Paul Klee, Strada principale e strade secondarie – sassi d’arte

Paul Klee, Strada principale e strade secondarie (1929)

olio su tela su telaio, cm 83,7 x 67,5 – Museum Ludwig, Colonia

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Il titolo di quest’opera, Strada principale e strade secondarie, può essere inteso come un’epigrafe per la biografia di Paul Klee. Quando l’artista realizzò il dipinto, nel 1929, viveva a Dessau, insegnava al Bauhaus e quattro anni prima si era trasferito in città da Weimar. La vita aveva portato Klee da Berna a Monaco e poi a Weimar, dove aveva una cattedra al Bauhaus dal 1921, fino a Dessau. L’artista era solito intraprendere lunghi viaggi, il più famoso dei quali lo portò nel 1914 in Tunisia con August Macke e Louis Moilliet. “Il colore mi possiede. Non devo più cercare di acciuffarlo”, annotò nel suo diario durante il soggiorno in nord Africa.

Anche il 1929 cominciò per Klee lontano da Dessau: infatti, viaggiò per un mese attraverso l’Egitto. Il dipinto che realizzò al termine di questa esperienza, Strada principale e strade secondarie, appare ancora totalmente impregnato delle impressioni avute sul posto. I dipinti di Klee non sono mai pure astrazioni, e quanto meno il titolo li riconduce a un ordine figurativo od oggettuale. Klee è un magistrale inventore di segni o codici di riferimento; con simboli individuali e segni concreti, frecce, lettere e numeri, l’artista guida l’attenzione dell’osservatore.

Alto più di ottanta centimetri, il dipinto è insolitamente grande per la media delle opere di Klee e, tuttavia, conserva la sensibilità e la delicatezza dei suoi disegni intimi. A un primo sguardo la composizione appare astratta: sull’intera superficie del dipinto, si estende una rete sottile, come filigrana, di linee tracciate a mano, che suddividono il motivo in una trama composta di sottili rettangoli. Colori gialli, azzurrognoli e verdastri riempiono le superfici e ripartiscono il formato in una struttura variabile, di campi suddivisi ritmicamente. L’intera superficie chiara del dipinto appare illuminata da dietro: i colori trasparenti ricordano l’abbagliante luce egiziana.

Sistemati a gradoni e apparentemente astratti, i rettangoli suggeriscono associazioni figurative con i campi coltivati. Così, le strisce blu orizzontali sul bordo superiore ricordano un fiume o il rollio delle onde sulla sabbia. Al centro del dipinto corre una serie di campi che si restringono verso l’alto, creando un effetto prospettico. Con ogni probabilità è questa la strada principale cui si riferisce il titolo dell’opera. A sinistra e a destra di questa strada principale si raggruppano le strade secondarie, che, con il loro aspetto irregolare – a volte sono ampie, a volte strette – si snodano verso l’orizzonte. Le strade secondarie presentano una colorazione più intensa della strada principale: sono più modulate, più intriganti e misteriose.

Questa composizione, che a un primo sguardo risulta astratta, ad un’osservazione attenta si rivela un paesaggio egiziano, mentre un esame ancora più accurato ne mette in luce il carattere in metafora di diversi progetti di vita. In quello stesso anno, Klee festeggiò il suo cinquantesimo compleanno e il dipinto può essere considerato come un bilancio provvisorio della sua vita: l’artista descrive le possibili strade che possono snodarsi a partire dalle esperienze già vissute. In una lettera del 13 settembre 1929 a sua moglie Lily, Klee si lamentava: ” Il Bauhaus non mi emoziona più, mi si richiedono cose che sono fruttuose solo in parte. Questa situazione è e resta sgradevole. Nessuno all’infuori di me può farci nulla, ma non trovo il coraggio di andarmene”. L’anno successivo, Klee prese tuttavia la decisione di cambiare strada e accettò un posto come professore di pittura all’Accademia d’Arte di Düsseldorf. Tuttavia, quando riuscì finalmente a stabilirsi con la famiglia in città, il 1 maggio 1933, i nazionalsocialisti lo avevano già rimosso dall’incarico.

(Tratto da Arte astratta, Ed.Taschen)

Georges Mathieu, Capetingi dappertutto (Les capétiens partout) – sassi d’arte

Georges Mathieu, Capetingi dappertutto (Les capétiens partout) – 1954

olio su tela, cm.295 x 600 – Parigi, Musée national d’art moderne, Centre Georges Pompidou.

