Parigi, Notre-Dame ci unisce tutti


Parigi, Notre-Dame ci unisce tutti…credo che nel rogo di Notre-Dame ognuno di noi pianga e riviva le ferite della propria terra, dal mio Salento alle grandi città, dai paesini sconosciuti alle terre sfruttate e maltrattate, da Nord a Sud, dal Medio Oriente agli USA, da Est a Ovest, ognuno ha perso, giorno dopo giorno, un pezzetto di identità, sacrificata per le cause più disparate, ed è per questo che, al cadere dei secoli in una manciata di ore, ci sentiamo tutti feriti (AnGre)

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«Monsieur oggi Parigi brucia.

Che senso ha quello che diciamo, oggi?»
L’uomo non risponde. La fissa solamente negli occhi.
Aspettava quella domanda.

Silenzio.

(la piazza adesso è un florilegio buio come la notte appena trascorsa.
Myosotis neri piovono da un cielo non diverso e volano bassi identici uccelli…)

Angela Greco, versi da Anamòrfosi (Ed.Progetto Cultura, Roma, 2017 — in commento il testo completo)

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Parigi, storia della Cattedrale di Notre-Dame (leggi qui)

La cattedrale di Notre-Dame, calembour simbolico (leggi qui)

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[…] vorrei una notte di maggio
….una di queste notti
………sul lungosenna Voltaire
…………..baciarti nella bocca
e andando poi a Notre-Dame
….contempleremmo il suo rosone
e a un tratto serrandoti a me
….di gioia paura stupore
….piangeresti silenziosamente
e le stelle piangerebbero
mischiate alla pioggia fine…

versi da Prima che bruci Parigi di Nazim Hikmet, Poesie d’amore (trad. di Joyce Lussu, Oscar Mondadori, 2006 — in commento il testo completo)

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Parigi, dopo il rogo la cattedrale di Notre-Dame non è più la stessa, ma la struttura è salva (leggi qui) — immagini dal web*

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Angela Greco, versi da Anamòrfosi

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La città risuona ad ogni onda che si infrange sulle sue fondamenta.
Il vetro soffiato appena qualche isola da qui è trasparente
e racchiude tutti: il mare, lui, lei, l’abitazione, la tigre e la poesia.
La stagione è tra le migliori nonostante sia inverno;
il sibilo del vento attraverso i ricami di pietra ammalia.
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Ancora una finestra aperta.
Dalla via d’acqua sembra non ci sia la luce all’interno.
La tenda bianchissima ondeggia.
Il secondo piano è la cima innevata dove respirare aria purissima.
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I due sono nudi prima della notte.
Bussano ad una porta di legno antico.
Si apre una inaudita intimità. Entrano.
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L ’imbarcazione abbandonata alla deriva svanisce
silenziosa e laccata di nero scivola nel punto di fuga.
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Questa città quasi inesistente è una metafora perfetta:
ha vetri per tagliare le vene, acqua per estrarre il sangue,
merletti per mascherare lo sguardo e una porta sempre aperta
per nascondere amanti da confondere al risveglio
nell’asfissia della folla indifferente.
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«Non fermiamoci qui.
Dal piano più alto sarà più vicina l’alba»
«Seguimi» dissero simultaneamente.
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Ascendono per una scala ripida senza protezioni.
Non si voltano.
Quello che rimane alle spalle si confonde nel buio.
Non è possibile tornare indietro.
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La città ha solo facciate
e bocche aperte, affamate e menzognere.
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#
Soltanto oggi
ci si accorge della notte
sospesa
al finestrino in partenza per la città di vetro
che raccoglie suoni dalle corde.
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Soltanto ieri
la risposta è comparsa sullo schermo
ad albeggiare sorriso dietro gli occhiali:
non voleva dargli ragione sulla musica.
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Non aveva mai fatto caso al tintinnio
della penna sui bordi innevati.
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versi editi tratti da Anamòrfosi  (Ed.Progetto Cultura, Roma) di Angela Greco

Nicola Romano legge Anamòrfosi di Angela Greco

Avendo tra le mani l’«Anamorfosi» di Angela Greco, la prima operazione da fare è quella di comprendere e interpretare l’architettura di questa raccolta poetica che in forma prettamente teatrale affronta a vasto raggio taluni infiniti aspetti legati essenzialmente a dei rigurgiti esistenziali, che vanno a confluire in una poetica degli stati d’animo e delle imprescindibili ma sofferte consapevolezze. E accogliamo volentieri quanto l’autrice esprime nella sua nota introduttiva, se in questa “anamorfosi” possiamo spendere la nostra libertà nel ricreare le infinite atmosfere descritte, al fine di ridare colore ad ogni cosa, viva o morta che sia. Pur aleggiando tra i versi un certo classicismo di formazione, scopriamo il dettato permeato di moderno e di contemporaneo, vieppiù supportato da uno sfondo di paesaggi molto dinamici che tra le righe manifestano degli ardori per niente trattenuti. Riteniamo che l’essenza di tutta la raccolta si racchiuda nei due versi compresi nell’«Epilogo»: Vivi nella parola non detta, quella che impronunciata esula dal vocabolario, verificandosi in tale enunciato quella che è l’auspicabile congiunzione dell’umano con la dimensione totalitaria del cosmo, e in tale armonica contingenza sentiamo la sua poesia  divenire liberazione e spazio vitale per tutti. Nel poetare di Angela Greco scorgiamo inoltre una ricca capacità di metafore che con eleganza formale vanno ad indicare un significante che esce fuori dalla particolare struttura che è stata assegnata a questa raccolta, per rivelarsi veicolo essenziale ad una orchestrazione lirica abbastanza riconoscibile e formalmente impeccabile.  [Nicola Romano]

Nicola Romano risiede a Palermo, dove è nato nel 1946. Giornalista pubblicista, dal 1987 al 1996 è stato condirettore del periodico “insiemenell’arte” e attualmente collabora a quotidiani e periodici con articoli d’interesse sociale e culturale. Molti i titoli di poesia pubblicati, tra cui Voragini ed appigli edito da Pungitopo nel 2016.

