All’oscuro dei voyeur di Angela Greco letto da Claudia Manuela Turco

All’oscuro dei voyeur di Angela Greco letto da Claudia Manuela Turco

Pubblicata sul sito Literary (nr. 5/2019) che si ringrazia. 

*

All’oscuro dei voyeur (libro di poesia – QUI ), propone Angela Greco al lettore, confermandosi, con questo suo nuovo libro, voce interessante e versatile del nostro panorama letterario.

Accompagna l’opera, la prefazione di Franco Pappalardo La Rosa. Il racconto poetico si snoda attraverso versi densi di immagini e significati, di ramificazioni e gemmazioni, versi mai magmatici nel loro avvicendarsi, mentre i segmenti di parole si spezzano e precise suture di senso favoriscono una forte coesione.

La prima parte del libro, la “Prospettiva Hopper”, comprende passaggi, solitudini e vocazioni (riferimenti a Edward Hopper si troveranno anche in seguito, nel corso della lettura): «Vuota, dietro il vetro, la camera degli amanti / torna al pennello di Hopper. Questioni di colori / sbiadiscono il principio di giugno. Nessuna pietra / impedisce al piede la salita e la slogatura». I “passaggi” avvengono alla presenza di segnali che disorientano («Il navigatore ha perso la stella / e ha affidato al telefono la sua personale ricerca»). Anche se l’autrice ammette, su uno sfondo incupente, «Osservo energia priva di scopo», vengono comunque affidati «Al foglio bianco il possibile squarcio, / la metafisica dell’attesa».

Le inquietudini esistenziali, le domande senza risposta, rappresentano l’anima vibrante e ferita di queste pagine. Ed è subito sera: «Il paesaggio distratto in lontananza non si preoccupa / del muscolo in salsa e accende una luce. / La decomposizione da cui deriviamo allarga l’orizzonte: / alla fine ogni eccesso si riduce a pochi elementi chimici. / Intanto sulla soglia una signora con mantello attende», mentre «Lo strazio dell’ombra è l’assenza nella luce / di un motivo, che proietti soluzione alla notte». E noi siamo «in cerca di cosa? Giunge la sera».

All’oscuro dei voyeur presenta fluidità di stile, ogni parola o immagine è di ispirazione per la seguente, senza mai perdere di vista l’origine, chiudendo molti cerchi. «Segni misteriosi rincorrono il risveglio. / Non occorrono soggetti solenni, né temi nobili / per ritrovarsi». Anche gli «Avanzi della cena in bagno» (per un attimo può venire in mente La stanza da bagno di Jean-Philippe Toussaint) possono rammentarci l’importanza di non dare mai nulla per scontato, poiché niente è mai banale se lo si sa guardare e collocare nella più ampia rete di significati e legami possibili.

Si cerca di vincere le “solitudini” in modi diversi, ognuno secondo le proprie possibilità. «Edward costruisce fondali e lame di luce nell’attesa», ma «Cosa accade dietro il sipario Edward non può saperlo», come chiunque altro. Un esempio di So-stare in solitudine è rappresentato, invece, da un vecchio musicista che si osserva allo specchio «per farsi compagnia».

Angela Greco reinventa alcune figure femminili con grande efficacia: «Salomè decide per se stessa. Chiede la sua testa; / non basta il vassoio d’argento a contenere il disgusto»; «Cecilia venne tratta dal marmo nella stessa posizione / del martirio e del collo segnato dalla spada. / Il volto della fanciulla si può solo immaginare. / Del coraggio si sente ancora voce ferma e fiera. // Ogni giorno ha il suo santo che canta. / Lo sguardo al cielo non è facile se soffri di cervicale». Parlando di “vocazioni”, la poetessa può affermare: «Assecondo la vocazione del cantastorie»; «Potrebbe sembrare strano, ma in alcune ore del giorno / i personaggi diventano credibili».

Non può sfuggire, nel corso della narrazione in versi, l’eleganza di taluni particolari, catturati con precisione: «Una scenografia a punto inglese in attesa della sera / ritaglia posta elettronica con forbici a cigno». Infatti, All’oscuro dei voyeur è esempio di poesia che, attraverso il dettaglio, mira all’essenziale. «In certi giorni è difficile smettere di scrivere»: si sovrappongono luoghi e tempi, memorie e speranze, illusioni e sogni, presenze e assenze («Il confine tra qui e l’assenza è una stanza sul mare»), separazioni e ritorni. Si verificano “Variazioni sulla distanza”, in un viaggio di sola andata, tra crisi di identità («Avrò notizie di me / tra qualche giorno. Oggi non mi riconosco») e qualche “Fuori programma”, mentre «l’ingiustizia più acuta è la replica della forma al mattino».

