Maggio in versi

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 È maggio di Giovanni Pascoli

A maggio non basta un fiore.
Ho visto una primula: è poco.
Vuoi nel prato le prataiole:
È poco: vuole nel bosco il croco.
È poco: vuole le viole; le bocche
di leone vuole e le stelline dell’odore.
Non basta il melo, il pesco, il pero.
Se manca uno, non c’è nessuno.
È quando è in fiore il muro nero
è quando è in fiore lo stagno bruno,
è quando fa le rose il pruno,
è maggio quando tutto è in fiore.

~

Maggio di Giorgio Caproni

Al bel tempo di maggio le serate
si fanno lunghe; e all’odore del fieno
che la strada, dal fondo, scalda in pieno
lume di luna, le allegre cantate
dall’osterie lontane, e le risate
dei giovani in amore, ad un sereno
spazio aprono porte e petto. Ameno
mese di maggio! E come alle folate
calde dall’erba risollevi i prati
ilari di chiarore, alle briose
tue arie, sopra i volti illuminati
a nuovo, una speranza di grandiose
notti più umane scalda i delicati
occhi, ed il sangue, alle giovani spose.

~

Rosa di maggio di Alda Merini 

L’alba si è fatta
profumo di rose.
Rosa di maggio,
abbarbicata sul muro vetusto;
affresco di vita
corroso dagli scherni del tempo.
Tappeto di petali bianchi
sul selciato di dolci primavere.
Fra gli agrumi imbiancati dai fiori,
mano nella mano di mio padre,
stretta, stretta,
al richiamo del cuore di mamma,
ansioso, protettivo.
Diventeranno frutti copiosi,
allieteranno tavole imbandite
tra gli amici dell’allegria,
svaniti nei rivoli
del più salubre inganno.
In fondo, oltre la siepe,
scorgere i ceppi temprati dagli anni;
offrono ancora nuova vegetazione,
nuove foglie, tenere e indifese,
al soffio di vento.

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Maggio di Alfonso Gatto 

Odore d’orfani odore di garofani
il fresco dei mugnai
sul carro in vetta al cielo.

D’ogni speranza la sera è vuota
nell’asino che zoccola sul selciato
grigio come la porta di bottega
che ha sui vetri il mare,
emporio dei dolci confetti di noia.

~

Godi di maggio di Attilio Bertolucci

Godi di maggio che consuma in fretta
i giorni delle rose alla luce
spettrale delle sere, la giovinezza
non aspetta…

Ma estivo è ormai questo silenzio intorno
alla tua casa e al sonno dei vivi e dei morti se il giorno va via.

~

Maggio romano di Margherita Guidacci

Ora che lingue di fuoco ci lambiscono
(purtroppo non pentecostali)
e fiocchi di lana bigia cadendo dagli alberi
ci dispongono alla febbre da fieno;
mentre puzzano in coro le immondizie abbandonate
per le strade da spazzini scontenti,
ed attendiamo rassegnati la rinascita
delle mosche, dei cattivi pensieri e delle guerre,
verrà infine qualcuno ad annunziare
che abbiam finito di decomporci?

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Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Alfonso Gatto

Quattro sassi con...Autori del Novecento

Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Alfonso Gatto

*

 A mio padre

Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l’ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni in libertà s’accenda
di speranze di poveri di cielo,
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.

Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un’ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
“Com’è bella la notte e com’è buona
ad amarci così con l’aria in piena
fin dentro al sonno”. Tu vedevi il mondo
nel plenilunio sporgere a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l’alba.

*

Le grandi notti d’estate

Le grandi notti d’estate
che nulla muove oltre il chiaro
filtro dei baci, il tuo volto
un sogno nelle mie mani.

Lontana come i tuoi occhi
tu sei venuta dal mare,
dal vento che pare l’anima.

E baci perdutamente
sino a che l’arida bocca
come la notte è dischiusa
portata via dal suo soffio.

Tu vivi allora, tu vivi,
il sogno ch’esisti è vero.
Da quanto t’ho cercata.

Ti stringo per dirti che i sogni
son belli come il tuo volto,
lontani come i tuoi ochhi.

E il bacio che cerco è l’anima.

