Arcani, poesie di Angela Greco, ospite del blog Almerighi

Ascolta & Leggi: Benedetto Marcello (Adagio) Angela Greco (Arcani)   

Il nome non ha importanza; hai sempre pensato
si chiamasse in modo straniero, forse per via di sua madre.

Il non detto è parte integrante della poesia, così come il silenzio è per la musica. Arcano è mistero, divinazione, interpretazione della realtà e di quanto a venire attraverso i tarocchi. Quel che non viene mai detto, ma si legge tra le righe di questo libro, sorta di convitato di pietra, è l’ancestrale. Quanto l’autrice dice di sè, della sua storia personale che si fonde indissolubilmente con il legame con la sua terra, la Puglia. La mia, non vuole essere una recensione e nemmeno una nota di lettura, conosco Angela da anni, ho letto diversi suoi libri a partire da Personale Eden, ne ho seguita la scrittura e la sua progressiva maturazione. Arcani, uscito quest’anno per i tipi di Achille e la tartaruga Editore, rappresenta una prima tappa decisiva nella maturazione di Angela, è un libro importante, di cui consiglio vivamente la lettura. Il libro è reperibile qui:

Angela Greco (AnGre) — Arcani

eccone alcuni estratti, ognuno dei brani scelti è tratto da una delle sezioni, ad esclusione dell’ultima di cui ho inserito più frammenti, in cui l’opera si divide (Flavio Almerighi)

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da Claire (della solitudine e altri ritorni)

§6
Il sole pendola a un’ora ferma sulla grave
a sud di primavera anticipata; una sequenza
di rotti vetri colorati e legni e un ciondolo
appeso alla cipria del cielo, sul collo di un
pomeriggio casuale. Claire vede il verde
di occhi echeggiare alla parete carsica;
meraviglie nascoste dietro fessure di silenzio
e gatti in bilico tra troppe vite. Un falco sorvola
il luogo del prossimo nido incurante della sera
incipiente e dei suoi colori. Giochiamo a dare un senso
alle parole, che ci fraintendono prima della buonanotte.

Si sfuoca in lontananza la visione e per oggi siamo
fermi in questo cerchio, affacciati a un balcone .

*

da I giardini del mago (del tempo e altri percorsi)

§7
E alla pietra, dunque, lascio la profezia
dei giorni passati ad aspettare che
la storia raccontata a bordo sonno
diventi inciampo e ri-conoscenza.
Il vento fa dell’erba melodia sottile
fino alle ginocchia ancora illese e
nude; le cadute aspettano in difese
nuovamente il loro turno.

Abito l’antro dei miei avi; una cavità
graffiata nella nudità del risveglio,
appena dopo il sorgere del sole.
La radice nella sua ricerca
sfiora la volta e tace del ventre
in cui torniamo all’origine, risalendo
interstizi contro gravità e abitando
nuove prospettive.

Scomodi, in questa posizione umana,
attraversiamo spazi sospesi tra due sponde.

*

da “Ein jeder Engel ist schrecklich” (dell’incerto e altri dettagli)

§10
infiniti ostacoli infiniti
la crepa sul muro,
la siepe e la siepe,
reiterazioni di affanni,
trottole senza dimora;
eppure, dove non ti aspetti,
dove nemmeno tu
hai speranza di trovarti,
nuovi orizzonti radicano.

Non è un caso
la parola che ci accomuna,
il silenzio che avvicina,
lo sguardo inerme su giorni
e giorni da rincorrere,
spossati da bauli vuoti e
tesori mai riconosciuti.
Possiamo farcela, credimi,
anche perduti come siamo.

*

da Falling (caduta)

Profetico van Gogh, il suo campo graffiato,
i corvi troppo loquaci e le sue strade
senza punto di fuga. Accade, così,
di diventare fiume tra due sponde
nella croce da montare pezzo a pezzo.

