Ah, l’amore…

Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore,
tenace come gli inferi è la passione:
le sue vampe son vampe di fuoco,
una fiamma del Signore!
Le grandi acque non possono spegnere l’amore
né i fiumi travolgerlo.
Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa
in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio

(Cantico dei Cantici 8:6-7)

Se ti offendo baciandoti, se questo
ti sembra un’offesa, fammi la stessa
offesa: avanti, baciami anche tu!

(Stratone)

Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile;
non so, ma è proprio così, e mi tormento.

(Catullo, Odi et amo, trad. S.Quasimodo)

[…] Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
.
Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».
.
E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.
.
Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
.
Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
.
Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
.
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».
.
Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.
.
E caddi come corpo morto cade.
(Dante, Commedia, Inferno, Canto V)

ROMEO
Ride delle cicatrici chi non è mai stato ferito.
(notte fonda, giardino di casa Capuleti; sul balcone, appare Giulietta.)
Ma, piano, quale luce erompe da quella finestra?
È l’oriente, e Giulietta è il sole! Oh, sorgi bel sole,
e uccidi la luna invidiosa che è già malata e pallida di rabbia,
perché tu, sua ancella, di lei sei tanto più bella.
Non servirla più, quell’invidiosa: la sua vestale
porta il malsano costume verde indossato solo dai buffoni.
Gettalo via! Oh, se sapesse che è la mia donna,
il mio amore! Oh se lo sapesse!
Ella parla, pur senza dire parola. Com’è mai possibile?
Sono i suoi occhi a parlare, e io risponderò loro.
Sono troppo ardito. Non è a me che parla.
Due tra le stelle più luminose del cielo, dovendo assentarsi,
supplicano i suoi occhi di voler brillare
al loro posto sin che abbiano fatto ritorno.
E se i suoi occhi fossero in quelle sfere,
e le stelle sul suo volto? Le sue guance luminose
farebbero allora vergognare quelle stelle,
come il giorno fa impallidire la luce di una torcia.
E i suoi occhi, in cielo, scorrerebbero nella regione dell’aria
con un tale splendore che gli uccelli,
credendo finita la notte, riprenderebbero a cantare.
Guarda come appoggia la guancia alla sua mano:
potessi essere io il guanto di quella mano,
e poter così toccare quella guancia!
.
GIULIETTA
Ahimè!
(Come avesse sentito un rumore, o forse assorta in tristi pensieri, sospirando)
.
ROMEO
(tra sé) 
Ma parla…
Oh, dì ancora qualcosa, angelo splendente,
così glorioso in questa notte, lassù, sopra la mia testa,
come un messaggero alato del cielo quando abbaglia
gli occhi stupiti dei mortali, che si piegano all’indietro
per guardarlo varcare le nubi che si gonfiano pigre,
e alzare le vele nel grembo dell’aria.
.
GIULIETTA
Oh Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo?
Rinnega tuo padre e rifiuta il tuo nome,
oppure, se non vuoi, giura che sei mio
e smetterò io d’essere una Capuleti.
.
ROMEO
(Sempre tra sé) 
Devo ascoltare ancora, o rispondere subito?
.
GIULIETTA
È solo il tuo nome che m’è nemico, e tu sei te stesso
anche senza chiamarti Montecchi. Cos’è Montecchi?
Non è una mano, un piede, un braccio, un volto,
o qualunque parte di un uomo. Prendi un altro nome!
Cos’è un nome? Ciò che chiamiamo rosa,
con qualsiasi altro nome avrebbe lo stesso profumo,
così Romeo, se non si chiamasse più Romeo,
conserverebbe quella cara perfezione che possiede
anche senza quel nome. Romeo, getta via il tuo nome,
e al suo posto, che non è parte di te, prendi tutta me stessa.
.
ROMEO
(con voce decisa)
Ti prendo in parola.
Chiamami amore e sarà il mio nuovo battesimo:
ecco, non mi chiamo più Romeo.
.
GIULIETTA
Chi sei tu che così avvolto nella notte
inciampi nei miei pensieri?
(W.Shakespeare, Romeo e Giulietta, Atto II, scena II)