*

L’erba, il silenzio, il muovere dell’ombra

Soli, nel pianto tuo della mattina,
l’erba, il silenzio, il muovere dell’ombra,
e gli steli del vento. Il tuo sollievo
è di vederti calma nell’attesa
ch’io giunga da lontano, il tuo riposo
è la speranza d’incontrarci a sera
per caso in un inverno.

Lasciarti per sparire,
per essere il tuo cielo dove guardi
senza rimorsi, avere il tuo rimpianto,
la tua memoria, le tue mani vuote…

Forse è più dolce piangermi che avermi.

*

Sottovoce

Una sera di nuvole, di freddo
e di luce che spiega ad altro il senso
della mia vita, questo vago accordo
di memorie in sordina, sottovoce
di me, di te, poveramente assorti.

Si resta a volte soli nella veglia
di un racconto sospeso, allora soli,
ignoti l’uno all’altro, ed ora uniti
dal ricordo che un nulla ci divise.

Il rammarico punge, se mi dici:
«bastava che quel giorno…», ti sorrido
con la mesta sfiducia di sapere
che mai giunsi per tempo, che geloso
di te, del tuo passato, almeno vedo
il tuo sguardo d’amore al primo incontro.

Ma forse è giusto credere che allora
tu m’avresti perduto:
come un ragazzo che si lascia indietro
nella paura d’essere felice.

..

Alfonso Gatto nasce a Salerno, il 17 luglio del 1909, dove frequenta il liceo classico e poi l’ Università di Napoli. Per ragioni economiche deve rinunciare però agli studi (Gatto infatti non arriverà mai alla laurea), e inizia a viaggiare mantenendosi con lavori di ogni genere. Così nel 1934 approda a Milano. Qui inizia a frequentare assiduamente i circoli intellettuali della città; nel 1936 viene arrestato con l’accusa di essere antifascista e sconta alcuni mesi di carcere. Due anni dopo si trasferisce a Firenze, culla di quel movimento ermetico cui Gatto si avvicina da subito, e qui fonda con Pratolini la rivista “Campo di Marte”. Dopo Firenze è la volta di Roma, ultima residenza stabile di Gatto, dove lavora come redattore della rivista “L’approdo” e come curatore del palinsesto culturale della televisione nazionale, abbinando all’attività letteraria quella di pittore, riscuotendo anche con un certo successo con le sue opere.

La prima raccolta poetica, Isola, del 1932, attira una certa attenzione da parte della critica, tra cui figura anche Montale: la raccolta lo inserisce a pieno titolo nella corrente ermetica. La ricerca ermetica di Gatto verso una grammatica del discorso poetico basata sull’assolutezza della parola viene confermata cinque anni dopo, quando pubblica la sua seconda raccolta di poesie, Morto ai paesi (che resta una delle sue raccolte più note e conosciute). Dopo il secondo conflitto mondiale e dopo gli eventi della Resistenza, Gatto abbandona la cosiddetta poetica dell’assenza e rinnova profondamente il proprio approccio poetico; frutto di questa “svolta” sono le Nuove poesie (1950) e Storia delle vittime (1966). Del 1969 sono le Rime di viaggio per la terra dipinta, e del 1973 le Poesie d’amore; tutte raccolte che alleggeriscono – sia stilisticamente che contenutisticamente – il tono delle raccolte della prima fase poetica. Alfonso Gatto muore in seguito ad un incidente stradale ad Orbetello, nel 1976.

Febbraio in poesia

carta e penna

Febbraio di Vincenzo Cardarelli
.
Febbraio è sbarazzino.
Non ha i riposi del grande inverno,
ha le punzecchiature,
i dispetti
di primavera che nasce.
Dalla bora di febbraio
requie non aspettare.
Questo mese è un ragazzo
fastidioso, irritante
che mette a soqquadro la casa,
rimuove il sangue, annuncia il folle marzo
periglioso e mutante.

*

Febbraio di Leonardo Sinisgalli
.
Prima che spunti il verde dai rami
ogni anno risorge a mattutino
il fischio del muratore.

*

Le violette di febbraio di Alfonso Gatto
.
D’un biancore di luce fatta neve
– la neve di febbraio – le violette
svegliano al verde la finestra lieve
che disegna sul poggio le casette
.
ad una ad una azzurre bianche rosa,
tintinnanti vetrine se alla soglia
batte i piedi un ragazzo, la vogliosa
testa arruffata al vento che l’imbroglia.
.
Si scopre dal suo ridere nei denti
l’acerba primavera che si scuote
e decide i colori: passa, senti,
la prima bicicletta dalle ruote
.
fruscianti sul ventaglio della neve.

