Fernando Pessoa, Orizzonte / Horizonte

Georgia O'Keeffe It Was Blue and Green - Photo Courtesy Tracy Mar

ORIZZONTE

Mare anteriore a noi, le tue paure
corallo e spiagge e alberete.
Sbendate la notte e la caligine,
le tormente passate e il mistero
si apriva in fiore la Lontananza, e il Sud siderale
splendeva sulle navi dell’iniziazione.
.
Linea severa della riva remota –
quando la nave si approssima, s’alza la costa
in alberi ove la Lontananza nulla aveva;
più vicino, s’apre la terra in suoni e colori:
e, allo sbarco, ci sono uccelli, fiori,
ove era solo, di lontano, l’astratta linea.
.
Il sogno è vedere le forme invisibili
della distanza imprecisa, e, con sensibili
movimenti della speranza e della volontà,
cercare sulla linea fredda dell’ orizzonte
l’albero, la spiaggia, il fiore, l’uccello, la fonte –
i baci meritati della Verità.

#

       HORIZONTE

Ó mar anterior a nós, teus medos
Tinham coral e praias e arvoredos.
Desvendadas a noite e a cerração,
As tormentas passadas e o mistério,
Abria em flor o Longe, e o Sul sidéreo
‘Splendia sobre as naus da iniciaçào.
.
Linha severa da longínqua costa –
Quando a nau se aproxima, ergue-se a encosta
Em árvores onde o Longe nada tinha;
Mais perto, abre-se a terra em sons e cores:
E, no desembarcar, há aves, flores,
Onde era só, de longe, a abstracta linha.
.
O sonho é ver as formas invisíveis
Da distancia imprecisa, e, com sensíveis
Movimentos da esp’rança e da vontade,
Buscar na linha fria do horizonte
A árvore, a praia, a flor, a ave, a fonte –
Os beijos merecidos da Verdade.

*

Fernando Pessoa, da Poesie scelte a cura di Luigi Panarese, Passigli Editore 2006 — immagine: opera di Georgia O’Keeffe

Giovanna Sicari, due poesie da Epoca Immobile

Gennaio riscalda già l’aprile 

Ogni brindisi commuove, ogni anima tradisce
ogni viaggiatore rompe l’argine per sempre
e i fuochi alle finestre attendono
ciechi l’aprile.
Fosse rabbia fosse caldo questo continuo
sentirsi rapinati: ladro alle spalle
magazzino superfluo
e noi così superbo aspettando
l’ora di una comparsa
avremmo da dire
da fare, nelle mani
fretta, desiderio
fosse questo giorno chiaro di gennaio
il perno degli anni che non danno pace.

§

Il parolaio tace

Il parolaio tace, i fatti
sono fermi impietosi, non posso chiamare
il dire é pietoso,
da una finestra scorgo una specchiera,
forse sarà lì la mia casa,
sempre in quel minuto sereno
dove piangono altri, dove premono
altre certezze e gridano le voci di dentro.
Io, caos umano, vivo nella gioventù
di altri: fanciulli senza colpe si scambiano la lingua
la lingua brucia in un soffio il loro giorno compiuto.
Io lavoro lavoro in tre spazi divisa.

*

Giovanna Sicari, da Epoca Immobile,  Jaka Book 2004  — per questo articolo si ringrazia il blog amArgine  — della stessa Autrice, in questo blog, leggi qui.

immagine: Gustav Deutsch, opere ispirate ai dipinti di Edward Hopper

Giovanna Sicari (fotografia di Dino Ignani) è stata una poetessa e scrittrice, nata a Taranto il 15 aprile 1954. Dal 1962, con la famiglia, si trasferisce a Roma, nel quartiere Monteverde. Le sue prime poesie escono a partire dal 1982 sulla rivista «Le Porte», quindi su «Alfabeta», «Linea d’Ombra», «Nuovi Argomenti». A partire dal 1986 pubblica sette libri di versi e tre di prosa, tra questi un volume miscellaneo, La moneta di Caronte, che raccoglie contributi di scrittori contemporanei. Dal 1985 al 1989 è redattrice della rivista «Arsenale». A partire dagli anni ’80 inizia inoltre a lavorare come insegnante nel penitenziario di Rebibbia, a Roma, incarico che mantiene fino al 1997, quando si ammala gravemente. Dopo essersi sottoposta a interventi e cure prima a Roma, poi a Milano, dove nel frattempo si era trasferita col marito Milo De Angelis e il figlio Daniele, torna a Roma nell’estate del 2003, dove muore nella notte tra il 30 e il 31 dicembre. (dal web)

 

Luciano Nanni legge Anamòrfosi di Angela Greco

Nel ringraziare il sito literary.it e la sua redazione al completo, segnalo questa nota critica di Luciano Nanni al mio Anamòrfosi, ed. Progetto Cultura Roma, 2017. Buona lettura.

http://www.literary.it/dati/literary/nanni2/anamorfosi.html

*

Poesia. Non si incontrano di frequente opere il cui livello qualitativo coincide fra i testi e la prefazione e soprattutto in grado di stimolare riflessioni. Secondo noi il silenzio non è un limite, la parola può andare oltre, e il reale incide a volte in misura minore di quel che si pensi, pur ammettendo che qualsiasi aspetto, filosofico o materico, è reale, ma il linguaggio lo traduce in uno specchio anamorfico.

Chi si è lasciato irretire da certe sirene (nella seconda metà del novecento sembrano essere Montale e Pasolini) era forse inconsapevole di accettare determinate regole. Se poi un poeta volesse esibirsi ha scelto la via più difficile, poiché in diversi casi il far poesia contiene un’implicita idea di superiorità. Ciascun ente o identità però dovrà vedersela con la propria ottica e voler significare a ogni costo potrebbe farci perdere il senso psicologico più profondo. Angela Greco tende a ‘rappresentare’ – come dimostrano i versi estesi o macroversi – per arrivare alle soglie della narrazione: il raffigurare oggetti per dar loro verbalmente una consistenza deve tener conto di ciò che sfugge e anche la natura fa parte del quadro.

Emblematica la frase “La musica non mi ha mai convinto fino in fondo” (p. 35): farsi convincere infatti costituisce spesso un pericolo, che l’autrice riesce a eludere. Non poteva mancare, ma non è peccato, il mito quale esorcismo della caducità: una interpretazione critica già cambia nel momento stesso in cui avviene. L’Epilogo ci avvisa di percezioni ‘formali’ nel tentativo di una linea oppositiva alle superfici piatte per individuare un quid che per nostra fortuna non si rivela mai completamente.

Recensione a cura di Luciano Nanni – Pubblicata su  Literary nr. 4/2017

qui il libro 

*

«La musica non mi ha mai convinto fino in fondo
basta cambiare una nota e ha tradito l’armonia»
(il tono basso della voce maschile indica l’arrivo dell’inverno)
«Eppure prendiamo forma ascoltando un battito.
Il primo che dimentichiamo» (lei lo sa).
 .
 .
Volano neri in un cielo erroneamente primaverile, gli storni:
grandi macchie multiforme di uccelli
guidati dall’istinto
vanno altrove all’approssimarsi del pericolo
– oramai impossibile assomigliare loro come uomini –
 .
«Qual è la civiltà, maestro?»
«Quella che stiamo perdendo».
 .
Il prato scorre sotto i loro pensieri in direzione opposta al cielo.
.
.
(pag.35)
.