Un giorno esisterà

Un giorno esisterà la fanciulla e la donna,
il cui nome non significherà più soltanto un contrapposto al maschile,
ma qualcosa per sé,
qualcosa per cui non si penserà a completamento e confine,
ma solo a vita reale: l’umanità femminile.
Questo progresso trasformerà l’esperienza dell’amore,
che ora è piena d’errore,
la muterà dal fondo,
la riplasmerà in una relazione da essere umano a essere umano,
non più da maschio a femmina.
E questo più umano amore somiglierà a quello che noi faticosamente prepariamo,
all’amore che in questo consiste,
che due solitudini si custodiscano, delimitino e salutino a vicenda.

(R.M.Rilke)

Che sia l’amore tutto ciò che esiste
È ciò che noi sappiamo dell’amore;
E può bastare che il suo peso sia
Uguale al solco che lascia nel cuore

(Emily Dickinson)

Ricordiamoci dell’amore ogni giorno…

OK, approfittiamo pure della data del 14 febbraio, ma…non dimentichiamoci di amare e di amarci ogni giorno, ogni momento, ogni attimo; soprattutto, non dimentichiamo che cos’è l’Amore e non scambiamo per amore quel che tale non è…Buona lettura. (AnGre)

Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore,
tenace come gli inferi è la passione:
le sue vampe son vampe di fuoco,
una fiamma del Signore!
Le grandi acque non possono spegnere l’amore
né i fiumi travolgerlo.
Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa
in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio

(Cantico dei Cantici 8:6-7)

Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile;
non so, ma è proprio così, e mi tormento.

(Catullo, Odi et amo, trad. S.Quasimodo)

[…] Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
.
Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».
.
E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.
.
Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
.
Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
.
Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
.
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».
.
Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.
.
E caddi come corpo morto cade.
(Dante, Commedia, Inferno, Canto V)

ROMEO
Ride delle cicatrici chi non è mai stato ferito.
(notte fonda, giardino di casa Capuleti; sul balcone, appare Giulietta.)
Ma, piano, quale luce erompe da quella finestra?
È l’oriente, e Giulietta è il sole! Oh, sorgi bel sole,
e uccidi la luna invidiosa che è già malata e pallida di rabbia,
perché tu, sua ancella, di lei sei tanto più bella.
Non servirla più, quell’invidiosa: la sua vestale
porta il malsano costume verde indossato solo dai buffoni.
Gettalo via! Oh, se sapesse che è la mia donna,
il mio amore! Oh se lo sapesse!
Ella parla, pur senza dire parola. Com’è mai possibile?
Sono i suoi occhi a parlare, e io risponderò loro.
Sono troppo ardito. Non è a me che parla.
Due tra le stelle più luminose del cielo, dovendo assentarsi,
supplicano i suoi occhi di voler brillare
al loro posto sin che abbiano fatto ritorno.
E se i suoi occhi fossero in quelle sfere,
e le stelle sul suo volto? Le sue guance luminose
farebbero allora vergognare quelle stelle,
come il giorno fa impallidire la luce di una torcia.
E i suoi occhi, in cielo, scorrerebbero nella regione dell’aria
con un tale splendore che gli uccelli,
credendo finita la notte, riprenderebbero a cantare.
Guarda come appoggia la guancia alla sua mano:
potessi essere io il guanto di quella mano,
e poter così toccare quella guancia!
.
GIULIETTA
Ahimè!
(Come avesse sentito un rumore, o forse assorta in tristi pensieri, sospirando)
.
ROMEO
(tra sé) 
Ma parla…
Oh, dì ancora qualcosa, angelo splendente,
così glorioso in questa notte, lassù, sopra la mia testa,
come un messaggero alato del cielo quando abbaglia
gli occhi stupiti dei mortali, che si piegano all’indietro
per guardarlo varcare le nubi che si gonfiano pigre,
e alzare le vele nel grembo dell’aria.
.
GIULIETTA
Oh Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo?
Rinnega tuo padre e rifiuta il tuo nome,
oppure, se non vuoi, giura che sei mio
e smetterò io d’essere una Capuleti.
.
ROMEO
(Sempre tra sé) 
Devo ascoltare ancora, o rispondere subito?
.
GIULIETTA
È solo il tuo nome che m’è nemico, e tu sei te stesso
anche senza chiamarti Montecchi. Cos’è Montecchi?
Non è una mano, un piede, un braccio, un volto,
o qualunque parte di un uomo. Prendi un altro nome!
Cos’è un nome? Ciò che chiamiamo rosa,
con qualsiasi altro nome avrebbe lo stesso profumo,
così Romeo, se non si chiamasse più Romeo,
conserverebbe quella cara perfezione che possiede
anche senza quel nome. Romeo, getta via il tuo nome,
e al suo posto, che non è parte di te, prendi tutta me stessa.
.
ROMEO
(con voce decisa)
Ti prendo in parola.
Chiamami amore e sarà il mio nuovo battesimo:
ecco, non mi chiamo più Romeo.
.
GIULIETTA
Chi sei tu che così avvolto nella notte
inciampi nei miei pensieri?
(W.Shakespeare, Romeo e Giulietta, Atto II, scena II)

Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco:
t’amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, tra l’ombra e l’anima.
.
T’amo come la pianta che non fiorisce e reca
dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il concentrato aroma che ascese dalla terra.
.
T’amo senza sapere come, né quando, né da dove,
t’amo direttamente senza problemi né orgoglio:
così ti amo perché non so amare altrimenti
.
che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.
(Pablo Neruda, Sonetto XVII)

E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
nè ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
nè qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
nè la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.

(Julio Cortázar, Il futuro)

L’amore non dà nulla fuorché sé stesso
e non coglie nulla se non da sé stesso.
L’amore non possiede,
né vorrebbe essere posseduto
poiché l’amore basta a all’amore.

(Khalil Gibran, Segui l’amore)

Rabindranath Tagore – Da dove viene la tua inquietudine, Amore?

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Rabindranath Tagore, da Petali sulle ceneri

Da dove viene la tua inquietudine, Amore?
Lascia che il mio cuore tocchi il tuo
e che con i miei baci possa cancellare
il tuo muto dolore.
.
Quest’ora ci è giunta dal mistero della notte
perché l’amore possa crearsi un nuovo mondo,
penetrando, dalle porte chiuse, al bagliore di
quest’unica lampada.
.
Non abbiamo, come melodia, che un rosaio
sul quale le nostre labbra si poseranno a turno,
per corona non avremo che una ghirlanda,
con la quale abbellirò la mia fronte,
dopo avere ornato la tua.
.
Strappando dal mio petto questo velo,
preparerò per terra il nostro letto,
l’unisono delle carezze e un sonno delizioso
riempiranno il nostro piccolo universo
senza confini.
*
tratta da Rabindranath Tagore, Poesie d’amore (trad. di Brunilde Neroni, TEA, 2007)
immagine: scena da un matrimonio indiano – dal web

due poesie di Alejandra Pizarnik

Hop_8
Edward Hopper, Morning Sun (Sole di mattina), olio su tela, 1952

 

Chi illumina

Quando mi guardi
i miei occhi sono chiavi,
il muro ha segreti,
il mio timore parole, poesie.
Solo tu fai della mia memoria
una viaggiatrice affascinata,
un fuoco incessante.

§

Presenza

La tua voce
in questo non potersene uscire le cose
dal mio sguardo
mi spossessano
fanno di me un vascello in un fiume di pietre
se non è la tua voce
pioggia sola nel mio silenzio di febbri
tu mi liberi gli occhi
e per favore
parlami
sempre

Alejandra Pizarnik

da Nuove poesie d’amore, Crocetti Editore – trad. di Claudio Cinti

14 febbraio 2015 esce Personale Eden, poesie di Angela Greco (La Vita Felice)

Personale Eden -poesie - Angela Greco - AnGre - La Vita Felice

PERSONALE EDEN poesie di Angela Greco (La Vita Felice)

riprendimi esattamente da questo punto
quello in cui coloravamo il ritrovarci stretti
precisi nello sbottonare voglia e labbra:

tra le tue dita il mio dettaglio nascosto alza la voce
e fughiamo chiaroscuri di silenzi ormai altrove da qui
ché sappiamo adesso dove posare l’istinto incrollabile
ad afferrare e restituire duplicate ipotesi di paradiso […]

