Carte nel Vento n.52, nota di Laura Caccia redatta per i versi di Angela Greco AnGre

ph.Angela Greco AnGre per Il sasso nello stagno di AnGre

Angela Greco, dalla raccolta “Claire (della solitudine e altri ritorni)”, nota di Laura Caccia

Novembre 2022, anno XIX, numero 52, Rivista Carte nel Vento, periodico on-line del “Premio Lorenzo Montano” a cura della redazione di Anterem ( Qui  )

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Della poesia e altri oltre

Nome colmo d’aria, un soffio, un vento, una voce. Nome intriso di luce, un chiarore, un foglio bianco. Chi è Claire, personaggio dell’omonima raccolta di Angela Greco?

Tra solitudini e presenze, affetti lontani e vicini, oltranze e “profumo di pane”, memorie e ritorni, Claire distende la sua figura luminosa, dai movimenti reali e irreali, nei sedici testi dall’accento visionario, con distico finale spesso di tono meditativo.

Il linguaggio è ricercato e straniante. La narrazione procede tra reale e surreale, presenza e solitudine, ricordo e abbandono. Leggiamo che “Claire è soglia e attesa. Di una voce che / tarderà nei suoi desideri” e il racconto si illumina nel suo rarefarsi, quasi favola, quasi mito. Non dimenticando riflessioni concentrate e inquiete sulla realtà, in cui “Siamo canti alternati a idi di marzo”.

E se Claire fosse la poesia? Che si aggira “tra le parole non dette” e che “vorrebbe esserti foglio bianco”? Compagna della solitudine che la scrittura richiede, forse. O incarnazione del dire poetico che Angela Greco dispiega nei suoi versi insieme luminosi e dolenti. Dando vita a figure che l’attraversano e ne vengono attraversate. Designando con nomi nuovi le cose. Portando il quotidiano al suo oltre, dove “rette parallele s’incontrano e s’intersecano / in un territorio di confine, oltrepassando il noto fin qui”.

*

§1

Il pomeriggio è un talismano di ferro e ruggine;
lo raccolgo in un silenzio surreale e sei con me.
Un caso e “Claire” torna a passi lenti, attraversando
la cicatrice che taglia in due la città. Il paese vecchio
la abita ad ogni casa a calce e la piazza ha ancora
il profumo buono di tortine alla ricotta e biscotti
grandi, da immergere, senza troppo pensarci,
nella merenda a ginocchia scoperte di cadute
in bicicletta. Dall’altra parte della strada,
con anni d’anticipo, già sapevi che domani
l’avresti incontrata, per caso, sulla stessa strada.

Il nome non ha importanza; hai sempre pensato
si chiamasse alla francese, forse per via di sua madre.

§2

S’aggira Claire tra le parole non dette, tetti di vecchie
memorie silenziate per antica abitudine; stringono,
i vicoli del quotidiano incedere, gli occhi che anelano
all’azzurro di quando si era fili tra i fili d’erba, acque
di gocciolanti gravine nascoste agli occhi dei più.
Vorrebbe esserti foglio bianco a cui affidare le ombre,
inchiostro che inciti i cavalli di fuoco, perché sia sole,
anche tra le tue nuvole. T’affianca, nell’attesa, nei vuoti
della piazza dove s’allungano le ombre; mulinellano
pensieri sulla soglia di casa. Nel pacco regalo, una clessidra
dice che si può capovolgere questo momento.

Due rette parallele s’incontrano e s’intersecano
in un territorio di confine, oltrepassando il noto fin qui.

§5

Miriadi di stelle a trafiggere una solitudine;
questo incavo incolmo che occupa il petto,
dissonanti sere racchiuse in una fotografia e
poi mattini di ritrovato senso. Claire ha pianto,
ma tu ne hai sentito la risata, invece, poco pima
che crollasse il tempo e s’affacciasse ancora la corsa,
la sabbia troppo veloce nella strozzatura, lo scadere
della concessione a noi dedicata. Il resto è stato cielo
a più strati di piombo. Sei involontariamente bello,
quando non ti accorgi dell’occhio, lontano, nel tuo
mare di bambino senza onde a sconvolgerti.

Lo specchio rimanda a data da destinarsi le parole;
adesso il ricordo è soltanto per carezze lontanissime.

§16

E, quindi, cosa lascio di questi miei trascorsi?
Un’addolorata sbiadita al crocevia, un cancello
chiuso che ha ceduto alla ruggine e una fenditura
d’asfalto fiorita di parole in un giorno di febbraio.
Claire si ferma e guarda la tramontana che azzurra.
Il vento arriccia il tufo e lame di luce seguono
diagonali di pensieri e facciate divise a metà.
«Portami una bocca di leone dal tetto più alto,
scala questa torre di quotidianità per un pezzo di
mondo da mordere a sera, quando la voce va via e
rimaniamo pensierosi sul rosa e sulla nuova luce».

Siede al tavolo l’attesa; dalla finestra il paese vecchio
si svuota persino di preti e campane.

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La raccolta Claire è compresa in ARCANI edito da Achille e La Tartaruga, presso il quale è disponibile. Vi auguro buona lettura e un buon giorno di festa. (AnGre)

Gianluca Asmundo legge ARCANI di Angela Greco

Si assiste, nella silloge Arcani di Angela Greco, a una rigorosa quanto delicata ricerca di forma e, al contempo, di risposte, in merito all’effimero e alla durata, all’attesa e al ritorno, alla corporeità e allo spazio. La raccolta ha una complessa articolazione in filigrana, che tocca e sviluppa numerosi temi, con ricchezza di sfaccettature; e non procede per frammenti, bensì per compiutezze.

Una lettura critica complessiva esula dalle intenzioni di questi appunti: in questa occasione si è scelto di soffermarsi su alcuni aspetti e fili del racconto che appaiono trasversali, forse minimi o secondari, ma con il desiderio di coglierne, da punti di vista aggiuntivi, il dipanarsi sottotraccia.

L’esplorazione dello spazio interiore dell’autrice si sovrappone agli attraversamenti di quello urbano da parte del “personaggio” nominato «”Claire”», che si muove sulla singolare rivisitazione di una scena di teatro magno-greco, un «paese vecchio» reale quanto immaginario, agendo dinanzi e dietro le quinte delle cicatrici, dei desideri e della città.

Recentemente Claire è emersa non come “personaggio”, poiché sfocato, ma come “figura” felliniana e rilkiana, in una limpida, ricca e affascinante lettura di Giorgio Galli (Perìgeion, 20/12/2020 – qui –). A questa visione può essere complementare quella di una Claire personaggio, in quanto superstite di un “dramatis personae”, in un dramma incerto e su una scena incerta, ma al contempo tangibili grazie alle ricostruzione semantica del microcosmo di Claire operato dall’autrice. Un personaggio “in cerca”, all’apparenza muto, in movimento attraversando scene mute, che può rimandare al teatro d’avanguardia novecentesco o al cinema bergmaniano; una maschera che desidererebbe riconnettere personaggio e persona, espressiva senza discorso diretto, il cui linguaggio poetico nasce da quello del montaggio – tra inquadrature, raccordi e piani sequenza, per tornare alla metafora filmica – e dalla narrazione distaccata quanto partecipe dell’autrice.

In una dialettica tra personaggio e scena prendono corpo l’intimità di Claire e la città, quest’ultima a volte vista come polis comunitaria, non scevra di ironie. Una città che può divenire anche stanchezza di sedimentazione, simbolo di una veste da cui liberarsi: «Nella sera tinta dal melograno / le tue dita incrociano il mio desiderio / di liberarti dalla città. Ti spoglio / sul ciglio che sovrasta le terrazze / lasciate al caso e all’odore di resina» (§9, p. 35).

L’autrice sceglie spesso un punto di vista dall’alto, che in questa raccolta potrebbe trovare una chiave di lettura anche nella “Torre e la realtà” degli Arcani, da lei stessa citata in una nota conclusiva. Ma in questa percezione e rappresentazione spaziale si può ritrovare una forte continuità con le opere precedenti. I riferimenti allo spazio scenico emergono non casuali dalla poesia dell’autrice, nella quale gli elementi del teatro moderno divengono simboli e le azioni compiute si fanno allegorie.