Nonostante una quotidianità che ci ricorda costantemente che siamo tutti «un uccello che domanda l’indirizzo di casa», leggendo queste pagine, profumate anche di mare e caffè, possiamo almeno per un attimo allontanarci dalla dimensione di “Notte e terra”, perché «La poesia è insubordinazione, stazione viaria, azione, / passaggio in auto-stop verso una nuova galassia».

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A.Greco, ritorno a Cape Storm (ovvero dell’assenza e di altri demoni)

La mia speranza è che non soccomba il genere umano e che prima o poi si torni nuovamente a leggere tutto, in ogni senso, poesia compresa, fino in fondo e senza omettere i dettagli.
Buon primo maggio. (AnGre)

ritorno a Cape Storm (ovvero dell’assenza e di altri demoni)

tratta da ALL’OSCURO DEI VOYEUR di Angela Greco (clicca qui)

Mattone per mattone sbiadisce la strada;
il vento scopre l’anello al piede. Fronte mare
si spargono veleni su luccichii ancora estivi.
Sandali consumati non lontano dall’ombra
delle undici dicono che il deserto accade
tra sabbia e parcheggio incustodito. Ci si incontra
appena prima della pioggia, nel riflesso
che taglia la strada. La stagione di Hopper si è chiusa
non lontano da qui: azzurro il gelsomino s’arrampica
sullo Jonio e noi a guardia di sfioriti oleandri
aspettiamo fiduciosi donatori di sangue.
.
La campana porta in piazza il santo di turno;
la festa è fuori: nei mattoni cotti al forno
al posto del pane, nella salita senza ascensore,
nel sapone per le mani, forse nella crema
per il viso e nelle ginocchia di mia madre,
nella sua preghiera e nel mio caffè amaro.
Non c’è ombra – siamo a Mezzogiorno, dici –
è vero; manca il passo, ma non l’orma.
Aspettiamo di toccarci per poi dire del palmo
e di quel che contiene. Arrivi dopo pranzo,
col tamburo in petto, sotto l’albero giallo.
La mancanza non dichiarata e il vuoto,
la dispensa beffata dall’inverno e la porta,
che ha deciso di non aprirsi ad altri, e noi.
.
La signora di sabato è vestita elegante
tracima perfetta di buste della spesa.
Due traverse prima strilla il mercato;
incurante del poco prezzo d’ordinanza
convinto d’essere ancora un buon affare.
A bordo strada cinquant’anni di matrimonio
separano frutta e verdura
con filosofia che diventa pietra.
Di che sesso era tua madre
quando ti ha partorito maschio?
L’odore del pane ricolloca il giorno
nella pienezza della sua retorica.
.
Nella cornice gialla campeggia un solo albero.
Chioma di notti insonni succhiate dalle radici
e un uccello che domanda l’indirizzo di casa.
Attraverso il vetro s’intravedono pavimento e
caduta. Mi offri bocca e lingua per i miei lividi
e un ritorno in bianco e nero sfalsa l’obiettivo,
lo scatto e la prospettiva che curva schiene.
Conto foglie sfuggite al vento per farne autunno:
dal parrucchiere di fiducia tra il biondo e la cenere
sfugge una risata nervosa d’un incipiente altro giallo.
(in apertura: M. Rothko, New forms – in chiusura, disegno di A.Bruno)

 

Angela Greco, All’oscuro dei voyeur – prefazione e alcune poesie

“Le opere d’arte sono sempre il frutto dell’essere stati in pericolo,
dell’essersi spinti, in un’esperienza, fino al limite estremo
oltre il quale nessuno può andare.”
 
Rainer Maria Rilke
.
.

     “La poesia di questo All’oscuro dei voyeur di Angela Greco presenta un forte nominalismo, che s’intrama (naturaliter si direbbe) nella mossa, a volte colloquiale, ma più spesso franta (come sospesa e subito dopo ripresa), tessitura dei versi.