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Georges Mathieu è considerato a livello internazionale uno dei padri dell’astrazione lirica e della pittura informale nel secondo dopoguerra. Nato a Boulogne-sur-Mer il 27 gennaio 1921, fu autore dell’illustrazione che compariva sulla moneta da 10 franchi emessa nel 1974 e illustratore di punta della compagnia Air France. Creò inoltre mobili, gioielli, tappezzerie e francobolli che segnarono la storia del design francese degli anni Settanta. Il suo impegno per la liberazione dell’arte dalle costrizioni formali, che puntava a rimettere in discussione il concetto stesso di astrazione geometrica, lo rese agli occhi dei critici statunitensi l’unico artista europeo degno di essere paragonato a Jackson Pollock e gli altri autori della Scuola di New York.
La sua abitudine ad applicare il colore sulla tela direttamente dal tubetto lo rese presto una figura di rilievo della Scuola di Parigi. Qui divenne paladino dell’astrazione lirica, dedicandovi mostre ed esposizioni che rientravano nel dibattito teorico sulla liberazione dell’arte dagli schemi del passato. Con il suo apporto, il movimento legato agli statunitensi assunse sempre più importanza, e Pollock venne introdotto negli ambienti culturali francesi. Precursore degli “happening”, Georges Mathieu si dedicò per tutti gli anni Settanta alla grafica, al design e all’architettura, realizzando opere oggi esposte nei principali musei di tutto il mondo. (da La Stampa, 12/06/2012)

Usato per descrivere l’attività di alcuni pittori dell’Espressionismo Astratto newyorkese, il concetto di action painting, in realtà, si adatta meglio che a chiunque altro al francese Georges Mathieu. Nel 1942, quando ancora studiava diritto e filosofia, l’artista aveva cominciato a dipingere da autodidatta. I suoi quadri sono frutto di azioni pittoriche, annotazioni spontanee. Le composizioni sono soprattutto il risultato dell’azione. La più importante delle azioni pittoriche dell’artista ebbe luogo il 23 maggio 1956, in occasione della “Notte della Poesia” organizzata presso il Théâtre Sarah Bernhardt di Parigi. Qui, Mathieu dipinse davanti a un pubblico di oltre duemila persone una tela di dodici metri per quattro nel giro di venti minuti. Nel 1959, in un’intervista, spiegò il principio fondamentale della sua pittura: “Credo che la velocità dell’atto creativo sia uno dei presupposti fondamentali della mia pittura. In ogni caso io sono il primo pittore ad aver introdotto il concetto di velocità nella pittura occidentale. Sono convinto che solo la velocità dell’azione permetta di cogliere ed esprimere ciò scaturisce dalla profondità dell’essere, senza che la sua eruzione venga trattenuta e modificata dalle riflessioni e dagli interventi razionali”.

Un altro importante modello di riferimento fu, per questo artista, la calligrafia dell’Estremo Oriente. Realizzata su sfondi monocromi, le sue composizioni ricordano anche dal punto di vista formale i segni calligrafici. I maestri di calligrafia giapponesi sapevano sfruttare un momento di massima concentrazione per fissare il segno calligrafico sulla carta con il pennello. Dietro a queste azioni si celano tuttavia una formazione, un’esperienza e un allenamento decennale. Mathieu ha messo la sua pittura sullo stesso piano spiegando che nel processo pittorico spontaneo trova espressione ciò che egli ha portato dentro di sé per anni e aggiungendo che ha semplicemente trovato una forma artistica definitiva.

Le sue azioni pittoriche, tuttavia, erano anche grandi spettacoli pubblici, che l’artista tenne nel corso degli anni persino a Stoccolma,Tokyo e Düsseldorf. Sebbene Mathieu non sia diventato un modello di riferimento per gli artisti più giovani, le sue performance pittoriche hanno comunque anticipato importanti sviluppi degli anni Sessanta. L’abbandono dell’isolamento dell’atelier e la discussione attiva con il pubblico hanno forgiato anche le successive azioni dei movimenti del Fluxus r dell’Happening. (estratto da Arte astratta, Ed.Taschen)

 