La relazione tra personaggi e scenografie, tra figure e fondali, tra finzioni e disvelamenti, tra luci e ingranaggi di scena riaffiora in diverse occasioni, in una dialettica tra intimità e spazio teatrale destrutturato nel porsi domande. Se i riferimenti al teatro erano espliciti in poesie quali il secondo testo della sezione Solitudini nella silloge All’oscuro dei voyeur (2019 – qui), in Arcani esse si disciolgono e addensano in tutta la raccolta. Qui gli attraversamenti delle piazze deserte a mezzogiorno o deliranti di volti a carnevale (§9, p. 21) le rileggono colme di senso per la stratificazione del tempo personale e collettivo; analogamente, si cammina tra case bianche di calce e profumi quotidiani che richiamano metafore dell’appartenenza allo spazio anche in termini identitari, appartenenza posseduta ma instancabilmente ricercata come necessaria. Indagando le assenze, si instaura una relazione intima con ogni appiglio di elemento naturale visibile, il quale si fa simbolo di presenza e diviene partecipe delle mancanze e del fluire delle «utopiche» stagioni che si dipanano sul filo dei desideri: foglie d’ulivo intraviste oltre i muri, «palme emerse dopo il diluvio» fino a una metamorfosi: «il volto arborescente della pietra bianca» (§8, p. 20). Simili elementi riaffiorano nella seconda sezione, intitolata I giardini del mago (del tempo e altri percorsi), nella quale tornano la positiva e ironica ostinazione, contromano, dell’autrice («Si cresce spontanei / nel poco spazio a disposizione») e la fertilità della pietra (§5, p. 31). Pietra alla quale si può lasciare la profezia del tempo intergenerazionale, della «ri-conoscenza», del ritorno all’origine, della ricerca «risalendo interstizi contro gravità e abitando / nuove prospettive» (§7, p. 33).

La percezione e la riscrittura dello spazio si intrecciano con lo scorrere del tempo, talvolta avviluppato nel sonno o costretto in clessidre, talaltra libero di termini o definizioni e dunque dell’anelata compiutezza, nei momenti in cui le vedute panoramiche dello spazio urbano o del paesaggio marino si intuiscono, mentre i personaggi o l’autrice si ritrovano affacciati da balconi e terrazze o di fronte al mare, con visioni che prendono corpo controluce, in assenza metaforica di limiti visuali. O ancora, emergendo dal fertile buio di una notte ravvivata dalla grazia di un plenilunio o da fuochi lontani sui molti tetti e pietre, in cui il sorgere del sole scorto dalla cima della cavea urbana si sovrappone a un «incipit di mattini da comporre, sole / sul rigo più basso» e al ritorno/risalita/risveglio (§3, p. 29) dei due personaggi che si sostanziano nella raccolta in prima e in seconda persona. Una simile relazione tra visioni in soggettiva e in oggettiva dello spazio era già presente in opere precedenti, come emergeva ad esempio dall’incipit della silloge Ancora Barabba (2018 – qui).

Lo sguardo dell’autrice spazia sia attraversando la solidità delle cose presenti e assenti, sia traguardando orizzonti lontani e tempi estesi al fluire delle stagioni (§11, p. 37); ma al contempo concentrandosi sui dettagli, che divengono di volta in volta simboli di incertezze o appigli di certezze, nell’ora del demone meridiano o nel profondo notturno e nella costruzione delle riflessioni. Accade così che, tra le molte domande della terza sezione, si possano delineare i contorni dell’afa marina, delle ore vuote, dei chilometri, in cui «noce e mandorlo si spartiscono / virtù e sacrilegio al trascorrere del giorno» (§3, 43), ma dialogando intimamente con errori e gioie, ripensamenti, stanze, fino a mettere a fuoco con estrema lucidità – al centro della raccolta – una condizione quotidiana e universale del tempo pienamente vissuto, tra certezza e incertezza di sé e dell’altro, cercando risposte al suo fluire proprio nella relazione tra singolarità e pluralità, tra identità individuale e inclusiva: «Occorre ancora una volta ricominciare; / alla tua voce mi alzerò da questo letto / e volterò pagina. Torneremo ancora plurali» (§4, p. 44).

Nel corso dell’intera raccolta, l’autrice sceglie con perseveranza la costruzione di un’anatomia lessicale in bilico tra presenza e assenza, fondata su binomi dalla sempre sottesa forma dialogica con determinate alterità. Un’analisi del sapore del tempo e una declinazione dell’accadere “per caduta” i quali divengono sia scena sia cavea per figure tanto inafferrabili, quanto permeate di umanità e positività. Nel dipanarsi dei versi ipermetrici si annidano affinati chiasmi di ottonari e senari, le strofe nascoste alla vista ma non all’orecchio. L’autrice descrive una partitura, un lavoro musicalmente complesso, in grado di coniugare in uno stile personale una ricerca sul suono, di matrice europea e novecentesca, con un sillabare dal ritmo innato, che affonda le proprie radici nella Magna Grecia. La silloge disegna una danza, in punta di piedi, su pietra bianca, «al primo buio»; e al contempo appare orientata dal desiderio di serbare e trasmettere positività come custodite in arche, in una fresca penombra. [Giovanni Luca Asmundo]

https://achilleelatartaruga.net/prodotto/angela-greco-angre-arcani/

Giorgio Galli legge Arcani di Angela Greco

Giorgio Galli legge Arcani di Angela Greco 

Prendiamo due poesie dalla prima sezione, Claire (della solitudine e altri ritorni):

«La domenica sera anticipa le azioni della notte
e il sogno è nella sorpresa della voce, nel vento
fermo dopo giorni di burrasca. La poltrona grigia
accoglie Claire, ma sei tu, questo momento
morbido di calore; poi irrompe il freddo che non
ti aspetti e l’unica cosa da fare è abbracciarsi,
stretti, sotto un cielo di cristallo che tintinna e
azzurra questa stagione. Lampo e fuga il mattino
di andirivieni è una finestra socchiusa che geme.
Un opposto mare fuoristagione ci sovrasta “come
una sorte” dici; il cielo sorride alla tua voce.
.
La trasparenza degli eventi atmosferici somiglia
ad un buon auspicio. Forse domani diremo “ti amo”.»
.
.
.
.
«L’occhio notturno ha intravisto il tuo volto,
nel risveglio alabastrino del giorno di festa.
Da lontano passi, fori recisi e preghiere;
ogni rito ha le sue leggi che l’orologio conosce.
Da quarantatré anni e prima della campana,
Claire è soglia e attesa. Di una voce che
tarderà nei suoi desideri; due cavalli sulla rena
ostacolano il vento e s’imprimono nello sguardo
per l’assenza di muri e per il mare intorno. Poco
più in là di quest’ora, una barca aspetta il rientro;
febbraio ha brevi giorni e sempre insufficienti.
.
S’azzurra il mezzogiorno sulle case del paese vecchio;
nemmeno l’ombra ha voce davanti ai tuoi occhi.»

La prima osservazione da fare è che Angela Greco usa un sistema pavesiano -il verso ipermetro, il tono narrativo che rimandano a Lavorare stanca– per un contenuto che è estatico, rilkiano. La sua Claire ci ricorda la Gelsomina e la Cabiria di Fellini, personaggi fantastici calati in una realtà aspra. La seconda cosa che si apprezza è la tesa densità del linguaggio: un linguaggio sorvegliato e limpido, lontano da ogni soluzione mimetica. Infine la musicalità: una musicalità marina, tersa e malinconica, che ricorda certi passi lancinanti di Lavorare stanca ma anche certe apparizioni, fra l’estatico e il disilluso, del primo Fellini. Claire non è personaggio -come personaggio risulta sfuocato- ma è figura e come figura si realizza nella sua pienezza: essa “è soglia e attesa” -parole rilkiane- da una vita intera, quarantatré anni. È centro unificatore di una visione poetica coerente, fra espressionismo e realismo magico. Sono poesie che non vanno giudicate verso per verso, queste, ma nella loro costituzione complessiva, come versetti biblici, strofe, come i poemi di Whitman. È un modo di far poesia nuovo anche se lontano da ogni radicalismo novatore.

Prendiamo ora due testi dalla seconda sezione, giardini del mago (del tempo e altri percorsi):

«Si cresce spontanei
nel poco spazio a disposizione
verdi e ritti tra minzioni d’onore
e bravi padroni. Poi si fiorisce
e qualcuno non ci crede. Ci si curva
e qualcun altro rimane perplesso.
.
Numeri privi di destinazione
calpestano il tempo e il suo lavoro
e nel mentre, in un angolo
non ben visto, accade un’oasi,
un sollievo nell’inesorabile marcia,
un approdo inusuale per la logica.
.
Pensieri arruffati emergono
dalla lastra bituminosa e stanca,
seminati dal vento e testardi.
Anche la pietra ha una sua fertilità.»
.
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.
«Cambia il colore alla foglia, dalle il rame
per fondere luoghi antichi dove ritrovarsi.
.
Strade e pietre raccolte all’ombra d’autunno;
la terra ci abita dal principio. Oggi mancano
sfumature d’acqua, volute di conchiglia e tu.
Dimmi, di che colore diventa quel che ci guarda,
quando ti sfioro? La mano non dimentica la carezza,
né l’assolo di silenzio, l’ago e la stella. Dopo, dici?
.
L’attesa cade dai rami incontro ai tuoi piedi,
stringati nel giorno delle carte, delle bollette
e del viaggio tanto atteso. Arriveremo a Capo Horn
con le rondini in tasca e i piedi nudi; allora dirai
del trascorso e dell’a venire, confluenze oceaniche
e risate, germogli nell’emisfero opposto.»