Si tratta di un nominalismo, in cui i nomina delle cose si dispongono, nei segmenti versici, a grappoli, a catene pressoché continue di immagini, di metafore, di semina e “lampi” simbolici del pensiero e, costantemente esposti allo specchio concavo delle svariate forme dell’ironia – dalla giocosa all’irridente, dalla paradossale alla grottesca, alla sublime – sfocianti, talora, in zone di confine fra l’espressionistico e il surreale («Sotto il cappello sfuggono l’ansia dell’attesa e la finestra»; «Le diagonali tirate dalla luce affettano il sabato»), si organizzano a rappresentare un personalissimo microuniverso poetico.

Nel quale s’attesta la cognizione della solitudine, della distanza interpersonale («Sciolti i nodi / siamo tempeste in formazione in attesa della pioggia»), dell’inappartenenza («Non m’incontro più nemmeno allo specchio»), dell’assenza («Avrò notizie di me / tra qualche giorno. Oggi non mi riconosco»), dell’invano («si raccattano parole per imbrogliare l’attimo»): della prevalenza disperante, insomma, del Nulla che ci attanaglia e ci ottunde («Dietro le quinte è pieno di aghi spuntati dal Nulla»). Il tutto sorretto da un linguaggio poetico all’apparenza dimesso, sì, ma al contempo assai mobile, intriso di colori, di sfumature e di variationes ritmiche, musicali e figurali («è appena fiorita l’immagine della sera»): un linguaggio che, fra il visivo e il visionario, inanella immagini, figure, oggetti e  istanze della mente, incastonandoli in un verso ipermetrico, a suo modo narrativo, e proiettandoli in una dimensione che pare collocarsi nello spazio atemporale del sogno (dove «Seduti scomodi sul secolo breve finito forse nel 1989 / intoniamo canti da raccolta di cotone per farne bende»).

Il ritmo e i tagli delle sequenze versiche, oltre tutto, immettono il lettore ex abrupto nel continuo flusso di testi poetici spesso non titolati (quasi frantumi di disintegrati poemetti), come a voler dimostrare che la poesia cerca e rinviene nella parola la coscienza della forma, la sorgente del desiderio e dell’ebbrezza inventiva, in una transizione di senso verso le radicali unità di pensiero e stupore, di testo e immagine, di presenza e confronto tragico con la frontiera dell’assoluto. Senza trascurare la sua precipua funzione di creare, proporre e rappresentare universi non solo paralleli, ma pure alternativi all’universo reale in cui ci troviamo inesorabilmente confitti («La poesia è insubordinazione, stazione viaria, azione, / passaggio in auto-stop verso una nuova galassia»).

Dotata, nel caso di specie, d’una robusta e perentoria vis assertiva («L’intonaco aspetta l’ultima mano; ritrovare la via / di casa nel dedalo degli accadimenti non è facile. / Ogni ritorno è un caso limite di sopravvivenza»), non chiusa, peraltro, ad attimi di delicato incanto («L’ultima anatra si rifaceva il trucco specchiandosi sul ghiaccio / appena formato: al di sotto della lastra, salutava per l’ultima volta / un pesce rosso dagli occhi languidi. Non mi ha detto dove / fosse diretta; ci siamo ritrovate, poco dopo, all’ufficio spaesamenti…»), essa sembra ingaggiare una specie di permanente sfida con la parola e con le infinite possibilità che la stessa offre di rappresentare le cose, l’esistenza, i rovelli  del pensiero, il mondo, nel loro cangiante cromatismo d’immagini, nella plasticità dei movimenti e nella immobile fissità dall’abbandono, non trascurando di cercare, comunque, una plausibile via d’uscita dalla insensatezza della realtà e dell’essere.” (Prefazione di Franco Pappalardo La Rosa)

QUI il libro

Versi estratti da All’oscuro dei voyeur di Angela Greco (YCP, marzo 2019)