*

Febbraio traditore di Maria Luisa Spaziani
.
Non so quale inquietudine posandosi
a scialle sopra i rami,
sopra le altane che nel vuoto sporgono
come pure i porti insabbiati,
non so che maleficio o ammonimento
o bilico dell’anima
gridano i corvi al baluardo dei platani.
Oggi è scirocco giallo di coriandoli,
già verzica la scorza, in capriole
vanno nubi arlecchine. Incombe nera
solo l’ambigua sonnolenza sua,
del fusto tutto spine, enigma al buio
che il suo vermiglio liquame trasuda,
che ultimo esploderà, sigillo infausto
di primavera, l’albero di Giuda.

Settembre…

autunno1

SETTEMBRE

Chiaro cielo di settembre
illuminato e paziente
sugli alberi frondosi
sulle tegole rosse

fresca erba
su cui volano farfalle
come i pensieri d’amore
nei tuoi occhi

giorno che scorri
senza nostalgie
canoro giorno di settembre
che ti specchi nel mio calmo cuore.

Attilio Bertolucci, “Sirio”, 1929

~

ARIETTA SETTEMBRINA

Ritornerà sul mare
la dolcezza dei venti
a schiuder le acque chiare
nel verde delle correnti.

AI porto, sul veliero
di carrubbe l’estate
imbruna, resta nero
il cane delle sassate.

S’addorme la campagna
di limoni e d’arena
nel canto che si lagna
monotono di pena.

Così prossima al mondo
dei gracili segni,
tu riposi nel fondo
della dolcezza che spegni.

Alfonso Gatto,Nuove poesie”, 1950

~

Settembre

Triste il giardino: fresca
scende ai fiori la pioggia…
silenziosa trema
l’estate, declinando alla sua fine.
Gocciano foglie d’oro
giù dalla grande acacia…
Ride attonita e smorta
l’estate dentro il suo morente sogno;
s’attarda tra le rose,
pensando alla sua pace;
lentamente socchiude
i grandi occhi pesanti di stanchezza.

Hermann Hesse

~

DUE MESI SETTEMBRE

All’alba un mormorio corse tra gli alberi,
una lieve increspatura nella cisterna, e nell’aria
un presagio di prossima frescura – ovunque
una voce profetica nella brezza.
Balzò il sole e indorò tutta quella polvere,
e lottò per disseccare ancor più l’oziosa terra,
impotente come un re invecchiato che guerreggia
per un impero che gli si sgretola in mano.
L’un dopo l’altro caddero i petali del loto,
sotto l’assalto dell’anno ribelle,
ammutinato contro un cielo iracondo;
e, lontano, bisbigliò l’inverno; “E’ bene
che muoia la rovente estate. L’ausilio e’ vicino,
giacché quando l’umano bisogno più stringe, io arrivo.”

Joseph Rudyard Kipling

~

SETTEMBRE

Verdi giardinetti,
chiare piazzole,
fonte verdognola
dove l’acqua sogna,
dove l’acqua muta
finisce sulla pietra.

Le foglie d’un verde
vizzo, quasi nere
dell’acacia, il vento
di settembre le bacia,
e alcune si porta via
gialle, secche,
giocando, tra la bianca
polvere della terra.

Antonio Machado

Alfonso Gatto, due poesie

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Amore notturno

Una notte vicino alla sua casa
e dal balcone aperto nella mite
notte del Sud, la donna che m’ apparve
golosa di risucchio come un’acqua
gelata. E non avrà mai volto,
sale la gola chiara, scende al buio
degli occhi avidamente salda.

A bocca aperta nella pioggia, un nero
grappolo le lasciava goccia a goccia
sapore di città – disse – di vento.

§

Non fossero altro son belli

Non fossero altro son belli
i ragazzi che fanno campagna
sui gradini di piazza di Spagna.
Belli per nostalgia
belli senza riguardo
millenni dentro lo sguardo
per qualche giorno di scena.
Adamo seduto sull’erba
spacca la mela acerba,
si dice solo che campa
salendo e scendendo la rampa
di Piazza di Spagna.
Alla barcaccia si bagna
le mani rosse e si beve
il riso delle gengive.
Se dice campa non vive,
aspetta la neve.