Ho una sola salvezza, ora tra le dita,
nonostante l’artrosi circostante, l’en passe,
il giro di tango. Marzo porta sempre con sé
una follia e il mal di stomaco acconsente.
Qui, nonostante la terra copra le salme,
luce e fioritura si sperano comunque.

*

Nella terra bagnata decadente e struggente,
nel suo odore di ieri e bellezza,
inizia a fiorire la lavanda, le mie origini,
un messaggio tra opposti, rosso e azzurro che
s’incontrano tra pietre e gocce, in metamorfosi.
Nel ritrovarsi, raccolgo spighe a bordo strada,
mentre s’approssimano nuvole scure dietro la casa
dalla mezza finestra aperta sulla piazza vuota.

Dove non sei tu incomincia a piovere;
si fa intenso il verde, carnale, prossimo
al desiderio dei tuoi occhi, malachite
che cura il cuore in rovinosa caduta,
giada e acqua, che mostrano il fondo
dove annegare, in trasparenza e lontananza.

*

L’impersonalità appartiene ad altri, non a me
che abito di pelle e mani cespugli di rovi e rose,
sfiancando buonsenso e cautela, sfidando
genealogie di saggi, per il respiro di marzo,
prima delle idi, acque nascoste alla vista,
radici amare, stessa terra e voli altissimi.

Bruci anche più della prima ora, quando le nuvole
erano ancora una possibilità. Adesso, per quel
per sempre,
la pioggia è solo un leitmotiv. Si arrende
anche l’ultima goccia di diplomazia.

*

La sera del venerdì santo il paese vecchio si fa folla e inquieta bellezza; l’occhio si ferma; forse è la luna, che s’affaccia alla fine della strada, forse tu, che baratti un sorriso con la fine del giorno; campi verdi di prossimo grano, reggi nei tuoi palmi una volta (incipit e cielo); guarda la signora senza risposte, argentea e muta, e il letto nero lontanissimo, dove si riflette il ricordo di stradine imbiancate e case vuote; un cristo traballante sale tra le pietre sorretto da dubbi e attese e torno ai passi dell’orologio della piazza, ai battiti scanditi dal giorno, al colore delle tue scarpe e dei miei pensieri, in questa mattina di grafite, così fragile che si potrebbe piangere.

*****

Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015 – segnalato al XXIX Premio di Poesia e Prosa Lorenzo Montano sez. Opera Edita); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico dell’autrice e di Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017 – 3° classificato ex aequo al Premio Internazionale Patria Letteratura 2017); Correnti contrarie (Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII, 2017); Ancora Barabba (Collezione Bocche Naufraghe, YCP, 2018); All’oscuro dei voyeur (YCP, 2019, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa e disegni di Angelo Bruno).
Le sue poesie sono incluse in numerose antologie nazionali ed internazionali, riviste letterarie, siti e blog e nel 2019, “Claire” – inclusa in Arcani – è stata segnalata nella sezione Raccolta inedita del XXXIII Premio di Poesia e Prosa Lorenzo Montano.
È ideatrice e curatrice del Lit-blog Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/).
Commenti e note critiche sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

Fabrizio Bregoli legge Arcani, poesie di Angela Greco

Fabrizio Bregoli legge Arcani

(ed.Achille e La Tartaruga, 2020, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa).

Leggendo la nuova raccolta di versi di Angela Greco, “Arcani”, si crederebbe, fermandosi all’evidenza del titolo, di trovarsi di fronte all’ennesima prova di poesia orfica che tanti epigoni incontra nella poesia contemporanea; pochi, in verità, con una personalità effettivamente incisiva e originale. In realtà, con piacevole sorpresa, quella che si incontra è invece una poesia-pensiero, di tipo esistenziale e, a tratti, argomentativa, che porta il lettore per mano in un mondo intricato di domande non risposte, dubbi irrisolti, indugi: l’esatto opposto di una poesia visionaria e dell’inconscio, allora, ma una poesia, come si diceva, della fattualità esistenziale, del dilemma fra vivere ed essere. Il tutto viene contestualizzato in un paesaggio che, con dovizia di dettagli descrittivi che però non cadono mai nel bozzetto di maniera, è quello della sua terra – le Murge -, con i suoi olivi e i suoi borghi antichi, un paesaggio che si offre come traslato di un’inquietudine di fondo sottesa lungo tutto il percorso del libro, che si fonda sulla constatazione della “caduta” (si veda la sezione “Falling”).