§
Il vecchio studio è un dipinto famoso:
l’archivio metallico rintocca a ogni ricerca
e il tarlo spezza le gambe. Il tavolo non regge più
la poltrona è orlata di buchi, la lampada intermittente.
Edward costruisce fondali e lame di luce nell’attesa.
Colori svenduti in questi giorni distopici.
.
«Non m’incontro più nemmeno allo specchio.
Sfuggo nel punto d’ombra dietro la solarità
e in pochi conoscono l’assenza che mi abita.
Il riflesso appanna i bicchieri buoni.
Appartengo ad altri luoghi, altre modalità,
all’estenuante ricerca, alla parola non ascoltata.»
.
«Continua a guardare nella direzione del vento,
forse è da lì che torneranno gli occhi lucidi
e i venditori di occhiali non potranno opporsi.»
C’è tempo per ritrovarsi. Adesso è un altro tempo;
lascia che incomba un silenzio di risurrezione.
.
.
.
.
§
Nel deserto aree di servizio lasciate alla polvere
fanno rifornimenti inutili di umanità fuori servizio.
Scivolano sui tetti le ambiguità della sera: non mi fido
di troppi sguardi, del rifugio del peccatore, della sedia
lasciata a guardia dell’ingresso principale alla controra.
Il vento di ponente intasa le tasche di sabbia.
Preme la voglia di arrendersi sempre più spesso,
di anestetizzare il gesto, di zittire il proseguimento
di questa impresa fallimentare, del disequilibrio tra
uscite ed entrate, del debito con l’insicurezza.
Luglio non ha colpe del silenzio che disanima il torace.
.
Una pioggia ìmpari di sete e controsensi annacqua quest’ora;
il canadair superstite sorvola disattenzioni premeditate,
mentre al largo combatte il mare. Dimenticati gli esiti
si raccattano parole per imbrogliare l’attimo.
Tornerò ad abitare agli esordi della pietra, graffiando
pareti future d’uomini e animali che si negano a vicenda.
Vagisce il distacco dall’appartenermi: metà agosto
ha infiammato tutto quello che rimane.
.
.
.
Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo Editore, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Ed.Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017); Correnti contrarie (Ed.Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII. Settembre 2017); Ancora Barabba (Collezione Bocche Naufraghe, YCP, 2018). È ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

Giorni iblei

dal libro All’oscuro dei voyeur (QUI), prefazione di Franco Pappalardo La Rosa

Il sasso nello stagno di AnGre

Tratto da “amArgine”, 13 settembre 2017

Poemetto, micro poema poco importa incasellare. La scrittura di Angela Greco qui è ricca, esaustiva, evita però un’eccessiva ricchezza/lunghezza nel verso, assume fascino e musica. Giorni Iblei è resoconto di un viaggio estivo in Sicilia, una breve vacanza. Il caldo, i fuochi, le bellezze asperrime della zona iblea della Sicilia, filtrati dallo sguardo dell’autrice, sempre attento e minuzioso nel registrare e renderli poesia. D’altronde se la creatività non passasse per lo sguardo, per la persona che c’è dietro quello sguardo, avremmo prodotti e non opere d’arte. Invito alla lettura di questo pezzo, alle sue assonanze ai suoi versi forti, bello da leggere perché privo di rami secchi e binari morti. Angela Greco ha scelto versi molto forti e suggestivi a ogni apertura di strofa, sì che la lettura ne sia affascinata ma anche consapevole. Penso che la poesia tragga ristoro, perché a suo modo…

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Giornata Mondiale della Poesia: Ci abita il freddo

“[…] A volte, via via sempre più spesso, mi domando che fine facciamo noi, / quando il circondario ghiaccia e nessuno ha mani libere / per scaldare altro.” Per la Giornata Mondiale della Poesia (21 marzo), prima di tutto e di qualsiasi manifestazione esteriore, leggiamola, questa osannata, amata, detestata, ambita, maledetta poesia! Fermiamoci,  dedichiamoci, godiamoci questo tempo, il tempo di una poesia…

