cirillo, vescovo di Alessandria.
Ormai, penso con recrudescenza a quelle vicende lontane.
I parabolani presero Ipazia in strada e la squartarono viva,
poi appiccarono il fuoco alla Biblioteca.
Presero a perseguitare i pagani ovunque si trovassero,
perché, dicevano, «C’è un unico pensiero, il pensiero di Dio,
agli uomini sia sufficiente quello», così
almanaccavano quei fanatici.
Io, Zosimo, portai con me, celati sotto la tunica
quanti più rotoli potei, e li nascosi in una madia segreta:
gli studi sulle orbite dei pianeti di Ipazia
e altre formule incomprensibili.
Fu allora che mi abituai al silenzio delle parole,
nascondevo con sospetto le parole ricche di senso
come cose perdute e dimenticate.
Così, avvenne che un giorno la lingua si stancò di essere lingua.
Se ne andò per i fatti suoi. Scomparve.
Io mi vergognavo a dire che ero rimasto senza lingua,
che non potevo più parlare.
Fu a quel tempo che presi a tossire.
Segnalavo la mia presenza con dei colpi di tosse,
dei singulti rauchi.
Nel frattempo, cercavo la lingua: di qua, di là,
di sotto, di su. Mi chiedevo:
«Ma dove s’è cacciata quella maledetta lingua?».
Alla fine, dovetti imparare a stare senza lingua,
ad emettere dei borborigmi, anche con mia moglie
e i miei figli, ad esprimermi con dei sibili,
dei fischi, dei cenni del capo…
E il bello era che essi mi capivano perfettamente,
non si accorsero mai che fossi rimasto privo di lingua.
Fu così che mi abituai a quel mio strano abisso.
«Dopotutto – mi dissi – è una condizione infausta
che ha però i suoi vantaggi».
Ben presto mi dimenticai della cosa.
E non ci pensai più.
Dimenticai perfino che un tempo
avevo avuto una lingua che si muoveva oscenamente
nella mia bocca.
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giorgiolinguaglossa 23 ottobre 2015 RomaGiorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma. Nel 1992 pubblica Uccelli e nel 2000 Paradiso. Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi tra cui Nelly Sachs e alcune poesie di Georg Trakl. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dal 1997 dirigerà fino al 2005. Nel 1995 firma con Giuseppe Pedota, Lisa Stace, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di «Poiesis». È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte. Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto. Nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo», Passigli, Firenze. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980 – 2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio PilatoMimesis, Milano Nel 2011, sempre per le edizioni EdiLet di Roma pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000 – 2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze. Nel 2015 escono La filosofia del tè (Istruzioni sull’uso dell’autenticità) Ensemble, Roma, e Three Stills in the Frame Selected poems (1986-2014) Chelsea Editions, New York. Nel 2016 pubblica il romanzo 248 giorni con Achille e la Tartaruga. Ha fondato la Rivista Letteraria Internazionale lombradelleparole.wordpress.com  – Sito personale:: http://www.giorgiolinguaglossa.com ;  e-mail: glinguaglossa@gmail.com

 

Angelo Maria Ripellino, due poesie da Notizie dal diluvio

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E poiché siete stato così malaccorto
da ascoltare alcune poesie,
entrate nei miei versi, Lorenzo.
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Ho paura di andare da solo, ho paura
dei venditori di elisiri e di baròmetri,
degli uomini in càmice. Ho paura, mio Dio,
di muovermi in mezzo a cataste di uccisi, di udire il delirio
di gente scampata ai massacri di Scio.
Ho paura di attraversare villaggi distrutti
dalle spalle demoniche della Terra,
dei suoi esiziali singulti,
di giungere al cratere in cui riposa,
con lo scialle nero da indovina,
raggomitolata come un gufo,
una brutta ragazza lentigginosa,
dagli occhi storti, gialli occhi di tufo,
un’ossessa innocente, che ha nome Gibellina.
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Sui calici freddi lingueggiano azzurre fiammelle.
Mentre tu ti abbandoni a questa mia diavolesca,
a questo banale tentativo di fuga,
chissà quali piante crescono sul Chimborazo
e quali navi sussultano nella tempesta
e che pensa la Cina.
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Irrompe uno scherzo di Mahler dall’índaco
dell’immensa notte febbrile. Sparviero, fortissimo,
insidioso, incapace di consolarci.
Eppure è bello, amore, stanotte
spostarsi nel cosmo, parlare del Chimborazo.
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Angelo Maria Ripellino, Notizie dal diluvio \ Sinfonietta \ Lo splendido violino verde, Einaudi

