Accade a Venezia…

—–[42] In questa città si può versare una lacrima in diverse occasioni. Posto che la bellezza sia una particolare distribuzione della luce, quella più congeniale alla retina, una lacrima è il modo con cui la retina – come la lacrima stessa – ammette la propria incapacità di trattenere la bellezza. In generale, l’amore arriva con la velocità della luce; la separazione, con quella del suono. Ciò che inumidisce l’occhio è questo deterioramento, questo passaggio da una velocità superiore ad una inferiore. Poiché siamo esseri finiti, una partenza da questa città sembra ogni volta definitiva; lasciarla è un lasciarla per sempre. Perché con la partenza l’occhio viene esiliato nelle province degli altri sensi: nel migliore dei casi nelle crepe e nei crepacci del cervello. Perché l’occhio non si identifica col corpo, ma con l’oggetto della propria attenzione. E per l’occhio la partenza è un processo speciale, legato a ragioni puramente ottiche: non è il corpo a lasciare la città, è la città ad abbandonare la pupilla. Allo stesso modo il commiato dalla persona amata provoca dolore,e soprattutto un commiato graduale, chiunque sia a partire e per qualsiasi motivo. Nel mondo in cui viviamo, questa città è il grande amore dell’occhio. Dopo, tutto è delusione. Una lacrima anticipa quello che sarà il futuro dell’occhio.

da Fondamenta degli Incurabili (Adelphi, 2012) di Iosif Brodskij

—–Sfumata in un residuo di nebbia che non ce la faceva né a dissiparsi né a diventare pioggia, un po’ disfatta da un torpido scirocco più atmosfera che vento, assopita in un passato di grandezza e splendore e sicuramente d’immodestia confinante col peccato, la città era piena di attutiti rumori, di odori stagnanti nel culmine d’una marea pigra. Sole e luna le segnavano un ritmo diverso, e come sospinta da un doppio scorrere di tempo essa incessantemente moriva nei marmi e nei mattoni, nei pavimenti avvallati, in travi e architravi ed archi sconnessi, in voli di troppi colombi, nell’inquietudine di miriadi di ratti che si annidavano moltiplicando in attesa. Della gente ognuno portava in sé un particella di quella finalità irrimediabile. Facevano le cose d’ogni altra gente, comprare il pane o il giornale, andare al tribunale o ad aprire bottega o a scuola e perfino in chiesa, e lo facevano con più spensieratezza che altrove, con un ridere arguto e gentile, in una parvenza di commedia che peraltro era, appunto, un invito affinché la morte facesse più in fretta.

Poi, un campanile dietro l’altro, il cielo opaco fu raggiunto dal mezzogiorno, ma non bastò a fare allegria nell’umido mezzogiorno di novembre. Al di là della commedia, chi aveva sentimenti e presentimenti poco lieti doveva per forza tenerseli. I mori dell’orologio batterono a turno, anch’essi due volte, le dodici ore sui tetti e sopra la vasta piazza del santo evangelista.

da Anonimo veneziano (Ed.BUR) di Giuseppe Berto

La città risuona ad ogni onda che si infrange sulle sue fondamenta.
Il vetro soffiato appena qualche isola da qui è trasparente
e racchiude tutti: il mare, lui, lei, l’abitazione, la tigre e la poesia.
La stagione è tra le migliori nonostante sia inverno;
il sibilo del vento attraverso i ricami di pietra ammalia.
.
Ancora una finestra aperta.
Dalla via d’acqua sembra non ci sia la luce all’interno.
La tenda bianchissima ondeggia.
Il secondo piano è la cima innevata dove respirare aria purissima.
.
I due sono nudi prima della notte.
Bussano ad una porta di legno antico.
Si apre una inaudita intimità. Entrano.
.
.
da Anamòrfosi (Ed.Progetto Cultura, Roma, 2017) di Angela Greco.
(immagini dal web; dipinto di Claude Monet, Tramonto a Venezia)

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Nazario Pardini legge: Anamòrfosi e Ancora Barabba di Angela Greco

N.Pardini legge: “Anamòrfosi” e “Ancora Barabba” di A.Greco — Tratto da “Alla volta di Leucade” (leggi qui), il blog del prof.Nazario Pardini, che si ringrazia di cuore.

Anamòrfosi: ἀναμόρϕωσις «riformazone», formare di nuovo… guardare la realtà da un osservatorio particolare per metterne in risalto la vera faccia; per intenderne le funzioni umane viste da una collocazione terrestre. Questo il titolo del libro dato alle stampe per i tipi Progetto Cultura nel febbraio del 2017 (qui il libro). Sono due i libri pervenutimi di Angela Greco: l’uno, citato, che diviso in otto sezioni, colpisce fin da subito per originalità e creatività; l’altro, per invenzione di mosse verbali personali che, già presenti nei titoli contrassegnati da numeri romani, si assemblano con fattiva organicità. Una narrazione ampia e articolata più vicina agli intendimenti di una riforma prosastica egemonizzante la poesia italiana negli ultimi anni che a quelli di una sonorità settenario-endecasillaba più legata alla eufonia della nostra tradizione letteraria. Si parte da un gioco di minimalismi ordinari, da un insieme di sensazioni sensoriali, o di cenestesico effetto, per decollare verso spazi discorsivi di rara conturbazione estetica, sintagmatica. Tutto è ampio, largo, oltre un verso che richieda l’a capo. Sembra che l’autrice abbia trovato la sua forma, il suo habitat, in una andare senza limiti estensivi; senza freni di ordine metrico; d’altronde sono tante le occasioni creative, tante le immagini poetiche, tanti i riflessi reali ri-visti da una particolare posizione; e la realtà è immensa per chi la sa leggere e la lettura della Greco richiede un’organizzazione verbale articolata per dirsi nella sua completezza, carica come è di input intellettivi, revisionanti. Poesia nuova, originale, creativa, questo lo dobbiamo dire, alquanto distante dagli intendimenti di estetica musicale, memoriale, sentimentale, epigrammatica per saudade, odeporico senso esistenziale in misure più snelle e armoniche. Poesia questa della Greco che rompendo gli schemi di una tradizione a volte scontata, fatta di lirismi decadenti e piagnucoloni, irrompe in parametri abituali con iuncturae ipertrofiche o ipo scuotendo l’attenzione e richiamando alla parola e ai suoi nessi. Basterebbe citare alcuni versi per renderci conto di quanto tale stile venga alimentato da variazioni stilistiche:

… ma è la nudità della parola, quando spoglia/ tenta la salita e tu la chiami Poesia. (Pp. 17)

… l’alba è prescrizione di medico pietoso. (Pp. 18)

… Entra per la stessa porta e chiudi subito./Togli pure la  maschera. Non servirà… (Pp. 23)

… Pensi che Orfeo abbia contato i gradini?… (Pp. 40)

… Ogni volta che poggio la penna sul foglio/ sento scorrere qualcosa fuori… (Pp. 49)

… Amleto continua a interrogarsi di teschio in teschio/ ed Orfeo canta l’eterna incongruenza tra reale e sogno/ la poesia, forse… (Pp. 53)

… La città ha solo facciate/ e bocche aperte, affamate e menzognere. (Pp. 66)

Piove con straordinaria docilità/ e il grigio obbliga al accendere la luce… (Pp. 70)

La mano è ferma sulla maniglia della porta/ non vuole inclinare quel momento… (Pp. 71)

Iperboli, ricerca assidua e incontentabile di ricami creativi, scosse verbali, metonimie, adynaton…, sinestesie, schizzi semantici, visti da un osservatorio distaccato e “inoffensivo”… Insomma un carico di figure che adornano il contesto fino a renderlo particolarmente esplosivo.