Pietro Lorenzetti, Entrata di Cristo in Gerusalemme (Domenica delle Palme)

L’ingresso a Gerusalemme di Gesù è un evento descritto dai vangeli. In occasione della sua ultima pasqua Gesù si recò nella città santa di Gerusalemme dove fu accolto, come Messia, dalla folla festante, che lo acclamò gridando Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, agitando rami d’ulivo e di palma. L’evento è ricordato dalla tradizione cristiana nella “Domenica delle Palme” in apertura della Settimana Santa, in cui si ripercorrono le tappe della passione di Gesù.

L’Entrata di Cristo in Gerusalemme è un affresco di Pietro Lorenzetti, facente parte delle Storie della Passione di Cristo, collocato nel transetto sinistro della basilica inferiore di San Francesco ad Assisi. Il ciclo è databile al 1310-1319 circa; questa è la prima scena del ciclo e si trova sulla volta a botte. L’artista la rappresentò partendo da un’iconografia tradizionale – Cristo che avanza da sinistra verso destra seguito dagli Apostoli, con la gente di Gerusalemme che gli si fa incontro uscendo dalla città sul lato opposto – rinnovandola con alcune invenzioni di grande effetto.

I due gruppi di figure si incastrano lungo i bordi del dipinto, generando un angolo ottuso molto divaricato, che ha il vertice nella figura di Cristo, posto in primo piano vicino allo spettatore. Gesù incede sull’asinello vestito con un sontuoso mantello blu bordato d’oro e avanza benedicendo la folla, la quale al suo passaggio lancia rami di ulivo (come i due fanciulli sulla terrazza rocciosa a sinistra, uno dei quali si sta arrampicando su un albero) e stende drappi sulla via. In questo angolo colmo di figure umane, se ne incunea un secondo, dai lati paralleli, formato dalle mura di Gerusalemme, dalla porta urbica e dagli edifici monumentali, che sporgono con scorci arditi, prospetticamente validi, ma non raccordati a un unico punto di fuga. L’effetto compositivo è quello di una tridimensionalità spaziale estremamente dilatata.

Tutta la scena è ricca di dettagli minuti e preziosi. Ad esempio, le forme e le decorazioni degli edifici (la rotonda con archetti rampanti, il palazzo con i medaglioni, i portafiaccole, gli scudi araldici appesi, il balcone con la pertica su cui è steso un asciugamano, la scaletta lignea interna, la porta cittadina con intarsi cosmateschi, la volta stellata a crociera e un finto mosaico con due figure a monocromo su fondo oro), dove spesso i trafori mostrano sottili stralci di cielo, oppure le pose sinuose e le vesti eleganti del gruppo di cittadini a destra, che in alcuni dettagli anticipano i lavori di Ambrogio Lorenzetti, che da qui trasse ispirazione, come negli Effetti del Buon Governo. Se questa metà è sostanzialmente gotica, nel fluire delle linee, nella metà sinistra le linee sono più sobrie e le figure degli apostoli sono modellate attraverso i volumi dei panneggi, finemente chiaroscurati in tonalità più intense ed evidente è la derivazione dal modello di Giotto. Gli apostoli sono colti ciascuno nella propria individualità: in primo piano si riconosce Giuda Iscariota, già senza aureola, vicino a san Pietro col quale scambia uno sguardo; dietro di loro un altro, forse Giacomo il maggiore, distratto dai bambini che lanciano rametti di ulivo, ruota vistosamente la testa. Un altro particolare realistico e affettuoso è quello del bambino rosso-vestito che, dall’altro lato, fa capolino tra due ragazzi con vesti azzurre, affacciandosi da una sorta di sipario, come dipingerà poi Ambrogio Lorenzetti il figlio del calzolaio, sempre nel Buon Governo.

Splendida, in tutta la scena, è la ricchezza cromatica, mai scontata, intonata su colori tenui e su una gamma di bruni che, con il cielo azzurro realizzato in blu oltremarino, fanno particolarmente risaltare i dettagli in oro, testimonianza della sontuosità raggiunta dalla decorazione della basilica in quel periodo.

Tratto ed adattato da Wikipedia – Bibliografia: Chiara Frugoni, Pietro e Ambrogio Lorenzetti, in Dal Gotico al Rinascimento, Scala, Firenze 2003.

Stefanie Golisch, Forse amore

di Stefanie Golisch

Il gobbo del quinto piano
.
A modo suo il gobbo del quinto piano
è un uomo felice. A casa tiene il ricordo
di un bacio. Fu una bambina e forse solo
un gioco. Lei non si era accorta della sua
vergogna e lui non aveva fatto caso che
lei era senza capelli. In un lungo pomeriggio
d’estate la vita si era completata
in un incontro casuale, leggero
come i destini degli uomini
.
.
.
Love poem
.
Mi mangi come il pane degli
uomini e io rispondo con la mia fame.
Tu sei la neve che tace e io la donna
che non dice la verità. Dopo
il desiderio, c’è altro desiderio: che la
nostro essenza inganno si possa confondere.
Tu ti vergogni e io canto.
Silenzioso te ne vai dalla
donna di tutti che in quel tempo ti chiamava
con nomi bellissimi e che tu chiamavi
con nomi bellissimi. Non siamo il
quadro degli amanti fiamminghi, ma la
fame del pane quotidiano quando si spezza,
la fame dopo la fame
.
.
.
Epitaffio
.
Ci siamo accorti dell’altro appena,
distratti dal vivere come si dice si deve.
Mi hai svelato il tuo segreto di
donna e io ho affidato a te la fiaba
degli inizi. In fondo all’inverno dovevamo
trovarci, per sempre secondo l’oracolo.
Ma tu hai atteso altrove e io ho atteso
senza risposta mentre cercavo invano
di rievocare la tua nudità. Ci siamo mancati
e quasi dimenticati e ora ti chiamo
amore perché sia per noi
parola senza pietà
.
.
.
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Stefanie Golisch, tedesca di nascita, legge e scrive da molti anni a Monza.
Immagini: in apertura, Nikita Knikta e  in chiusura, Hilm af Klint – entrambe gentilmente fornite dall’Autrice.

.

Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Claudio Borghi

Quattro sassi con…autori contemporanei in 4poesie: Claudio Borghi

da La trama vivente (Effigie, 2016)

Gli occhi nella neve
.
Nel viaggio rettilineo, insignificante cammino
tra l’una e l’altra casa,
la neve riassumeva in candore senza disegni
quel che poco prima era ancora paesaggio,
le case ovattate,
le finestre sbadigli lenti riversati sulla strada.
Grigie le nuvole
e fiacche non sapevano di niente,
i passi appiattivano il bianco soffice
costringendolo al ghiaccio, da cui l’acqua
prendeva a gocciolare.
.
Nel ritmo silenzioso immagini di memoria
uscivano come talpe incantate
da tane sotterranee, in un’improvvisa serale
vitalità dello spazio riempita di luci sporche
e fanali sguscianti. Come potevo fluire,
staccato e vivo, nella superbia del viandante
sentire i passi sfarinarsi nel vuoto senza suono,
l’essere emerso dal bianco che la strada incendia,
pallido suonatore senza melodia?
Cosa mi teneva sul filo del fiore spaziale,
della linea che si disegna senza spiegazione,
il fiato condensandosi in nuvola,
l’onda chiudendosi in un punto,
sboccio abolito, domanda svanita
in un’assenza di ragione?
.
Bianca stinge la visione, stampa corrosa,
rigagnolo senza necessità: cosa
tiene in vita sospesi i diecimila fiocchi,
cosa dà loro consistenza e traiettoria
come i gabbiani sospesi nella vitalità dell’aria,
cosa dà loro forza di volo,
cosa rischiara la sera chiusa nella tormenta,
passero senza identità,
stanco pallore nella fiamma consunta?
.
Il comignolo alto perde fumo sottile,
discretamente emanando il fiato
del suo interno divenire. L’illusione
è dunque il tempo, l’indaffarato
agitarsi delle mani, il fraseggiare
convulso che dalle labbra si riversa
nell’aria senza speranza di quiete,
nel volteggiare malinconico ellittico
del passero gelato sulla mente che scorre?
.
Gli occhi cinguettano nella neve,
le ciglia battono il tempo del volo.
Quale la differenza – la domanda respira
mentre traduce la mente in parola –
tra questo svariar di forme e il nulla
rassegnato immobile,
la carcassa del gatto svuotata
da cui si cancella ogni apparenza di perfezione?
.
Gli occhi nella neve – il battito delle ciglia cresce,
la forza scema. Quale invenzione ho preteso
nel nascere dell’idea che fiorendo si forma?
.
Niente sente – la risposta sa di gelo,
di fiato sospeso, di velleità intelligente.
Lo sguardo scandisce il tempo della visione,
il suo aprirsi e chiudersi intermittente,
il suo andare e venire tra il sì e il no,
la luce e il buio, la potenza e la rassegnazione.
In una tasca la mano chiudeva soffice il bianco,
adesso trattiene acqua gelata. Un’altra forma
ha il cielo, la visione si richiude
in una spoglia gonfia, estesa, di respiro incolore.
.
.
.
Non ho imparato tutti i nomi dei fiori
.
Non ho imparato tutti i nomi dei fiori,
né so bene che diverso profumo
emanano respirandoli. Conosco
i giacinti i fiordalisi le camelie
la mimosa la genziana il tulipano,
ma non li ricordo, come fossero parti
di un unico fiore indifferenziato.
Solo trattengo innumerevole il fiato
delle rose e il labirinto in cui si perde
la mente che stupita le avvicina
e dentro annega, ancor prima
di sentirne il profumo, stordita
dalla bellezza primordiale della forma.
.
.
.
Tutto accade nella mente
.
Da note sparse suscitata, da mano sotterranea
che passa e ripassa su belle sfumature
che sanno di amaro e sapienti striature
dal sapore di bosco, una tristezza dal fondo sale.
.
E quel sentiero rivedo presente
in mezzo alle erbe alte, su cui correvo
a cercare il piccolo cane amico, la coda
come un guizzo di pesce sotto l’acqua
mentre mi saltava in braccio,
e nell’amore gli sguardi si fondevano
e in un lampo diventavano uno.
.
Corre sul confine il pensiero, orlo
immateriale tra due anime che si toccano,
la fiamma della memoria rabbrividisce,
la materia inerte del tempo torna in luce viva,
l’esperienza riaffiora come geometrica equazione
e un giardino si ricompone e sembra vero –
ma non è che un corpo morto di emozione.
.
Nell’acquario il pesce scarta e si allontana,
nel cielo la rondine si alza e sparisce.
.
Tutto accade nella mente.
.
.
.
Strofe della materia viva
.
Vicino alla mosca insolente, guardata con la lente,
con straordinaria attenzione per non farla scappare,
trovata con sorpresa una bellezza. Stessa cosa
fatta sulla zanzara, in equilibrio verticale sul muro,
vista una complessità di ali e corpo che nemmeno
immaginavo, intuita nel minuscolo una varietà
di forme vive di cui ignoravo non solo le fattezze
ma l’esistenza, e ancor più dentro immaginata
altra esistenza, verso il microscopico, ogni corpo
perfetto nel suo disegno nella sua interezza,
e la colpa mi ha attraversato come una lama
per esser finora stato al buio di tanta meraviglia,
distratto, infastidito da tanta vita che senza nome
brulica e travaglia, e sono corso giù per le scale
e ho camminato in fretta il solito marciapiede
e a metà della via, dove mi fermo a guardare
il giardino interno inatteso, un odore intenso
di cimice mi ha invaso e ho sentito il dolore
della creatura ignorata che infesta l’aria morendo.
 .
*
Sul marciapiede della piccola piazza
l’insetto tramortito, una grande zanzara,
veniva avvicinato dalla lucertola
con l’occhio fisso laterale
che lo prendeva in bocca e lo finiva
e serenamente lo ingoiava. La lucertola
poi si allontanava con dentro l’insetto,
forma sola di due. E dentro la sostanza
innumerevole formicolante di vita
tante creature tramortite passavano
dall’essere limpido dello sguardo al buio
di colpo cieco, entrate in vite altrui
o spente in sé, per necessità del divenire
che si contrae nel vuoto dei sensi.
.
Nessuna forma passerà davanti agli occhi
che tutto credono di vedere scorrendo
nell’alveo dei giorni. Nessuna sapienza
avrà la forma che concepisce l’intelligenza.
Nessuna mente potrà sorridere
di uno sguardo conquistato,
di un amore definitivo,
di un bene raccolto con pazienza e sfogliato
nell’innocenza umile di un dono per sempre cosciente.
 .
*
Di colpo ho perso interesse per le galassie
e la gravitazione e l’evoluzione
del corpo che tutto contiene, mi è sembrato
chiaro ed evidente che il punto pensante
non può contenere il contenitore,
che pensare l’evoluzione
immaginandola venire da un punto,
assimilandola al punto che la pensa
è solenne ingenuità – e stupida
ho sentito la scienza che pretende trovare
la formula che chiude in sé il mondo.
Spinto dall’impulso libero che la creatura
immette nella luce e nell’aria ho sentito
le gambe per la prima volta camminare,
la mente nuova assaporare
il niente di pensiero che sono le cose,
e i corpi viventi,
che credevo conoscibili esplorandoli,
guardandoli da vicino, ingrandendoli,
riducendo l’attività alla quiete inerte delle parti
e cercando il lampo che ne genera la struttura,
mi sono sembrati senza spiegazione,
polvere anonima che in figure, arti e visi
si muove come per miracolo interno,
che nasce senza che possa la mente
coglierne il centro di emanazione.
Da questo centro mi sono sentito venire,
pensiero e volto e arti e figura, e lo sciame
delle creature mi è parso abitarmi per miracolo
istantaneo di creazione, totale, indivisibile,
vuota visione senza nome.
.
.
.