Angela Greco, un inedito con un commento di Giorgio Linguaglossa

penna e calamaio

“E non importa \ se in esso non c’è mano, e non c’è viso, né il suo ovale.
La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo \ che sulla terra è esistita una volta”
(Iosif Brodskij, da “Poesie Italiane/Elegie romane”)
§
“[…] la poesia è sempre un atto di anacronismo.”
(Giorgio Linguaglossa, da un commento su L’Ombra delle Parole)
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Stamattina ho trovato la contraddizione che ti racconta.
Non ci sei, non ci sono le tue mani e non c’è il tuo volto
eppure sei qui tra questi righi che riempiono lo spazio.
Nell’atto stesso del pensare alle tue mani che altrove
si muovono, sei tu nel momento del riunirsi dei grafemi
e prendi corpo. Allora esisti anche dopo il punto e il buio.

Centottantasette giorni di discesa per ritrovare la strada:
il dito segna pagina ventinove e fiori destano il mio giardino
oltre la resina opaca di polvere la casa è ancora la stessa.
Mi guardi anche dopo le ultime pagine – che aspettano
fremendo di Jonio travolto dello scirocco – e ti chiamo.
Tu rispondi che la poesia è sempre un atto di anacronismo.
Sono certa che questo non è il nostro primo incontro
e così torno a scrivere.

(Angela Greco)

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Sono convinto che la poesia sia un atto di anacronismo, uno scritto che si rivolge ad un destinatario ignoto in una lingua ignota, ignota proprio perché da tutti parlata quotidianamente. Poi, in una poesia ci devi mettere soltanto quelle cose che quella Lingua può ospitare, e non altre, perché altrimenti suonerebbe falsa, avrebbe un tinnire di metallo fesso, impuro. La Lingua dell’anacronismo è molto elitaria, selettiva, la Musa non accetta di buon grado le poetiche posticce, i grafemi di uso corrente, i lemmi desueti o paritari, quel discorso che non ha fatto anticamera. In fin dei conti, la poesia è un atto di disparità, di dissimmetria, è un sistema segretamente instabile – altro ché l’armonia di cui parlava la filosofia estetica del Croce! – il suo segreto sta lì, in quell’atto che reca la dissimmetria e l’anacronismo.

Angela Greco sceglie la linea «elegiaca» senza elegia, un verso ampio di origine narrativa, tenta di ribaltare la linea elegiaca mettendo in scena tematiche alte: il doppio, il traslato, il simbolico senza simbolo, il simbolo senza simbolico, la de-territorializzazione dell’io e la confezione di una «poesia del negativo». Un inizio promettente.

(Giorgio Linguaglossa)

Una visita virtuale alla pinacoteca di Brera – sassi d’arte

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Museo di statura internazionale, la Pinacoteca di Brera di Milano nacque a fianco dell’Accademia di Belle Arti, voluta da Maria Teresa d’Austria nel 1776, con finalità didattiche. Doveva infatti costituire una collezione di opere esemplari, destinate alla formazione degli studenti. Quando il capoluogo lombardo divenne capitale del Regno Italico la raccolta, per volontà di Napoleone, si trasformò in un museo che intendeva esporre i dipinti più significativi provenienti da tutti i territori conquistati dalle armate francesi.

A partire dai primi anni dell’Ottocento, anche in seguito alla soppressione di molti ordini religiosi, vi confluirono i dipinti requisiti da chiese e conventi lombardi, cui si aggiunsero le opere di identica provenienza sottratte ai vari dipartimenti del Regno Italico. Raccoglie in 38 sale capolavori di artisti italiani dal XIV al XIX secolo e di alcuni dei più grandi artisti stranieri. Tra gli artisti più famosi Piero della Francesca, Mantenga, Raffaello, Bramante, Caravaggio, Tintoretto, Bellini, Bronzino. Nel cortile d’ingresso si può vedere l’opera del Canova che rappresenta l’effige di Napoleone. Tra i dipini piu’ famosi qui custoditi spicca lo “Sposalizio della Vergine” di Raffaello, il “Cristo morto” del Mantegna, la “Pietà” del Bellini. Al centro del cortile si trova il bronzo di Napoleone I scolpito dal Canova. (tratto dal sito beniculturali.it)

La Pinacoteca di Brera è aperta al pubblico nel 1809 e si trova nell’omonimo palazzo, dove hanno sede anche altre istituzioni culturali, quali la Biblioteca Braidense, l’Osservatorio Astronomico, l’Orto Botanico, l’Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere e l’Accademia di Belle Arti.

