Antoniazzo Romano, Annunciazione – sassi d’arte

Riproponiamo, nel giorno dell’Annunciazione, questo articolo di Giorgio Chiantini. Buona lettura!dsvxcv-13E9A8F096B44BACABA

Questa raffinatissima Annunciazione fu dipinta e lavorata da Antonio di Benedetto degli Aquili detto Antoniazzo Romano (1430-1435 circa – Roma, 17 aprile 1508) tra il dicembre 1499 e il marzo 1500 in vista del Giubileo dello stesso anno indetto da Alessandro VI Borgia (1492-1503). Il dipinto fu commissionato per la chiesa domenicana di Roma di S. Maria sopra Minerva, nello specifico per la sua cappella privata, dal cardinal Torquemada, fondatore della confraternita dell’Annunziata. Tale confraternita era stata istituita per garantire una dote alle fanciulle, così da dare loro l’opportunità di trovare un consorte, evitando di doversi auto-sostentare attraverso attività non dignitose, ma molto comuni, come la prostituzione.

L’iconografia dell’Annunciazione di Antoniazzo è “disturbata” da alcune varianti rispetto alle iconografie classiche: la Vergine non sembra in alcun modo interessata alla presenza dell’angelo annunciante e alla discesa dello Spirito Santo ed inoltre sembra aver interrotto da tempo la lettura dell’Antico Testamento, come dimostra la distanza dal leggìo e il corpo completamente ruotato. La Madonna è altresì occupata a consegnare la dote alle giovani vestite di bianco e ordinatamente acconciate che le vengono presentate dallo stesso cardinal Torquemada.

Il gruppo delle giovani accompagnate dal cardinale è proposto secondo una scala proporzionale più piccola, per differenziare l’ordine umano da quello divino, come usava nel medioevo. Antoniazzo sembra aggiornarsi sui modelli fiorentini, come lo stesso collega Melozzo (e forse anche tramite lui) per quanto riguarda i tipi dell’angelo e della Vergine, ma appare legato ad un retaggio medievale, nella composizione; tuttavia si fa inventore di un’iconografia nuova espressa in termini di gusto apprezzabili dalla cultura del suo tempo.

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Il rapporto tra iconografia, luogo di collocazione e committente sembra ben palesato: la confraternita dell’Annunziata, istituto che si occupa di dotare le fanciulle povere, commissiona un quadro con l’Annunciazione, che mostri anche l’opera caritativa della confraternita medesima nella cappella patrocinata dallo stesso istituto. La confraternita è qui rappresentata sinteticamente dall’effige del suo fondatore, Juan de Torquemada, defunto nel 1468, ma qualcosa nei soggetti non torna: non era la confraternita a raccogliere e distribuire l’elemosina? Qui, di fatto, è la Vergine a consegnare il sacchetto con il denaro, mentre il Torquemada (ovvero la confraternita) presenta semplicemente le fanciulle.

Molto comune in quei tempi era un’analogia che oggi a noi sfugge: la Vergine spesso nei dipinti è metafora della Chiesa fondata da Cristo e così come la Vergine nell’annunciazione riceve lo Spirito Santo, affinché il Verbo si faccia carne (Gv 1, 14), così la Chiesa riceve lo Spirito Santo per poter operare nel mondo e compiere la sua missione. Il dipinto va letto nella prospettiva della Provvidenza, per la quale “l’uomo propone e Dio dispone”, come recita un vecchio modo di dire, ed è proprio quello che vediamo in questo dipinto: l’uomo propone di fare l’elemosina, ma solo Dio, tramite la Grazia che passa attraverso la Chiesa, può trovare i mezzi materiali e spirituali per compiere la proposta dell’uomo. La Chiesa, in quanto investita dello Spirito Santo, è mediatrice presso il Padre (ed in questo ritroviamo un’altra analogia con la Vergine), ad essa l’uomo si rivolge ed in essa agisce, affinché le sue opere di beneficenza divengano opere di carità. [Giorgio Chiantini]

 

La Cappella Bessarione in Roma e il sogno di salvare Bisanzio a cura di Giorgio Chiantini – sassi d’arte

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La Cappella Bessarione sorge presso la Basilica dei SS.Apostoli in Roma. Casualmente rinvenuta nel 1959, a seguito di alcuni lavori di ristrutturazione dell’attiguo Palazzo Colonna, quando ebbi modo di vederla per la prima volta, circa tre anni fa, in una di quelle visite culturali a cui spesso partecipo, ne rimasi profondamente affascinato dalla bellezza e dai rimandi storici degli affreschi, comunque rimaneggiati, che si svelavano da quel luogo rimasto nascosto e perduto dalle successive costruzioni (altare di S. Antonio (1650), che Carlo Rainaldi addossò all’abside della cappella stessa, e costruzione dell’attuale Cappella Odescalchi (1719-23) di Ludovico Rusconi Sassi).