Anche la natura, come ogni altro opportuno elemento figurativo, viene presa e direzionata verso l’intellighentia costruttiva della Greco: Campo di grano con corvi, amici diradati come accade ai fiori di pesco, dialogo tanto reale quanto surreale fra un lui e una lei, il giallo dei tigli che cerca di graffiare l’azzurro, l’insolito novembre, un corvo che passa su questo cielo stabilendo somiglianze. Sì, la natura c’è ma serve coi suoi lineamenti a mettere in ballo personaggi che entrano ed escono da un quadro alla Milosz; alla maniera di una NOE di fattura linguaglossiana, dove il tutto è demandato ad oggetti che si fanno soggetti spersonalizzando l’io, ed il suo bagaglio mnemonico.

Comunque è bello, sano, innovativo, rigenerativo correre in braccio ad esperienze nuove; corriamo, quindi, andiamo freschi e pimpanti verso linguaggi altri, verso altre avventure linguistico-esplorative, purché resti impresso in noi: “Il fatto che esistiamo, con tutte le complicanze del caso”.

Il secondo libro dal titolo Ancora Barabba, dato alle stampe per i caratteri di Youcanprint nel 2018 (qui il libro), letto in successione, rivela delle novità linguistico strutturali non di poco conto. Si dipana su uno spartito di 14 poesie distinta ciascuna da un numero romano: da La città da qui sembra smisurata a Un passo, un altro, un altro, un altro. Sebbene la poetessa sembri ictu oculi indirizzata verso una simile disposizione formale, il medesimo stampo descrittivo, la stessa ricchezza inventiva, rispettando il proprio modus operandi, in verità, leggendo a fondo, la scrittura si fa meno invasiva, meno ampia, più vicina ad un ordine versificatorio di euritmica sonorità. Si prenda ad esempio la XIII composizione. Una successione di versi di libera positura in un campo semantico di novenari, quaternari, senari… di armoniche iuncturae, dà luogo ad una espressiva narrazione che non tradisce gli schemi di una versificazione lirico-analitica. Tutto è scorrevole; il verbo scivola mansueto e accordato a felici nervature.

Il giorno nasce con la piega greve
della maschera che ti accompagna
al posto numerato comprato.
.
L’attesa si sveste di silenzio
inizia la rincorsa a qualunque cielo
sia in grado di ascoltare,
ad ogni dio che abbia occhi per i suoi piedi
e per quelle mani che edificano preghiera.
.
La notte ha sbarrato le palpebre
ed ha perso le stelle.
.
Si affittano speranze
Anche usate,
purché risuolate bene.

Attualissima disposizione filosofica, sentito quadro di umana fattura: c’è la morte che domina, il suo spettro, il futuro dell’esistere e del disfarsi, la preghiera, l’attesa, la rincorsa ad un qualunque cielo in grado di ascoltare; e infine, a chiudere, una strofa che arriva e spacca per la sua impennata creativa. Un andazzo lirico che bene accompagna una vicenda conosciuta, arricchendola di simbolismi che molto hanno a che vedere con quella di ognuno di noi. C’è il bene il male, il vuoto il pieno, il Caino e l’Abele, c’è quella simbiotica fusione degli opposti che tanto dice della vita: Barabba, la sua complessità emotiva, il suo tracciato vicissitudinale; c’è un’analisi di perspicua capacità psicologica; le aggiunte di arguta forza rappresentativa. Il personaggio è ben delineato in un raffronto con una contingenza zeppa di dubbi e di interrogativi: la vita, il sonno, la mente, l’esistere e la croce:

(…)
Mi risollevo dal letto
In direzione dello specchio.
Guardo.
Stanno issando una croce, che guarda me.

*

Ibi omnia sunt: c’è il contenuto, la forma, ci sono le immagini. In più la Cultura che docile e mansueta si fa plasmare come argilla nelle mani dell’artista. Proprio così! Un’opera che convince, che spazia e si colora di tanta personalissima fattura: versi sul cui tappeto di velluto si snocciola una storia di polivalente significanza, di profonda simbologia umana. Ma più che altro che si trova a suo agio in una scrittura più vicina ai ritmi e agli accorgimenti di una poetica ritrovata. Così avevo concluso la mia lettura (Qui) della silloge Attraversandomi, Editrice Limina Mentis, Villasanta (MB), 2015, della poetessa. E mi piace ripetermi “… Sì, vita e poesia; e qui la vita della Greco c’è tutta, tutta intera con i sogni, le fughe, i ritorni, le illusioni, le speranze; ma soprattutto col patrimonio del memoriale e con quello della sensibilità che ti fa salire al cielo con una scala i cui gradini sono di cose semplici e reali; una vetta che puoi scalare solo con un animo votato all’azzurro; cosciente delle magrezze del quotidiano e dello splendore di un faro su un mare senza confini (Nazario Pardini, 25/04/2015).

Nazario Pardini

 

Angela Greco, versi da Anamòrfosi

#
La città risuona ad ogni onda che si infrange sulle sue fondamenta.
Il vetro soffiato appena qualche isola da qui è trasparente
e racchiude tutti: il mare, lui, lei, l’abitazione, la tigre e la poesia.
La stagione è tra le migliori nonostante sia inverno;
il sibilo del vento attraverso i ricami di pietra ammalia.
.
Ancora una finestra aperta.
Dalla via d’acqua sembra non ci sia la luce all’interno.
La tenda bianchissima ondeggia.
Il secondo piano è la cima innevata dove respirare aria purissima.
.
I due sono nudi prima della notte.
Bussano ad una porta di legno antico.
Si apre una inaudita intimità. Entrano.
.
.
.
#
L ’imbarcazione abbandonata alla deriva svanisce
silenziosa e laccata di nero scivola nel punto di fuga.
.
Questa città quasi inesistente è una metafora perfetta:
ha vetri per tagliare le vene, acqua per estrarre il sangue,
merletti per mascherare lo sguardo e una porta sempre aperta
per nascondere amanti da confondere al risveglio
nell’asfissia della folla indifferente.
.
«Non fermiamoci qui.
Dal piano più alto sarà più vicina l’alba»
«Seguimi» dissero simultaneamente.
.
Ascendono per una scala ripida senza protezioni.
Non si voltano.
Quello che rimane alle spalle si confonde nel buio.
Non è possibile tornare indietro.
.
La città ha solo facciate
e bocche aperte, affamate e menzognere.
.
.
.
#
Soltanto oggi
ci si accorge della notte
sospesa
al finestrino in partenza per la città di vetro
che raccoglie suoni dalle corde.
.
Soltanto ieri
la risposta è comparsa sullo schermo
ad albeggiare sorriso dietro gli occhiali:
non voleva dargli ragione sulla musica.
.
Non aveva mai fatto caso al tintinnio
della penna sui bordi innevati.
.
.
versi editi tratti da Anamòrfosi  (Ed.Progetto Cultura, Roma) di Angela Greco

Appuntamenti con la poesia…

2017 anno di soddisfazioni per la poesia di Angela Greco, che dalla bella Massafra (TA), dov’è nata e vive, ha portato i suoi versi a Roma e in altre località italiane.