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Tra i capolavori custoditi nella Pinacoteca, Il sasso nello stagno di AnGre ha scelto un’opera di Caravaggio, come omaggio ad un artista lombardo, Michelangelo Merisi. Dal sito ufficiale della Pinacoteca (clicca qui) leggiamo:

Caravaggio dipinse la Cena in Emmaus (clicca sull’immagine per vederla in alta definizione) tra il 1605 e il 1606, vale a dire tra la fine del soggiorno romano e la fuga definitiva dalla città seguita alla condanna per omicidio; riuscì a venderla, per il tramite di Ottavio Costa, al marchese Patrizi e nel palazzo romano della famiglia si trovava ancora nel 1939, quando fu acquistato per la Pinacoteca dalla Associazione Amici di Brera. La rappresentazione del tavolo ricoperto da tappeto è un motivo tipico di Caravaggio, presente anche nella prima versione del soggetto che l’artista aveva già trattato nel dipinto ora alla National Gallery di Londra. Rispetto alla precedente versione il dipinto si caratterizza per una maggiore intimità ed essenzialità cromatica insieme ad un uso drammatico e teatrale della luce che risaltano la sacralità del momento raffigurato.

Il sito ufficiale pinacotecabrera.org offre, inoltre, la possibilità di seguire on-line una visita in alcune delle sue stanze; per parteciparvi basta cliccare sul link sottostante

Buona visione a tutti!

Pinacoteca di Brera, tour virtuale  

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Mario Benedetti, Storia di fate (tango)

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Storia di fate (tango) 

La primavera fragile / la pazza primavera
pazientemente ascolta e attende il mio magari
con il suo miglior verde mi guarda e mi richiama
e decide orgogliosa che ora non se ne va

così / col mio stupore / resto senza rancori
e consegno dolcezze alla buona di dio
mi ritrovo illuminato ogni angolo di strada
e lentamente imparo a cantare io stesso

così vedo che il mondo piano piano migliora
che il piacere non lascia in me le cicatrici
che il caso è il mio rifugio e che è arrivata l’ora
di essere / fra l’altro / nuovamente felice

e l’amore davvero mi riscopre e mi tocca
e capisco d’un tratto che sono infine audace
l’amore mi sorprende ma non si sbaglia mai
quando sente che manchi / quando ti chiede ancora

se parli dalla riva / il mare ti risponde
con la stessa innocenza della tua antica infanzia
se le navi ti portano / ma non dicono dove
non ti dicono dove ma tu lo sai di già

infine quando un tempo / di lune congelate
spazza la primavera / che è matta da legare
quella vigliacca fugge / con la storia di fate
togliendoti i tuoi sogni e l’amore e il mare

così tornano il tedio la routine e la rabbia
e cresce lo spavento nel suo cupo recinto
e la memoria vizza e la tristezza saggia
mi coprono d’un cielo non più angelico e grigio

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Mario Benedetti (Paso de los Toros, 14 settembre 1920 – Montevideo, 17 maggio 2009), da Inventario. Poesie 1948-2000, antologia a cura di M. Canfield, Le Lettere, Firenze, 2001

Vincent van Gogh, Girasoli – sassi d’arte

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 I girasoli sono una serie di quadri ad olio su tela dipinti tra il 1888 e il 1889 ad Arles da Vincent van Gogh, dopo una prima serie di quattro “Girasoli” dipinta a Parigi, nel 1887. I girasoli sono i soggetti più conosciuti, oltre che i preferiti di Van Gogh, tanto che lo stesso Vincent scriverà al fratello Theo: “Il girasole è mio, in un certo senso”. Sono state dipinte tutte le diverse fasi della vita de i girasoli, dalla nascita del bocciolo fino alla loro morte, ovvero all’appassimento. La serie dipinta a Parigi, nella tarda estate del 1887 fa parte di una serie oggi divisa tra il Metropolitan Museum di New York, il Kröller-Müller Museum di Otterlo, il Museo Van Gogh di Amsterdam e il Kunstmuseum di Berna.