da Anamòrfosi, versi di Angela Greco

«Vivi nella parola non detta
quella che impronunciata esula dal vocabolario».
La voce acquea del maestro ha sfumatura d’oboe
e le sue dita una ad una percorrono tasti e spazi;
«La notte pericolosa di Istanbul delle tue mani
s’insinua come lo stiletto dei suoi minareti
nella mia mancata comprensione».
Lei conosce bene e teme quella malia.
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L’atto creativo è una vicinanza erotica,
il ritrovarsi dopo l’invadenza del vento.
L’infedeltà scopre la parola
e la piega ad una volontà superiore
fuori dall’orbita, verso il buio ignoto.
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«Siamo echi di precedenti sistemi solari
– sussurra all’orecchio di lei, il maestro –
onde di ritorno di antiche maree,
pezzi di umanità che ci illudiamo di governare.
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Ogni volta che fermiamo un attimo sul bianco
siamo intere costellazioni in movimento
perseguitate dall’assenza».
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 (Ed.Progetto Cultura, Roma, 2017 – qui il libro)
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Angela Greco, una poesia da Anamòrfosi (Ed.Progetto Cultura, Roma)

da Anamòrfosi, Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2017 (qui)

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La terra pensa di essere in maggio e accelera la fioritura dei ciliegi.
Piccoli fiori piovono sulla testa e sulle spalle della dama e dell’uomo
(lui guarda con circospezione alla caviglia di lei il sonaglio che ammalia).
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Ci sono giorni in cui nemmeno una piuma piove dal cielo
e le nuvole sembrano enormi nidi vuoti in attesa
di quelle uova che si dischiuderanno oltre tempo.
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(al di là della scena principale si sente un convegno di volatili
che parlano concitati tra loro appena fuori il bordo del foglio)
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«Ha qualcosa di mistico questo rosa che percola dai rami»
«Ogni caduta è una danza che sorprende».
Antiorari precipitano i petali verso la terra:
una discesa agli inferi di minuscole dimensioni
dallo stesso peso della caduta di Lucifero.
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Esistono voli da superare per ritrovare quel cielo
contro la logica oraria che sovrasta.
Il vuoto esige coraggio.
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(crocida la cornacchia fuori da qui)
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Dedicata ai miei 41 anni compiuti oggi, ai miei Amici, ai miei Affetti, ai miei Lettori, a chi crede in me e nella Poesia.
Dedicato a tutti i “volatili” che hanno dismesso il volo per balbettare sciocchezze e supponenze fuori luogo, perché, in fondo, sono utili pure loro per far meglio comprendere quel che non siamo e non vogliamo essere. Grazie a tutti & gioia a voi!
Angela Greco AnGre

Campo di grano con corvi, poesia di Angela Greco, nota di Ranieri Teti

Tratto da Carte nel Vento, Aprile 2017, anno XIV, numero 35

Angela Greco, poesia inedita “Campo di grano con corvi”, nota di Ranieri Teti

Potenza della poesia, quando è poesia d’autore.

Come nel caso di “Campo di grano con corvi” di Angela Greco, dove l’avan-testo dichiaratamente artistico cita significativi dettagli di due emblemi della pittura, molto diversi tra loro ma caratterizzati da una simile tensione interiore: Vincent Van Gogh e Edward Hopper.

Da questa premessa che ne costituisce l’inaudito sfondo poetico, Greco agisce nell’ambientazione inserendovi una struttura dialogica in versi, come se le figure, quasi appena disegnate, diventassero infine protagoniste in un’opera del tutto nuova, ricca di dettagli colti nel momento massimo della loro forza comunicativa.

L’accrescimento figurale, un uomo e una donna, determina nello stesso tempo l’approfondimento del senso, in un moltiplicarsi di scene e frasi nelle infinite riflessioni di opposti specchi, tracciando con disincanto le possibili declinazioni delle solitudini.

Il risultato ultimo sembra corrispondere alla scena finale di un film, con le immagini che passano dagli esterni di Van Gogh agli interni di Hopper, con i dialoghi come voci fuori campo, tra “una speranza in meno” e qualcosa che “non basta, non in questo momento”.

(“Carte nel vento” periodico on-line del Premio Lorenzo Montano a cura di Ranieri Teti – in foto l’opera omonima di Vincent van Gogh)

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Campo di grano con corvi 
.
“Campo di grano con corvi”:
Vincent dalla sua finestra vede il giallo e l’azzurro
e segni neri e nevrili come solchi sul suo campo.
Col procedere delle stagioni gli amici si sono diradati
come accade ai fiori di pesco
(perché sia più remunerativo il raccolto).
.
“Il diluvio non è ancora finito. Dubito che finirà” – dice l’uomo
“Hai sempre una speranza in meno” – risponde la donna
(intanto il campo e i corvi sono sempre più materici)
.
“Questa pioggia non ha motivo di cessare.
E il corvo non muterà il suo colore al ritorno”
.
A bordo tela Vincent è fermo, ma non le sue mani:
gli ulivi sembrano attraversati da un vento preciso e pensa:
la creazione è ribellione al caos.
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Appartamento in città. Mattinata di lavoro.
Il giallo dei tigli tenta di raggiungere l’azzurro.
La finestra aperta rivela un insolito novembre
e la strada brulica di cani al guinzaglio.
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Fuori dal quadro Hopper è anche più infelice
perso nei toni freddi di solitudini alienanti
le sue creature hanno l’ultimo secolo nello sguardo.
.
“Eppure lei guarda verso il colore del cielo terso
ribatte a se stesso l’uomo
“Non basta. Non in questo momento.”
.
(Il copriletto sgualcito dice che lei è altrove
nel tentativo di afferrare il significato che sfugge)
.
Il corvo passa anche su questo cielo
stabilendo somiglianze.

*

Premiata con Segnalazione, sez. “Una poesia inedita”, Premio di poesia e prosa “LORENZO MONTANO” – 30^ edizione (2016)

Poesia successivamente inclusa in ANAMÒRFOSI, Ed. Progetto Cultura, Roma, 2017 (qui)

Luciano Nanni legge Anamòrfosi di Angela Greco

Nel ringraziare il sito literary.it e la sua redazione al completo, segnalo questa nota critica di Luciano Nanni al mio Anamòrfosi, ed. Progetto Cultura Roma, 2017. Buona lettura.

http://www.literary.it/dati/literary/nanni2/anamorfosi.html

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Poesia. Non si incontrano di frequente opere il cui livello qualitativo coincide fra i testi e la prefazione e soprattutto in grado di stimolare riflessioni. Secondo noi il silenzio non è un limite, la parola può andare oltre, e il reale incide a volte in misura minore di quel che si pensi, pur ammettendo che qualsiasi aspetto, filosofico o materico, è reale, ma il linguaggio lo traduce in uno specchio anamorfico.