(pag.27)

[…] ecco, conoscevo, ma non sapevo chi e cosa fosse la poesia e, se sono in parte riuscito a riconoscerla e ad apprezzarla a quasi settant’anni, lo devo ad Angela Greco e alla sua amicizia che tanto disinteressatamente mi ha donato. Leggendo questo nuovo lavoro, in effetti, si viene proiettati in una dimensione tra il reale e l’onirico, dove forse le nostre stesse pulsioni erotiche prendono forma e corpo attraverso i suoi versi, divenendo noi stessi attori e spettatori insieme, parte di un susseguirsi di eventi immaginati, sognati e desiderati quasi spudoratamente.

A mio parere, oltre ai bellissimi versi carichi di erotico-lirismo, il grande merito di Angela è di essere riuscita – finalmente aggiungerei con stima –  a sdoganare, come donna, un certo tipo di poesia scritta soltanto e soprattutto, a parte poche eccezioni, da uomini, mantenendo salde tutte le caratteristiche linguistiche ed estetiche tipiche del fare femminile […] (Giorgio Chiantini)

§

[…] Nell’assolo posto in chiusura di Personale Eden, in modo particolare, Angela Greco sembra voler stemperare nella ricerca di soluzioni stilistiche l’animosità della visione amorosa che si va dipanando in versi che fanno del climax ‘ambientale’ e del crescendo protratto nella sostenuta consistenza sillabica la caratteristica di fondo della esperienza e della espressione poetica.

Sembra voler stemperare la tensione, dicevo, ma così non è: la poetessa di Massafra in realtà conduce il lettore – e se stessa – al cospetto di una tensione che da amorosa diventa erotica, ma senza mai trascendere, rimanendo sul piano dello sfioramento e della osservazione, senza nulla concedere, sia chiaro, al voyeurismo e alle prurigini: è un discorso tra l’animo – e l’anima – che vede e descrive il proprio sentire giustapponendosi all’essenza inafferrabile e implorata dell’amato, la cui presenza quasi occhieggia tra le righe invocanti di questo bella e difficile prova poetica. (Cataldo Antonio Amoruso)

copertina Personale Eden

http://www.lavitafelice.it/scheda-libro/angela-greco/personale-eden-9788877996090-251072.html

Ringraziamenti
A mio marito Nicola, al quale dedico con amore questo dire poetico, va il ringraziamento per la fiducia in crescendo verso la mia scrittura ed un grazie speciale per la pazienza da dividere con la nostra piccola Josephine; a Cataldo Antonio Amoruso e a Giorgio Chiantini, il mio immenso grazie per essere insostituibili affetti, lettori in anteprima, sostenitori e dispensatori di pratici consigli di cui sempre necessiterò; un ringraziamento lo devo anche a Michelangelo Zizzi e ad Antonino Caponnetto per i preziosi suggerimenti e all’artista Gianni Gianasso per la sua disponibilità; grazie, quindi, alla Casa Editrice nella persona di Diana Battaggia dalla bella e accogliente voce che ha creduto in questo mio nuovo lavoro e a Rita Pacilio, sensibile e carissima prefatrice, che ha voluto segnare queste pagine con la sua penna e in fine, ultimo ma non meno importante, grazie di cuore ai miei lettori, senza i quali questa gioia fatta di poesia, pagine e amicizie avrebbe avuto minor valore.

(tratto da Personale Eden, poesie di Angela Greco – La Vita Felice)

Tattoo Motel di Davide Cortese letto da Angela Greco

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“Farsi tatuare sull’inguine per aver amato lo sguardo di un tatuatore, per aver desiderato che le sue mani toccassero la tua pelle segreta.”