Anamòrfosi (Ed.Progetto Cultura – qui il libro) e Correnti contrarie (Ensemble – qui il libro), i due libri editi rispettivamente nel mese di febbraio e di ottobre, saranno presenti alla sedicesima edizione di Più libri più liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria, che si svolgerà dal 6 al 10 dicembre 2017 a Roma, al nuovo Roma Convention Center – La Nuvola dell’Eur.

L’8 dicembre, alle ore 12.30 nella Sala Marte (http://www.plpl.it/event/poesia-contemporanea/), in occasione della presentazione della collana “Il dado e la clessidra” delle Edizioni Progetto Cultura, l’autrice leggerà degli estratti da Anamòrfosi, poemetto che in questi giorni è risultato finalista al “Premio Internazionale Patria Letteratura”, dedicato alle raccolte edite di poesia, promosso da Patria Letteratura – Rivista internazionale di lingua e letteratura (Edizioni Ensemble – http://www.edizioniensemble.it/premio-partria-letteratura-risultati/).

Anamòrfosi sarà anche presente in collettanea il 14 dicembre p.v. ad una serata speciale di #POETRY – serate in poesia a cura di Flavio Almerighi, Aurea Bettini e Monica Guerra dedicata al Mito a Faenza (RA), dove lo stesso Flavio Almerighi leggerà i versi di Angela Greco (sotto, due delle poesie scelte per la serata) presso il bar Linus dalle ore 20.30 in poi.

*

In questo nuovo pezzo di secolo è stato spostato tutto
il peggio che era possibile trasportare è stato sistemato
in un angolo meglio in vista rispetto al luogo precedente.
.
Il corpo intero è stato traslato
non lasciando reliquie dietro di sé
ostentando l’immagine perfetta
è giunto a fine corsa seguito dai proseliti.
.
Più in basso ancora le voci dei dannati ammoniscono:
“devi conoscere l’abisso prima della risurrezione”
e qui non è implicato nessun dio.
.
Euridice lo sa di cosa stiamo parlando.
E lo sa bene l’avvoltoio nella sua attesa.
Arriva sempre l’orario di chiusura del teatro,
la deposizione delle maschere.
Forse il patibolo è insito nella scrittura.
.
Canta ancora Orfeo.
Dobbiamo tornare negli inferi.
.
.
*
.
Gli inferi sono una questione strettamente personale
pochissimi sono gli accompagnatori.
Non si può ripetere il viaggio di qualcun altro.
.
.
Il tavolo di legno rettangolare sostiene
inferni bianchissimi
come ossa piante da tempo.
La sedia completa l’altare
per mani che appassionate celebrano.
.
La discesa nel regno degli inferi è un corpo a corpo
(in assise davanti al legno rettangolare il poeta sembra pregare)
.
Orfeo segna il cammino con le note che via via si assottigliano
e la mano sfiora senza esitare le nove corde della lira.
.
.

per la grafica si ringrazia di cuore A.B.

*

Nicola Romano legge Anamòrfosi di Angela Greco

Avendo tra le mani l’«Anamorfosi» di Angela Greco, la prima operazione da fare è quella di comprendere e interpretare l’architettura di questa raccolta poetica che in forma prettamente teatrale affronta a vasto raggio taluni infiniti aspetti legati essenzialmente a dei rigurgiti esistenziali, che vanno a confluire in una poetica degli stati d’animo e delle imprescindibili ma sofferte consapevolezze. E accogliamo volentieri quanto l’autrice esprime nella sua nota introduttiva, se in questa “anamorfosi” possiamo spendere la nostra libertà nel ricreare le infinite atmosfere descritte, al fine di ridare colore ad ogni cosa, viva o morta che sia. Pur aleggiando tra i versi un certo classicismo di formazione, scopriamo il dettato permeato di moderno e di contemporaneo, vieppiù supportato da uno sfondo di paesaggi molto dinamici che tra le righe manifestano degli ardori per niente trattenuti. Riteniamo che l’essenza di tutta la raccolta si racchiuda nei due versi compresi nell’«Epilogo»: Vivi nella parola non detta, quella che impronunciata esula dal vocabolario, verificandosi in tale enunciato quella che è l’auspicabile congiunzione dell’umano con la dimensione totalitaria del cosmo, e in tale armonica contingenza sentiamo la sua poesia  divenire liberazione e spazio vitale per tutti. Nel poetare di Angela Greco scorgiamo inoltre una ricca capacità di metafore che con eleganza formale vanno ad indicare un significante che esce fuori dalla particolare struttura che è stata assegnata a questa raccolta, per rivelarsi veicolo essenziale ad una orchestrazione lirica abbastanza riconoscibile e formalmente impeccabile.  [Nicola Romano]

Nicola Romano risiede a Palermo, dove è nato nel 1946. Giornalista pubblicista, dal 1987 al 1996 è stato condirettore del periodico “insiemenell’arte” e attualmente collabora a quotidiani e periodici con articoli d’interesse sociale e culturale. Molti i titoli di poesia pubblicati, tra cui Voragini ed appigli edito da Pungitopo nel 2016.

da Anamòrfosi, versi di Angela Greco

«Vivi nella parola non detta
quella che impronunciata esula dal vocabolario».
La voce acquea del maestro ha sfumatura d’oboe
e le sue dita una ad una percorrono tasti e spazi;
«La notte pericolosa di Istanbul delle tue mani
s’insinua come lo stiletto dei suoi minareti
nella mia mancata comprensione».
Lei conosce bene e teme quella malia.
.
L’atto creativo è una vicinanza erotica,
il ritrovarsi dopo l’invadenza del vento.
L’infedeltà scopre la parola
e la piega ad una volontà superiore
fuori dall’orbita, verso il buio ignoto.
.
«Siamo echi di precedenti sistemi solari
– sussurra all’orecchio di lei, il maestro –
onde di ritorno di antiche maree,
pezzi di umanità che ci illudiamo di governare.
.
Ogni volta che fermiamo un attimo sul bianco
siamo intere costellazioni in movimento
perseguitate dall’assenza».
.
.
 (Ed.Progetto Cultura, Roma, 2017 – qui il libro)
.

Un giorno a Venezia

—–Approfittando della presenza del nostro stimatissimo amico Flavio Almerighi a Venezia, ospite con i suoi versi dell’ultimo incontro del ciclo “Callisto – Incontri di Poesia a Palazzo Grimani” sul tema delle metamorfosi, Il sasso nello stagno di AnGre è lieto di condividere una pagina sulla città lagunare, così da partecipare – seppur virtualmente – sia all’evento, che della bellezza di una città senza eguali. Buona lettura.