Chi si è lasciato irretire da certe sirene (nella seconda metà del novecento sembrano essere Montale e Pasolini) era forse inconsapevole di accettare determinate regole. Se poi un poeta volesse esibirsi ha scelto la via più difficile, poiché in diversi casi il far poesia contiene un’implicita idea di superiorità. Ciascun ente o identità però dovrà vedersela con la propria ottica e voler significare a ogni costo potrebbe farci perdere il senso psicologico più profondo. Angela Greco tende a ‘rappresentare’ – come dimostrano i versi estesi o macroversi – per arrivare alle soglie della narrazione: il raffigurare oggetti per dar loro verbalmente una consistenza deve tener conto di ciò che sfugge e anche la natura fa parte del quadro.

Emblematica la frase “La musica non mi ha mai convinto fino in fondo” (p. 35): farsi convincere infatti costituisce spesso un pericolo, che l’autrice riesce a eludere. Non poteva mancare, ma non è peccato, il mito quale esorcismo della caducità: una interpretazione critica già cambia nel momento stesso in cui avviene. L’Epilogo ci avvisa di percezioni ‘formali’ nel tentativo di una linea oppositiva alle superfici piatte per individuare un quid che per nostra fortuna non si rivela mai completamente.

Recensione a cura di Luciano Nanni – Pubblicata su  Literary nr. 4/2017

qui il libro 

*

«La musica non mi ha mai convinto fino in fondo
basta cambiare una nota e ha tradito l’armonia»
(il tono basso della voce maschile indica l’arrivo dell’inverno)
«Eppure prendiamo forma ascoltando un battito.
Il primo che dimentichiamo» (lei lo sa).
 .
 .
Volano neri in un cielo erroneamente primaverile, gli storni:
grandi macchie multiforme di uccelli
guidati dall’istinto
vanno altrove all’approssimarsi del pericolo
– oramai impossibile assomigliare loro come uomini –
 .
«Qual è la civiltà, maestro?»
«Quella che stiamo perdendo».
 .
Il prato scorre sotto i loro pensieri in direzione opposta al cielo.
.
.
(pag.35)
.

Angela Greco, poesie scelte da Anamòrfosi (Ed.Progetto Cultura, 2017) con un commento di Mariella Colonna

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da L’Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale, 2 marzo ’17 (clicca qui per l’estratto della Prefazione di Giorgio Linguaglossa e la Premessa dell’autrice)

Poesie scelte da Anamòrfosi (Ed.Progetto Cultura, Roma, 2017) di Angela Greco

§

Dunque Il poeta è un fingitore.
Da dove può venirgli l’autenticità?
Ride qualcuno dello sventurato.

«Tutto può essere tema dell’autenticità» – dici –
voglio credere che oltre questo tempo
dell’inganno e dell’apparenza tu abbia ragione.

Non è tangibile ciò a cui mi riferisco,
ma è la nudità della parola, quando spoglia
tenta la salita e tu la chiami Poesia.

(pag.17)

§

Westminster ogni quarto d’ora ricorda che qualcosa passa
con la sua suoneria puntuale oscilla dentro-fuori dagli occhi.
La luna piena d’ottone riflette l’angolo opposto della camera
dentro qualcuno è seduto ad una sedia dietro un tavolo.
I due fori sul quadrante si ricaricano in direzioni opposte:
tic-tac senza tregua da trent’anni tra mura tradiscono silenzio.

Ho studiato per diventare pioggia
ma la voce del tuono mi ha svegliato¹

Il pomeriggio è fatto per le preghiere e le cattive notizie.
La figura delle quindici e quindici è ferma sulla soglia;
dall’altra parte, diametralmente all’opposto,
la figura delle ore diciassette e venti la osserva.
Il silenzio pendola e nel mezzo la terza figura all’ora zero
ascolta l’aggiungersi dei rintocchi: uno, l’ora
due, la mezza e tre, un quarto alle sei. Devo svegliarmi.
Le parole ed il mattino oscillano
nello spazio compreso tra due assenze.

¹Giorgio Linguaglossa, Paradiso

(pag.19)

§

Abbiamo un Amleto in comune
a cui affidare una trama e svelare una follia.
Al termine della scena si spegnerà la luce
e si riempirà la stanza senza palcoscenico.

Entra per la stessa porta e chiudi subito.
Togli pure la maschera. Non servirà.

Racconta la vicissitudine della notte che hai ascoltato
di là da dietro il giorno, oltre la tenda, l’inganno:
hai visto quei volti bianchi di menzogna e hai riso
di inatteso stupore.

(sulla torre si fa sacra la notte al canto della civetta
e gli occhi conoscono bene il corridoio da percorrere)

Questa rappresentazione ha sortito applausi scroscianti
e preciso il tuo indice ha indicato il punto e il motivo
dove guardare, su cui scrivere, da cui fuggire.

Quel dire, però, non ha capacitato la platea
che riottosa ha lasciato il teatro nella nebbia.

(sulla torre si fa sacra la notte e la civetta è una lira
e la mano conosce bene il luogo da raggiungere)

Entra, l’attesa è conclusa. Il Novecento sta finendo
e con esso abbiamo finalmente una deriva
da accusare.

(pag.23)

§

«Monsieur oggi Parigi brucia.

Che senso ha quello che diciamo, oggi?»
L’uomo non risponde. La fissa solamente negli occhi.
Aspettava quella domanda.

Silenzio.

(la piazza adesso è un florilegio buio come la notte appena trascorsa.
Myosotis neri piovono da un cielo non diverso e volano bassi identici uccelli.
Vorrei parlare con mio fratello della terra che ha generato nostra madre,
ma questo non è più il tempo delle finestre con le tendine fiorite.)

Il lutto stringe gola e sonaglio alla caviglia
e nonostante la ferita l’uomo tende la mano alla dama:
«Danziamo. Non abbiamo altra salvezza».