Radicalmente diversi questi due componimenti: pieno d’amarezza il primo e di amore il secondo. Osserviamo subito la differenza di versificazione: più breve il verso nel primo testo, più disteso, simile a quello delle poesie su Claire nel secondo. Notiamo poi la presenza di un’iperbolica ironia -“minzione d’onore” nel primo testo, “arriveremo a Capo Horn” nel secondo. Ma quello che accomuna le due poesie è un atteggiamento di resistenza, la funzione critica attribuita al sogno e all’amore nei confronti della realtà così com’è data. Sono, entrambi, componimenti di lotta e di ferita, e il titolo “magico” della sezione non deve trarci in inganno.

La terza sezione si intitola rilkianamente Ein jeder Engel ist schrecklich (dell’incerto e altri dettagli). Da essa stralciamo:

«Del giorno rimane un sentire di
finito, un aroma stinto, una
lontananza senza soluzione e
una incombenza da assolvere.
.
Sfrenate corse colmano i pochi
spazi rimasti a disposizione;
al canto del gallo si ricomincia
in memoria di altro tradimento.
.
Mattini si reiterano sbiaditi,
mentre nell’angolo un silenzio
ci osserva senza essere compreso.
Piove da non lavare nulla di più.»
.
.
.
.
«No, i palmi non te li mostro;
quelli segnati da troppe vie e
ustionati dall’incedere giornaliero.
Lascio che tu intuisca, ferite e cammini.
.
Il pomeriggio ha lasciato un segno
anche sui polsi; una stria rossa di
memoria e sortilegio e voce lontana.
.
S’affolla poi la sera verso il mare e
il sole, rigato dalla domestica canna,
s’affaccia alle nuvole. Alla sera
s’accorda una nota malinconica.
.
Un’assenza.»

Poesie di rabbiosa amarezza queste, come suggerito da quel bellissimo verso, “Piove da non lavare nulla più”. Sembrano scritte da una persona moto più in là con gli anni di quanto non sia l’autrice, sembrano riferirsi a un tramonto della vita vissuto fra rughe e righe di dispiacere. E tuttavia c’è una vitalità protestatoria ancora giovanile -“No, i palmi non te li mostro”. Notiamo ancora una volta la manipolazione di modi di dire comuni -“altro tradimento”. Il verso si fa più ridotto, più compatto, ma non lo fa secondo un percorso stilistico lineare: piuttosto, sembra seguire una curva capricciosa, una linea di tendenza verso la maggiore compattezza che non esclude però ritorni in direzione di una scrittura più narrativa e di un ritmo più dilatato come nelle prime poesie. Forte la chiusa del secondo componimento: “un’assenza”, principio di solitudine senza scampo.

Arriva poi la quarta e ultima sezione, Falling:

«Profetico van Gogh, il suo campo graffato,
i corvi troppo loquaci e le sue strade
senza punto di fuga. Accade, così,
di diventare fiume tra due sponde
nella croce da montare pezzo a pezzo.
.
Ho una sola salvezza, ora tra le dita,
nonostante l’artrosi circostante, l’en passe,
il giro di tango. Marzo porta sempre con sé
una follia e il mal di stomaco acconsente.
Qui, nonostante la terra copra le salme,
luce e fioritura si sperano comunque.»
.

.

«La casa al piano inferiore è vuota;
nessuno accende più luci alla Madonna e
persino il sempreverde, ormai, ha
difficoltà di relazione con il vicinato.
.
La signora d’innumerevoli anni aspetta
un passo, un suono, un ricordo, che le riporti
la via del ritorno, familiari persi, il suo cane.
Un silenzio in meno e una timida domanda;
anche la mia casa è vuota. Abito assenze.»

Nell’ultima sezione assistiamo a un movimento di ritorno verso le forme metriche più distese, movimento che conduce da ultimo alla prosa poetica. La disperazione cresce. Caustico è lo sguardo verso la nostra epoca, vista come errore integrale -“Un merito, tutto sommato, potranno attribuircelo: / quello di aver favorito il declino”- e anche la Parola sembra incapace di fronteggiare un reale sempre più ostile. Nell’apertura finale verso la prosa l’unica soluzione è offerta da una compassione leopardiana e da quella condivisione che solo l’amore può offrire:

«Mi arrendo a questo silenzio, a questa attesa di pane oltre i tre giorni, alla mano che ti cerca incessante sullo schermo delle riletture, tra questi fogli virtuali che continuo a riempire per confondermi sul tuo viso bello di ritrovata casa dopo la sabbia sahariana che ha nascosto persino i pensieri e vedo il mare, dalla finestra, tra lettere cancellate sulla tastiera, che razionalmente non sarei capace di trovare e che, invece, appena sanno di te corrono e dicono e sorridono della mia fanciullaggine di ascoltarti, quando dici che devo scrivere senza farti leggere nulla, quasi fosse mai possibile togliere alla corolla il centro e il nettare per l’incauto impollinatore.»

Angela Greco, Arcani (Achille E La Tartaruga, 2020, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa)

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due poesie da Arcani di Angela Greco

versi da ARCANI di Angela Greco AnGre,

prefazione di Franco Pappalardo La Rosa (ed.Achille e La Tartaruga, 2020)

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§

Assenza, la più atroce delle poesie,
costante che scrive anche senza voce;
nell’illusione d’essere abituati ad essa,
al fiorire di sette Hyppeastrum rossi,
torna inesorabile il primo momento,
sassosa arsura contraria alla ragione.
Funamboli sulla soglia del dire, in ascolto
di poche lettere incapaci di mutare
pur nel cambio pelle che comportano.

.

§

«Sei nata nella stagione dei soffioni; col cuore
in contromano | dissemini» (così mi de-scrivi)
Il sole da occidente coglie di sorpresa
i tetti il campanile le erbe
abbandonate alla finestra rotta, che
conosce l’ombra e l’oriente di quando era casa.
Poco più in là, alla periferia di un pensiero,
i tuoi occhi di giada dicono bella stagione.
La pioggia odora l’aria; poi, lo scroscio
del tuo nome fra sera e sogno.
S’aspetta tra le mani che trascorra
il buio.
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clicca sul link per la nota bio-bibliografica e per il libro:
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Rossella Cerniglia legge Arcani di Angela Greco

ARCANI ,  di Angela Greco 

Ed. Achille e la Tartaruga (2020)

L’ultima raccolta di versi di Angela Greco, dal titolo Arcani, ha una struttura poematica articolata e complessa: una sapiente minuziosa costruzione che riceve un input creativo dalla magia di queste misteriose figurazioni, presenti nei Tarocchi, il cui significato allusivo, simbolico ed archetipico, è ben illustrato dalla stessa autrice in una nota al margine dell’intero libro. Nell’ambito complessivo dell’opera, questo legame sembra aver rivestito grande importanza nel costituirsi dell’architettura della stessa. Perché la suggestione di questo implicito riferimento, agisce, come dicevo, da input creativo, aggiungendo ulteriore fascino e nuovo significato all’intera creazione, proprio come avviene nella lettura dei Tarocchi secondo il “metodo delle tre carte”, per il quale, vicendevolmente, esse si influenzano nel definire il significato complessivo, che dà risposta ad una specifica domanda.

La sua articolata struttura, piena di rimandi e collegamenti che si interfacciano tra loro, ci dice, di per se stessa, della presenza di un pensiero di robusta sintesi che è nel suo fondamento, e che energicamente la sostiene. L’impianto appare subito straordinariamente ricco di spunti, di variabili e rimandi in cui ogni cosa che, a prima vista, poteva apparire elemento disparato, si lega poi, mirabilmente in visione organica di fruibile bellezza.

La dimensione temporale costituisce l’amalgama che tiene insieme le varie sezioni del libro: le prime tre, intitolate Claire – della solitudine e altri ritorni; I giardini del mago – del tempo e altri percorsi; ed Ein jeder engel ist schrecklich – dell’incerto e altri dettagli, si snodano secondo un concetto di tempo che è Temporalità, nel senso heideggeriano, la quale tiene in compresenza  le tre dimensioni di passato, presente e futuro che convivono, in un fitto rimando di interrelazioni, nella presenzialità dell’accadere.