*

Alfonso Gatto, Tutte le poesie (OscarMondadori)

In apertura, Roma, scorcio del Rione Monti (dal web)

sulla campagna, poesie

Un’alba

Com’e’ spoglia la luna, è quasi l’alba.
Si staccano i convogli, nella piazza
bruna di terra il verde dei giardini
trema d’autunno nei cancelli.
E’ l’ora fioca in cui s’incide al freddo
la tua città deserta, appena un trotto
remoto di cavallo, l’attacchino
sposta dolce la scala lungo i muri
in un fruscio di carta.
La tua stanza
leggera come il sonno sarà nuova
e in un parato da campagna al sole
roseo d’autunno s’aprira’.
La fredda
banchina dei mercati odora d’erba.
La porta verde della chiesa è il mare.

Alfonso Gatto, da Arie e Ricordi

.

Campagna

Passeggiano i cieli sulla terra e
le nostre curve ombre
una nube lontano ci trascina.
Allora la morte è vicina
il vento tuona giù per le vallate
il pastore sente le annate
precipitare nel tramonto
e il belato rotondo nelle frasche.
Rocco Scotellaro, da È fatto giorno (Mondadori)

.

Mi ricorderò di questo autunno

Mi ricorderò di questo autunno
Splendido e fuggitivo dalla luce migrante,
Curva al vento sul dorso delle canne.
La piena dei canali è salita alla cintura
E mi ci sono immerso disseccato dalla siccità.
Quando sarò con gli amici nelle notti di città
Farò la storia di questi giorni di ventura,
Di mio padre che a pestar l’uva
S’era fatto i piedi rossi,
Di mia madre timorosa
Che porta un uovo caldo nella mano
Ed è più felice d’una sposa.
Mio padre parlava di quel ciliegio
Piantato il giorno delle nozze, mi diceva,
Quest’anno non ha avuto fioritura,
E sognava di farne il letto nuziale a me primogenito.
Il vento di tramontana apriva il cielo
Al quarto di luna. La luna coi corni
Rosei, appena spuntati, di una vitella!
Domani si potrà seminare, diceva mio padre.
Sul palmo aperto della mano guardavo
I solchi chiari contro il fuoco, io sentivo
Scoppiare il seme nel suo cuore,
Io vedevo nei suoi occhi fiammeggiare
La conca spigata.
Leonardo Sinisgalli, da Vidi le muse (Mondadori)

.

Colloquio

“Ora il sereno è ritornato le campane suonano per il vespero ed io le ascolto con grande dolcezza. Gli ucelli cantano festosi nel cielo perché? Tra poco e primavera i prati meteranno il suo manto verde, ed io come un fiore appasito guardo tutte queste meraviglie”

Scritto su un muro in campagna

Per il deluso autunno,
per gli scolorenti
boschi vado apparendo, per la calma
profusa, lungi dal lavoro
e dal sudato male.
Teneramente
sento la dalia e il crisantemo
fruttificanti ovunque sulle spalle
del muschio, sul palpito sommerso
d’acque deboli e dolci.
Improbabile esistere di ora
in ora allinea me e le siepi
all’ultimo tremore
della diletta luna,
vocali foglie emana
l’intimo lume della valle. E tu
in un marzo perpetuo le campane
dei Vesperi, la meraviglia
delle gemme e dei selvosi uccelli
e del languore, nel ripido muro
nella strofe scalfita ansimando m’accenni;
nel muro aperto da piogge e da vermi
il fortunato marzo
mi spieghi tu con umili
lontanissimi errori, a me nel vivo
d’ottobre altrimenti annientato
ad altri affanni attento.
Sola sarai, calce sfinita e segno,
sola sarai fin che duri il letargo
o s’ecciti la vita.
Io come un fiore appassito
guardo tutte queste meraviglie
E marzo quasi verde quasi
meriggio acceso di domenica
marzo senza misteri
inebeti nel muro.