*

CI ABITA IL FREDDO

«Dove vanno le anatre di Central Park quando il lago ghiaccia? »
.
Basta attraversare la strada maggiore per ritrovare l’America,
nel luccichio ingannevole di un oceano da raggiungere a nuoto.
Central Park è a due pagine da qui; quindici righe al di là
della piazza con l’orologio barocco che segna la mia infanzia.
Il viale alberato conta i passanti. L’inverno ci abita con le sue
molte piume e poche parole; cristalli umani vanno e vengono.
.
Ti ho visto: contavi le foglie residue dell’autunno, seduto
sulla sponda opposta del lago. Aspettavi un cigno e i suoi passi
di danza e di morte, ma è arrivata la primavera col cappellino
e hai rimandato a più tardi la partenza. La domanda ha corso
sulla stradina nascosta dei due fidanzatini; hai riso della fretta
e della neve incurante. Ho gridato al miracolo, mentre il musicista
e uno stormo dal collarino verde hanno salutato il parco
guardandosi le spalle e le penne. Ho preso appunti. Dove siamo?
.
L’ultima anatra si rifaceva il trucco specchiandosi sul ghiaccio
appena formato: al di sotto della lastra, salutava per l’ultima volta
un pesce rosso dagli occhi languidi. Non mi ha detto dove
fosse diretta; ci siamo ritrovate, poco dopo, all’ufficio spaesamenti.
Ore 11.37, tram in ritardo. Il lago mi è venuto vicino;
i piedi infreddoliti non collimano con l’attesa e allora gli offro
un caffè italiano, amaro e nero, tra la folla che assale la fermata.
Il momento esatto in cui ho spiccato il volo è stato dopo lo zucchero,
ma in questo momento della destinazione finale non serve dirne.
.
Tutte le anatre, non escluse quelle di Central Park, hanno un numero
di serie stampato sulla piuma interna dell’ala sinistra, poco in vista.
Serve a contare i giorni che rimangono, ma nonostante questo,
visto dall’alto il giardino sembra anche più bello.
Ho cattivi rapporti con il circondario, con le feste comandate e
con l’inverno. Il lago ghiaccia in questa stagione e mai, mai che il sole
provveda a dare direttive per salvaguardare la pelle dalle rughe.
Nel forno qualcosa brucia, ma non sono io; non mi hanno catturata
e anche questa volta svernerò lontano da qui. Il bagaglio ingombra
quanto basta per dire viaggio; getterò man mano il superfluo. Arriverò
col vestito esatto per la cerimonia di chiusura. Per favore, fiori rossi.
.
Holden non ha più età. Povero Holden. E’ finito fuori strada.
Ha qualcosa di rotto e tutto il contenuto della borsa sul prato.
Da giovane ha vagato di pagina in pagina fino al punto; ora ha
dimenticato il libro altrove da qui e poco gl’interessa come va a finire.
Volutamente ha omesso ogni dialogo, per non incorrere in altre
domande. Quella sulle anatre ha tormentato intere generazioni, ma,
poi, alla fine, cosa vuoi che ci interessi del lago ghiacciato?
A volte, via via sempre più spesso, mi domando che fine facciamo noi,
quando il circondario ghiaccia e nessuno ha mani libere
per scaldare altro.
.
*
.
Angela Greco, da All’oscuro dei voyeur
.
*
(immagine d’apertura dal web, adattamento grafico a cura del blog)

Anteprima editoriale: All’oscuro dei voyeur di Angela Greco

“Le opere d’arte sono sempre il frutto dell’essere stati in pericolo,
dell’essersi spinti, in un’esperienza, fino al limite estremo
oltre il quale nessuno può andare.”
 
Rainer Maria Rilke
.
.

     “La poesia di questo All’oscuro dei voyeur di Angela Greco presenta un forte nominalismo, che s’intrama (naturaliter si direbbe) nella mossa, a volte colloquiale, ma più spesso franta (come sospesa e subito dopo ripresa), tessitura dei versi.

Si tratta di un nominalismo, in cui i nomina delle cose si dispongono, nei segmenti versici, a grappoli, a catene pressoché continue di immagini, di metafore, di semina e “lampi” simbolici del pensiero e, costantemente esposti allo specchio concavo delle svariate forme dell’ironia – dalla giocosa all’irridente, dalla paradossale alla grottesca, alla sublime – sfocianti, talora, in zone di confine fra l’espressionistico e il surreale («Sotto il cappello sfuggono l’ansia dell’attesa e la finestra»; «Le diagonali tirate dalla luce affettano il sabato»), si organizzano a rappresentare un personalissimo microuniverso poetico.

Nel quale s’attesta la cognizione della solitudine, della distanza interpersonale («Sciolti i nodi / siamo tempeste in formazione in attesa della pioggia»), dell’inappartenenza («Non m’incontro più nemmeno allo specchio»), dell’assenza («Avrò notizie di me / tra qualche giorno. Oggi non mi riconosco»), dell’invano («si raccattano parole per imbrogliare l’attimo»): della prevalenza disperante, insomma, del Nulla che ci attanaglia e ci ottunde («Dietro le quinte è pieno di aghi spuntati dal Nulla»). Il tutto sorretto da un linguaggio poetico all’apparenza dimesso, sì, ma al contempo assai mobile, intriso di colori, di sfumature e di variationes ritmiche, musicali e figurali («è appena fiorita l’immagine della sera»): un linguaggio che, fra il visivo e il visionario, inanella immagini, figure, oggetti e  istanze della mente, incastonandoli in un verso ipermetrico, a suo modo narrativo, e proiettandoli in una dimensione che pare collocarsi nello spazio atemporale del sogno (dove «Seduti scomodi sul secolo breve finito forse nel 1989 / intoniamo canti da raccolta di cotone per farne bende»).