(pag.33)

§

Fotografia nella cornice color ruggine:
vestiti, sorrisi e volti dietro grandi lenti da sole
ad oscurare pensiero e azione.
Fermi in posa nella grande stanza dalle tende stirate
e il pavimento lucido.
Una domanda: quanto può durare l’attimo?

Una voce si ferma lungo il tragitto dal letto alla finestra.
Lui e lei hanno interrotto la danza per ascoltarla.
La camera è una cassa armonica
e loro sono strumenti d’orchestra.

Pensi che Orfeo abbia contato i gradini?
La discesa agli inferi è un evento personale:
è pari ai giorni di cui abbiamo consapevolezza”.

(pag.40)

§

Gli inferi sono una questione strettamente personale
pochissimi sono gli accompagnatori.
Non si può ripetere il viaggio di qualcun altro.

Il tavolo di legno rettangolare sostiene
inferni bianchissimi
come ossa piante da tempo.
La sedia completa l’altare
per mani che appassionate celebrano.

La discesa nel regno degli inferi è un corpo a corpo
(in assise davanti al legno rettangolare il poeta sembra pregare)

Orfeo segna il cammino con le note che via via si assottigliano
e la mano sfiora senza esitare le nove corde della lira.

(pag.48)

§

Stamattina ho trovato la contraddizione che ti racconta.
Non ci sei, non ci sono le tue mani e non c’è il tuo volto
eppure sei qui tra questi righi che riempiono lo spazio.
Nell’atto stesso del pensare alle tue mani che altrove
si muovono, sei tu nel momento del riunirsi dei grafemi
e prendi corpo. Allora esisti anche dopo il punto e il buio.

Centottantasette giorni di discesa per ritrovare la strada:
il dito segna pagina ventinove e fiori destano il mio giardino
oltre la resina opaca di polvere la casa è ancora la stessa.
Mi guardi anche dopo le ultime pagine – che aspettano
fremendo di Jonio travolto dello scirocco – e ti chiamo.
Tu rispondi che la poesia è sempre un atto di anacronismo.
Sono certa che questo non è il nostro primo incontro.

(pag.70)

§

La mano è ferma sulla maniglia della porta
non vuole inclinare quel momento.
L’aria attraversa l’incavo della chiave
oltre l’impedimento visivo.
Una voce alle spalle rompe il silenzio:
«Di tutti i miei sensi sei il più acuto, oggi».

Un passo e un gesto basterebbero
a mandare in frantumi l’attimo.
Di quanto accade oltre la soglia
a loro non interessa. Sono al di qua,
dentro qualcosa di oscuro
che ancora sfugge.

(pag.71)

ANAMÒRFOSI letto e commentato da Mariella Colonna Filippone

Entro in Anamòrfosi di Angela Greco. Si ha l’impressione di varcare la soglia di un mondo nuovissimo, appena emerso da un nulla popolato di presenze: le parole, gelide e a un tempo incandescenti, creano spazi luminosi, ambienti in cui si percepisce, sì, l’invito ad entrare, ma con cautela, per non rompere i cristalli dell’incanto espressivo e della trasparenza linguistica, che è anche e sempre trasparenza dell’essere. Ho detto “parole gelide e incandescenti” e non si tratta di un paradosso, ma di una condizione esistenziale in cui si percepisce la presenza – assenza dell’autrice, dal primo all’ultimo verso dell’opera.

Anamòrfosi è senza dubbio un punto di arrivo. Angela Greco ha compiuto un percorso, un pellegrinaggio sacro insieme al Maestro per raggiungere il Tempio della Poesia. Ma, come per tutti i percorsi avventurosi e i pellegrinaggi, il lavoro per raggiungere la meta è stato impegnativo e difficile, anche se alleggerito dalla mano del Maestro, che non sembra aver mai lasciato quella dell’Allieva. Ci sono quindi molte componenti da analizzare che si intrecciano e si perdono per poi ritrovarsi, come in un labirinto di marmo e di cristallo. In quello spazio trasparente tutto è ontologicamente posseduto dalla purezza della Poesia nuova generata in contemporanea al momento-tempo della sua nascita. Nascita che va dalla prima all’ultima parola di Anamòrfosi, come indica lo stesso titolo sintetico, ma capace di svolgersi nella spirale che dal nucleo “primordiale” si allarga verso lo spazio circostante, come nella struttura della conchiglia che tanto ha suggestionato l’arte barocca con il suo dinamismo espansivo e vibrante.

Il “gelo” è dimensione di tempo nella purezza dello spazio segnato dai movimenti dell’orologio che lo negano e lo affermano come presenza-assenza:         

La figura delle 15 e 15 è ferma sulla soglia;
dall’altra parte, diametralmente all’opposto,
la figura delle diciassette e venti la osserva.
(…) Le parole e il mattino oscillano
nello spazio compreso tra due assenze

Nella Nuova Poesia, l’assenza è più importante della presenza, anche perché ad essa funzionale; analogamente, il silenzio è radice della parola che da quello nasce, come Venere dal mare.

Un’altra chiave di scrittura e di lettura di quest’opera è il mistero. Così sembra dire la stessa autrice in apertura della sezione Scene e personaggi: 

Abbiamo un Amleto in comune
a cui affidare la trama e svelare una follia.
Al termine della scena si spegnerà la luce.
E si riempirà la stanza senza palcoscenico.

La conclusione precede misteriosamente la vicenda che, a fine pagina, si connota di un preciso tempo storico: il Novecento, terzo personaggio – chiave si lettura insieme al Maestro e all’Allieva. Ma criptica è questa presenza di un Novecento quale doppio oggetto del desiderio diviso in odio e amore: lo si vuole distruggere, ma lo si ama appassionatamente, perché è parte della nostra Storia, è ancora dentro di noi: non saremmo Nuovi, se non ci fosse l’Antico. Dal “gelo” della purezza comincia a nascere qualche scintilla che poi, sempre in silenzio, provocherà un grande fuoco. Siamo nel pieno di un Giallo surreale. È attraente l’idea di scoprire chi o cosa c’è dietro le mura di marmo del labirinto, nello specchio di Amleto o dentro la conchiglia di Venere, assente nel testo poetico, ma più che mai presente nell’atmosfera che si va creando. Ci accorgiamo che sul “mistero” dell’Anamòrfosi comincia a configurarsi qualche indizio:

“(…) ad ogni parola dell’uomo la dama si fa più corporea.
Fuori della cornice lei è nella sua interezza.
Un sonaglio alla caviglia segna il passo minuto e sicuro.”