(in apertura foto di Gianni Berengo Gardin, Venezia, 1959)

due inediti di Flavio Almerighi

muoriti stella!
.
Muoriti stella sfondata,
diceva spingendola oltre un muro,
oltre il balcone
oltre il nulla:
quello che è una nebbia
in cui si smette di sentire
di pensare, molto molto buia
più nessun tormento.
.
Il nero è troppo erotico
per essere nulla senza accatti,
muoriti stella! Il mio stellicidio
verrà dopo il tuo, crepa tu
che io son Dio!
.
La spinse oltre i gerani,
oltre la pioggia che non cadeva
dentro un pomeriggio oppresso
di sole fondente e aria ferma.
Lei sparì in fretta, oltre gerani
sole fuso e aria ferma,
oltre la pioggia che non veniva,
ma lei non cadde, volò.
.
.
.
un disco per l’estate
.
Betta, caotica serie di chiazze
sull’abbronzatura perfetta,
ridacchia al telefono,
ha un’agenzia di traslochi
un marito, ma il treno è in ritardo
poi è piccola, ha un bel corpo
ma la pelle screziata
autorizza a pensar male.
.
Domani è sabato
a Riccione parte un disco per l’estate,
le acque asfaltabili,
sudamericane e spagnole mimetiche,
portaerei al largo.
.
Roversi le riteneva dune,
rifugi antiaerei
l’Adriatico è bello.
Poco più giù gli arabi, uno sull’altro
pronti a conquistare l’Impero,
noi al solito impegnatissimi
a invecchiare.
.
L’estinzione dei cavallucci marini
è stata in nome di dio e del progresso,
penso ai pantaloni corti, ma no
non penso che a te.
(immagine in alto: Fortunato Depero, Coleottero Veneziano, 1938)

—–[42] In questa città si può versare una lacrima in diverse occasioni. Posto che la bellezza sia una particolare distribuzione della luce, quella più congeniale alla retina, una lacrima è il modo con cui la retina – come la lacrima stessa – ammette la propria incapacità di trattenere la bellezza. In generale, l’amore arriva con la velocità della luce; la separazione, con quella del suono. Ciò che inumidisce l’occhio è questo deterioramento, questo passaggio da una velocità superiore ad una inferiore. Poiché siamo esseri finiti, una partenza da questa città sembra ogni volta definitiva; lasciarla è un lasciarla per sempre. Perché con la partenza l’occhio viene esiliato nelle province degli altri sensi: nel migliore dei casi nelle crepe e nei crepacci del cervello. Perché l’occhio non si identifica col corpo, ma con l’oggetto della propria attenzione. E per l’occhio la partenza è un processo speciale, legato a ragioni puramente ottiche: non è il corpo a lasciare la città, è la città ad abbandonare la pupilla. Allo stesso modo il commiato dalla persona amata provoca dolore,e soprattutto un commiato graduale, chiunque sia a partire e per qualsiasi motivo. Nel mondo in cui viviamo, questa città è il grande amore dell’occhio. Dopo, tutto è delusione. Una lacrima anticipa quello che sarà il futuro dell’occhio.

da Fondamenta degli Incurabili (Adelphi, 2012) di Iosif Brodskij

—–Sfumata in un residuo di nebbia che non ce la faceva né a dissiparsi né a diventare pioggia, un po’ disfatta da un torpido scirocco più atmosfera che vento, assopita in un passato di grandezza e splendore e sicuramente d’immodestia confinante col peccato, la città era piena di attutiti rumori, di odori stagnanti nel culmine d’una marea pigra. Sole e luna le segnavano un ritmo diverso, e come sospinta da un doppio scorrere di tempo essa incessantemente moriva nei marmi e nei mattoni, nei pavimenti avvallati, in travi e architravi ed archi sconnessi, in voli di troppi colombi, nell’inquietudine di miriadi di ratti che si annidavano moltiplicando in attesa. Della gente ognuno portava in sé un particella di quella finalità irrimediabile. Facevano le cose d’ogni altra gente, comprare il pane o il giornale, andare al tribunale o ad aprire bottega o a scuola e perfino in chiesa, e lo facevano con più spensieratezza che altrove, con un ridere arguto e gentile, in una parvenza di commedia che peraltro era, appunto, un invito affinché la morte facesse più in fretta.

Poi, un campanile dietro l’altro, il cielo opaco fu raggiunto dal mezzogiorno, ma non bastò a fare allegria nell’umido mezzogiorno di novembre. Al di là della commedia, chi aveva sentimenti e presentimenti poco lieti doveva per forza tenerseli. I mori dell’orologio batterono a turno, anch’essi due volte, le dodici ore sui tetti e sopra la vasta piazza del santo evangelista.

da Anonimo veneziano (Ed.BUR) di Giuseppe Berto

La città risuona ad ogni onda che si infrange sulle sue fondamenta.
Il vetro soffiato appena qualche isola da qui è trasparente
e racchiude tutti: il mare, lui, lei, l’abitazione, la tigre e la poesia.
La stagione è tra le migliori nonostante sia inverno;
il sibilo del vento attraverso i ricami di pietra ammalia.
.
Ancora una finestra aperta.
Dalla via d’acqua sembra non ci sia la luce all’interno.
La tenda bianchissima ondeggia.
Il secondo piano è la cima innevata dove respirare aria purissima.
.
I due sono nudi prima della notte.
Bussano ad una porta di legno antico.
Si apre una inaudita intimità. Entrano.
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da Anamòrfosi (Ed.Progetto Cultura, Roma, 2017) di Angela Greco.
(immagine in alto: Claude Monet, Tramonto a Venezia)

Angela Greco, una poesia da Anamòrfosi (Ed.Progetto Cultura, Roma)

da Anamòrfosi, Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2017 (qui)

.
La terra pensa di essere in maggio e accelera la fioritura dei ciliegi.
Piccoli fiori piovono sulla testa e sulle spalle della dama e dell’uomo
(lui guarda con circospezione alla caviglia di lei il sonaglio che ammalia).
.
Ci sono giorni in cui nemmeno una piuma piove dal cielo
e le nuvole sembrano enormi nidi vuoti in attesa
di quelle uova che si dischiuderanno oltre tempo.
.
(al di là della scena principale si sente un convegno di volatili
che parlano concitati tra loro appena fuori il bordo del foglio)
.
«Ha qualcosa di mistico questo rosa che percola dai rami»
«Ogni caduta è una danza che sorprende».
Antiorari precipitano i petali verso la terra:
una discesa agli inferi di minuscole dimensioni
dallo stesso peso della caduta di Lucifero.
.
.
Esistono voli da superare per ritrovare quel cielo
contro la logica oraria che sovrasta.
Il vuoto esige coraggio.
.
(crocida la cornacchia fuori da qui)
.
.
.
.
.
Dedicata ai miei 41 anni compiuti oggi, ai miei Amici, ai miei Affetti, ai miei Lettori, a chi crede in me e nella Poesia.
Dedicato a tutti i “volatili” che hanno dismesso il volo per balbettare sciocchezze e supponenze fuori luogo, perché, in fondo, sono utili pure loro per far meglio comprendere quel che non siamo e non vogliamo essere. Grazie a tutti & gioia a voi!
Angela Greco AnGre

Luciano Nanni legge Anamòrfosi di Angela Greco

Nel ringraziare il sito literary.it e la sua redazione al completo, segnalo questa nota critica di Luciano Nanni al mio Anamòrfosi, ed. Progetto Cultura Roma, 2017. Buona lettura.

http://www.literary.it/dati/literary/nanni2/anamorfosi.html

*

Poesia. Non si incontrano di frequente opere il cui livello qualitativo coincide fra i testi e la prefazione e soprattutto in grado di stimolare riflessioni. Secondo noi il silenzio non è un limite, la parola può andare oltre, e il reale incide a volte in misura minore di quel che si pensi, pur ammettendo che qualsiasi aspetto, filosofico o materico, è reale, ma il linguaggio lo traduce in uno specchio anamorfico.