Il ritmo e i tagli delle sequenze versiche, oltre tutto, immettono il lettore ex abrupto nel continuo flusso di testi poetici spesso non titolati (quasi frantumi di disintegrati poemetti), come a voler dimostrare che la poesia cerca e rinviene nella parola la coscienza della forma, la sorgente del desiderio e dell’ebbrezza inventiva, in una transizione di senso verso le radicali unità di pensiero e stupore, di testo e immagine, di presenza e confronto tragico con la frontiera dell’assoluto. Senza trascurare la sua precipua funzione di creare, proporre e rappresentare universi non solo paralleli, ma pure alternativi all’universo reale in cui ci troviamo inesorabilmente confitti («La poesia è insubordinazione, stazione viaria, azione, / passaggio in auto-stop verso una nuova galassia»).

Dotata, nel caso di specie, d’una robusta e perentoria vis assertiva («L’intonaco aspetta l’ultima mano; ritrovare la via / di casa nel dedalo degli accadimenti non è facile. / Ogni ritorno è un caso limite di sopravvivenza»), non chiusa, peraltro, ad attimi di delicato incanto («L’ultima anatra si rifaceva il trucco specchiandosi sul ghiaccio / appena formato: al di sotto della lastra, salutava per l’ultima volta / un pesce rosso dagli occhi languidi. Non mi ha detto dove / fosse diretta; ci siamo ritrovate, poco dopo, all’ufficio spaesamenti…»), essa sembra ingaggiare una specie di permanente sfida con la parola e con le infinite possibilità che la stessa offre di rappresentare le cose, l’esistenza, i rovelli  del pensiero, il mondo, nel loro cangiante cromatismo d’immagini, nella plasticità dei movimenti e nella immobile fissità dall’abbandono, non trascurando di cercare, comunque, una plausibile via d’uscita dalla insensatezza della realtà e dell’essere.” (Prefazione di Franco Pappalardo La Rosa)

QUI il libro

Versi estratti da All’oscuro dei voyeur di Angela Greco (YCP, marzo 2019)

§
Il vecchio studio è un dipinto famoso:
l’archivio metallico rintocca a ogni ricerca
e il tarlo spezza le gambe. Il tavolo non regge più
la poltrona è orlata di buchi, la lampada intermittente.
Edward costruisce fondali e lame di luce nell’attesa.
Colori svenduti in questi giorni distopici.
.
«Non m’incontro più nemmeno allo specchio.
Sfuggo nel punto d’ombra dietro la solarità
e in pochi conoscono l’assenza che mi abita.
Il riflesso appanna i bicchieri buoni.
Appartengo ad altri luoghi, altre modalità,
all’estenuante ricerca, alla parola non ascoltata.»
.
«Continua a guardare nella direzione del vento,
forse è da lì che torneranno gli occhi lucidi
e i venditori di occhiali non potranno opporsi.»
C’è tempo per ritrovarsi. Adesso è un altro tempo;
lascia che incomba un silenzio di risurrezione.
.
.
.
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§
Nel deserto aree di servizio lasciate alla polvere
fanno rifornimenti inutili di umanità fuori servizio.
Scivolano sui tetti le ambiguità della sera: non mi fido
di troppi sguardi, del rifugio del peccatore, della sedia
lasciata a guardia dell’ingresso principale alla controra.
Il vento di ponente intasa le tasche di sabbia.
Preme la voglia di arrendersi sempre più spesso,
di anestetizzare il gesto, di zittire il proseguimento
di questa impresa fallimentare, del disequilibrio tra
uscite ed entrate, del debito con l’insicurezza.
Luglio non ha colpe del silenzio che disanima il torace.
.
Una pioggia ìmpari di sete e controsensi annacqua quest’ora;
il canadair superstite sorvola disattenzioni premeditate,
mentre al largo combatte il mare. Dimenticati gli esiti
si raccattano parole per imbrogliare l’attimo.
Tornerò ad abitare agli esordi della pietra, graffiando
pareti future d’uomini e animali che si negano a vicenda.
Vagisce il distacco dall’appartenermi: metà agosto
ha infiammato tutto quello che rimane.
.
.
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Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo Editore, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Ed.Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017); Correnti contrarie (Ed.Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII. Settembre 2017); Ancora Barabba (Collezione Bocche Naufraghe, YCP, 2018). È ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.