Perciò, se nella prima sezione del testo, il personaggio di Claire può ricondurci ad un’idea di giovinezza e al presupposto di un albore della vita nella sua spontaneità e purezza, è da tener presente che la sua icona – che racchiude nella multiformità di aspetti, la singolarità del suo essere – permane sempre viva e presente, con l’andare di questo viaggio temporale e verticale che l’autrice compie nella propria interiorità e individualità.

A lei, infatti, come in un intimo colloquio, l’autrice si rivolge in questa prima sezione del libro. E questa rivisitata età, che vorrebbe forse essere l’anticipazione di quello che l’autrice sarà – è, in realtà, ciò che essa è nell’attualità. E la Claire, di cui si parla nel libro, è colei che vive nella dimensione del presente dell’autrice. Ci basta soffermarci su alcuni versi della p. 17 per avere riscontro di alcune delle cose dette e di altre ancora da dire: “ S’aggira Claire tra le parole non dette, tetti di vecchie/ memorie silenziate per antica abitudine; stringono,/ i vicoli del quotidiano incedere, gli occhi che anelano/ all’azzurro di quando si era fili tra i fili d’erba…” e più avanti “…Vorrebbe esserti foglio bianco a cui affidare le ombre,/ inchiostro che inciti i cavalli di fuoco, perché sia sole,/ anche tra le tue nuvole.(…) Nel pacco regalo, una clessidra/ dice che si può capovolgere questo momento.// Due rette parallele s’incontrano e s’intersecano/ in un territorio di confine, oltrepassando il noto fin qui.”

E questa dimensione interiore, che ha i tratti del personaggio Claire, è in larga misura attraversata da un’Attesa – da sempre propria della giovinezza – che ha contribuito a forgiare, con i suoi peculiari accenti, il presente e il futuro di Angela, l’autrice del libro. Sembra di indovinare in Claire, soprattutto, il viversi di questo senso dell’attesa: di essere quello che è, o meglio, quello che sente di essere nell’interiore percezione del sé: la sua vera essenza.

Claire è forse una primavera che ha espresso il suo frutto in potenza, in ciò che è ancora da venire, in un germoglio, in una promessa di vita.  Più avanti nel testo, lo stesso desiderio, più chiaramente si esprimerà in tensione di riconquista della pienezza e totalità della sua anima, e al contempo, come desiderio di essere dagli altri riconosciuta nel suo più intimo ed alto valore.

La visione di questo personaggio, alter ego primigenio della futura Angela, è perciò quella della stessa Angela del presente che vive il connubio fecondo col suo passato, che vive, e riplasma, quel che dal passato le giunge, una se stessa vicina e lontana cui rivolgersi in un colloquio intimo e pieno di abbandoni e mutevoli sentimenti ed umori.

Ma la visione presente in questa parte di testo, non rappresenta una peculiarità assoluta, – tranne forse che per un più insistito sguardo retrospettivo – né sostanzialmente si distacca da quella presente nelle altre parti del libro. Poiché la radice è sempre nel presente dell’autrice, nel presente del farsi di questa visione che riassume tutta se stessa nelle tre compresenti dimensioni temporali.

In tutto il libro ci troviamo di fronte una realtà contraddittoria e frantumata, a volte improbabile, mista di sogno e realtà insieme, di impervi voli e improvvise cadute, surrealtà che vive dentro di noi in mondi allucinati. Una visione caotica e inquieta, insoddisfatta come è l’anima che ce la mostra, poiché su tutto aleggia il sentimento di una Mancanza: di un’assenza radicale e difficilmente colmabile che sembra toglierci il respiro. E il senso della frammentazione di tale realtà non può che arrivarci per frammenti di immagini e pensieri, attraverso dirupi e scoscendimenti dell’anima, attraverso impervie atmosfere, tra ferite che stanno tra carne e spirito e nella materialità della terra. Un attraversamento, che ha, talvolta, i tratti visionari e drammatici del dantesco viaggio negli inferi.

Tuttavia, pur in seno a queste atmosfere, alcuni frammenti riescono talora a penetrare in nudi spiragli di bellezza e solarità e purezza immacolata, riferiti a una sorta di primigenia inviolabilità e sacralità, che idealmente afferisce alla giovane stagione della vita umana: “…Claire vede il verde/ di occhi echeggiare alla parete carsica;/ meraviglie nascoste dietro fessure di silenzi…” (p. 19)

“Nel percorso di strade e radici comuni Claire narra/ dei fiori rosa che s’impossessano dei ruderi, / del petalo che vince la pietra nella meraviglia/ persino del verde e della tua presenza,…” (p. 23)

Tuttavia, in questo movimentato quadro, la realtà ci appare, in genere, come un rompicapo convulso, aleatorio, i cui pezzi sembrano tornare a scomporsi e a ringarbugliarsi, componendo infinite variazioni sul tema. Un rincorrersi di scorci e visioni di sfuggita che si incuneano in altre immagini, alludono al mistero nascosto nell’essere che si cela in armonie dissonanti, in pensieri e percezioni e sensazioni che si insinuano, come fossero anch’essi cose, in quella che, nel suo primo apparire, si mostra appunto come una scombinata caotica visione.

Anche nella seconda e nella terza sezione del libro ci troviamo di fronte ad un’eguale percezione della realtà interiore e mondana, intramata ancora di disgregazione e inutilità, di mancanza di senso, e di buio: “…Il cielo ha una distanza incalcolabile. / Si consuma fiato per ciò che passa. // Nello spazio breve d’una permanenza/ si perde la cognizione del viversi …” (p. 30)

Anche in queste sezioni, ci si rivolge ad un Tu, complementare e imprecisato, che orienta il desiderio dell’autrice in questo parlare da sé a sé. Citiamo qualche verso che possa, in qualche modo, lasciarci intravedere questa lacerazione e provvisorietà del vissuto, approssimandoci all’idea della doppiezza e disgregazione, del sé e del tutto, in noi: “Da dove inizia il giorno? Dalle mie nuvole/ o dal tuo arcobaleno? Dal tuo silenzio/ o dal mio desiderio di cielo? / Dalla sera precedente, dalla tua voce/ inizia il giorno…” (p. 45).

Altri versi ci lasciano intuire l’idea della quotidiana ricerca di un  approdo comune,  su cui si tenta di radicare un senso: ” infiniti ostacoli infiniti/ (…) reiterazioni di affanni,/ trottole senza dimora;/ eppure dove non ti aspetti,/ (…) nuovi orizzonti radicano. // Non  è  un caso / la parola che  ci accomuna, / il silenzio che  avvicina…” (p. 50)

Ma, in effetti, una logica ferrea è sottesa all’insieme, e una ben orchestrata visione sorregge il tutto, pur nell’elemento di discontinuità, di costante antitesi e cozzo di visioni e sentimenti e passioni. Basta riflettere sull’alternanza di stati d’animo che si associano o si combinano agli elementi di quella che chiamiamo “la realtà concreta”, l’andare ad ogni passo incespicando in noi stessi e nelle cose che sembrano fronteggiarci, il doloroso scontro tra desiderio e realtà, la mancanza di linearità, di limpidezza e di senso che proiettiamo sulle cose, tutto ciò che non si attaglia al nostro sentire e ci rende mortalmente inquieti ed angosciati…Basta questa sintomatica nauseante percezione per darci l’idea chiara della nostra Caduta.

Su questo concetto – concetto biblico per eccellenza – è costruita la quarta sezione del libro intitolata Falling, a sua volta divisa in tre sottosezioni, intitolate Ac-caduto, Ac-cade e Ac-cadrà.

Falling, cioè Caduta, mantiene saldi legami con l’intero testo, ne costituisce anzi il nucleo radicale, e direi normativo, nella logica e nell’economia di tutta l’opera. È introdotto da un Prologo e concluso da un Epilogo, e l’ultima parte di esso – la sottosezione Ac-cadrà – è costituita da sei brevi prose poetiche, per cui, l’intero testo, nel suo insieme, potrebbe definirsi un prosimetro. Anche qui viene a riproporsi il senso della temporalità di questo accadere, rienucleando la condizione di quel che siamo oggi – del mondo dentro e fuori di noi – alla luce di questo fondamentale assunto che è la Caduta, simbolo della nostra terrestrità e imperfezione, simbolo dell’Ombra che ci abita, e che con noi abita il mondo.

La Caduta che si colloca in un ancestrale tempo della memoria, in un remotissimo passato che è radice della condizione attuale, è un continuum esistenziale simile alla condizione della nostra infanzia e giovinezza, che portiamo sempre con noi anche nell’età adulta, vale a dire per la durata dell’intera vita. È la radice di quel che oggi siamo – del nostro male tuttavia confinante col bene – poiché anche di bene si compone, in potenza, la nostra anima che, pur nella caduta, ha conservato la fiammella sopita del divino.