Tattoo Motel, il nuovo lavoro di Davide Cortese, questa volta in prosa, dopo aver pubblicato varie esperienze poetiche, esordisce con un lodevole incipit, che proietta immediatamente e senza mezzi termini, accorciando il fiato fin dal primo rigo, lo spettatore-lettore nel complesso e articolato sistema scena-libro, rendendo noti subito tutti gli elementi che lo coinvolgeranno ed esternando in una conoscenza cinematografica-musicale-letteraria anche una sapiente consapevolezza del genere romanzo, che tratta per la prima volta per i tipi di Lepisma Edizioni (2014).

Un territorio inesplorato – la pelle, involucro esterno edificato a difesa, ma anche superficie che ricopre l’intimo – che darà vita ad un susseguirsi di capitoli che procedono proprio per superficie di pelle aggiunta a quello che sarà il disegno finale: “Ci vorranno un po’ di sedute per realizzarlo” […] “dipende dalla tua resistenza al dolore”. […] “Voglio che tu veda il tuo tatuaggio solo quando sarà finito”. Pagina dopo pagina è una sensazione tangibile lo scorrere sottopelle dell’inchiostro e degli avvenimenti densi di sensuale dolore e amore al contempo, il definirsi cauto e a costo del dolore più acuto, del progetto che va definendosi per i protagonisti, Eva e Dan (ma anche il piccolo Nico), sia esso un disegno visibile o invisibile, che inevitabilmente andrà a contrassegnare l’esterno di sé, ma ancor più il segreto e l’intimo di destini incrociatisi per caso.

Marchiare indelebilmente la pelle è una sacralità – che tra le appassionanti pagine emerse dalla penna di Davide, viene sconvolta, mutata, assurgendo a metafora contornata da sentimenti forti d’amore e fedeltà pagati a caro prezzo – che coinvolge entrambe le parti interessate, chi realizza il tatuaggio e chi lo porterà addosso, stabilendo ruoli precisi ed interscambiabili di dominio e sottomissione, di dipendenza e libertà tra i due. La strada che porterà ago e inchiostro a realizzare l’opera – in questa mia lettura, che forse meraviglierà lo stesso autore –  è il cammino stesso che ogni artista intraprende, per sentieri il più delle volte ostili e dunque dolorosi, pur di giungere a quella libertà estrema che lo faccia sentire realizzato.

Tra le varie altre letture a cui si presta Tattoo Motel, quella della metafora dell’arte, forse la meno lampante per il lettore, credo sia da non sottovalutare, anche perché tutto il testo è colmo di richiami e rimandi poetici, musicali, visivi, sensoriali, in una sorta di rappresentazione cinematografica, come si legge anche nella prefazione, volta alla celebrazione della volontà e della libertà di poter essere finalmente se stessi.

Dan ed Eva, i protagonisti dai nomi brevissimi come la puntura di un ago ed evocativi del suono che mette al tappeto e della nascita della vita, si infiggono nel lettore nello scorrere della lettura, sorprendendo ed emozionando, in una scrittura che spiazza nella brevità dei capitoli e nella chiarezza delle posizioni pur intessendo tortuosità nei rimandi e nei flash-back, adottati ornamenti per una scena allestita non a caso. Interessante è anche il ruolo affidato ad un altro protagonista, Nico, il figlio bambino del tatuatore e trait d’union tra le due parti maschile e femminile (che nell’evolversi del romanzo si comportano e pensano e agiscono classicamente secondo il loro genere); Nico ha il ruolo di riscatto e resurrezione da un passato che grava ed impedisce il costituirsi del futuro e grazie al quale si realizzerà il destino finale forse di tutti coloro che hanno partecipato a queste pagine. Destino finale, che poi altro non è che l’amore accettato in tutto e per tutto, finanche nei e con i demoni che obbiettivamente ogni amore porta sempre con sé, come si legge nei versi di Davide Cortese stesso posti a chiusura e forse disvelamento si potrebbe dire di tutto il testo, tatuati da Eva su Dan, in un rovesciamento dei ruoli in cui si può intravedere tra le righe anche la concezione che l’autore ha della figura femminile. [Angela Greco]