Andrea Zanzotto , da Vocativo

Nel nome del padre, autori vari

Il padre, di Pablo Neruda 

Terra dalla superficie incolta e arida
terra senza corsi d’acqua né strade
la mia vita sotto il sole trema e si allunga.

Padre, i tuoi dolci occhi non possono nulla
come nulla poterono le stelle
che mi bruciano gli occhi e le tempie.
Il mal d’amore mi tolse la vista
e nella fonte dolce del mio sogno
una fonte tremante si rifletté.

Poi… chiedi a Dio perché mi dettero
ciò che mi dettero e perché poi
incontrai una solitudine di terra e di cielo.

Guarda, la mia giovinezza fu un candido germoglio
che non si aprì e perde
la sua dolcezza di sangue e vitalità.

Il sole che tramonta e tramonta in eterno
si stancò di baciarla… È l’autunno.
Padre, i tuoi dolci occhi non possono nulla.

Ascolterò nella notte le tue parole:
…figlio, figlio mio …
E nella notte immensa
resterò con le mie e con le tue piaghe.

*

Ricordo del padre, di Sibilla Aleramo

Sempre che un giardino m’accolga
io ti riveggo, Padre, fra aiuole,
lievi le mani su corolle e foglie,

vivo riveggo carezzare tralci,
allevi rose e labili campanule,
silenzioso ti smemorano i giacinti,

stai fra colori e caldi aromi, Padre,
solitario trovando, ivi soltanto,
pago e perfetto senso all’esser tuo.

*

Il pastrano, di Alda Merini

Un certo pastrano abitò lungo tempo in casa
era un pastrano di lana buona
un pettinato leggero
un pastrano di molte fatture
vissuto e rivoltato mille volte
era il disegno del nostro babbo
la sua sagoma ora assorta ed ora felice.
Appeso a un cappio o al portabiti
assumeva un’aria sconfitta:
traverso quell’antico pastrano
ho conosciuto i segreti di mio padre
vivendoli così, nell’ombra.

*

A mio padre, di Alfonso Gatto

Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l’ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni libertà s’accenda
di speranze di poveri di cielo,
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.
Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un’ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
“Com’è bella la notte e com’è buona
ad amarci così con l’aria in piena
fin dentro al sonno”. Tu vedevi il mondo
nel plenilunio sporgente a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l’alba.

*

[senza titolo] di Angela Greco

L’ombra è tarda. Bianca sul muro
oltrepassa la soglia. Che ore sono?
Antimeridiane troppo lunghe
reggono l’edificio dal 1987.
 .
Voce fuori campo visivo. Vetro rotto.
Il profilo della finestra riflesso
sulla carta che argina il vento.
Sottosopra la sfera dice che è inverno.
 .
Il raggio inclinato iugula il giorno. S’apre
l’angolo all’irriverenza di calore e luce.
S’intensifica la volontà di cancellare quest’ora,
eppure desisto. Eppure, ancora (ti) aspetto.
.
.

Mattina al Caffè Greco di Alfonso Gatto

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“Caffè Greco” (1976) di Renato Guttuso

.

Le mummie del caffè sono rimaste

a specchiarsi nei vetri, il giorno passa

dai cavalli d’un tempo, dalle caste

fanciulle allontanate nei capelli

alle nere vetrine, a questa cassa

ch’entra ed esce da sé sui campanelli

squillanti delle somme, c’è un riflesso

veloce di riflessi e tutto è fermo

sconsolato nell’essere se stesso.

Il ricordo e l’oblio, un sole infermo

e l’eclisse che torna sulle lane

cadenti dei sepolcri, sulle vane

canizie di De Chirico dal bieco

sguardo fuggente agli ospiti del Greco.

Vorresti, tenerezza intenerita,

con la testa svogliata sopra il marmo

questo labile suono della vita

e nel silenzio l’oro dei cipressi

dipinti sulla tela, il fiume, l’armo

dei canottieri in ghingheri, gli stessi

di sempre, la panchina della nonna.

Un riso irrefrenabile di donna

che gorgheggia il suo riso, ma sparita

col suo serpente lucido di pelo.

E De Chirico stira il suo panciotto,

s’alza in piedi, ripassa la sua mano

sapiente sui capelli, sembra ghiotto

della sua bocca vuota, è già lontano.

Dalle vetrate s’indovina il cielo.

– Da DESINENZE –