Claudio Borghi è nato a Mantova nel 1960. Laureato in fisica all’Università di Bologna, insegna matematica e fisica in un liceo di Mantova. Ha pubblicato articoli di fisica teorica ed epistemologia su riviste specializzate nazionali e internazionali, in particolare sul concetto di tempo e la misura delle durate secondo la teoria della relatività di Einstein. Presso l’editore Effigie sono uscite due sue raccolte di versi e prose, Dentro la sfera (2014) e La trama vivente (2016).  Una selezione di testi da La trama vivente è stata pubblicata nella rivista Poesia (settembre 2015), con una nota critica di Maria Grazia Calandrone. Di prossima uscita una raccolta di aforismi filosofici e poetici, L’anima sinfonica, presso l’editore Negretto.

Attilio Bertolucci, I gabbiani

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I gabbiani

Non avevo mai visto gab­biani sulle rive del Tevere
can­gianti in que­sta fine d’inverno le penne e le acque.

Mi sono appog­giato al gra­nito come fanno quelli
che vegliano sulla pro­pria vita o morte usando

un’intenta pazienza ma i miei occhi distratti
segui­vano le pla­nate rapi­nose degli uccelli plumbeoargentei

sino a che furono sazi i ven­tri affu­so­lati i becchi
già risplen­dendo su altri flutti a un sole diverso

per il pro­ce­dere ine­vi­ta­bile del tempo le mie
pupille stan­che e ancora voraci ormai volte

sull’emporio mobile delle vie popo­lose di Roma
alla cerca dispe­rata nell’ora dell’ipoglicemia

d’un ali­mento improv­viso sol­tanto a me noto
in una rive­la­zione gio­iosa e ste­rile nell’ombra-luce

san­gui­gna da attici e cor­ni­cioni meridiani
fumi­gando sui colli i rami verdi della potatura

sino a ottenebrare il cielo pietoso del ritorno.

*

Attilio Bertolucci (San Prospero Parmense, 18 novembre 1911 – Roma, 14 giugno 2000), da Viaggio d’Inverno (1971)

in Poeti italiani del Novecento (a cura di Pier Vincenzo Mengaldo, III edizione I Meridiani, marzo 1983 – Mondadori — foto dal web)

 

Rainer Maria Rilke, La decima Elegia

Igor Lihovidov

La decima Elegia – di Rainer Maria Rilke

Che un giorno, uscendo dalla terribile visione,
io canti gloria con gioia ad angeli accoglienti.
Che nessuno dei netti, martellanti battiti del cuore
cada su corde deboli, incerte o sul punto di spezzarsi.
Che il mio viso inondato
mi renda più splendente; che la banalità del pianto
fiorisca. Come mi sarete care, allora,
notti angosciose. Vi avessi sopportato più in ginocchio,
sorelle
sconsolate, mi fossi abbandonato di più
nei vostri capelli disciolti. Noi, scialacquatori di sofferenze.
Impegnati come siamo a indovinarne, nella triste durata,
la possibile fine. Eppure
sono il nostro fogliame invernale, il nostro sempreverde
più buio,
uno dei tempi del nostro anno segreto –, non solo
tempo –, ma luogo, sede, rifugio, terreno, dimora.
Ma come sono estranei i vicoli della Città-Dolore,
dove, nel falso silenzio creato dal frastuono,
impetuosa, dalla forma del vuoto, la colata
rintrona: il rumore dorato, il monumento che esplode.
Come calpesterebbe senza lasciar traccia un angelo il loro
mercato
di consolazione, che la chiesa, le sue mercanzie belle
e pronte, delimita:
pulita, delusa e chiusa come un ufficio postale la domenica.
Fuori, però, i bordi sono sempre agitati dalla fiera.
Altalene di libertà! Acrobati e giocolieri del fervore!
E l’iconico banco di felicità imbellita del tiro a segno,
dove il bersaglio sbatacchia e si rivela vuoto, di latta,
quando uno più abile fa centro. Dall’applauso al caso,
barcolla e va avanti, con le baracche di ogni curiosità
che invitano, sbraitano e battono il tamburo. Ma per adulti
c’è qualcosa di speciale da vedere, come il denaro
si moltiplica, anatomicamente,
non solo per divertimento: l’aspetto sessuale del denaro,
tutto, per intero, la procedura –, è istruttivo e fa produrre…
… Ma proprio là fuori,
dietro l’ultima palizzata, coperta con la pubblicità
della “Todlos”,
quella birra amara, che pare dolce a chi la beve,
finché ci mastica sopra nuove distrazioni…,
proprio sul retro della palizzata, proprio là dietro,
c’è il reale.
Bambini giocano, e innamorati si tengono stretti –,
in disparte,
seri, sull’erba grama, e cani agiscono secondo natura.
Ma il giovane viene attirato ancora più in là; forse ama
una giovane Lamento… Va dietro a lei nei prati. Lei dice:
– Lontano. Noi abitiamo là fuori… Dove? E il giovane
la segue. È colpito dal suo portamento. Le spalle, il collo –,
forse
è di stirpe nobile. Ma poi la lascia, torna indietro,
si volta, fa un cenno… A che serve? È un Lamento.
Solo i morti giovani, nel primo stadio
di serenità senza tempo, quello dello svezzamento,
la seguono con amore. Lei aspetta
le giovani e se ne fa amica. Pacatamente
mostra loro ciò che porta. Perle di dolore e squisiti
veli di pazienza –. Coi giovani cammina in silenzio.
Ma là, dove vivono, nella valle, una dei Lamenti, un’anziana,
risponde alla domanda del giovane: – Eravamo,
dice, una grande stirpe, una volta, noi Lamenti. I padri
lavoravano nelle miniere, lassù in alto, in montagna; tra
gli uomini
trovi talvolta un pezzo di dolore primordiale levigato
o, da un antico vulcano, un frammento di collera fossile.
Sí, è da là che venne. Allora eravamo ricchi –.
E lo guida lieve attraverso l’immenso territorio dei Lamenti,
gli mostra le colonne dei templi e le rovine
di quei castelli dai quali un tempo i príncipi-Lamenti
governarono saggiamente il Paese. Gli mostra i grandi
alberi di lacrime e i campi fioriti di malinconia,
(i vivi li conoscono solo come tenera verzura);
gli mostra gli animali della tristezza, che pascolano, –
e talvolta
un uccello spaventato, volando radente attraverso il loro
sguardo levato,
traccia in lontananza l’immagine scritta del suo grido
solitario –.
Di sera lo conduce verso le tombe, dagli antenati
della stirpe dei Lamenti: le sibille e i profeti.
Ma come si fa notte camminano più piano, e presto
luneggia in alto quel sepolcro che veglia
sopra ogni cosa. Fratello di quello sul Nilo,
la grandiosa sfinge –: il volto
delle camere segrete.
E li riempie di meraviglia quella testa regale che per sempre,
in silenzio, ha posto la faccia umana
sulla bilancia delle stelle.
Ancora disorientato per la morte recente, i suoi occhi
non lo colgono. Ma lo sguardo di lei
spaventa la civetta da dietro il bordo dello pschent.
E lentamente, di striscio, sfiorando la guancia,
quella più morbidamente rotonda, l’uccello
traccia lievemente nel nuovo
udito dei morti, su una doppia
pagina spalancata, l’indescrivibile contorno.
E più in alto, le stelle. Nuove. Le stelle del paese del dolore.
Lentamente l’anziana Lamento le nomina: – Qui,
vedi: il Cavaliere, il Bordone, e quella costellazione più fitta
la chiamano Ghirlanda di Frutta. Poi, più lontano, verso
il polo:
Culla; Via; il Libro Ardente; Burattino; Finestra.
Ma nel cielo meridionale, pura come sul palmo
d’una mano benedetta, risplende chiara la “M”,
che significa madri… –
E tuttavia il morto deve proseguire, e silenziosamente
l’anziana Lamento lo conduce fino alla gola della valle,
dove luccica nel chiarore lunare:
la fonte della gioia. Ne pronuncia il nome
con rispetto, e dice –: Tra gli esseri umani
è una corrente che sostiene –.
Sono ai piedi della montagna.
E là lo abbraccia, piangendo.
Da solo, continua a salire, tra i monti del dolore primordiale.
E neppure l’eco dei suoi passi risuona dal destino senza
suono.
Ma dovessero risvegliare per noi, i morti senza fine,
un’immagine,
vedi, indicherebbero forse gli amenti
dei nocciòli spogli, che pendono, o forse
anche la pioggia che cade a primavera sulla terra nera –.