Chi si è lasciato irretire da certe sirene (nella seconda metà del novecento sembrano essere Montale e Pasolini) era forse inconsapevole di accettare determinate regole. Se poi un poeta volesse esibirsi ha scelto la via più difficile, poiché in diversi casi il far poesia contiene un’implicita idea di superiorità. Ciascun ente o identità però dovrà vedersela con la propria ottica e voler significare a ogni costo potrebbe farci perdere il senso psicologico più profondo. Angela Greco tende a ‘rappresentare’ – come dimostrano i versi estesi o macroversi – per arrivare alle soglie della narrazione: il raffigurare oggetti per dar loro verbalmente una consistenza deve tener conto di ciò che sfugge e anche la natura fa parte del quadro.

Emblematica la frase “La musica non mi ha mai convinto fino in fondo” (p. 35): farsi convincere infatti costituisce spesso un pericolo, che l’autrice riesce a eludere. Non poteva mancare, ma non è peccato, il mito quale esorcismo della caducità: una interpretazione critica già cambia nel momento stesso in cui avviene. L’Epilogo ci avvisa di percezioni ‘formali’ nel tentativo di una linea oppositiva alle superfici piatte per individuare un quid che per nostra fortuna non si rivela mai completamente.

Recensione a cura di Luciano Nanni – Pubblicata su  Literary nr. 4/2017

qui il libro 

*

«La musica non mi ha mai convinto fino in fondo
basta cambiare una nota e ha tradito l’armonia»
(il tono basso della voce maschile indica l’arrivo dell’inverno)
«Eppure prendiamo forma ascoltando un battito.
Il primo che dimentichiamo» (lei lo sa).
 .
 .
Volano neri in un cielo erroneamente primaverile, gli storni:
grandi macchie multiforme di uccelli
guidati dall’istinto
vanno altrove all’approssimarsi del pericolo
– oramai impossibile assomigliare loro come uomini –
 .
«Qual è la civiltà, maestro?»
«Quella che stiamo perdendo».
 .
Il prato scorre sotto i loro pensieri in direzione opposta al cielo.
.
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(pag.35)
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Angela Greco, poesie scelte da Anamòrfosi (Ed.Progetto Cultura, 2017) con un commento di Mariella Colonna

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da L’Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale, 2 marzo ’17 (clicca qui per l’estratto della Prefazione di Giorgio Linguaglossa e la Premessa dell’autrice)

Poesie scelte da Anamòrfosi (Ed.Progetto Cultura, Roma, 2017) di Angela Greco

§

Dunque Il poeta è un fingitore.
Da dove può venirgli l’autenticità?
Ride qualcuno dello sventurato.

«Tutto può essere tema dell’autenticità» – dici –
voglio credere che oltre questo tempo
dell’inganno e dell’apparenza tu abbia ragione.

Non è tangibile ciò a cui mi riferisco,
ma è la nudità della parola, quando spoglia
tenta la salita e tu la chiami Poesia.

(pag.17)

§

Westminster ogni quarto d’ora ricorda che qualcosa passa
con la sua suoneria puntuale oscilla dentro-fuori dagli occhi.
La luna piena d’ottone riflette l’angolo opposto della camera
dentro qualcuno è seduto ad una sedia dietro un tavolo.
I due fori sul quadrante si ricaricano in direzioni opposte:
tic-tac senza tregua da trent’anni tra mura tradiscono silenzio.

Ho studiato per diventare pioggia
ma la voce del tuono mi ha svegliato¹

Il pomeriggio è fatto per le preghiere e le cattive notizie.
La figura delle quindici e quindici è ferma sulla soglia;
dall’altra parte, diametralmente all’opposto,
la figura delle ore diciassette e venti la osserva.
Il silenzio pendola e nel mezzo la terza figura all’ora zero
ascolta l’aggiungersi dei rintocchi: uno, l’ora
due, la mezza e tre, un quarto alle sei. Devo svegliarmi.
Le parole ed il mattino oscillano
nello spazio compreso tra due assenze.

¹Giorgio Linguaglossa, Paradiso

(pag.19)

§

Abbiamo un Amleto in comune
a cui affidare una trama e svelare una follia.
Al termine della scena si spegnerà la luce
e si riempirà la stanza senza palcoscenico.

Entra per la stessa porta e chiudi subito.
Togli pure la maschera. Non servirà.

Racconta la vicissitudine della notte che hai ascoltato
di là da dietro il giorno, oltre la tenda, l’inganno:
hai visto quei volti bianchi di menzogna e hai riso
di inatteso stupore.

(sulla torre si fa sacra la notte al canto della civetta
e gli occhi conoscono bene il corridoio da percorrere)

Questa rappresentazione ha sortito applausi scroscianti
e preciso il tuo indice ha indicato il punto e il motivo
dove guardare, su cui scrivere, da cui fuggire.

Quel dire, però, non ha capacitato la platea
che riottosa ha lasciato il teatro nella nebbia.

(sulla torre si fa sacra la notte e la civetta è una lira
e la mano conosce bene il luogo da raggiungere)

Entra, l’attesa è conclusa. Il Novecento sta finendo
e con esso abbiamo finalmente una deriva
da accusare.

(pag.23)

§

«Monsieur oggi Parigi brucia.

Che senso ha quello che diciamo, oggi?»
L’uomo non risponde. La fissa solamente negli occhi.
Aspettava quella domanda.

Silenzio.

(la piazza adesso è un florilegio buio come la notte appena trascorsa.
Myosotis neri piovono da un cielo non diverso e volano bassi identici uccelli.
Vorrei parlare con mio fratello della terra che ha generato nostra madre,
ma questo non è più il tempo delle finestre con le tendine fiorite.)

Il lutto stringe gola e sonaglio alla caviglia
e nonostante la ferita l’uomo tende la mano alla dama:
«Danziamo. Non abbiamo altra salvezza».

(pag.33)

§

Fotografia nella cornice color ruggine:
vestiti, sorrisi e volti dietro grandi lenti da sole
ad oscurare pensiero e azione.
Fermi in posa nella grande stanza dalle tende stirate
e il pavimento lucido.
Una domanda: quanto può durare l’attimo?