Di “ac-cadere” si parla più volte nel libro, come nell’ultima sezione dove viene declinato in accordo alle tre sequenze temporali di passato, presente e futuro (ac-caduto, ac-cade, ac-cadrà), secondo l’andamento tripartito di cui l’autrice parla nella nota finale in cui si spiega che il titolo è appunto da riferirsi alla tecnica di lettura delle tre carte, che viene effettuata ricorrendo agli arcani maggiori dei tarocchi: la variante proposta nel libro è quella però delle carte nella loro posizione corretta, e mai rovesciata (il che comporterebbe il capovolgimento del loro significato), perché la logica che permea questi versi è quella di un’indagine costruttiva, volta alla identificazione di senso, anche se mai consolatoria nell’accezione scontata del termine. L’idea di fondo, certamente condivisibile, è fondativa di una poesia come domanda aperta, alla ricerca di “un plurale / dal conto perso”, ossia un confronto serrato con il mondo, rifuggendo dal solipsismo ma nel bisogno di un rispecchiamento nell’altro (“Quante persone raccogli nel tuo volto?” e, ancora, “Torneremo ancora plurali”). Domina tutta l’opera, quindi, questo senso di caduta a cui rimediare, per riavvicinare la distanza fra cielo delle possibilità e terra in cui trova spazio la realtà dei luoghi e dei fatti, degli individui sempre più barricati nella propria straniante solitudine, ma sempre con l’orizzonte che prescrive di essere “alle soglie di un’umanità da riscrivere” perché, parafrasando l’autrice, si abitano assenze: ciascuno di noi ha la responsabilità morale, prima ancora il destino (e il riferimento a Rilke non è in questa ottica casuale) di prendersene carico pur consapevole di essere, come avviene per il ricordo che non può alterare il fatto, “maestro di imperfezione”. Nessuna consolazione, dicevamo, solo consapevolezza: “E siamo soli, / nella sera falsamente illuminata, carta pesta colorata e ferri / ad arrugginire sotto quel che tutti vedono”, o, ancora, “Miete vittime la mattina di festa e forse tornerà il freddo. / Siamo canti alternati a idi di marzo. Buongiorno.” (con una chiusa allusivamente spietata, nella sua ironia composta, misurata).

Le ultime due citazioni, in particolare, sono tratte dalla prima sezione della raccolta, giustamente segnalata, ancora inedita, al Premio Lorenzo Montano, forse la parte più interessante del lavoro: qui l’autrice cerca la strada di una versificazione più ampia, dall’impronta narrativa con inserti gnomici e sapienziali, in una forma stilistica più asciutta rispetto alle altre sezioni, in cui invece è più marcata l’impronta lirica. Questa sezione che porta il titolo della sua protagonista, “Claire”, è una sorta di romanzo di formazione non scritto, senza accadimenti circostanziati, sospeso fra desiderio e volontà, nel dubbio che si “insinua che forse non siamo mai stati” e che “sopravviviamo negli occhi / e dentro cumuli: di libri o di terra non fa differenza” (splendido undestatement che definisce con evidenza il linguaggio adottato dall’autrice). Si ha la sensazione di un destino che cerca di compiersi, senza però che riesca a prendere una forma consapevole e decifrabile, uno stato di perenne attesa, un accadere che sfiora e non delimita, che va trattenuto (e forse la poesia è una delle strade possibili): “Claire ripensa / alla giustizia della neve appena trascorsa, la stessa intenzione / a coprire tutto, alla generosità del silenzio” […]. Altrove si afferma anche, a evidente conferma, che ci si ritrova “frammenti del discorso / in codici ad intermittenza”; la nominazione delle cose e del mondo è sempre imperfetta, le parole sfuggono e confondono, occorre ricondurle alla misura dell’essenziale, fino alla scabrosità sul precipizio dell’afasia: “Anche la pietra ha una sua fertilità”.