E noi, che pensiamo alla felicità
come a qualcosa che sale, sentiremmo
l’emozione, che quasi ci sgomenta,
di quando una cosa felice cade.

*

Rainer Maria Rilke, da Elegie duinesi (trad.di Maria Grazia Marzot, Crocetti Editore — immagine: opera di Igor Lihovidov)

I lampioni della Centrale Montemartini di Roma a cura di Giorgio Chiantini – sassi d’arte

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I lampioni della Centrale Montemartini di Roma a cura di Giorgio Chiantini

Il Museo della Centrale Montemartini a Roma fa parte del circuito dei Musei Capitolini e consta di un complesso museale realizzato in una vecchia centrale elettrica – ora in disuso – dove, tra macchinari industriali d’epoca, sono esposti numerosi reperti archeologici romani in un suggestivo connubio tra antico e moderno. Osservando dall’esterno l’edificio e quanto lo circonda, l’occhio è attratto dai lampioni – bellissimi da non avere riscontri simili in città – che illuminano il piazzale antistante. I due lampioni fanno parte di un gruppo di sei fusi nel 1896 dalla Fonderia del Pignone di Firenze. In origine queste strutture erano state progettate per sostenere i cavi per l’alimentazione elettrica delle linee dei tram; in seguito furono poi utilizzate per l’illuminazione elettrica del centro della città, come sancito dalla allora nuova convenzione stipulata tra Comune e Società Anglo-Americana nel 1898.

ph_giorgio_chiantiniI lampioni, fusi in ghisa, sono composti: dalla base, detta candelabro, a sua volta formata da due parti (foto sotto, nell’ordine: a sinistra la parte inferiore e a destra la parte superiore); dal fusto, a cui si attorcigliano foglie in salita (foto a lato), e dal coronamento superiore (foto d’apertura).

Il pezzo inferiore del candelabro reca la data ed una scritta: “MDCCCXCVI. DUILIO CAMBELLOTTI AL(LIEV)O DEL MUSEO ARTI (INDUSTRIALI) F(ECIT) e FONDERIA DEL PIGNONE FIRENZE”. La decorazione del pezzo superiore (sempre del candelabro) venne ideata da Duilio Cambellotti, su disegno generale di Mariano Coppedè ed è caratterizzata da quattro teste di lupa, che reggono festoni tra le fauci, sopra le quali è messo in scena il Trionfo dell’Elettricità, rappresentato da un giro di quattro fanciulle nude danzanti, i cui capelli terminano in acuminati raggi elettrici in un’allegoria che si ispirava ai balletti e alle opere alla moda di fine Ottocento e inizi Novecento. Palme, rami di alloro avvolgenti e stemmi comunali completano l’apparato decorativo.

Il coronamento superiore, realizzato da Guglielmo Calderini, consiste in un cerchio incompleto che terminante alle estremità con una testa di montone e con una lampada, mentre al centro dello stesso cerchio campeggia lo stemma comunale.

ph.Giorgio Chiantini

* * *

Note sugli artisti citati.

Duilio Cambellotti: Roma 1876 – 1960. Si accostò inizialmente all’Art Nuveau, accogliendone però gli aspetti prettamente originari e pionieristici espressi dalle idee di William Morris. Considerato in Italia uno degli esempi più validi dell’Art Nuveau, stile che ha caratterizzato l’Europa tra la fine del XIX secolo e l’inizio del successivo.

Mariano Coppedè: Firenze 1839 – 1920. Avviò un proprio laboratorio artistico a Firenze conosciuto come “Casa Artistica Coppedè” frequentato anche da facoltosi e da illustri personalità. Il suo pregnante stile artistico, marcatamente eclettico, condizionerà i figli architetti Gino e Adolfo grazie ai quali sarà riconosciuto proprio come “Stile Coppedè”.

Guglielmo Calderini: Perugia 1837 – Roma 1916. Esponente dell’eclettismo accademico, fu docente all’Università di Perugia e di Pisa e alla Scuola Superiore di Ingegneria a Roma. Nel 1884 il suo progetto vinse il concorso per la realizzazione del Palazzo di Giustizia di Roma, dove impiegò elementi tratti dall’architettura tardorinascimentale e barocca.

Paul Eluard, Libertà

velo

Paul Eluard, Libertà

Su  i quaderni di scolaro
Su i miei banchi e gli alberi
Su la sabbia su la neve
Scrivo il tuo nome

Su ogni pagina che ho letto
Su ogni pagina che è bianca
Sasso sangue carta o cenere
Scrivo il tuo nome

Su le immagini dorate
Su le armi dei guerrieri
Su la corona dei re
Scrivo il tuo nome

Su la giungla ed il deserto
Su i nidi su le ginestre
Su la eco dell’infanzia
Scrivo il tuo nome

Su i miracoli notturni
Sul pan bianco dei miei giorni
Le stagioni fidanzate
Scrivo il tuo nome

Su tutti i miei lembi d’azzurro
Su lo stagno sole sfatto
E sul lago luna viva
Scrivo il tuo nome

Su le piane e l’orizzonte
Su le ali degli uccelli
E il mulino delle ombre
Scrivo il tuo nome

Su ogni alito di aurora
Su le onde su le barche
Su la montagna demente
Scrivo il tuo nome

Su la schiuma delle nuvole
Su i sudori d’uragano
Su la pioggia spessa e smorta
Scrivo il tuo nome

Su le forme scintillanti
Le campane dei colori
Su la verità fisica
Scrivo il tuo nome