Oltre che da un solido impianto strutturale, la preziosità del testo è dovuta alla sua originale tramatura di immagini e di sensi; ad una verbalità misurata, calibrata su parole che hanno carattere radicale, fondativo, apodittico, talvolta epigrammatico, che è parte dell’impianto e dell’intera visione. L’ambiguità e il senso del mistero pervadono ampiamente il testo e costituiscono la matrice più vitale e profonda della poesia, e la sua più autentica fascinazione.

Rossella Cerniglia

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Angela Greco (AnGre) — Arcani

Luciano Nanni legge Arcani di Angela Greco

Recensione a cura di Luciano Nanni e pubblicata su Literary nr. 4/2020  

Poesia. La forma del poemetto consente di estendere il cursus poetico delineando una storia, o una serie di microstorie, da integrare nel contesto. La forma è quindi, e nel presente caso in particolare, l’acquisizione di elementi cadenzali utili a determinare il flusso dei versi, perciò non solo schema, ma intuizione. Allorquando si affronta il viaggio, il cui spirito oppure soltanto il dato linguistico contiene in modo implicito, cresce nel lettore un senso di conoscenza, da cui l’importanza della poesia quale principio conoscitivo.

Penetrando in questo viaggio si percepisce una struttura che va oltre la logica, e, tanto per fare un esempio, la metafora tende ad allontanarsi dall’origine effettiva, quasi un’estrema ratio della parola: “Il caso è un chiodo ricurvo a due punte”. Ora, poiché a un’immagine deve in qualche maniera corrispondere un vincolo, seppur lontano, dovremmo a lungo disquisire anche su un singolo verso: perciò, ricchezza inesauribile.

Ma la parola, per quanto forte, naviga nell’incertezza, e tutte le mutazioni che sopravvengono seguono di converso la direzione formale. In Falling (caduta) si definisce, almeno come pratica di relazione, il rapporto tra corpo e spirito, e tale induzione potrebbe far sorgere una serie di commenti in cui la natura appare e scompare, rendendo l’insieme ancor più significativo: si dovrebbe, tra l’altro, verificare se iris può diventare un simbolo o restare nella sua identità predefinita.

Quanto detto pare dirimersi dal concetto che il titolo esprime: gli Arcani. Qualcuno ha visto nelle figure delle carte, perfino semplici come quelle napoletane, un riflettersi dell’io o comunque delle persone, creando eventi praticamente inimmaginabili. Questa raccolta è in grado di impegnarci quotidianamente per capire, noi e la realtà nascosta.

Al sottostante link, il libro:

Angela Greco (AnGre) — Arcani

Voci recitanti e poesia

Ringrazio di cuore Francesco Paolo Dellaquila sia per la creazione del meraviglioso video dedicato ad un mio componimento, sia per la recitazione, insieme con Dolores Rotunno che ringrazio parimenti, dei miei versi ♥ …perché la Poesia è dono, partecipazione, condivisione e…sorpresa! Grazie!!

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Versi inclusi in ARCANI, poesie di Angela Greco AnGre, ed.Achille e La Tartaruga (Torino, 2020), prefazione di Franco Pappalardo La Rosa, disponibile al seguente link:

Angela Greco (AnGre) — Arcani

Fabrizio Bregoli legge Arcani, poesie di Angela Greco

Fabrizio Bregoli legge Arcani

(ed.Achille e La Tartaruga, 2020, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa).

Leggendo la nuova raccolta di versi di Angela Greco, “Arcani”, si crederebbe, fermandosi all’evidenza del titolo, di trovarsi di fronte all’ennesima prova di poesia orfica che tanti epigoni incontra nella poesia contemporanea; pochi, in verità, con una personalità effettivamente incisiva e originale. In realtà, con piacevole sorpresa, quella che si incontra è invece una poesia-pensiero, di tipo esistenziale e, a tratti, argomentativa, che porta il lettore per mano in un mondo intricato di domande non risposte, dubbi irrisolti, indugi: l’esatto opposto di una poesia visionaria e dell’inconscio, allora, ma una poesia, come si diceva, della fattualità esistenziale, del dilemma fra vivere ed essere. Il tutto viene contestualizzato in un paesaggio che, con dovizia di dettagli descrittivi che però non cadono mai nel bozzetto di maniera, è quello della sua terra – le Murge -, con i suoi olivi e i suoi borghi antichi, un paesaggio che si offre come traslato di un’inquietudine di fondo sottesa lungo tutto il percorso del libro, che si fonda sulla constatazione della “caduta” (si veda la sezione “Falling”).

Di “ac-cadere” si parla più volte nel libro, come nell’ultima sezione dove viene declinato in accordo alle tre sequenze temporali di passato, presente e futuro (ac-caduto, ac-cade, ac-cadrà), secondo l’andamento tripartito di cui l’autrice parla nella nota finale in cui si spiega che il titolo è appunto da riferirsi alla tecnica di lettura delle tre carte, che viene effettuata ricorrendo agli arcani maggiori dei tarocchi: la variante proposta nel libro è quella però delle carte nella loro posizione corretta, e mai rovesciata (il che comporterebbe il capovolgimento del loro significato), perché la logica che permea questi versi è quella di un’indagine costruttiva, volta alla identificazione di senso, anche se mai consolatoria nell’accezione scontata del termine. L’idea di fondo, certamente condivisibile, è fondativa di una poesia come domanda aperta, alla ricerca di “un plurale / dal conto perso”, ossia un confronto serrato con il mondo, rifuggendo dal solipsismo ma nel bisogno di un rispecchiamento nell’altro (“Quante persone raccogli nel tuo volto?” e, ancora, “Torneremo ancora plurali”). Domina tutta l’opera, quindi, questo senso di caduta a cui rimediare, per riavvicinare la distanza fra cielo delle possibilità e terra in cui trova spazio la realtà dei luoghi e dei fatti, degli individui sempre più barricati nella propria straniante solitudine, ma sempre con l’orizzonte che prescrive di essere “alle soglie di un’umanità da riscrivere” perché, parafrasando l’autrice, si abitano assenze: ciascuno di noi ha la responsabilità morale, prima ancora il destino (e il riferimento a Rilke non è in questa ottica casuale) di prendersene carico pur consapevole di essere, come avviene per il ricordo che non può alterare il fatto, “maestro di imperfezione”. Nessuna consolazione, dicevamo, solo consapevolezza: “E siamo soli, / nella sera falsamente illuminata, carta pesta colorata e ferri / ad arrugginire sotto quel che tutti vedono”, o, ancora, “Miete vittime la mattina di festa e forse tornerà il freddo. / Siamo canti alternati a idi di marzo. Buongiorno.” (con una chiusa allusivamente spietata, nella sua ironia composta, misurata).

Le ultime due citazioni, in particolare, sono tratte dalla prima sezione della raccolta, giustamente segnalata, ancora inedita, al Premio Lorenzo Montano, forse la parte più interessante del lavoro: qui l’autrice cerca la strada di una versificazione più ampia, dall’impronta narrativa con inserti gnomici e sapienziali, in una forma stilistica più asciutta rispetto alle altre sezioni, in cui invece è più marcata l’impronta lirica. Questa sezione che porta il titolo della sua protagonista, “Claire”, è una sorta di romanzo di formazione non scritto, senza accadimenti circostanziati, sospeso fra desiderio e volontà, nel dubbio che si “insinua che forse non siamo mai stati” e che “sopravviviamo negli occhi / e dentro cumuli: di libri o di terra non fa differenza” (splendido undestatement che definisce con evidenza il linguaggio adottato dall’autrice). Si ha la sensazione di un destino che cerca di compiersi, senza però che riesca a prendere una forma consapevole e decifrabile, uno stato di perenne attesa, un accadere che sfiora e non delimita, che va trattenuto (e forse la poesia è una delle strade possibili): “Claire ripensa / alla giustizia della neve appena trascorsa, la stessa intenzione / a coprire tutto, alla generosità del silenzio” […]. Altrove si afferma anche, a evidente conferma, che ci si ritrova “frammenti del discorso / in codici ad intermittenza”; la nominazione delle cose e del mondo è sempre imperfetta, le parole sfuggono e confondono, occorre ricondurle alla misura dell’essenziale, fino alla scabrosità sul precipizio dell’afasia: “Anche la pietra ha una sua fertilità”.