La poesia, allora, diventa una difesa strenua, il non volersi arrendere al dato di fatto, alla circostanza contingente dell’ac-cadere: “la mano tenta inchiostro per non dubitare / della realtà”, quella realtà che attraversata con la circospezione debita “vorrebbe esserti foglio bianco a cui affidare le ombre, / inchiostro che inciti i cavalli di fuoco, perché sia sole, / anche tra le tue nuvole”. Il percorso non può avvenire se non spezzando questo cerchio di solitudine; ogni scrittura, per essere tale, pretende un’interlocuzione, la légge del confronto: “quando dici che devo scrivere senza farti leggere nulla, quasi fosse mai possibile togliere alla corolla il centro e il nettare per l’incauto impollinatore”. Solo in questo interscambio, che è osmosi fra parola e mondo, si può colmare la distanza della divisione, denudando, impudicamente se serve, “il vetro che urge nel petto” come strumento perché “l’ombra permett[a] di vedere quel che la luce non mostrava”.

E Angela Greco procede con sicurezza nella sua scrittura, con un linguaggio sobrio ma non scontato, con la lucidità dell’argomentazione, ma sempre strettamente intrecciata alla sua declinazione nella sfera emotiva (di frequente, dicevamo, mediante il rispecchiamento o il trasfert del paesaggio e della natura). Se si può credere ancora nell’utopia, come l’autrice ci avvisa nella sua nota, può avvenire solo a patto di non cedere alla letterarietà, partendo dal vissuto ma senza tentazioni di un facile autobiografismo; la strada dell’interiorità non è mai la retta che congiunge due punti con il percorso più breve, spesso è un movimento complesso di omotetie e convoluzioni, come appunto avviene per questi versi, all’apparenza diretti e di per sé evidenti, ma in realtà proiettati in uno spazio molto più ampio, che si offre a successivi e progressivi scandagli e interpretazioni. [Fabrizio Bregoli]

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Angela Greco (AnGre) — Arcani

Pierri Maria Daniela legge Arcani, poesie di Angela Greco

Arcani, poesie di Angela Greco letto da Maria Daniela Pierri.