Pur trattandosi di un discorso intensamente simbolico e surreale, l’Allieva comincia a trasformarsi in un personaggio reale: affiora la corrispondenza tra la parola di lui e la corporeità di lei. La poesia introduce i due, Allieva e Maestro, in un mondo a parte, dove sentimenti e abitudini quotidiane non hanno più valore: la parola del Maestro esercita il suo potere su tutto, anche sulla corporeità dell’Allieva – da intendersi come metafora del suo essere poetessa e donna. La metafora nomina più eloquentemente l’assenza deducendola dalla presenza. Nei versi che seguono c’è un sonaglio alla caviglia che segna il passo minuto e sicuro di lei, la protagonista femminile. Il sonaglio è un oggetto erotico, ma, al di là di questo primo significato, il suo suono argentino accompagna a doppio filo lo sviluppo dell’incontro. La vicenda narrata è significativa perché riguarda l’Essere, ma la sovra-realtà, fitta di allegoria e simbolo, veste il reale con un linguaggio indiretto.anamorfosi

Esistenza e Poesia si sfidano, per poi entrare in perfetta sinergia, ma le briglie del cavallo impetuoso le stringe la Poesia:“la dama è in luce vestita di soli veli,/ la caviglia nervosa trema d’impazienza alle note che entrano…” e sta per cominciare la danza. La danza della vita o quella della Poesia?  Dell’una e dell’altra, ma ancora credo si debba dare il primato alla Poesia (che poi è vita, ma è anche “assenza” della stessa). E infatti il Maestro dice: “Dopotutto siamo solo un giro di valzer”, dove danza e valzer sembra si riferiscano alla creazione poetica.

C’è un momento che si distacca dalla fredda luce di specchi e di cristalli e introduce all’improvviso il colore, grazie all’evocazione di Van Gogh e di una sua opera,“Campo di grano con corvi”, in cui dominano il giallo e l’azzurro e i corvi neri, presenti anche in altre parti del poemetto. Il pittore è fermo di fonte all’opera, ma le sue mani lavorano febbrilmente. “La creazione è ribellione al caos” è un suo pensiero? Forse, ma non è solo un pensiero. La sequenza successiva ripropone gli stessi colori in un quadro di Hopper. Un corvo passa anche su questo cielo. In crescendo i colori della vita dipingono un’immagine di serenità: “La terra pensa di essere di maggio e accelera la fioritura dei ciliegi”. Ma ecco un nuovo colpo di scena: “Monsieur, oggi Parigi brucia.” L’atmosfera si fa cupa, “myosotis neri piovono da un cielo non diverso e volano bassi identici uccelli”. La conclusione del Maestro è: “Danziamo, non abbiamo altra salvezza”; il tema della danza evoca vita e poesia. Ma la Poesia, in ultimo, salva la coppia Maestro – Allieva, o chiunque altro sia Poeta, mentre Parigi brucia, cioè mentre tutto va in rovina.

La parentesi di Amleto riapre fulmineamente lo scrigno dove si celano i “misteri di AnGre (l’autrice)” e sembra orientarci proprio verso di lei, verso il suo specchio – labirinto personale. Lo specchio: AnGre. Amleto: il labirinto. Non esiste in letteratura personaggio più misterioso di Amleto. C’è senz’altro un legame tra la poetessa e Amleto, tenendo conto anche di un rimando ad un simile trauma all’occhio (alla visione), che la fece soffrire, di cui parla in una poesia in cui si rivolge in tono drammatico a Dio. Il paradosso di questo Amleto e di questa Angela Greco è che la sofferenza all’occhio (organo della visione in senso lato) guarisce quando nell’occhio di Amleto (e di AnGre?) si conficca una scheggia di vetro, frammento dello specchio su cui l’ira di Amleto aveva scagliato un bicchiere frantumandolo. Avrei un’interpretazione della metafora, ma “esigenze di copione” mi trattengono dal parlarne.

L’evento sembra compiersi in un clima poetico intenso e surreale, che ricorda i cieli, le nuvole e le rocce sospese in aria di Magritte, e tutto si raccoglie dentro il “vetro soffiato”: il mare, lui, lei, l’abitazione, la tigre e la Poesia. Il ribaltamento, la rivoluzione espressiva sta per accadere e la presenza della tigre è un indizio significativo. La nudità è l’essenza della vita senza ornamenti o ricami. I due personaggi sono al confronto finale, estremo: la tigre ne è il simbolo. Ed ecco la chiave offerta per comprendere: questa tigre, elemento primordiale istintivo tutto corpo, forza e slancio elegante nel salto per sbranare la preda è un tratto di penna sul foglio candido, cioè la scrittura, il mezzo per realizzare la rivoluzione poetica. Ma, per realizzare tale rivoluzione, è necessaria la lotta, “Un corpo a corpo spietato”.

L’evento è avvenuto, ma ha richiesto tutte le possibili energie dell’Allieva, il dono totale di sé, che ha qualcosa di spietato, perché, oltre a donare, bisogna anche distruggere, se si vuole ricominciare tutto da capo. Ciò che è avvenuto è avvolto nel mistero della Vita e della Poesia ed è inutile spiegare oltre: anche Anamòrfosi è un mistero bello della natura spiegato fino a dove pensiero umano può arrivare: a noi, ai lettori e ai critici resta il segno della zampata, che non potrà mai scomparire del tutto, perché le unghie della tigre scavano in profondità. Si tratta indubbiamente di un evento d’amore, come lasciano capire alcuni versi e immagini: “Il letto al centro della stanza è isola in mezzo all’oceano”, ma di un amore particolarissimo, che va al di là di ogni possibile definizione. Credo di poter dire almeno questo con certezza: è il legame che unisce due o più persone che cercano con ogni particella dell’essere la verità. Non una qualunque verità, ma quella oscura e luminosa ad un tempo, che connota la Poesia, che è creazione, ma è anche tenerezza, carezza da essere ad essere e, soprattutto, la gloria della parola (e del silenzio che la sostiene e accompagna,) scavata dentro l’anima e il corpo, capace di restituire all’uomo la bellezza di esistere e la gioia anche in mezzo alle macerie e ai mostruosi fantasmi della vita presente.  “Vivi della parola non detta” dice il Maestro e io aggiungo: “Che ancora puoi dire con il gesto della creazione, che fa di te un Poeta, un cantore della Vita.”  E ancora il Maestro:

Ogni volta che fermiamo un attimo sul bianco
siamo intere costellazioni in movimento
perseguitate dall’assenza

È su quell’assenza che cercheremo ancora e sempre la parola che nasce dal vissuto e non vissuto “nostro pane quotidiano” e che ci libera dal peso dell’esistere ricordandoci della rosa che fiorisce improvvisamente sulla strada di pietre che percorriamo a fatica: quest’anno, sulla mia strada, invece della rosa è fiorita l’Anamòrfosi di Angela Greco.