“Vorrei poter accarezzare i tuoi demoni,”[…]
“due dita, a scivolargli sul volto.
Vorrei scendere nel tuo inferno
e bruciarmi nel tuo fuoco di dolore.
Vorrei guardarti dentro agli occhi
e cercare nell’iride una pace.
Mutino i segni sul volto dei demoni:
accarezzàti sapranno sorridere,
e il fuoco impuro che ti divora
potrà salvarti tornando a scaldare.
L’alto è la volontà della fiamma,
passione la sua danza di luce.
L’inferno ti illumina il volto
perché mai possa conoscere il buio
il tuo ineffabile sorriso di dio.”

copertina davide cortese

Mariangela Gualtieri, Se la parola amore è

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Se la parola amore è
uno straccio lurido,
se non ho altra lingua per dire cosa
amo, se l’anima adesso è un ingombro
e il cielo un posto come un altro
se dormiamo e dormiamo

se il mio canto è schiacciato nel cantone
se il mio canto o il tuo, se il mio canto

se tutte le parole dei savi sono troppo
lente per questa corsa sui cocci, se anche
le bestie in quel loro morire bastonate
neppure si rivelano

se c’è una tosse se c’è una
tosse che incrosta il cielo
e poi lo sputa

se abbiamo nemici dentro le teste
e macchinette rotte

se la mano è scontrosa alla mano
scontrosa rompe l’onda e il ramo
rompe l’ala e il becco

se abbiamo salmi stonati
se le macerie sulle facce stanche
fanno il peso di tutta la storia

se poi nessuno viene
nessuno s’alza dal fradicio delle tombe
a consegnarci un grappolo, una tazza
un giuramento alla luce
se se se

se c’è una sete che ci ammala
se c’è un sorso per chi ha sete
se davvero davvero muove il sole
se muove il sole e l’altre stelle
se la sua gran potenza, sua gran
potenza d’antico Amor,
se il nostro cuore è immenso
se il nostro cuore
talvolta è immenso, se le
stelle nascono, se è vero che nascono
anche adesso, se siamo polverine allo
sbaraglio, catenelle smagliate,

benedico ogni centimetro d’Amore ogni
minima scheggia d’Amore
ogni venatura o mulinello d’Amore
ogni tavolo e letto d’Amore

l’Amore benedico
che d’ognuno di noi alla catena
fa carne che risplende

Amore che sei il mio destino
insegnami che tutto fallirà
se non mi inchino alla tua benedizione.

*

Mariangela Gualtieri

AA.VV. Nuove poesie d’amore, Crocetti Editore, 2010

Umberto Saba, Foglia

16771068

Foglia

Io sono come quella foglia – guarda –

sul nudo ramo, che un prodigio ancora

tiene attaccata.

 

Negami dunque. Non ne sia rattristata

la bella età che a un’ansia ti colora,

e per me a slanci infantili s’attarda.

 

Dimmi tu addio, se a me dirlo non riesce.

Morire è nulla; perderti è difficile.

*

Umberto Saba

(da Tre vecchie poesie, in Tutte le poesie, Milano, Mondadori 1988)

Jacques Prévert, Sabbie mobili

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Renato Guttuso, figura distesa (1961) – china e acquarello su cartone intelato, cm 72×100

 

Sabbie mobili

Dèmoni e meraviglie

Venti e maree

Lontano di già si è ritirato il mare

E tu

Come alga dolcemente accarezzata dal vento

Nella sabbia del tuo letto ti agiti sognando

Dèmoni e meraviglie

Venti e maree

Lontano di già si è ritirato il mare

Ma nei tuoi occhi socchiusi

Due piccole onde son rimaste

Dèmoni e meraviglie

Venti e maree

Due piccole onde per annegarmi.

§

Sables mouvants

Démons et merveilles
Vents et marées
Au loin déjà la mer s’est retirée
Et toi
Comme une algue doucement caressée par le vent
Dans les sables du lit tu remues en revant
Démons et merveilles
Vents et marées
Au loin déjà la mer s’est retirée
Mais dans tes yeux entrouverts
Deux petites vagues sont restées
Démons et merveilles
Vents et marées
Deux petites vagues pour me noyer.

*

Jacques Prévert

(testi dal web)