Nell’opera “Arcani” (Ed.Achille e La Tartaruga, 2020, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa), Angela Greco, sulla base delle scelte del fato simboleggiate dalle carte dei tarocchi, costruisce un racconto in versi, come un’antica ballata, che fa risuonare attraverso la musicalità di una poesia narrativa la cultura pregna di calore e dei richiami aviti del Sud assolato. Il discorso evita prosastici nessi logici, si dispiega inseguendo l’espressività delle emozioni, legate agli eventi, ai pensieri e alle descrizioni che infondono vita alle cose. Il primo incontro è con una donna dal nome straniero “Claire”, ma avviene nei “vicoli del quotidiano incedere”, dove “due rette parallele…s’intersecano” . Non servono dettagli precisi su questo “momento” d’amore “morbido di calore”, ma la melodia di fonemi che indicano gli oggetti, i fiori, il cielo, le sensazioni e rendono con pochi elementi ricco e completo l’amore non detto, che si dipana nel tempo dell’anno e della vita, attraverso una serie di intrecci che ne scandiscono il percorso, che acquisisce senso nella ritualità ricorrente della quotidianità paesana. Per questo il suggello di questo primo racconto è “l’addolorata sbiadita al crocevia”, immagine icastica dell’attesa mentre “il paese vecchio si svuota”. Nella seconda tappa della narrazione, “I giardini del mago”, ancora una volta nel corso lungo e perenne del tempo della natura e della vita, brevi e significativi sono alcuni momenti, quelli dell’incontro del racconto precedente, l ‘accadere “in fondo al cuore della pietra grigia del giorno”, “l’attimo di sguardi”. La poesia vuole cogliere nel dispiegarsi del giorno, nel percorso delle stagioni, l’antico “kairos” che illumina all’improvviso la sequenza lenta e sempre uguale dell’esistenza, come un’ “oasi, un sollievo nell’inesorabile marcia” tra il “trascorso e l’a venire”. La terza carta,“Ein jeder Engel ist” di Rilke, sottotitolata “dell’incerto e altri dettagli”, sembra voler percorrere il sentiero di un angelo caduto o forse di tutti noi che all’ “inferno non siamo estranei, ci abitiamo quasi da sconosciuti, in un sottofondo incessante”. Questa condizione esistenziale è anch’essa espressa attraverso le cose, gli oggetti, i colori, i profumi del paesaggio meridionale, come sempre inserito nell’eterno divenire del tempo che passa e del “trascorrere del giorno”: “Nell’ora vuota solo la cicala parla, il riverbero acceca il pomeriggio di zolle assetate”. I vocaboli sono quelli del registro colloquiale e colto, rarissimi gli arcaismi e i termini aulici, ma scelte aderenti agli oggetti, agli eventi narrati, facilmente intellegibili eppure intensamente evocativi, soprattutto quando sono posti al termine di una strofa come sigillo, perché inducono il lettore a fermarsi sorpreso e a riassaporare in quella chiusa l’intreccio semantico ed espressivo che si compie. L’ultimo componimento “Falling” si lega ai versi finali del precedente “perduti come siamo” e ripercorre un “ac-caduto”, che intreccia il passato, primavera d’incontri e fiori, con il desolato silenzio della vita matura, consumata in una silente attesa:”la signora d’innumerevoli anni aspetta un passo, un suono, un ricordo che le riporti la via del ritorno”. Infine la poetessa sembra mettere a nudo le sue emozioni e in “ac-cade” gioca con un impasto linguistico più complesso e ricercato, talvolta persino settoriale, come in “gastroprotettore”, per evocare attraverso sorprendenti e musicali metafore quel groviglio di pensieri e sensazioni che solo la poesia riesce a condensare in frasi così brevi, in cui “ogni dettaglio ricompone la sfida”. Il passo successivo, lo sguardo sul futuro, si costruisce in forma prosastica, non per questo meno poetica ed evocativa. Il percorso referenziale dell’opera emoziona, riesce a rivestire le diverse situazioni esistenziali che caratterizzano i singoli lettori, al punto da esprimere perfettamente tutto quell’intricato groviglio di emozioni che caratterizza il tempo del coronavirus, quello che stiamo attualmente vivendo, tanto da sembrare quasi profetico. E’ la sensibilità profonda dell’artista che riesce a narrare a ciascuno la propria storia e ad emozionare. “Arcani” , dopo essere stato letto, va riletto e riletto ancora , perché offrirà ogni volta percorsi imprevisti e sorprendenti, possibilmente nel silenzio di un pomeriggio assolato, tra le mura a secco di un isolato del paese vecchio e arricchirà di senso il luogo e il momento. 

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Davide Morelli legge Arcani, poesie di Angela Greco

Questa raccolta di Angela Greco (Arcani) può essere letta a livello macrotestuale come una interpretazione della realtà, quella dei tarocchi, divinatoria, combinatoria e simbolica. Lo sperimentalismo della poetessa è consapevole. Nonostante l’eterogeneità del materiale e la commistione degli stili, l’opera non è una miscellanea, non è un pastiche, ma è provvista di una coerenza interna. La raccolta è composta da quattro parti. La prima è un ottimo poemetto. La quarta consiste in una serie di belle prose poetiche. Nel mezzo, delle liriche più brevi ed epigrammatiche.