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14141814_1225516284182513_7786279857799465687_nMariella Colonna.  Sperimentate le forme plastiche e del colore (pittura, creta, disegno), come scrittrice ha esordito con la raccolta  di poesie Un sasso nell’acqua. Nel 1989 ha vinto il “Premio Italia RAI” con la commedia radiofonica Un contrabbasso in cerca d’amore, musica di Franco Petracchi (con Lucia Poli e Gastone Moschin). Radiodrammi trasmessi da RAI 1: La farfalla azzurra, Quindici parole per un coltello e Il tempo di una stella. Per il IV centenario Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina è stata coautrice del testo teatrale La follia di Giovanni (Premio Nazionale “Teatro Sacro a confronto” a Lucca), realizzato e trasmesso da RAI 3 nel 1986 come inchiesta televisiva (regia di Alfredo di Laura). Coautrice del testo e video Costellazioni, gioco dei racconti infiniti in parole e immagini (Ed.Armando/Ist.Luce) presentato, tra gli altri, da Mauro Laeng e Giampiero Gamaleri a Bologna nella Tavola Rotonda “Un nuova editoria per la civiltà del video” ha pubblicato, nella collana “Città immateriale ”Ed.Marcon, Fuga dal Paradiso. Immagine e comunicazione nella Città del futuro (corredato dalle sequenze dell’omonimo film di E.Pasculli), presentato nel 1991 a Bologna da Cesare Stevan e Sebastiano Maffettone nella tavola rotonda sul tema “Verso la città immateriale: nell’era telematica nuovi scenari per la comunicazione”. Nel 2008 ha pubblicato Guerrigliera del sole nella collana “I libri di Emil”, ediz. Odoya. Nell’ottobre 2010 ha pubblicato, con la casa editrice Albatros “Dove Dio ci nasconde”.  Nel febbraio 2011 ha pubblicato, presso la casa editrice. Guida di Napoli “Due cuori per una Regina” / una storia nella Storia, scritto insieme al marito Mario Colonna. Un suo racconto intitolato “Giallo colore dell’anima” è stato pubblicato di recente dall’editore  Giulio Perrone nell’Antologia “Ero una crepa nel muro”; nel 2013 ha pubblicato “L’innocenza del mare”, Europa edizioni; nel 2014 “Paradiso vuol dire giardino”, ed Simple; nel 2016 coautrice con il marito Mario di “Mary Mary, La vita in una favola.”

Anamòrfosi di Angela Greco recensito da Michelangelo Zizzi

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Michelangelo Zizzi, La prospettiva e l’esperienza oculare in ‘Anamòrfosi’ di A.Greco

Se il Postmoderno è il male, allora Angela Greco è il bene necessario.

Intendo il termine ‘Postmoderno’ come luogo-tempo dove si avvera, nelle arti ma anche nel mondo della comunicazione, un capriccio deformante peggiore d’ogni vanità barocca.

Se il Postmoderno è il calderone dove fumano a caso gli 800.000 (la cifra è dedotta da statistiche ufficiali) ‘poetini’ della nostra Italietta,  dove un ideologo di 50 anni fa non vede che deformità pur continuando la battaglia per cose, esse stesse, degenerescenti, dove una bambina si affoga nelle sue lacrime per troppa arroganza del Vivere e dei diritti, dove un teorico di una rivoluzione sempre rimandata, rimanda la stessa ad infinitum, dove un teologo non riesce più a trovare Dio, se non nelle meraviglie della tecnica, ma mai più nella bellezza di una reverie, allora Angela Greco è il Bene, necessario. Perché scrivere è molto più che esprimere i propri sentimenti, le emozioni di quando il mio fidanzato mi lasciò, del bene che ti volli, è molto di più che sapere di dover morire; lo sai?, moriremo.

Dopo oltre 10 anni di conoscenza posso dire che Angela Greco è un poeta prossimo alla sbocciatura matura e alla sua identità più convincente: nulla che vieti la Grandezza, poiché la Grandezza è già presa al calappio; nessun più provincialismo e retorica, come fu agli esordi, ma come è inevitabile agli esordi di ogni scrittura, e persino nessuna svogliatezza (la scrittrice ha il compito autoimposto di scrivere ogni mattina), nessuna cambiale lasciata al tempo del dover essere un’altra, lasciata al tempo di aver patteggiato in cambio dell’essere attrice la realtà dell’essere poetessa; cosa che in molti sedicenti poeti avviene spesso. Mi auguro che a questa continua crescita abbia contribuito anche la partecipazione della poetessa alla Scuola Pound (che dirigo e dove si trovano i migliori poeti italiani), all’interno della quale riveste ella un ruolo essenziale.

In ‘Anamòrfosi’ c’è consapevolezza e convinzione, uso padroneggiato della lingua, vastità di letture.
Ecco cos’è ‘Anamòrfosi’: il libro di partenza della svolta, come benissimo afferma l’ottimo Linguaglossa, nella sua prefazione. Qui ci troviamo di fronte al poeta che conosce lo strumento linguistico per inclinazione naturale (o come altri dice, per ispirazione), ma soprattutto per pratica di cultura poetica e per consapevolezza. Angela Greco, come faceva Marquez e come pochi fanno, scrive ogni giorno.

Così era il mestiere per Pavese, Cavalcanti, Pound: la scrittura è arare un campo avendone dignità e dote, ma anche trovando stato e tempo.