Una voce si ferma lungo il tragitto dal letto alla finestra.
Lui e lei hanno interrotto la danza per ascoltarla.
La camera è una cassa armonica
e loro sono strumenti d’orchestra.

Pensi che Orfeo abbia contato i gradini?
La discesa agli inferi è un evento personale:
è pari ai giorni di cui abbiamo consapevolezza”.

(pag.40)

§

Gli inferi sono una questione strettamente personale
pochissimi sono gli accompagnatori.
Non si può ripetere il viaggio di qualcun altro.

Il tavolo di legno rettangolare sostiene
inferni bianchissimi
come ossa piante da tempo.
La sedia completa l’altare
per mani che appassionate celebrano.

La discesa nel regno degli inferi è un corpo a corpo
(in assise davanti al legno rettangolare il poeta sembra pregare)

Orfeo segna il cammino con le note che via via si assottigliano
e la mano sfiora senza esitare le nove corde della lira.

(pag.48)

§

Stamattina ho trovato la contraddizione che ti racconta.
Non ci sei, non ci sono le tue mani e non c’è il tuo volto
eppure sei qui tra questi righi che riempiono lo spazio.
Nell’atto stesso del pensare alle tue mani che altrove
si muovono, sei tu nel momento del riunirsi dei grafemi
e prendi corpo. Allora esisti anche dopo il punto e il buio.

Centottantasette giorni di discesa per ritrovare la strada:
il dito segna pagina ventinove e fiori destano il mio giardino
oltre la resina opaca di polvere la casa è ancora la stessa.
Mi guardi anche dopo le ultime pagine – che aspettano
fremendo di Jonio travolto dello scirocco – e ti chiamo.
Tu rispondi che la poesia è sempre un atto di anacronismo.
Sono certa che questo non è il nostro primo incontro.

(pag.70)

§

La mano è ferma sulla maniglia della porta
non vuole inclinare quel momento.
L’aria attraversa l’incavo della chiave
oltre l’impedimento visivo.
Una voce alle spalle rompe il silenzio:
«Di tutti i miei sensi sei il più acuto, oggi».

Un passo e un gesto basterebbero
a mandare in frantumi l’attimo.
Di quanto accade oltre la soglia
a loro non interessa. Sono al di qua,
dentro qualcosa di oscuro
che ancora sfugge.

(pag.71)

ANAMÒRFOSI letto e commentato da Mariella Colonna Filippone

Entro in Anamòrfosi di Angela Greco. Si ha l’impressione di varcare la soglia di un mondo nuovissimo, appena emerso da un nulla popolato di presenze: le parole, gelide e a un tempo incandescenti, creano spazi luminosi, ambienti in cui si percepisce, sì, l’invito ad entrare, ma con cautela, per non rompere i cristalli dell’incanto espressivo e della trasparenza linguistica, che è anche e sempre trasparenza dell’essere. Ho detto “parole gelide e incandescenti” e non si tratta di un paradosso, ma di una condizione esistenziale in cui si percepisce la presenza – assenza dell’autrice, dal primo all’ultimo verso dell’opera.

Anamòrfosi è senza dubbio un punto di arrivo. Angela Greco ha compiuto un percorso, un pellegrinaggio sacro insieme al Maestro per raggiungere il Tempio della Poesia. Ma, come per tutti i percorsi avventurosi e i pellegrinaggi, il lavoro per raggiungere la meta è stato impegnativo e difficile, anche se alleggerito dalla mano del Maestro, che non sembra aver mai lasciato quella dell’Allieva. Ci sono quindi molte componenti da analizzare che si intrecciano e si perdono per poi ritrovarsi, come in un labirinto di marmo e di cristallo. In quello spazio trasparente tutto è ontologicamente posseduto dalla purezza della Poesia nuova generata in contemporanea al momento-tempo della sua nascita. Nascita che va dalla prima all’ultima parola di Anamòrfosi, come indica lo stesso titolo sintetico, ma capace di svolgersi nella spirale che dal nucleo “primordiale” si allarga verso lo spazio circostante, come nella struttura della conchiglia che tanto ha suggestionato l’arte barocca con il suo dinamismo espansivo e vibrante.

Il “gelo” è dimensione di tempo nella purezza dello spazio segnato dai movimenti dell’orologio che lo negano e lo affermano come presenza-assenza:         

La figura delle 15 e 15 è ferma sulla soglia;
dall’altra parte, diametralmente all’opposto,
la figura delle diciassette e venti la osserva.
(…) Le parole e il mattino oscillano
nello spazio compreso tra due assenze

Nella Nuova Poesia, l’assenza è più importante della presenza, anche perché ad essa funzionale; analogamente, il silenzio è radice della parola che da quello nasce, come Venere dal mare.

Un’altra chiave di scrittura e di lettura di quest’opera è il mistero. Così sembra dire la stessa autrice in apertura della sezione Scene e personaggi: 

Abbiamo un Amleto in comune
a cui affidare la trama e svelare una follia.
Al termine della scena si spegnerà la luce.
E si riempirà la stanza senza palcoscenico.

La conclusione precede misteriosamente la vicenda che, a fine pagina, si connota di un preciso tempo storico: il Novecento, terzo personaggio – chiave si lettura insieme al Maestro e all’Allieva. Ma criptica è questa presenza di un Novecento quale doppio oggetto del desiderio diviso in odio e amore: lo si vuole distruggere, ma lo si ama appassionatamente, perché è parte della nostra Storia, è ancora dentro di noi: non saremmo Nuovi, se non ci fosse l’Antico. Dal “gelo” della purezza comincia a nascere qualche scintilla che poi, sempre in silenzio, provocherà un grande fuoco. Siamo nel pieno di un Giallo surreale. È attraente l’idea di scoprire chi o cosa c’è dietro le mura di marmo del labirinto, nello specchio di Amleto o dentro la conchiglia di Venere, assente nel testo poetico, ma più che mai presente nell’atmosfera che si va creando. Ci accorgiamo che sul “mistero” dell’Anamòrfosi comincia a configurarsi qualche indizio:

“(…) ad ogni parola dell’uomo la dama si fa più corporea.
Fuori della cornice lei è nella sua interezza.
Un sonaglio alla caviglia segna il passo minuto e sicuro.”

Pur trattandosi di un discorso intensamente simbolico e surreale, l’Allieva comincia a trasformarsi in un personaggio reale: affiora la corrispondenza tra la parola di lui e la corporeità di lei. La poesia introduce i due, Allieva e Maestro, in un mondo a parte, dove sentimenti e abitudini quotidiane non hanno più valore: la parola del Maestro esercita il suo potere su tutto, anche sulla corporeità dell’Allieva – da intendersi come metafora del suo essere poetessa e donna. La metafora nomina più eloquentemente l’assenza deducendola dalla presenza. Nei versi che seguono c’è un sonaglio alla caviglia che segna il passo minuto e sicuro di lei, la protagonista femminile. Il sonaglio è un oggetto erotico, ma, al di là di questo primo significato, il suo suono argentino accompagna a doppio filo lo sviluppo dell’incontro. La vicenda narrata è significativa perché riguarda l’Essere, ma la sovra-realtà, fitta di allegoria e simbolo, veste il reale con un linguaggio indiretto.anamorfosi

Esistenza e Poesia si sfidano, per poi entrare in perfetta sinergia, ma le briglie del cavallo impetuoso le stringe la Poesia:“la dama è in luce vestita di soli veli,/ la caviglia nervosa trema d’impazienza alle note che entrano…” e sta per cominciare la danza. La danza della vita o quella della Poesia?  Dell’una e dell’altra, ma ancora credo si debba dare il primato alla Poesia (che poi è vita, ma è anche “assenza” della stessa). E infatti il Maestro dice: “Dopotutto siamo solo un giro di valzer”, dove danza e valzer sembra si riferiscano alla creazione poetica.