La Greco sapientemente riesce a dilatare e a concentrare ad oltranza la sua poesia, anche se complessivamente tende un poco di più all’accumulo. Bisogna leggere attentamente i componimenti per capire pienamente l’intertestualità, la rete di rimandi. A livello microtestuale si può registrare l’unica parola-chiave «assenza» ripetuta più volte, anche se in modo non ossessivo («graffio d’assenza», «un’alternanza con l’assenza», «Abito assenze», «Assenza, la più atroce delle poesie», «dintorni dell’assenza», «protagonista d’assenza tu stesso», «presenza d’un’assenza cui nemmeno più attribuisci nome»). Ma questo non è assolutamente sintomo di alcunché. La poetessa ha sempre molto da dire e non ha chiodi fissi. Però, questa è la dimostrazione che anche dall’approccio più sistematico ed avveduto può fuoriuscire una microvariabile impazzita. I tarocchi, comunque, sono solo un gioco raffinato, un modo per conciliare ordine e disordine, trasformare l’entropia in sintropia. Non sono per niente credulità popolare e neanche irrazionalismo. Inoltre, la poetessa spiega tutto con una nota finale e si dimostra essoterica.

La Greco non cede mai alla sciatteria e neanche al leziosismo. Si rivela dotata di suoi mezzi espressivi e non è cosa di poco conto in questa omologazione dominante. Non voglio dilungarmi sul suo atteggiamento psicologico, ma la sua scrittura è sempre calibrata e dalla sua autoanalisi oggettivante scaturiscono risonanze interiori e toni ironici. In definitiva, è un libro di poesia che richiede impegno, ma che non delude mai assolutamente. Tiene, anzi, incollato il lettore sulla sedia. Bisogna considerare anche che è una poetessa a tutto tondo, perché non si limita a scrivere poesie, ma gestisce un blog culturale, in cui distribuisce ‘pillole di saggezza’ quotidiane. In fondo, Alfonso Berardinelli ha scritto che “le regole che governano la produzione giornalistica e i media sono ormai più impegnative di quelle che governano i testi poetici. A un vero poeta una sfida del genere non dovrebbe dispiacere”. La nostra ha raccolto la sfida e la sta affrontando con intelligenza, senza mai scadere nel pressapochismo e senza mai abbassare il livello della letterarietà. In conclusione non so se tutto possa essere poesia, ma la Greco dimostra di saper versificare anche ciò che è più ostico ed impoetico.

Commento ad Arcani di Davide Morelli, dal sito Intopic – davidemorelli

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Per leggere alcuni estratti da ARCANI, poesie di Angela Greco (Ed.Achille e La Tartaruga, 2020 – Prefazione di Franco Pappalardo La Rosa), per richieste & info, clicca sui seguenti link:

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https://ilsassonellostagno.wordpress.com/2020/01/13/due-poesie-da-arcani-di-angela-greco-in-uscita-per-achille-e-la-tartaruga-con-prefazione-di-franco-pappalardo-la-rosa/

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https://ilsassonellostagno.wordpress.com/2020/02/17/versi-da-arcani-di-angela-greco-in-uscita-per-le-ed-achille-e-la-tartaruga-con-prefazione-di-franco-pappalardo-la-rosa/

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http://www.achilleelatartaruga.net/contatti/

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Versi da Arcani, di Angela Greco, in uscita per Achille e La Tartaruga con prefazione di Franco Pappalardo La Rosa

…no, non è un caso che abbia scelto il 17 febbraio per condividere questi miei versi…