Su i sentieri risvegliati
Su le strade dispiegate
Su le piazze che dilagano
Scrivo il tuo nome

Sopra il lume che s’accende
Sopra il lume che si spegne
Su le mie case raccolte
Scrivo il tuo nome

Sopra il frutto schiuso in due
Dello specchio e della stanza
Sul mio letto guscio vuoto
Scrivo il tuo nome

Sul mio cane ghiotto e tenero
Su le sue orecchie dritte
Su la sua zampa maldestra
Scrivo il tuo nome

Sul decollo della soglia
Su gli oggetti familiari
Su la santa onda del fuoco
Scrivo il tuo nome

Su ogni carne consentita
Su la fronte dei miei amici
Su ogni mano che si tende
Scrivo il tuo nome

Sopra i vetri di stupore
Su le labbra attente
Tanto più su del silenzio
Scrivo il tuo nome

Sopra i miei rifugi infranti
Sopra i miei fari crollati
Su le mura del mio tedio
Scrivo il tuo nome

Su l’assenza che non chiede
Su la nuda solitudine
Su i gradini della morte
Scrivo il tuo nome
.
Sul vigore ritornato
Sul pericolo svanito
Su l’immemore speranza
Scrivo il tuo nome
.

E in virtù d’una parola
Ricomincio la mia vita
Sono nato per conoscerti
Per chiamarti

Libertà.

*

Paul Eluard, da Poésie et vérité 1942 (tratto da Poesie, traduzione di Franco Fortini, Einaudi, 1966)

Dino Campana, Genova

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Genova
di Dino Campana

 

…..Poi che la nube si fermò nei cieli
Lontano sulla tacita infinita
Marina chiusa nei lontani veli,
E ritornava l’anima partita
Che tutto a lei d’intorno era già arcana-
mente illustrato del giardino il verde
Sogno nell’apparenza sovrumana
De le corrusche sue statue superbe:
E udìi canto udìi voce di poeti
Ne le fonti e le sfingi sui frontoni
Benigne un primo oblìo parvero ai proni
Umani ancor largire: dai segreti
Dedali uscìi: sorgeva un torreggiare
Bianco nell’aria: innumeri dal mare
Parvero i bianchi sogni dei mattini
Lontano dileguando incatenare
Come un ignoto turbine di suono.
Tra le vele di spuma udivo il suono.
Pieno era il sole di Maggio.

***

Sotto la torre orientale, ne le terrazze verdi ne la lavagna cinerea
Dilaga la piazza al mare che addensa le navi inesausto
Ride l’arcato palazzo rosso dal portico grande:
Come le cateratte del Niagara
Canta, ride, svaria ferrea la sinfonia feconda urgente al mare:
Genova canta il tuo canto!

***

Entro una grotta di porcellana
Sorbendo caffè
Guardavo dall’invetriata la folla salire veloce
Tra le venditrici uguali a statue, porgenti
Frutti di mare con rauche grida cadenti
Su la bilancia immota:
Così ti ricordo ancora e ti rivedo imperiale
Su per l’erta tumultuante
Verso la porta disserrata
Contro l’azzurro serale,
Fantastica di trofei
Mitici tra torri nude al sereno,
A te aggrappata d’intorno
La febbre de la vita
Pristina: e per i vichi lubrici di fanali il canto
Instornellato de le prostitute
E dal fondo il vento del mar senza posa,

***

Per i vichi marini nell’ambigua
Sera cacciava il vento tra i fanali
Preludii dal groviglio delle navi:
I palazzi marini avevan bianchi
Arabeschi nell’ombra illanguidita
Ed andavamo io e la sera ambigua:
Ed io gli occhi alzavo su ai mille
E mille e mille occhi benevoli
Delle Chimere nei cieli. . . . . .
Quando,
Melodiosamente
D’alto sale, il vento come bianca finse una visione
di Grazia
Come dalla vicenda infaticabile
De le nuvole e de le stelle dentro del cielo serale
Dentro il vico marino in alto sale,. . . . . .
Dentro il vico chè rosse in alto sale
Marino l’ali rosse dei fanali
Rabescavano l’ombra illanguidita,. . . . . .
Che nel vico marino, in alto sale
Che bianca e lieve e querula salì!
….Come nell’ali rosse dei fanali
Bianca e rossa nell’ombra dei fanali
Che bianca e lieve e tremula salì: . . . . . .
Ora di già nel rosso del fanale
Era già l’ombra faticosamente
Bianca. . . . . . . .
Bianca quando nel rosso del fanale
Bianca lontana faticosamente
L’eco attonita rise un irreale
Riso: e che l’eco faticosamente
E bianca e lieve e attonita salì. . . . . .
Di già tutto d’intorno
Lucea la sera ambigua:
Battevano i fanali
Il palpito nell’ombra.
Rumori lontano franavano
Dentro silenzii solenni
Chiedendo: se dal mare
Il riso non saliva. . .
Chiedendo se l’udiva
Infaticabilmente
La sera: a la vicenda
Di nuvole là in alto
Dentro del cielo stellare.

***

Al porto il battello si posa
Nel crepuscolo che brilla
Negli alberi quieti di frutti di luce,
Nel paesaggio mitico
Di navi nel seno dell’infinito
Ne la sera
Calida di felicità, lucente
In un grande in un grande velario
Di diamanti disteso sul crepuscolo,
In mille e mille diamanti in un grande velario vivente
Il battello si scarica
Ininterrottamente cigolante,
Instancabilmente introna
E la bandiera è calata e il mare e il cielo è d’oro e sul molo
Corrono i fanciulli e gridano
Con gridi di felicità.
Già a frotte s’avventurano
I viaggiatori alla città tonante
Che stende le sue piazze e le sue vie:
La grande luce mediterranea
S’è fusa in pietra di cenere:
Pei vichi antichi e profondi
fragore di vita, gioia intensa e fugace:
Velario d’oro di felicità
È il cielo ove il sole ricchissimo
Lasciò le sue spoglie preziose
E la Città comprende
e s’accende
E la fiamma titilla ed assorbe
I resti magnificenti del sole,
E intesse un sudario d’oblìo
Divino per gli uomini stanchi.
Perdute nel crepuscolo tonante
Ombre di viaggiatori
Vanno per la Superba
Terribili e grotteschi come i ciechi.
.
***
.
Vasto, dentro un odor tenue vanito
Di catrame, vegliato da le lune
Elettriche, sul mare appena vivo
Il vasto porto si addorme;
S’alza la nube delle ciminiere
Mentre il porto in un dolce scricchiolìo
Dei cordami s’addorme: e che la forza
Dorme, dorme che culla la tristezza
Inconscia de le cose che saranno
E il vasto porto oscilla dentro un ritmo
Affaticato e si sente
La nube che si forma dal vomito silente.
.