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Stabilitosi ad Arles nel febbraio del 1888, van Gogh amò il luogo e la sua nuova “casa gialla”, ma si sentiva solo, finché in primavera non gli venne l’idea di invitare l’amico Gauguin. La serie dei Girasoli in vaso, la più celebre, nacque in questo periodo di vitalità e ottimismo, durante l’estate in attesa dell’arrivo dell’amico. Van Gogh, per decorare la stanza dell’ospite e impressionarlo, aveva previsto di dipingere una dozzina di tele, iniziando da quattro che dovrebbero essere il Vaso con dodici girasoli della Neue Pinakothek di Monaco e il Vaso con quindici girasoli della National Gallery di Londra, il Vaso con cinque girasoli, già a Yokohama, distrutto in un incendio nella residenza del milionario giapponese Koyata Yamamoto sulla costa sud di Ashiya il 6 agosto 1945, durante gli attacchi aerei statunitensi della seconda guerra mondiale, e il Vaso con tre girasoli, non reso visibile al pubblico dalla mostra di Cleveland del 1948, in cui compariva nella collezione privata di un milionario sconosciuto negli Stati Uniti e rivelato solo ai suoi amici più stretti. Le lettere al fratello minore Theo parlano di un’attività febbrile, in previsione dell’arrivo dell’ospite: «Ci sto lavorando ogni mattina, dall’alba in avanti, in quanto i fiori si avvizziscono così rapidamente».

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Gauguin arrivò ad ottobre, ma non trovò per niente interessante Arles, deludendo le aspettative dell’amico e iniziando un periodo prolifico dal punto di vista artistico, ma tormentato da un’escalation di litigi e di atti violenti dell’olandese. Il sodalizio si interruppe bruscamente a dicembre, quando uno finì in esaurimento nervoso e l’altro si preparò a partire per Tahiti. A dicembre Vincent stava ancora dipingendo girasoli e in tale posa lo ritrasse Gauguin. È probabile che, non esistendo più i fiori in circolazione, van Gogh utilizzasse come modello i suoi stessi dipinti, copiandoli con poche varianti: dovrebbero risalire a questo periodo o al gennaio del 1889 o forse più tardi, le copie della versione a dodici fiori nel Philadelphia Museum of Art e le due copie della versione a quindici, al Van Gogh Museum e al Sompo Japan Museum of Art di Tokyo.

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Le prime opere della serie mostrano di aderire alle teorie della complementarità dei colori allora in voga a Parigi: l’artista usa come sfondo un blu/violetto, colore complementare appunto del giallo, per i fiori gialli; in seguito, proverà a disporre i fiori in un vaso giallo su uno sfondo di una tonalità dello stesso colore, accorgendosi che la pittura acquisiva la capacità di irradiare luce e allegria e assumendo in tal modo il colore come un modo di esprimere emozioni piuttosto che un modo per rappresentare la realtà.

I girasoli esprimono la passione di van Gogh per la particolare luminosità del sole della Provenzada cui è stato colpito nel suo soggiorno ad Arles, e permettono a van Gogh l’uso dell’intero spettro del giallo, colore preferito, soprattutto in quel periodo, grazie ad una tecnica innovativa detta “ad impasto solido”: dopo aver raccolto un’abbondante quantità di colore, Van Gogh lo applicava con tale energia sulla tela da lasciare grumi di vernice su entrambi i lati di ogni pennellata. I fiori, sono disordinati, quasi spettinati, rappresentati attraverso tocchi mobili, che seguono l’andamento di petali e foglie, si animano, caricandosi di un significato simbolico, metafora della vitalità della natura. Il risultato finale è un’immagine vivace e gioiosa e nello stesso tempo tormentata.

Il vaso di girasoli di van Gogh della Neue Pinakothek di Monaco è tuttavia dotato di una certa eleganza e pulizia dei tratti. Non bisogna dimenticare come Van Gogh in questo periodo subisse l’influenza dalle stampe giapponesi che già da anni lo affascinava. Le stampe giapponesi suggerirono a van Gogh l’uso del colore limpido, unito e senza ombre e l’uso della linea fluida e ondulata, che si vede soprattutto nel vaso e dai contorni marrone dei fiori, che ha la funzione di rendere quelle masse leggere. (Giuseppe Tarditi)

– fonti varie dal web / immagini dal web non riportate secondo l’ordine delle opere citate nell’articolo  –

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248 giorni, romanzo, di Giorgio Linguaglossa letto da Angela Greco

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248 giorni, romanzo, di Giorgio Linguaglossa letto da Angela Greco