Arcani di Angela Greco

prefazione di Franco Pappalardo La Rosa, ed. Achille e La Tartaruga, 2020

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Arcani, nuova silloge di poesie di Angela Greco, è suddivisa in quattro sezioni, rispettivamente intitolate: Claire, I giardini del mago, Ein jeder Engel ist schrecklich (“Ogni angelo è terribile”, che è un verso delle Duinesi di Rilke), e Falling. […] Ogni sezione consta di una serie variabile di componimenti dai versi normalmente ipermetrici, più o meno narrativi, ma di una narratività, anche quando l’ipermetria si accorci, sempre frantumata, interrotta e ripresa, e dal ritmo sì piano, ma serrato e ben scandito, dove s’avverte, ma sotto l’aspetto puramente formale, la lezione pavesiana sulla “poesia-racconto” e sull’”immagine-racconto”. (dalla Prefazione di Franco Pappalardo La Rosa. In copertina: A. Mantegna, SOL XXXXIIII, Carta n° 44 dalla cosiddetta “serie E”, 1465 ca, Firenze, Galleria degli Uffzi, Gabinetto Disegni e Stampe).

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§
E, quindi, cosa lascio di questi miei trascorsi?
Un’addolorata sbiadita al crocevia, un cancello
chiuso che ha ceduto alla ruggine e una fenditura
d’asfalto fiorita di parole in un giorno di febbraio.
Claire si ferma e guarda la tramontana che azzurra.
Il vento arriccia il tufo e lame di luce seguono
diagonali di pensieri e facciate divise a metà.
«Portami una bocca di leone dal tetto più alto,
scala questa torre di quotidianità per un pezzo di
mondo da mordere a sera, quando la voce va via e
rimaniamo pensierosi sul rosa e sulla nuova luce».
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Siede al tavolo l’attesa; dalla finestra il paese vecchio
si svuota persino di preti e campane.
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§
Un merito, tutto sommato, potranno attribuircelo:
quello di aver favorito il declino, un’altra caduta
verso un pozzo dagli appigli difficili. Persino la Poesia
ha smesso di credere in questo genere che di
umano ha ormai ben poco.
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Gare al ribasso.
L’assenza è una realtà cumulativa, uno spazio
indefinito falciato e arso dopo la mietitura;
si spera un’attesa a maggese, ritorno di fertilità nella
connivenza, che pretende di scrivere il termine ultimo.
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(per richieste e informazioni http://www.achilleelatartaruga.net/contatti/)

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Angela Greco è nata il primo maggio del 1976 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Ed.Lupo, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Ed.Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015 con fotografie dell’autrice e di Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017); Correnti contrarie (Ed.Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII, 2017); Ancora Barabba (Collezione Bocche Naufraghe, YCP, 2018); All’oscuro dei voyeur (YCP, 2019, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa).

 È ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

due poesie da Arcani di Angela Greco, in uscita per Achille e La Tartaruga con prefazione di Franco Pappalardo La Rosa

“[…] questo stilizzato in Arcani è un viaggio che si compie sotto un cielo estivo, “che non congiunge / nulla oltre noia e vuoto” e che può scavare incolmabili distanze fra l’io e il tu, ingenerare attriti, provocare rovinose cadute (“Così, cadiamo, / in questa natura umana e fitta di domande”), angoscianti assenze (“Prima che il vento ci disperda, siamo / nell’angolo un graffio all’assenza”) e quella “incredibile voglia di andare via […] lontano/ da questa antitesi, dalla presenza d’un’assenza / a cui nemmeno più attribuisci nome”.

……..Ragionando sul significato dell’esistenza e del suo limite, oltre tutto, il viaggio poetico di Angela Greco nei luoghi della vita, nel pozzo della memoria, nell’inferno del reale e della quotidianità (che affiorano sempre, per antifrasi), tende a tradursi in un suggestivo spettacolo, in una sorta di danza intellettuale intorno ai concetti di silenzio, di solitudine, di tempo che scivola via, di caduta e ripresa, di scomparsa, come a voler rintracciare nel caos, per grazia di poesia, una qualche non improbabile via d’uscita.” (dalla Prefazione di Franco Pappalardo La Rosa)