Con ‘Anamòrfosi’ si è nella anamorfosi di Angela Greco (perché l’anamorfosi è una operazione ante litteram: intelligenti pauca): tutto ciò che era congettura si fa verità, ciò che era possibilità, realizzazione, ciò che dubbio, certezza, L’anamorfosi oltre ad essere dizione zoologica e medico-biologica è, prima, una condizione della visione, applicata primariamente alla tecnica pittorica. Ma la pittura, come tutte le arti, non è un’allegoria profonda della profondità dell’esperienza del mondo?
Noi vediamo un quadro e poi, mutando il livello di definizione spaziale (insomma spostandoci spazialmente rispetto ad esso) ne vediamo un altro. Qualcuno, molto educato alla postmodernità e alle sue conseguenze dirà: ecco l’interpretazione è tutto ed è libera, siamo noi a ricostruire il quadro.
E invece no.

Altri dirà: siamo nell’esaltazione barocca della curiosità visiva, nell’illusionismo che ogni forma data per certa produce.

E invece no, perché è il contrario. L’anamorfosi pittorica, quindi il suo tentativo riuscito di trasposizione poetica dell’ottimo libro della Greco è esaltazione tradizionale dell’oggetto nella sua integrità e non sua deformazione, è ambizione a dire più di quello che si dice, vedendo oltre ciò che è stato visto. anamorfosi

In oltre: l’anamorfosi e quindi ‘Anamòrfosi’ si inserisce di fatto in un filone tradizionale, ben poco conosciuto. Quello dei testi di ottica mistica che furono raccolti e prodotti soprattutto nel nostro medioevo, grazie in particolare agli afflussi dell’ermetismo arabo, sufismo e sciismo in particolare. Tra tutti, seppur oggi dimenticato, ‘La prospettiva di Azalen’, studiatissimo un tempo anche dalla ‘teosofia’ (mi si perdoni l’eccesso terminologico, ma è dato convenientemente) cristiana, e poi, per alcuni versi anche ‘De radiis’ (intorno ai raggi; di luce e planetari) di Al Kindi. Insomma l’antefatto archetipologico di ogni anamorfosi è la ricerca della luce, la sua contemplazione e lo svelamento di una prospettiva differente; è un’operazione classicissima e direi platonica di un tornare all’origine, di un non dimenticare lo Stato anteriore.

Ma, come dicevo, obbiettiva e non stravolgente; dove per obiettivo, intendo anche oculisticamente, vedere di fronte la realtà e la sua meraviglia, avendo sorpassato lo stato di dualità tra noi e il mondo.
La Greco conosce i suoi modelli ed è la appassionata della febbre del sentire ogni cosa, volendo pure essere una sola cosa; perché se è vero che l’anamorfosi è un  problema di ottica è anche vero che è anche cosa ancorata nella tradizione.

Spiego, per me amante dell’antimodernità e della sua modellistica disfacente, che non si tratta di tornare a scrivere come Guinizzelli, Burchiello, Pascoli o Campana (come spesso, con risultati ilari, molti fanno), ma di scrivere secondo la lingua propria e propria del tempo, ma di tentare un’operazione che sia originale, direi originaria sempre. Perché quel che muta nella poesia (che di fatti non ha storia) è solo il fenomeno lingua (esso sì storico), che per molteplici fattori si anamorfizza (intendo il termine secondo la prospettiva biologica), cioè assume nuove funzioni.
Per questo ‘Anamòrfosi’ è un ottimo libro. Si riconosce consapevolezza linguistica, meditazione, eccellente e parsimonioso uso del tessuto metaforico, che non disturba mai in modo centrifugo la definizione dell’immagine.

Poi si legge, cosa rara, come un testo in cui l’inserto prosastico si miscela con i punti acmeici di ‘poiesi’ e, cosa non dappoco, dove l’originalità della poetessa si evidenzia proprio quando riconosce i suoi maestri e antefatti letterari; intendo dire che ‘Anamòrfosi’ tanto riposa su linee poetiche già percorse da altri e riconosciute, quanto si fa originale, possente e personale.
Un libro che gode anche di edizione sobria e prestigiosa, silenziosa, ma penetrante; insomma anche bello da vedere graficamente e tipograficamente.

Ma questa sobrietà, che non esclude potenza e dischiudimento progressivo di forme, è anche presso il testo stesso della Greco: poesia silenziosa, ma risuonante, nessuna ridondanza fuori luogo, nessuna defezione rispetto alla congruità della forma, eppure anche scavo e oltranza rispetto al veduto e all’accaduto. Perché altro merito della poetessa è di aver fatto un’opera ottico-pittorica, senza esclusione partecipativa delle altre modalità di esperire il mondo, dico sensorialmente, in virtù dell’alta cosalità riscontrabile nel testo e non senza neanche disegno e organizzazione appercettiva.
Lo si legge alternativamente come un romanzo o come un’opera di poesia. ‘Anamòrfosi’, punto di partenza della nuova produzione di Angela Greco, merita letture e analisi critiche, in senso mondano merita premi e riconoscimenti.

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michelangelo-zizziMichelangelo Zizzi è scrittore, performer, critico letterario. È laureato in filosofia, in medicina, è dottore di ricerca e consulente filosofico. Si è occupato di letteratura poetica e narrativa dell’Otto-Novecento e in particolare di Dino Campana, Vittorino Bodini, Girolamo Comi, sulle cui figure ha pubblicato svariati articoli e saggi monografici. Dirige la collana di Scrittura Creativa Incipio e quella di poesia Il Drago Verde per Lupo editore di Copertino e collabora come consulente esterno a numerose case editrici nazionali, tra le quali Mondadori. È collaboratore di riviste nazionali ed internazionali: Nuovi Argomenti (Mondadori), L’Immaginazione (Manni Editore), Gradiva (New York University), Poesia (Crocetti), Atelier, etc. Ha pubblicato con eteronimi romanzi noir e fantasy. In uscita presso Lupo Editore un saggio sulla consulenza filosofica e l’eros creativo in collaborazione con Enrica Fallone; e presso LietoColle Libri la monumentale opera di storia della poesia pugliese A Sud del Sud dei Santi. Collabora con “Il Giornale” e “Il Riformista”. Le sue opere: “Il Sud e la Luna. Per una geografia dell’immaginario in Vittorio Bodini”, Levante Editore, Bari 1999; “Autoritratto con monade. Fenomenologia della poesia in Girolamo Comi”, Multimedia Pensa, Lecce 2000; “L’orfismo in Comi”, Multimedia Pensa, Lecce 2002; “La casa cantoniera”, ne La Collana di Maurizio Cucchi,Varese 2001; “La primavera ermetica”, Manni Editore, Lecce 2002; “Del sangue occidentale”, LietoColle Editore, Como 2005.