La poesia, allora, diventa una difesa strenua, il non volersi arrendere al dato di fatto, alla circostanza contingente dell’ac-cadere: “la mano tenta inchiostro per non dubitare / della realtà”, quella realtà che attraversata con la circospezione debita “vorrebbe esserti foglio bianco a cui affidare le ombre, / inchiostro che inciti i cavalli di fuoco, perché sia sole, / anche tra le tue nuvole”. Il percorso non può avvenire se non spezzando questo cerchio di solitudine; ogni scrittura, per essere tale, pretende un’interlocuzione, la légge del confronto: “quando dici che devo scrivere senza farti leggere nulla, quasi fosse mai possibile togliere alla corolla il centro e il nettare per l’incauto impollinatore”. Solo in questo interscambio, che è osmosi fra parola e mondo, si può colmare la distanza della divisione, denudando, impudicamente se serve, “il vetro che urge nel petto” come strumento perché “l’ombra permett[a] di vedere quel che la luce non mostrava”.

E Angela Greco procede con sicurezza nella sua scrittura, con un linguaggio sobrio ma non scontato, con la lucidità dell’argomentazione, ma sempre strettamente intrecciata alla sua declinazione nella sfera emotiva (di frequente, dicevamo, mediante il rispecchiamento o il trasfert del paesaggio e della natura). Se si può credere ancora nell’utopia, come l’autrice ci avvisa nella sua nota, può avvenire solo a patto di non cedere alla letterarietà, partendo dal vissuto ma senza tentazioni di un facile autobiografismo; la strada dell’interiorità non è mai la retta che congiunge due punti con il percorso più breve, spesso è un movimento complesso di omotetie e convoluzioni, come appunto avviene per questi versi, all’apparenza diretti e di per sé evidenti, ma in realtà proiettati in uno spazio molto più ampio, che si offre a successivi e progressivi scandagli e interpretazioni. [Fabrizio Bregoli]

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Angela Greco (AnGre) — Arcani

Pierri Maria Daniela legge Arcani, poesie di Angela Greco

Arcani, poesie di Angela Greco letto da Maria Daniela Pierri.

Nell’opera “Arcani” (Ed.Achille e La Tartaruga, 2020, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa), Angela Greco, sulla base delle scelte del fato simboleggiate dalle carte dei tarocchi, costruisce un racconto in versi, come un’antica ballata, che fa risuonare attraverso la musicalità di una poesia narrativa la cultura pregna di calore e dei richiami aviti del Sud assolato. Il discorso evita prosastici nessi logici, si dispiega inseguendo l’espressività delle emozioni, legate agli eventi, ai pensieri e alle descrizioni che infondono vita alle cose. Il primo incontro è con una donna dal nome straniero “Claire”, ma avviene nei “vicoli del quotidiano incedere”, dove “due rette parallele…s’intersecano” . Non servono dettagli precisi su questo “momento” d’amore “morbido di calore”, ma la melodia di fonemi che indicano gli oggetti, i fiori, il cielo, le sensazioni e rendono con pochi elementi ricco e completo l’amore non detto, che si dipana nel tempo dell’anno e della vita, attraverso una serie di intrecci che ne scandiscono il percorso, che acquisisce senso nella ritualità ricorrente della quotidianità paesana. Per questo il suggello di questo primo racconto è “l’addolorata sbiadita al crocevia”, immagine icastica dell’attesa mentre “il paese vecchio si svuota”. Nella seconda tappa della narrazione, “I giardini del mago”, ancora una volta nel corso lungo e perenne del tempo della natura e della vita, brevi e significativi sono alcuni momenti, quelli dell’incontro del racconto precedente, l ‘accadere “in fondo al cuore della pietra grigia del giorno”, “l’attimo di sguardi”. La poesia vuole cogliere nel dispiegarsi del giorno, nel percorso delle stagioni, l’antico “kairos” che illumina all’improvviso la sequenza lenta e sempre uguale dell’esistenza, come un’ “oasi, un sollievo nell’inesorabile marcia” tra il “trascorso e l’a venire”. La terza carta,“Ein jeder Engel ist” di Rilke, sottotitolata “dell’incerto e altri dettagli”, sembra voler percorrere il sentiero di un angelo caduto o forse di tutti noi che all’ “inferno non siamo estranei, ci abitiamo quasi da sconosciuti, in un sottofondo incessante”. Questa condizione esistenziale è anch’essa espressa attraverso le cose, gli oggetti, i colori, i profumi del paesaggio meridionale, come sempre inserito nell’eterno divenire del tempo che passa e del “trascorrere del giorno”: “Nell’ora vuota solo la cicala parla, il riverbero acceca il pomeriggio di zolle assetate”. I vocaboli sono quelli del registro colloquiale e colto, rarissimi gli arcaismi e i termini aulici, ma scelte aderenti agli oggetti, agli eventi narrati, facilmente intellegibili eppure intensamente evocativi, soprattutto quando sono posti al termine di una strofa come sigillo, perché inducono il lettore a fermarsi sorpreso e a riassaporare in quella chiusa l’intreccio semantico ed espressivo che si compie. L’ultimo componimento “Falling” si lega ai versi finali del precedente “perduti come siamo” e ripercorre un “ac-caduto”, che intreccia il passato, primavera d’incontri e fiori, con il desolato silenzio della vita matura, consumata in una silente attesa:”la signora d’innumerevoli anni aspetta un passo, un suono, un ricordo che le riporti la via del ritorno”. Infine la poetessa sembra mettere a nudo le sue emozioni e in “ac-cade” gioca con un impasto linguistico più complesso e ricercato, talvolta persino settoriale, come in “gastroprotettore”, per evocare attraverso sorprendenti e musicali metafore quel groviglio di pensieri e sensazioni che solo la poesia riesce a condensare in frasi così brevi, in cui “ogni dettaglio ricompone la sfida”. Il passo successivo, lo sguardo sul futuro, si costruisce in forma prosastica, non per questo meno poetica ed evocativa. Il percorso referenziale dell’opera emoziona, riesce a rivestire le diverse situazioni esistenziali che caratterizzano i singoli lettori, al punto da esprimere perfettamente tutto quell’intricato groviglio di emozioni che caratterizza il tempo del coronavirus, quello che stiamo attualmente vivendo, tanto da sembrare quasi profetico. E’ la sensibilità profonda dell’artista che riesce a narrare a ciascuno la propria storia e ad emozionare. “Arcani” , dopo essere stato letto, va riletto e riletto ancora , perché offrirà ogni volta percorsi imprevisti e sorprendenti, possibilmente nel silenzio di un pomeriggio assolato, tra le mura a secco di un isolato del paese vecchio e arricchirà di senso il luogo e il momento. 

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Nazario Pardini legge Arcani, poesie di Angela Greco

Già ho letto ed ho scritto sulla poesia di Angela Greco. E la sua inondazione emotiva, il suo afflato lirico, la sua ampia elasticità verbale non mi hanno lasciato indifferente, ma sempre mi hanno preso e accompagnato in un mondo di alte suggestioni ontologiche.

Questo scrive la poetessa nella sua postfazione a proposito di “Arcani”: “Gli Arcani fanno parte dei Tarocchi, carte, che rappresentano icone,  archetipi, che parlano la lingua dei simboli; distinti in  Maggiori e Minori, il temine “arcano” contiene in sé la parola “arca”, ossia il contenitore in cui si trova qualcosa riposta e nascosta – forse anche dimenticata – all’interno di uno scrigno sicuro…” e conclude: “L’opera, in estrema sintesi, è un’analisi temporale ancorata da un lato all’utopia della poesia come necessità di sopravvivenza e, dall’altro, al realismo della inevitabile “caduta” dell’Uomo ad opera della sua stessa natura.”. Indicazioni di grande impatto umano ed esistenziale che ci fanno da prodromico avvio, da antiporta ad una analisi partendo dal presupposto di una visione futile e provvisoria di una storia e, al contempo, di una poesia che non potrà mai assumere, realisticamente, il ruolo di salvavita.

Credo sia opportuno iniziare da un lacerto di un mio scritto per entrare nel mare magnum della sua poetica: “Un poemetto di ampia suggestione, anche se l’autrice si lascia andare ad uno stile di positura minimalista, con poca intrusione di personale apporto. Tutto scorre  libero e frammentato sotto gli sguardi occasionali; gli ammicchi a perone ed oggetti che sembra non siano legati da un filo conduttore. Cosa non vera, dacché la poetessa, anche se fuori scena, fa sentire le sue emozioni sulla vita e la sua inesorabile piega. La casa vuota, Mina, il fiore ostinato, il gatto, Ignacio, il toro, il Bolero di Ravel, Giovanna, il portafotografie, Antonio, santo di metà gennaio… tante  immagini che si alternano in una visione realistica tipo stesura Anceschiana, o correlativo di stampo eliotiano. Ma non si può sfuggire, camminando, alle nostre impronte; e sono esse che parlano e dicono  di tante figure nella morsa di un tempo che scorre fregandosene di tutto e di tutti. Una cosa è certa. Angela Greco è alla ricerca di indirizzi nuovi che si distacchino dalla solita poesia convenzionale, basata su sinestesie e strutture dalla classica positura; e si concede ad ampie misure che richiedono quasi di stesura narrativa per raccontare la vita, mirandola, a sprazzi, dalla sua postazione, in disparte, senza ficcare il naso nel suo inesorabile consumarsi…  Ed è essa, la vita stessa, che ci tiene  imbrigliati nella sua rete-tramaglio lasciandoci poco spazio  d’intervento durante il prosieguo della vicenda. Forse è proprio da questo porsi in alto, sopra i fatti, che l’autrice ricava il leitmotiv che dà compattezza alla trama….” (daTaurominomachia di Angela Greco).