***

O Siciliana proterva opulente matrona
A le finestre ventose del vico marinaro
Nel seno della città percossa di suoni di navi e di carri
Classica mediterranea femina dei porti:
Pei grigi rosei della città di ardesia
Sonavano i clamori vespertini
E poi più quieti i rumori dentro la notte serena:
Vedevo alle finestre lucenti come le stelle
Passare le ombre de le famiglie marine: e canti
Udivo lenti ed ambigui ne le vene de la città
mediterranea:
Ch’era la notte fonda.
Mentre tu siciliana, dai cavi
Vetri in un torto giuoco
L’ombra cava e la luce vacillante
O siciliana, ai capezzoli
L’ombra rinchiusa tu eri
La Piovra de le notti mediterranee.
Cigolava cigolava cigolava di catene
La grù sul porto nel cavo de la notte serena:
E dentro il cavo de la notte serena
E nelle braccia di ferro
Il debole cuore batteva un più alto palpito: tu
La finestra avevi spenta:
Nuda mistica in alto cava
Infinitamente occhiuta devastazione era la notte
tirrena

______________________________________________

…………………They were all torn
………………….and cover’ d with
……………………..the boy’s
………………………..blood

.

da Dino Campana, Canti Orfici e altre poesie (Einaudi) — immagine: Genova, Porto antico, Piazza delle feste (dal web)

*

William Shakespeare, due sonetti: n.98 e n.100

Vladimir Pajevic

Dai Sonetti di W.Shakespeare (trad. di Giovanni Cecchin, Oscar Mondadori — immagine:opera di Vladimir Pajevic)

98
.
Sono stato assente da te nella primavera,
quando lo sfarzoso Aprile, vestito di magnificenza,
infondeva tale spirito di gioventù in ogni cosa
che lo stesso grave Saturno con lui rideva e saltava.
Eppure, né il canto degli uccelli né il dolce profumo
dei fiori varii per fragranza e colori
hanno potuto ispirarmi a narrare una gioiosa storia,
o a cogliere fiori dal generoso grembo che li crebbe.
Né il candore dei gigli mi stupiva,
né il vermiglio profondo della rosa mi ispirava,
essendo essi solo dolci immagini di gioia
tratte da te, che sei loro modello.
Per me era ancora inverno e, lontano da te,
giocavo con esse come se fossero la tua ombra.
.
.
§
.
.
100
.
Dove sei, o Musa, che così a lungo dimentichi
di parlare di chi ti dona tutta la tua forza?
Stai forse sprecando il sacro tuo furore in vani canti,
offuscando il tuo potere per illuminare argomenti vili?
Ritorna, o Musa immemore, e riscatta subito
in gentili versi un tempo trascorso ozioso.
Canta a chi ti ascolta e apprezza le tue rime
e dà alla tua penna argomento e stile.
Sorgi, o indolente Musa, e vedi se nel dolce viso
del mio amore il Tempo ha inciso rughe:
e se ne scorgi, schernisci la decadenza,
e tutte le spoglie del Tempo ricopri del tuo disprezzo.
Dona al mio amore fama prima che il Tempo la vita guasti,
così avvilendo la sua roncola e la sua falce.
.
Shakespeare Sonetti

Jean Auguste Dominique Ingres, Il bagno turco – sassi d’arte

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Jean Auguste Dominique Ingres, Il bagno turco (1862)

olio su tela, cm 108 x 110 – Parigi, Musée du Louvre

*

Realizzato da Jean Auguste Dominique Ingres (29 agosto 1780, Montauban, Francia – 14 gennaio 1867, Parigi, Francia) quando ormai aveva 82 anni, Il bagno turco è un dipinto del 1862 originariamente rettangolare, che lo stesso autore nel 1863 convertì in un tondo, in totale adesione alle forme rotondeggianti della pittura. Nel quadro, che anche per la scelta del formato ricorda capolavori di Michelangelo o Raffaello, Ingres mira a rappresentare un puro ideale di grazia tramite la bellezza di corpi pieni e delicatamente morbidi al contempo, senza sottrarre l’ironia del dipingere un soggetto erotico alla sua età, inserendo un’iscrizione nell’opera che recita AETATIS LXXXII, “all’età di 82”.

Jean Auguste Dominique Ingres 0001L’opera non fu tuttavia realizzata con l’ausilio di modelle in posa, bensì prendendo spunto da vari dipinti prodotti durante la carriera, ad esempio riutilizzando la figura della ‘Bagnante di Valpincon” (che qui si ripropone fedelmente e in maniera centrale — immagine a sinistra) e della “Grande Odalisca” (immagine sotto); mentre la figura con le braccia sopra la testa, a destra nel tondo, ricalca la bozza del 1818, raffigurante della moglie dell’artista, Madelein Chapelle (1782-1849).

L’ispirazione orientale presente nell’opera era tornata di moda in Europa dopo l’invasione napoleonica dell’Egitto: Ingres stesso, nel 1806, copiò sul suo taccuino un testo proveniente dai “Bagni del serraglio di Mohammed” in cui vi era la descrizione di una stanza circondata da divani e molte donne attorno al sultano “che asciugavano il suo corpo profumandolo con i più soffici profumi” e, ancora, rifacendosi, nel 1825, ad un passaggio delle “Lettere dall’Oriente” di Lady Mary Montagu (“credo ci fossero duecento donne in tutto, bellissime e nude in varie pose, alcune in conversazione, altre al lavoro, altre sorseggianti caffè o che assaggiavano un sorbetto, molte che si distendevano con nonchalance, mentre le loro serve di 17 o 18 anni le acconciavano i capelli in forme fantastiche”).

Jean_Auguste_Dominique_Ingres,_La_Grande_Odalisque,_1814

Ingres è stato un grande ammiratore, un profondo conoscitore del nudo femminile. Le sue opere migliori sono un continuo riproporre il suo soggetto preferito, esaltandolo sempre in maggior misura attraverso il tema del bagno, non solo, perché questo tema permetteva di rappresentare il corpo umano nudo, ma anche perché acqua, ambiente e lenzuola, avendo il massimo di luminosità, consentivano ai rosati delle carni di assumere il massimo di chiarità. Nonostante tutto, a differenza di Delacroix, che visitò un harem in Algeria di persona, Ingres non si recò mai né in Africa né in Medio Oriente, tanto che le cortigiane ritratte hanno sembianze europee o caucasiche. Il tema orientale fu piuttosto un pretesto per ritrarre donne nude in un contesto sensuale e lascivo tra elementi esotici sporadici e approssimativi. (a cura di Giorgio Chiantini)

Francisco Brines, due poesie

Ivan-Aivazovsky Tramonto sul mare - 1853

Francisco Brines, due poesie da Poesia spagnola del secondo Novecento (a cura di F.sco Luti, Vallecchi, 2008 — immagine: Ivan Aivazovsky, Tramonto sul mare, 1853)

L’ULTIMA COSTA

C’era lì una chiatta, con torvi personaggi,
poggiata sulla riva. La notte della terra,
sepolta.
E più in là, il vascello dalle luci sbiadite
dove si assiepava con fervore, benché triste,
una folla in gramaglie.
……………………..Di fronte, quella bruma
densa sotto un cielo senza più firmamento.
Una barca in attesa, delle altre arenate.
.
Arrivavamo esausti, con la pelle tesa, un po’ riarsa.
Un’aria immobile, con frange di umidità,
fluttuava sul posto.
Tutto era predisposto.
………………………La nebbia, ancora più densa,
esigeva di partire. Io avevo gli occhi velati dalle lacrime.
Sistemammo i remi consumati
e come schiavi, muti,
spingemmo sulle acque nere.
.
Mia madre mi guardava, fissandomi, dal vascello,
in quell’unico viaggio di tutti nella nebbia.
.
.
da L’ultima costa (1995)

.