C’è un momento che si distacca dalla fredda luce di specchi e di cristalli e introduce all’improvviso il colore, grazie all’evocazione di Van Gogh e di una sua opera,“Campo di grano con corvi”, in cui dominano il giallo e l’azzurro e i corvi neri, presenti anche in altre parti del poemetto. Il pittore è fermo di fonte all’opera, ma le sue mani lavorano febbrilmente. “La creazione è ribellione al caos” è un suo pensiero? Forse, ma non è solo un pensiero. La sequenza successiva ripropone gli stessi colori in un quadro di Hopper. Un corvo passa anche su questo cielo. In crescendo i colori della vita dipingono un’immagine di serenità: “La terra pensa di essere di maggio e accelera la fioritura dei ciliegi”. Ma ecco un nuovo colpo di scena: “Monsieur, oggi Parigi brucia.” L’atmosfera si fa cupa, “myosotis neri piovono da un cielo non diverso e volano bassi identici uccelli”. La conclusione del Maestro è: “Danziamo, non abbiamo altra salvezza”; il tema della danza evoca vita e poesia. Ma la Poesia, in ultimo, salva la coppia Maestro – Allieva, o chiunque altro sia Poeta, mentre Parigi brucia, cioè mentre tutto va in rovina.

La parentesi di Amleto riapre fulmineamente lo scrigno dove si celano i “misteri di AnGre (l’autrice)” e sembra orientarci proprio verso di lei, verso il suo specchio – labirinto personale. Lo specchio: AnGre. Amleto: il labirinto. Non esiste in letteratura personaggio più misterioso di Amleto. C’è senz’altro un legame tra la poetessa e Amleto, tenendo conto anche di un rimando ad un simile trauma all’occhio (alla visione), che la fece soffrire, di cui parla in una poesia in cui si rivolge in tono drammatico a Dio. Il paradosso di questo Amleto e di questa Angela Greco è che la sofferenza all’occhio (organo della visione in senso lato) guarisce quando nell’occhio di Amleto (e di AnGre?) si conficca una scheggia di vetro, frammento dello specchio su cui l’ira di Amleto aveva scagliato un bicchiere frantumandolo. Avrei un’interpretazione della metafora, ma “esigenze di copione” mi trattengono dal parlarne.

L’evento sembra compiersi in un clima poetico intenso e surreale, che ricorda i cieli, le nuvole e le rocce sospese in aria di Magritte, e tutto si raccoglie dentro il “vetro soffiato”: il mare, lui, lei, l’abitazione, la tigre e la Poesia. Il ribaltamento, la rivoluzione espressiva sta per accadere e la presenza della tigre è un indizio significativo. La nudità è l’essenza della vita senza ornamenti o ricami. I due personaggi sono al confronto finale, estremo: la tigre ne è il simbolo. Ed ecco la chiave offerta per comprendere: questa tigre, elemento primordiale istintivo tutto corpo, forza e slancio elegante nel salto per sbranare la preda è un tratto di penna sul foglio candido, cioè la scrittura, il mezzo per realizzare la rivoluzione poetica. Ma, per realizzare tale rivoluzione, è necessaria la lotta, “Un corpo a corpo spietato”.

L’evento è avvenuto, ma ha richiesto tutte le possibili energie dell’Allieva, il dono totale di sé, che ha qualcosa di spietato, perché, oltre a donare, bisogna anche distruggere, se si vuole ricominciare tutto da capo. Ciò che è avvenuto è avvolto nel mistero della Vita e della Poesia ed è inutile spiegare oltre: anche Anamòrfosi è un mistero bello della natura spiegato fino a dove pensiero umano può arrivare: a noi, ai lettori e ai critici resta il segno della zampata, che non potrà mai scomparire del tutto, perché le unghie della tigre scavano in profondità. Si tratta indubbiamente di un evento d’amore, come lasciano capire alcuni versi e immagini: “Il letto al centro della stanza è isola in mezzo all’oceano”, ma di un amore particolarissimo, che va al di là di ogni possibile definizione. Credo di poter dire almeno questo con certezza: è il legame che unisce due o più persone che cercano con ogni particella dell’essere la verità. Non una qualunque verità, ma quella oscura e luminosa ad un tempo, che connota la Poesia, che è creazione, ma è anche tenerezza, carezza da essere ad essere e, soprattutto, la gloria della parola (e del silenzio che la sostiene e accompagna,) scavata dentro l’anima e il corpo, capace di restituire all’uomo la bellezza di esistere e la gioia anche in mezzo alle macerie e ai mostruosi fantasmi della vita presente.  “Vivi della parola non detta” dice il Maestro e io aggiungo: “Che ancora puoi dire con il gesto della creazione, che fa di te un Poeta, un cantore della Vita.”  E ancora il Maestro:

Ogni volta che fermiamo un attimo sul bianco
siamo intere costellazioni in movimento
perseguitate dall’assenza

È su quell’assenza che cercheremo ancora e sempre la parola che nasce dal vissuto e non vissuto “nostro pane quotidiano” e che ci libera dal peso dell’esistere ricordandoci della rosa che fiorisce improvvisamente sulla strada di pietre che percorriamo a fatica: quest’anno, sulla mia strada, invece della rosa è fiorita l’Anamòrfosi di Angela Greco.

anche su: http://www.giorgiolinguaglossa.com/index.php/giorgio-linguaglossa-critica168