Questo è il breve scritto che riporto per iniziare una esegesi su Angela, scrittrice versatile, eclettica, che non teme di affrontare vie nuove, di nuova e epigrammatica veemenza scritturale, un po’ fuori dai canoni tradizionali, dove fa legge la solita prosodia immersa in un romanticismo di fiorellini e prati verdi. Angela prende il toro per le corna e si lascia trasportare da una forza interiore  verso orizzonti di ampia levatura; azzarda spazi e  cime che richiedono scarponi chiodati per inerpicarsi. Non le è sufficiente lo spazio dei mortali, deve guardare in alto, deve estendere l’occhio oltre la siepe, dacché è la sua natura di poetessa di razza proiettarsi oltre. Anche se è di ogni mortale ambire a qualcosa che svincoli, sleghi, Ella lo fa affidandosi alla sua verbalità profonda e espansa, come dimostra questo bel libro che mi è giunto  stamani 28 febbraio per sua  bontà. Un testo ben fatto, alla vecchia maniera, quando pubblicare era un’arte; e qui c’è tutta l’arte di Achille e la Tartaruga, casa Editrice di grande spessore, che fa dei suoi interessi artistici prodotti  belli a vedersi e a sfogliarsi. Arcani, il titolo del nuovo libro. Come abbiamo detto pubblicato per i caratteri di questa interessante casa editrice. Forse la poetessa ci vuole mettere da subito di fronte al mistero della poesia. Al mistero di questa nobile arte che ci cerca e ci trova, dacché è essa che vuole insediarsi dentro noi, per farsi padrona della nostra vita, dei nostri sentimenti, dal momento che, una volta catturatici, non molla la preda e pretende di farci girare per mondi e piane in cerca di nature vive e  morte, che si traducano in linguaggio, in reificazione dei nostri intendimenti.

E qui il linguaggio si fa ampio, ipertrofico, voluminoso, dove le parole si uniscono in iuncturae di grande contaminazione emotiva. Ci sembra difficile a  volte differenziare la sua poesia dalla prosa, tanto è esteso il suo dire. Ma il tutto deriva dal fatto che la  Nostra è piena, mai sazia, di meditazioni e riflessioni sulla vita e il suo processo infaticabile: solitudine, ritorni, memorie, affetti, realismo lirico, lirismo smussato, e tanta epigrammatica intrusione affidata a pomeriggi-talismani, a cicatrici che tagliano in  due la città; ma Claire va impassibile, attraversa la città vecchia dove profumi di tortine alla ricotta gironzolano nell’aria: “S’aggira Claire tra le parole non dette, tetti di vecchie memorie silenziate per antica abitudine”. Il “ti amo” è un progetto per l’indomani: creatività, invenzione, voli en haut, falchi che sorvolano il luogo del prossimo nido incuranti della sera incipiente. E’ dalla natura che Angela prende la ire per fare i ritratti di un animo  inquieto, gironzolone; e non  è detto che in questi ritratti non ci si trovi con tutta la voglia di uscire dal cerchio ristretto della vita. Segue Claire. Nei posti più impensati, anche presso i ruderi  dove crescono  petali che vincono la pietra, mentre la ruggine si attorciglia a un’eco del balcone, dell’isolato da dove giunge profumo di pane. Questa è la storia di un messaggio antropomorfo, abituale, comune, ma che nelle mani di Angela si fa diverso, oggetto di vera e rara creatività, dacché tutto viene detto e descritto en passant, senza posare troppo lo sguardo sulle cose. Comunque è da esse che la poetessa parte, dalle cose comuni, di ogni giorno, da quelle che si possono incontrare per strada ad ogni nostra uscita, poi da quelle si distacca  verso pianeti di epifanica rinascita. Possiamo anche seguirla nell’alcova dei suoi riposi, ma ci sfugge, perché si rifugia nella poesia che vibra e palpita ormai posseduta dalla sua incursione. Le invenzioni verbali si fanno sempre più fitte, per cui l’attesa cade dai rami incontro ai tuoi piedi, o arriveremo a Capo Horn con le rondini in tasca, o la  notte  ricomincia con le dita sugli strumenti. Insomma è tutto un lievitare di immagini che aiutano la poetessa a volare oltre la parola, perché anche lì, nel verbo, si sente prigioniera e fa di tutto per non lasciarsi imbrigliare. Ma noi seguiamola fino in fondo, mai stanchi delle sue magiche creazioni. Fino a quando anche la poesia: “ha smesso di credere in questo genere che di umano ha ormai ben poco”

di Nazario Pardini, Alla volta di Leucade

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Davide Morelli legge Arcani, poesie di Angela Greco

Questa raccolta di Angela Greco (Arcani) può essere letta a livello macrotestuale come una interpretazione della realtà, quella dei tarocchi, divinatoria, combinatoria e simbolica. Lo sperimentalismo della poetessa è consapevole. Nonostante l’eterogeneità del materiale e la commistione degli stili, l’opera non è una miscellanea, non è un pastiche, ma è provvista di una coerenza interna. La raccolta è composta da quattro parti. La prima è un ottimo poemetto. La quarta consiste in una serie di belle prose poetiche. Nel mezzo, delle liriche più brevi ed epigrammatiche.

La Greco sapientemente riesce a dilatare e a concentrare ad oltranza la sua poesia, anche se complessivamente tende un poco di più all’accumulo. Bisogna leggere attentamente i componimenti per capire pienamente l’intertestualità, la rete di rimandi. A livello microtestuale si può registrare l’unica parola-chiave «assenza» ripetuta più volte, anche se in modo non ossessivo («graffio d’assenza», «un’alternanza con l’assenza», «Abito assenze», «Assenza, la più atroce delle poesie», «dintorni dell’assenza», «protagonista d’assenza tu stesso», «presenza d’un’assenza cui nemmeno più attribuisci nome»). Ma questo non è assolutamente sintomo di alcunché. La poetessa ha sempre molto da dire e non ha chiodi fissi. Però, questa è la dimostrazione che anche dall’approccio più sistematico ed avveduto può fuoriuscire una microvariabile impazzita. I tarocchi, comunque, sono solo un gioco raffinato, un modo per conciliare ordine e disordine, trasformare l’entropia in sintropia. Non sono per niente credulità popolare e neanche irrazionalismo. Inoltre, la poetessa spiega tutto con una nota finale e si dimostra essoterica.

La Greco non cede mai alla sciatteria e neanche al leziosismo. Si rivela dotata di suoi mezzi espressivi e non è cosa di poco conto in questa omologazione dominante. Non voglio dilungarmi sul suo atteggiamento psicologico, ma la sua scrittura è sempre calibrata e dalla sua autoanalisi oggettivante scaturiscono risonanze interiori e toni ironici. In definitiva, è un libro di poesia che richiede impegno, ma che non delude mai assolutamente. Tiene, anzi, incollato il lettore sulla sedia. Bisogna considerare anche che è una poetessa a tutto tondo, perché non si limita a scrivere poesie, ma gestisce un blog culturale, in cui distribuisce ‘pillole di saggezza’ quotidiane. In fondo, Alfonso Berardinelli ha scritto che “le regole che governano la produzione giornalistica e i media sono ormai più impegnative di quelle che governano i testi poetici. A un vero poeta una sfida del genere non dovrebbe dispiacere”. La nostra ha raccolto la sfida e la sta affrontando con intelligenza, senza mai scadere nel pressapochismo e senza mai abbassare il livello della letterarietà. In conclusione non so se tutto possa essere poesia, ma la Greco dimostra di saper versificare anche ciò che è più ostico ed impoetico.