Robert Delaunay, Primo disco simultaneo – sassi d’arte

Robert Delaunay, Primo disco simultaneo (Le Premier Disque, 1913/14)

olio su tela, diam. 135 cm – Coll. di Mr. e Mrs. Burton G. Tremaine, Meriden, Connecticut

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Robert Delaunay sviluppò le sue opere a partire dagli influssi del Cubismo e del Futurismo italiano. Il concetto di Orfismo, coniato dal poeta Guillaume Apollinaire e ispirato alla figura del cantore Orfeo, sottolinea il carattere sinestetico e armonico dei colori nelle composizioni orfiche. Al contrario di quanto avveniva nelle opere cubiste di Pablo Picasso, Delaunay cominciò, intorno al 1910, a conferire una sostanziale qualità cromatica a forme risultanti da una scomposizione prismatica. I suoi colori acquisirono sempre più un significato autonomo, tanto che Apollinaire, in riferimento a questi quadri, parlò in termini entusiasti di “peinture pure”, una pittura che faceva affidamento esclusivamente alla forza espressiva dei colori.

Precursore del Primo disco simultaneo del 1913/14, il primo lavoro di Delaunay a svincolarsi del tutto da ogni espressione figurativa, fu un gruppo di opere realizzate qualche mese prima e basato su forme circolari, che rimandavano al motivo del sole. In quel caso, l’artista si era rifatto direttamente agli effetti cromatici e luminosi del sole e aveva trasposto queste esperienze nella pittura. Nel 1913 Delaunay, insieme alla moglie, l’artista Sonia Delaunay-Terk, trascorse l’estate a Louveciennes, dove riuscì a produrre in se stesso precise sensazioni legate ai colori, osservando direttamente l’abbagliante luce solare e cercando di fissare sulla tela le immagini che persistevano una volta chiusi gli occhi. Risultato di questa operazione sono composizioni raffiguranti un ritmico vortice cromatico, che schiarisce progressivamente man mano che ci si avvicina al centro del dipinto e i cui colori finiscono per fondersi  in un bianco che pervade tutto.

Nel Primo disco simultaneo Delaunay spinge ancora oltre questo processo sistematizzando tanto la costrizione dell’immagine quanto la composizione cromatica. La tela tonda si articola in cerchi concentrici, che a loro volta vengono suddivisi in quattro segmenti circolari sull’asse orizzontale e verticale. L’organizzazione cromatica segue un modello della teoria dei colori: il principio applicato da Delaunay dei contrasti cromatici simultanei si basa sulla tavola delle diverse intensità di colore sviluppata già nel 1839 da Michel Eugène Chevreul, che classificava i colori in contrasti complementari, quindi rosso con verde (risultante dalla mescolanza di blu e giallo) o blu con arancio (risultante dall’unione di rosso e giallo). Inoltre Chevreul distingueva i colori caldi da quelli freddi, così come le armonie di toni simili risultanti dai contrasti di valori cromatici lontani. Delaunay si rese conto del fatto che, nel caso di una percezione simultanea di due colori vicini, l’intensità cromatica poteva essere aumentata.

Dopo che Delaunay ebbe portato il processo di astrazione dei suoi quadri fino alla totale perdita di riferimenti figurativi ed ebbe abbandonato qualsiasi riferimento al mondo naturale per l’organizzazione dei colori, si trovò a dover affrontare la questione di come disporli sulla superficie, dal momento che non ammetteva alcuna distribuzione arbitraria.

Nel 1917, si lamentava con l’amico Apollinaire: “Tutte queste divagazioni, cubiste e futuriste, tutte queste compiaciute meditazioni estetiche, questa pittura degli stati d’animo, queste quarte dimensioni: tutto ciò non è né pittura né arte”. Trovò una soluzione a questo dilemma nelle teorie del colore elaborate da Chevreul: esse, infatti, dissipavano il dubbio dell’arbitrarietà, così importante per Delaunay, e fornivano alle sue composizioni cromatiche una chiara organizzazione compositiva.

(da Arte Astratta, Taschen Ed.)