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due poesie tratte da ARCANI di Angela Greco (Achille e La Tartaruga, gennaio 2020)

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La conseguenza è una poesia al mattino,
vestita di viola, tempo dell’attesa,
una caduta
sul bianco del foglio, ancora una danza
tra sentire e dire. Delle perdute piume,
paradiso lasciato altrove
da questa scelta di ordinaria difficoltà,
scriverò alle distanti stelle, chiarissime
in ogni notte di solitudine e insonnia.
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Segno a matita quel che ho da dirti, mentre
lascio sul tuo davanzale un fiore di pervinca.
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§
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I dintorni dell’assenza, un lunedì mattina
alla stessa lunghezza d’onda, acuto di sax,
sostanza di questa tensione d’ora in attesa.
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Quante persone raccogli nel tuo viso?
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Un plurale
dal conto perso, trascorsi e ciglia umide;
diventa presenza anche la mancanza, seduta
a bordo tavola, mentre si incarna il desiderio
nel punto più dolente e meno visibile.
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[…] Ci cerchiamo l’un l’altro. Fosse almeno
questo l’ultimo giorno dell’attesa.

J.L.Borges, Il labirinto

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Posso dire di essere felice! Gennaio è un incipit, come pure 2020, a mio avviso, e il 13 è un numero legato alla Fortuna, ovvero alla Sorte; ho scelto non a caso questo giorno per dire ai miei Amici e Lettori, dell’uscita del mio nuovo libro di poesie intitolato ARCANI edito da Paolo Ivaldi della torinese Achille e La Tartaruga (achilleelatartaruga.net) con prefazione di Franco Pappalardo La Rosa.

A dodici anni dal primo libro pubblicato, dopo aver constatato in prima persona che nella nostra Terra di santi, navigatori e poeti (sigh!) vanno per la maggiore certi modi di fare con relativa genuflessione a signori e signorotti (non nascondiamoci dietro un filo d’erba), che ti trasformano in un altro mattone del muro, parte di precisi entourage, che gratificano per l’effetto branco e per il silenzio dei conniventi, dopo l’esperienza di un paio di anni difficili per me, dal punto di vista poetico, dopo aver perso man mano fiducia nella “gente di poesia”, per svariate esperienze di pseudo-amicizie sfumate come nebbie al sole, e dopo aver seriamente pensato di mandare a quel paese la stessa scrittura (mi scuserete la franchezza, ma la Poesia non è avulsa da spine e calci nei denti), ringraziando la mia proverbiale tenacia e qualche benefica stella – con nome e cuore umani – comparsa nel mio cielo e che mi ha sempre sostenuta nelle difficoltà, ho capito che, sinceramente, non era la Poesia a dover meritare un allontanamento, ma tutta una serie di situazioni e persone, che avevano finito per “spegnermi” finanche il sorriso.

  Ascoltando il mio istinto e il mio cuore, lottando ad occhi aperti controvento, a volte piangendo, avvertendo lontananze e temperature più che artiche, continuando a studiare, senza mai illudermi e con i piedi per terra (sapendo che ancora tanta strada ho da percorrere, sempre con la schiena dritta), è nato questo nuovo libro, ARCANI, silloge composta da più sezioni articolate tra loro, che con stima e fiducia Franco Pappalardo La Rosa e Paolo Ivaldi (insieme a mio marito, mia figlia e due – proprio di numero – amici) hanno sostenuto fin dall’inizio, che tra pochi giorni sarà materialmente disponibile grazie alla Casa Editrice Achille e La Tartaruga, coraggiosa, piccola e sensibile realtà editoriale piemontese, che annovera tra i suoi Autori valenti penne di poesia contemporanea.

A queste persone poc’anzi citate e ai miei lettori affezionati, alla loro pazienza e al loro affetto, voglio dire, fin da questa anteprima, GRAZIE, con tutto il cuore che ho!! [AnGre]