La cappella funebre del Cardinal Bessarione, dedicata alla Madonna e ai santi Michele, Giovanni Battista ed Eugenia, rappresenta uno dei luoghi più importanti per la storia della pittura del ‘400 a Roma. Gli affreschi furono eseguiti tra il 1464 e il 1468 da Antoniazzo Romano (Antonio Aquili) con la collaborazione di Melozzo da Forlì e realizzati per l’illustre umanista e cardinale da cui prende il nome la cappella stessa. Dalle descrizioni antiche sappiamo che il ciclo pittorico, cominciando dal basso, doveva comprendere le storie di Giovanni Battista (oggi perdute) e dell’arcangelo Michele (due, visibili), per culminare in alto con la presentazione dell’uomo a Cristo trionfatore circondato dalle nove schiere angeliche (solo in parte conservate). A tale riguardo, si fa notare che nella foto d’apertura, in alto, al centro, è possibile apprezzare la parte rimanente proprio del manto del Cristo.

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Particolarmente importante per il valore simbolico, storico e teologico è il grande affresco centrale dedicato a due celebri episodi legati alle apparizioni dell’Arcangelo Michele in due importanti luoghi del culto micaelico: a sinistra, è rappresentata l’apparizione dell’Arcangelo nelle sembianze di un toro presso la città di Siponto, nel Gargano; si riconosce la città con le sue mura e il paesaggio montuoso con la grotta di Monte Sant’Angelo sul Gargano dove, all’epoca di papa Gelasio I (V secolo), sarebbe apparso l’Arcangelo nelle sembianza di un toro, che miracolosamente respinse le frecce scagliate dagli arcieri e questa scena la si attribuisce ad Antoniazzo con l’intervento di Melozzo per la figura del toro e dell’arciere in abito viola sulla destra della composizione. A destra, invece, è affrescato il sogno di S. Auberto a Mont Saint Michel, nel golfo di Saint Malo in Bretagna.

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Quella di destra è una scena storica di più complessa lettura. La sottostante didascalia APPARITI O EIUSDEM IN MONTE TUMBA permette di ricondurre la pittura alla leggenda francese di S. Michele e alla sua apparizione in sogno a S. Auberto, vescovo di Avranches, rappresentato benedicente in sontuosi paramenti sacri al centro di una processione di dignitari. Aprono la processione, raffigurati in primo piano ed attribuiti alla mano di Melozzo da Forli, due prelati a capo scoperto e di spalle, vestiti con piviali d’oro arabescati, mentre sulla destra, si osservano due gruppi di sei frati francescani e cinque monaci basiliani orientali in abito nero. Sullo sfondo, l’insenatura marina con tre imbarcazioni; sulla destra, una collinetta, dall’alto della quale un toro legato ad un albero, che simboleggia lo stesso Arcangelo Michele, assiste alla scena, esortando gli astanti a fondare il monastero. Questa scena viene collocata sulla spiaggia di Mont Saint Michel per la presenza delle conchiglie visibili sulla spiaggia stessa, raggiungibile dalla costa a piedi solo durante la bassa marea.arcieri-2

Ultimamente ho trovato un rimando alla storia narrata da questi affreschi, leggendo il libro “L’enigma di Piero” di Silvia Ronchey, grazie al quale, pur nell’adattamento narrativo, ho ricollegato il momento storico a questi affreschi. La scrittrice, analizzando l’opera “La flagellazione” di Piero della Francesca, svela (dalla quarta di copertina): la teoria seducente che emerge da questa lettura, il genio politico dell’ultimo grande bizantino, Bessarione, rimanda a quell’11 settembre immensamente più devastante, sigillo dello scontro di civiltà fra cristianesimo e islam, che fu la caduta di Costantinopoli in mano ai turchi nel 1453. In questo contesto, la Flagellazione di Piero rappresenta il manifesto politico di un progetto maturato nell’Italia della metà del Quattrocento, l’estremo tentativo di salvare la culla della nostra civiltà, Bisanzio, garantendo la sopravvivenza in Occidente …mediante un’ultima crociata mai realizzata! (ndr).

[testo e fotografie di Giorgio Chiantini]

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Approfondimento tratto sito dedicato alla Cappella Bessarione in Roma.