A maggio 2016 per Achille e La Tartaruga di Torino è uscito, ne La Sezione Aurea, il nuovo romanzo di Giorgio Linguaglossa (biobibliografia, qui) intitolato 248 giorni. Tre cifre di cui, lette da sinistra verso destra, ognuna è doppia della precedente. E non è un caso. I protagonisti del romanzo sono Ely, una spogliarellista ed ex attrice del porno, Massimo, uno scrittore di terz’ordine di gialli anch’essi non brillanti e la filosofia, che interagiscono in un contesto di ricordi, realtà, mancata realizzazione e disincanto, in un’aria da dipinto metafisico che sfocia in alcuni momenti nel surreale, dove le immagine sembrano comprensibili, ma in realtà celano significati non svelabili nell’immediato. fotografia di Ferdinando SciannaParole, gesti, comportamenti e situazioni sono l’immagine visibile di espressioni della mente razionale del filosofo, dell’altro “Sé”, di quel “doppio” caro anzi carissimo all’autore. Sì, perché tutte le pagine sono permeate di rigorosa razionalità e non lasciano scampo a romanticherie o espressioni edulcorate, puntando dritto e senza mezzi termini al nulla a cui è dedicata l’intera vicenda. Nulla inteso non come una perdita di tempo, ma come fine ultimo dell’essere vivente, somma dell’intera filosofia a cui tende l’autore.

Il romanzo prende avvio dal casuale incontro dei due protagonisti nel 1999, per poi approdare nel secondo capitolo ad un momento accaduto vent’anni dopo e proseguire in seguito con il dipanarsi delle vicende introspettive e fisiche accadute ai due nei giorni della loro relazione, 248 appunto. Tutto il libro è una indagine introspettiva condotta da un protagonista nei confronti dell’altro usato espressamente come specchio di se stesso e al contempo è una spietata espressione dell’autore della sua visione del mondo e di quanto lo popola. Le notizie su Ely, bellissima, e Massimo, scrittore ormai grigio e privo di qualsiasi entusiasmo, sono centellinate, svelate goccia a goccia tra citazioni poetiche e filosofiche e accesi dialoghi, che hanno il grande pregio di accelerare una narrazione decisamente non veloce nel primo quinto del libro (in tutto sono duecento pagine). e79c42546b44f8db9fdeb6fc716172bf248 giorni è una sorta di testamento filosofico, non inteso come ultime volontà da eseguire, quanto piuttosto come strada da seguire, come indicazioni di viaggio per attraversare questa realtà che stiamo vivendo, nato da un’attenta visione del mondo in cui siamo immersi e al quale il filosofo sembra aver dato come risposta ultima il nulla, anche dinnanzi all’inatteso e non calcolato, realizzato nel romanzo dal sentimento che Massimo alla fine ammette di provare per Ely e sacrificato in nome di quella visione per la quale la vicenda-vita non può essere arbitrariamente modificata a dispetto degli eventi che hanno determinato la vita stessa.

Lingualglossa conduce il lettore in un labirinto, che a volte consente di guardare anche l’azzurro del cielo, ma soltanto per prendere fiato in vista della obiettiva difficoltà che il protagonista, anzi i protagonisti sanno per certo di dover incontrare fin dal primo momento in cui non hanno realizzato quanto ambivano per se stessi. Infatti, il libro non ha un finale delineato, atteso, scontato, no; il libro termina aprendosi in una nuova ed eventuale storia dove i protagonisti precedenti dopo un trauma, sono già divenuti altri da sé, nuovi, differenti e pronti per iniziare anche una nuova vita. [Angela Greco — foto b / n di Ferdinando Scianna]

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1° giorno del 1999
L’INCONTRO ALLA FESTA DI CAPODANNO
Così, mi sono ritrovata seduta accanto a lui, sul divano. La sua spalla premeva sulla mia spalla. Affettavo una tranquillità che non avevo. Le volute di fumo si sollevavano e volteggiavano nell’aria come pesanti, morbidi tendaggi. Un aereo luminoso tagliò silenzioso il cielo. Pensai che il ronzio dell’aereo disturbasse la mia immobilità assorta. Le note di una musica da ballo raggiungevano il mio udito come se avessero attraversato una spessa coltre di ovatta. Giungeva il tinnire di stoviglie del dessert e lo scalpiccio degli ospiti come quando stai al telefono e percepisci, tra le parole dell’interlocutore, il brusio di altri estranei astanti come un rumore di fondo ineliminabile. E’ la fine dell’anno. Ma di quale anno? – mi chiedo – quanti anni sono passati? Ed io dove mi trovo? Chi sono queste persone che mi stanno intorno? Da dove sono venute e dove sono dirette? E domattina, che cosa farò – mi sono chiesta – quando tornerò nel mio appartamento ammobiliato? Che ore sono? Precisamente: la mezzanotte…