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14141814_1225516284182513_7786279857799465687_nMariella Colonna.  Sperimentate le forme plastiche e del colore (pittura, creta, disegno), come scrittrice ha esordito con la raccolta  di poesie Un sasso nell’acqua. Nel 1989 ha vinto il “Premio Italia RAI” con la commedia radiofonica Un contrabbasso in cerca d’amore, musica di Franco Petracchi (con Lucia Poli e Gastone Moschin). Radiodrammi trasmessi da RAI 1: La farfalla azzurra, Quindici parole per un coltello e Il tempo di una stella. Per il IV centenario Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina è stata coautrice del testo teatrale La follia di Giovanni (Premio Nazionale “Teatro Sacro a confronto” a Lucca), realizzato e trasmesso da RAI 3 nel 1986 come inchiesta televisiva (regia di Alfredo di Laura). Coautrice del testo e video Costellazioni, gioco dei racconti infiniti in parole e immagini (Ed.Armando/Ist.Luce) presentato, tra gli altri, da Mauro Laeng e Giampiero Gamaleri a Bologna nella Tavola Rotonda “Un nuova editoria per la civiltà del video” ha pubblicato, nella collana “Città immateriale ”Ed.Marcon, Fuga dal Paradiso. Immagine e comunicazione nella Città del futuro (corredato dalle sequenze dell’omonimo film di E.Pasculli), presentato nel 1991 a Bologna da Cesare Stevan e Sebastiano Maffettone nella tavola rotonda sul tema “Verso la città immateriale: nell’era telematica nuovi scenari per la comunicazione”. Nel 2008 ha pubblicato Guerrigliera del sole nella collana “I libri di Emil”, ediz. Odoya. Nell’ottobre 2010 ha pubblicato, con la casa editrice Albatros “Dove Dio ci nasconde”.  Nel febbraio 2011 ha pubblicato, presso la casa editrice. Guida di Napoli “Due cuori per una Regina” / una storia nella Storia, scritto insieme al marito Mario Colonna. Un suo racconto intitolato “Giallo colore dell’anima” è stato pubblicato di recente dall’editore  Giulio Perrone nell’Antologia “Ero una crepa nel muro”; nel 2013 ha pubblicato “L’innocenza del mare”, Europa edizioni; nel 2014 “Paradiso vuol dire giardino”, ed Simple; nel 2016 coautrice con il marito Mario di “Mary Mary, La vita in una favola.”

Angela Greco, Anamòrfosi (Ed.Progetto Cultura)

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Angela Greco, Anamòrfosi, poesie 

Ed.Progetto Cultura, Roma, 2017, prefazione di Giorgio Linguaglossa

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Premessa dell’autrice

Anamòrfoṡi, alla greca, è un sostantivo femminile, dal greco, appunto, ἀναμόρϕωσις «riformazione», derivato di ἀναμορϕόω «formare di nuovo». Tra le differenti accezioni del termine, secondo il dizionario, è così chiamato anche un tipo di rappresentazione pittorica realizzata secondo una deformazione prospettica, che ne consente la giusta visione da un unico punto di vista, risultando invece deformata e incomprensibile se osservata da altre posizioni. Da qui, il titolo che indica una nuova scrittura poetica (rispetto a quella utilizzata in precedenza) comprensibile da una particolare angolazione \ prospettiva, dove la “visione” si rende manifesta spostando il punto di vista, piegandosi e mutando la propria posizione rispetto alla poesia a cui siamo abituati.Layout 1

In pratica, mutuando una definizione ancora dal dizionario, Anamòrfosi “è il racconto di una azione che dev’essere interpretata diversamente dal suo significato apparente”. L’azione o, meglio, le azioni da leggere nei versi, oltrepassando il significato apparente, appunto, sono i passaggi che conducono alla liberazione necessaria all’atto della creazione poetica, abbandonando strada facendo quanto scritto fino a quel momento, per compiere il cambiamento di cui nel titolo. La narrazione, tra dubbi ed interrogativi, esprime l’allontanamento da tutto un consolidato mondo chiuso nella propria tradizione poetica, usurato, feroce e sempre pronto a stroncare ogni nuova voce.

Nelle varie sezioni si susseguono cambi di scena e dialoghi tra: una figura maschile – il maestro, che incarna colui che conosce la materia poetica e la sua situazione fino a quel momento, la razionalità e la concretezza, chiusa nella stanchezza e nella sfiducia -, una figura femminile – che rappresenta il discepolo, l’istinto e la creazione, che si identificherà alla fine col poeta – ed una voce, la poesia.  (A.G.)

       Dunque Il poeta è un fingitore.
Da dove può venirgli l’autenticità?
Ride qualcuno dello sventurato.
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«Tutto può essere tema dell’autenticità» – dici –
voglio credere che oltre questo tempo
dell’inganno e dell’apparenza tu abbia ragione.
.
Non è tangibile ciò a cui mi riferisco,
ma è la nudità della parola, quando spoglia
tenta la salita e tu la chiami Poesia.
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(pag.17)
.
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§
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«Monsieur oggi Parigi brucia.
.
Che senso ha quello che diciamo, oggi?»
L’uomo non risponde. La fissa solamente negli occhi.
Aspettava quella domanda.
.
Silenzio.
.
(la piazza adesso è un florilegio buio come la notte appena trascorsa.
Myosotis neri piovono da un cielo non diverso e volano bassi identici uccelli.
Vorrei parlare con mio fratello della terra che ha generato nostra madre,
ma questo non è più il tempo delle finestre con le tendine fiorite.)
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Il lutto stringe gola e sonaglio alla caviglia
e nonostante la ferita l’uomo tende la mano alla dama:
«Danziamo. Non abbiamo altra salvezza».
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(pag.33)
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….Quello che ora è necessario è una nuova visione di ciò che è il reale e di ciò che la poesia vuole essere. È da qui che ha inizio il lavoro poetico di Angela Greco, il suo progetto di ampliare la «forma-poesia» per creare una poesia nuova, moderna, dialogata e narrativa che sappia argomentare e presentare i suoi Personaggi, le sue Maschere. E sarà su questo punto che si disegnerà un nuovo spazio per la poesia del futuro. La poetessa pugliese riparte dal punto tracciato da Czesław Miłosz in Ars poetica del 1957, posta in epigrafe del libro, alla ricerca di uno spazio espressivo integrale che sia contenitore di una «forma» più ampia e di un «tempo» più ampio (tempus regit actum, dicevano i giuristi romani), una linea di riflessione che attraversa la poesia del secondo Novecento. Una linea di riflessione, che diventa una linea di demarcazione. Angela Greco accetta di misurarsi con una «forma più spaziosa», seguendo e traendo le conseguenze dalla impostazione che ha dato Czesław Miłosz al problema della poesia dell’avvenire. È dentro questa problematica che si situa questo lavoro della poetessa di Massafra.” – (Dalla prefazione di Giorgio Linguaglossa, retrocopertina)

 
     Fotografia nella cornice color ruggine:
vestiti, sorrisi e volti dietro grandi lenti da sole
ad oscurare pensiero e azione.
Fermi in posa nella grande stanza dalle tende stirate
e il pavimento lucido.
Una domanda: quanto può durare l’attimo?
.
Una voce si ferma lungo il tragitto dal letto alla finestra.
Lui e lei hanno interrotto la danza per ascoltarla.
La camera è una cassa armonica
e loro sono strumenti d’orchestra.
.
“Pensi che Orfeo abbia contato i gradini?
La discesa agli inferi è un evento personale:
è pari ai giorni di cui abbiamo consapevolezza”.
.
(pag.40)
.
.
§
.
La mano è ferma sulla maniglia della porta
non vuole inclinare quel momento.
L’aria attraversa l’incavo della chiave
oltre l’impedimento visivo.
Una voce alle spalle rompe il silenzio:
«Di tutti i miei sensi sei il più acuto, oggi».
.
Un passo e un gesto basterebbero
a mandare in frantumi l’attimo.
Di quanto accade oltre la soglia
a loro non interessa. Sono al di qua,
dentro qualcosa di oscuro
che ancora sfugge.
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(pag.71)
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