§

.

SOGNO POSSENTE

Qual è la gloria della vita, ora
che non c’è nessuna gloria,
ma realtà impoverita?
Saper che forse il disinganno
quel desiderio fondo non ti strappa
di viver di più?
.
La gloria della vita fu il credere
che esisteva l’eterno;
o, forse, fu la gloria della vita
quel semplice potere
di creare, con il pensiero chiaro,
l’eternità fedele.
la gloria della vita, e il suo fallire.
.
.
da Ancora no (1971)
.
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20140717104718_FOTO_BRINES_FRANCISCOFrancisco Brines
(Oliva, 1932): laureato in Legge e in Lettere, dal 2001 è membro della Real Academia Española. Esponente di spicco della generación del ’50, si caratterizza per una particolare attenzione allo stile e alla lingua. D’impostazione profondamente intimistica, la sua esperienza lirica lambisce la forza comunicativa della preghiera, in una dimensione che tende ad unificare l’umano e il sovrumano, la realtà conosciuta e lo spazio dell’ignoto. Poesia, dunque, non più come meraviglia, ma aperta rivelazione, assumendo così una funzione salvifica capace di preservare l’individualità e l’interiorità dell’uomo.

Francisco Brines

 

Nell’antro del misantropo di Simone Consorti letto da Angela Greco

pennaecalamaio

La silloge Nell’antro del misantropo di Simone Consorti, edita da L’arcolaio nel 2014, suddivisa in due sezioni, una omonima ed una intitolata Il continente di cenere, raccoglie un cospicuo numero di poesie incentrate sull’esperienza della realtà da parte del poeta, elargita al lettore con toni schietti e mai zuccherati. Per entrare subito nel merito di questo interessante lavoro, scritto da un autore che dimostra di non essere alle prime armi e il cui titolo non lascia indifferenti, sarebbe opportuno iniziare la lettura dalla post fazione di Andrea Mariotti, capace di avvicinare il lettore al fare poetico “salato” piuttosto che “dolce”, come egli stesso afferma, lontano – e concordo su questo – da tanta poesia odierna, eccessivamente sentimentale, scritta di getto sull’onda emozionale e così privata del necessario tempo di sedimentazione e maturazione.

Simone Consorti fin dal titolo mette in chiaro il suo “tipo” di poesia: giocando consapevolmente con assonanze e rime, sembra voler stringere e chiudere il campo intorno al singolo, intorno a se stesso, comunque intorno all’unità pensante consapevole del reale e dello stretto luogo in cui oggi è relegata la persona – richiamando con il suo “antro” sia il luogo privilegiato dove rifugiarsi e dal quale osservare gli altri, sia il luogo mitologico-arcaico dove è possibile ancora riconoscere l’uomo – per poi “aprirsi” in una scrittura entro cui racchiudere l’esperienza altrui attraverso la propria, come bene si evince dai versi di Fernando Pessoa “Porto addosso le ferite \ di tutte le battaglie che non ho combattuto” con cui Consorti fa esordire la propria opera (Pessoa, autore che più di chiunque altro ha usato eteronimi per operare una singolare spersonalizzazione, qui letto come il comprendere tutti in se stesso).

L’autore racchiude nella sua silloge, che inizia con l’emblematica “Sto diventando me stesso”, una vasta parte della realtà umana, usando la propria figura come specchio per gli altri, riassumendo in se stesso il percorso dell’intera società. Nei versi s’incontra la realtà innestata su richiami artistici e letterari, resa con un linguaggio pratico, che chiama le cose con il proprio nome, ripulito dalla retorica di una certa poesia dilettantistica. Emergono studio e conoscenza della scrittura poetica, che consentono un uso preciso della rima atto a rendere l’amara ironia, che sembra ben riuscire a questo autore. (Angela Greco)

*

poesie tratte da Nell’antro del misantropo (L’arcolaio, 2014) 

Sto diventando me stesso
.
Sto diventando me stesso
non ho bisogno di uno specchio per vederlo
sta accadendo proprio adesso
e non c’entra con come mi sento
Tra poco sarò un sasso
immobile e incapace
di fare un solo passo
Non mi aspettare più in là
o domani
non dirmi di stringere
o aprire la mani
o stropicciare gli occhi
davanti al mare immenso
perché sto diventando me stesso
.
(pag.11)
.
.
.
I ciechi conoscono i cieli
.
I ciechi conoscono i cieli
e spesso hanno un loro concetto
degli arcobaleni
Più di tutto sono esperti di spazi immensi
e di giorno vanno di notte nei deserti
.
Ci vuole immaginazione
per credere nelle rose
ci vuole un bel po’ d’esperienza
per setacciare la realtà dall’apparenza
.
A volte un cieco giovane
ritorna un cieco vecchio
ma ho visto ciechi che hanno visto ciechi
che hanno visto ciechi
che hanno visto se stessi allo specchio
.
(pag.35)
.
.
.
Il continente di cenere
.
Il fiume più non scorre nelle vene
Se ne sono andate in fumo le foreste
e la terra sotto il peso del mio piede
e delle bare cede
Anche le albe
perfino le pietre
son troppo fragili e tenere
nel continente di cenere
.
(pag.55)
.
.
.
Uno di noi sarà presto polvere
.
Uno di noi sarà presto polvere
l’altro è destinato ad andare oltre
al di là dell’ amicizia e della morte
sopravvivendo alla fine del miele
del fiele e di tutte le scorte
Gli toccherà immaginare il reale
da un oblò
guardando il mare restringersi
in lavatrice
e tutti i ricordi sbiadire
.
(pag.81)
.
.

Simone Consorti - Nell'antro del misantropoSimone Consorti è nato a Roma, dove insegna in un Istituto Superiore. Ha pubblicato i romanzi “L’ uomo che scrive sull’ acqua ‘aiuto’ “(Baldini e Castoldi,1999, Premio Linus),”Sterile come il tuo amore”(Besa editrice, 2008),”In fuga dalla scuola e verso il mondo”(Hacca, 2009), “A tempo di sesso” (Besa, 2011) e “Da questa parte della morte” (Besa, 2016). Ha raccolto le sue poesie in “Perché ho smesso di scriverti versi” (Aletti, 2010 – attualmente reperibile on-line sul sito scribd.com) e “Nell’antro del misantropo” (L’arcolaio,2014). Sul sito larecherche.it sono disponibili in formato elettronico, scaricabili gratuitamente: “Gli amanti bendati” (2013) – poesia e “Finestra d’Italia” (2016) – poesia e fotografia. Da alcuni anni si occupa di fotografia e sta curando il progetto di street photography “C’era una volta in Europa”.