Angela Greco, Anamòrfosi (Ed.Progetto Cultura)

penna-stilografica

Angela Greco, Anamòrfosi, poesie 

Ed.Progetto Cultura, Roma, 2017, prefazione di Giorgio Linguaglossa

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Premessa dell’autrice

Anamòrfoṡi, alla greca, è un sostantivo femminile, dal greco, appunto, ἀναμόρϕωσις «riformazione», derivato di ἀναμορϕόω «formare di nuovo». Tra le differenti accezioni del termine, secondo il dizionario, è così chiamato anche un tipo di rappresentazione pittorica realizzata secondo una deformazione prospettica, che ne consente la giusta visione da un unico punto di vista, risultando invece deformata e incomprensibile se osservata da altre posizioni. Da qui, il titolo che indica una nuova scrittura poetica (rispetto a quella utilizzata in precedenza) comprensibile da una particolare angolazione \ prospettiva, dove la “visione” si rende manifesta spostando il punto di vista, piegandosi e mutando la propria posizione rispetto alla poesia a cui siamo abituati.Layout 1

In pratica, mutuando una definizione ancora dal dizionario, Anamòrfosi “è il racconto di una azione che dev’essere interpretata diversamente dal suo significato apparente”. L’azione o, meglio, le azioni da leggere nei versi, oltrepassando il significato apparente, appunto, sono i passaggi che conducono alla liberazione necessaria all’atto della creazione poetica, abbandonando strada facendo quanto scritto fino a quel momento, per compiere il cambiamento di cui nel titolo. La narrazione, tra dubbi ed interrogativi, esprime l’allontanamento da tutto un consolidato mondo chiuso nella propria tradizione poetica, usurato, feroce e sempre pronto a stroncare ogni nuova voce.

Nelle varie sezioni si susseguono cambi di scena e dialoghi tra: una figura maschile – il maestro, che incarna colui che conosce la materia poetica e la sua situazione fino a quel momento, la razionalità e la concretezza, chiusa nella stanchezza e nella sfiducia -, una figura femminile – che rappresenta il discepolo, l’istinto e la creazione, che si identificherà alla fine col poeta – ed una voce, la poesia.  (A.G.)

       Dunque Il poeta è un fingitore.
Da dove può venirgli l’autenticità?
Ride qualcuno dello sventurato.
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«Tutto può essere tema dell’autenticità» – dici –
voglio credere che oltre questo tempo
dell’inganno e dell’apparenza tu abbia ragione.
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Non è tangibile ciò a cui mi riferisco,
ma è la nudità della parola, quando spoglia
tenta la salita e tu la chiami Poesia.
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(pag.17)
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§
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«Monsieur oggi Parigi brucia.
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Che senso ha quello che diciamo, oggi?»
L’uomo non risponde. La fissa solamente negli occhi.
Aspettava quella domanda.
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Silenzio.
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(la piazza adesso è un florilegio buio come la notte appena trascorsa.
Myosotis neri piovono da un cielo non diverso e volano bassi identici uccelli.
Vorrei parlare con mio fratello della terra che ha generato nostra madre,
ma questo non è più il tempo delle finestre con le tendine fiorite.)
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Il lutto stringe gola e sonaglio alla caviglia
e nonostante la ferita l’uomo tende la mano alla dama:
«Danziamo. Non abbiamo altra salvezza».
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(pag.33)
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….Quello che ora è necessario è una nuova visione di ciò che è il reale e di ciò che la poesia vuole essere. È da qui che ha inizio il lavoro poetico di Angela Greco, il suo progetto di ampliare la «forma-poesia» per creare una poesia nuova, moderna, dialogata e narrativa che sappia argomentare e presentare i suoi Personaggi, le sue Maschere. E sarà su questo punto che si disegnerà un nuovo spazio per la poesia del futuro. La poetessa pugliese riparte dal punto tracciato da Czesław Miłosz in Ars poetica del 1957, posta in epigrafe del libro, alla ricerca di uno spazio espressivo integrale che sia contenitore di una «forma» più ampia e di un «tempo» più ampio (tempus regit actum, dicevano i giuristi romani), una linea di riflessione che attraversa la poesia del secondo Novecento. Una linea di riflessione, che diventa una linea di demarcazione. Angela Greco accetta di misurarsi con una «forma più spaziosa», seguendo e traendo le conseguenze dalla impostazione che ha dato Czesław Miłosz al problema della poesia dell’avvenire. È dentro questa problematica che si situa questo lavoro della poetessa di Massafra.” – (Dalla prefazione di Giorgio Linguaglossa, retrocopertina)

 
     Fotografia nella cornice color ruggine:
vestiti, sorrisi e volti dietro grandi lenti da sole
ad oscurare pensiero e azione.
Fermi in posa nella grande stanza dalle tende stirate
e il pavimento lucido.
Una domanda: quanto può durare l’attimo?
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Una voce si ferma lungo il tragitto dal letto alla finestra.
Lui e lei hanno interrotto la danza per ascoltarla.
La camera è una cassa armonica
e loro sono strumenti d’orchestra.
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“Pensi che Orfeo abbia contato i gradini?
La discesa agli inferi è un evento personale:
è pari ai giorni di cui abbiamo consapevolezza”.
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(pag.40)
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§
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La mano è ferma sulla maniglia della porta
non vuole inclinare quel momento.
L’aria attraversa l’incavo della chiave
oltre l’impedimento visivo.
Una voce alle spalle rompe il silenzio:
«Di tutti i miei sensi sei il più acuto, oggi».
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Un passo e un gesto basterebbero
a mandare in frantumi l’attimo.
Di quanto accade oltre la soglia
a loro non interessa. Sono al di qua,
dentro qualcosa di oscuro
che ancora sfugge.
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(pag.71)
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comunicato stampa su ViviMassafra (clicca qui)

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