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Dario Bellezza: versi da Proclama sul fascino ed altre poesie

al buio

da Il nulla

Penso alla vita trasparente
e severa di mattina alzando
le ossa nel cuore
crepato dall’ansia; e potrei
morire disgregato, addormentarmi
precipitare nel vuoto della Peste,
continuando a macerare i giorni
passivo ospite in un corpo.
Finora ho vissuto, bene o male,
non importa, né mi rassegna
l’eventualità livida
di non chiudere la porta
al vento del domani.
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Ma forse la vita
attenta ad una incolume
saggezza, invece che crescere
verso uno sterminato abisso
in cui sempre più sprofonda –
lucente solitudine
che non si placa. Sarò vecchio
e insano fino alla soglia del Mai.
.

*

Dario Bellezza (Roma 1944 – 1996), da Proclama sul fascinoTutte le poesie, Oscar Mondadori, 2016

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Roma 23 settembre 2010. Dario Bellezza, poeta e scrittore, ritratto nella sua abitazione a Roma. Foto: RINO BIANCHI
Dario Bellezza, poeta e scrittore, ritratto nella sua abitazione a Roma. Foto: Rino Bianchi

Altre poesie dello stesso autore in questo blog ai seguenti link:

Un giorno come un altro

O Narciso inesprimibile e leggero che fuggi

Fuori di me [con notizia sull’autore]

Forse mi prende malinconia a letto

Ma il quotidiano insiste. Ed io volo  

 

LibrEstate con Il sasso di AnGre: Il bosco sacro

LibrEstate con Il sasso nello stagno di AnGre

LibrEstate con Il sasso nello stagno di AnGre è il nuovo spazio che accompagnerà i lettori per tutta la stagione estiva, fino all’equinozio d’autunno (21 settembre p.v.): 14 lunedì in cui verranno suggerite la prima pagina delle edizioni che presenteremo, la copertina del libro e anche la quarta, laddove possibile, fornendo un piccolo contributo letterario – speriamo gradito – anche per questi giorni caldi, azzurri e spensierati! La scelta di utilizzare fotografie – ottimizzate per questo luogo – è legata alle condivisioni su altre piattaforme, maggiormente efficaci per questi formati.

Buona lettura!

LibrEstate con Il sasso di AnGre

LibrEstate con Il sasso di AnGre -

LibrEstate con Il sasso di AnGre --

Vasilij Kandinskij, Coppia a cavallo – sassi di arte scelti da AnGre

Vasilij Kandinskij Coppia a cavallo (1906) -  Olio su tela

Vasilij Kandinskij, Coppia a cavallo (1906 – 1907)

olio su tela, cm 55 x 50,5 – Monaco, Städtische Galerie im Lenbachhaus

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Verso la metà del primo decennio del Novecento, l’artista approfondì lo studio dei colori e della loro capacità di assumere un ruolo centrale nella composizione dell’immagine e l’opera oggi proposta è uno dei più famosi esempi di questa ricerca.

Il tema rievoca l’atmosfera medievale e fiabesca comune a diversi lavori di quel periodo: una coppia su un cavallo dalla bardatura anticheggiante cavalca lentamente lungo la riva di un fiume. Le piccole navi vichinghe al centro del quadro, la scintillante città russa sullo sfondo, turrita e dalle cupole dorate, il copricapo della dama in primo piano, tipico delle popolazioni della Russia occidentale, sono elementi che contribuiscono a creare una suggestione, senza tuttavia indicare modelli storici o temporali precisi (come nella pittura storicista dell’Ottocento).

L’elemento più significativo del quadro è il suo elaborato sistema compositivo: l’immagine si compone di innumerevoli tocchi di colore su uno sfondo nero. L’impressione è quella delle tessere di mosaico e dei modelli pointillistes e divisionisti italiani di qualche decennio prima. La scelta di dipingere alcune zone del quadro, come il cielo, a larghe pennellate, e altre con piccoli punti di colore rispecchia il desiderio dell’artista di utilizzare il contrasto tra le due tecniche, praticate contemporaneamente, per suscitare una particolare risposta emotiva nello spettatore e guidare il movimento del suo sguardo sulla tela. (Kandinsky, I capolavori dell’arte, Corriere della Sera)

Vasilij Kandinskij Coppia a cavallo (1906) -  Olio su tela