 

 

Arte astratta: segni, cromatismi e nuovi significati

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V.Kandinskij – Impression V

 

L’arte astratta crea immagini non appartenenti alla nostra esperienza visiva; a questa possono essere assimilati quei disegni e quelle decorazioni, che nell’antichità avevano soltanto un fine estetico ben preciso, ovvero rendere più piacevole la visione dell’oggetto su cui erano impressi. Dall’astrazione hanno avuto luogo, successivamente, tutti i processi che hanno poi portato anche alla nascita delle parole e dei numeri. I segni sono intesi come simboli capaci di rimandare ad oggetti ed idee; prende vita, così, un nuovo modo di rappresentare la realtà, in chiave astratta; il nuovo movimento nasce intorno al 1910 per un processo di totale invenzione che, non essendo accettato dai regimi totalitari, induce gli artisti ad emigrare negli Stati Uniti. L’astrattismo si è protratto fino al dopoguerra, dando luogo a diverse correnti, quali L’action Painting, l’Informale, il Concettuale e l’Optical Art.

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V.Kandinskij – Composizione VIII

Il pittore russo Vassilj Kandinskij, fonda a Monaco il movimento espressionista “Der Blaue Reiter” (Il Cavaliere Azzurro) e attraverso i suoi celebri trattati affronta la pittura astratta con tre gruppi di opere denominate Impressioni – Improvvisazioni e Composizioni, che mettono in evidenzia il suo legame con la musica. Nei suoi trattati Kandinskij espone le sue teorie sui segni grafici e sui colori: dal punto di vista grafico, il punto è un segno statico, che nasce quando si tocca la tela; mentre la linea varia e, quindi, è un segno dinamico. Invece, dal punto di vista pittorico, il colore sullo spettatore, ha un effetto fisico basato su sensazioni momentanee ed un effetto psichico, dovuto alla sua vibrazione spirituale attraverso cui il colore stesso raggiunge l’anima. L’argomento è complesso e variegato, per cui è opportuno rimandare alla lettura degli affascinanti testi originali.

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V.Kandinskij – Composizione VII

 

Comunque è interessante ed opportuno evidenziare le caratteristiche principali delle classificazioni dei colori che Kandinskij divise in colori caldi e colori freddi, accostandone ognuno ad un suono musicale. Facciamo degli esempi: Il giallo è paragonato al suono della tromba di una fanfara; l’azzurro a quello di un flauto; il rosso a quello di una tuba; l’arancione a quello di una campana o di un contralto; il verde è quiete, ma, accostato al blu, acquisisce i toni semigravi e caldi del violino; il viola è paragonato al suono del corno inglese, della zampogna, del fagotto. Il blu singolarmente è accostato al suono del violoncello. Il grigio, il marrone, il bianco e il nero sono colori statici, che danno influenze solo ad altri suoni. Inoltre, i colori assumono forme che privilegiano il triangolo (giallo), il cerchio (blu) e il quadrato (rosso). La composizione astratta artistica diviene simile ad un brano musicale orchestrato da un maestro, stabilendo un rapporto strettissimo tra creazione e dimensione spirituale.

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J.Pollock – Number 8

 

L’esito comunque più interessante e suggestivo dell’astrattismo, dopo Kandinskij, è dato dal pittore statunitense Jackson Pollock, che inventò il “dripping”, ossia la tecnica di porre il colore sulla tela posta a terra, mediante sgocciolatura e spruzzi. Egli attuò procedimenti automatici istintivi, utilizzando smalti industriali e il suo tipo di pittura, denominata “Drip Painting”, si diffuse tra gli anni ‘40 e ‘60 del secolo scorso.

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J.Pollock – tecnica del dripping

 

Nell’opera di Pollock è molto evidente l’influenza dell’arte dei nativi americani, che operavano con modalità molto simili: immagini provenienti direttamente dall’inconscio con un’estetica primitiva, richiamanti “il mondo degli spiriti”; una specie di surrealismo automatico, un modello visuale senza tempo. Pollock, alcolizzato e in terapia da un psicoterapeuta, aveva un altro punto in contatto con la cultura pellerossa: il fatto che, come loro, utilizzava le sabbie colorate, agendo in uno stato fisico simile a quello degli stregoni in preda ad allucinazioni causate dall’uso di droghe, le quali favorivano il viaggio nel “mondo degli spiriti”. Le rappresentazioni che ne derivavano, combinavano elementi astratti e geometrici, espressioni tutte “aniconiche”, che traevano origine dai recessi più profondi della mente umana.

[dal web]

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J.Pollock – Convergence

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