Commento ad Arcani di Davide Morelli, dal sito Intopic – davidemorelli

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Per leggere alcuni estratti da ARCANI, poesie di Angela Greco (Ed.Achille e La Tartaruga, 2020 – Prefazione di Franco Pappalardo La Rosa), per richieste & info, clicca sui seguenti link:

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https://ilsassonellostagno.wordpress.com/2020/01/13/due-poesie-da-arcani-di-angela-greco-in-uscita-per-achille-e-la-tartaruga-con-prefazione-di-franco-pappalardo-la-rosa/

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https://ilsassonellostagno.wordpress.com/2020/02/17/versi-da-arcani-di-angela-greco-in-uscita-per-le-ed-achille-e-la-tartaruga-con-prefazione-di-franco-pappalardo-la-rosa/

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http://www.achilleelatartaruga.net/contatti/

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Versi da Arcani, di Angela Greco, in uscita per Achille e La Tartaruga con prefazione di Franco Pappalardo La Rosa

…no, non è un caso che abbia scelto il 17 febbraio per condividere questi miei versi…

Arcani di Angela Greco

prefazione di Franco Pappalardo La Rosa, ed. Achille e La Tartaruga, 2020

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Arcani, nuova silloge di poesie di Angela Greco, è suddivisa in quattro sezioni, rispettivamente intitolate: Claire, I giardini del mago, Ein jeder Engel ist schrecklich (“Ogni angelo è terribile”, che è un verso delle Duinesi di Rilke), e Falling. […] Ogni sezione consta di una serie variabile di componimenti dai versi normalmente ipermetrici, più o meno narrativi, ma di una narratività, anche quando l’ipermetria si accorci, sempre frantumata, interrotta e ripresa, e dal ritmo sì piano, ma serrato e ben scandito, dove s’avverte, ma sotto l’aspetto puramente formale, la lezione pavesiana sulla “poesia-racconto” e sull’”immagine-racconto”. (dalla Prefazione di Franco Pappalardo La Rosa. In copertina: A. Mantegna, SOL XXXXIIII, Carta n° 44 dalla cosiddetta “serie E”, 1465 ca, Firenze, Galleria degli Uffzi, Gabinetto Disegni e Stampe).

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§
E, quindi, cosa lascio di questi miei trascorsi?
Un’addolorata sbiadita al crocevia, un cancello
chiuso che ha ceduto alla ruggine e una fenditura
d’asfalto fiorita di parole in un giorno di febbraio.
Claire si ferma e guarda la tramontana che azzurra.
Il vento arriccia il tufo e lame di luce seguono
diagonali di pensieri e facciate divise a metà.
«Portami una bocca di leone dal tetto più alto,
scala questa torre di quotidianità per un pezzo di
mondo da mordere a sera, quando la voce va via e
rimaniamo pensierosi sul rosa e sulla nuova luce».
.
Siede al tavolo l’attesa; dalla finestra il paese vecchio
si svuota persino di preti e campane.
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.
.
§
Un merito, tutto sommato, potranno attribuircelo:
quello di aver favorito il declino, un’altra caduta
verso un pozzo dagli appigli difficili. Persino la Poesia
ha smesso di credere in questo genere che di
umano ha ormai ben poco.
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Gare al ribasso.
L’assenza è una realtà cumulativa, uno spazio
indefinito falciato e arso dopo la mietitura;
si spera un’attesa a maggese, ritorno di fertilità nella
connivenza, che pretende di scrivere il termine ultimo.
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(per richieste e informazioni http://www.achilleelatartaruga.net/contatti/)

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Angela Greco è nata il primo maggio del 1976 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Ed.Lupo, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Ed.Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015 con fotografie dell’autrice e di Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017); Correnti contrarie (Ed.Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII, 2017); Ancora Barabba (Collezione Bocche Naufraghe, YCP, 2018); All’oscuro dei voyeur (YCP, 2019, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa).

 È ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

due poesie da Arcani di Angela Greco, in uscita per Achille e La Tartaruga con prefazione di Franco Pappalardo La Rosa

“[…] questo stilizzato in Arcani è un viaggio che si compie sotto un cielo estivo, “che non congiunge / nulla oltre noia e vuoto” e che può scavare incolmabili distanze fra l’io e il tu, ingenerare attriti, provocare rovinose cadute (“Così, cadiamo, / in questa natura umana e fitta di domande”), angoscianti assenze (“Prima che il vento ci disperda, siamo / nell’angolo un graffio all’assenza”) e quella “incredibile voglia di andare via […] lontano/ da questa antitesi, dalla presenza d’un’assenza / a cui nemmeno più attribuisci nome”.

……..Ragionando sul significato dell’esistenza e del suo limite, oltre tutto, il viaggio poetico di Angela Greco nei luoghi della vita, nel pozzo della memoria, nell’inferno del reale e della quotidianità (che affiorano sempre, per antifrasi), tende a tradursi in un suggestivo spettacolo, in una sorta di danza intellettuale intorno ai concetti di silenzio, di solitudine, di tempo che scivola via, di caduta e ripresa, di scomparsa, come a voler rintracciare nel caos, per grazia di poesia, una qualche non improbabile via d’uscita.” (dalla Prefazione di Franco Pappalardo La Rosa)

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due poesie tratte da ARCANI di Angela Greco (Achille e La Tartaruga, gennaio 2020)

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La conseguenza è una poesia al mattino,
vestita di viola, tempo dell’attesa,
una caduta
sul bianco del foglio, ancora una danza
tra sentire e dire. Delle perdute piume,
paradiso lasciato altrove
da questa scelta di ordinaria difficoltà,
scriverò alle distanti stelle, chiarissime
in ogni notte di solitudine e insonnia.
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Segno a matita quel che ho da dirti, mentre
lascio sul tuo davanzale un fiore di pervinca.
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§
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I dintorni dell’assenza, un lunedì mattina
alla stessa lunghezza d’onda, acuto di sax,
sostanza di questa tensione d’ora in attesa.
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Quante persone raccogli nel tuo viso?
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Un plurale
dal conto perso, trascorsi e ciglia umide;
diventa presenza anche la mancanza, seduta
a bordo tavola, mentre si incarna il desiderio
nel punto più dolente e meno visibile.
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[…] Ci cerchiamo l’un l’altro. Fosse almeno
questo l’ultimo giorno dell’attesa.

J.L.Borges, Il labirinto

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Posso dire di essere felice! Gennaio è un incipit, come pure 2020, a mio avviso, e il 13 è un numero legato alla Fortuna, ovvero alla Sorte; ho scelto non a caso questo giorno per dire ai miei Amici e Lettori, dell’uscita del mio nuovo libro di poesie intitolato ARCANI edito da Paolo Ivaldi della torinese Achille e La Tartaruga (achilleelatartaruga.net) con prefazione di Franco Pappalardo La Rosa.

A dodici anni dal primo libro pubblicato, dopo aver constatato in prima persona che nella nostra Terra di santi, navigatori e poeti (sigh!) vanno per la maggiore certi modi di fare con relativa genuflessione a signori e signorotti (non nascondiamoci dietro un filo d’erba), che ti trasformano in un altro mattone del muro, parte di precisi entourage, che gratificano per l’effetto branco e per il silenzio dei conniventi, dopo l’esperienza di un paio di anni difficili per me, dal punto di vista poetico, dopo aver perso man mano fiducia nella “gente di poesia”, per svariate esperienze di pseudo-amicizie sfumate come nebbie al sole, e dopo aver seriamente pensato di mandare a quel paese la stessa scrittura (mi scuserete la franchezza, ma la Poesia non è avulsa da spine e calci nei denti), ringraziando la mia proverbiale tenacia e qualche benefica stella – con nome e cuore umani – comparsa nel mio cielo e che mi ha sempre sostenuta nelle difficoltà, ho capito che, sinceramente, non era la Poesia a dover meritare un allontanamento, ma tutta una serie di situazioni e persone, che avevano finito per “spegnermi” finanche il sorriso.

  Ascoltando il mio istinto e il mio cuore, lottando ad occhi aperti controvento, a volte piangendo, avvertendo lontananze e temperature più che artiche, continuando a studiare, senza mai illudermi e con i piedi per terra (sapendo che ancora tanta strada ho da percorrere, sempre con la schiena dritta), è nato questo nuovo libro, ARCANI, silloge composta da più sezioni articolate tra loro, che con stima e fiducia Franco Pappalardo La Rosa e Paolo Ivaldi (insieme a mio marito, mia figlia e due – proprio di numero – amici) hanno sostenuto fin dall’inizio, che tra pochi giorni sarà materialmente disponibile grazie alla Casa Editrice Achille e La Tartaruga, coraggiosa, piccola e sensibile realtà editoriale piemontese, che annovera tra i suoi Autori valenti penne di poesia contemporanea.

A queste persone poc’anzi citate e ai miei lettori affezionati, alla loro pazienza e al loro affetto, voglio dire, fin da questa anteprima, GRAZIE, con tutto il cuore che ho!! [AnGre]