Nel registro superiore è riapparso dopo il restauro una parte delle nove schiere angeliche, che circondavano la figura del Cristo trionfante, di cui non resta, purtroppo, nulla. Anche il coro degli angeli, ispirato non solo teologicamente alla tradizione medievale, viene attribuito ad Antoniazzo Romano e bottega in collaborazione con Melozzo da Forli. In alto si conserva un frammento superstite del manto di Cristo eseguito dallo stesso Antoniazzo e sebbene l’incarico risulti affidato a quest’ultimo, è indubbia la partecipazione ai lavori della sua bottega. Nell’insieme, il ciclo risulta artisticamente composito e la mano del maestro può chiaramente individuarsi solo nei personaggi posti in primo piano nella scena di destra. In queste opere Antoniazzo si rivela pittore versatile, influenzato nella perfetta sintesi di luce, forma e colore dal grande Piero della Francesca senza esasperarne la ricerca di prospettiva.

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Da notare lo scarto qualitativo e le differenze di esecuzione tra le due scene e il coro sovrastante: si passa dai magnifici ritratti della scena di destra, riconducibili alla cultura di Piero della Francesca e Benozzo Gozzoli, ad una mano più lineare e dinamica nella scena di sinistra, ai fondi di paesaggio dallo stile semplice ed ingenuo, ma ricco di suggestione ed infine lo stile, ancora influenzato dal gotico internazionale, di alcuni angeli della calotta (quelli di profilo e con la chioma a riccioli).

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La scena sembra rimandare al tentativo politico perseguito in quegli anni da Bessarione in accordo con papa Pio II Piccolomini, di coinvolgere Luigi Xl, re di Francia e all’epoca monarca dello stato più ricco e militarmente potente, in un’ultima crociata, che di fatto però non fu realizzata, per liberare Costantinopoli caduta in mano ottomana nel 1453 e per riunire in tal modo la chiesa latina e greca (rappresentate nella loro unità sull’affresco dalla presenza dei basiliani e dei francescani). Nella speranza di ottenerne l’appoggio, significativamente si attribuiscono al vescovo S. Auberto le sembianze del monarca francese. Di fatto, solo quest’ultimo per il dotto cardinale era in grado dì poter difendere la cristianità e liberare il toro, ossia S. Michele, rappresentato legato a causa dell’immobilismo della Francia. Tra il corteo dei partecipanti alla processione è possibile riconoscere due importanti personaggi dell’epoca di Bessarione: Francesco Maria Della Rovere, futuro papa Sisto IV, identificato nella figura alle spalle del santo vescovo, vestito dì rosso porpora, ed il ritratto del nipote dello stesso, Giuliano Della Rovere, futuro papa Giulio II, in abiti viola.

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 Fondamentale per la comprensione del ciclo pittorico è la personalità del suo committente, Giovanni Bessarione. Il monaco basiliano, nato a Trebisonda nell’odierna Turchia 1403 e morto a Ravenna nel 1472, viene a ragione considerata una delle figure chiave del Rinascimento italiano: illustre prelato e protagonista della scena politica contemporanea, fu soprattutto un importante umanista filo-platonico e uomo di cultura, la cui casa divenne presto un centro dell’umanesimo rinascimentale, luogo d’incontro tra letterati e studiosi. spiaggia-di-mont-saint-michel-con-le-conchiglie-e-prelati-con-piviali-dorati-arabescatiFamoso è il suo impegno per l’unificazione della chiesa orientale con la chiesa dì Roma (Concilio dì Ferrara-Firenze, 1438, e Concilio dì Mantova, 1459) e la sua incessante azione diplomatica, tesa alla creazione dì una lega offensiva per liberare Costantinopoli e difendere tutto l’oriente dall’espansionismo turco. Impresa, che non trovò tuttavia l’adesione dei Principi europei, i quali all’epoca consideravano troppo rischioso l’intervento, non più sostenuto dagli ideali religiosi delle prime crociate.L’ultima delusione in ordine dì tempo fu per Bessarione proprio il rifiuto da parte del potente monarca francese Luigi Xl di aderire all’impresa, alla realizzazione della quale aveva dedicato tempo ed energie. In questo senso, il ciclo pittorico della cappella funebre può considerarsi una sorta di testamento spirituale a cui il cardinale affida le personali convinzioni religiose e le speranze di un nuovo assetto religioso e politico del mondo contemporaneo.

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a sinistra, affresco originale staccato e conservato nella basilica; a destra, copia ricollocata nel luogo originale all’interno della cappella. La qualità non elevata dell’immagine è dovuta all’assenza di flash, ce ne scusiamo.